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12 agosto 2015

Madadayo (Akira Kurosawa, 1993)

Madadayo - Il compleanno (Madadayo)
di Akira Kurosawa – Giappone 1993
con Tatsuo Matsumura, Kyoko Kagawa
***

Rivisto in divx, con Marisa.

Il professor Uchida, scrittore e docente di tedesco, va in pensione nel 1943: illuminato e anticonvenzionale, stravagante e fuori dagli schemi, nel corso della sua carriera si è conquistato l'affetto e il rispetto di decine di studenti che non cesseranno mai di fargli visita e recargli omaggio. Ogni anno, in occasione del suo compleanno, lo festeggeranno in particolare con un'insolita cerimonia, durante la quale gli viene provocatoriamente chiesto se è finalmente disposto ad abbandonare questo mondo: "Mādakai?" ("Sei pronto?"), è la domanda che gli rivolgono. E la sua risposta, immancabilmente, è "Mādadayo" ("Non ancora"). L'ultimo film di Akira Kurosawa (il regista nipponico sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1998) non è il suo testamento spirituale: di quelli, "l'imperatore" ne aveva già lasciati fin troppi con i lungometraggi precedenti (a ben vedere è almeno dal 1965, l'anno di "Dodes'ka-den", che ciascuno dei suoi film veniva considerato da critici e spettatori – per temi, importanza o contenuto – come se fosse l'ultimo di una carriera che sembrava non terminare mai). È invece semplicemente un omaggio verso un personaggio realmente esistito (Hyakken Uchida visse dal 1889 al 1971) e nel quale forse Kurosawa si identificava, o che quantomeno ammirava per aver sempre saputo mantenere un animo giovane e limpido ("d'oro zecchino", dicono i suoi studenti) come quello di un bambino: solo così si spiegano le forti emozioni che suscitano in lui eventi semplici e "piccole" tragedie personali come la perdita del gatto di casa (un episodio che occupa quasi metà del film), oppure i sogni che continua a fare anche in età avanzata, nei quali si rivede da ragazzo a giocare a nascondino con i suoi amici e a contemplare le luci dorate del tramonto che creano strane forme e colori nel cielo. Ed è su queste immagini oniriche, accompagnate dalla musica di Vivaldi, che si concludono sia il cinema di Kurosawa sia un film che, insieme agli immediatamente precedenti "Sogni" e "Rapsodia in agosto", compone un ideale trittico intimo e minimalista, apparentemente distante dai grandi affreschi storici e sociali realizzati dal regista in precedenza ma in realtà incentrato, come quelli, sulla psicologia umana e sulla grande sensibilità dell'artista. Anche prima di questo finale, in ogni caso, la pellicola ha parecchio da offrire a uno spettatore disposto ad adeguarsi al ritmo rilassato della narrazione: divertenti aneddoti e momenti di grande pathos (giocando un po' con la cronologia – nella realtà Uchida smise di insegnare nel 1949 – Kurosawa racconta anche gli ultimi anni della guerra e quelli dell'immediato dopoguerra: ma il tono è sempre ilare e rilassato, mai drammatico), festeggiamenti di gruppo e recitazione di poesie, la contemplazione della luna e il trascorrere delle stagioni, canti popolari e insegnamenti spirituali quasi zen. Fra gli attori che interpretano gli allievi di Uchida, si riconoscono Hisashi Higawa e Akira Terao, già visti in "Ran" e "Sogni".

9 agosto 2015

Rapsodia in agosto (Akira Kurosawa, 1991)

Rapsodia in agosto (Hachigatsu no kyōshikyoku)
di Akira Kurosawa – Giappone 1991
con Sachiko Murase, Richard Gere
***1/2

Rivisto in DVD.

Il penultimo film di Kurosawa è un toccante e intenso racconto sulle conseguenze del bombardamento atomico e su come differenti generazioni di giapponesi si rapportano con quell'evento. Al centro della storia c'è l'anziana Kane (Sachiko Murase), che vive fra le montagne presso Nagasaki e che il 9 agosto 1945 vide morire suo marito quando gli americani sganciarono la bomba sulla città. Ospiti da lei per l'estate sono i suoi quattro nipoti, Tami, Tateo, Minako e Shinjiro, che apprendono dalla nonna la reale portata di quello che è accaduto e che visitano con commozione e orrore i monumenti e i luoghi che ancora oggi, nella città, ricordano quello che è accaduto (in particolare lo scheletro di metallo aggrovigliato che è stato conservato nel piazzale della scuola dove morì il loro nonno, al tempo insegnante). Quando la vecchia Kane riceve un invito da Suzujiro, suo fratello da tempo trasferitosi alle Hawaii e diventato cittadino statunitense, che vorrebbe rivederla prima di morire, nicchia prima di accettare. Nel frattempo a giungere in Giappone è il figlio americano di Suzujiro, Clark (Richard Gere), che ha così l'occasione di conoscere i suoi parenti giapponesi e fare i conti con il passato che ha diviso le due nazioni. Le barriere generazionali (come sempre, in Giappone, c'è un distacco non indifferente: nonni e nipoti sembrano legati da una sensibilità che è assente nella generazione intermedia, più materalista e concreta, anche perché cresciuta dopo la guerra e negli anni del boom economico) e quelle geografiche (Giappone e America, separate non solo dall'Oceano ma anche dai ricordi di una guerra ormai conclusa da anni e che ha portato tanti lutti: "La guerra è finita ma la bomba continua a uccidere", dice Kane) dominano le dinamiche di una pellicola molto più complessa e stratificata di quanto non sembri all'apparenza con il suo tono intimo e l'incedere episodico, e che ha mandato fuori strada anche qualche critico che l'ha accusata di anti-americanismo, oppure di sottacere le responsabilità giapponesi durante il conflitto (nel primo caso, è la stessa Kone a spiegare come la colpa non sia dei popoli, ma della guerra in sé; nel secondo, il tono umanista e antibellico del film e la mancanza assoluta di glorificazione di quei giorni mi sembrano prove sufficenti per confutare la critica, a meno di non voler condurre la sceneggiatura verso altre direzioni, estranee e fuori tema).

Al toccante ricordo della tragedia atomica (con sequenze, come quella in cui i quattro nipoti visitano la città e i suoi monumenti, che riportano alla mente "Hiroshima mon amour"), presentato con sincera commemorazione e senza retorica (ma accompagnato da immagini visivamente inquietanti, come l'enorme e malvagio occhio che si apre nel cielo), si affianca il motivo dei rapporti con l'ex nemico e ora alleato, gli Stati Uniti, impersonificati dalla figura di un Richard Gere (la seconda star americana, dopo il Martin Scorsese di "Sogni", ad apparire come ospite nel cinema di Kurosawa) cui il doppiaggio italiano regala un marcato accento per simulare quello che sfoggiava nella versione originale (in cui l'attore, ovviamente, parlava in giapponese, avendo memorizzato foneticamente le sue battute). Rapporti che sono ancora più stretti se si pensa ai tanti giapponesi trasferitisi là e naturalizzati, come i membri della famiglia di Suzujiro, i cui nipoti sono biondi e "americani al cento per cento". La straordinaria figura della nonna, ostinata e testarda, vivace e spiritosa, che racconta ai nipoti ricordi e testimonianze, ma anche curiose storie di spiriti e folletti (come il Kappa che vive nella vicina cascate) e buffi aneddoti sui suoi tanti fratelli (così tanti che non se li ricorda nemmeno tutti), guida l'intera pellicola. E ciò nonostante il punto di vista rimane sempre quello dei giovani ragazzi, che in certo senso simboleggiano una riconciliazione con il passato ormai già avvenuta (pur essendo giapponesi, indossano jeans e magliette di università americane, parlano inglese e sono più che lieti di conoscere i parenti d'oltreoceano). Al contrario, i loro genitori vengono nei ricchi congiunti hawaiiani solo un'occasione di guadagno, e si rapportano a loro con una certa ipocrisia, addirittura tacendo inizialmente il fatto che il nonno sia morto nell'esplosione di Nagasaki ("Gli americani si offendono se qualcuno gli ricorda la bomba atomica"). Dopo tante sequenze di quotidianità estiva (le cene, le gite alla cascata, i giochi fra i bambini, il tentativo di Tateo di riparare un vecchio organo), resta memorabile il finale in cui, forse rivivendo quel terribile giorno del 1945, la vecchia Kane "sfida" il vento, la pioggia e la tempesta avanzando con il proprio ombrellino in mezzo alla tormenta, vanamente inseguita da figli e nipoti: un'immagine divenuta iconica e una sequenza di poesia e potenza su cui il film, sulle note del bellissimo "Stabat mater" di Vivaldi, si conclude lasciando lo spettatore in balia delle proprie emozioni.

20 marzo 2015

Sogni (Akira Kurosawa, 1990)

Sogni (Yume, aka Dreams)
di Akira Kurosawa – Giappone 1990
con Akira Terao, Martin Scorsese
***

Rivisto in divx.

Dopo il successo ottenuto in patria e all'estero con i grandi kolossal storici "Kagemusha" e "Ran", nel 1990 l'ottantenne Kurosawa soprese tutti con un lavoro molto diverso dai precedenti, intimo, personale e onirico: come definire altrimenti una pellicola che mette in scena dei "sogni"? Il film presenta infatti otto episodi, ordinati cronologicamente secondo l'età del protagonista (bambino nei primi due, giovane e via via più adulto nei seguenti, interpretato quasi sempre dall'attore Akira Terao), che pescano dalle paure, dalle speranze, dalle angosce e dalle aspirazioni del regista; curiosamente nessuno di questi è legato direttamente al mondo del cinema, anche se il quinto episodio (quello di Van Gogh) mostra il suo amore per l'arte (come è noto, l'Imperatore inizialmente voleva diventare un pittore, e ripiegò sul cinema solo in un secondo momento). La variopinta e luminosa fotografia di Takao Saito (che trasferisce sullo schermo una serie di disegni e di bozzetti dello stesso Kurosawa), la regia classica e austera del nostro Akira (con la collaborazione di Ishiro "Godzilla" Honda), l'atmosfera da "realismo magico" che permea ogni segmento, gli effetti speciali dell'Industrial Light & Magic di George Lucas (che ha sostenuto la realizzazione della pellicola insieme a Francis Ford Coppola e Steven Spielberg, tutti grandi estimatori del regista nipponico) sono al servizio di otto episodi di diverso tono, significato e valore, ma che nel loro insieme concorrono a creare un mondo interiore complesso e suggestivo. Alla sua uscita, ovviamente, molti critici interpretarono il film come il testamento spirituale del grande regista, l'ultimo tassello di una carriera leggendaria e considerata ormai al termine: Kurosawa smentì tutti sfornando, nel giro di tre anni (cosa insolita per lui, che da un trentennio girava solo un film ogni cinque anni) altre due pellicole, differenti da questa ma altrettanto "intime" e personali: "Rapsodia in agosto" e "Madadayo".
Come già detto, non tutti gli episodi sono belli allo stesso modo, così come le atmosfere variano parecchio (e si fanno via via più cupe man mano che il personaggio invecchia, salvo risollevarsi nel segmento conclusivo). I miei preferiti sono i primi due ("Raggi di sole nella pioggia" e "Il pescheto"), ma per motivi diversi meritano una menzione particolare anche "Il tunnel", "Corvi" e "Il villaggio dei mulini".

"Raggi di sole nella pioggia" - Da bambino, il protagonista (ovvero Kurosawa stesso, anche se il suo nome non viene mai pronunciato in tutto il film) esce di casa nonostante il divieto della madre e si inoltra nella foresta durante un giorno in cui piove e contemporaneamente splende il sole. È in giornate come questa che le volpi (animali "magici" secondo le superstizioni giapponesi) celebrano i loro matrimoni. Avendo spiato una di queste cerimonie, il bambino scatena l'ira delle volpi: e dovrà raggiungere la loro dimora ai piedi dell'arcobaleno per chiedere perdono. Il film si apre con un episodio magico e fiabesco, dominato dalle paure dell'infanzia ma anche dalla curiosità e dalla scoperta.

"Il pescheto" - K. ha ora qualche anno di più. È il giorno della "festa delle bambole" (hina matsuri), che tradizionalmente cade il 3 marzo, quando gli alberi di pesco sono in fiore. Il bambino esce di casa seguendo una misteriosa ragazzina dai vestiti rosa, che lo conduce fino ai campi dove sorgeva il pescheto di famiglia. Qui incontra gli spiriti degli alberi, che lo rimproverano perché le piante sono state tagliate. Ma quando si accorgono che il bambino è sinceramente addolorato per l'accaduto, gli spiriti eseguono una danza e gli permettono di ammirare ancora una volta gli alberi in fiore. Personalmente il mio episodio preferito.

"La tormenta" - Durante il servizio militare, K. e altri scalatori rimangono intrappolati in alta quota, dove sono sorpresi da una tormenta di neve. A uno a uno, i suoi compagni si addormentano in preda alla fatica e al freddo: anche lui viene visitato da uno spirito della montagna sotto le sembianze di una fanciulla, ma riesce a resistere alla sua seduzione ("Soldato, la neve è tiepida") e al suo abbraccio gelido e mortale. Poco più tardi, il sole torna a splendere e le tende del campo base si rivelano essere a pochi passi di distanza. L'episodio forse si ispira alla leggenda giapponese della yuki-onna, la principessa delle nevi.

"Il tunnel" - Terminata la guerra, K. sta tornando a casa lungo una strada fangosa e deserta. Dopo aver attraversato un lungo tunnel, a cui faceva da guardia un cane infernale, K. è raggiunto dai fantasmi dei suoi compagni caduti in battaglia. Dovrà convincerli a tornare indietro, non prima di aver chiesto perdono per essere sopravvissuto mentre loro sono morti. Un segmento inquietante ma di grande suggestione (con il rimbombo dei passi dei soldati in marcia che risuona nel tunnel buio), che mette in scena non solo l'orrore e le conseguenze dell'esperienza bellica ("La guerra è follia!"), ma anche i sensi di colpa dei superstiti.

"Corvi" - Mentre ammira i quadri di Van Gogh esposti in una galleria, K. – che evidentemente è ora uno studente d'arte – "entra" magicamente nei dipinti e vaga alla ricerca del pittore olandese (interpretato da Martin Scorsese: uno dei rari casi in cui il regista italo-americano appare in un film non diretto da lui), di cui è un grande ammiratore. Questi gli spiega che non può fare a meno di dipingere, come in preda a una "febbre", e di essersi tagliato un orecchio perché non gli veniva bene in un autoritratto. Il viaggio di K. nei vibranti colori di Van Gogh termina in un campo di grano da cui improvvisamente si alzano i corvi in volo (metafora del suicidio dell'artista). Oltre che dalle pennellate dei quadri, l'episodio è graziato dal preludio n. 15 di Chopin nella colonna sonora.

"Fuji in rosso" - Con questo e il successivo episodio, le paure e le angoscie dell'era atomica si materializzano sullo schermo attraverso due sogni che sono veri e propri incubi (da notare che Kurosawa negli anni cinquanta aveva dedicato un intero film all'argomento, "Testimonianza di un essere vivente"). Il vulcano Fujiyama sta eruttando, e la popolazione fugge in preda al panico, ma non c'è modo di scampare al disastro. Anche perché la centrale nucleare sul fianco della montagna è esplosa, e le sostanze radioattive si stanno spargendo ovunque (colorate per distinguerle meglio: "Abbiamo sviluppato una tecnologia per rendere visibile il rischio; e ora abbiamo il vantaggio di sapere che cosa ti ha ucciso", spiega all'interdetto K. uno degli uomini che hanno contribuito al disastro).

"Il demone che piange" - Quasi un seguito dell'episodio precedente, di cui riprende i toni catastrofici e pessimisti, immersi stavolta in un'atmosfera da bolgia infernale. La terra è stata devastata dalle radiazioni, e tutto quello che resta sono pendii brulli e anneriti, sui quali crescono giganteschi fiori (denti di leone alti tre metri) e piante mutanti. Il mondo è ora popolato da demoni cornuti e deformi, che un tempo erano esseri umani e che ora sopravvivono sbranandosi l'un l'altro. Uno di questi demoni conduce K. fino all'orlo di un cratere, da dove spiano i suoi compagni che piangono, si torcono e ululano al cielo per il dolore procuratogli dalle loro stesse corna. È un'immagine quasi da inferno dantesco.

"Il villaggio dei mulini" - Nel segmento finale si torna a uno scenario positivo, colmo di luce e di speranza. Il viandante K. giunge in un villaggio i cui abitanti vivono in completa armonia con la natura, fra ruscelli, fiori e mulini. Un vecchio contadino (Chishu Ryu, l'attore feticcio di Ozu) spiega al protagonista che in quel villaggio i funerali sono un'occasione per festeggiare e per "congratularsi" con il defunto per la vita che ha condotto. Tra una critica alla modernità e un elogio alle tradizioni, l'episodio conclude la pellicola su toni di ottimismo: "Si dice spesso che la vita è difficile, dura...", commenta il vecchio. "Questa è solamente una posa dell'essere umano. La verità è una sola: la vita è bella. Più che bella: entusiasmante".

30 aprile 2014

Ran (Akira Kurosawa, 1985)

Ran (id.)
di Akira Kurosawa – Giappone/Francia 1985
con Tatsuya Nakadai, Mieko Harada
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Giappone, sedicesimo secolo. Giunto in tarda età, il potente signore della guerra Hidetora sente il desiderio di ritirarsi a vita privata e decide di lasciare il proprio regno, ormai in pace, ai tre figli. Il comando del clan degli Ichimonji passa così nelle mani del primogenito Taro, mentre agli altri due eredi, Jiro e Saburo, vengono assegnati altri castelli e territori. Ben presto però, nonostante le raccomandazioni del patriarca di sostenersi a vicenda, nascono rancori, invidie e tradimenti. E la sete di potere e le lotte intestine portano i tre eserciti alla guerra e il clan alla rovina. Il secondo (dopo "Kagemusha") dei grandiosi film epici del tardo Kurosawa è una spettacolare cronaca della dissoluzione di un impero a causa dell'orgoglio, della follia e della vendetta, nonché una superba rilettura in chiave nipponica del "Re Lear" di William Shakespeare (con le tre figlie di Lear che diventano figli maschi). Il regista si è anche ispirato al personaggio storico di Mori Monotari, daimyo dell'epoca Sengoku che divise il proprio regno fra i suoi eredi (a lui è attribuita la parabola delle tre frecce che, se unite, non possono essere spezzate). Nella realtà i figli di Mori collaborarono fra di loro per difendere il clan: Kurosawa si chiese cosa sarebbe accaduto se invece si fossero battuti l'uno contro l'altro, e da questa riflessione è nato il punto di partenza del film. Come in una fiaba, al terzo figlio – il più piccolo e il preferito – spetta il ruolo del "buono": è lui che, parlando con sfrontata sincerità, mette in guardia il padre dalle possibili conseguenze delle sue azioni, con il risultato di farsi ripudiare, mentre i servili Taro e Jiro, che tanto si mostrano (a parole) affezionati e accondiscendenti con il genitore, sono poi subito pronti a cacciarlo dai propri castelli e addirittura a muovere guerra contro di lui, figura ormai "scomoda", anche se priva di poteri, e da eliminare.

Le scene dell'assalto delle truppe congiunte di Taro e Jiro contro la fortezza in cui si è rifugiato Hidetora, che scorrono mute sullo schermo, accompagnate soltanto dall'eccezionale colonna sonora (di impronta quasi mahleriana) di Toru Takemitsu, rappresentano uno dei vertici figurativi dell'intera filmografia di Kurosawa (e non è dir poco!). Se c'è un film che meriterebbe di essere visto sul grande schermo, è questo. Fenomentale la fotografia e straordinario – ma non è una novità – anche l'uso del colore, un aspetto che Kurosawa curava particolarmente (come dimostrano gli storyboard da lui dipinti di persona per la pellicola). Come in "Kagemusha", ogni armata è caratterizzata da una cromaticità distinta: giallo per i soldati di Taro, rosso per quelli di Jiro, azzurro per quelli di Saburo (le stesse tinte degli abiti indossati dai tre nella scena di apertura), mentre il bianco (la somma dei tre colori primari) è riservato a Hidetora e il nero ai daimyo rivali Ayabe e Fujimaki, presso cui si rifugia Saburo dopo essere stato ripudiato. Se per gran parte del film a fare da sfondo alle vicende ci sono le tinte "vive" della natura (il verde dei prati e delle colline, il blu del cielo), durante la succitata battaglia sembra invece che lo scenario – il castello avvolto dalla nebbia e dai fumi, e illuminato dalla Luna piena – sia dipinto in un pallido bianco e nero, facendo risultare ancora di più le cromie dei vessilli al vento e soprattutto il rosso del sangue che sgorga copioso dai cadaveri. E allo stesso modo, il terreno nero e bruciato attorno alla fortezza distrutta dove Hidetora si rifugia dopo la sconfitta, ormai in preda alla pazzia, riflette la desolazione del suo animo e il nichilismo di fondo della pellicola. Fondamentali, al riguardo, le location: la maggior parte delle scene furono girate alle pendici del Monte Aso, il più largo vulcano attivo del Giappone, oppure presso il Monte Fuji, mentre i castelli sono quelli celebri di Kumamoto e di Himeji (e quello diroccato di Azusa).

Coprodotto dal francese Serge Silberman, già finanziatore di Luis Buñuel, il film richiese oltre due anni di lavoro e alla sua uscita – con dodici milioni di dollari – segnò il record come pellicola giapponese più costosa di sempre. La sontuosità della messa in scena, le scene di battaglia con centinaia di cavalli e di vessilli, i magnifici costumi (per i quali la costumista Emi Wada vinse l'Oscar, anche se pare che Kurosawa stesso contribuì a disegnare abiti e armature) non fanno però mai passare in secondo piano la sceneggiatura, leggibile su vari livelli, e l'ottima direzione degli attori. Scritto avendo Toshiro Mifune in mente, il ruolo di Hidetora è affidato a Tatsuya Nakadai (già protagonista di "Kagemusha"), opportunamente invecchiato con un pesante trucco che lo trasforma in una vera e propria "maschera", a volte persino spettrale. Anche il suo stile di recitazione, secco e astratto ma tuttavia emotivamente espressivo, si ispira agli stilemi del teatro Noh ed enfatizza la natura passionale e primordiale di un personaggio che, strano a dirsi, è stato descritto da Kurosawa come autobiografico ("Hidetora sono io", avrebbe dichiarato l'Imperatore). In effetti "Ran" può essere considerato come il capitolo finale di un periodo di vent'anni (cominciato con "Barbarossa" nel 1965) in cui il regista ha dovuto fare i conti con l'ostracismo dei produttori, con "l'esilio" (fu costretto a cercare finanziamenti all'estero, andò a girare un film in Russia) e perino con la morte (il tentativo di suicidio nel 1971), mentre molti giovani registi della nuova generazione lo davano pubblicamente per "finito". Non stupisce dunque che la pellicola abbia un tono di fondo decisamente pessimista (il titolo stesso, che significa "rivolta" o "ribellione", può essere letto come "caos"). E rispetto a "Kagemusha", che si concentrava di più sulle vicende del personaggio principale, il dramma è stavolta più universale, e da Hidetora si allarga all'umanità intera, come suggerisce l'invettiva finale di Tango: "Non piangere, il mondo è fatto così. Gli uomini cercano il dolore, non la gioia. Preferiscono la sofferenza alla pace. Guardali, questi stupidi esseri umani, che si battono per il dolore, si esaltano per la sofferenza e si compiacciono dell'assassinio!".

Hidetora, nella sua commistione fra Re Lear e Mori Monotari, è comunque un personaggio assai stratificato e direi più complesso di entrambi. Rispetto al sovrano shakesperiano, infatti, Kurosawa gli dona un passato non privo di ombre e di lati oscuri, in qualche modo "giustificando" la sua sofferenza e la sua pazzia, che sembrano punire non solo il suo orgoglio e la sua ostinazione, ma anche le molte "imprese" di gioventù, quando forse non si sarà comportato in maniera tanto diversa dai figli. Se all'inizio del film il suo regno ci appare idilliaco e unificato, nel corso della pellicola scopriamo quanto dolore e quanta violenza abbia sparso per giungere fin lì, distruggendo senza pietà i clan rivali e piantando egli stesso i semi della sua futura rovina (è il desiderio di vendetta che spingerà la moglie di Taro, Kaede, la cui famiglia è stata sterminata da Hidetora, a mettere uno contro l'altro i membri del clan Ichimonji). Forse dunque è anche per i sensi di colpa, e non solo per il tradimento da parte dei figli, che il vegliardo imbocca la strada della pazzia. A ricordargli le sue malefatte ci sono soprattutto Sue, la moglie del secondo figlio Jiro, e suo fratello Tsurumaru, il cieco suonatore di flauto, anch'essi discendenti di una delle famiglie che Hidetora ha sterminato e che a differenza di Kaede scelgono la via del perdono. Un'altra fonte di sensi di colpa per Hidetora è data dalla sua decisione di cacciare il terzogenito Saburo, del quale per testardaggine e vanità ha rifiutato i consigli, allontanando da sé l'unico di cui avrebbe potuto fidarsi (e proprio quello che, per sua stessa ammissione, prima di allora era il figlio preferito). Quanto al cieco Tsurumaru, proprio a lui è riservata l'ultima e significativa inquadratura del film, che ce lo mostra solo, senza guida (la sorella è stata uccisa, e persino la pergamena con l'effige di Amida Buddha – che avrebbe dovuto proteggerlo – è andata perduta) sul ciglio di un precipizio: una metafora dell'umanità allo sbando, che la guerra ha portato sull'orlo della distruzione e che nemmeno Dio può salvare.

Kaede (interpretata da una straordinaria Mieko Harada), con la sua fredda crudeltà e le sue astute macchinazioni, è quasi una parente di Lady Macbeth. A differenza di quest'ultima, però, non è mossa da avidità o sete di potere bensì da un esplicito e comprensibile desiderio di vendetta. Interessante, a questo proposito, un parallelo con Sue: entrambe principesse la cui famiglia fu distrutta da Hidetora e il cui regno fu annesso a quello degli Ichimonji, sono state costrette a sposarne un figlio e a vivere nello stesso castello che un tempo era di loro proprietà. Ma se Kaede ha sempre bramato vendetta, Sue ha invece scelto la via del perdono e ha abbracciato la religione: forse anche per questo Kaede non può tollerare che sopravviva e ne chiede la testa: Sue le ricorda l'esistenza di una via alternativa, una via che lei assolutamente non intende percorrere. Fra le scene migliori del film c'è senza dubbio quella in cui Kaede fronteggia Jiro, che ha appena preso il posto di suo marito Taro, minacciandolo con un coltello e rivelandogli i propri propositi, appena prima di sedurlo e di trasformarlo nel suo nuovo burattino. Non meno caratterizzati, e anch'essi tasselli fondamentali dell'affresco generale, sono altre figure "minori". Per esempio Kurogane (Hisashi Igawa), il braccio destro di Jiro: astuto, orgoglioso, capace di criticare apertamente il proprio padrone (a fin di bene) e protagonista di indimenticabili schermaglie con Kaede (la scena in cui, incaricato da lei di uccidere Sue, le porta invece la testa di una statua di volpe – animale che nel folklore giapponese ha connotazioni soprannaturali, in grado di mutarsi in essere umano, di solito in donna, per condurre gli uomini alla rovina – fonde in maniera sublime ironia e dramma). E ancora Tango (Masayuki Yui), il vassallo più fedele di Hidetora e a sua volta scacciato – come Saburo – per esser stato troppo sincero, che segue il suo anziano padrone a distanza ed è l'unico a soccorrerlo nel momento del bisogno.

E naturalmente c'è poi il "buffone" Kyoami, personaggio che può forse sembrare fuori luogo in un setting solenne e austero come quello nipponico del sedicesimo secolo, ma presente nell'opera di Shakespeare e comunque assai kurosawiano (ci ricorda, per esempio, l'Enoken de "Gli uomini che camminano sulla coda della tigre"). Rimane lui, alla fine, l'ultimo compagno del vecchio Hidetora sconfitto, tradito, abbandonato da tutti e in preda alla follia. "Un tempo il pazzo ero io, ora è lui", commenta Kyoami, per poi ribadire il concetto "Il mondo è pazzo! Siate folli per essere saggi!". Come dimenticare quando danza per prendersi gioco di Taro, o quando intreccia un elmo di erba e di fiori per Hidetora? Curiose anche le sue fattezze, che a tratti sembrano quasi femminili e che gli donano un aspetto androgino così distante dalla virilità e dalla solennità delle altri figure maschili della pellicola (se la si guarda in lingua originale, poi, anche il diverso tono della voce spicca particolarmente). Kyoami è interpretato dal comico Shinnosuke "Peter" Ikehata (già protagonista de "Il funerale delle rose"), mentre un altro comico (Hitoshi Ueki) è scritturato per il ruolo del daimyo rivale (ma alleato di Saburo) Fujimaki. Di fronte a questi personaggi passano quasi in secondo piano, come pedine essenziali per lo sviluppo della vicenda ma caratterizzati in maniera più schematica, i tre figli di Hidetora: Taro (Akira Terao), Jiro (Jinpachi Nezu, quello cui forse è concesso maggior approfondimento) e Saburo (Daisuke Ryu), calati in un gioco delle parti che lascia loro poco spazio per brillare come figure a tutto tondo (con la parziale eccezione di Jiro, cui è dedicato più tempo sullo schermo e maggiori possibilità di interazione con gli altri comprimari). In chiusura, giusto il tempo di ricordare che, come in "Kagemusha", Ishiro Honda (il regista di "Godzilla") ha collaborato dirigendo la seconda unità. E di chiedermi se la sequenza iniziale, con la caccia al cinghiale dei cavalieri fra le colline verdi, possa aver ispirato Hayao Miyazaki per le immagini analoghe presenti ne "La principessa Mononoke" (il più kurosawiano, in effetti, dei film dello Studio Ghibli).

30 ottobre 2013

Kagemusha (Akira Kurosawa, 1980)

Kagemusha - L'ombra del guerriero (Kagemusha)
di Akira Kurosawa – Giappone 1980
con Tatsuya Nakadai, Tsutomu Yamazaki
****

Rivisto in DVD.

Nel Giappone feudale del sedicesimo secolo, il potente clan Takeda è in lotta con i rivali Oda e Tokugawa per il dominio su tutto il paese. Ma proprio quando la conquista della capitale Kyoto sembra ad un passo, Shingen, il signore del clan, viene gravemente ferito da un archibugio nemico. Morente, ordina ai suoi più fedeli generali di mantenere segreta la sua dipartita per tre anni, in modo da proteggere il feudo dagli attacchi dei signori della guerra avversari. Viene così sostituito da un sosia, un umile ladruncolo condannato a morte che vanta con lui un'incredibile somiglianza, al punto da riuscire ad ingannare non solo i nemici ma i suoi stessi uomini e persino i parenti più stretti. Diventare "l'ombra" di qualcun altro, però (il titolo del film significa letteralmente "Il guerriero ombra"), comporta la rinuncia a sé stessi: e quando il sosia verrà smascherato e costretto ad abbandonare il palazzo, si scoprirà talmente incapace di separare il proprio destino da quello del clan Takeda da non poter far altro che seguirne di nascosto l'esercito, inviato allo sbaraglio dal figlio di Shingen, fino alla distruzione completa sul campo di battaglia. Dopo "l'esilio russo" che aveva fruttato "Dersu Uzala", Kurosawa torna a lavorare in patria, stavolta con il sostegno economico degli americani (il film è parzialmente finanziato dalla 20th Century Fox, intervenuta quando la Toho aveva esaurito il budget e minacciava di non portare a termine la pellicola, e fra i produttori esecutivi figurano Francis Ford Coppola e George Lucas, da sempre estimatori del regista nipponico), e sforna un capolavoro drammatico ispirato a eventi reali dell'epoca Sengoku (la battaglia finale è quella di Nagashino, nella pianura di Shitaragahara) ma interessato più ad affrontare dilemmi psicologici sull'identità e l'annullamento di sé ("L'ombra di un uomo non lo lascia mai, non può camminare da sola"; "ma quando l'uomo scompare, la sua ombra dova va a finire?") che non a riproporre una pedante ricostruzione storica (tanto Takeda Shingen quanto i suoi rivali Oda Nobunaga e Tokugawa Ieyasu sono personaggi realmente esistiti e di notevole importanza nella storia giapponese; da rimarcare le sequenze in cui Nobunaga si fa benedire dai monaci cristiani e beve il vino rosso degli "stranieri"), nonostante le sontuose scene di battaglia e la cura nel proporre costumi, armature e ambientazioni (molte scene sono state girate al castello di Himeji, presso Kobe).

Impressionante visivamente (l'uso del colore "espressionistico" – com'era già stato per "Dodes'ka-den" e come sarà per tutte le pellicole successive, "Ran" e "Sogni" in primis – spicca nel rosso acceso del cielo contro cui si stagliano le silhouette degli uomini; nelle tinte degli stendardi dell'esercito di Shingen, le cui divisioni richiamano le forze della natura come il vento, il fuoco o la foresta, mentre il daimyo rappresenta la montagna "incrollabile"; nel colore del sangue, quasi fasullo nella sua teatralità; nella sequenza del sogno in cui il sosia vede il cadavere di Shingen – con tanto di armatura – fuoriuscire dal vaso in cui era stato nascosto per marciare contro di lui; e in generale in tutte quelle sequenze audacemente visionarie – cito anche l'apparizione dell'arcobaleno al fianco delle armate Takeda in marcia – dove le pennellate di colore sembrano fuoriuscire dalla tavolozza di un artista), il film presenta una ricca collezione di personaggi, fra figure elevate e shakespeariane (Shingen stesso, i dignitari, il figlio Katsuyori che si fa accecare dall'ambizione) e altre più umilmente "kurosawiane" (meno presenti, a dire il vero, che negli altri film: ma ricordiamo almeno le tre spie inviate dai rivali ad accertarsi che Shingen sia davvero morto; e naturalmente il sosia, uomo senza nome e senza identità che si affeziona sinceramente al nipotino di Shingen e finisce col farsi scoprire non dagli uomini ma da un cavallo). Il ritmo della pellicola è lento, quasi austero (la prima sequenza, per esempio, consiste interamente in una camera fissa su tre uomini seduti – e quasi indistinguibili l'uno dall'altro! – che parlano fra loro: è anche l'unica sequenza in cui Tatsuya Nakadai compare in entrambi i ruoli, quello del daimyo e quello della sua "ombra"). A proposito di Nakadai: la sua recitazione non fa rimpiangere il miglior Toshiro Mifune, alternando momenti di grande dignità a improvvisi scatti da fool, ma è da segnalare che la prima scelta di Kurosawa per il ruolo del protagonista era stato il comico Shintaro Katsu, meglio noto per aver interpretato la saga cinematografica di Zatoichi negli anni sessanta. Ma Katsu abbandonò il set già nel primo giorno di riprese, costringendo l'Imperatore a ricorrere a Nakadai, che aveva già lavorato con lui in tre film ("Yojimbo", "Sanjuro" e "Anatomia di un rapimento") e tornerà in "Ran". Fra le sequenze che più rimangono impresse, oltre a quella già citata del vaso, vorrei ricordare la battaglia notturna cui il sosia assiste dalla collina (si fa per dire, visto che dall'oscurità giungono soltanto grida ed echi di morte), e naturalmente il finale, apocalittico e nichilista, accompagnato dal tema solenne della colonna sonora composta da Shinichiro Ikebe. La pellicola, alla quale ha collaborato anche Ishiro "Godzilla" Honda (che dal 1980 ha partecipato come aiuto regista a tutti gli ultimi film di Kurosawa), vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

30 aprile 2013

Dersu Uzala (Akira Kurosawa, 1975)

Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure (Dersu Uzala)
di Akira Kurosawa – URSS/Giappone 1975
con Jurij Solomin, Maksim Munzuk
***1/2

Rivisto in DVD.

Reduce dall'insuccesso del suo film precedente ("Dodes'ka-den", del 1970), dall'ostracismo dai produttori giapponesi, dal fallimento della sua casa di produzione (durata lo spazio di una sola pellicola) e persino da un tentativo di suicidio (nel 1971, forse causato da una malattia e dalla depressione), Kurosawa volta competamente pagina e accetta l'invito della Mosfilm di girare un film in Russia: è la sua prima coproduzione internazionale, nonché l'ennesimo (ma non certo l'ultimo) "debutto" di un regista capace di rinnovarsi in continuazione, sorprendendo ogni volta critici e spettatori con pellicole di incredibile genio, originalità e vitalità. La scelta del soggetto cade sui diari di viaggio dell'esploratore sovietico Vladimir Arsenev, scritti all'inizio del Novecento ma ancora attualissimi perché brulicanti di umanità e di spirito ecologista, che il regista nipponico aveva letto in gioventù. Arsenev, capitano dell'esercito russo incaricato di effettuare rilevazioni topografiche nelle foreste e nella taiga nella Siberia orientale, incontra casualmente un anziano cacciatore, Dersu Uzala, un ometto che gli farà da guida in due differenti spedizioni (1903 e 1907), rivelandosi un prezioso compagno, un grande amico e soprattutto un generoso maestro capace di insegnargli come vivere in armonia con la natura. Dersu è un personaggio straordinario, umile e "primitivo", che si rapporta con il mondo all'insegna di un animismo universale (chiama "omini" anche gli animali, il sole, il fuoco, l'acqua e il vento) e di una solidarietà totale (lascia cibo e risorse nei luoghi in cui si ferma, a beneficio dei futuri viaggiatori), è in grado di sopravvivere nelle condizioni più estreme (salva la vita al capitano costruendo un riparo improvvisato in mezzo a una distesa gelata), rispetta la natura (non uccide gli animali se non per necessità, salva quelli imprigionati nelle trappole dei bracconieri, rispetta la terra e gli ecosistemi), teme soltanto lo spirito della tigre ("Amba") e naturalmente si rivela inadatto alla vita di città quando Arsenev si offrirà di ospitarlo in casa sua. Costruito attraverso una serie di episodi apparentemente slegati l'uno dall'altro ma che vanno in perfetta progressione, il film è limpido, sereno e spontaneo (anche grazie a quello straordinario attore che è Maksim Munzuk, nella vita reale un musicologo). Il suo successo (vinse, fra le altre cose, l'Oscar per il miglior film straniero: il secondo di Kurosawa dopo quello per "Rashomon") si rivelò provvidenziale per "l'imperatore", aiutandolo a superare la crisi e stimolando (a sessantacinque anni!) l'inizio di una nuova carriera, che lo porterà a realizzare una serie di capolavori ancora più personali e intimi dei precedenti. Nel dvd italiano sono state reintegrate (in russo) lunghe parti del film che erano state eliminate dai distributori dell'epoca, anche se non sempre i sottotitoli fanno bene il proprio lavoro.

19 febbraio 2013

Dodes'ka-den (Akira Kurosawa, 1970)

Dodes'ka-den (id.)
di Akira Kurosawa – Giappone 1970
con Yoshitaka Zushi, Noboru Mitani
***1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

In una baraccopoli alla periferia di Tokyo, fra cumuli di detriti e di spazzatura che fanno da sfondo al parallelo degrado umano e civile, un variopinto gruppo di personaggi porta avanti le proprie vite in maniera corale e intrecciata. Il giovane Rokuchan (Yoshitaka Zushi) trascorre le proprie giornate "guidando" un tram invisibile per le vie del quartiere, producendo con la bocca il rumore del passaggio sulle rotaie (il titolo del film, "Dodes'ka-den", si riferisce proprio all'onomatopea del tram che sferraglia), per il dispiacere e il dolore rassegnato di sua madre (Kin Sugai). I due operai Masuda e Kawaguchi (Hisashi Igawa e Kunie Tanaka), amici e ubriaconi, si scambiano con nonchalance le case e le mogli (Hideko Okiyama e Jitsuko Yoshimura). Un barbone (Noboru Mitani) che abita con il figlioletto (Hiroyuki Kawase) nella carcassa di un'automobile, sogna di costruire una moderna casa con piscina su una collina erbosa: ma i suoi progetti di fantasia andranno in frantumi quando il bambino – che si procurava da mangiare per sé e per il padre, chiedendo avanzi nei ristoranti nei dintorni – morirà per un'intossicazione alimentare. Il tenebroso e taciturno Hei-San (Hiroshi Akutagawa), che vive in isolamento in una baracca metallica, riceve la visita della moglie (Tomoko Naraoka), che aveva ripudiato in seguito a un tradimento: anche se lei è pentita, lui non riuscità a perdonarla. La quindicenne Katsuko (Tomoko Yamazaki), affidata agli zii che l'hanno adottata (Tatsuo Matsumura e Tsuji Mari), viene sfruttata, costretta a lavorare come una schiava (fabbricando fiori di carta) e persino violentata dallo zio, che approfitta di una breve assenza della moglie: in preda a un impulso di follia autodistruttiva, tenterà di suicidarsi e di portare con sé nella morte anche l'unica persona che la trattava con gentilezza, un garzone del negozio di sakè. Il giovale Ryo (Shinsuke Minami) è sposato con una donna che lo tradisce in continuazione (Yoko Kusunoki), al punto che deve darsi da fare per convincere i propri figlioletti di essere effettivamente il loro genitore (probabilmente non lo è, ma a lui non importa: quello che conta sono i sentimenti che li legano insieme). Il mite impegato Shima (Junzaburo Ban), afflitto da una cospicua serie di tic nervosi, è benvoluto da tutti; così non è per sua moglie (Kiyoko Tange), sgradevole e sgarbata. Ma lui, di fronte agli amici che lo consigliano di cacciarla di casa, la difende appassionatamente. L'anziano artigiano Tamba (Atsushi Watanabe) ha mantenuto buon senso e saggezza anche di fronte alla miseria: convince un energumeno ubriaco a calmarsi (disarmandolo con la frase "Mi sembri stanco, vuoi che prenda il tuo posto?"), offre di propria volontà del denaro a un ladro che era penetrato nella sua abitazione, e riesce – con uno stratagemma – a scoraggiare un uomo che aveva deciso di suicidarsi. Sullo sfondo, un gruppo di donne perennemente intente a lavorare presso una fontana commenta – come un coro – le vicende del quartiere.

Definito dai critici "tragico e trascendente", "Dodes'ka-den" è un film fondamentale, di svolta e di rottura, tanto nella carriera quanto nella vita di Kurosawa. Primo film senza Toshiro Mifune dopo diciassette pellicole consecutive (regista e attore avevano litigato per l'interpretazione troppo solenne fornita da Mifune nel precedente "Barbarossa", che Kurosawa avrebbe voluto ritratto in maniera più umana), primo film a colori (e che colori!), primo film girato in maniera indipendente (e dunque in piena libertà artistica ed espressiva, senza imposizioni da parte dei produttori), primo film realizzato dopo una pausa di ben cinque anni (in precedenza, tra un lavoro e l'altro, non ne erano mai passati più di due). Dopo il successo critico ma il flop commerciale di "Barbarossa", nessun produttore giapponese sembrava ormai disposto a finanziare un nuovo film di un regista che, è vero, aveva sfornato grandi successi come "Rashomon", "I sette samurai" e "Yojimbo", ma che si era anche sempre rivelato un intransigente perfezionista, facendo lievitare parecchio tempi e costi. Alcuni tentativi di lavorare con gli americani non andarono a buon fine (uno di questi progetti, "A trenta secondi dalla fine", verrà realizzato in seguito da Andrei Konchalovsky). "L'imperatore" decise allora di dare vita, insieme a tre altri colleghi (Kon Ichikawa, Koisuke Kinoshita e Masaki Kobayashi), a una casa di produzione indipendente (chiamata "Yonki-no-kai", ovvero "I quattro cavalieri") per poter realizzare ambiziosi progetti senza scendere a compromessi artistici. Il primo fu appunto "Dodes'ka-den", che per la sua coraggiosa scelta di mettere in scena la vita in una bidonville andò incontro a un clamoroso insuccesso: non dimentichiamo che erano gli anni in cui il Giappone si beava di un boom economico senza precedenti. Il fallimento della società e l'ostracismo degli altri produttori portarono Kurosawa sull'orlo della depressione e del suicidio (un tentativo in effetti ci fu, anche se non si sa quanto convinto: è da ricordare, a tal proposito, che anche il fratello maggiore di Akira, Heigo, si era suicidato a trent'anni). Per fortuna il grande regista fu salvato dall'apprezzamento e dalle proposte di lavoro dei suoi ammiratori stranieri, in primis russi e americani, che gli consentirono di realizzare i suoi capolavori successivi ("Dersu Uzala" i russi, "Kagemusha" e "Ran" gli americani) e di trovare così una nuova vitalità e una nuova giovinezza anche in patria ("Sogni", "Rapsodia in agosto" e "Madadayo").

Il film è l'adattamento di alcuni racconti di Shugoro Yamamoto, "scrittore contemporaneo particolarmente attento all'indagine sulla vita e i sentimenti delle classi diseredate". Nel suo libro, "Quartiere senza sole", i racconti erano quindici ed erano ambientati in epoche differenti; Kurosawa ne ha scelti otto e ha deciso di "fonderli insieme", collocandoli tutti nella stessa epoca e nello stesso luogo. Montagne di detriti e di rifiuti a perdita d'occhio, senza un filo d'erba o l'ombra della natura (l'unico albero è secco: "Un albero morto non è più un albero", commenta la moglie di Hei-sam, paragonandolo al marito). L'argomento, l'ambientazione e la struttura della pellicola possono ricordare il precedente "I bassifondi", anche se Kurosawa aveva già raccontato in parecchi suoi lavori la sofferenza e la disperazione degli emarginati ("L'angelo ubriaco", "Vivere", "Barbarossa") e si è sempre distinto per un profondo umanesimo che è forse il vero filo conduttore della sua produzione, persino nelle pellicole epiche (come non ricordare i contadini de "I sette samurai"?). Qui però c'è più astrazione e maggior stilizzazione, che rendono l'affresco ancora più universale. Se l'ambientazione è contemporanea, non è però ben definita: potrebbe svolgersi negli anni immediatamente successivi alla guerra, quando macerie e povertà erano uno scenario più comune; oppure mostrare come, anche negli opulenti anni settanta del boom economico e in una delle nazioni più ricche e fiorenti del pianeta, potevano esistere oasi di degrado e di infelicità (che portano con sé, di converso, anche violenza, pazzia e psicosi). E pure le scelte artistiche, come l'uso dei colori, ammantano l'affresco di una luce ultraterrena e lo staccano dalla concretezza tipica delle pellicole neorealiste. Non siamo dalle parte di Mizoguchi, nemmeno per un momento. E infatti non tutto è nichilismo e pessimismo: oltre a poveri, disperati, pazzi, schizofrenici e violenti, ci sono anche uomini saggi, benvoluti, equilibrati, compassionevoli, che conservano buon senso e dignità (Shima, Tamba, la zia di Katsuko, il ragazzo del sakè). Tamba, in particolare, ricorda a tratti il pellegrino Tahei de "I bassifondi", quello che insegnava che "ogni essere umano è degno di stima": è lui, per esempio, l'unico a confortare il barbone alle prese con la malattia del figlio (alle comari che gli stanno lontane, temendolo perché irascibile e violento, ribatte: "è solo timido"). C'è poi chi, pure in mezzo alla miseria, sogna un improbabile futuro migliore, almeno con l'immaginazione (il barbone stesso) o con la pazzia (Rokuchan): sono queste forme "creative" (e dunque "artistiche") a impedire loro di vedere lo squallore che li circonda e a consentirgli di sorridere con ottimismo di fronte al dolore e alle incertezze della vita.

Per la prima volta alle prese con i colori, da artista par suo (non dimentichiamo che in gioventù, prima che quella di regista, stava per intraprendere la carriera di pittore) Kurosawa non può che farne un uso espressionistico. Per molti versi la pellicola anticipa "Sogni", e non solo per l'essere un collage di otto differenti storie (che qui si dipanano in parallelo, anziché essere separate l'una dalle altre). La tavolozza a disposizione della fotografia è variopinta e intensa: si va dai colori caldi dei tramonti o delle scene di torbida passione (l'abito di una delle donne alla fontana, il "letto di fiori" sul quale viene violata Katsuko, il rosso e il giallo dei due amici-ubriachi che si scambiano le mogli) ai colori freddi e smorti del dolore e della malattia (su tutti i grigi, i viola e i blu che accompagnano la malattia del bambino e il volto sempre più smunto e "orchesco" del padre, che sembra uscire da un dipinto di Munch o di Van Gogh; ma anche l'atmosfera cupa nella baracca del marito tradito che non riesce a perdonare la moglie). A tratti, appunto, sembra di assistere in anticipo ai segmenti più disperati e macabri di "Sogni". L'episodio-cornice, quello di Rokuchan con il suo tram fantasma, pare invece quasi girato in bianco e nero, a parte naturalmente i colori del cielo, del sole, della luna e delle stelle che circondano il suo vagare nella bidonville. L'espressività delle immagini è accompagnata da quella delle musiche del grande compisitore Toru Takemitsu, che in seguito tornerà a collaborare con Kurosawa realizzando la colonna sonora di "Ran". La durata del film, inizialmente prevista di quattro ore, è stata ridotta in fase di montaggio a circa due ore e mezzo: e chissà che alcuni dei segmenti non siano stati un po' sacrificati. In effetti, non tutti gli episodi presentano la stessa intensità. Di fronte alla drammaticità di alcuni, altri risultano più leggeri, quasi comici (gli amici che si scambiano le mogli), altri spingono forse eccessivamente sul patetico (quello di Ryo e dei suoi cinque figli) e altri semplicemente si limitano a fare da sfondo. In ogni caso, a rendere più ricco e poetico il film, aprendo ampie finestre sul mondo esterno e permettendo allo spettatore di "respirare" oltre i limiti angusti della baraccopoli, ci sono quei magnifici squarci surreali (il tram di Rokuchan, la casa immaginaria del barbone, i tic di Shima) e tante immagini che valgono da sole più di mille parole (le scenografie, le pennellate, i sogni).

28 luglio 2012

Barbarossa (Akira Kurosawa, 1965)

Barbarossa (Akahige)
di Akira Kurosawa – Giappone 1965
con Yuzo Kayama, Toshiro Mifune
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Siamo ai primi dell'ottocento: l'orgoglioso e giovane medico Yasumoto, che ha appena completato gli studi e ambisce a diventare un importante dottore alla corte imperiale, deve trascorrere controvoglia un periodo di tirocinio in un ospedale pubblico di Edo. La struttura, quasi un lazzaretto riservato ai malati più poveri o considerati incurabili, è gestita con il pugno di ferro e metodi fuori dall'ordinario dal primario Kyojo Niide, chiamato da tutti "Barbarossa" per via della folta barba rossiccia (lui stesso si presenta con questo nome). Inizialmente ostile al superiore e deciso a non sottomettersi alle sue "bizzarrie", col tempo Yasumoto si rende conto che dietro l'apparente arroganza di questi si cela un uomo che opera con disinteresse, abnegazione e sensibilità, le cui azioni sono tutte indirizzate verso l'obiettivo ultimo di aiutare la gente (anche e soprattutto i disperati o quelli che non possono pagare le cure), e che le regole da lui imposte nella struttura (come l'obbligo per i medici di indossare un'umile e ruvida divisa) sono basate sul puro buon senso. Convinto che "la medicina non appartiene a nessuno: è del popolo" (Yasumoto gli è prezioso anche perché a Nagasaki ha avuto accesso ai trattati dei dottori olandesi: all'epoca la conoscenza della medicina occidentale non era liberamente diffusa), e che "dietro le malattie c'è la povertà, l'ignoranza e l'infelicità", Barbarossa – che spesso si comporta più da psicologo che da medico: "visita i corpi degli ammalati ma al contempo si avvicina alla loro anima" – diventa per il giovane apprendista un vero e proprio maestro di vita, aiutandolo a entrare in contatto con gli aspetti fondamentali del suo mestiere (compresa la morte, quando gli impone di assistere un paziente nei suoi ultimi istanti di vita) e a riscoprire l'umiltà e la profonda umanità che alberga in sé stesso, il che gli consentirà di risolvere anche i suoi conflitti personali e di rappacificarsi con la sua famiglia.

Oltre alla vicenda principale, il film (che dura ben tre ore) dedica ampio spazio alle storie collaterali di numerosi pazienti, vittime di terribili esperienze dalle quali non sempre escono vincitori: notevoli, in particolare, gli episodi della "donna mantide", una ragazza fatta segregare dal proprio padre per le sue tendenze omicide, conseguenza dei traumi subiti in passato; dell'anziano Tokusuke, che muore senza poter riabbracciare la figlia e i tre nipotini, vittime a loro volta di una triste vicenda familiare; e del carpentiere Sahachi, che prima di morire racconta l'emozionante storia del suicidio della propria moglie. Ma lo spazio maggiore, quasi l'intera seconda metà del film, è dedicato alla giovane Otoyo (Terumi Niki), una ragazzina schizofrenica che Barbarossa e Yasumoto salvano dal bordello dove veniva sfruttata e maltrattata e accolgono nella clinica, riuscendo faticosamente a ottenere la sua fiducia e a restituirle la speranza e la gioia di vivere. Otoyo stessa (personaggio probabilmente ispirato alla Nelly del romanzo di Dostoevsky "Umiliati e offesi") stringerà poi amicizia con il piccolo Chobo, "il topino", un ladruncolo che ruba cibo dalla cucina dell'ospedale e che per sfuggire alla miseria tenterà il suicidio con la sua intera famiglia. In mezzo a tante storie tragiche, per fortuna non tutte senza lieto fine, risaltano ancora di più gli sforzi di Barbarossa e del suo staff per aiutare gli ammalati e le persone in maggior difficoltà (e, in contrasto, la rudezza con cui il medico tratta i suoi pazienti più ricchi e crapuloni, come il principe Matsudaira). Ultimo film di Kurosawa in bianco e nero, la pellicola – tratta in parte da un romanzo di Shugoro Yamamoto – è parente de "I bassifondi" nel ritrarre gli emarginati e gli strati più poveri della società, all'insegna di un umanesimo che nei lavori del regista nipponico si sposa sempre con l'esistenzialismo. Il lungometraggio segna anche l'ultima collaborazione di Kurosawa con Toshiro Mifune (mettendo fine a un sodalizio che proseguiva ininterrottamente dal 1948, anno de "L'angelo ubriaco", per un totale di 16 film). Il regista non approvò l'interpretazione troppo granitica e solenne data da Mifune al personaggio di Barbarossa, che avrebbe voluto più misurato e "umano", dotato di quell'umiltà e quella modestia tipica di altri "maestri" kurosawiani (dal Kambei de "I sette samurai" a Dersu Uzala): forse ci sarebbe voluto un attore come Takashi Shimura. Mifune, invece, dà vita a un personaggio eroico e sempre sicuro di sé (anche quando si autocritica, sembra che non parli sul serio), che in una sequenza fa persino a pugni e usa le arti marziali contro un gruppo di malviventi. In ogni caso, un character vivace e indimenticabile. I genitori di Yasumoto sono invece interpretati da due classici attori di Ozu e di Mizoguchi: Chishu Ryu e Kinuyo Tanaka.

30 giugno 2012

Anatomia di un rapimento (A. Kurosawa, 1963)

Anatomia di un rapimento (Tengoku to jigoku)
di Akira Kurosawa – Giappone 1963
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai, Tsutomu Yamazaki
***1/2

Rivisto in DVD alla Fogona.

Il ricco industriale Gondo (Mifune) sta per concludere l'affare della vita: per non essere estromesso dal consiglio di amministrazione della sua società, ha ipotecato ogni proprietà e ha radunato abbastanza denaro da acquistare la maggioranza delle azioni. Ma prima che possa chiudere l'accordo, riceve una terribile telefonata: qualcuno ha rapito suo figlio Jun e chiede un forte riscatto. Gondo si dichiara subito pronto a pagare: la salvezza del figlio vale infatti più del denaro o dell'azienda. Presto, però, si scopre che il rapitore ha sbagliato persona: non ha rapito Jun ma un suo compagno di giochi, Shinichi, figlio di un semplice autista. Ciò nonostante il criminale non modifica la sua richiesta, e Gondo si ritrova di fronte a un terribile dilemma morale: sacrificare tutto ciò che possiede per salvare il bambino di un altro? Già la prima tesissima mezz'ora (ambientata tutta in una sola stanza, il soggiorno della villa di Gondo) sarebbe bastata a qualsiasi altro regista per dar vita a un film memorabile, ma Kurosawa va persino oltre. La sezione centrale della pellicola diventa un police procedural con i fiocchi, nel quale assistiamo alle lunghe e meticolose indagini del commissario Tokura (Nakadai) e dei suoi uomini alla ricerca del rapitore: viene esaminato ogni dettaglio e seguita ogni possibile pista per ricostruire dove il bambino è stato tenuto prigioniero e dove si nasconde il colpevole, fino alla sua identificazione. Nella parte conclusiva, infine, il rapitore – lo studente di medicina Takeuchi (Yamazaki) – viene pedinato dai poliziotti (al porto, nei locali e nel quartiere dei derelitti di Yokohama) per coglierlo in flagrante mentre cerca di eliminare i complici che potrebbero incriminarlo. Ispirato a un romanzo di Ed McBain ("Una grossa somma") ma anche a un fatto reale di cronaca, il ventiduesimo film di Kurosawa – realizzato quattrordici anni dopo il suo primo approccio al genere con "Cane randagio" – è un giallo serratissimo che rappresenta al contempo una parabola umanista sul bene e il male, sul denaro e l'avidità, sul delitto e sull'integrità morale, e in cui si capovolgono diversi luoghi comuni: per una volta il ricco è il "buono" e il povero è il "cattivo". Il titolo originale, che significa "Fra cielo e inferno", si riferisce al limbo in cui vivono i personaggi: Gondo, nella sua villa che domina la città dall'alto, e Takeuchi, che dai bassifondi sviluppa un odio per il ricco industriale (non vuole solo il suo denaro, ma anche umiliarlo e ridicolizzarlo davanti all'opinione pubblica), si confronteranno soltanto nel finale, quando "vittima" e "carnefice" si troveranno l'uno di fronte all'altro durante il colloquio in carcere. Più che McBain, sembra quasi che Kurosawa avesse in testa ancora Dostoevsky! Toshiro Mifune, con la solita recitazione intensa e nervosa, dà vita a un personaggio ricco di sfumature: inizialmente ritratto come un cinico "squalo" della finanza (il suo motto è "uccidere o essere uccisi"), mostra poi la sua umanità quando decide di sacrificare il proprio patrimonio, anche perché in qualche modo si sente responsabile dell'accaduto. La notizia, diffusa sui giornali, gli varrà il plauso e il rispetto di tutti (contro le aspettative del rapitore), tanto che persino uno dei poliziotti commenterà: "Non ho mai avuto simpatia per i ricchi, forse perché sono nato povero, ma quell'uomo è realmente ammirevole". Una bella differenza rispetto ai dirigenti corrotti che il regista aveva ritratto tre anni prima ne "I cattivi dormono in pace". Memorabile la sequenza – anche questa di grande tensione – ambientata sul treno, quando Gondo deve consegnare il riscatto al rapitore, così come la scena in cui il fumo rosso che esce dalla ciminiera dell'inceneritore (il colore è dipinto sui fotogrammi in bianco e nero, un "effetto speciale" che oltre a ricordare il cinema delle origini rappresenta il primo utilizzo della policromia in un film di Kurosawa!) darà agli investigatori la traccia decisiva per identificare il colpevole. Nella curiosa colonna sonora, fra i brani che si sentono alla radio ci sono "La trota" di Schubert e una versione strumentale di "'O sole mio".

30 aprile 2012

Sanjuro (Akira Kurosawa, 1962)

Sanjuro (Tsubaki Sanjuro)
di Akira Kurosawa – Giappone 1962
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
***1/2

Visto in divx.

Dopo il grande successo de "La sfida del samurai", il suo protagonista ritorna in un sequel godibilissimo e assolutamente all'altezza dell'originale. Ma se nel primo film l'eccentrico ronin interpretato da Toshiro Mifune agiva da solo, liberando una cittadina dai banditi che vi spadroneggiavano, stavolta accoglie sotto la propria ala protettiva un gruppo di nove giovanissimi samurai in lotta contro alcuni funzionari corrotti che hanno preso in ostaggio un onesto ciambellano, zio di uno dei ragazzi. Questi, coraggiosi e idealisti ma assai ingenui e impulsivi, avranno molto da apprendere dai metodi spregiudicati, dall'esperienza e soprattutto dal buon senso di Sanjuro. E impareranno a non fidarsi delle apparenze: "il cattivo è nascosto dove non te lo aspetti", e naturalmente lo stesso vale per il buono. Come nella pellicola precedente, Sanjuro mette in mostra non solo un’incredibile abilità con la spada (spettacolare, e di una violenza inattesa e improvvisa, il duello che conclude il film, a proposito del quale un critico si spinse fino ad avvisare gli spettatori di "non sedersi troppo vicino allo schermo"), ma anche astuzie e sotterfugi, come la sua consueta trovata di mettersi apparentemente al servizio del nemico per poterlo ingannare dall’interno: anzi, ancora più che nel primo film viene sottolineata l'importanza di saper rinunciare alla violenza quando questa non è necessaria (un concetto veicolato per esempio attraverso i due personaggi femminili della moglie e della figlia del ciambellano rapito). L'ingentilimento del protagonista (che si presenta ancora come Sanjuro, "trent'anni" – "anche se vado per i quaranta", precisa ironicamente, suggerendo una maggior anzianità e dunque una maggior esperienza) si esplica anche attraverso l'aggiunta di un cognome assai femminile inventato sul momento, Tsubaki, che significa "camelia": non a caso userà proprio le camelie per segnalare ai compagni di aver compiuto la propria missione. Considerato un maestro del chanbara, il cinema di samurai (soprattutto in occidente, dove per lungo tempo è rimasto noto solo per questo tipo di pellicole), Kurosawa in realtà ne infrange molte convenzioni, a partire dalle solennità formali e dallo stile ieratico che ne contraddistinguevano gli esempi più classici: proprio i suoi lavori hanno contribuito ad arricchire il filone di quell’ironia e quel dinamismo che gli hanno consentito di rimanere popolare presso il grande pubblico fino a oggi (oltre che a favorire le contaminazioni con altri generi, come il western o il film di gangster). L'ortodossia è rotta non solo dall'imprevedibilità di Sanjuro (considerato bizzarro persino dagli altri personaggi, che ne criticano il comportamento poco formale e il modo di parlare) ma anche da improvvisi squarci di umorismo addirittura extradiegetico, come quelli forniti dalla colonna sonora (vedi il balletto di gioia improvvisato a un certo punto dai giovani samurai): di fatto si assiste, forse ancor più che in altri film del regista, a una riuscitissima fusione fra le convenzioni teatrali giapponesi e il linguaggio del cinema occidentale. Il tema del rapporto fra maestro e allievo, portante in tutto il cinema di Kurosawa, è qui in primissimo piano: Sanjuro alla fine viene riconosciuto dai suoi giovani compagni d'avventura non solo come un prezioso alleato ma soprattutto come un mentore e un fondamentale esempio di vita, e l'inchino che gli fanno al momento in cui decide di andarsene (senza alcuna ricompensa, da vero "eroe senza nome" che è atteso da altre avventure e da altri torti da riparare: ed è un peccato che la serie non abbia più avuto seguiti) è di forte intensità emotiva. Il rivale Muroto, samurai al servizio dei funzionari corrotti, è interpretato (come l’Unosuke del film precedente) da Tatsuya Nakadai, ovvero colui che prenderà il posto di Mifune come “attore feticcio” di Kurosawa in seguito alla rottura fra i due. Dopo "Sanshiro Sugata - Parte II", si tratta del secondo sequel di un proprio film realizzato da Kurosawa.

24 novembre 2011

La sfida del samurai (A. Kurosawa, 1961)

La sfida del samurai (Yōjimbō)
di Akira Kurosawa – Giappone 1961
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ginevra ed Eleonora.

Un ronin (un samurai senza padrone e senza nome, anche se lui – inventandosene uno sul momento – afferma di chiamarsi Sanjuro, ossia "trent'anni") giunge in un remoto villaggio dove due bande rivali di yakuza dettano legge e gestiscono il gioco d'azzardo e il commercio illegale di sakè, terrorizzando tutti gli abitanti. Fingendo di offrire i propri servizi come "guardia del corpo" (è questo il significato del titolo originale della pellicola) ora all'uno e ora all'altro gruppo, il protagonista li spinge a dichiararsi guerra, rompendo così i delicati equilibri che mantenevano in bilico la situazione e facendo piazza pulita di entrambe le bande. Dopo "La fortezza nascosta", Kurosawa prosegue con la sua decostruzione in chiave escapista e parodistica del jidai-geki, il classico film giapponese di ambientazione storica: questa volta gli stilemi sono quelli del western (il debito a Ford è talmente esplicito – si veda il duello finale nella strada principale del villaggio – che Sergio Leone avrà ben poca difficoltà a realizzarne un fedele remake proprio in chiave western, "Per un pugno di dollari") e ai classici valori dell'onore e del bushido sostituisce quelli dell'opportunismo, del cinismo e del sotterfugio. La modernità del film è completata dalla recitazione ironica di Toshiro Mifune, dai tocchi di estetica gore sparsi qua e là (quando Sanjuro arriva al villaggio, a dargli il benvenuto è un cane che porta in bocca una mano mozzata; e durante il primo duello, il samurai trancia di netto un braccio a uno dei suoi avversari) e da una colonna sonora ricca di inusitate sonorità (ispirata, pare, alla seconda rapsodia ungherese di Liszt). Formidabile, poi, la galleria di volti dei vari villain, fra i quali spiccano personaggi minori ma caratterizzati in maniera formidabile, come il gigante che impugna un ridicolo martello (l'attore si chiama Namigoro Rashomon: un nome perfetto per un interprete kurosawiano!) e il grasso e stupido Inokichi (Daisuke Kato, già uno dei sette samurai).

Alcuni critici hanno letto nella vicenda un'allegoria della guerra fredda che in quegli anni caratterizzava la situazione politica internazionale: i due gruppi di yakuza rappresenterebbero i due blocchi contrapposti (l'Occidente e l'Unione Sovietica) imprigionati in una sorta di deadlock dalla quale è impossibile uscire senza l'intervento di un fattore esterno. E la pistola che sfoggia uno dei personaggi – il giovane Unosuke, interpretato da un Tatsuya Nakadai che recitava per la prima volta in un film di Kurosawa – sarebbe un riferimento all'escalation degli armamenti. La lettura è suggestiva ma probabilmente fuorviante, visto che Kurosawa ha affermato che il soggetto gli è stato suggerito da un romanzo di Dashiell Hammett, "The Glass Key", e dal film noir che ne era stato tratto nel 1942 (anche se a dire la verità la trama ricorda molto più da vicino quella di un altro libro dello stesso Hammett, "Red Harvest", in italiano "Piombo e sangue") e che sarebbe molto più semplice leggere la pellicola come una parabola sulla cupidigia e un divertissement che parodizza in maniera graffiante la violenza e le imprese degli eroi dei classici jidai-geki. Sanjuro, machiavellico e doppiogiochista, non si affida solo alla sua incredibile abilità con la spada (vince regolarmente ogni duello, anche quando si batte da solo contro sei avversari) ma ricorre pure all'astuzia e all'inganno, ed è forse questo che ha reso tanto semplice la sua trasposizione nel tipico protagonista del western all'italiana. Certo, è comunque guidato da ideali umanitari e cavalleristici come i protagonisti de "I sette samurai" (lo dimostra, per esempio, l'episodio in cui salva la donna sottratta dai banditi al marito e al figlioletto), ma il suo atteggiamento è tutt'altro che eroico: anzi, non esita a ricorrere alle stesse armi dei suoi nemici, sfruttando a proprio favore i loro difetti e la loro eccessiva fiducia verso colui che credono un alleato. Oltre al film di Sergio Leone (che uscì nelle sale senza che i produttori italiani avessero chiesto alla Toho l'autorizzazione a realizzare il remake), la pellicola ha ispirato (stavolta "ufficialmente") anche il più recente "Ancora vivo" di Walter Hill con Bruce Willis. Nel 1962, visto il grande successo di pubblico e su pressioni dei produttori, Kurosawa ne ha realizzato un sequel intitolato "Sanjuro".

30 agosto 2011

I cattivi dormono in pace (A. Kurosawa, 1960)

I cattivi dormono in pace (Warui yatsu hodo yoku nemuru)
di Akira Kurosawa – Giappone 1960
con Toshiro Mifune, Masayuki Mori
***

Visto in DVD alla Fogona, con Marisa e Lucia.

Per vendicarsi dei dirigenti corrotti di una società che cinque anni prima avevano costretto suo padre – un semplice funzionario – a suicidarsi come "capro espiatorio" di uno scandalo, un uomo pronto a tutto (Nishi, interpretato da un Mifune insolitamente compassato) assume una falsa identità, riesce a sposare la figlia del vicepresidente Iwabuchi (la dolce e zoppa Yoshiko) e ne diventa il segretario personale; sfruttando la sua posizione, trama per rivelare al pubblico i segreti della corruzione dei tre dirigenti Iwabuchi, Moriyama e Shirai, portando alla pazzia il terzo (facendogli apparire il "fantasma" di Wada, un altro impiegato che i tre credevano di aver fatto "suicidare", ma che Nishi aveva salvato in extremis) e sequestrando il secondo per costringerlo a rivelare dove sono nascosti i documenti che dimostrano le azioni illegali da loro commesse. Ma Iwabuchi, padre affettuoso in privato e "pescecane" senza scrupoli in pubblico, si rivelerà un osso duro e saprà sfruttare gli affetti a suo vantaggio. Continuando ad alternare film di samurai ad altri di ambientazione contemporanea (ma soltanto i primi, complice la miopia dei distributori, arrivavano nel nostro paese), nel 1960 Kurosawa – per la prima volta produttore di sé stesso – realizza uno spietato atto d'accusa contro la corruzione dei dirigenti pubblici, degli imprenditori e dei politici che stavano gestendo il "boom" economico del Giappone del dopoguerra. L'attacco alla classe dirigente è feroce, e non risparmia nemmeno gli ingranaggi più piccoli (i funzionari minori, come Wada, sono "burocrati nell'anima" e sottomessi ai potenti, pronti a sacrificare persino la propria vita per la salvezza dei loro capi e della loro società: e in questo, tipicamente giapponesi). Il meccanismo narrativo, fondato nella prima parte sulla suspense (fino a metà film si ignora chi sia il misterioso individuo che sta tramando contro i dirigenti), fa sorgere paralleli di tutto rispetto, come quelli con Amleto (la messinscena organizzata da Nishi al proprio banchetto di nozze – con la torta nuziale, che allude al delitto precedente, fatta preparare allo scopo di osservare le reazioni dei tre "assassini" del padre – ricorda la rappresentazione teatrale organizzata a corte dallo stesso Amleto) e il Conte di Montecristo. La pellicola, che a cinquant'anni di distanza risulta tutt'altro che datata e anzi ancora attuale, ha ispirato non poco i mangaka Sho Fumimura e Ryoichi Ikegami nella realizzazione del loro "Sanctuary", incentrato sulla commistione fra politica, economia e malavita.

25 luglio 2011

Il trono di sangue (A. Kurosawa, 1957)

Il trono di sangue (Kumonosu-jō)
di Akira Kurosawa – Giappone 1957
con Toshiro Mifune, Isuzu Yamada
****

Rivisto in DVD.

Nel trasportare la vicenda del “Macbeth” dalla Scozia al Giappone feudale dei samurai, Kurosawa compie un’operazione apparentemente rischiosa ma che porta ottimi frutti. Complice anche l’universalità dei testi di Shakespeare (che, non a caso, continuano a essere rappresentatissimi in tutto il mondo a distanza di oltre cinque secoli; e non sono pochi gli allestimenti che si prendono libertà nel setting o nella collocazione temporale: vedi anche, per restare al cinema, i film di Kenneth Branagh), il lungometraggio che ne risulta è senza dubbio uno dei migliori, più fedeli e più “potenti” adattamenti cinematografici di un dramma del grande bardo e ne veicola alla perfezione il tema dell’ambizione e della sete di potere che porta un guerriero coraggioso e leale al delitto, al tradimento e all’autodistruzione. Kurosawa, che tornava ad ambientare un film nell’impetuoso Giappone delle guerre civili dopo il grande successo de “I sette samurai”, ripeterà l’operazione quasi trent’anni dopo, sempre con risultati eccellenti, quando trasformerà il “Re Lear” nello spettacolare “Ran”. Il critico Richard Marienstras ha lodato il regista nipponico, “che riesce a naturalizzare Macbeth in modo da permettere a un occidentale di riconoscere Shakespeare e a un orientale di ritrovarvi un film giapponese storicamente documentato”. E Kurosawa stesso, nel spiegare la genesi di un film così sperimentale (agli stilemi del dramma occidentale ha sostituito quelli del teatro Nō), ha spiegato: “Il mondo descritto da Shakespeare nelle sue grandi tragedie a sfondo storico somiglia talmente al nostro medioevo e al nostro Cinquecento che a noi giapponesi pare di leggere un autore giapponese. [...] Ambíentare questa tragedia dell'ambizione nel Giappone dell'epoca delle guerre civili è stata quindi per me la cosa più naturale del mondo”.

Toshiro Mifune è il generale Washizu/Macbeth: mentre ritorna vittorioso da una dura battaglia, attraversando la foresta che circonda il maniero del suo signore Tsuzuki/Duncan (il Kumosonu-jō, ossia “il castello della ragnatela”, che è poi il titolo originale della pellicola), incontra un misterioso spirito che gli prevede un futuro apparentemente radioso: proprio lui, infatti, succederà al suo padrone come signore del castello; ma la sua stirpe sarà di breve durata, e il regno passerà al figlio del suo miglior amico, il generale Miki/Banquo (Minoru Chiaki). Washizu è un suddito fedele e non certo ambizioso, o almeno così vorrebbe mostrarsi: sarà sua moglie Asaji/Lady Macbeth (la mizoguchiana Isuzu Yamada), una donna senza scrupoli, a risvegliare i suoi peggiori impulsi e a spingerlo affinché faccia avverare la profezia, uccidendo a tradimento il suo signore mentre si trova ospite da lui. Non sarà l’unico delitto: anche l’amico Miki verrà decapitato, nel timore che si possa avverare la seconda parte della profezia. Divenuto un tiranno sanguinario, e con la sua fortezza sotto assedio da parte dell’esercito guidato dagli eredi di coloro che ha ucciso, Washizu si sente sicuro di uscirne comunque trionfatore, visto che lo spirito gli ha anche predetto che non perderà una battaglia fino a quando gli alberi della foresta non marceranno contro di lui: cosa che avverrà puntualmente quando gli assedianti useranno tronchi e frasche per mimetizzarsi mentre circondano il castello.

Anche se rispetto al testo di Shakespeare non mancano i cambiamenti (al posto delle tre streghe c'è uno solo spirito, inquietantemente bianco e luminoso, intento a tessere all'arcolaio come le Parche), il ruolo di alcuni personaggi di contorno viene ridotto (come quello di Noriyasu/Macduff) e numerosi dialoghi sono eliminati o rappresentati solamente attraverso soluzioni visive, tutte le scene più importanti e significative del dramma originale sono presenti, a partire dalla follia che assale Washizu e Asaji (il primo vede il fantasma dell’amico ucciso, la seconda impazzisce e tenta inutilmente di lavarsi via il sangue dalle mani). Ma è soprattutto la grandiosa ambientazione – con le brughiere spoglie e invase dalla nebbia, la labirintica foresta, i castelli feudali (ricostruiti sul monte Fuji), la stanza insanguinata, le armi e le armature medievali – a giocare un ruolo chiave nella riuscita del film, così come risultano incredibilmente efficaci le suggestioni formali del teatro Nō (riscontrabili in particolare nella figura di Asaji, il cui volto è sempre una maschera impassibile, ma anche nell'espressione irosa dello stesso Mifune e in generale nello stile dei dialoghi e dei monologhi, secchi e semplici ma espressivi). Memorabile, nel finale, la scena in cui gli stessi soldati di Washizu, spaventati dall’incedere degli alberi, si ribellano contro di lui e lo sommergono di frecce: la sequenza è stata girata senza effetti speciali, con arcieri professionisti che scagliavano i dardi verso Mifune mentre l'attore, agitando le braccia, comunicava loro in quale direzione stava per muoversi!

14 luglio 2011

Testimonianza di un essere vivente (A. Kurosawa, 1955)

Testimonianza di un essere vivente, aka Vivo nella paura (Ikimono no kiroku)
di Akira Kurosawa – Giappone 1955
con Toshiro Mifune, Takashi Shimura
**

Visto in divx.

A metà degli anni cinquanta, in piena Guerra Fredda, con americani e russi che sperimentavano ordigni nucleari sempre più minacciosi e potenti (è del 1952 la prima detonazione di una Bomba H), la psicosi di un conflitto atomico si era ormai fatta strada in molte fasce della popolazione, ed era particolarmente forte soprattutto in Giappone, l’unico paese ad avere subito sulla propria pelle un bombardamento di questo tipo. Non pochi, potendoselo permettere, si facevano costruire un rifugio antiatomico privato dove rifugiarsi in caso di necessità. Il protagonista di questo film, l’arcigno e ostinato anziano Kiichi Nakajima (interpretato da un Toshiro Mifune invecchiato ad arte, con tanto di capelli bianchi, rughe ed occhiali spessi: ma risulta un po’ grottesco e non sempre credibile), proprietario di una fonderia, è talmente terrorizzato dall’ipotesi di un’imminente esplosione atomica e della contaminazione radioattiva da progettare di emigrare in Brasile con la sua numerosa famiglia (non solo quella “regolare”, ma anche i figli illegittimi avuti da tre differenti amanti). Per impedirgli di vendere l’industria di famiglia e di dissipare il proprio denaro in questo progetto, la moglie e i suoi stessi figli ricorrono al tribunale per le controversie familiari, chiedendo la sua interdizione e che venga giudicato infermo di mente. A decidere sulla spinosa questione è chiamato il dottor Harada (Takashi Shimura), un semplice dentista che di solito lavora come consulente nei casi di divorzio. Come “Il duello silenzioso” del 1949, il film fa parte della produzione ‘minore’ di Kurosawa: storie contemporanee e un po’ troppo melodrammatiche su personaggi eccentrici, ossessionati da paure più o meno irrazionali e da un generico male di vivere, ai quali il regista – con il suo consueto umanismo – guarda con una certa simpatia. Se alla resa dei conti la pellicola risulta poco appassionante e un po’ datata, il personaggio di Nakajima resta comunque impresso, con la sua complessa situazione familiare, il suo desiderio di sopravvivere a ogni costo, il suo carattere scontroso e la sua paura senza limiti che – benché condivisa anche da altri personaggi (nel finale un medico commenta: “È strano lui, o siamo strani noi che ce ne stiamo così tranquilli?”) – lo condurrà fino alla pazzia. Il tema dell’incubo nucleare farà nuovamente capolino nel cinema di Kurosawa molti anni dopo, in un paio di episodi del film “Sogni”, e naturalmente in "Rapsodia in agosto".

4 giugno 2011

I bassifondi (Akira Kurosawa, 1957)

I bassifondi (Donzoko)
di Akira Kurosawa – Giappone 1957
con Bokuzen Hidari, Toshiro Mifune
***1/2

Visto in DVD.

In una fatiscente baracca-dormitorio presso una discarica, di proprietà dell'avido ricettatore Rokubei (Garyiro Nakamura) e della sua intrigante moglie Osugi (Isuzu Yamada), vive un nutrito e variopinto gruppo di poveri, derelitti ed emarginati dalla società: fra questi, il fabbro Tomekichi (Eijiro Tono), che trascura la moglie Asa (Eiko Miyoshi), gravemente malata; il "Principe" (Minoru Chiaki), sedicente ex samurai caduto in disgrazia; un anziano attore alcolizzato (Kamatari Fujiwara), che rimpiange i tempi in cui calcava le scene; la prostituta Osen (Akemi Negishi), perduta in vane illusioni romantiche; l'ex carcerato Yoshisaburo (Koji Mitsui), ora cinico giocatore d'azzardo; la candeliera Otaki (Nijiko Kiyokawa), che vede la sua merce al mercato rionale; e soprattutto il ladro Sutekichi (Toshiro Mifune), amante della padrona di casa (che cerca addirittura di convincerlo ad ammazzare l'anziano consorte) ma in realtà innamorato della sorella minore della donna, l'onesta Okayo (Kyoko Kagawa), perennemente sfruttata e maltrattata dai crudeli parenti. L'arrivo di un misterioso viandante, un vecchio senza nome che si stabilisce per breve tempo nella baracca, recherà momentaneamente sollievo alle sofferenze fisiche e psicologiche di tutti: l'uomo, nel ruolo di confidente, filosofo, ascoltatore e dispensatore di pillole di saggezza, riuscirà a stimolare improbabili sogni di riscatto e di evasione, anche elargendo bugie pietose a chi ha bisogno disperatamente di un sostegno. "Quel vecchio capiva tutto, vedeva dentro le persone", diranno di lui. Ma dopo la sua partenza, il tragico incedere degli eventi riporterà lo sconforto fra gli abitanti del dormitorio. Kurosawa rilegge il dramma realista di Gorkij (da noi noto anche come "L'albergo dei poveri") collocandolo nel Giappone dell'epoca Edo, spogliandolo di ogni accenno di protesta sociale e leggendolo in chiave puramente esistenzialista. Utilizzando praticamente due soli ambienti (il dormitorio e il cortiletto adiacente), e dunque senza rinnegare l'origine teatrale del testo originale, il regista nipponico realizza un desolante affresco sulla "condizione umana", empatizzando con tutti i suoi personaggi ma evitando eccessi di retorica, patetismo e giudizi morali. L'attenzione alla psicologia dei singoli personaggi, anche di quelli minori (cosa che mancava, invece, nella versione del dramma girata da Jean Renoir nel 1936) rende il film un piccolo capolavoro corale, con inaspettati momenti comici che trasfigurano il melodramma in una "tragicommedia dell'assurdo". Memorabili, per esempio, i canti e il balletto che gli ospiti del dormitorio improvvisano mentre bevono sakè o giocano a carte. Grande il cast: fra gli interpreti spicca l'anziano comico Bokuzen Hidari (che era stato il contadino Yohei ne "I sette samurai") nel panni del vecchio viandante. Da notare che si tratta dell'ultimo film di Kurosawa girato nel formato Academy (ovvero in 4:3): dal successivo "La fortezza nascosta", il regista passerà al Cinemascope. L'attenzione verso le fasce più povere ed emarginate della popolazione, peraltro già presente in gran parte delle sue opere precedenti, verrà posta da Kurosawa anche in due film successivi, "Barbarossa" e "Dodes'ka-den", che alcuni critici hanno accumunato a questo in un'ideale "trilogia della miseria".

29 maggio 2011

Il duello silenzioso (A. Kurosawa, 1949)

Il duello silenzioso (Shizukanaru ketto)
di Akira Kurosawa – Giappone 1949
con Toshiro Mifune, Miki Sanjo
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Mentre sta conducendo una difficile operazione su un soldato ammalato di sifilide, in un ospedale di campo durante la guerra, il giovane medico Kyoji si ferisce accidentalmente un dito con il bisturi e viene contagiato. Tornato in patria al termine del conflitto, non rivelerà il suo dramma a nessuno ma romperà il fidanzamento con l'amata Misao (che dopo averlo atteso a lungo, senza comprendere la ragione del suo cambiamento, si sposerà con un altro uomo) e si batterà affinché l'irresponsabile Nakata, colui che lo aveva infettato e che a differenza di lui si è fatto una famiglia, si sottoponga alle cure. "Il duello silenzioso" è uno dei film meno noti di Kurosawa; e a ragione, verrebbe da dire, perché si tratta di un melodramma non proprio riuscito. Come ne "L'angelo ubriaco", realizzato l'anno precedente (e prima del "Barbarossa" che uscirà nel 1965), il protagonista è un medico umanitario e disinteressato (il film venne realizzato anche per permettere a Toshiro Mifune di cimentarsi con ruoli diversi da quelli che aveva interpretato fino ad allora): ma più che la cura verso gli indigenti e i disperati, al centro della vicenda c'è soprattutto la personale (e appunto "silenziosa") battaglia del protagonista contro una malattia infamante che gli impedisce di vivere appieno una vita normale, costringendolo a reprimere i desideri più intimi, e quasi obbligandolo di fatto a dedicarsi eroicamente ai proprio pazienti ("Se fosse stato felice, sarebbe diventato insensibile. Così invece sta cercando di restituire la speranza a chi è più infelice di lui", commenta la giovane infermiera Rui). Questa, insieme al contrasto fra corpi "impuri" e caratteri "puri" (e viceversa), è forse la miglior intuizione di una pellicola che per il resto soffre per il soggetto debole, schematico e un po' datato (oggi la sifilide è curabile molto più facilmente, e non porta certo alla pazzia come avviene a Nakata), appena ravvivato da personaggi tipicamente kurosawiani come Rui (Noriko Sengoku), l'ex ballerina innamorata del medico che la accoglie con sé dopo che ha tentato il suicidio. Takashi Shimura interpreta il padre di Kyoji, Kenjiro Uemura è Nakata.

31 marzo 2011

I sette samurai (A. Kurosawa, 1954)

I sette samurai (Shichinin no samurai)
di Akira Kurosawa – Giappone 1954
con Takashi Shimura, Toshiro Mifune
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli

Il film più famoso di Akira Kurosawa (e, forse, dell'intera cinematografia giapponese) è un affresco epico e avventuroso ambientato nel sedicesimo secolo, all'epoca delle guerre civili, quando orde di briganti giravano per il paese saccheggiando gli inermi villaggi di contadini abbandonati a sé stessi dalla mancanza della legge e dalla latitanza di un potere centrale. Proprio per difendersi da una di queste razzie, i poveri abitanti di uno sperduto villaggio di montagna decidono di assoldare (cosa mai vista prima!) un gruppo di samurai, i quali – messo da parte l'orgoglio, e in cambio soltanto di un pugno di riso – si batteranno con coraggio e lealtà, sacrificando le proprie vite per proteggere i contadini dall'assalto dei banditi. Nella versione originale di oltre tre ore (e non in quella ridotta di un terzo che per lungo tempo è circolata in occidente, in cui manca gran parte della sezione centrale, ossia quella in cui i samurai organizzano la difesa del villaggio e soprattutto imparano a conoscere meglio – ma la cosa è reciproca – i contadini), la pellicola è un capolavoro assoluto del cinema mondiale per ricchezza di temi e varietà di registri narrativi, sostanza e forza drammatica, cura formale (molte scene hanno un incredibile impatto pittorico), chiarezza della messa in scena, vigore ritmico, naturalezza nella descrizione dei personaggi (senza rinunciare alla profondità psicologica), analisi sociale, con momenti di forte epicità come di sfrontata comicità, eroismo e tragicità, elementi di sorpresa, suspense, eccitazione, passione, filosofia, simpatia ed empatia, e persino struggenti vicende amorose, diatribe picaresche, orgogliose prove di forza, inaspettati insegnamenti zen, contrasti fra esigenze individuali e collettive, manifestazioni di solidarietà e naturalmente superbe scene di battaglia.

La pellicola si apre con la scena in cui uno di contadini, origliando di nascosto, apprende che un numeroso gruppo di banditi a cavallo ha intenzione di attaccare il villaggio subito dopo il raccolto dell'orzo. Gli abitanti del paese si riuniscono e discutono sul da farsi: arrendersi, fuggire o battersi? È il vecchio capovillaggio a suggerire ai compaesani di recarsi in città e di assoldare qualche ronin (i samurai senza padrone) per organizzare una tenace difesa. A chi obietta dicendo: "I samurai sono gente fiera, non accetteranno mai di battersi per una ciotola di riso!", il vecchio risponde: "Ci sono anche samurai che hanno fame!". In un'epoca di caos e di disordine, infatti, molti guerrieri il cui signore feudale è stato sconfitto vagano ormai senza lavoro e senza prospettive (e molti di essi si trasformano a loro volta in banditi: più tardi scopriremo che i contadini custodiscono le armature di alcuni che hanno provato ad attaccare da soli il villaggio e sono stati sconfitti). La prima parte del film è dedicata alla formazione del gruppo dei sette samurai che difenderanno il villaggio: il primo ad accettare l'incarico (dopo che diversi guerrieri, sprezzanti, hanno rifiutato la proposta) è il saggio ed esperto Kambei, al quale si affiancano il coraggioso Gorobei, il fedele Shichiroji, il bonario Heihachi, l'abilissimo Kyuzo, il giovane Katsuhiro (che ha eletto Kambei a proprio maestro) e infine il bizzarro Kikuchiyo.

A parte gli ultimi due, il motivo che spinge i samurai a mettere a rischio le proprie vite in una missione senza gloria né guadagno non è soltanto la dedizione a una causa umanitaria o la compassione nei confronti di chi li ha assoldati, ma anche un desiderio più o meno inconscio di sacrificarsi per espiare le colpe "storiche" della propria classe nei confronti dei contadini, da sempre sfruttati e umiliati. A questo si aggiunge l'amarezza esistenziale per il proprio fallimento (Kambei afferma di essere stato sconfitto in tutte le battaglie cui ha partecipato) e la voglia di dimostrare ancora una volta, forse l'ultima, il proprio valore. Due casi a parte, come detto, sono quelli del giovane Katsuhiro, per il quale l'impresa è una tappa fondamentale della propria formazione, e soprattutto del "folle" Kikuchiyo, che si atteggia a samurai senza esserlo veramente (scopriremo infatti che si tratta del figlio di una famiglia di contadini, rimasto orfano dopo un attacco di briganti simile a quello che minaccia ora il villaggio) e che dunque fa da "mediatore" fra le due classi sociali, aiutandole a comprendere l'una le ragioni e lo stile di vita dell'altra. Sfrontato e impacciato allo stesso tempo, furbo e ingenuo, vanesio e generoso, il multiforme Kikuchiyo infonde continuamente leggerezza e comicità al film e ne è uno degli elementi più riusciti: non a caso (e grazie anche all'interpretazione dinamica e "scimmiesca" di quello straordinario attore che è Toshiro Mifune) si tratta del personaggio che si stampa in maniera più indelebile nella memoria degli spettatori.

Prima della battaglia contro i briganti, che occupa l'ultimo terzo del film, c'è tempo per molti episodi e numerose sottotrame, diverse delle quali sono legate ai contadini. Il film è stato ingiustamente accusato (soprattutto da alcuni critici giapponesi di sinistra) di rappresentare la loro classe sociale in maniera subalterna rispetto a quella dei guerrieri: "Al contrario dei samurai, i contadini sono descritti come un insieme, non con delle personalità distinte. Servili, furbi, codardi, tonti al punto da far ridere". Questo non è affatto vero (e probabilmente chi lo ha scritto aveva visto la versione breve del film, dove in effetti il ruolo centrale degli abitanti nel villaggio è assai sacrificato). Basti pensare a personaggi come il cupo Rikichi (Yoshio Tsuchiya), che da subito si dimostra uno dei contadini più decisi a battersi contro i banditi, come se non avesse nulla da perdere. Scopriremo la ragione del suo dolore segreto solo a film avanzato, nella drammatica sequenza dell'incursione notturna nel covo dei briganti, ovvero che la sua giovane moglie è stata rapita dai banditi (e, per la vergogna, sceglierà la morte piuttosto che tornare dal marito). O come Manzo (Kamatari Fujiwara), che avendo una figlia giovane (Shino, interpretata da Keiko Tsushima) appare più preoccupato di proteggere lei dai samurai che non il villaggio dai banditi: costringe la ragazza a tagliarsi i bei capelli lunghi, la tiene segregata in una capanna fuori dal paese, e infine le si scaglia contro quando scopre che si è concessa a Katsuhiro: nel suo caso, la diffidenza di classe si esplicita in maniera particolare. O ancora Mosuke (Yoshio Kosugi), che abita in una delle tre case più distanti dal resto del villaggio, giudicate "sacrificabili" da Kambei perché la loro difesa impedirebbe di proteggere adeguatamente tutte le altre. Dopo aver tentato una timida ribellione contro i samurai, invitando alcuni compagni a rifiutare di battersi in difesa del villaggio, proprio Mosuke si dimostrerà fra i più coraggiosi nella lotta, avendo compreso come le esigenze della comunità contadina debbano prevalere su quelle individuali. O come il vecchio Gisaku (Kokuten Kodo), che abita nel mulino e che sceglie di morire laggiù, in silenzio, nel luogo dove è sempre vissuto. Ma il contadino che rimane più impresso e al quale è dedicato maggior spazio è Yohei (interpretato da quella straordinaria maschera di attore che è Bokuzen Hidari, che ritroveremo nei panni del vecchio viandante in un altro film di Kurosawa, "I bassifondi"): è il più timoroso, il più patetico, il più prudente, ma anche quello che maggiormente si lega ai samurai e in particolare a Kikuchiyo, che piangerà la sua morte nel finale in maniera non meno intensa che quella dei suoi compagni.

Naturalmente i sette samurai non sono da meno come caratterizzazione. Kambei (Takashi Shimura), loro guida e capo morale, ci viene subito presentato come un uomo saggio e sensibile, di grande ingegno (per liberare un bambino tenuto in ostaggio, si traveste da monaco e riesce così ad avvicinarsi alla baracca dove il bandito si era rifugiato: si tratta di un episodio ispirato a un aneddoto sulla vita di Ise-no-kami, leggendario maestro di spada del cinquecento). La sua modestia risalta dal modo in cui continuerà a passarsi la mano sulla testa rasata per tutta la pellicola. Katsuhiro (Isao Kimura) è invece il più giovane del gruppo: ha eletto Kambei come suo maestro, ammira da lontano Kyuzo, si pone nei confronti dell'avventura con l'atteggiamento di chi deve imparare. Il suo personaggio veicola infatti uno dei temi principali del film (e di tutto il cinema di Kurosawa sin dalla sua pellicola di esordio, "Sanshiro Sugata"), ossia quello del rapporto fra maestro e allievo e dell'iniziazione alla vita, che si esplicita non solo attraverso le battaglie ma anche nella storia d'amore con Shino. Memorabile, nella prima parte del film, le scene in cui Kambei gli ordina di compiere degli agguati (con un bastone da calare sulla zucca!) ai samurai da invitare a unirsi all'impresa, per mettere alla prova le loro qualità di guerriero. Shichiroji (Daisuke Kato) è una vecchia conoscenza di Kambei, essendo già stato suo luogotenente in numerose battaglie: disinteressato e fedele, si mette ancora una volta al servizio dell'amico. Appare come il più professionale del gruppo, e anche per questo è forse quello che si fa notare di meno. È uno dei soli tre samurai (insieme allo stesso Kambei e a Katsuhiro) a sopravvivere alla battaglia.

Kyuzo (Seiji Miyaguchi), lo spadaccino taciturno, è schivo, nobile e ascetico: è colui che più degli altri segue gli insegnamenti del bushido come sono descritti nell'Hagakure, il celebre trattato di Yamamoto Tsunetomo. La parola hagakure significa "nascondersi dietro una foglia", e infatti fra le virtù del samurai (parola che a sua volta significa "colui che serve") spicca quella di mantenersi sempre modesto e umile: ne vediamo un esempio nella scena in cui Kyuzo si introduce nell'accampamento nemico per sottrarre ai banditi un fucile (eh già, perché i nemici hanno tre armi da fuoco, che i mercanti portoghesi avevano da poco introdotto nel paese del Sol Levante: e curiosamente, i samurai che cadranno in battaglia durante il film saranno tutti colpiti da un proiettile e non da una spada). Quando ritorna, consegna l'arma a Kambei e si rimette subito in disparte per riposarsi, suscitando la forte ammirazione di Katsuhiro. Più tardi Kikuchiyo tenterà un'impresa simile, che risulterà una caricatura della precedente. Gorobei (Yoshio Inaba), l'arciere, è un abile stratega ed è il secondo in comando dopo Kambei nella difesa del villaggio: è lui a ideare gran parte delle fortificazioni e a supervisionare l'addestramento dei contadini. Il gioviale Heihachi (Minoru Chiaki) è forse meno abile degli altri, ma con il suo buonumore, le sue risate e la sua forza di volontà tiene sempre alto il morale dei compagni. Cuce personalmente quella che diventerà la bandiera del gruppo (un drappo con sei cerchi per i samurai, un triangolo per Kikuchiyo, e un ideogramma per i contadini) e che, per ironia della sorte, sventolerà per la prima volta in occasione della sua sepoltura: sarà infatti il primo a cadere. Di Kikuchiyo (Toshiro Mifune), infine, che si autoimpone con ostinazione al fianco degli altri guerrieri, ho già scritto: da ricordare comunque ancora la scena in cui salva un neonato dall'incendio del mulino, dopo che la sua famiglia è stata sterminata, e confessa piangendo a Kambei: "Questo sono io, è quello che è successo a me", ammettendo una volta per tutte di non essere affatto un samurai: cosa che non impedirà ai compagni di considerarlo uno di loro (come suggeriva d'altronde già il titolo del film) e di seppellirlo nel finale con la propria spada accanto agli altri guerrieri caduti.

In origine, la sceneggiatura prevedeva la presenza di soli sei samurai, e Toshiro Mifune avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Kyuzo. Ma Kurosawa e i suoi collaboratori, come ha spiegato lo stesso Mifune in un'intervista, si resero presto conto che "sei samurai seri erano noiosi: c'era bisogno di un personaggio che fosse più fuori di testa", e così venne introdotta la figura di Kikuchiyo. Il regista diede addirittura a Mifune la libertà creativa di caratterizzare il personaggio, improvvisandone movimenti e comportamento, per renderlo più imprevedibile e accentuare la differenza con gli altri sei. La lavorazione del film (che il regista si rifiutò di dirigere negli studi della Toho, preferendo location esterne nella penisola di Izu, convinto che "la qualità dei set influenza la qualità delle performance degli attori") fu lunga e travagliata, resa anche difficile dalle pessime condizioni climatiche. Con una mossa astuta, Kurosawa girò per ultima la scena della battaglia finale, costringendo così i produttori ad allargare i cordoni della borsa: non si poteva certo lasciare il film incompleto! Per molti anni, "I sette samurai" rimase la pellicola più costosa mai realizzata in Giappone, ma fu anche uno straordinario successo di pubblico e di critica, tanto in patria quanto all'estero, al punto che fioccò subito un remake in chiave western ("I magnifici sette" di John Sturges). Fra le innumerevoli innovazioni che ha introdotto, pare che figuri qui per la prima volta l'immagine dell'orda di nemici che si presentano alla vista scavalcando la cresta della collina (nella scena in cui Kikuchiyo li vede avvicinarsi al villaggio).

Oltre che per la ricchezza dei contenuti, il film è assolutamente pregevole anche dal punto di vista formale. Il grande dinamismo delle scene d'azione e della concitata e violenta battaglia conclusiva, con i guerrieri immersi nel fango e bagnati dalla pioggia, è rafforzato dall'utilizzo di una tecnica che diventerà uno dei marchi di fabbrica di Kurosawa: l'utilizzo di tre macchine da presa in contemporanea, per filmare l'azione da più parti e da più punti di vista, realizzando – in sede di montaggio – sequenze estremamente fluide e di grande impatto drammatico ed emotivo. Anche per questo, il lungometraggio è diventato un punto di riferimento per tante produzioni successive, non solo orientali ma anche – e soprattutto – occidentali. Alcuni critici l'hanno definito il "primo action movie moderno", quello che ha introdotto concetti come l'anti-eroe riluttante o la presentazione del gruppo di protagonisti man mano che esso viene formato. Due parole, infine, sulla vigorosa colonna sonora di Fumio Hayasaka, che si è ispirato alla musica sinfonica occidentale (all'orchestrazione ha collaborato Masaru Sato), com'è evidente dal ricorso ripetuto a un riconoscibile tema conduttore. La celebre frase di Kambei dopo la fine della battaglia, di fronte alle tombe dei quattro compagni uccisi ("Anche questa volta abbiamo perso... I veri vincitori sono i contadini, soltanto loro"), chiude degnamente – venandola di toni crepuscolari – una pellicola che fonde alla perfezione drammi individuali e collettivi all'interno di una prospettiva storica. Uscito mentre Stati Uniti e Unione Sovietica contrapponevano le proprie ideologie in piena guerra fredda, il lungometraggio giapponese illustra agli spettatori una possibile terza via all'insegna della solidarietà fra i gruppi sociali, del confronto fra la "cultura delle armi" e quella della terra, del superamento delle barriere di classe. Altro che un semplice film di samurai!