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9 aprile 2023

Il cammino della speranza (P. Germi, 1950)

Il cammino della speranza
di Pietro Germi – Italia 1950
con Raf Vallone, Elena Varzi
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la chiusura della solfara locale, che dava loro lavoro e sostentamento, i minatori di un villaggio siciliano decidono di partire con le loro famiglie per trasferirsi tutti in Francia, allettati dalle parole di una "guida" (Saro Urzì) che si offre di condurli a destinazione clandestinamente, superando controlli e confini. Il viaggio sarà lungo, duro e difficile: alcuni si perderanno, altri sceglieranno di tornare indietro, ma alla fine un gruppo di emigranti raggiungerà la terra promessa. Ispirato a un fatto vero raccontato nel romanzo "Cuori negli abissi" di Nino Di Maria, nonché alla reale chiusura della solfara Ciavolotta in provincia di Agrigento, una pellicola di impianto corale, forse più importante che bella, sceneggiata da Federico Fellini e Tullio Pinelli (che avevano collaborato con Germi già l'anno precedente per "In nome della legge"). Oltre al tema dell'emigrazione, racconta anche di un'Italia spaccata in due, fra l'arretratezza delle zone rurali e la vita moderna della grande città (nell'episodio di Lorenza, la ragazza che si perde durante la sosta a Roma); degli ostacoli posti dall'autorità e dalla burocrazia; della convivenza fra abitanti di regioni differenti (i siciliani e i bergamaschi, assunti dallo stesso fattore per aiutarlo col raccolto); delle lotte sociali fra poveri (scioperanti contro crumiri, ma entrambi repressi dalle forze dell'ordine). I molti personaggi del cast hanno storie e vicende personali che procedono per lo più in parallelo. E a tratti la vicenda si fa melodrammatica, come nel caso del duello rusticano sulla neve delle Alpi fra il protagonista Saro (Raf Vallone) e il "bandito" Vanni (Franco Navarra) per l'amore della bella Barbara (Elena Varzi). La colonna sonora è di Carlo Rustichelli, ma a spiccare è soprattutto la canzone popolare "Vitti 'na crozza" del compositore Franco Li Causi, divenuta poi molto celebre. Apprezzato da pubblico e critica, anche internazionale (vinse premi a Cannes e Berlino), il film suscitò polemiche politiche in patria per la sua rappresentazione della "disoccupazione postbellica".

9 ottobre 2022

A ciascuno il suo (Elio Petri, 1967)

A ciascuno il suo
di Elio Petri – Italia 1967
con Gian Maria Volonté, Irene Papas
***

Visto in TV (RaiPlay).

In un paesino siciliano (mai menzionato, ma è Cefalù), Arturo Manno (Luigi Pistilli), farmacista locale e noto "sciupafemmine", riceve misteriose lettere anonime che lo minacciano di morte. Quando viene ucciso durante una battuta di caccia insieme all'amico Roscio, tutti pensano a un "delitto d'onore" (vengono sospettati i parenti di una servetta con cui aveva una relazione) e che Roscio sia rimasto coinvolto solo in quanto testimone. Ma Paolo Laurana (Gian Maria Volonté), insegnante e amico delle due vittime, comincia a indagare per proprio conto, insospettito dal fatto che le lettere anonime ricevute da Arturo erano state confezionate con ritagli de "L'osservatore romano", una lettura improbabile per dei poveri contadini; e scopre che forse era proprio Roscio il vero obiettivo dell'agguato, avendo minacciato di rivelare i loschi traffici dell'avvocato Rosello (Gabriele Ferzetti), influente notabile del paese e cugino di sua moglie Luisa (Irene Papas)... Tratto dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è il primo film di Elio Petri insieme a Volontè e allo sceneggiatore Ugo Pirro, con i quali collaborerà nei suoi capolavori successivi, come "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto". E dietro le apparenze di un normale giallo (oggi diremmo "alla Camilleri"), il film affronta temi simili proprio a quelli di quei lavori, a cominciare dal potere strisciante e nascosto che si alimenta e si auto-protegge, di fronte al quale un cittadino onesto ma ingenuo – per quanto ben intenzionato – come il protagonista (un insegnante riservato, di simpatie comuniste, considerato "antisociale" dai poteri forti) non ha scampo ed è destinato a soccombere, vittima di un mondo molto più complesso di quanto poteva immaginare (il fatto che la realtà non è così semplice come appare a prima vista è un altro dei temi chiave del cinema di Petri). Siamo in Sicilia, e dunque viene spontaneo pensare alla mafia: ma non quella che assume la forma (spesso stereotipata) dell'organizzazione criminale, bensì della mafia delle piccole cose, delle "amicizie", dei rapporti clientelari o di forza, delle paure e dell'omertà, delle chiacchiere di paese e dell'ossessione per le apparenze sociali, della gente "che sa" e che però rimane in piazza a non fare niente, della continua ricerca di raccomandazioni (per lavorare o per... non farlo). Molto dinamica la regia, che ricorre di frequente a zoom, carrellate e panoramiche. Nell'ottimo cast anche Salvo Randone (il padre di Roscio, oculista cieco), Mario Scaccia (il parroco senza vocazione) e Laura Nucci (la madre di Paolo). Musiche "morriconiane" di Luis Bacalov. Il titolo è la traduzione del motto latino "Unicuique suum", presente appunto sotto la testata dell'"Osservatore romano". Nel 1976 Petri dirigerà un altro adattamento da Sciascia, sempre con Volontè come protagonista: "Todo modo".

30 ottobre 2020

La famosa invasione degli orsi in Sicilia (L. Mattotti, 2019)

La famosa invasione degli orsi in Sicilia
(La fameuse invasion des ours en Sicile)
di Lorenzo Mattotti – Francia/Italia 2019
animazione tradizionale
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Dal romanzo di Dino Buzzati (che ho letto e apprezzato da bambino), affascinante fiaba a sfondo morale ambientata in una Sicilia arcaica, immaginaria e fantastica, quando l'isola era piena di montagne e vi coesistevano uomini e animali parlanti, un film d'animazione diretto e illustrato dal grande disegnatore Lorenzo Mattotti, alla sua prima regia in un lungometraggio (dopo aver collaborato con un segmento nel 2007 al film collettivo "Peur(s) du noir"). La vicenda degli orsi che scendono dalle montagne in cerca di cibo e soprattutto di Tonio, il figlio del re Leonzio che è stato rapito dagli esseri umani per farlo esibire in un circo, comincia come una fiaba classica (ed è narrata infatti da un cantastorie), piena di animali antropomorfi ed elementi fantastici (il mago, i fantasmi, l'orco, il gigantesco gatto mammone...). Ma è la seconda parte, che giunge dopo l'apparente lieto fine, a dare alla vicenda il suo maggior peso, un ammonimento contro il vizio e la corruzione che può fare presa anche sulle creature più innocenti: dopo la vittoria, e vivendo a contatto con gli esseri umani, anche gli orsi si lasciano infatti contaminare dai loro difetti, a partire dalla sete di potere e di ricchezza. Ed ecco che l'utopia di pace e prosperità che sembrava regnare si corrompe attraverso delitti e tradimenti. Il film ha richiesto sei anni di lavoro: l'animazione è morbida, ma sono soprattutto i disegni – che si ispirano peraltro alle illustrazioni dello stesso Buzzati – a colpire per l'eleganza, l'astrattezza, la ricchezza cromatica e l'uso delle ombre, tutte caratteristiche del tratto di Mattotti anche nelle pagine dei suoi libri e fumetti, con alcuni riferimenti pittorici (Paolo Uccello, Giorgio De Chirico...) in aggiunta. Il cast vocale può contare su diverse star (quali Toni Servillo, Andrea Camilleri, Antonio Albanese e Corrado Guzzanti nella versione italiana; Jean-Claude Carrière, Leïla Bekhti e lo stesso Mattotti in quella francese).

5 settembre 2020

Il siciliano (Michael Cimino, 1987)

Il siciliano (The Sicilian)
di Michael Cimino – USA 1987
con Christopher Lambert, Joss Ackland
*1/2

Visto in divx.

Versione romanzata della vita di Salvatore Giuliano, bandito che nell'immediato dopoguerra scosse la Sicilia (e l'Italia intera) con le sue rivendicazioni a favore della "povera gente". Ritratto come una sorta di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, Giuliano dichiara guerra sia allo stato che alla mafia, pur essendo sotto la protezione del capocosca locale, Don Masino (Joss Ackland), che intende sfruttarne la popolarità a fini politici. Rifugiatosi sulle montagne con i suoi seguaci dopo aver lottato per "regalare la terra ai braccianti", rimane coinvolto in faide sociali e lotte politiche incrociate, fino a essere tradito dall'uomo di cui si fidava di più, Gaspare "Aspanu" Pisciotta (John Turturro). Tratto dall'omonimo libro di Mario Puzo (sceneggiato da Steve Shagan e, non accreditato, da Gore Vidal), il film fu girato sull'onda del successo de "Il padrino", di cui puntava a replicare i fasti oltre che a rinverdire la fama di Cimino, reduce da una serie di flop. Ma poco funziona nella pellicola, almeno nella versione uscita nelle sale cinematografiche (esiste infatti una "director's cut", di circa una mezz'ora più lunga, che a quanto pare sistemerebbe alcuni difetti), a partire da un ritmo narrativo tutto sbagliato, da una scarsa consapevolezza della materia trattata (il realismo del contesto sociale, politico e storico è contaminato da cliché hollywoodiani: il protagonista, per esempio, risulta moralmente innocente per la strage di Portella della Ginestra), da un montaggio confuso, da una fotografia che rende spesso le scene poco chiare, e da alcune interpretazioni risibili, a partire da un protagonista (un Christopher Lambert doppiato in italiano da Tonino Accolla) che manca completamente di espressività. Male anche i vari personaggi di contorno, che appaiono e spariscono senza un filo logico, alcuni dei quali – come la duchessa americana Camilla (Barbara Sukowa), spesso tette al vento – sono francamente ridicoli. Giulia Boschi è la fidanzata del bandito, Terence Stamp il principe Borsa, Richard Bauer il professor Adonis. Sulla vita di Salvatore Giuliano, naturalmente, c'è anche il film di Francesco Rosi del 1962.

3 marzo 2019

1860 (Alessandro Blasetti, 1934)

1860 (aka 1860: I Mille di Garibaldi)
di Alessandro Blasetti – Italia 1934
con Giuseppe Gulino, Aida Bellia
**1/2

Visto in TV.

I pastori e i contadini della Sicilia, insorti contro l'oppressione borbonica, attendono con speranza l'annunciato arrivo di Garibaldi. Per sollecitare il suo intervento, il "picciotto" Carmeliddu (Trau) parte alla volta di Genova, attraversando l'intera Italia in tumulto. Unitosi alla spedizione dei Mille, tornerà nell'isola per combattere nella battaglia di Calatafimi. Uno dei più importanti film italiani degli anni trenta sul tema del Risorgimento, del quale all'epoca il regime fascista tentava di accreditarsi come erede naturale (una sequenza finale, di ambientazione contemporanea, in cui gli ultimi reduci garibaldini assistevano a una sfilata delle camicie nere, fu tagliata nella riedizione del 1951). Eppure, il film di Blasetti (co-sceneggiatore con Gino Mazzucchi ed Emilio Cecchi) è molto di più di una semplice celebrazione storica e propagandistica: con la sua regia nervosa e moderna, la scelta di attori non professionisti con i loro volti particolari, l'uso dei dialetti, la rilevanza data alle immagini e al paesaggio (le campagne brulle e rocciose della Sicilia), la gestione dei tempi, degli spazi e dei dialoghi (nella prima parte, per lunghi tratti, sembra quasi di assistere a un film muto), anticipa addirittura il neorealismo. E inoltre ha il pregio di non appiattirsi sulla retorica e l'agiografia (lo stesso Garibaldi si intravede a malapena in una manciata di rapide scene: e in quella più importante che lo vede protagonista, il discorso alle truppe durante la battaglia, la macchina da presa non lo inquadra mai ma si sofferma sui volti di chi lo ascolta). E anche se nell'ultima parte, quella successiva allo sbarco dei Mille in Sicilia, crescono le ingenuità retoriche e patriottiche, la scena finale è tutt'altro che trionfalistica (l'urlo "Abbiamo fatto l'Italia!" echeggia su una panoramica dei tanti morti sul campo). Inoltre, il mantenimento del focus su Carmeliddu e sulla sua giovane sposa consente di non perdere mai di vista l'elemento umano della storia. Interessante anche il ritratto dell'Italia divisa dell'epoca (durante il suo viaggio, il protagonista incontra rappresentanti di varie correnti e idee politiche: c'è l'autonomista, il papalino, il mazziniano, il giobertiano...). Molti di questi, però, li ritroveremo a Quarto pronti a unirsi alla spedizione. Di contro, il "nemico" è per forza di cosa straniero (le truppe che i borbonici mandano in Sicilia sono composte da mercenari svizzeri, che parlano tedesco, mentre Civitavecchia è occupata dai soldati francesi di Napoleone III), anche perché sarebbe stato controproducente mostrare italiani che uccidono altri italiani.

17 dicembre 2018

A bigger splash (Luca Guadagnino, 2015)

A bigger splash
di Luca Guadagnino – Italia/Francia 2015
con Ralph Fiennes, Tilda Swinton
**

Visto in TV.

L'introverso fotografo Paul (Matthias Schoenaerts) e la cantante rock Marianne (Tilda Swinton), temporaneamente muta perché operata alle corde vocali, sono in vacanza a Pantelleria. Qui vengono raggiunti da Harry (Ralph Fiennes), produttore musicale ed ex fidanzato di Marianne, insieme alla sua giovanissima figlia Penelope (Dakota Johnson). L'entusiasmo invadente di Harry e la provocante sensualità di Penelope incrinano subito il fragile equilibrio, portando alla luce tensioni pronte a scoppiare... Remake de "La piscina" di Jacques Deray, è un raro caso in cui il rifacimento è migliore dell'originale. Rispetto al film del 1969, infatti, c'è maggiore attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, cui viene fornito un background interessante (il tentato suicidio di Paul, per esempio) e vengono indagate le relazioni passate (anche grazie ad alcuni brevi flashback). L'ottima prova dei quattro protagonisti (strepitoso soprattutto Fiennes, davvero in gran forma: e dire che nel film di Deray il personaggio di Harry era quasi insignificante, mentre qui è una forza trainante) e la bella ambientazione (una Pantelleria immersa in un'atmosfera pigra ed estiva, simile a quella che Guadagnino riproporrà in "Chiamami col tuo nome") rendono assai piacevole il film almeno per due terzi. Ma nell'ultima mezz'ora crolla tutto, anche perché la trama è in fondo poco interessante, la svolta da thriller impedisce il naturale sviluppo dei temi imbastiti fino ad allora, e la pellicola scivola verso un finale deludente (imbarazzante e del tutto fuori posto, poi, la scena finale dell'autografo sotto la pioggia). Nel cast anche Aurore Clément, Lily McMenamy e Corrado Guzzanti (il maresciallo dei carabinieri). Fastidioso il doppiaggio nella sequenza dell'interrogatorio di Marianne (dove era evidente che in originale i personaggi parlavano lingue diverse, per mezzo di un interprete). Tante le nudità integrali (anche per Fiennes e la Johnson), mentre il setting "esotico" lascia immaginare che il film fosse rivolto a un pubblico internazionale più che a quello italiano. Inevitabili, ma spuri, i molti riferimenti all'emergenza dei migranti. Nella colonna sonora, alcuni brani del "Falstaff" di Verdi. Il titolo è preso da un dipinto pop di David Hockney.

21 febbraio 2018

In nome della legge (Pietro Germi, 1949)

In nome della legge
di Pietro Germi – Italia 1949
con Massimo Girotti, Charles Vanel
**1/2

Visto in divx.

Il giovane magistrato palermitano Guido Schiavi (Massimo Girotti) viene inviato come pretore a Capodarso, una cittadina nella zona più rurale, aspra e brulla della Sicilia. Onesto, idealista e ostinato, dovrà far fronte alle resistenze della popolazione locale, legata alle antiche tradizioni. E il suo zelo nel riaprire i tanti procedimenti pendenti e in sospeso, nell'applicare le leggi e nel mostrarsi incorruttibile e inflessibile gli metteranno contro tutti. Anche perché deve vedersela da un lato con la povertà dei contadini e dei minatori che sfocia inevitabilmente nella criminalità, e dall'altro con la ricchezza del barone Lo Vasto (Camillo Mastrocinque), proprietario delle terre e della solfatara locale, che si protegge con l'arroganza e la corruzione; e poi c'è la mafia, guidata dal "massaro" Turi Passalacqua (Charles Vanel), che dispensa la propria protezione, la propria giustizia e la propria legge, mal tollerando quella dello stato. Tratto da un romanzo autobiografico, "Piccola pretura", scritto l'anno precedente dal magistrato-letterato Giuseppe Guido Lo Schiavo, il film fece discutere per la descrizione non del tutto negativa della mafia stessa (composta da "uomini d'onore" che a modo loro proteggono il territorio e si battono contro la criminalità) e soprattutto per un finale "ideologicamente ambiguo". Ma nonostante qualche ingenuità e qualche passaggio eccessivamente romantico, ha il merito di descrivere – per la prima volta al cinema? – una situazione reale e difficile (e un'atmosfera opprimente, fra omertà, intimidazioni e ricatti) in maniera coinvolgente e accattivante, a metà strada fra il neorealismo italiano e il western fordiano (con i dovuti adattamenti, il film potrebbe essere benissimo ambientato in un villaggio di frontiera del sud-ovest americano, "isolato dalla natura e dal deserto"). Fra i tanti personaggi che ruotano attorno al protagonista – il maresciallo Grifò (Saro Urzì), l'avvocato Faraglia (Umberto Spadaro), il giovane Paolino (Bernardo Indelicato)... – la storia d'amore con la baronessa Teresa (Jone Salinas) è quasi una distrazione. Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Mario Monicelli, Federico Fellini e Tullio Pinelli. Nella realtà Capodarso corrisponde a Barrafranca, in provincia di Enna, ma il film è stato girato a Sciacca. Ottimi gli incassi e il riscontro della critica (Girotti e Urzì furono premiati ai Nastri d'Argento). Germi, al suo terzo film, ritrae per la prima volta la Sicilia: lo farà in molte altre pellicole, dai successivi "Il cammino della speranza" e "Gelosia" ai capolavori "Divorzio all'italiana" e "Sedotta e abbandonata".

18 novembre 2017

Il boss (Fernando Di Leo, 1973)

Il boss
di Fernando Di Leo – Italia 1973
con Henry Silva, Richard Conte
**1/2

Visto in divx, per ricordare Luis Bacalov.

Nick Lanzetta (Henry Silva, doppiato da Sergio Rossi) è un sicario della mafia, al servizio del potente boss palermitano Don Corrasco (Richard Conte), la cui "famiglia" è minacciata dalla ambizioni del "calabrese" Cocchi (Pier Paolo Capponi). Questi rapisce Rina (Antonia Santilli), figlia del braccio destro di Carrasco, Don Giuseppe Daniello (Claudio Nicastro). E Lanzetta è incaricato non solo di salvarla, ma anche di eliminare lo stesso Daniello. In effetti, nonostante i molti discorsi sull'onore e sul rispetto, all'interno delle famiglie mafiose ci sono continui tradimenti, doppi giochi e cambi di campo. E la corruzione coinvolge anche la polizia, con il commissario Torri (Gianni Garko) che passa informazioni a Don Carrasco perché convinto che sia l'unico in grado di "mantenere l'ordine" in Sicilia, e soprattutto la politica, con i boss che vengono di fatto manovrati a distanza dai parlamentari di Roma attraverso l'infido avvocato Rizzo (Corrado Gaipa). Non a caso regista e produttore subirono una querela per diffamazione da parte dell'allora ministro Giovanni Gioia, palermitano, che si sentì chiamato in causa. Al termine dei tanti ribaltoni, tradimenti incrociati e regolamenti di conti, anziché con la parola "Fine" il film si conclude con un inquietante "Continua". Nel cast anche Marino Masé, Hoard Ross, Gianni Musy, Mario Pisu e Vittorio Caprioli (il questore). Molte le scene memorabili: dalla sparatoria iniziale nella piccola saletta cinematografica, a quelle che mostrano il rapporto fra Lanzetta e Nina (ninfomane e drogata, che dopo essere stata liberata da Nick se ne innamora). Tratto dal romanzo "Il mafioso" di Peter McCurtin (che però era ambientato a New York), il film è particolarmente violento, cinico e nichilista, anche se confrontato ad altri titoli del genere noir-poliziottesco cui appartiene. La regia di Di Leo è solida e intensa, uno dei suoi lavori migliori, aiutato dalla fotografia cupa e notturna e dalla colonna sonora di Luis Bacalov. È considerato il terzo capitolo della "trilogia del milieu" (dopo "Milano calibro 9" e "La mala ordina"), ma a parte i temi del tradimento, della vendetta e della violenza, ha poco a vedere con gli altri due, che si svolgevano a Milano ed erano tratti da racconti di Scerbanenco.

4 marzo 2017

Il gattopardo (Luchino Visconti, 1963)

Il gattopardo
di Luchino Visconti – Italia 1963
con Burt Lancaster, Claudia Cardinale
****

Visto in divx.

Mentre i garibaldini sbarcano in Sicilia (siamo nel 1860, in pieno Risorgimento, alla vigilia dell'Unità d'Italia), il principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster) assiste con malcelato distacco ai cambiamenti in atto nel paese. Consapevole del declino dell'aristocrazia cui appartiene e dell'insorgere di una nuova classe di latifondisti arricchiti, Don Fabrizio si adopera per favorire il matrimonio di suo nipote Tancredi (Alain Delon) con la giovane e bella Angelica (Claudia Cardinale), figlia del rozzo ma ricco latifondista Calogero Sedara (Paolo Stoppa), sindaco di Donnafugata, il paese dove la famiglia si reca tutti gli anni per la villeggiatura estiva. E nel corso dello sfarzoso ballo che celebra il debutto della coppia in società, comincia finalmente a fare un sofferto bilancio della propria vita. Dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (che era uscito nel 1958, un anno dopo la morte dell'autore), sceneggiato da Suso Cecchi D'Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa e lo stesso Visconti (e le frasi memorabili sono così tante che non potrò fare a meno di riportarne parecchie in questa recensione), uno dei film più importanti nella storia del cinema italiano, capolavoro del regista milanese (con cui dà definitivamente l'addio al neorealismo, ma soprattutto con cui passa dai temi della militanza politica e comunista alla riflessione nostalgica sulla decadenza dell'aristocrazia, il mondo cui lui stesso apparteneva) e vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes. "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi", spiega Tancredi allo zio Fabrizio, che a sua volta ribadisce più tardi il concetto a Don Ciccio durante la battuta di caccia ("Qualcosa doveva cambiare perché tutto restasse com'era prima"). Ma tanto Tancredi è ambizioso, spregiudicato e istintivo, pronto ad abbracciare il cambiamento (e a passare da un ideale all'altro per il proprio tornaconto personale, come quando abbandona i garibaldini al loro destino per arruolarsi nell'esercito regio dopo la battaglia dell'Aspromonte), tanto Don Fabrizio è stanco e disilluso, specchio di un'intera Sicilia che desidera solo "un lungo sonno: questo è ciò che i siciliani vogliono. Ed essi odieranno tutti quelli che vorranno svegliarli, sia pure per portare loro i più meravigliosi doni". Mentre il paese si muove, l'antica aristocrazia si mostra pigra e imperturbabile, rifiutando di lasciarsi scuotere da quegli eventi che tanto coinvolgono la plebe (che intravede la speranza di una vita migliore) e la chiesa (che teme di perdere i propri privilegi). Non che Don Fabrizio non sia cosciente di ciò: capisce benissimo che all'orizzonte c'è qualcosa di nuovo (non necessariamente migliore), ma anche che la sostituzione di una classe dominante con un'altra non apporterà alcun cambiamento significativo nel grande ordine delle cose ("Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra", recita la frase che dà il titolo al libro e al film).

Gli eventi storici e quelli familiari sono tutti filtrati dall'occhio del protagonista, punto di vista soggettivo su un periodo storico (il Risorgimento) a lungo congelato nella cultura italiana nei suoi aspetti mitologici e agiografici, e che soltanto in quegli anni, grazie appunto al romanzo di Tomasi di Lampedusa, cominciava a essere rivisto in chiave meno stereotipata e più lucida e sfaccettata. Nel romanzo, del Risorgimento si esplicita "la natura di contratto, all'insegna dell'immobilismo, tra la vecchia aristocrazia e l'emergente classe borghese". E il protagonista assurge a simbolo di tutta una terra, la Sicilia, i cui abitanti sono capaci di adattarsi a ogni condizione, a ogni evento, a ogni dominazione straniera. "La mia è un'infelice generazione. A cavallo fra due mondi, e a disagio in tutti e due". La disillusione del principe e la mancanza di speranza lo spingono a rinunciare a ogni possibilità di evoluzione personale (come quando rifiuta la nomina a senatore del nuovo regno), e anche quando abbraccia tale cambiamento (il voto per il sì alle elezioni per l'annessione al Piemonte: curiosamente, lui è l'unico al quale il sindaco Calogero propone entrambe le schede, mentre agli altri elettori viene offerta solo un'opzione) non lo fa per convinzione ma per rassegnazione all'inevitabile declino individuale. Il suo posto sarà preso dai nuovi ricchi (Calogero) e dai giovani ambiziosi ma senza ideali (Tancredi). Per quanto riguarda l'aspetto cinematografico, la messa in scena è a dir poco sontuosa, e non soltanto nella celebre scena finale del ballo (che occupa quasi l'intera ora conclusiva di un film già di per sé lungo, circa tre ore). La fotografia di Giuseppe Rotunno fa risaltare le scenografie di Mario Garbuglia e i costumi di Piero Tosi (ai quali Visconti stesso dedica un'attenzione maniacale: dalle tenute dei garibaldini all'abito bianco di Angelica), mentre la colonna sonora di Nino Rota (arricchita da brani di Verdi, come quelli della "Traviata" che la banda di Donnafugata suona all'arrivo del principe, o il valzer che si ode durante il ballo) punteggia in maniera efficace le immagini di una Sicilia arcaica ma raffinata, un mondo completamente a parte nel tempo e nello spazio. Lancaster, in una delle sue interpretazioni più memorabili (in italiano è doppiato da Corrado Gaipa), svetta su un ricco cast che comprende un Delon al secondo film con Visconti (dopo "Rocco e i suoi fratelli"), una bellissima Cardinale e un giovane Terence Hill (accreditato con il suo vero nome, Mario Girotti) nei panni del conte milanese Cavriaghi, amico di Tancredi, oltre a Paolo Stoppa, Pierre Clémenti, Rina Morelli, Romolo Valli, Lucilla Morlacchi, Giuliano Gemma, Serge Reggiani, Lou Castel, Leslie French.

8 dicembre 2016

Le grand bleu (Luc Besson, 1988)

Le grand bleu (id.)
di Luc Besson – Francia 1988
con Jean-Marc Barr, Jean Reno, Rosanna Arquette
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela e Gianluca.

Il francese Jacques Mayol (Jean-Marc Barr) e l'italiano Enzo Molinari (Jean Reno), amici-rivali sin da bambini, sono due campioni di immersione in apnea. A livello caratteriale non potrebbero essere più diversi: Jacques è introverso e incapace di comunicare con il mondo esterno (soprattutto dopo aver assistito, da bambino, alla morte del padre in mare); Enzo è esuberante, guascone e fiero della propria sicilianità. Eppure i due condividono non solo l'amore per il mare e per le immersioni, ma anche un profondo rispetto reciproco. L'assicuratrice americana Johanna (Rosanna Arquette), innamorata di Jacques, e il giudice di gara Novelli (Sergio Castellitto) sono testimoni delle loro continue sfide. Ispirato a personaggi reali (Mayol ed Enzo Maiorca – rinominato qui Molinari perché il vero Maiorca ebbe da ridire sul modo "ridicolo e stereotipato" in cui era stato rappresentato, al punto da impedire a lungo l'uscita del film in Italia: da noi arrivò soltanto nel 2002, dopo che ne furono tagliati 15 minuti – tra gli anni sessanta e gli anni ottanta si soffiarono a vicenda e a ripetizione il record di immersione in apnea), attraverso il rapporto di amicizia e rivalità fra i due protagonisti la pellicola mette in scena la lotta con sé stessi. In particolare Mayol si sente fuori posto nel mondo ed è evidentemente incapace di trovare la felicità sulla terraferma (in mare, con le creature acquatiche e segnatamente i delfini, non sembra invece avere problemi: emblematico il fatto che nel portafogli conservi la foto di un delfino... "La mia famiglia", spiega). Nonostante l'amore offertogli da Johanna, nel finale (ambiguo ma fino a un certo punto) si consegnerà volontariamente alle profondità marine. In questo la sceneggiatura del film (cui ha collaborato lo stesso Mayol) sembra aver compreso alla perfezione il carattere del campione francese, anticipandone il suicidio all'Isola d'Elba nel 2001, vittima della depressione. Nonostante le modalità stereotipate e sopra le righe con cui vengono rappresentati gli italiani sullo schermo (filtrati da una visione alquanto sciovinista da parte dei francesi, anche se a tratti simpatica: vedi la mitica Fiat 500 di Enzo), la pellicola riesce a fondere l'aspetto romatico e poetico con quello avventuroso, e in alcuni momenti – anche attraverso il kitsch, certo: Besson non è certo un regista raffinato e sottile – sfiora vette sublimi. Cult movie in patria alla sua uscita, grazie anche alla colonna sonora di Éric Serra. Suggestive le riprese del mare (con immagini delle coste e dei fondali del Mediterraneo, dalla Grecia alla Sicilia e alla Costa Azzurra): la passione per l'argomento porterà Besson tre anni dopo a girare un documentario sulla fauna marina, "Atlantis". Paul Shenar è il dottor Laurence, Griffin Dunne è il capo di Johanna.

12 agosto 2016

Divorzio all'italiana (Pietro Germi, 1961)

Divorzio all'italiana
di Pietro Germi – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Daniela Rocca
***1/2

Visto in divx.

Ad Agramonte, (fittizia) cittadina siciliana di provincia, il barone Ferdinando "Fefè" Cefalù (Marcello Mastroianni) vorrebbe sbarazzarsi della moglie Rosalia (Daniela Rocca) perché invaghito della giovane e bella cugina Angela (Stefania Sandrelli). Non essendoci ancora la possibilità del divorzio (che in Italia sarà introdotto solo nel 1970), l'uomo progetta allora di ricorrere a un "delitto d'onore", per il quale la legge dell'epoca prevedeva tutte le attenuanti. Si dà dunque da fare per "procurare" alla moglie un amante, con l'intenzione di coglierli sul fatto e avere una scusa per uccidere la donna, e lo individua in Carmelo Patanè (Leopoldo Trieste), professore d'arte e restauratore, da sempre innamorato di Rosalia... Dopo una serie di pellicole drammatiche e neorealiste, con questa graffiante black comedy (ispirata al romanzo di Giovanni Arpino "Un delitto d'onore") Germi cambia improvvisamente registro e comincia a realizzare film che attraverso la leggerezza, la satira e la commedia trattano delle questioni sociali e dei compromessi morali di un'Italia di provincia (alla Sicilia di questo film e del successivo "Sedotta e abbandonata", seguirà il Veneto di "Signore & signori"). Eccezionale la prova di Mastroianni, in una delle sue migliori interpretazioni, che modella un personaggio indimenticabile mediante l'espressione, la mimica facciale (il verso con la bocca), la meta-narrazione, le sequenze in cui si immagina la morte della moglie o l'arringa dell'avvocato che lo difenderà al processo. L'analisi sociale è evidente in scene come quella in cui tutto il paese "disapprova" Ferdinando perché non sembra mostrare alcuna intenzione di vendicare l'onore della propria famiglia. Ma sono degni di nota anche l'arrivo in città del film di Fellini "La dolce vita" (interpretato dallo stesso Mastroianni, anche se sullo schermo si vede solo la Ekberg), che scatena l'entusiasmo del pubblico e la riprovazione del parroco; l'intervento del "mafioso" locale per aiutare Ferdinando a rintracciare la moglie fuggita; e la scena delle lettere scambiate (quella d'amore di Angela destinata a Ferdinando finisce per errore nelle mani del padre della ragazza, procurandogli un coccolone). Enorme successo di pubblico e di critica, anche all'estero: da ricordare in particolare le tre candidature agli Oscar (con vittoria per la miglior sceneggiatura originale e nomination per la miglior regia e il miglior attore). La Sandrelli, solo quindicenne, divenne una star. Nel cast anche Lando Buzzanca e Odoardo Spadaro. Pur non trattandosi del primo esempio del filone, proprio dal titolo di questo film è nata l'espressione "Commedia all'italiana" con cui si è identificato il fortunato genere cinematografico che ha furoreggiato dagli anni cinquanta agli anni settanta.

3 luglio 2016

La mafia uccide solo d'estate (Pif, 2013)

La mafia uccide solo d'estate
di Pif [Pierfrancesco Diliberto] – Italia 2013
con Pif, Cristiana Capotondi
***

Visto in TV, con Sabrina.

Vent'anni di delitti e di vittime della mafia, visti attraverso gli occhi di un bambino (e poi ragazzo), che cresce nella Palermo degli anni ottanta e novanta. L'ex "Iena" televisiva Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, è co-sceneggiatore, regista e protagonista (almeno nella seconda metà del film: nella prima c'è Alex Bisconti, somigliantissimo, che lo interpreta da piccolo) di un'insolita commedia semi-autobiografica che mescola il paradosso e l'ironia con la ricostruzione – anche per mezzo di materiali di repertorio – delle stragi, dei funerali, dei processi legati a Cosa Nostra. Ogni momento della vita di Arturo (sin da quello del concepimento!) sembra incrociarsi con le vicende della criminalità organizzata: cresce fra l'omertà e le reticenze degli adulti che lo circondano (il titolo del film è una frase che gli dice il padre per rassicurarlo), sviluppa idee confuse sui boss e sui magistrati, individua ingenuamente il suo "eroe" in Giulio Andreotti (al punto di travestirsi da lui in una festa in costume e di appendere un suo poster in camera), ma il forte desiderio di comprendere la realtà e di raccontare la propria città lo porterà a diventare giornalista (è lui l'ultimo ad intervistare Carlo Alberto Dalla Chiesa). Il vero filo conduttore è però quello del suo amore per Flora, la compagna di classe di cui si invaghisce ma alla quale non ha mai il coraggio di dichiararsi. Dopo molti alti e bassi la ritroverà adulta, divenuta l'assistente personale di Salvo Lima (!) durante la campagna elettorale in Sicilia. A unirli sarà infine proprio la consapevolezza della reale portata della mafia e dei suoi delitti, la stessa che scuote i cittadini palermitani dopo le stragi di Capaci e di via d'Amelio di cui rimangono vittima i giudici Falcone e Borsellino. In un certo senso, dunque, Arturo e Flora rappresentano tutta la gente comune, coloro che dopo anni passati a fingere di non vedere e di non sentire si decidono finalmente a opporsi al potere della mafia. La pellicola si conclude con un omaggio alle tante vittime di Cosa Nostra. Il rischio di trovarsi di fronte a un pamphlet retorico è scongiurato non solo dai toni da commedia (il registro è lo stesso dei lavori televisivi dell'autore: ironico e documentaristico al tempo stesso) ma anche dalla sincerità e schiettezza con cui Pif affronta l'argomento, senza peraltro mai commettere l'errore opposto, quello di celebrare l'argomento e ammantare la criminalità organizzata di un'aura mistica e cool (al contrario, i boss sono esposti alla berlina e ridicolizzati: vedi Totò Riina che non sa usare il condizionatore d'aria). Il risultato è quasi una versione comica de "I cento passi", film nel quale un Pif alle prime armi era stato assistente alla regia.

16 dicembre 2015

Le streghe (Visconti, Pasolini, De Sica, et al., 1967)

Le streghe
di Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi, Vittorio De Sica – Italia 1967
con Silvana Mangano, Totò, Clint Eastwood
**

Visto in divx.

Film ad episodi sul tema della "donna strega". Dei cinque segmenti, due (quelli di Bolognini e Rossi) sono brevissimi, poco più che degli sketch di quattro-cinque minuti, mentre gli altri tre si estendono più a lungo, sui trenta minuti. Il migliore è senza dubbio quello di Pasolini (una fiaba fuori dal tempo con Totò e Ninetto Davoli, quasi un sequel di "Uccellacci e uccellini"), anche se qualcosa di interessante, seppure evanescente o datato, si trova anche negli episodi di De Sica (con un Eastwood "imborghesito") e di Visconti. Il filo conduttore è Silvana Mangano (all'epoca moglie del produttore Dino De Laurentiis), protagonista di tutti gli episodi, in seguito una presenza ricorrente nei film di Pasolini ("Edipo Re", "Teorema", "Il Decameron") e Visconti ("Morte a Venezia", "Ludwig", "Gruppo di famiglia in un interno"). I titoli di testa, in stile cartoon, sono di Pino Zac. Piero Piccioni realizza la colonna sonora per quattro dei cinque episodi (in quello di Pasolini, la musica è di Ennio Morricone).

"La strega bruciata viva", di Luchino Visconti (*1/2), con Silvana Mangano, Annie Girardot
Una diva di Hollywood, in visita a un'amica nella sua casa di Kitzbühel per le vacanze invernali, è al centro dell'attenzione di tutti: le donne ne ammirano la bellezza, gli uomini vorrebbero portarsela a letto. In un'atmosfera superficiale e svagata, fra tediosi giochi di società e goffi tentativi di adulterio, la diva fa preoccupare tutti sul suo stato di salute a causa di un lieve mancamento. Ma quando scopre di essere incinta, tenta inutilmente di convincere il marito (che è rimasto a New York) di lasciarle abbandonare il cinema per uno o due anni, scagliandosi contro l'ipocrisia di produttori, cineasti e pubblico. Il conformismo, i vizi e le virtù dell'(alta) borghesia, in un episodio – scritto da Giuseppe Patroni Griffi e Cesare Zavattini – dove la vena "decadentista" di Visconti sfiora quella intellettuale di Antonioni sull'incomunicabilità. Rivisto oggi, appare francamente datato. Nel cast, piccoli ruoli per Francisco Rabal, Clara Calamai, Marilu Tolo ed Helmut Berger (quest'ultimo alla prima collaborazione con Visconti).

"Senso civico", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano, Alberto Sordi
Una donna carica sulla sua macchina un camionista rimasto ferito in un incidente stradale, affermando di volerlo portare in ospedale. In realtà se ne serve per avere il via libera in tutti gli incroci e giungere così più rapidamente all'appuntamento con il suo amante. Sketch squallido e per nulla divertente, servito da una regia monotona.

"La terra vista dalla luna", di Pier Paolo Pasolini (**1/2), con Totò, Ninetto Davoli, Silvana Mangano
Proseguendo nel filone comico-surreale inagurato l'anno prima con "Uccellacci e uccellini" (un mini-ciclo con Totò e Ninetto Davoli che sarebbe poi proseguito con un altro cortometraggio, "Che cosa sono le nuvole?", e che avrebbe dovuto concludersi con il film "Re magio randagio", mai realizzato a causa dell'improvvisa morte dell'attore napoletano), Pasolini propone una vera e propria fiaba "stralunata" (vedi il titolo!) e "contro il senso comune". Protagonisti sono Ciancicato Miao (Totò) e suo figlio Baciù (Davoli), in cerca di una donna che possa fare da moglie per l'uno e da madre per l'altro. Dopo un'estenuante ricerca durata un anno, la trovano in Assurda Caì (Mangano), fata sordomuta da capelli verdi, che porterà serenità e bellezza nella loro povera casa. E soprattutto, tornerà magicamente e inspiegabilmente dalla morte, dopo essere caduta dal Colosseo per un incidente. La morale, come recita la didascalia finale: "essere morti o essere vivi è la stessa cosa". Lontano dai sottotesti ideologici e satirici di "Uccellacci e uccellini", un episodio innocente e leggero, ambientato in un mondo dove passato, presente e futuro coesistono, così come l'allegria e la tristezza, la realtà e la sua caricatura, la ricchezza interiore e la desolazione esteriore. L'intento di PPP, in effetti, stavolta non era quello di lanciare un messaggio sociale o politico (il cartello iniziale spiega che "visto dalla Luna, questo film [...] non è niente e non è stato fatto da nessuno") ma di sviluppare un nuovo e personale linguaggio fimico (fra i modelli, oltre naturalmente alle fiabe, i fumetti – si pensi alle didascalie, ma anche ai colori di acconciature e abiti – e le comiche di Chaplin – omaggiato in un ritratto appeso in casa Maio, nonché dal mutismo di Assurdina), più universale e archetipico, che caratterizzerà i successivi lavori del regista.

"La siciliana", di Franco Rossi (*1/2), con Silvana Mangano
In un paesino della Sicilia, uno sgarbo di poco conto a una donna è la scintilla che dà il via a una faida sanguinosa a base di vendette a catena. Nonostante alcuni accenni satirici sul concetto di onore e il suo stereotipo nel Sud, il maggior pregio dell'episodio è quello di essere veloce e brevissimo.

"Una sera come le altre", di Vittorio De Sica (**), con Silvana Mangano, Clint Eastwood
Una moglie soffre perché la sua relazione con il marito, dopo dieci anni di matrimonio, è precipitata nella monotonia e nelle abitudini. Se l'uomo è stanco e svogliato, la donna è repressa e frustrata: nelle sue fantasticherie, immagina di ribellarsi, di insultarlo e di maltrattarlo, di farsi corteggiare da altri – dapprima dai personanaggi dei fumetti e poi da una folla immensa – e di suscitare così la sua passione o la sua gelosia. Su sceneggiatura (fra gli altri) di Zavattini, De Sica mette in scena la noia di una coppia borghese, in un episodio che non manca di momenti onirici e visionari (gli scenari completamente bianchi, o tutta la sequenza finale), ma tirata un po' troppo per le lunghe. Interessante vedere Eastwood in un ruolo così lontano dalla sua immagine di pistolero western (aveva appena girato la trilogia del dollaro con Sergio Leone), anche se, in alcuni momenti del sogno ad occhi aperti della moglie, usa effettivamente la pistola.

17 settembre 2013

Via Castellana Bandiera (Emma Dante, 2013)

Via Castellana Bandiera
di Emma Dante – Italia 2013
con Emma Dante, Elena Cotta, Alba Rohrwacher
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Una domenica pomeriggio, in una stretta via di un quartiere periferico di Palermo, si incrociano due automobili. Sulla prima viaggia Rosa (Emma Dante) con la fidanzata Clara (Alba Rohrwacher), giunte in città per il matrimonio di un amico; sulla seconda, guidata dall'anziana Samira (Elena Cotta), c'è la famiglia Calafiore, che abita proprio in quella via. Entrambe le conducenti, Rosa e Samira, si intestardiscono e pretendono che sia l'altra a spostarsi per concedere il passaggio. La situazione non si sblocca, le ore passano, e mentre le due automobili rimangono una di fronte l'altra ad oltranza, gli uomini che abitano nella strada cominciano a scommettere su quale delle due cederà il passo per prima. L'esordio cinematografico (tratto da un suo romanzo) dell'attrice, regista e drammaturga teatrale Emma Dante è una pellicola che comincia bene ma si impantana quasi subito in una situazione che, più che surreale o grottesca, pare senza via d'uscita non solo per le protagoniste ma anche per lo spettatore. Si è parlato di "duello western" (anche per l'incrocio di sguardi e l'intensità muta dell'ostinazione delle due donne) o di natura metaforica della sfida (che riflette lo stallo sociale e culturale in cui si trova il nostro paese: da notare come i passeggeri delle due auto rappresentino anche due modi diversi di intendere la famiglia: quella "tradizionale" dei Calafiore e quella alternativa di Rosa e Clara), ma francamente lo spunto è talmente esile e artificioso che fatica a reggere la durata di un lungometraggio. Nonostante il tentativo di costruire loro un background, i personaggi hanno poco di interessante da dire o da svelare, e non si capisce perché – sia loro che noi – debbano perdere tanto tempo in quel vicolo (che peraltro in numerose inquadrature sembrerebbe anche abbastanza largo da permettere il passaggio di due auto affiancate: hai voglia a parlare di "magia del cinema" per giustificare ogni cosa!). Come se non bastasse, nel finale non manca nemmeno una scontatissima sequenza onirica-soprannaturale. La regia è concreta e nervosa, e ricorre spesso a inquadrature storte e a una macchina da presa traballante, mentre i pochi dialoghi soffrono della formazione teatrale dell'autrice e si rivelano, soprattutto nella prima parte, didascalici e ridondanti. Anche la prolungata e interminabile sequenza finale, in cui tutti corrono verso l'obiettivo, lascia il tempo che trova. Molte scene parlate in siciliano stretto sono sottotitolate. Qualche dubbio infine sul premio veneziano assegnato a Elena Cotta come miglior attrice: davvero non c'era di meglio?

19 settembre 2011

Scossa (Lizzani, Gregoretti, Maselli, Russo, 2011)

Scossa
di C. Lizzani, U. Gregoretti, C. Maselli, N. Russo – Italia 2011
con Paolo Briguglia, Gianfranco Quero
**

Visto all'Auditorium San Fedele (rassegna di Venezia).

Film a episodi dedicato al terremoto che nel 1908 distrusse la città di Messina e devastò le coste calabre e sicule. I quattro episodi, opera di altrettanti registi veterani (il più anziano, Lizzani, è nato nel 1922; il più giovane, Russo, nel 1939) sono però di qualità altalenante. A due segmenti banali e deludenti (quelli di Lizzani e di Maselli) se ne alternano altri due sicuramente meglio riusciti, il reportage di Gregoretti e la satira di Russo, che si concludono entrambi (sarà un caso?) con un collegamento all'attualità.

"Speranza", di Carlo Lizzani (*1/2), con Lucia Sardo
La notte del terremoto, una donna rimane intrappolata sotto le macerie. Dopo un'intera giornata in cui nessuno ha saputo soccorrerla, verrà visitata dal fantasma del marito. Patetico e ricattatorio, l'episodio peggiore del film.

"Lungo le rive della morte", di Ugo Gregoretti (**1/2), con Paolo Briguglia
Gregoretti porta sullo schermo le pagine di Giovanni Cena, che da giornalista si recò nei luoghi del disastro. Il resoconto del suo viaggio descrive perfettamente la sofferenza della gente, le difficoltà dei soccorritori (che devono far fronte anche a ostacoli di natura burocratica o logistica), la solidarietà degli italiani e degli stranieri, l'inettitudine della classe dirigente. Un documento antropologico di grande impatto e interesse, girato interamente in bianco e nero (e utilizzando le foto d'epoca come sfondo), a parte il controfinale in cui le parole di Cena, recitate da Briguglia, sembrano sposarsi perfettamente con le emergenze attuali del nostro paese.

"Sciacalli", di Citto Maselli (**), con Massimo Ranieri e Amanda Sandrelli
Dopo che il terremoto ha fatto crollare il carcere nel quale era stato rinchiuso, un uomo si precipita a scavare fra le macerie della propria casa in cerca della moglie e dei figli. Ma i marinai russi che prestavano soccorso alla popolazione, scambiandolo per uno dei tanti sciacalli che si aggiravano fra le rovine, lo fucilano. Ispirato a un episodio veramente accaduto, è il segmento più breve del film. Del tutto dimenticabile, nonostante la presenza di attori di nome.

"Sembra un secolo", di Nino Russo (***), con Gianfranco Quero
Dopo il crollo della sua casa, nel 1908, l'anziano pescatore Turi è costretto a trasferirsi in un'umida baracca sulla spiaggia. Le autorità gli promettono di costruirgli al più presto un nuovo alloggio: ma gli anni passano senza che la promessa venga mantenuta. E Turi, che ha deciso di non morire finché non otterrà una nuova casa, si ritrova nel 2006 nella stessa situazione di prima. Surreale e paradossale, il segmento di Russo è il migliore della pellicola e rivisita con ironia e cinismo un secolo di storia d'Italia (le guerre mondiali, il fascismo, l'avvento della repubblica) in chiave antiburocratica e antipolitica, mostrando che le cose in fondo non cambiano mai, se non in peggio (l'episodio si apre con quattro giovani che si preoccupano di raccogliere in mare due cadaveri di immigranti che sono stati travolti dal maremoto, e si conclude con gli stessi giovani che invece, di fronte ai cadaveri di immigrati nordafricani, reagiscono con la più totale indifferenza).

24 maggio 2011

I cento passi (M. T. Giordana, 2000)

I cento passi
di Marco Tullio Giordana – Italia 2000
con Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria e Ginevra.

Cento passi dividono la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, boss della mafia che domina a Cinisi, cittadina in provincia di Palermo. Anche se il suo stesso padre Luigi è affiliato alla cupola, il giovane Peppino si oppone a uno stato di cose che sembra immutabile, e fonda un'emittente radiofonica, Radio Out, attraverso la quale grida la sua rabbia e il suo disgusto verso la corruzione e l'omertà. Pagherà il suo impegno civile e politico con la vita: verrà ucciso il 9 maggio del 1978, lo stesso giorno in cui viene ritrovato a Roma il cadavere di Aldo Moro; e anche per questo motivo, oltre che per la volontà delle forze dell'ordine di chiudere fin troppo rapidamente le indagini, la sua vicenda rischiava di cadere nell'oblio. Così però non è stato, grazie a coloro che lo hanno conosciuto ma anche agli artisti che ne hanno parlato (oltre a questo lungometraggio, va ricordata una canzone dei Modena City Ramblers, anch'essa intitolata "I cento passi"). Insieme al successivo "La meglio gioventù", il film è indubbiamente il capolavoro di Giordana (autore anche della sceneggiatura con Claudio Fava e Monica Zappelli), abilissimo a ricostruire il clima e l'atmosfera di quegli anni, il senso di impotenza e di accerchiamento di fronte alla "piovra" mafiosa, la sete di ribellione di Peppino e dei suoi amici, la militanza comunista, le contraddizioni familiari, il desiderio di libertà e di giustizia in un piccolissimo paese siciliano che probabilmente, se non fosse stato per questa vicenda, il resto del mondo non avrebbe mai sentito nominare. Davvero ottimo Luigi Lo Cascio, al suo esordio sul grande schermo, che sfoggia anche una certa somiglianza con il vero Giuseppe Impastato. Attorno a lui, comunque, brillano tutti gli interpreti: in particolare vanno ricordati Tony Sperandeo nei panni di Tano Badalamenti e Claudio Gioè in quelli dell'amico Salvo, ma anche e soprattutto Luigi Maria Burruano e Lucia Sardo nei ruoli dei genitori di Peppino, personaggi complessi e sfaccettati. Salutato alla sua uscita come una boccata d'aria fresca per il cinema italiano, il film riporta con efficacia l'impegno civile in sala (non a caso viene esplicitamente citato "Le mani sulla città" di Francesco Rosi, che Peppino e i suoi amici guardano nel loro cineforum). Efficace, anche se un po' ruffiana, la colonna sonora, che comprende fra gli altri Janis Joplin, Leonard Cohen e Procol Harum. "Volare" di Domenico Modugno viene invece identificata come "l'inno nazionale di Mafiopoli", il che ha provocato reazioni risentite da parte degli eredi del cantante. In ogni caso, nel finale, sulle immagini del corteo funebre di Peppino, è difficile trattenere le lacrime e l'indignazione (anche perché, nonostante le bandiere rosse e i pugni alzati, come già detto è una pellicola di impegno civile e non di propaganda): e dunque il film centra perfettamente il suo bersaglio.

20 dicembre 2009

Palermo Shooting (Wim Wenders, 2008)

Palermo Shooting (id.)
di Wim Wenders – Germania/Italia 2008
con Campino, Giovanna Mezzogiorno
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Un fotografo tedesco (Campino, alias Andreas Frege, rock star del gruppo Die Toten Hosen), dopo essere scampato per un nonnulla a un incidente stradale e aver visto (letteralmente) la morte in faccia, si trattiene per qualche giorno a Palermo, città a lui sconosciuta, alla ricerca di sé stesso. Mentre gira per le strade scattando fotografie, scopre di essere preso di mira da una misteriosa figura incappucciata che gli scaglia contro delle frecce invisibili ed evanescenti, proprio come quelle che si vedono nel dipinto del "trionfo della morte" al quale Flavia, una giovane restauratrice, sta lavorando. Una pellicola strana e metafisica, ma con un suo particolare fascino surreale, caratterizzata da temi tipicamente wendersiani, e come tale apprezzabile forse di più se si conoscono bene le precedenti opere del regista (l'artista che si aggira per una città straniera ricorda "Lisbon story", anche se lì il protagonista "catturava" suoni e qui immagini; l'elemento soprannaturale era già presente ne "Il cielo sopra Berlino"; i sogni e le riflessioni e sulle sembianze delle cose si collegano a quelle viste – fra gli altri – in "Fino alla fine del mondo"), che suggerisce arditi collegamenti fra il fotografo e la morte (entrambi fanno lo stesso lavoro, in fondo, "immortalando" persone e oggetti ai quali tolgono la vita; persino il titolo del film può riferirsi tanto al lavoro del fotografo – lo "shooting" fotografico – quanto alle frecce scagliate dalla morte) e abbozza considerazioni su come uno scatto riproduca soltanto la superficie delle cose o sulla bizzarra condizione di un fotografo che viene ripreso a sua volta. Anche il personaggio di Flavia (interpretato da una brava Mezzogiorno) è in linea con tutto il resto: il suo lavoro di restauratrice di antichi dipinti, in fondo, è un trait d'union fra i due argomenti principali della pellicola, l'immagine e la decadenza. Ironico come, nelle sequenze iniziali del film, Campino – anziché la morte – si ritrovi a fissare sulla pellicola l'inizio della vita, nella fattispecie nella sessione fotografica con Milla Jovovich (che interpreta sé stessa con il pancione). La presenza di Milla, non accreditata, è stata per me un bonus inatteso ma gradito! Nel cast c'è anche Dennis Hopper, nei panni della morte impersonificata. Curatissime, come sempre, fotografia e colonna sonora. La scelta di Palermo come luogo dove incontrare la morte, città (de)cadente ed – etimologicamente – "grande porto", sembra particolarmente azzeccata. E la dedica finale a due grandi registi che erano appena scomparsi, per di più nello stesso giorno (Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni), non è decisamente casuale, visto che il film che riprende numerosi elementi da due delle loro opere più celebri, rispettivamente "Il settimo sigillo" (l'incontro con la morte) e "Blow up" (il fotografo e la realtà delle cose).

25 novembre 2007

La terra trema (L. Visconti, 1948)

La terra trema – Episodio del mare
di Luchino Visconti – Italia 1948
con Antonio Arcidiacono, Nelluccia Giammona
***

Visto in DVD, con sottotitoli.

'Ntoni e i suoi fratelli fanno i pescatori ad Acitrezza, ma il loro lavoro è sfruttato dai grossisti e dai mercanti di pesce che acquistano a pochissimo prezzo il risultato delle loro dure fatiche. Intenzionato a cambiare le cose, 'Ntoni ipoteca la casa per mettersi a lavorare in proprio, ma una tempesta distruggerà la sua barca e farà piombare la sua famiglia nella miseria più nera, costringendolo a chinare la testa e a tornare a lavorare dai "padroni". Ispirandosi ai "Malavoglia" ma discostandosi parzialmente dalla visione di Verga (anziché lottare contro il fato o la natura, i personaggi lottano contro altri uomini, ovvero contro un ben preciso sistema di oppressione economica e classista), Visconti realizza un film neorealista con toni da documentario: interpretato non da attori professionisti ma dai veri abitanti del luogo, il progetto si prefiggeva infatti di descrivere le dure condizioni di vita di una Sicilia ancora arretrata dal punto di vista sociale. Come suggerisce il sottotitolo, nelle intenzioni del regista il film doveva rappresentare il primo capitolo di una trilogia sulla Sicilia (gli episodi successivi sarebbero stati quelli dello zolfo e della terra, per raccontare lo sfruttamento dei minatori e dei contadini), poi non proseguita per lo scarso interesse del pubblico. L'opera venne anche boicottata dai benpensanti e dai politici dell'isola, che non apprezzavano il ritratto peggiorativo che a loro dire ne sarebbe uscito (erano gli anni in cui Andreotti affermava che "i panni sporchi si lavano in famiglia"). Il risultato è comunque molto espressivo e potente: i volti, i paesaggi, gli ambienti risaltano anche grazie all'ottima regia e alla maestosa fotografia. Parlato in siciliano stretto (ho dovuto guardarlo con i sottotitoli) ma accompagnato dalla didascalica voce di un narratore che illustra in italiano gli snodi più importanti, è la cronaca di un desiderio di riscatto sociale che fallisce non perché sia sbagliato in sé ma perché è frutto di una ribellione individuale e non collettiva.

13 settembre 2007

Il dolce e l'amaro (A. Porporati, 2007)

Il dolce e l'amaro
di Andrea Porporati – Italia 2007
con Luigi Lo Cascio, Toni Gambino
*1/2

Visto al cinema Eliseo (rassegna di Venezia)

Saro, aspirante picciotto, dopo la morte del padre si fa strada nelle file di Cosa Nostra, fra omicidi e tradimenti, grazie anche all'appoggio di influenti "uomini d'onore", fino a quando accetterà di diventare un pentito per difendere la propria vita e per l'amicizia che lo lega a un giudice. Da uno degli sceneggiatori de "La piovra", un film sulla mafia che non offre niente di nuovo sull'argomento e che si lascia vedere soltanto per la bravura di Lo Cascio. Molti critici l'hanno paragonato a una fiction televisiva, ma tutto sommato il paragone è ingiusto, visto che la confezione e l'ambientazione sono di buon livello. Peccato invece per la sceneggiatura, tutt'altro che brillante.

1 settembre 2007

A trenta milioni di km dalla Terra (N. Juran, 1957)

A trenta milioni di km dalla Terra (20 million miles to Earth)
di Nathan Juran – USA 1957
con William Hopper, Joan Taylor
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona. L'avevo già visto in DVD con Martin, qualche anno fa.

Un'astronave precipita nei mari della Sicilia, nei pressi di un villaggio di pescatori. A bordo ci sono solo due uomini ancora in vita: si tratta dei primi astronauti americani, di ritorno da una missione segreta sul pianeta Venere. Hanno portato con sé l'embrione di un animale di quel pianeta, un microscopico uomo-rettile che al contatto con l'atmosfera terrestre cresce rapidamente a dismisura fino a raggiungere dimensioni godzillose. Spaventata e confusa, la creatura si aggira nelle campagne siciliane fino a quando viene catturata con una rete elettrificata e portata al giardino zoologico di Roma (!) per essere studiata. Ma qui si libera nuovamente: prima combatte contro un elefante e poi semina il panico per le strade. Lo scontro finale avverrà al Colosseo. Celebre e ingenuo b-movie fantascientifico che, nonostante il titolo, si svolge interamente in Italia: proprio l'ambientazione e la curiosa trama lo distinguono, almeno nella prima parte, da altre pellicole analoghe di quel periodo. Gli effetti speciali di Ray Harryhausen sono notevolmente migliori e più realistici rispetto a "Il risveglio del dinosauro", di quattro anni prima.