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3 aprile 2015

L'altra Heimat (Edgar Reitz, 2013)

L'altra Heimat - Cronaca di un sogno
(Die andere Heimat - Chronik einer Sehnsucht)
di Edgar Reitz – Germania 2013
***1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, in originale con sottotitoli.

Con Jan Dieter Schneider (Jakob), Antonia Bill (Jettchen), Maximilian Scheidt (Gustav), Marita Breuer (Margarethe), Rüdiger Kriese (Johann), Philine Lembeck (Florinchen), Mélanie Fouché (Lena), Eva Zeidler (la nonna Mathilda), Reinhard Paulus (lo zio), Martin Haberscheidt (Fürchtegott Niem), Barbara Philipp (Frau Niem), Christoph Luser (Franz Olm), Rainer Kühn (Dr. Zwirner), Konstantin Buchholz (il giovane Barone), Andreas Külzer (il reverendo Wiegand), Julia Prochnow (Sophie), Werner Herzog (Alexander von Humboldt), Jeroen Perceval (l'agente della compagnia Delrue).

Oggi in Germania abbiamo molta difficoltà ad immaginare cosa significhi davvero “emigrazione”, perché conosciamo solo l’altro lato del problema: siamo diventati noi stessi un paese di immigrazione. È possibile che una storia che descrive il modo in cui la gente lasciava la propria patria non contribuisca a capire meglio gli immigranti di oggi? Che cosa significava un addio allora? Per quanto tempo le persone si portavano addosso, nelle loro nuove case, il dolore di questa partenza?
(Edgar Reitz)

Dopo aver esplorato in lungo in largo, nelle tre saghe precedenti, il concetto di patria e la storia della Germania nel corso del ventesimo secolo, con questo film di quattro ore (tante per una pellicola cinematografica, ma un'inezia rispetto ai primi tre "Heimat"), primo episodio della serie realizzato specificatamente per il cinema e non per la televisione, Edgar Reitz fa un balzo indietro nel tempo e ci porta nel 1842, un periodo di grande difficoltà sociali ed economiche, in cui molti abitanti della Renania (allora parte della Prussia) e di tutta l'Europa prendevano in considerazione l'ipotesi di emigrare nel Nuovo Mondo in cerca di miglior fortuna. Una sorta di prequel, dunque, o di viaggio alla ricerca delle "radici": ritorniamo nell'Hunsrück, e precisamente nel villaggio di Schabbach (di cui riconosciamo case e luoghi, a partire dalla dimora dei Simon, con annessa la bottega del fabbro, che sembra attraversare i secoli quasi immutata), a seguire le vicende del giovane Jakob Adam Simon. Già, perché la caratteristica della saga di "Heimat" è sempre stata quella di fondere i grandi temi sociali e storici con le vicende personali e intime dei suoi personaggi. Jakob è un sognatore ("è sempre stato diverso, fin da bambino", dicono di lui), poco interessato al lavoro nei campi o a portare avanti l'attività di famiglia – quella di fabbro del villaggio, appunto. E il suo sogno (quello di cui il sottotitolo del film ci preannuncia la "cronaca") è di viaggiare. Se altri emigrano per necessità, per sfuggire alla povertà o alle disgrazie, lui invece vuole farlo per espandere i propri orizzonti, per esplorare il mondo (non solo con l'immaginazione e la fantasia), in poche parole per spiccare il volo come un uccello e non rimanere imprigionato "da chi mantiene i piedi per terra" (e la terra la lavora, ovvero praticamente l'intera comunità contadina e artigiana cui appartiene). A differenza di chi lo circonda (a cominciare dal padre Johann, il cui mondo è irrimediabilmente ristretto, e che considera il figlio soltanto come un pigrone), Jakob è colto e curioso: studia le lingue e le usanze delle popolazioni indios del Brasile (tanto che il suo soprannome nel villaggio diventa presto "l'indiano"), e affida quotidianamente al suo diario i pensieri più intimi e i propositi di cambiamento. Schabbach e l'Hunsrück gli stanno stretti, non sente un legame con la Heimat (il luogo natio): per paradosso, invece, alla fine sarà proprio lui l'unico membro della famiglia a non partire, a rimanere nella casa dove è nato, e a tramandare il nome Simon alle prossime generazioni (è probabilmente il bisnonno del Paul Simon con cui si apriva il primo "Heimat"). Innamorato della giovane Henriette (detta Jettchen), figlia degli abitanti del "mulino che leviga le gemme", la perderà quando questa sposerà giocoforza suo fratello maggiore Gustav Simon, da poco tornato da soldato, in un "matrimonio riparatore". Gustav finirà con l'impadronirsi involontariamente di tutti i sogni di Jakob: non soltanto la ragazza, ma anche il viaggio nelle Americhe, dove si trasferirà per sfuggire alla miseria e alle tragedie come la morte della primogenita Mathildche (ironicamente, proprio la bimba il cui concepimento era stato la causa delle nozze). Jakob deve invece rimanere in patria per fungere da sostegno ai suoi genitori, sempre più vecchi e malati. Ma questo è un pretesto: Jakob è come quegli intellettuali che si aprono mentalmente al mondo ma non lasciano mai fisicamente il proprio luogo di origine, è l'alter ego dello stesso Edgar Reitz, posto ironicamente in contrapposizione con un altro grande regista tedesco suo coetaneo (e con il quale ha condiviso la stagione del Nuovo Cinema Tedesco negli anni settanta), ovvero Werner Herzog: se Herzog è andato in giro per il mondo, a realizzare film e documentari in ogni angolo della Terra (e segnatamente proprio in Brasile: chi non ricorda, fra gli altri, "Fitzcarraldo"?), Reitz è rimasto in patria, a raccontare la "Heimat". Non è certo un caso che proprio Herzog sia stato scelto per interpretare il grande scienziato, esploratore e naturalista Alexander Von Humboldt, con il quale Jakob è in corrispondenza. E chi è il contadino al quale Humboldt chiede indicazioni su dove si trovi Schabbach?: lo stesso Reitz, che si concede un auto-cameo dal forte valore simbolico.

"Ogni cosa a suo tempo", dice Mathilda, la nonna di Jakob (ben nove generazioni prima di Lukas, il figlio di Lulu!). Il film si conclude con l'arrivo di una lettera dal Brasile, nella quale Gustav e Jettchen comunicano di essersi insediati in quel paese, che le cose cominciano ad andare bene, e che la famiglia Simon sta mettendo radici anche lì (senza dubbio i "cugini brasiliani" della famiglia Simon, citati più volte nel primo "Heimat" e che nel 1982 torneranno in patria per il funerale di Maria, non sono altro che i discendenti di Gustav o forse addirittura dello stesso Jakob, visto che Jettchen concede a questi una notte d'amore prima della partenza). La nascita di una figlia brasiliana chiude su una nota di speranza una pellicola che ha mostrato o narrato spesso di bambini che muoiono poco dopo la nascita: Margarethe, la madre di Jakob e Gustav (e dell'altra sorella Lena), afferma di aver dovuto seppellire altri sei figli; una delle scene più tremende è quella del funerale dei tanti piccoli non sopravvissuti al rigido inverno del 1843. Il contesto sociale e storico che fa da sfondo al film, in momenti come questo, sorge in primo piano e diventa uno dei punti di forza della narrazione di Reitz, che è sempre abile a inserire in maniera naturale tanti piccoli accenni e dettagli, frutto indubbiamente di ricerca e documentazione, nelle storie private e personali dei suoi personaggi. I rappresentanti della compagnia commerciale Delrue, che reclutano artigiani e contadini da mandare in Brasile, ne sono solo un esempio. Un altro è dato dalla sottotrama del Barone di Gemünden e dei suoi privilegi feudali (come il "diritto di mescita"), che scatenano la rabbia degli abitanti del villaggio durante la Sagra della Composta. "È sempre stato così", si difendono gli uomini del Barone, proteggendosi dall'ira rivoluzionaria dietro una facciata di immobilismo. Naturalmente Jakob non può che mettersi dalla parte di chi invoca il cambiamento e la liberté, come il giovane incisore Franz Olm con cui condividerà un breve periodo in prigione (uscirà di galera proprio nel giorno in cui si celebrano le nozze di Jettchen e Gustav). E ancora: la breve citazione di un missionario sul Rio Grande, tale Paulino Reitz, realmente esistito e magari – chissà – antenato dello stesso Edgar. Al tempo stesso è fondamentale il momento storico, un periodo di passaggio in cui la modernità era ancora da venire (Gustav e il padre provano a costruire, nella loro bottega, un prototipo di motore a vapore, sotto gli occhi curiosi degli compaesani) e in cui la vita, il lavoro e la sopravvivenza dipendevano ancora quasi esclusivamente dai favori della natura e dal clima: una natura che poteva rivelarsi crudele e tremendamente ostile (numerose sono le scene in cui il forte vento, le piogge o le nevicate si accaniscono contro gli uomini e i raccolti), e in cui il susseguirsi delle stagioni scandisce le attività della comunità (la vendemmia, la semina, la raccolta del lino...). Spesso si cita il Brasile come il luogo dove "non c'è mai l'inverno", perché è questo in fondo che allora contava di più. L'emigrazione diventa una via di fuga da un contesto di difficoltà e una speranza per un mondo migliore ma anche e soprattutto diverso (la scena nel finale in cui i lunghi convogli di carri, carichi di persone e oggetti, attraversano il paesaggio rurale dell'Hunsrück per recarsi verso il porto per imbarcarsi, è forse una delle immagini che rimangono più impresse durante la visione). Nel corso delle quattro ore della pellicola, le nascite, le morti, le tragedie della vita si susseguono senza sosta con un ritmo quasi accelerato. A uscire arricchiti sono anche i tanti personaggi minori, per la cui caratterizzazione spesso bastano a Reitz pochissime scene o linee di dialogo: dai genitori di Jakob agli altri parenti (la saggia nonna, il simpatetico zio); la sorella Lena, che ha sposato un cattolico e per questo motivo è stata ripudiata da Johann ("Le religioni le ha inventate il diavolo. Portano solo discordie", commenta il marito), anche se nel finale ci sarà spazio per la riconciliazione; i bizzarri genitori di Jettchen, in particolare il padre Fürchtegott che non parla da 12 anni (e si suicida il giorno delle nozze della figlia, "l'unica che lo capiva"); e ovviamente Florinchen, l'inseparabile amica di Jettchen, piena di ottimismo e di vitalità, che finirà col diventare la moglie di Jakob (e dunque la bisnonna di Paul), mentre i suoi combattivi fratelli emigreranno a loro volta in Brasile.

Non mancano qua e là echi e riflessi delle saghe precedenti (ma cronologicamente successive). L'irrequietezza di Jakob, il suo desiderio di partire e di cercare una nuova "patria" lontano da Schabbach, ricordano naturalmente personaggi come Paul e Hermann Simon. Il ritorno di Gustav da soldato, dopo due anni di servizio militare nei dragoni, riecheggia quelli dello stesso Paul (dopo la prima guerra mondiale) e di Anton (dopo la seconda). Margot, la bimba zoppa, fa venire in mente Hans, il bimbo privo di un occhio. La scena della cometa del 1843 suscita un parallelo con l'eclissi di sole del 1999. L'ingegnosità della famiglia Simon, che qui traspare dalla costruzione del motore a vapore da parte di Gustav, Johann e poi Jakob, prefigura quella dei membri successivi della famiglia (Paul e Eduard con la radio e la fotografia, Anton con la Simon Optik). La scena dei rilevamenti topografici ci ricorda Otto Wohlleben e il suo assistente Pieritz. E anche il viaggio di Humboldt da Parigi a Berlino, con tanto di sosta a Schabbach (l'esatto punto intermedio del tragitto), ci fa tornare in mente la cavallerizza francese del primo "Heimat". A tutto questo, aggiungiamo l'effetto che fa il vedere i luoghi tante volte apparsi nelle saghe successive, filtrati stavolta da una lente deformante che li mostra proiettati di cento e più anni nel passato: come le strade di Schabbach, la casa dei Simon, il sentiero nei campi, la collina boscosa, la torre di Baldenau in rovina; e l'udire nomi più o meno famigliari (il prete del villaggio si chiama Wiegand: probabilmente è un antenato di Maria). La ricostruzione storica è affascinante e funzionale nel rendere così reale e tangibile il diciannovesimo secolo. Da segnalare che lo scenografo Anton "Toni" Gerg è morto durante le riprese, ed è stato omaggiato in un paio di scene: nel cimitero di Schabbach si vede una croce con il suo nome; e Margarethe, ricordando uno dei figli defunti, lo chiama "Toni, che è morto nel suo letto". L'utilizzo del colore all'interno di una fotografia essenzialmente in bianco e nero (e dai toni plumbei) è sfruttato, grazie al digitale, in maniera più sottile rispetto alla semplice alternanza sfoggiata nei lavori precedenti. Qui appaiono a colori soltanto piccoli particolari e oggetti (i fiori, una lastra di agata, un ferro di cavallo incandescente), che proiettano la loro cromia sul resto del mondo, illuminando per un attimo l'esistenza dei nostri personaggi. La bellezza delle immagini e l'espressività dei volti è accompagnata da una colonna sonora ricca di ritmo e di tonalità basse, decisamente azzeccata. Il compositore è Michael Riessler. Oltre al co-sceneggiatore Gert Heidenreich, ad affiancare l'ormai ottantenne Reitz nella lavorazione del film – e non poteva essere altrimenti – c'è la sua famiglia: il figlio Christian, che ha curato la produzione; e la moglie Salome Kammer (sì, proprio l'interprete di Clarissa in "Heimat 2" e "Heimat 3"), accreditata come aiuto regista. La pellicola è dedicata alla memoria del fratello di Edgar, Guido Reitz, scomparso nel 2008. Nel cast, oltre a tanti giovani esordienti, ci sono alcuni volti già apparsi nelle saghe precedenti: in particolare a interpretare Margarethe, la madre di Jakob, è stata chiamata Marita Breuer, che del primo "Heimat" era la protagonista Maria. Andreas Külzer, nel ruolo del reverendo Wiegand, era Dieter Simon in "Heimat 3". E Julia Prochnow, qui l'ostetrica Sophie, era Moni, sempre in "Heimat 3".

24 marzo 2015

Heimat-Fragmente – Die Frauen (E. Reitz, 2006)

Heimat-Fragmente – Die Frauen
di Edgar Reitz – Germania 2006
con Nicola Schössler, Henry Arnold
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

È un atto d’addio in forma cinematografica. Il cinema funziona come i ricordi. Da un certo punto in poi è il personaggio stesso a riflettere sulla sua propria esistenza, chiedendosi se esiste davvero o se è nato solo all’interno di un film. E verso la fine Lulu si catapulta in una situazione simile a quella in cui mi sono trovato io stesso: nell’ansia e nell’angoscia di dover lasciare un mondo che non riuscivo quasi più a distinguere da quello reale. Perciò le sue ultime parole nel film sono: “Voglio vivere e sono libera”.
(Edgar Reitz)

Sulla soglia dei trent'anni ("La giovinezza finisce quando cominciano i ricordi"), Lulu Simon è in cerca di memorie e forse di un'identità. Con una pala in mano, come per "scavare" nel tempo e nel passato della propria famiglia, la figlia di Hermann si sposta per Schabbach, Monaco di Baviera e la casa sul Reno (ovvero i luoghi dei primi tre "Heimat") per mettere insieme "frammenti" di storie, vicende ed emozioni. "A volte ho la sensazione che tutto sia già accaduto", commenta: e in effetti siamo di fronte essenzialmente a un film di montaggio, con cui Edgar Reitz (con la collaborazione del figlio Christian, accreditato come operatore delle sequenze di raccordo nonché appunto come montatore) recupera una miriade di spezzoni che era stato costretto a tagliare durante la lavorazione delle prime tre saghe e che ha ritrovato durante un trasloco del suo magazzino. Rivediamo così, in tanti brevi momenti più o meno significativi, tutti i personaggi cui eravamo affezionati, con un focus particolare (come suggerisce il sottotitolo) sulle donne: da Maria a Clarissa, da Helga a Schnüsschen, da Olga a Evelyne, passando per Lucie, Martha, Klärchen, Renate, Galina, Esther, Marianne, Dorli e tante altre (il che ci fa rendere conto ancora una volta di come Reitz abbia saputo rendere unici e memorabili anche personaggi che sono apparsi solo per brevi istanti all'interno della saga). "Sono una figlia con molte madri", pensa Lulu a un certo punto, riconoscendo l'importanza e la molteplicità delle figure femminili che l'hanno preceduta. Fra salti avanti e indietro nel tempo (i collegamenti, spesso per associazioni di idee, riguardano più i luoghi in cui Lulu si trova che non la reale sequenza cronologica degli eventi), i frammenti portano alla luce fatti e situazioni che i film precedenti raccontavano "fra le righe", quando addirittura non avevano omesso. Il lavoro quotidiano di Schnüsschen come guida turistica a Monaco (bella la scena del suo incontro con Olga, in compagnia dell'autista del bus); l'arrivo di Pauline e Marie-Goot a casa Cerphal per il matrimonio di Hermann; Evelyne che presenta a Clarissa il suo nuovo fidanzato africano; Galina che confessa a Lulu e Delveau il progetto di aprire un ristorante a San Pietroburgo; Dorli che fa visita a Helga in Baviera; inediti "dietro le quinte" della vita a Schabbach o a Monaco (la festa per i settant'anni di Maria; il viaggio di Hermann a Dülmen; il requiem per la Tana della Volpe; Reinhard e amici al lavoro sul set; i tormenti di Helga; il fugace ritorno di Evelyne a Regensburg; e ancora, momenti con Ernst, Glasisch, Juan, Volker, Ansgar, Alex...). Le scene di raccordo con Lulu sono girate in digitale, e spesso gli spezzoni del passato spuntano dall'inquadratura in maniera surreale (come quando Lulu perfora pareti e superfici con un trapano: "l’archeologia del futuro che scava nel presente"). Il tutto, oltre che un album di ricordi e di frammenti (appunto), assume dunque a tratti un tono metacinematografico, come se fosse Reitz stesso a parlare attraverso i pensieri della protagonista: l'accenno di Lulu che suo padre "a volte cambia faccia", per esempio, è un riferimento al fatto che l'attore che aveva impersonato Hermann quarantenne nell'ultimo episodio del primo "Heimat" ha un volto del tutto differente da quello di Henry Arnold, interprete dello stesso personaggio nei due seguiti. Nel complesso il film è un'interessante appendice alla saga, da considerare come un piccolo e nostalgico regalo per tutti coloro che l'hanno seguita (i neofiti si astengano) o una sorta di "contenuto extra" come quelli dei dvd, che rivela dettagli e momenti che in alcuni casi (si pensi alle scene con Schnüsschen, Olga o Evelyne) è stato un peccato aver dovuto eliminare dagli episodi veri e propri. Ma anche una riflessione sul tempo, sulla famiglia, sui sogni e le paure, oltre che sulla memoria, il cinema e l'immortalità.

2 gennaio 2009

Heimat 3 (Edgar Reitz, 2004)

Heimat 3 - Cronaca di un cambiamento epocale
(Heimat 3 - Chronik einer Zeitenwende)
di Edgar Reitz – Germania 2004
film in sei episodi
***

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Con Henry Arnold (Hermann), Salome Kammer (Clarissa), Michael Kausch (Ernst), Matthias Kniesbeck (Anton), Uwe Steimle (Gunnar), Christian Leonard (Hartmut), Heiko Senst (Tobi), Tom Quaas (Udo), Nicola Schössler (Lulu), Peter Schneider (Tillmann), Constance Wetzel (Mara), Larissa Iwlewa (Galina), Karen Hempel (Petra), Antje Brauner (Jana), Julia Prochnow (Moni), Peter Götz (Loewe), Berthold Korner (Rudi), Christel Schäfer (Lenchen), Patrick Mayer (Matko), Karl-August Dahl (parroco), Rainer Guldener (Böckle), Edith Behleit (la madre di Clarissa), Björn Klein (Arnold), Anke Sevenich (Schnüsschen).

"Nel 1989 la Germania era pervasa da un certo entusiasmo, una disposizione di spirito creativa come accade di rado nella storia. Un decennio dopo tutto è cambiato: la paura del fallimento, della miseria, della disperazione e della perdita di prospettive spirituali domina la scena".
(Edgar Reitz)

"Chi sposa lo spirito del tempo è destinato a rimanere vedovo".
(Anton Simon)

Con il crollo del muro di Berlino e la nascita di una nazione unificata, il concetto di Heimat (patria) viene rimesso in discussione per l'ennesima volta in un secolo, il ventesimo, del quale la Germania è stata protagonista assoluta. Nel terzo capitolo della sua sterminata saga, che riprende molti personaggi dai due film precedenti (Hermann e Clarissa, le due figure centrali di "Heimat 2", restano il filo conduttore anche di questo nuovo lavoro, mentre a sorpresa dal primo "Heimat" ritornano Anton ed Ernst, i due fratellastri di Hermann), Reitz sceglie di raccontare gli anni della riunificazione, quelli che vanno dalla "svolta epocale" del 1989 alla data simbolica del 2000, alba di un nuovo millennio: undici anni nel corso dei quali le speranze e i sogni lasciano progressivamente il posto alla confusione e all'insicurezza. Molti sono anche i personaggi nuovi di zecca, soprattutto immigrati provenienti dall'ex Germania Est e dalle nazioni che più di tutte in quegli anni sono state al centro di cambiamenti (ovvero quelle dell'ex URSS e dell'ex Jugoslavia).
Al centro della storia c'è la splendida casa con vista sul Reno dove si stabiliscono Hermann e Clarissa, che qui finalmente – a quasi trent'anni dal loro primo incontro – riescono a coronare il loro sogno d'amore. La villa diventa la dritte Heimat, il rifugio della terza età, la dimora della maturità, nonché (come la casa natale di Schabbach nel primo film e la "Tana della Volpe" nel secondo) il luogo attorno al quale gravitano i destini di tutti i personaggi. La casa, però, può essere anche vista come il simbolo della Germania unificata, patria comune di popoli che sono rimasti divisi troppo a lungo e che ora cercano a fatica di ricostruire e di condividere destini e ideali. In fondo, anche la nuova Germania è una sorta di terza patria dopo RFT e RDT.
Diciamo subito che la pellicola, seppur bella, non raggiunge le stesse vette dei due capolavori precedenti. Forse anche perché Reitz ha dovuto ridimensionare i suoi piani: "Heimat 3" avrebbe dovuto essere ben più lungo delle 12 ore (e dei 6 episodi) attuali, ma per problemi di budget il regista è stato costretto ad "accorciarlo". Per esempio, l'inizio del primo episodio può sembrare un po' troppo frenetico: nel giro di pochi minuti Hermann e Clarissa si ritrovano dopo vent'anni e decidono subito di andare a vivere insieme. La sceneggiatura originale prevedeva un primo episodio tutto incentrato su di loro, nel quale avrebbero improvvisato un concerto a Berlino per la caduta del Muro; e sarebbero giunti nell'Hunsrück soltanto al termine della puntata, rinviando all'episodio successivo la presentazione degli operai della Germania Est.
Nel complesso la gestazione di questo terzo capitolo è stata molto più problematica delle precedenti: Reitz ha impiegato sette anni per preparare la saga, e altri due per girarla. Ma per fortuna le atmosfere e lo "stile Heimat" (come lo chiama Martin) aiutano a sentirsi subito "a casa" non appena si inizia a vedere il primo spezzone. La voce fuori campo non è più legata a un solo personaggio (come era, quasi sempre, negli episodi di "Heimat 2"): nel primo episodio passa da Hermann a Clarissa, da un punto di vista a all'altro, e in seguito scompare del tutto, rendendo i singoli film molto più corali di quanto fossero quelli delle saghe precedenti. Reitz continua inoltre a unire pubblico e privato, i grandi eventi politici e sportivi alle storie d'amore e di gelosia, le riunificazioni alle separazioni, l'allargamento delle prospettive alla ricerca di uno spazio personale. Ma a tratti il film sembra un'epopea familiare anche più del primo "Heimat", del quale è a ben vedere un seguito molto più di quanto non fosse il secondo.

1 – Il popolo più felice della terra (1989)
Il 9 novembre 1989 (il giorno della caduta del Muro di Berlino), mentre finisce un'epoca e ne inizia un'altra, Hermann e Clarissa si incontrano per caso tra la folla dopo 19 anni. Finalmente, in mezzo all'euforia generale, sembra che sia arrivato il momento giusto per far fiorire anche il loro amore. Le loro carriere di artisti (cantante lei, direttore d'orchestra lui) li hanno portati a esistenze itineranti, a "vivere in stanze d'albergo", senza più legami con i luoghi d'origine o con le rispettive famiglie (entrambi sono divorziati e hanno figli che vedono poco: Lulu, la figlia di Hermann, studia a Colonia, mentre Arnold, il figlio di Clarissa, è diventato uno dei primi hacker informatici e abita a Monaco con la nonna). Ma adesso basta fuggire: la coppia decide di mettere finalmente radici da qualche parte, e così acquista un'antica casa con vista sul Reno, non distante dal villaggio dove è nato Hermann, che in questo modo ha una scusa per tornare finalmente nei luoghi da cui era fuggito da ragazzo. A Schabbach nessuno si è dimenticato di lui e per tutti è come se non se ne fosse mai andato. Ad accoglierlo, oltre all'oste Rudi e a un parroco pacifista (che contesta la vicina presenza di una base americana), ci sono soprattutto i suoi fratellastri Ernst e Anton (entrambi interpretati dagli stessi attori del primo "Heimat"!). Nel frattempo, per ristrutturare la villa (cadente ma considerata "patrimonio artistico" perché secoli prima avrebbe ospitato una poetessa del romanticismo, Karoline von Günderrode), Clarissa decide di assoldare alcuni operai e carpentieri della Germania Est: da Lipsia e da Dresda giungono così nell'Hunsrück dapprima l'esperto Udo e l'emotivo Gunnar, poi l'intraprendente Tobi e il timido Tillmann. L'impatto degli "orientali" con il benessere dell'ovest è ingenuo e devastante, ma nonostante tutto i lavori procedono speditamente. A Natale sono tutti ospiti sulle Alpi nella casa di Reinhold Loewe, l'agente di Hermann. L'ottimismo è alle stelle, la Germania sembra alla vigilia di anni felici e prosperi per tutti. L'evidente attrazione fra Reinhold e Petra, la moglie di Gunnar, scatena però la gelosia di quest'ultimo.
Alcune curiosità: Hermann sembra aver rinunciato alla carriera di compositore e alla musica d'avanguardia, e si dedica esclusivamente alla direzione di un repertorio classico. La madre di Clarissa continua a mettere becco nelle faccende di lei, e osteggia apertamente la sua relazione con Hermann. Anton è ormai il "patriarca" dei Simon, e incontriamo brevemente i suoi cinque figli con i rispettivi coniugi. Nel complesso l'episodio di apertura di questa nuova saga è ottimo, con grandi momenti (come il montaggio alternato fra le esibizioni "artistiche" di Hermann e Clarissa e i lavori di ristrutturazione della casa, o la scena in cui Clarissa intona in macchina l'inno della DDR, al che Udo e Gunnar rispondono con quello della BRD). I nuovi personaggi, ovvero quelli della Germania orientale, sono ben caratterizzati ed entrano subito nel cuore dello spettatore.

2 – Campioni del mondo (1990)
Anche il secondo episodio si apre facendo coincidere un evento "privato" e importante per i personaggi (l'inaugurazione della casa di Hermann e Clarissa, completata a tempo di record in soli sette mesi: le novità vanno di fretta!) con un altro di portata "nazionale" (l'inizio dei mondiali di calcio di Italia '90, che proprio la Germania avrebbe vinto battendo in finale l'Argentina). I quattro manovali dell'Est ricevono la loro gratifica e salutano temporaneamente l'Hunsrück: Reitz ne segue il cammino di due in particolare, Tobi e Gunnar. Il primo viene coinvolto da Ernst nei suoi traffici di opere d'arte e parte con lui in aereo alla volta di una Russia che si prospetta ormai come un mercato aperto: ma in occasione di uno scalo in Germania Est preferisce abbandonare l'affare e tornare dapprima a casa e poi a Schabbach, portandosi dietro una statua di Lenin sottratta a una nazione ormai allo sbando. Il secondo, che sfoggia per quasi tutto l'episodio una maglietta di Andreas Brehme (del quale condivide il cognome) e che è ormai stato definitivamente lasciato dalla moglie Petra, si reca a Berlino, occupa l'appartamento abbandonato da un amico e si getta negli affari, ricevendo una favolosa commessa da parte di un manager della Warner Brothers che vuole importare negli Stati Uniti nientemeno che un milione di frammenti del muro berlinese. Nel frattempo Hermann e Clarissa si godono la loro nuova vita, Arnold si appresta a partire per studiare in America, la salute di Anton peggiora e di Ernst e del suo viaggio in Russia non si hanno più notizie.

3 – Arrivano i russi (1992-1993)
Dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, Ernst – che scopriamo essere rimasto prigioniero in URSS per due anni – può far finalmente ritorno in Germania. E con lui giungono numerosi profughi russi di origine tedesca che sperano così di ritrovare una patria perduta. Fra questi spicca la famiglia di Juri e la sua giovane moglie kazaka Galina, appena diventata madre, che trova presto lavoro come domestica in casa di Anton. Se i russi arrivano, gli americani se ne vanno: la base militare nell'Hunsrück viene abbandonata, con gran gioia dei pacifisti e dei dimostranti guidati dall'eccentrico parroco del paese, e i terreni e i fabbricati lasciati liberi attirano l'attenzione di speculatori e imprenditori. Uno di questi è Hartmut, superficiale e ambizioso figlio di Anton, appassionato di automobili sportive e marito della "cavallerizza" Mara. In forte competizione con il padre, Hartmut vorrebbe dimostrarsi migliore di lui e mettersi in proprio, rilevando la propria parte della ditta di famiglia e dando vita a nuovi stabilimenti. Al rifiuto di Anton, cerca strade alternative: dapprima chiede il sostegno addirittura di Ernst, poi ottiene un prestito dall'ambiguo affarista Böckle. Costui è un "distruttore di aziende", come si definisce quando incontra per caso in treno Hermann (ignorando naturalmente il rapporto di parentela fra lui e il suo socio). Ma i problemi per Hartmut non finiscono qui: proprio mentre la moglie Mara decide di voler finalmente un figlio (che alla sua nascita viene nominato erede universale dal nonno Anton, scatenando il risentimento degli altri figli e nipoti), lui si invaghisce di Galina e in un modo e nell'altro riesce a portarla via al gelosissimo Juri. Nel frattempo Hermann e Clarissa tentano inutilmente di vivere in pace in una villa che sembra davvero infestata dallo spirito della poetessa morta. Mentre Tillmann e la sua compagna Moni continuano a frequentare la casa (Udo e Tobi, invece, rimangono in Germania Est: il primo si dedica alle ristrutturazione delle mansarde, il secondo all'arte paesaggistica) e la capretta Bianca – "adottata" da Hermann e Clarissa nell'episodio precedente – dà alla luce tre piccoli, facciamo anche la conoscenza di Lulu, la spigliata figlia di Hermann, che studia architettura e che si presenta un giorno alla villa in compagnia di due amici, Lutz e Roland, con i quali ha dato vita a una sorta di ménage à trois. Ma il taxi nel quale stanno tornando a casa di notte, dopo aver festeggiato la laurea, si scontra con la Porsche con cui Hartmut e Galina stanno scappando dalla casa di lei. Nel tragico incidente muore Lutz, futuro padre del figlio che Lulu porta in grembo.

4 – Stanno tutti bene (1995)
Nubi grigie si addensano in cielo, un terremoto notturno scuote l'Hunsrück e Hermann si ritrova di colpo ad attraversare un periodo di crisi. Dovrebbe comporre una "sinfonia per la riunificazione", ma il tema preponderante dell'episodio è invece quello della separazione. Dopo sei anni, l'idilliaca convivenza con Clarissa sembra destinata a finire in incomprensioni e litigi. Mentre lui è impantanato creativamente e ormai legato indissolubilmente alla nuova casa, lei rivendica la propria indipendenza artistica e parte per un lungo tour internazionale in compagnia di nuovi amici (fra i quali si annida forse un amante?), con uno spettacolo che lui trova kitsch e di cattivo gusto. Temendo che non tornerà più, Hermann si lascia andare alla depressione e rimane vittima di una serie di incidenti, nel più grave dei quali resta intrappolato con il piede in una tagliola. Prova a riavvicinarsi alla figlia Lulu, che ora vive da sola con il figlio avuto da Lutz, ma lei lo respinge freddamente: la ragazza vede nella famiglia Simon solo ipocrisia e distacco (Anton e Hartmut le elargiscono mille marchi al mese come risarcimento per la morte di Lutz, ma non si fanno mai vedere) e addirittura preferisce usare il nome Simone, come la chiamava sua madre. Ernst propone a Hermann di associarsi a lui per costruire a Schabbach un gigantesco museo con sala da concerto annessa, ma il progetto sembra fin troppo ambizioso e giunge forse nel momento meno opportuno. Nel frattempo, anche nel resto della famiglia Simon la conflittualità è alta: Hartmut, che ha sistemato Galina e suo figlio in una casa a Wiesbaden, ha chiesto il divorzio a Mara che però non intende concederglielo; ha fatto causa al padre Anton per avere la propria parte della Simon Optik, con la quale è ormai in concorrenza attraverso la sua nuova azienda (che però si rivolge al mercato di massa anziché produrre apparecchiature di qualità); ed è a sua volta in contenzioso con i fratelli che non hanno mandato giù il fatto che suo figlio sia stato designato erede universale dal nonno. Ma Anton, che sembrava essersi ormai ripreso dal suo infarto, muore improvvisamente nella notte (e con lui scompare un personaggio che ci teneva compagnia sin dal primo episodio del primo "Heimat", quando era ancora un bambino), costringendo la famiglia a riunirsi attorno al suo capezzale. Hartmut, destinato a dirigere l'azienda di famiglia, tiene un discorso poco incoraggiante ai dipendenti. Il corpo di Anton viene cremato, cosa mai successa prima a Schabbach, e il funerale si svolge senza musica, senza parroco e in forma strettamente privata: non vengono invitati né i dipendenti dell'azienda né i giocatori della squadra di calcio del paese, l'ultima sua vera passione. L'anticonformista Ernst si scaglia invece contro l'ipocrisia della famiglia e, per una volta, si sente vicino al fratello. Alla cerimonia funebre rivediamo a sorpresa Schnüsschen, l'ex moglie di Hermann, giunta lì con il suo nuovo compagno: ma il suo incontro con l'ex marito è sereno. Nella casa sul Reno, dove lo spirito della Günderrode sembra finalmente aver donato a Hermann l'ispirazione (in una sola notte completa la sinfonia e compone anche numerosi lieder su testi della poetessa), ritorna improvvisamente Clarissa: il suo tour è interrotto, ha scoperto di essere malata e forse non potrà più cantare. Da notare il titolo ironico dell'episodio, che oltre che alle vicende dei personaggi pare alludere a quelle della Germania: a sei anni dalla "riunificazione" le cose non sembrano andare per il verso giusto nemmeno al paese, proiettato verso un futuro incerto.

5 – Gli eredi (1997)
Bellissimo episodio incentrato sui temi (già anticipati nelle puntate precedenti, ma qui espliciti sin dal titolo) della paternità, della successione e dell’eredità. Clarissa, malata di tumore, è in ospedale dove si sottopone a pesanti terapie. Proprio in clinica la raggiunge la notizia, con relativo video, del matrimonio di suo figlio Arnold negli Stati Uniti con una compagna di corso del MIT. Nel frattempo Hermann si è riavvicinato a Lulu – che come vedremo lavora a Schabbach per conto di Ernst – e ospita spesso in casa sua il nipotino Lukas, figlio di Lutz. Ma i veri protagonisti dell’episodio sono appunto Ernst, sempre più deciso a costruire un museo a Schabbach (nella sua tenuta presso il Goldbach) per lasciarvi la sua immensa collezione di opere d’arte (Lulu, in quanto architetto, è la direttrice dei lavori), e un nuovo personaggio, il quattordicenne Matko, figlio di un’immigrata slava che nel 1983 lavorava come domestica proprio da Ernst e che ora è tornata a vivere in Bosnia, in mezzo alla guerra. Ernst si affeziona al ragazzo, che gira in motorino per l’Hunsrück ma condivide la sua passione per il volo: gli mostra persino il suo segretissimo sancta sanctorum e intanto incarica un investigatore privato, il signor Meise, di scoprire se possa trattarsi di suo figlio. Ma i lavori per la costruzione del museo vengono osteggiati dall’opinione pubblica, nonostante al comune non venga chiesto nemmeno un centesimo (la costruzione verrà finanziata dalla Comunità Europea). La concessione edilizia viene rifiutata, con grande delusione di Ernst che vede svanire il sogno di lasciare qualcosa di tangibile al proprio paese: decide così di suicidarsi in maniera spettacolare, schiantandosi con il suo aereo contro una parete rocciosa ai bordi del Reno, davanti agli occhi atterriti di Hermann. La ricca eredità di Ernst spetterebbe di diritto ai parenti più prossimi, ossia Hermann, Lulu e i cinque figli di Anton. Tutti sarebbero intenzionati a portare a termine il progetto del museo (anche perché, dopo la sua morte, la popolazione di Schabbach ha cambiato opinione e il comune ha dato nuovamente il via libera), tranne Hartmut: com’era prevedibile, la sua incoscienza, il suo scarso senso degli affari e l’alleanza con il signor Böckle hanno portato la gloriosa Simon Optik al fallimento. Con un disperato bisogno di denaro (l'eredità che Anton ha lasciato a suo figlio Mathias è "congelata" fino a quando il ragazzino non compierà i diciott’anni), Hartmut chiede ai fratelli (con i quali i rapporti ormai sono tesissimi) di vendere la collezione di quadri, ottenendo però un netto rifiuto. Sarà costretto a mettere all’asta ogni sua proprietà, comprese le tanto amate auto d’epoca, e rimarrà senza niente: Mara, la sua ex moglie, lo riaccoglierà però con sé e insieme lasceranno il paese. Nel frattempo l’intrigante Meise si è ormai convinto che Matko sia il vero e unico erede di Ernst: fa tornare sua madre dalla Bosnia, contatta Hermann e sparge la voce in paese. Il giovane, che non aveva mai sognato la ricchezza, diventa il centro dell’attenzione di tutti: i parenti di Ernst vogliono sottoporlo a una prova del dna, i compagni di classe lo emarginano, chiunque sia interessato all'eredità cerca di trascinarlo dalla propria parte. Matko non regge alla pressione, e alla fine sceglie a sua volta il suicidio: subito dopo, si scoprirà che non era affatto il figlio di Ernst.

6 – Congedo da Schabbach (1999-2000)
A Monaco, l'11 agosto 1999, il giorno della grande eclissi solare, ritroviamo Gunnar che deve recarsi in prigione a scontare una condanna a sei mesi per aver causato un incidente stradale. Ma prima si reca a visitare la sua ex famiglia: se Petra – che ormai convive con Reinhold – lo accoglie freddamente, le due figlie adolescenti sono invece incuriosite dall'incontro con il padre che non vedono da molti anni e soprattutto la maggiore lo prende in simpatia (e gli cucina un "Kaiserschmarrn"!). Lo stesso giorno, nella città bavarese, è in programma un concerto di Hermann e Clarissa: la donna, che sembra essersi ristabilita dopo la chemioterapia, canta i testi della poetessa Günderrode che lui ha messo in musica. L'evento è però funestato da una brutta notizia proveniente da Schabbach: Rudi, il locandiere del villaggio, è morto. Mentre Clarissa si trattiene a Monaco in compagnia della madre, che è fuggita dalla casa di riposo in cui si trovava, Hermann si reca al paese per i funerali. Prima della cerimonia si addormenta sotto un grande albero e fa una serie di sogni che tingono oniricamente di soprannaturale questo episodio (proprio come l'ultimo episodio del primo "Heimat", al quale viene fatto riferimento con la scena della bara di Maria lasciata in mezzo alla strada). Più tardi, al cimitero, mentre Hermann si sofferma a guardare le numerose lapidi della famiglia Simon (ripassando così in rassegna nomi come quelli di Katharina, Mathias, Maria, Eduard e Lucie, Horst, Anton ed Ernst), la terra trema e gigantesche voragini si spalancano sotto alcune delle case di Schabbach: la volta che sovrasta le grotte e le cave sotterranee di ardesia ha ceduto: che sia colpa dei lavori che Lulu sta dirigendo per realizzare finalmente il museo di Ernst? Le betoniere vengono dirottate nel tentativo di riempire le buche di cemento, ma la colata finisce con l'intrappolare la cassaforte che conteneva i quadri della collezione, rendendola di fatto irraggiungibile. Mentre Lulu medita se consolarsi accettando l'offerta di matrimonio che le fa il perito d'arte Henri Delveau, Gunnar, ancora in galera, è convinto di poter uscire prima della fine dell'anno, e organizza con gran dispiego di denaro una festa di capodanno presso la casa di Hermann e Clarissa per festeggiare il nuovo millennio e riunire finalmente tutti i vecchi amici dell'Ovest e dell'Est. Tillmann si occupa delle infrastrutture, ma quando il grande giorno arriva Gunnar non è ancora stato rilasciato. Alla festa rivediamo molti personaggi: alcuni hanno nuove famiglie (Galina, sposatasi con un tedesco; Arnold, il figlio di Clarissa, giunto dagli Stati Uniti con la moglie e due figli gemelli), altri sono tornati con quella vecchia (Hartmut, riconciliatosi con Mara e riciclatosi come produttore di vini); alcuni fanno inaspettati "coming out" (Dieter, fratello di Hartmut), altri meditano nuove svolte (Udo, che vorrebbe divorziare per mettersi con una ragazza più giovane). "La vita è un carosello", afferma Galina. Mentre Hermann e Clarissa si promettono fedeltà eterna (e lui le chiede soltanto di restare in salute), Lulu – che ha rifiutato la proposta di Delveau – è travolta dall'incertezza per il futuro. Il nuovo millennio, anziché consolidare felicità e speranze, sembra aprire la porta di un'epoca senza sicurezza. Cosa accadrà in futuro? Solo il tempo lo dirà.

E con queste sensazioni ambivalenti si conclude "Heimat 3". È difficile per ora dire se Reitz realizzerà mai un quarto capitolo della saga. Nel frattempo cercheremo di recuperare "Heimat fragmente", un film di due ore con protagonista Lulu e nel quale il regista ha inserito alcuni spezzoni non usati nelle prime due serie.

19 maggio 2008

Heimat 2 (Edgar Reitz, 1992)

Heimat 2 - Cronaca di una giovinezza (Die zweite Heimat - Chronik einer Jugend)
di Edgar Reitz – Germania 1992
film in tredici episodi
****

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Con Henry Arnold (Hermann Simon), Salome Kammer (Clarissa Lichtblau), Anke Sevenich (Schnüsschen), Noemi Steuer (Helga), Daniel Smith (Juan), Gisela Müller (Evelyne), Michael Seyfried (Ansgar), Armin Fuchs (Volker), Martin Maria Blau (Jean-Marie), Michael Schönborn (Alex), Lena Lesing (Olga), Peter Weiss (Rob), Frank Röth (Stefan), Laszlo I. Kish (Reinhard), Franziska Traub (Renate), Hannelore Hoger (Frau Cerphal), Holger Fuchs (Bernd), Edith Behleit (la madre di Clarissa), Manfred Andrae (Gerold Gattinger), Michael Stephan (Clemens), Hanna Köhler (Frau Moretti), Franziska Stömmer (Frau Ries), Susanne Lothar (Esther), Anna Thalbach (Trixi), Carolin Fink (Kathrin), Alexander May (console Handschuh).

"Il titolo non indica la prosecuzione di Heimat, bensì quel luogo che scegliamo da adulti e nel quale decidiamo di fermarci, e che chiamiamo la seconda patria... Siamo nati due volte, una volta dalle nostre madri e una volta per nostra libera scelta... Il lavoro, le amicizie e la famiglia che ci formiamo sono le caratteristiche di questa patria d'elezione. Essa si fonda sulla nostra decisione. Ma l'amore, l'amicizia, il lavoro sono valori che si disgregano facilmente. Nella seconda patria si vive su un suolo incerto. La nostra tensione verso la libertà è irrinunciabile, ma pericolosa per ogni legame. La seconda patria è sempre una cosa provvisoria".
(Edgar Reitz)

Se il primo "Heimat" aveva l'impronta della saga storico-familiare, questa seconda e altrettanto eccezionale opera (26 ore divise in 13 episodi, la cui durata stavolta è più regolare e omogenea: circa due ore l'uno) non si concentra più sulle vicende di un intero popolo quanto su quelle di una singola generazione, quella composta da coloro che avevano vent'anni durante i turbolenti anni '60. "Cronaca di una giovinezza", recita infatti il sottotitolo: è la gioventù di Hermann Simon, che a 19 anni lascia il suo villaggio natale per trasferirsi a Monaco a studiare musica (proprio come Reitz aveva fatto per andare a studiare cinema: il film è decisamente autobiografico). Il titolo originale, "la seconda patria", si riferisce alla scelta di abbandonare le proprie radici per cercare di formarsi una nuova vita, la "propria" vita, lontano da casa (per nessuno dei numerosi personaggi questo concetto è estremo quanto per Juan, fuggito addirittura dal Cile). La città bavarese, il luogo eletto per questa (ri)fondazione da parte di un gruppo di giovani artisti e intellettuali, fa così da sfondo a un film-fiume avvincente e trascinante, un romanzo di formazione (Bildungsroman) che alterna ancora una volta scene a colori e in bianco/nero, fra ideali e contraddizioni, evoluzioni e drammi. Ogni episodio è dedicato a un diverso personaggio che ne è il filo conduttore e quasi sempre lo introduce con la sua voce narrante (insieme, di volta in volta, a quella di Hermann). Sono assenti invece i riassunti degli episodi precedenti. Tredici film (dedicati a dodici personaggi) possono sembrare tanti, eppure ci sono anche figure che attraversano tutta la saga con notevole risalto senza avere un episodio loro dedicato (Renate, Olga, Volker, Jean-Marie).
Ondeggiando continuamente fra pubblico e privato, fra vicende personali e cambiamenti sociali e storici, il film è sostenuto da una regia attenta e multiforme e soprattutto da un'elevatissima intensità emozionale. Non c'è mai la sensazione di un assestamento, i personaggi sembrano continuamente in mezzo a un guado di trasformazioni ed evoluzioni dinamiche che potrebbero portarli ovunque. Se il valore del primo "Heimat" stava nell'insieme, ovvero nel quadro generale che risultava dalla somma delle sue parti, il secondo eccelle di più nei singoli episodi, molti dei quali sono a tutti gli effetti film autosufficienti e compiuti in sé stessi. "Heimat 2" è anche un'opera molto più "politica" della precedente: lì gli eventi storici venivano subiti passivamente, qui invece si ha spesso la sensazione che i personaggi facciano del proprio meglio per plasmarli o almeno per comprenderli e farne parte in modo più tangibile e consapevole.
Gli attori sono bravissimi, a partire dal protagonista Henry Arnold (che negli extra presenti nel cofanetto di DVD dimostra di padroneggiare un ottimo italiano): volti poco noti ma quasi tutti perfetti nel dare vita a una serie di personaggi che, con il passare del tempo, sembra davvero di conoscere da una vita. La differenza con prodotti quali telefilm, soap opera e telenovelas, naturalmente, sta nel fatto che questi personaggi evolvono, crescono e cambiano con il tempo, senza rimanere immutabili per scelta di marketing come nel caso di molte serie viste sul piccolo schermo.
Qualche parola va spesa anche sulla colonna sonora, molto più importante rispetto al primo "Heimat", visto che gran parte dei protagonisti sono appunto musicisti. Il compositore Nikos Mamangakis ha realizzato una serie di brani originali (per piano, violoncello, flauti, percussioni, orchestra o voci soliste) che brillano per varietà, stile e sperimentazione, ricostruendo perfettamente l'ambiente d'avanguardia di quegli anni. Spesso i brani – che sono stati raccolti in un cofanetto di quattro imperdibili CD (uno per "Heimat", tre per "Heimat 2") – sono stati eseguiti direttamente dagli attori, che Reitz ha scelto anche in base alle loro capacità musicali.
In Germania, a differenza che in Italia, "Heimat 2" ha riscosso meno successo della prima parte, che aveva raccolto attorno a sé un popolo che sentiva l'esigenza di recuperare la propria memoria storica e collettiva: secondo il regista, l'ottimo riscontro ottenuto dall'opera nel nostro paese si deve forse alla maggior affinità degli abitanti mediterranei verso il tema dei giovani artisti e quello del distacco volontario dalle proprie radici familiari.

1 – L'epoca delle prime canzoni (Hermann, 1960)
Il primo capitolo di questa nuova saga si apre e si chiude con una lettera di Klärchen a Hermann e si ricollega direttamente al nono episodio del primo "Heimat", di cui riprende addirittura alcune sequenze (anche se l'attore che interpreta il protagonista è cambiato). Deluso dalla madre Maria e dal fratello Anton, che hanno distrutto il suo primo amore, il giovane Hermann fa a sé stesso tre promesse che cambieranno la sua vita. Primo: non amare più nessuna donna; secondo: andare via da Schabbach per sempre; terzo: dedicare tutto sé stesso all'arte ("La musica sarà la mia seconda patria"). E difatti, non appena si diplomerà nel 1960, lascerà il villaggio per recarsi a Monaco di Baviera a studiare al conservatorio, con l'obiettivo di diventare un compositore. I primi passi nella grande città non sono privi di ostacoli, ma Hermann sembra baciato dalla fortuna: riesce subito a trovare un alloggio (anche se si libererà solo il mese dopo) nella casa di Frau Moretti, corpulenta immigrata ungherese appassionata di canto, e nel frattempo viene ospitato prima dalla timida Renate, studentessa di legge conosciuta per caso, e poi dal compaesano Clemens, batterista jazz, in un appartamento presso una rivendita di carbone; si fa rapidamente alcuni nuovi amici (fra i quali spicca Juan, musicista cileno, giocoliere e poliglotta, che conosce undici lingue, "dieci più la musica"); e soprattutto supera il difficile test di ammissione alla scuola. La città è scossa dalla febbre del nuovo: i giovani studenti di musica, di arte e di cinema si lanciano nelle sperimentazioni e sognano di cambiare il mondo. Hermann conosce Clarissa, affascinante violoncellista della quale si innamora a prima vista, ma anche altri musicisti avanguardisti più anziani di lui (Jean-Marie, direttore d'orchestra, e Volker, compositore) e persino un gruppo di cineasti (Stefan, Reinhard, Rob) che si professano amanti della Nouvelle Vague ("bisogna girare nelle strade, fuori dagli studi e dentro la vita"!). Vergognandosi del suo accento dell'Hunsrück, che lo lega ancora alla "prima patria", cerca di perderlo rapidamente frequentando un corso di dizione.

2 – Due occhi da straniero (Juan, 1960/61)
Mentre Hermann è vittima di una serie di inaspettate vicissitudini (l'appartamento che avrebbe dovuto ospitarlo non si libera più, e così è costretto a rimanere da Clemens; gli viene rubata la valigia contenente tutte le sue composizioni; è preda di una violenta febbre che lo lascia debilitato per parecchi giorni), l'episodio segue le vicende di Juan, che nonostante le sue fin troppe capacità ha fallito l'esame di ammissione al conservatorio ed è indeciso se rimanere a Monaco o ripartire. Innamorato a sua volta di Clarissa, Juan accompagna la ragazza in una breve visita nella sua città natale: anche lei però è in cerca di una "zweite Heimat" e manifesta con tutta la forza il desiderio di staccarsi da quella terra. Per racimolare qualche soldo, Juan, Hermann e altri compagni si esibiscono come musicisti in una villa dell'alta borghesia, mentre il loro gruppo di giovani artisti comincia ad attirare l'interesse di alcuni intellettuali della città: in particolare vengono ospitati dalla signora Cerphal, ricca ereditiera che "colleziona artisti come se fossero francobolli". Hermann riceve anche la visita inaspettata del suo professore del liceo di Simmern, giunto a Monaco con una delle sue studentesse, la giovane Marianne, con cui ha una relazione clandestina: il loro rapporto fa tornare alla mente di Hermann la sua storia con Klara. Nonostante la promessa di non innamorarsi mai più (che non gli impedisce di passare una notte con Renate), il ragazzo non può negare la forte attrazione che prova per Clarissa: ricambiata, perché i due sanno di essere molto simili l'uno all'altra. Di sfuggita incontriamo alcuni nuovi personaggi: l'attrice Olga, amica del regista Stefan, l'intellettuale Alex e lo studente di medicina Ansgar, con il quale Hermann lavora per un breve periodo alla ARRI (storica fabbrica di obiettivi e di macchine da presa). Nel finale, ricoperto dalla prima neve dell'inverno, Edel muore assiderato. Era il filosofo ubriacone incontrato da Hermann in treno nel primo episodio: già pensavamo che ci avrebbe accompagnato per tutta la saga, come una sorta di novello Glasisch.

3 – Gelosia e orgoglio (Evelyne, 1961)
È il bellissimo episodio con cui anche questo secondo "Heimat" mi ha definitivamente conquistato. Introduce un nuovo personaggio, Evelyne, nipote di quella signora Cerphal che ospita frequentemente nella sua villa, la Fuchsbau (la "tana della volpe"), i giovani artisti di Monaco (compresi Hermann, Clarissa e Juan). Anche Evelyne, dopo la morte del padre e la scoperta di non essere figlia della donna che fino ad allora aveva considerato sua madre, decide di abbandonare il proprio luogo di origine (il paesino di Neuburg sul Danubio) per trasferirsi a Schwabing, il quartiere universitario di Monaco. Ospite della zia, progetta di studiare musica e di cercare notizie sulla sua vera madre, morta durante la guerra. Nella villa entra in contatto con il gruppo di artisti, affascina tutti (soprattutto Hermann) con il proprio canto e la voce bassa e calda, e si innamora – ricambiata – del cinico Ansgar. Quasi tutta la prima parte dell'episodio si svolge in una sola nottata (e non a caso nei dialoghi si accenna a "La notte" di Antonioni, appena uscito al cinema): nella villa viene proiettato un documentario sperimentale di Stefan, Rob e Reinhard e abbiamo l'occasione per conoscere meglio altri componenti del gruppo di artisti: fra questi c'è Helga, poetessa che improvvisa composizioni sul suono delle parole. Interessante è anche il personaggio di Gerold Gattinger, amministratore della villa, che i ragazzi sospettano di un passato da nazista (e l'ombra del nazismo si stende anche sulla ricchezza dei Cerphal: la casa apparteneva originariamente a un ebreo, Goldbaum, amico di famiglia). Anche Renate, che confessa di avere velleità artistiche da cantante o da attrice, comincia a frequentare il gruppo. Hermann ha una lite con Juan, geloso del suo rapporto con Clarissa, la quale a sua volta abbandona la festa in un moto d'orgoglio dopo aver assistito a un bacio fra Hermann e Helga. L'amore fra Clarissa e Hermann (che compone per lei un concerto per violoncello) è ormai evidente: se lo dichiarano reciprocamente in due lettere scritte in fretta e furia, che forse non verranno mai lette dai rispettivi destinatari. Il giorno seguente Evelyne e Ansgar ripercorrono il tragitto compiuto dai genitori della ragazza nel giorno in cui lei era stata concepita. Nel frattempo viene innalzato il muro di Berlino. L'episodio si chiude con i giovani cineasti che attaccano ovunque adesivi con il loro slogan rivoluzionario: "Papas Kino is tot", "il cinema dei padri è morto" (il motto del manifesto di Oberhausen, di cui faceva parte lo stesso Reitz).

4 – La morte di Ansgar (Ansgar, 1961/62)
Se la relazione romantica fra Ansgar ed Evelyne sembra essere diventata un punto di riferimento per tutti loro amici ("Il loro amore aveva il sapore dell'eternità"), quella fra Hermann e Clarissa continua a essere incompiuta e tormentata. La ragazza, che si assenta da Monaco per quasi due mesi, viene celebrata come una nuova stella del firmamento musicale quando vince un concorso di violoncello e suona addirittura alla radio il concerto composto per lei da Hermann, il cui nome non viene invece nemmeno menzionato dai critici musicali. Il ragazzo soffre a rimanere nell'ombra, nonostante abbia ricevuto la lettera che Clarissa gli aveva spedito nell'episodio precedente. Clarissa suona ora con un antico strumento italiano donatole dal Dottor K., un misterioso personaggio di mezza età invaghito di lei (scopriremo più avanti che si tratta del dottor Kirchmeier, amico di famiglia). Nel frattempo alla "tana della volpe" la vita continua: Reinhard gioca con un fucile dichiarando il proprio amore per il cinema western, Olga non riesce a rassegnarsi all'idea di essere stata lasciata da Ansgar e si affida pericolosamente alle droghe, Helga presenta al gruppo la sua amica d'infanzia Dorli. Hermann, che mette in scena una composizione goliardica e virtuosistica per Frau Moretti, deve abbandonare l'appartamento che divideva con Clemens perché Josef il carbonaio ha cessato la sua attività e viene infine accolto a dimorare direttamente in casa Cerphal. Ansgar, dopo aver cacciato a male parole i genitori bacchettoni e possessivi che erano venuti a trovarlo (e che continuavano a lodare i suoi tentativi giovanili di diventare un artista), muore infine – come rivelato dal titolo spoileroso – in un banale incidente: il suo piede rimane agganciato a un tram nel quale prestava servizio come controllore. La morte aveva sempre aleggiato su di lui, nei suoi discorsi cinici e nell'immagine dello scheletro che faceva mostra di sé in casa sua (ricordiamoci che studiava medicina!). È Evelyne a portare la tragica notizia agli amici, interrompendo una festa di carnevale. "Adesso abbiamo i nostri primi morti a Monaco", commentano Hermann e Juan al cimitero. La seconda patria comincia ad avere solide e tristi fondamenta.

5 – Il gioco con la libertà (Helga, 1962)
Questo episodio molto bello e pieno di tensione si incentra quasi esclusivamente su Hermann e Helga (gli altri personaggi compaiono brevemente soltanto nel finale), il cui rapporto sembra farsi sempre più stretto. Mentre Hermann dà lezioni private di pianoforte al piccolo Tommy, figlio di un'eccentrica e facoltosa coppia che lo invita a trascorrere con loro le imminenti vacanze al mare (siamo infatti all'inizio dell'estate), lui e Helga rimangono coinvolti nei disordini della Leopoldstrasse a Schwabing, con la polizia che si scaglia contro gli studenti e i suonatori ambulanti. Di fronte ai tumulti, i ragazzi acquisiscono di colpo consapevolezza dell'intolleranza che serpeggia fra la borghesia nei confronti della gioventù e delle novità, e Reitz ne approfitta per mettere in scena una forte perturbazione atmosferica che riflette i moti dell'animo dei personaggi. Presa da un'inspiegabile nostalgia, Helga fa ritorno al suo paese d'origine, Dulmen, dove facciamo la conoscenza dei suoi genitori (e per l'ennesima volta capiamo perché i personaggi di "Heimat 2" scelgano di abbandonare i luoghi natali: l'insofferenza di Helga per i valori borghesi, ottusi e reazionari del padre è manifesta). Più tardi a Dulmen ci capita anche Hermann, in fuga da Monaco dopo uno scontro con la polizia nel quale ci ha rimesso la chitarra e diretto verso il mare, deciso ad accettare l'offerta dei genitori di Tommy. Il ragazzo, che continua a riscuotere un notevole successo con le donne, viene ospitato da Helga e dalle sue amiche Dorli e Marianne, con le quali si dedica a un festino notturno a base di dolci, musica e baci. Ma nonostante sia Helga a dichiarargli il proprio amore, Hermann preferisce passare la notte con Marianne, sposata e con due figlie, che con i suoi undici anni in più non può non ricordargli Klara. Il ritorno alla Fuchsbau, a fine episodio, è come l'uscita da un sogno, al termine del quale riappare Clarissa con i polsi fasciati per il troppo esercizio con il violoncello.

6 – Noi figli di Kennedy (Alex, 1963)
Un altro magnifico episodio, che si apre con uno struggente lieder e si svolge completamente nell'arco di una sola giornata, il 23 novembre 1963, data dell'assassinio di J.F. Kennedy (a confermare una volta di più come l'intreccio fra le vicende private e quelle pubbliche permei tutta la saga di Reitz). Se a Dallas splende il sole, a Monaco piove e le cornacchie volano basse nel cielo plumbeo. Il filo conduttore del capitolo è un personaggio di cui finora sapevamo ben poco: Alex, filosofo squattrinato ed eterno studente, pur essendo il più anziano del gruppo. Solitamente dorme fino a mezzogiorno perché è convinto che i peggiori crimini dell'umanità vengano commessi di mattina, ma stavolta si sveglia presto, deciso a "mettere alla prova" i suoi amici cercando – inutilmente – di ottenere un prestito da ciascuno di loro. Alla fine sarà il destino a fargli trovare 150 marchi abbandonati da uno sconosciuto in una cabina telefonica. Il momento è delicato: il gruppo sta mostrando alcune crepe (forse cominciate dopo la morte di Ansgar: a proposito, che fine ha fatto Evelyne, che non si vede più da allora?), un albero morto si abbatte sulla veranda della Fuchsbau e le sue fronde penetrano nella stanza di Hermann. La signora Cerphal medita addirittura di vendere la villa. Hermann affigge per le strade i manifesti del suo prossimo concerto, dal quale ha dovuto eliminare la parte per violoncello perché Clarissa si è tirata indietro. La ragazza ha i suoi problemi: è incinta, chiede del denaro a Hermann per abortire (senza rivelargli il motivo) e poi mette Volker e Jean-Marie di fronte ai fatti: il figlio è di uno di loro, ma lei non ama nessuno dei due. L'aborto clandestino (in Germania l'interruzione di gravidanza era ancora vietata) avverrà in uno squallido studio di un medico fuori città. Nel frattempo a Monaco è giunta Waltraud, detta Schnüsschen, compaesana dell'Hunsrück ed ex compagna di liceo di Hermann (era la ragazza che gli aveva insegnato a baciare a 15 anni, nell'ottavo episodio del primo "Heimat"!). Ora fa la guida turistica e porta a spasso un torpedone di americani. Alex, nel suo girovagare, giunge sul set dove il trio dei giovani cineasti sta girando il remake di una scena de "La notte" di Antonioni. Stefan (regista) e Reinhard (sceneggiatore) litigano furiosamente su alcune scelte artistiche (faranno più tardi la pace davanti a una pentola di gulasch). Olga, raffreddata, si autoscatta delle foto in costume da bagno da inviare a Roma per un provino, poi discute con Helga (che continua a struggersi d'amore per Hermann) di genio e mediocrità, aiutandola a chiarirsi le idee nella maniera più crudele. Juan cucina empanadas per Hermann e Schnüsschen, poi vanno tutti e tre al cinema a vedere il monumentale "Cleopatra" di Joseph L. Mankiewicz. Ma lo spettacolo viene interrotto dal direttore della sala per annunciare la notizia della morte di Kennedy (proprio come all'inizio di "Evita": mi sono chiesto se oggi potrebbe ancora accadere una cosa del genere, e mi sono risposto di no). Alex e Stefan si recano da Helga per informarla dell'attentato, scoprono che ha tentato il suicidio ingerendo dei barbiturici e riescono a salvarla. Renate canta l'aria di Barbarina dalle "Nozze di Figaro" e fa amicizia con Bernd, l'organizzatore delle riprese sul set del film di Stefan. Alla fine tutti (tranne Clarissa) si ritroveranno storditi e affranti alla Fuchsbau a riflettere sugli avvenimenti della giornata.

7 – I lupi di Natale (Clarissa, 1963)
Ancora un capitolo molto intenso, che finalmente riporta Clarissa al centro dell'attenzione. Sono trascorsi soltanto pochi giorni dalla conclusione dell'episodio precedente e la ragazza, che deve continuare a fare i conti con la tipica tendinite dei violoncellisti, si ammala e viene ricoverata all'ospedale per una setticemia: si tratta di una conseguenza del suo aborto clandestino, che così viene alla luce, suscitando la riprovazione della madre che accusa lei di essere un'assassina e Volker, giunto a trovarla in ospedale, di avere le responsabilità dell'accaduto. Nel frattempo Hermann dirige finalmente il suo concerto, nel quale Evelyne canta e il violoncello di Clarissa è in scena muto e ricoperto da un telo. Le dinamiche del gruppo continuano ad agitarsi e a dare vita a nuove coppie: Renate e Juan (ma tutto lascia intendere che non funzionerà: Juan, che annuncia ancora di voler tornare in Cile, è troppo franco e irritante per la ragazza), Helga e Stefan (che trascorrono la notte di Natale in una baita fra le montagne, ma anche in questo caso il legame non promette bene: lei – sempre più interessata alla politica – è troppo polemica e "complicata" per lui) e soprattutto Hermann e Schnüsschen: al ragazzo sembra di trovare in lei (che rappresenta ormai il suo unico legame con l'Hunsrück) quel calore e quella semplicità che non vede nelle artiste sofisticate e metropolitane come Clarissa e Helga. Dopo il concerto, nessuno va alla Fuchsbau per festeggiare, e Hermann ci rimane male ("Non si fa musica solo per sé stessi"). A Natale, Clarissa – che sta leggendo "L'uomo senza qualità" di Musil – si taglia i capelli e fugge dall'ospedale. Dopo aver cercato inutilmente Jean-Marie e Volker (sono entrambi a Strasburgo, il secondo ospite nella villa del primo), si reca da Hermann e lo trova solo e infreddolito perché ha finito il carbone per la stufa. Hermann si ferisce la mano sfasciando la staccionata della villa per procurarsi legna da ardere e annuncia a Clarissa che sta meditando di sposarsi con Schnüsschen. I due giovani ammettono di amarsi ma anche di non poter fare a meno di fuggire l'uno dall'altro, e infine si coricano affiancati, come due lupi che dormono insieme senza sbranarsi.

8 – Il matrimonio (Schnüsschen, 1964)
Se la problematica Clarissa (nella cui mente la musica e il trauma dell'aborto si fondono dando vita a sogni surreali e angoscianti) è ormai fonte per lui di incubi e inquietudini, la compagnia di Schnüsschen rappresenta invece per Hermann – che non torna a casa da quattro anni e afferma di non sentirne la mancanza – un mezzo per placare quella nostalgia inconfessata verso la prima patria e verso un mondo semplice e sereno che a Monaco, nonostante le soddisfazioni intellettuali, sembra mancare. Dopo aver trascorso il capodanno del 1964 nel caldo ambiente familiare, a maggio Schnüsschen convince Hermann a passare una serata con lei come babysitter per i bambini di una coppia di ricchi amici, Rolf ed Elisabeth (una fotografa dilettante), fra dischi dei Beatles e arredi giapponesi. Vista la sintonia che sembra unirli e sperimentati i piaceri della vita familiare, i due decidono di cercare un appartamento in affitto per vivere insieme: pur di ottenerlo dichiarano di essere in procinto di sposarsi, ma ben presto da semplice scherzo l'idea assume contorni concreti. Il 22 luglio Hermann e Schnüsschen si uniscono in matrimonio, con una cerimonia civile! Lo stesso giorno, Clarissa si trova a Parigi per un provino che, superato, il mese successivo la condurrà a suonare in America. Ma nel frattempo la ragazza rientra velocemente a Monaco per presentarsi alla Fuchsbau alla cena di nozze dell'amico, proprio quando ormai nessuno pensava di rivederla (il suo posto a tavola era stato naturalmente predisposto in mezzo a Jean-Marie e Volker, "la santa trinità"). Durante la festa c'è un breve ritorno alle atmosfere dell'Hunsrück (se Hermann non va a Schabbach, è Schabbach a venire da lui: dal lontano paese giungono infatti – insieme a una nipotina – la zia Pauline e la prozia Marie-Goot, interpretate dalle stesse attrici del primo "Heimat"!), si rivedono anche Clemens e Bernd, mentre nel gruppo degli amici ci sono nuovi assestamenti: Renate ha ormai adocchiato definitivamente Bernd; Frau Moretti si interessa all'anziano dottor Bretschneider; Evelyne si presenta con un ragazzo africano di colore che aveva incontrato nell'episodio precedente; Juan arriva con una bionda finlandese, Anniki, che però sembra gradire il corteggiamento di Rob lasciando il cileno nella sua inquieta e pensierosa solitudine; Helga si concede letteralmente al primo venuto, Wladimir, trombettista della banda musicale di Clemens, scatenando la gelosia e il rancore di Stefan; Reinhard gioca con Olga; Volker dichiara nuovamente il proprio amore a una Clarissa annoiata e sopraffatta dai rimpianti; Jean-Marie flirta con una cameriera. Dopo che gli sposi e i parenti hanno lasciato la villa per raggiungere il nuovo appartamento, le tensioni esplodono: Elisabeth e Rolf hanno un violento e inaspettato litigio; Juan tenta addirittura il suicidio con il fucile di Reinhard, che lo salva appena in tempo; Stefan, dopo una scenata con Olga e Wladimir, si azzuffa pure con Reinhard; e la signora Cerphal, stanca e delusa da tutti, minaccia di non voler più accoglierli in casa sua. È la fine di un'epoca?

9 – L'eterna figlia (La signorina Cerphal, 1965)
Da un anno Frau Cerphal ha ormai chiuso le porte della Fuchsbau ai suoi artisti, che si sono dispersi e hanno preso tutti strade diverse. La donna, delusa dalla gioventù, rimpiange di non essere nata nel Settecento ("A quei tempi contava soltanto il genio, a quindici anni come a cinquanta"). Solo Juan ha mantenuto il diritto di restare nella casa, ospite nella stanza che fu di Hermann, e viene impegnato in lavoretti lunghi e inutili come la pavimentazione del vialetto con un disegno di stampo precolombiano, nella speranza di sviare i suoi pensieri da un nuovo tentativo di suicidio. Con il suo silenzio e la sua franchezza (è lui a definire l'immatura Frau Cerphal con il termine che dà il titolo all'episodio), il sudamericano sembra comunque fuori posto ovunque si trovi. Per distrarlo, Alex lo conduce nel locale notturno aperto da Renate e Bernd (a tema marinaro: "Renate's U-Boot"), dove la ragazza – con entusiasmo e tanta faccia tosta – si esibisce come cantante e danzatrice. Qui scopriamo che Helga è in attesa di un figlio, che però non è di Stefan (presente nel locale in compagnia della sua montatrice Dagmar): forse di Wladimir? Frattanto Clarissa torna trionfalmente dall'America, ma il suo amato violoncello viene danneggiato durante il trasporto in aereo. Il dottor K. la accoglie con il consueto (e ambiguo) affetto, mentre la madre le rivela che Volker (da lei definito "depravato" solo due episodi prima) è diventato un pianista di successo e che dunque ora non vedrebbe più di cattivo occhio una loro relazione. In effetti Volker, che si è anche fatto crescere i baffi, è protagonista di un grande concerto nella sala dell'università dove esegue – sotto la direzione di Jean-Marie – il concerto per mano sinistra di Ravel. Anche il padre di Frau Cerphal può usare soltanto la mano sinistra (l'altra è paralizzata) per scrivere le sue ultime volontà dal letto d'ospedale: e ordina alla figlia di terminare gli studi se vuole ricevere l'eredità, ma anche di far sparire dal suo ufficio nella casa editrice di famiglia documenti e foto compromettenti che rivelano il suo coinvolgimento con il nazismo. Come avevamo intuito molti episodi fa, la Fuchsbau era di proprietà del socio ebreo di Cerphal, Goldbaum, che l'aveva intestata all'amico con la promessa di riprenderla dopo la guerra: ma Goldbaum e la figlia Edith – la miglior amica di Frau Cerphal – finirono a Dachau, e la casa non fu mai restituita ai loro eredi. In ogni caso, dopo la morte del padre (che avviene nell'esatto istante in cui la figlia spara – involontariamente? – un colpo di pistola contro la sua poltrona), Frau Cerphal si ritrova a fare i conti anche con il proprio passato, con i vent'anni (dalla fine della guerra a oggi) trascorsi senza far nulla, nella rimozione di ogni sentimento e di ogni esperienza "adulta", e decide di vendere la proprietà, che nel frattempo si era trasformata occasionalmente nel punto di ritrovo di Helga e della sua combriccola di attivisti politici.
È l'episodio in cui Hermann compare di meno, anche se scopriamo grandi novità che lo riguardano: ha terminato gli studi (e usa il diploma come pezzo di carta per ripararsi dalla pioggia), vive insieme alla moglie nel nuovo appartamento (hanno anche un inquilino) e da quattro mesi è padre di una bambina, evidentemente concepita durante quella notte a casa di Elisabeth e Rolf: scopriremo poi che si chiama Lulu, come il personaggio di Wedekind e Berg, ma in questo episodio la madre la chiama Simona. Schnüsschen teme che lei e la bambina possano distogliere Hermann dalla sua arte, senza capire che inconsapevolmente il ragazzo è proprio alla ricerca di una vita normale e "privata". In tutto l'episodio non incrocia mai i vecchi amici, mentre invece Schnüsschen incontra per strada Clarissa e le mostra con orgoglio la bambina. "È la figlia di Hermann?", chiede Clarissa. "Sì... e mia", replica Schnüsschen, più con orgoglio che con malizia.

10 – La fine del futuro (Reinhard, 1966)
Ennesimo bellissimo episodio. Un altro anno è passato, Reinhard e Rob sono appena tornati da un lungo viaggio in Messico e in America del Sud, dove hanno girato un documentario, e scoprono che la "tana della volpe" è stata improvvisamente demolita, nel corso di una sola notte, da alcuni speculatori edilizi. A Reinhard (che soffre anche per la "Vendetta di Montezuma") la cosa non va giù: il passato sembra ridimensionarsi (la villa era così piccola?), il presente è sfuggente e irrappresentabile, il futuro arriva troppo in fretta. Da buon documentarista decide così di fare qualcosa per salvare la memoria, scrivendo una sceneggiatura sulla scomparsa della casa (per la quale Hermann ha composto un bizzarro requiem che offre agli amici una delle rare possibilità di tornare a incontrarsi davanti alle macerie). Volendo rintracciare Frau Cerphal per chiederle un finanziamento, il cineasta si reca a Venezia dove vive nientemeno che Esther Goldbaum, figlia del nazista Gerold Gattinger e dell'ebrea Edith, l'amica di famiglia che era morta a Dachau. Fra Reinhard e la ragazza, che lavora come fotografa d'arte, scocca la scintilla. Mentre apprendiamo che la signora Cerphal ha perso tutto il denaro ricavato dalla vendita della casa in un investimento sbagliato, Reinhard si trattiene a Venezia per diverse settimane fino a quando non ha terminato la sceneggiatura, che ora verte completamente sulla storia di Esther. Le scene che Reitz ambienta nella città italiana sono belle e ricche di fascino, sospese fra atmosfere da noir americano (cui contribuisce la figura massiccia di Reinhard in canottiera che lavora alla macchina da scrivere), decadenti e viscontiane. Nel frattempo Hermann e Schnüsschen non sono gli unici ad aver sperimentato le "gioie" della paternità: anche Helga ha dato alla luce una bambina, e soprattutto lo ha fatto Clarissa, che ha donato un figlio (Arnold) a Volker, benché i due non siano ancora sposati. Naturalmente né Helga né Clarissa sono madri perfette: la seconda, in particolare, sente il proprio bambino come un perfetto estraneo e confessa ancora una volta (alla madre e a sé stessa) di non amare affatto Volker. Juan annuncia per l'ennesima volta la sua intenzione di lasciare la Germania, Renate si esibisce nuda in una vasca nel suo locale (dove risuonano le note di "Yesterday" e Alex prosegue il suo vuoto filosofeggiare), mentre Olga si appresta a recitare il ruolo di protagonista nel film di Reinhard, mandando su tutte le furie la quindicenne Trixi, sorella della montatrice Dagmar, che si illudeva di farlo lei e che aveva una cotta per Reinhard. L'episodio si conclude però con una misteriosa e inaspettata tragedia, in qualche modo preannunciata dall'acqua alta che allagava piazza San Marco al momento della partenza del cineasta per la Germania: prima di poter iniziare le riprese del suo film, Reinhard scompare cadendo da una barca nelle acque dell'Ammersee, e la polizia e i sommozzatori cercano inutilmente le sue tracce.

11 – L'epoca del silenzio (Rob, 1967/68)
Rob non ama le parole, preferisce comunicare con i silenzi, le immagini e lo sguardo: per questo motivo ha scelto di diventare cameraman. All'inizio dell'episodio lo troviamo sulle rive dell'Ammersee, dove risiede la sua famiglia, mentre va a caccia con il padre, un guardiaboschi. Qui incontra Esther, giunta da Venezia per fotografare il lago, ovvero la tomba di Reinhard ("ora è diventato lui stesso una storia"). In seguito vedremo la ragazza recarsi con il padre Gerold a Dachau (in un inutile pellegrinaggio nel luogo dove è morta la madre), poi alla casa editrice di famiglia (dove Frau Cerphal sta facendo scrivere a due studenti la propria tesi di laurea) e infine ad "ammirare" l'orribile condominio costruito al posto della Fuchsbau (Gerold possiede i due piani superiori e promette di lasciarle in eredità tre o quattro appartamenti). Hermann intanto se la passa male dal punto di vista economico e ha ripreso a suonare nei locali con il gruppo di Clemens: non compone da tempo e non vede più gli amici, tranne Helga che ogni tanto gli piomba in casa con la sua cricca di attivisti politici della sinistra alternativa, fra i quali spicca la bella Kathrin. Ma una sua vecchia composizione per un documentario pubblicitario vince un premio al festival di Cannes e gli dona un po' di notorietà. A questo punto si fa vivo un nuovo personaggio, il ricco e bizzarro console Handschuh, ex compositore e proprietario della Isarfilm, che vuole dare una possibilità creativa a giovani in vena di sperimentare. Handschuh si offre di costruire per Hermann uno studio di musica elettronica e gli propone di coinvolgere anche Rob nella progettazione del Varia-Vision, un'installazione audiovisiva che ambisce a diventare il cinema del futuro. Anche Helga vi collabora con alcuni testi, mentre Volker – non più baffuto – ci rimane male per essere stato escluso e critica la deriva stilistica di Hermann. Forse il suo rapporto con Clarissa, che nel frattempo ha sposato, non va così bene: Volker tenta addirittura un goffo approccio a Schnüsschen, che rifiuta, anche se a sua volta si sente sola. La ragazza si confida con Clarissa: non vede quasi mai Hermann, troppo impegnato con il suo lavoro, ma soprattutto si sente infelice e irrealizzata e confessa di avere sogni e aspirazioni artistiche di cui nessuno sembra accorgersi. Mentre Hermann tradisce per una notte Schnüsschen con Erika, la segretaria di produzione del Varia-Vision, Rob va in giro a riprendere immagini in compagnia di Zielke, anziano regista refrattario alle sperimentazioni che durante la guerra aveva girato pellicole di propaganda in Russia filmando le ritirate come fossero avanzate (non sarà mica quello che aveva Anton alle proprie dipendenze nel primo "Heimat"?). Nell'anniversario della morte di Reinhard, quasi tutti – comprese Dagmar e Trixi – si ritrovano sulla riva del lago. Il giorno dell'inaugurazione del Varia-Vision, invece, un corto circuito manda tutto all'aria e Rob rimane abbagliato dallo scoppio di una lampada. Riacquisterà la vista qualche giorno dopo, davanti all'Ammersee, mentre Esther su una barca fotografa "la tomba di Reinhard" in un ultimo tentativo di catturare una realtà sfuggente attraverso le immagini.

12 – L'epoca delle molte parole (Stefan, 1968/69)
Dopo un episodio dedicato alle immagini e ai silenzi, eccone uno dominato dal caos delle parole: sono gli anni della contestazione giovanile, caratterizzati da un'infinità di slogan, opinioni e discorsi politici. Ognuno vuole dire la sua, cresce la confusione, persino Helga inizia a sentirsi a disagio in compagnia dei suoi amici attivisti, forse perché sta meditando scelte ancora più radicali. Stefan è sempre stato un personaggio un po' superficiale, e anche nell'episodio a lui dedicato non viene particolarmente approfondito: forse c'è comunque poco da approfondire, visto che sembra rifiutare il confronto con gli altri per rifugiarsi in un'idea di genio creativo chiuso al mondo e alle emozioni esterne. Il film si apre con il suo viaggio in auto verso Berlino, attraverso la Germania Est, in compagnia di Olga. Lì lo attendono Bernd, Rob e il resto della troupe per iniziare a girare (con un finanziamento pubblico) il film tratto dalla sceneggiatura di Reinhard. Ma Stefan si attarda a fare mille modifiche al copione (forse per "intellettualizzare" le passioni di Reinhard) e nel frattempo la troupe, sobillata da Helga, inizia a discutere sul ruolo del regista come unico autore dell'opera e se non sia meglio un approccio collettivo e "democratico" al processo creativo. È tempo di cambiamenti e di rivoluzioni anche a Monaco, dove Clarissa – che ha rinunciato ormai definitivamente al violoncello – scopre la propria vocazione di cantante grazie a Camilla, un'amica americana hippy e con l'anima da "strega". Hermann invece lavora ormai da mesi nello studio del console Handschuch e ha prodotto musichette per commercial di successo. Per premiarlo, il console gli regala due mesi di tempo per dare liberamente sfogo alla propria arte senza doversi preoccupare di comporre musica su commissione. Ma l'irrequieto Hermann è in crisi creativa, si sente inadeguato: "I Beatles sono mille volte meglio di noi, la musica leggera ci ha sorpassato", si sfoga con l'assistente Gross. Inoltre il suo rapporto con Schnüsschen non va bene: la moglie, nel tentativo di realizzarsi pienamente e uscire da un ruolo che sente stretto, si è iscritta all'università, studia psicologia, collabora con un centro di recupero per tossicodipendenti e spesso porta in casa giovani poco raccomandabili. Il domicilio coniugale, che per Hermann doveva essere un'oasi di tranquillità, diventa caotico e quasi invivibile (a un certo punto ci capita persino Trixi, che ora frequenta un giovane drogato e che si impossessa delle chiavi per svaligiare l'appartamento). Dopo una furiosa lite con Schnüsschen, Hermann fugge impulsivamente a Berlino dove l'aveva invitato Kathrin, l'amica di Helga, e soggiorna con lei per qualche giorno in una comune, sperimentando droghe e sesso libero. Nel frattempo il film di Stefan non procede: e quando alcuni produttori americani gli offrono una forte somma per ritardare l'inizio delle riprese (vorrebbero a propria disposizione l'attore che deve interpretare la parte di Gattinger), il regista ne approfitta per mandare tutto all'aria e tornarsene a Monaco, con gran costernazione di Rob che ritiene così rotta la loro amicizia. Schnüsschen cerca Hermann ovunque, anche al locale di Renate (proprio nella notte in cui Neil Armstrong sbarca sulla Luna), ma quando il ragazzo – stordito dalla sua prima esperienza con gli stupefacenti – torna a casa, non la trova più. Il film si conclude con Hermann che parte con sua figlia Lulu per un viaggio in treno, rifugiandosi fra le montagne e difendendosi così dall'ondata di caos revisionistico ("il nazifascismo dei sentimenti").

13 – L'arte o la vita (Hermann e Clarissa, 1970)
Immerso nei rumorosi festeggiamenti dell’Oktoberfest, e dopo aver provato a sperimentare come un sordo percepirebbe la festa (in una scena che ne ricorda una analoga dell’episodio conclusivo del primo “Heimat”), il trentenne Hermann si sente irrealizzato e impotente e si ritrova improvvisamente a riflettere su quel che ne è stato della propria vita e del proprio talento. Eppure, prima l’anziano Zielke (che gli propone di fare società con lui, acquistando lo studio di musica sperimentale del console e mettendosi in proprio) e poi lo stesso Handschuch (che, essendo senza figli, vorrebbe “adottarlo” e lasciargli in eredità la casa di produzione) si dimostrano interessati alla sua giovinezza e ai suoi ideali. Indeciso sul da farsi, senza più alcun amico cui chiedere consiglio e tormentato da una nostalgia per l’Hunsrück mai sentita prima, il ragazzo – che nel frattempo si è separato da Schnüsschen, andata via con la figlia Lulu – decide impulsivamente di partire in treno sulle tracce di Clarissa, che si trova lontano da Monaco perché impegnata in un tour con l’amica Camilla (stanno mettendo in scena “La passione della strega”, uno spettacolo teatrale di sole donne nel quale lei canta l’agonia di una condannata dall’inquisizione). Lungo il suo viaggio attraverso la Germania, Hermann incrocia molti dei suoi amici degli ultimi dieci anni a Monaco. Veniamo così a conoscenza dei loro destini finali: Juan è diventato un saltimbanco in un circo; Alex, malato e alcolizzato, finisce con l’autodistruggersi; Renate, chiuso il suo locale, continua a esibirsi in giro per il paese con i suoi bizzarri travestimenti e con molto entusiasmo; Jean-Marie e Volker – abbandonato da Clarissa – allestiscono un balletto; Helga è diventata una pericolosa terrorista della banda Baader-Meinhof, ricercata dalla polizia, e si rifugia momentaneamente nell’appartamento di Stefan (che nel frattempo, apprendiamo, ha vinto un premio alla mostra del cinema di Venezia – proprio come Reitz – con il suo film “L’angoscia tedesca”): la mattina dopo, quando Helga se ne è già andata, le forze dell’ordine fanno irruzione nella casa e feriscono Stefan alle gambe; rivediamo brevemente persino la fotografa Elisabeth (separatasi a sua volta dal marito Rolf), che regala a Hermann un doloroso viaggio nella memoria con le fotografie della festa del matrimonio di sei anni prima (una sequenza che ricorda i bellissimi riassunti degli episodi del primo “Heimat”); Kathrin, solare come sempre; e Marianne, felice con le sue due figlie. Il girovagare di Hermann termina ad Amsterdam, dove raggiunge finalmente Clarissa (“ti ho sempre aspettato”), al cui spettacolo sono presenti anche Frau Cerphal e Gerold Gattinger. L’incontro fra i due giovani, che passano la notte insieme in una camera d’albergo, sublima nella passione e nell’amore i dieci anni di attesa (“potremo mai recuperarli?”). È la fine della lunga fuga di Hermann? No di certo, perché quando la ragazza gli chiede di attenderla mentre conclude gli ultimi impegni legati al suo tour, “i ritmi della seconda patria riprendono il sopravvento sulla quiete dei sentimenti” e lui si rende finalmente conto di non essere capace di aspettare, come invece hanno sempre fatto tutte le donne della sua vita a partire dalla madre Maria, il cui settantesimo compleanno è imminente. E dunque non gli resta altro che riprendere il treno e tornare finalmente a Schabbach, al suo luogo natale, alla “Heimat” da dove era partito dieci anni prima e dove lo attendono una vecchissima conoscenza, Glasisch (“Non sei cambiato per nulla, Hermännchen”), e la strada di campagna già vista innumerevoli volte. Lì finalmente potrà “imparare ad aspettare”.

31 dicembre 2007

Heimat (Edgar Reitz, 1984)

Heimat (Heimat – Eine deutsche Chronik)
di Edgar Reitz – Germania 1984
film in undici episodi
****

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Con Marita Breuer (Maria), Gertrud Bredel (Katharina), Willi Burger (Mathias), Michael Lesch/Dieter Schaad (Paul), Rüdiger Weigang (Eduard), Karin Rasenack (Lucie), Karin Kienzler/Eva Maria Bayerwaltzes (Pauline), Arno Lang (Robert), Rolf Roth/Markus Reiter/Mathias Kniesbeck (Anton), Sabine Wagner (Martha), Roland Bongard/Michael Kausch (Ernst), Jörg Richter/Peter Harting (Hermann), Gudrun Landgrebe (Klara), Jörg Hube (Otto), Johannes Metzdorf (Pieritz), Gabriele Blum (Lotti), Kurt Wagner (Glasisch), Johannes Lobewein (Alois Wiegand), Ralf Isermann/Hans-Jürgen Schatz (Wilfried), Alexander Scholz (Hans), Eva Maria Schneider (Marie-Goot), Wolfram Wagner (Maethes-Pat), Otto Henn (Glockzieh), Helga Bender (Martina).

"Heimat tratta del partire e ritornare. Del rispetto che si ha per il proprio lavoro e la propria casa e del campare a credito. Di madri e di figli. Di padri e di come al mattino presto la luce risplende nelle stanze... Di bordelli berlinesi e del primo amore... Parla delle differenze tra uomini e donne. Della pagnotta che si stringe al petto per affettare... Del martello e dell’incudine. Narra dell’alba di nuove ere e di bisnonne. Della costruzione di autostrade e di piedi che camminano 5000 chilometri per tornare a casa… E sempre di pietre che rotolano senza attecchire nel fango".
(Edgar Reitz)

Intenso, struggente, immenso affresco storico della Germania dal 1919 al 1982, vista attraverso gli occhi degli abitanti di Schabbach, un paesino rurale e immaginario situato nella regione renana dell'Hunsrück (di cui è originario lo stesso Reitz), e in particolare attraverso i membri della famiglia Simon, microcosmo che rispecchia in sé un intero popolo e che esprime di volta in volta nostalgia per il passato e ottimismo per il futuro. "Heimat" significa "patria", ma con un significato più intimo e soggettivo di "nazione": è la casa natale, il luogo di origine, l'identità culturale, l'infanzia e la fanciullezza che si perdono quando si cresce. E il film offre per l'appunto un punto di vista soggettivo e "interno" sugli eventi storici (il nazismo, la crisi sociale, la guerra, il miracolo economico...): Schabbach è "fuori dalla mischia", in una zona del tutto marginale, il che consente di raccontare la storia senza retorica e come viene vista dalla gente comune. Il paese rimane sempre e comunque al centro della vicenda, punto di riferimento attorno al quale si muovono uomini e donne, chi restando e chi partendo per poi tornare profondamente cambiato (o non tornare mai più). Realizzato in oltre cinque anni di lavorazione, diviso in undici episodi (di durata diseguale: da 58' a 138') per un totale di quindici ore e trenta minuti, è un film unico e indimenticabile, con decine e decine di personaggi ai quali non ci si può non affezionare e le cui vicende si seguono con partecipazione e interesse. L'effetto telenovela, sempre incombente, è scongiurato dall'eccellente fattura tecnica e artistica, dalla sceneggiatura mai scontata, dall'ampio respiro della trama, dall'intreccio fra realismo e surrealismo, e naturalmente dagli ottimi attori, in gran parte sconosciuti se non addirittura non professionisti, dotati di volti espressivi e significativi. Alcuni dei personaggi (come Maria, il fulcro della saga, o Eduard) vengono invecchiati con il trucco, mentre altri (come Paul, Anton o Hermann) vengono interpretati da attori differenti nelle diverse epoche. Anche se coprodotto dalla televisione tedesca, il film è stato concepito sin dall'inizio per il cinema e il risultato è altamente cinematografico, e tecnicamente molto vario: l'alternanza fra le scene in bianco e nero (la maggior parte) e quelle a colori non dipende dai contenuti o dall'importanza delle sequenze, ma segue un criterio puramente espressionistico: l'utilizzo del colore o meno consente di far risaltare maggiormente alcuni momenti a scapito di altri, in maniera talvolta drammaticamente efficace. Avevo già visto interamente il film con Martin una decina di anni fa, ma abbiamo voluto riguardarlo tutto per prepararci alla visione, l'anno prossimo, di "Heimat 2" (ancora più lungo: circa 26 ore!) e "Heimat 3", non tanto seguiti quanto spin-off che seguono le vicende di Hermann, personaggio che sceglie di andare via dal paese in cerca di una "seconda patria". Sono felice, stavolta, di averlo visto in lingua originale: i personaggi non parlano infatti un tedesco puro ma un dialetto che varia con il tempo e a seconda del personaggio stesso. Ogni episodio, che pur facendo parte di un tutt'unico ha anche una certa autonomia, è introdotto da uno splendido riassunto raccontato da Glasisch, lo "scemo del villaggio", personaggio minore ma onnipresente, che commenta le fotografie dei momenti più importanti degli eventi precedenti: a volte si tratta di foto fatte da Eduard o da Anton negli episodi passati, ma spesso sono foto "impossibili" che nessuno può aver scattato.

1 – Nostalgia di terre lontane (Fernweh) (1919-1928)
Dopo la prima guerra mondiale il giovane Paul Simon torna alla casa dei suoi genitori nel villaggio di Schabbach nell'Hunsrück, in Renania, dove vivono anche il fratello Eduard e la sorella Pauline. Ma si sente diverso dagli altri e fuori posto. Il padre, contadino e artigiano, vorrebbe che diventasse fabbro come lui e come i suoi nonni. Paul sogna invece orizzonti più ampi e paesi lontani: è appassionato di radio e costruisce il primo apparecchio ricevente di tutta la regione. Si innamora della bella Apollonia, una ragazza di padre ignoto chiamata da tutti "la zingara" perché ha i capelli neri. Messa incinta da un soldato francese a 17 anni, Apollonia lascia però il paese per recarsi in Francia con il suo amante. Paul sposa allora Maria, figlia di Alois Wiegand, l'uomo più ricco e importante del villaggio. Nel frattempo suo fratello Eduard, che non può lavorare nei campi per la sua malattia ai polmoni, fa un po' di tutto: è appassionato di fotografia, inventa un metodo per alzare i teloni dei monumenti (come quello ai caduti che viene inaugurato in paese), cerca l'oro nel ruscello Goldbach in compagnia degli amici Glockzieh e Glasisch. Quest'ultimo, con le mani rovinate da una malattia, è sempre ai ferri corti con il "saccentone" Wiegand, che non rinuncia mai a stuzzicare. Fra gli altri personaggi che vengono introdotti nel primo episodio ci sono il piccolo Hans, un ragazzino orbo a un occhio; Jakob, il proprietario della locanda; e naturalmente il silenzioso Mathias e la saggia Katharina, i genitori di Paul. Passano gli anni: Wiegand diventa borgomastro e continua a essere sempre il primo in tutto: il primo ad acquistare una moto, il primo a guidare un'automobile, il primo ad avere una radio (costruita ovviamente da Paul): non c'è da stupirsi se suo figlio Wilfried, fratello minore di Maria, sia viziato e detestato dagli altri bambini. Ma gli anni successivi alla guerra sono duri: c'è la crisi economica e l'inflazione, i soldi non valgono più niente, e il paese è controllato dalle forze di occupazione francesi. Si vedono i primi semi del nazismo: tutti attendono un "genio" che possa guidare i tedeschi a riconquistare dignità e potere. Pauline si sposa con Robert, l'orologiaio di Simmern, il grande paese vicino. Maria dà alla luce due figli, Anton ed Ernst, ma nemmeno loro riescono a togliere a Paul un po' di irrequietezza. Poco dopo aver trovato una misteriosa donna morta nei boschi vicino a Schabbach, Paul esce di casa: dice a tutti di voler andare a bere una birra, e invece abbandona il paese senza lasciare traccia. Per essere un episodio introduttivo, la carne al fuoco è già molta e la narrazione ha già un senso compiuto. La contrapposizione fra la "nostalgia di terre lontane" e la "nostalgia per la terra natale" sarà il tema cardine di tutta la saga, visto che contribuirà a dividere i personaggi in due gruppi: quelli che partono (Paul, Hermann) e quelli che restano (Maria, Katharina) o tornano (Anton, Ernst, Otto).

2 – Il centro del mondo (Die Mitte der Welt) (1928-1933)
Mentre Paul approda in America a Ellis Island, accolto da un barbiere italiano che canta "Mamma mia dammi cento lire", e di lui non ne sapremo più nulla per molto tempo, Eduard si reca a Berlino per curarsi i polmoni. Nella grande città conosce Lucie, maitresse in un bordello: l'ambiziosa ragazza crede che Eduard sia un ricco proprietario terriero, accetta di sposarlo e lo segue nell'Hunsrück. Pur delusa di scoprire che è semplicemente il figlio di un fabbro, gli assicura che entro due anni possiederanno una grande villa e che lui diventerà l'uomo più potente di Schabbach: tutti lo seguiranno. Nel frattempo il villaggio viene attraversato da una ragazza francese, una cavallerizza di passaggio che si sta recando da Parigi a Berlino: per tutti è il segno che Schabbach si trova "al centro del mondo", a metà strada fra le due grandi capitali, e magari anche "fra il Polo Nord e il Polo Sud". Siamo in una nuova epoca, all'insegna dell'ottimismo. Le cose vanno meglio, tutti acquistano e spendono, ma Katharina ha molti dubbi: le persone, in realtà, stanno facendo debiti, "e prima o poi bisognerà pagarli". La Germania vive l'ascesa di Hitler: i bambini indossano uniformi, ovunque ci sono celebrazioni, arriva la luce elettrica (ma scoppiano anche epidemie di difterite). Fritz, parente comunista dei Simon che vive nella Ruhr, viene arrestato e inviato ai campi di riabilitazione. Katharina, che conduce con sé a Schabbach la nipotina Lotti, è dichiaratamente contro i nazisti, o forse è semplicemente più saggia e realista di tutti gli altri: chiede al nipote Anton di non indossare più la divisa. Wilfried, figlio di Wiegand, vuole invece entrare nelle SS.

3 – Natale come mai fino allora (Weihnacht wie noch nie) (1935)
Le cose sembrano andare sempre meglio, e il progresso pare inarrestabile: dopo la luce elettrica, arriva persino il telefono in casa, naturalmente dai Wiegand. Hans, il ragazzo cieco da un occhio, si diverte a sparare ai pali della luce: la sua menomazione lo rende un cecchino perfetto, ed Eduard – che nel frattempo è stato convinto da Lucie a entrare nel partito e a diventare borgomastro del vicino paese di Rhaunen, ma continua a sembrare capitato lì per caso e non percepisce che cosa sta per accadere – lo incoraggia. Anche Lucie continua a sognare sempre il meglio dalla vita: chiedendo i soldi in prestito a un banchiere ebreo, lei ed Eduard costruiscono una grande casa e hanno un figlio, Horst. Il Natale 1935 è all'insegna della felicità, dei consumi, della grandiosità e dell'ottimismo (soltanto Katharina sembra esserne immune): gli affari di Robert e Pauline vanno a gonfie vele e si festeggia con un lungo canto (Stille Nacht) nella chiesa cattolica in una magistrale sequenza a colori. Wilfried torna da Berlino, dove sta facendo l'addestramento per entrare nelle SS, portando un albero di natale. Qualche giorno più tardi, tre importanti personalità del partito nazista passano per Schabbach e si fermano per qualche ore a casa di Eduard e dell'orgogliosissima Lucie.

4 – Via delle alture del Reich (Reichshöhenstraße) (1938)
Il giovane Anton, figlio maggiore di Paul e Maria, è diventato un grande appassionato di meccanica, di fotografia e di cinema, mentre suo fratello minore Ernst fa volare aerei e modellini. Nelle vicinanze di Schabbach è in costruzione la grande strada provinciale dell'Hunsrück, che dovrà unire Coblenza a Treviri. L'ingegnere Otto Wohlleben, responsabile del progetto insieme al suo assistente Pieritz, soggiorna temporaneamente a casa dei Simon. Sono passati dieci anni dalla partenza di Paul: Maria, che in tutto questo tempo ha pensato soltanto ai suoi figli, se ne innamora. E comincia finalmente a pensare anche a sé stessa (magnifica, e splendidamente fotografata, la scena nella quale lei e Pauline vanno al cinema e poi si acconciano i capelli con i tirabaci simili a quelli dell'attrice Zarah Leander). Nel frattempo Lucie ed Eduard ospitano Martina, amica di Lucie giunta da Berlino (testimonianza, per Lucie, di una vita ormai passata). È interessante come Reitz descrive il nazismo: la gente comune ci crede senza rendersi conto di che cosa si tratta, o ci vede una grande occasione di riscatto: c'è poi chi come Wilfried si lascia trasportare, o chi come l'opportunista Lucie sfrutta ogni cosa a proprio favore, ma anche chi come Katharina rimane sempre con i piedi per terra. Il "sempliciotto" Eduard commenta così il momento attuale di felicità: "il tempo dovrebbe fermarsi ora". Reminiscenze del Faust? "Verweile doch, du bist so schön".

5 – Scappato via e ritornato (Auf und davon und zurück) (1938-1939)
Lucie vorrebbe portare i suoi genitori a Schabbach, ma muoiono entrambi in un incidente automobilistico. Maria continua a frequentare Otto, che però è protagonista di varie vicissitudini: prima si rompe il braccio e deve tenerlo ingessato per diversi mesi, poi viene trasferito a Treviri (e Maria lo raggiunge ogni volta che può), infine viene licenziato perché sua madre è ebrea. Improvvisamente arriva una lettera di Paul: scrive dall'America, dove ha fatto fortuna e ha messo in piedi una florida azienda di materiale elettrico: la Simon Electric Incorporated di Detroit. Annuncia che sta per approdare al porto di Amburgo. Maria si reca lì con Anton e con sentimenti contrastanti: ma a Paul, sprovvisto di certificato di razza ariana, i nazisti impediscono di sbarcare. I tentativi di Eduard e di Wilfried di provare che Paul Simon non è ebreo annegano in un mare di burocrazia e scartoffie (in una scena molto divertente): nell'ottocento si usavano troppi nomi biblici! Mentre il vecchio Mathias sta diventando cieco e Rudolf Pollack, giovane assistente di Robert in negozio, flirta con Martina, il primo settembre 1939 inizia la guerra. Ernst entra in aviazione. Katharina commenta sconsolata: "adesso pagheremo tutti i debiti".

6 – Fronte interno (Heimatfront) (1943)
Ben lungi da durare poche settimane come Wilfried assicurava ancora alla fine dell'episodio precedente, la guerra si trascina ormai da quasi quattro anni. Ernst è riuscito a diventare aviatore, mentre Anton è stato inviato al fronte in Russia. A casa Simon arriva Martha, una ragazza di Amburgo incinta di sei mesi che Anton ha deciso di sposare a distanza, per procura. Nel frattempo è nato anche Hermann, figlio illegittimo di Maria e Otto, che nel 1943 ha già quattro anni. Wilfried Wiegand è il responsabile delle SS nella regione e mostra tutta la propria natura di "cattivo": maltratta i prigionieri francesi (scontrandosi più volte con la zia Katharina), uccide un paracadutista inglese caduto nel bosco, rivela di essere a conoscenza della "soluzione finale". Otto e Pieritz lavorano ancora insieme, stavolta come artificieri, e disinnescano le bombe inesplose. Hans, diventato fuciliere, muore in guerra: la cosa scuote Eduard, che l'aveva incoraggiato. Al cinema le donne vanno ad assistere a un film che si chiama "Heimat", ancora con Zarah Leander (un film del 1938 realmente esistente: diavolo di un Reitz!).

7 – L'amore dei soldati (Die Liebe der Soldaten) (1944)
In una delle rare e più lunghe sequenze ambientate fuori dall'Hunsrück, scopriamo che Anton fa l'assistente operatore al fronte in Russia e realizza cinegiornali di propaganda, agli ordini di un ufficiale convinto che la vera arte cinematografica stia nel documentario. Nel frattempo Otto e Pieritz tornano a Schabbach, dove Otto ritrova Maria dopo quattro anni e vede per la prima volta suo figlio Hermann. In questo periodo i Simon ospitano anche Lotti e Ursula, due lontane parenti (Lotti era la bambina che Katharina aveva portato con sé nel 1933!), oltre al soldato Specht. Le tragedie sembrano non finire mai: Otto muore nell'esplosione di un ordigno che stava disinnescando (in una sequenza interminabile che tiene lo spettatore col fiato sospeso); un bombardamento inglese provoca la morte di Specht; Mathias sta sempre più male. Mentre nasce la figlia di Anton e di Martha, Marlies, gli americani arrivano a Schabbach. Il mondo è cambiato, Wilfried si sente perduto, mentre Lucie sta già pensando a come adattarsi alla nuova situazione.

8 – L'americano (Der Amerikaner) (1945-1947)
Si tratta dell'episodio centrale della saga, vera chiave di volta che chiude un periodo e ne apre un altro. La guerra finalmente finisce, mentre a Berlino Pollack e Martina muoiono fra le bombe. Dal riassunto veniamo a sapere che Mathias è morto poco prima dell'arrivo degli americani, che Anton e Robert (il marito di Pauline) sono dispersi in Russia e che Ernst è stato abbattuto in Francia: in realtà è sopravvissuto, però per ora non intende fare ritorno a casa e si limita a inviare da sua madre una ragazza di nome Klara, che ha perso la famiglia e la casa. Nel maggio del 1946 torna finalmente Paul, "l'americano", elegante e con una vettura condotta da un autista di colore. Ma il suo tentativo di ristabilirsi in patria si rivela fallimentare: Maria lo accoglie freddamente, e per tutti – tranne forse che per sua madre Katharina e suo fratello Eduard – è come se fosse un estraneo, ancora più fuori posto di prima. Paul si trattiene comunque a Schabbach per un anno. In un locale incontra suo figlio Ernst, che girovaga in compagnia di una bionda e traffica nel mercato nero, ma i due non si riconoscono. Nel maggio 1947 ritorna anche Anton, che ha percorso a piedi oltre 5000 chilometri dagli Urali fino alla Germania. Lo stesso giorno muore Katharina, e l'indomani Paul riparte definitivamente per gli Stati Uniti. Anton rivela a Martha la sua intenzione di costruire una fabbrica di componenti ottici nell'Hunsrück: ci ha pensato per tutto il viaggio di ritorno ed è convinto che sia il posto ideale. Le promette che verranno tempi migliori.

9 – Il piccolo Hermann (Hermännchen) (1955-1956)
È l'episodio più lungo (due ore e venti) e più intenso di tutto "Heimat". Siamo nel 1955, l'attenzione si sposta su Hermann (il personaggio nel quale è più facile vedere Reitz stesso), che ha quindici anni e va al liceo della città vicina: Maria vorrebbe che fosse il primo Simon ad andare all'università e spera che diventi ingegnere come Otto, ma lui preferisce filosofeggiare con gli amici, scrivere poesie e suonare musica jazz. Veniamo anche a sapere cosa ne è stato dei suoi fratelli: Ernst ha sposato la figlia di un ricco magnate del legname, e adesso pilota l'elicottero che trasporta i tronchi dalla montagna al fiume; Anton ha messo in piedi con successo la sua fabbrica di componenti ottici in quello che era il campo del nonno Mathias, e ha dato lavoro a molti abitanti di Schabbach, fra i quali – con mansioni varie – anche Glasisch, Pieritz, Lotti (che fa la segretaria) e Klärchen (Klara). Proprio quest'ultima, pur avendo quasi il doppio dei suoi anni, "svezza" sessualmente il giovane Hermann. La relazione fra i due viene tenuta segreta a tutti, ma dopo che Klara resta incinta e fugge dal paese per abortire, Maria e gli altri ne vengono a conoscenza. Anton proibisce a Klara di rivedere Hermann (è un po' triste vedere personaggi amati in precedenza, come Anton e Maria, comportarsi così da "cattivi": soltanto Ernst, pecora nera della famiglia, si mette dalla sua parte). Il giovane, dopo averla salutata per l'ultima volta la notte di capodanno del 1956, decide che una volta compiuti diciott'anni lascerà Schabbach per andare a studiare in una grande città e non tornare mai più. La didascalia finale ci rivela che diventerà un compositore: e da questo punto preciso prenderà il via "Heimat 2". Tutto l'episodio si svolge negli anni del miracolo economico e della ricostruzione della Germania, e non a caso è quasi interamente a colori (il rapporto di predominanza fra colori e bianco e nero sembra ormai completamente invertito rispetto alle puntate precedenti). Mentre gli affari di Anton vanno bene, per "l'avventuriero" Ernst non è così: i suoi investimenti falliscono, la moglie lo ripudia e lui è costretto – per la prima volta dopo la guerra – a tornare a vivere dalla madre a Schabbach. Fra gli altri personaggi che ricompaiono c'è Wilfried, ora membro della CDU, che effettua esperimenti con gli insetticidi nei campi di Schabbach (mandando su tutte le furie il nipote Anton). Scopriamo che Anton ha tre figli (un quarto è in arrivo: alla fine della saga saranno cinque!), mentre praticamente nulla ci viene detto di Pauline, Robert (presumibilmente disperso in guerra), Eduard e Lucie.

10 – Gli anni ruggenti (Die stolzen Jahre) (1967-1969)
Una multinazionale propone ad Anton di acquistare la sua fabbrica di componenti ottici, ma in realtà è interessata soltanto ai suoi brevetti. Indeciso sul da farsi, Anton decide di chiedere consiglio a suo padre, scoprendo che questi, all'insaputa di tutti, si trova in Germania. È infatti a Baden-Baden, in compagnia del figliastro Hermann (nel frattempo diventato un celebre compositore di musica sperimentale), per aiutarlo con le apparecchiature elettroniche. Paul consiglia ad Anton di vendere l'azienda e di godersi i soldi, ma il figlio sceglie di non seguire il consiglio. A differenza di Paul e anche di Hermann, che hanno scelto di abbandorare la "patria" e hanno ormai smarrito le proprie radici, Anton è ancora molto legato a Schabbach e ai suoi abitanti. Anche per questo non vede di buon occhio la nuova attività di Ernst, che acquista i mobili e gli infissi delle vecchie case dell'Hunsrück, rivendendoli ai ricchi delle grandi città e sostituendoli con altri più nuovi ma decisamente meno preziosi. Ma nel frattempo tutta la Germania sta ancora cambiando: persino Maria viene convinta da Pauline a vendere la sua vecchia mucca e a progettare un viaggio all'estero che non si farà mai. Il concerto di Hermann viene trasmesso in diretta radiofonica, ma gli abitanti di Schabbach non apprezzano la sua musica d'avanguardia. Soltanto Glasisch sembra capirci qualcosa.

11 – La festa dei vivi e dei morti (Das Fest der Lebenden und der Toten) (1982)
Glasisch ci introduce all'ultimo capitolo con un albero genealogico delle famiglie principali del paese anziché con le solite fotografie. Veniamo così a sapere che nel frattempo sono morti in parecchi: fra gli altri, Eduard, Lucie (che però rivediamo in un flashback), Pauline e Wilfried. E l'episodio si apre con un altro funerale, quello di Maria, che si svolge sotto la pioggia. Sono presenti persino i parenti brasiliani di cui si parlava sin dal primo episodio. I tre figli di Maria si riuniscono così a Schabbach ed esplorando la vecchia casa hanno l'occasione per riconciliarsi e fare un tuffo nella memoria. Durante la fiera del paese, anche i morti (che emozione rivedere dopo tanto tempo Maria e gli altri ancora giovani!) si radunano nell'edificio centrale di Schabbach per partecipare alla festa e osservare di nascosto i loro congiunti ancora vivi. La cronaca di "Heimat", proprio nel finale, abbandona dunque i toni neorealistici per entrare in una dimensione onirica che – a dire il vero – qua e là era presente sin dall'inizio. Maria può finalmente riunirsi all'amato Otto, e con loro c'è anche Glasisch: il nostro narratore se ne è infatti andato silenziosamente proprio durante la festa, senza che nessuno dei personaggi principali se ne sia accorto. E mentre Hermann (protagonista dei futuri "Heimat 2" e "Heimat 3") fa eseguire un coro nelle grotte sottostanti il paese, la macchina da presa si allontana lentamente dal villaggio seguendo la strada di campagna che tante volte abbiamo visto calcare dai personaggi, primo fra tutti Paul, quindici ore e mezzo (o 64 anni?) or sono.