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30 gennaio 2021

La tigre bianca (Ramin Bahrani, 2021)

La tigre bianca (The white tiger)
di Ramin Bahrani – USA/India 2021
con Adarsh Gourav, Rajkummar Rao
***

Visto in TV (Netflix).

Nato in povertà in un remoto villaggio in India, Balram (Gourav) non vuole rassegnarsi a rimanere per tutta la vita uno "schiavo", ovvero un servitore (nei confronti della propria famiglia, della società o degli uomini più ricchi di lui o di casta superiore). Si fa dunque assumere come autista dalla famiglia più benestante della regione, e da lì comincia la sua scalata verso il successo. Dal fortunato romanzo omonimo del giornalista di economia Aravind Adiga, un film di forte critica sociale che, attraverso l'ascesa personale del protagonista (anche a costo di commettere crimini di vario genere), si scaglia contro tutte le consuetudini radicate e le tradizioni culturali che impediscono all'India di diventare una potenza economica e sociale alla pari degli altri grandi paesi del mondo. Si va dall'assuefazione al ruolo di subordinati che permea gran parte della popolazione (Balram paragona i suoi compatrioti ossequiosi ai polli chiusi nelle stie) al sistema delle caste e quello dei matrimoni combinati, dalle ingiustizie e i maltrattamenti cui sono sottoposti i lavoratori alla corruzione imperante nel sistema politico, dall'arretratezza delle regioni rurali al disinteresse dei ricchi nel risolvere i loro problemi. Ma il vero tema, quasi più individuale che collettivo, è quello dell'incapacità innata del servitore di ribellarsi a questo stato di cose: Balram, l'unico che ci prova, è paragonato appunto alla "tigre bianca", animale rarissimo di cui si dice che nasca un solo esemplare ogni generazione. Certo, il termine di paragone (in positivo) sembrano essere sempre gli Stati Uniti, dove ha studiato il capo del protagonista, Ashok (Rajkummar Rao), e da cui proviene sua moglie, la "Pinkie Madam" (Priyanka Chopra). Ironicamente, però, Balram è convinto che l'uomo bianco sia ormai sul viale del tramonto, e che il nuovo secolo sarà quello "dell'uomo giallo e dell'uomo nero" (ovvero di Cina e India: quasi l'intera pellicola è narrata in flashback in una mail che il protagonista scrive al primo ministro cinese, Wen Jiabao, raccontandogli la propria vita nella speranza di fare affari con lui!). Se inizia come una storia di crescita "dalle stalle alle stelle" come tante, la pellicola si fa via via più potente nel suo attacco diretto e senza mezzi termini alle tradizioni arcaiche di un paese arretrato e disagiato, alle ipocrisie tanto dei poveri (che quasi si autocompiacciono della propria povertà) che dei ricchi (esemplari gli alti e i bassi nel rapporto con il padrone, che passa continuamente dal trattarlo come un membro della famiglia ad umiliarlo e sfruttarlo in ogni modo), sottolineando però una grande differenza ("i ricchi possono permettersi di sprecare le opportunità che hanno"). E ha anche il merito di non giudicare in alcun modo il suo personaggio: nessuna sentenza morale o "castigo" hollywoodiano giunge ad annacquare il messaggio (anzi, si prendono le distanze dalle pellicole occidentali: "Non dovete pensare che ci sia un quiz da un milione di rupie per uscire dalla povertà", dice Balram, riferendosi al "Millionaire" di Danny Boyle). Ottimi gli attori, un po' lento il ritmo (ma alla lunga carbura). Bahrani (anche sceneggiatore), americano di origine iraniana, ha spesso affrontato temi simili, sin dai suoi esordi.

25 luglio 2020

A river called Titas (Ritwik Ghatak, 1973)

A river called Titas (Titash ekti nadir naam)
di Ritwik Ghatak – Bangladesh/India 1973
con Rosy Samad, Kabori Sarwar
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

È uno dei primi (e più importanti) film bangladesi ad aver raggiunto la notorietà internazionale, poco dopo l'indipendenza del paese nel 1971. Sulle sponde del fiume Titas si dipanano nel corso degli anni le storie di diversi personaggi, per lo più abitanti dei villaggi di pescatori che proprio al grande fiume devono la loro sopravvivenza, venerandolo e utilizzandolo anche per le loro cerimonie (dai matrimoni ai funerali: "senza acqua le nostre anime non possono salire in cielo"). Il giovane Kishore (Prabir Mitra) sposa una ragazza di un altro villaggio, Rajar Jhi (Kabori Sarwar), ma la sposa incinta viene rapita dai banditi che la sottraggono dalla barca dopo la prima notte di nozze. Per la perdita Kishore diventa pazzo, mentre Rajar Jhi, liberatasi e soccorsa da altri pescatori, non farà ritorno che dieci anni più tardi, ignorando il nome del suo sposo e conoscendo solo quello del suo villaggio. Insieme al figlioletto Ananta è accolta (contro il volere della sua famiglia) da Basanti, giovane e combattiva vedova che un tempo era innamorata proprio di Kishore e che desidera disperatamente diventare madre, al punto da adottare il ragazzino. Nella seconda parte del film la storia si sfilaccia, presenta nuovi personaggi e si fa ancora più complessa, introducendo il tema delle rivalità incrociate fra i pescatori, i contadini e i mercanti della zona, faide fra caste che porteranno al prosciugamento del fiume... Da un romanzo dello scrittore bengalese Adwaita Mallabarman, una pellicola fluviale ed epica, meditativa ed esistenzialista, un affresco corale che intreccia molte storie su un unico scenario. Al di là degli aspetti cinematografici (il ritmo lento, la fotografia in bianco e nero, l'approccio neorealista contaminato però da una qualità astratta e quasi surreale, la colonna sonora che fonde la musica tradizionale con i silenzi e i suoni della natura), suscitano interesse soprattutto quelli antropologici e i ricchi sottotesti culturali e spirituali: evidenti negli usi e i costumi degli abitanti dei villaggi, i riti, le feste e le tradizioni, i miti (Rajar Jhi è paragonata più volte a una dea e chiamata Bhagavati), le fiabe e le storie di fantasmi, ma soprattutto il ruolo delle donne, autentiche protagoniste della pellicola come della vita delle comunità (sono loro a gestire le case mentre i mariti e i padri vanno a pesca), pur se formalmente subordinate agli uomini (tanto da perdere il loro nome proprio ed essere identificate soltanto come "la moglie di...", "la madre di...", "la sorella di...", "la figlia di..."). Amicizia, accoglienza, rivalità, grettezza, e tutto il campionario di atteggiamenti, vizi e virtù degli esseri umani plasmano poi i rapporti fra i singoli personaggi, le famiglie, le caste e le comunità, in una spirale alternata di solidarietà e di ostilità, mentre il fiume fa da silenzioso e implacabile osservatore, solcato da innumerevoli barche e chiatte, a remi o a vela, fino a quando persino l'unità dei pescatori e la loro aderenza a stili di vita e tradizioni antiche devono cedere il passo alla cattiveria del mondo moderno che avanza e ai tempi che cambiano (nessun fiume è eterno!).

23 luglio 2019

La sala della musica (Satyajit Ray, 1958)

La sala della musica (Jalsaghar)
di Satyajit Ray – India 1958
con Chhabi Biswas, Gangapada Basu
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Biswambhar Roy (Chhabi Biswas) è uno zamindar (membro dell'aristocrazia ereditaria e proprietaria terriera) ormai in decadenza. Anche di fronte alle crescenti difficoltà economiche, che lo costringono a vendere tutti i suoi terreni e le proprietà (e persino i gioielli di famiglia), e ai drammi familiari (un'alluvione gli porta via la moglie e l'unico figlio, ponendo di fatto fine alla sua dinastia, che morirà con lui), non intende scendere a compromessi con i nuovi arricchiti, impersonati dall'usuraio Mahim Ganguly (Gangapada Basu). E soprattutto non vuole rinunciare alla sua più grande passione, la musica, continuando a organizzare – a beneficio dei vicini – sontuosi concerti e spettacoli di ballo all'interno del proprio (ormai fatiscente) palazzo, dal quale non esce mai. Tratto da un celebre racconto dello scrittore bengalese Tarasankar Bandyopadhyay, il film è permeato da un fortissimo senso di fatalità e di "fine del mondo" (si svolge negli anni in cui lo stesso governo indiano stava abolendo il sistema degli zamindari) ma anche di nostalgia e rispetto per i valori culturali del passato: per certi versi potrebbe essere paragonato ad alcune cose di Luchino Visconti. La lentezza della narrazione e le lunghe sequenze di musica, di canto e di ballo non distraggono lo spettatore, anzi lo catturano quasi ipnoticamente (la musica indiana, d'altronde, fa spesso questo effetto), aiutandolo a calarsi dell'atmosfera e a partecipare emotivamente mentre assiste alla fine di un'era, una fine che giunge comunque con orgoglio, raffinatezza e nobiltà. La pellicola è stata girata nel palazzo di Nimtita Raajbari, nel Bengala occidentale.

30 marzo 2019

Bulbul can sing (Rima Das, 2018)

Bulbul can sing
di Rima Das – India 2018
con Arnali Das, Manoranjoan Das
**

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

La quindicenne Bulbul abita con la famiglia in una fattoria nell'Assam (uno stato rurale dell'India nord-orientale), bighellona per la campagna o va a scuola con gli inseparabili amici Bonny e Sumu, e vive le prime esperienze sentimentali. Ma in una società troppo ancorata ai valori del passato, che osteggia l'espressione dei giovani e ne reprime ogni individualità, persino gli amori adolescenziali diventano qualcosa di cui vergognarsi. Sorprese a sbaciucchiarsi con i fidanzatini, Bulbul e Bonny vengono infatti severamente punite dalla scuola e disapprovate dall'intero villaggio, tanto che l'amica sceglierà il suicidio. La svolta tragica (che pure era preceduta da segnali premonitori nell'incipit: l'immagine dell'altalena e i racconti sugli spiriti delle ragazze morte) modifica all'improvviso il mood di un film che appariva semplice e leggero, una storia di coming-of-age di impostazione episodica e corale. La denuncia di un mondo insensibile, oppressivo e patriarcale ne eleva il valore, pur lasciando un retrogusto sgradevole. Come capita spesso, le vittime sono i membri più sensibili della società (l'amico preso in giro da tutti perché debole ed effemminato, il fidanzatino che ama scrivere poesie). Nonostante il titolo, che fa riferimento alle (presunte) doti canore della protagonista (il cui padre vorrebbe che diventasse una cantante, mentre lei si trova a disagio a cantare in pubblico), non ci sono sequenze o canzoni in stile bollywoodiano: la pellicola è (per fortuna) di natura essenzialmente realista.

23 marzo 2018

No bed of roses (Mostofa Sarwar Farooki, 2017)

No bed of roses (Doob)
di Mostofa Sarwar Farooki – Bangladesh/India 2017
con Irrfan Khan, Parno Mittra
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente il regista.

Saberi (Nusrat Imrose Tisha), figlia del celebre e popolare regista Javed Hasan (interpretato da Irrfan Khan), assiste impotente al divorzio dei suoi genitori e al successivo matrimonio del padre con Nitu (Parno Mittra), giovane attrice sua coetanea e che era stata sua compagna di scuola. Non la prenderà bene: la famiglia romperà ogni rapporto con il padre, fino a quando questi, pochi anni più tardi, morirà improvvisamente. Qualche polemica in patria (ma poi grande successo di pubblico) per un film ispirato, pur se non esplicitamente, alla vita del regista e scrittore bengalese Humayun Ahmed, che lasciò appunto la propria moglie dopo 27 anni di matrimonio per sposare un'attrice molto più giovane di lui. Ma la buona regia (con eleganti movimenti di macchina a indugiare su volti e particolari), le convincenti interpretazioni e i bei paesaggi non bastano a ravvivare quella che è semplicemente una storia poco interessante e priva di sviluppi significativi: forse l'unico che vale la pena di menzionare è il passaggio della madre Maya (Rokeya Prachy) da una totale dipendenza (al punto da essere persino incapace di scegliere quali vestiti indossare) a una maggiore autonomia. Per il resto, si naviga nella noia e nel disinteresse.

3 novembre 2016

Appunti per un film sull'India (P. P. Pasolini, 1968)

Appunti per un film sull'India
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1968
con attori non professionisti
***

Visto in divx.

Le esperienze durante la lavorazione di film come “Il vangelo secondo Matteo” ed “Edipo Re” avevano spinto Pasolini a interessarsi sempre più a quello che viene comunemente definito “terzo mondo” (e che negli anni sessanta era al centro dell'attualità: le numerose battaglie per l'indipendenza dalle potenze coloniali stavano portando a forza questi paesi nell'era della modernità e dell'industrializzazione, senza che molti di essi fossero pronti a livello culturale o strutturale, dando così origine a situazioni socio-politiche instabili e contraddittorie). L'idea di girare una pellicola sull'argomento (da suddividere in diversi episodi, ambientati in differenti zone del pianeta) si scontrò però con enormi difficoltà produttive: il film non sarà mai realizzato, e tutto ciò che rimane del progetto sono un paio di documentari, o meglio di “diari di viaggio” (simili al precedente “Sopralluoghi in Palestina”), nei quali PPP affronta temi sociali e antropologici da un punto di vista “poetico” prima ancora che politico o documentaristico. “Appunti per un film sull'India”, prodotto dalla Rai (è l'unico lavoro di Pasolini realizzato per la televisione), racconta il viaggio del regista nel continente indiano, con l'intenzione non solo di catturarne i volti e i luoghi, ma anche di sottoporre agli indiani stessi il soggetto del film che aveva intenzione di girare, per registrarne le reazioni. Il film avrebbe dovuto essere diviso in due parti: la prima, ambientata nell'epoca pre-coloniale, si ispira a una leggenda indiana: un ricco maharaja, mentre visita le proprie terre, si imbatte in alcuni cuccioli di tigre affamati e, preso da compassione, offre loro il proprio corpo come cibo. Nella seconda, che si colloca durante la lotta per l'indipendenza del paese, la famiglia del maharaja deve far fronte all'improvvisa povertà in cui viene a trovarsi dopo la morte del capofamiglia, e gira per il paese senza fortuna. Attraverso la fiaba e la simbologia, il film avrebbe dovuto illustrare i due temi che PPP associa maggiormente all'India (e all'intero terzo mondo), ovvero la religione e la fame. “Un occidentale che va in India ha tutto ma non dà niente. L'India, invece, che non ha nulla, in realtà dà tutto”, spiega il poeta. Nel corso del documentario, PPP non resiste alla tentazione di fare delle piccole inchieste, intervistando le persone che incontra: curiosamente, mentre tutti sembrano interessati alla storia che intende raccontare (qualcuno oggi sarebbe disposto a comportarsi come il maharaja?), quando le domande si spostano sulla realtà contemporanea (le caste, la povertà, le differenze fra contadini e operai, le politiche del governo contro la sovrappopolazione) le risposte si fanno asettiche e omogenee, evidentemente frutto di scarso interesse o mancata riflessione sui problemi sociali.

10 settembre 2015

Lunchbox (Ritesh Batra, 2013)

Lunchbox (Dabba)
di Ritesh Batra – India 2013
con Irrfan Khan, Nimrat Kaur
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il portapranzo con il cibo preparato ogni mattina da Ila per il marito, a causa di un errore, viene recapitato quotidianamente a uno sconosciuto: il contabile Fernandez, che sta per andare in pensione. Dapprima attraverso le prelibate pietanze, da cui traspare tutto l'amore e la cura con cui sono state cucinate, e poi con una corrispondenza "epistolare" fatta di bigliettini e lettere lasciate nel portapranzo, Ila e Fernandez scoprono di avere molto in comune, a partire dalla solitudine. Lei, trascurata dal marito (che forse ha un'altra donna), immagina di trasferirsi in un paese straniero, magari nell'idealizzato Bhutan; lui, vedovo, indurito dalla vita e chiuso in sé stesso, aspira a una famiglia e a quel calore umano che gli manca da tempo (visto che anche sul lavoro ha come unici compagni i numeri, e infatti sulle prime tratta con sufficienza il giovane inesperto che dovrebbe prendere il suo posto). Costruito su uno spunto semplicissimo eppure assai efficace, un insolito film "romantico" i cui protagonisti praticamente non si incontrano mai di persona (anche perché una loro vera relazione sarebbe ostacolata da troppi fattori, dalla differenza di età allo stato sociale). Il lungometraggio d'esordio del regista Batra, accolto con grande favore in occidente, illustra l'insolita organizzazione dei dabbawala di Mumbai, comunità di "fattorini" che ritirano le scatole portapranzo a casa, le consegnano nei luoghi di lavoro e poi le riportano, vuote, a domicilio: nella pellicola si afferma con orgoglio che il sistema è stato studiato anche da alcune università occidentali, che hanno rilevato una percentuale di errore infinitesima: solo un portapranzo su sei milioni (quello di Ila, evidentemente!) viene consegnato al destinatario sbagliato.

26 settembre 2013

Vado a scuola (Pascal Plisson, 2013)

Vado a scuola (Sur le chemin de l'école)
di Pascal Plisson – Francia 2013
con attori non professionisti
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Storie di quattro bambini (e dei loro fratelli o compagni di classe), ai quattro angoli del mondo, che per recarsi a scuola sono costretti ogni giorno a compiere un lungo viaggio e affrontare difficoltà e pericoli. Jackson, in Kenya, deve attraversare la savana e stare attento agli elefanti; Zahira, nell'Atlante in Marocco, deve percorrere un lungo e ripido sentiero di montagna; Carlos, in Patagonia, deve cavalcare con la sorellina attraverso la steppa; Samuel, nel Bengali, è disabile e deve essere portato dai fratelli su una sedia a rotelle artigianale. Prodotto con il patrocinio dell'Unesco e distribuito dalla Walt Disney francese, è un film dall'impianto semidocumentaristico (si tratterebbe di "storie vere", tanto che al termine i diversi protagonisti – tutti dagli 11 ai 13 anni – vengono intervistati a proposito dei loro sogni e aspirazioni), ad alto tasso di buonismo e di retorica, sull'"eroismo" di bambini per i quali la ricerca dell'istruzione richiede impegno, dedizione e forza di volontà. Un bel concetto, certo, ma durante la visione è forte il desiderio di spingere sul tasto del fast forward: tolti i primi e gli ultimi minuti, tutta la pellicola consiste in una lunga sequenza di camminate attraverso paesaggi più o meno desertici. Alla fine, più che un film, sembra di aver guardato il volantino pubblicitario di una onlus o una raccolta di cartoline.

29 dicembre 2012

Vita di Pi (Ang Lee, 2012)

Vita di Pi (Life of Pi)
di Ang Lee – USA 2012
con Suraj Sharma, Irrfan Khan
**1/2

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Sabrina, Marco ed Eleonora.

L'indiano Piscine Molitor Patel (che prende il suo bizzarro nome da una piscina di Parigi), detto "Pi", racconta a uno scrittore – giunto da lui in cerca di materiale per un libro – l'incredibile vicenda che lo ha visto protagonista da giovane. Sin da adolescente, nella sua ricerca di spiritualità, era entrato in contatto – oltre che con l'induismo – anche con il cristianesimo e l'islam, finendo con l'abbracciare tutte e tre le religioni. Durante un viaggio per mare verso il Canada con la sua famiglia (il padre, proprietario di uno zoo, aveva deciso di trasferire la sua attività oltreoceano, portando con sé tutti gli animali), la nave su cui era a bordo viene investita da una tempesta e fa naufragio, e Pi si ritrova su una scialuppa di salvataggio insieme a Richard Parker, una feroce tigre del bengala. Navigherà in mezzo all'oceano per diversi mesi, sopravvivendo grazie a mille risorse e alla forza di volontà, lottando contro la fame e la sete e cercando in ogni modo di tenere a bada – e in vita – l'animale, prima di approdare sano e salvo sulla terraferma. Tratto dal romanzo omonimo di Yann Martel, il film affascina per la bellezza delle immagini (difficile togliersi dalla mente le distese marine e gli straordinari incontri notturni con le meduse o la balena) e la consueta capacità affabulatoria di Ang Lee (che lo ha diretto dopo gli iniziali rifiuti di M. Night Shyamalan, Alfonso Cuarón e Jean-Pierre Jeunet). Convince meno invece quando vorrebbe emozionare o – peggio ancora – far riflettere sull'esistenza (o meno) di Dio. Agli ufficiali giapponesi della compagnia di navigazione che gli chiedono di raccontare la sua avventura, infatti, Pi fornisce due versioni diverse: quella fantastica e inverosimile che anche noi spettatori abbiamo visto sullo schermo, e una alternativa, più credibile e prosaica, in cui il ragazzo si trova sulla scialuppa in compagnia del cuoco di bordo (interpretato da Gérard Depardieu) e da altri due passeggeri che il cuoco uccide per nutrirsi della loro carne. Al termine del racconto, il ragazzo domanda agli ufficiali quale delle due storie preferiscano. E poiché non è possibile dimostrare quale sia quella vera (né la cosa è rilevante per determinare la causa del naufragio), essi scelgono quella "più bella", ossia quella con la tigre. La fede in Dio, cioè la decisione di credere nella sua esistenza, secondo Pi agisce nello stesso modo: un mito, si sa, ha più fascino rispetto alla cruda realtà dei fatti. Ma il fardello teologico e filosofico, peraltro banalotto, appesantisce un film che dal punto di vista del comparto tecnico è invece un vero gioiellino: ottimi, per esempio, gli effetti visivi (la tigre e gli altri animali sono ovviamente digitali), il cui ampio utilizzo – per non parlare della scelta del 3D – ha portato i geni del marketing a pubblicizzare la pellicola come "Il nuovo Avatar". Curiosamente, proprio la consapevolezza di aver assistito a una finzione cinematografica cancella in parte l'ambiguità del finale (e guarda caso, la seconda versione della storia non viene mostrata per immagini ma soltanto narrata a parole del protagonista).

14 ottobre 2012

Sognando Beckham (G. Chadha, 2002)

Sognando Beckham (Bend It Like Beckham)
di Gurinder Chadha – GB 2002
con Parminder Nagra, Keira Knightley
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Divertente commedia sul calcio femminile, sulle difficoltà di integrazione delle nuove generazioni di espatriati e sull'importanza di saper "piegare" le regole della tradizione (to bend it, come recita il titolo originale, che si riferisce anche alla capacità di Beckham di dare l'effetto alla palla per aggirare la barriera sui calci di punizione) allo scopo di esprimere sé stessi e raggiungere i propri obiettivi. Jesminder ("Jess"), diciottenne di origine indiana che vive con la sua famiglia in Inghilterra, alla periferia ovest di Londra, è un'appassionata fan di David Beckham e ama giocare a pallone al parco con gli amici (maschi), il che non è visto di buon occhio dai genitori, assai conservatori (il padre è un sikh ortodosso, la madre sogna per lei un matrimonio punjabi). Avendola osservata in azione, la coetanea Juliette ("Jules", una Keira Knightley agli esordi) le propone di entrare a far parte della locale squadra amatoriale di calcio femminile. Combinando il loro talento, Jess e Jules portano il team in finale, ma la loro amicizia viene messa a repentaglio dal fatto che entrambe si innamorano dell'allenatore, il giovane irlandese Joe (Jonathan Rhys Meyers). E nel frattempo non mancano i problemi con le rispettive famiglie: la madre di Jules si convince che fra le due ragazze ci sia una relazione lesbica, mentre i genitori di Jess, dopo aver scoperto che la figlia fa parte della squadra, le impediscono di continuare a giocare, anche perché il matrimonio della sorella maggiore Pinky (Archie Panjabi) è imminente e tutta la famiglia deve mobilitarsi per organizzarlo al meglio. Il miglior film della regista anglo-indiana Gurinder Chadha (che non si ripeterà più) fonde in maniera leggera, fresca e (auto)ironica i luoghi comuni della pellicola sportiva (il riscatto, il gioco di squadra, il sacrificio, la vittoria finale), di quella romantica (i dilemmi dell'amicizia e dell'amore) e di quella a sfondo sociale (il contrasto fra il rispetto della tradizione e la lotta per l'autodeterminazione, i dissidi generazionali – "Non sempre i genitori hanno ragione" – e i cambiamenti nel comportamento dei figli degli espatriati – vedi la disinibita sorella Pinky, dedita al sesso pre-matrimoniale, o l'amico Tony, che si rivela essere gay). Significativa la scena in cui Jess vede – nella barriera da aggirare sul calcio di punizione decisivo – la madre, le zie e gli altri parenti, insomma tutti coloro che rappresentano una tradizione (famigliare, etnica, sociale) da superare. Se dunque il divertimento non manca, questo non va a discapito dei contenuti e della sostanza, il tutto in un setting realistico e ben definito (i personaggi vivono nei dintorni dell'aeroporto di Heathrow, i cui aerei in decollo si vedono spesso passare nei cieli sopra le loro teste: la scena finale della pellicola non poteva dunque che ambientarsi nell'aeroporto stesso, con le protagoniste che partono per una nuova avventura – una borsa di studio in America, dove il calcio femminile è praticato anche a livello professionistico), strizzando un occhio al cinema bollywoodiano (musiche, abiti, colori e balletti) e un altro a quello britannico ("My beautiful laundrette" ha fatto scuola). E dunque poco male se la trama presenta qualche cliche di troppo, se alcuni personaggi sono eccessivamente macchiettistici (i parenti), se l'alchimia fra la Nagra e Rhys Meyers non pare proprio perfetta e se le sequenze calcistiche non sono sempre convincenti. Il buon ritmo della storia e l'energetica simpatia delle due protagoniste compensano ogni cosa. Molte ragazze della squadra di calcio sono vere giocatrici dilettanti. Cameo, nei panni di sé stessi, per gli ex calciatori e commentatori sportivi Alan Hansen, John Barnes e Gary Lineker, mentre nel finale si intravede in aeroporto anche David Beckham (e signora) in persona. Nei titoli di coda la regista, la troupe e gli attori intonano a turno le strofe della canzone finale in hindi.

20 agosto 2012

Il fiume (Jean Renoir, 1951)

Il fiume (The river)
di Jean Renoir – Francia/India/USA 1951
con Patricia Walters, Thomas E. Breen
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

L'adolescente inglese Harriet vive con la famiglia sulle rive di "uno dei tanti fiumi sacri dell'India, le cui acque scendevano dalle nevi eterne dell'Himalaya per gettarsi nel golfo del Bengala" (anche se il nome non viene mai specificato, il riferimento è al Gange o a uno dei suoi tributari), dove il padre gestisce una fabbrica di iuta e la madre è impegnata a sfornare figli ma soprattutto figlie (ben cinque, che diventeranno sei prima della fine del film). L’arrivo di John, giovane eroe di guerra americano, ospite di un vicino di casa, sconvolgerà la tranquilla esistenza della ragazza, così come quella delle amiche Valerie e Melanie (quest'ultima mezzosangue, di padre inglese e madre indiana), che vivranno così i primi amori e le prime delusioni. Con una trama esile e dall’incedere quieto e minimalista, basata sui personaggi più che sugli eventi (la storia è tratta da un romanzo semi-autobiografico di Rumer Godden, autrice anche di “Narciso nero” e co-sceneggiatrice insieme a Renoir), il film è “al tempo stesso una meditazione sui rapporti degli esseri umani con la natura e la storia della crescita di tre ragazze” e ha avuto il merito di mostrare per la prima volta l’India più “autentica” agli spettatori occidentali, abituati fino ad allora alle fasulle ricostruzioni in studio che caratterizzavano i film di Hollywood. Certo, l’India rimane comunque uno scenario esotico e misterioso, filtrato attraverso uno sguardo più interessato a costruirne una propria rappresentazione artistica che a comprenderlo davvero, e questo nonostante il regista (che nel 1949 era reduce dalla fallimentare esperienza hollywoodiana, e si apprestava a tornare in Europa) punti molto su scenari realistici e inserti quasi da documentario, con una certa attenzione alle usanze e alle credenze locali. La strana e ingenua commistione fra il mondo cristiano/occidentale e quello indù/bengalese è evidente in personaggi come Melanie o come suo padre, che si costruisce una propria "filosofia della sottrazione" a partire da quella indiana, ma anche nei continui riferimenti ai miti della creazione e della distruzione (le storie di Krishna o Kalì) o della metempsicosi (la sorellina più piccola di Harriet, mentre gioca con la sua bambola, spiega che i bambini possono nascere e rinascere più volte). Il principale tema conduttore, comunque, è quello che vede rispecchiare lo scorrere della vita (amori, morti e nascite) in quello delle placide acque del fiume; nasce da qui la serena accettazione di cambiamenti e tragedie, che si tratti delle vicissitudini sentimentali (per le tre ragazze), del lutto per la morte di un figlio (per i genitori di Harriet), della perdita di una gamba (per John). L’intera vicenda è narrata, attraverso il tempo e i ricordi, dalla voce fuori campo di una Harriet cresciuta. Fu il primo film a colori di Renoir, che si preoccupò molto di dare alla pellicola tonalità veriste e luminose (la fotografia è del nipote Claude Renoir). La pellicola influenzò il giovane bengalese Satyajit Ray, che dopo aver assisitito alle riprese – e collaborato alla scelta delle location – decise di diventare regista a sua volta (esordì quattro anni dopo con il primo film della trilogia di Apu, “Il lamento sul sentiero”). Ma rivisto oggi, nonostante la sua aura di capolavoro, appare un po' sopravvalutato e non all'altezza dei grandi film di Renoir degli anni trenta, anche per la recitazione non certo esaltante da parte di interpreti non professionisti.

15 dicembre 2011

3 Idiots (Rajkumar Hirani, 2009)

3 Idiots
di Rajkumar Hirani – India 2009
con Aamir Khan, Kareena Kapoor
***

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Il più grande successo di pubblico del cinema indiano recente (vanta a oggi il maggior incasso di sempre per un film di Bollywood) è una pellicola che – dietro la sua natura di commedia "di massa" – non ha soltanto divertito ed emozionato gli spettatori, ma li ha fatti discutere sulle distorsioni di un sistema scolastico (che pure riesce a produrre, soprattutto in campo scientifico e ingegneristico, alcune delle più brillanti menti al mondo) basato sulla competizione, sulla ricerca dell'eccellenza a ogni costo e sulle continue pressioni che vengono esercitate sugli studenti da parte di genitori, insegnanti e della società in generale. Il protagonista Rancho (il super-divo Aamir Khan, già visto in "Lagaan", che qui interpreta un ventenne nonostante i suoi 44 anni), geniale e anticonformista, studia al prestigiosissimo Imperial College of Engineering (ICE) non per conseguire la laurea o per fare carriera in un'importante azienda, ma per il puro gusto di imparare: e durante i movimentati quattro anni di corso (raccontati in una serie di flashback, mentre l'incipit e la conclusione del film si svolgono cinque anni più tardi) riesce a cambiare la vita e le prospettive di compagni e amici, insegnando per esempio a Farhan (R. Madhavan), che studia ingegneria – per cui non è portato – solo per esaudire i desideri del padre, a seguire invece le proprie passioni e le proprie inclinazioni, diventando fotografo naturalista; e a Raju (Sharman Joshi), che studia per sollevare le fortune della sua famiglia povera, a fare affidamento su sé stesso e a vincere le proprie paure anziché affidarsi ad amuleti, superstizioni e aiuti esterni. Esilaranti, in particolare, i continui scontri con il professor "Virus" (Boman Irani), il direttore del college, incapace di riconoscere le vere qualità degli studenti e ostinato nel seguire schemi di insegnamento preconfezionati. A differenza de "L'attimo fuggente", qui è l'allievo ad aprire gli occhi all'insegnante e non il contrario.

Forse la filosofia umanista del film è un po' semplicistica ("Aal izz well", ovvero "tutto va bene", cantano i protagonisti di fronte a ogni difficoltà) e certe sequenze vanno decisamente sopra le righe (quella del parto, per esempio), ma dietro le gag comiche e gli immancabili momenti musicali (i consueti balletti kitsch e colorati, caratteristica di tanti film di Bollywood: molto bella, in particolare, la sequenza "romantica" che mostra l'innamoramento fra Rancho e Pia, la figlia del professor Virus), il film non ha paura di affrontare temi scottanti e delicati come l'alto tasso di suicidi fra gli studenti (pare che in questo campo l'India sia addirittura davanti al Giappone!), lo sfrenato consumismo delle classi sociali più elevate (il fidanzato di Pia che "etichetta" ogni cosa con un prezzo; l'altro compagno Chatur che misura il proprio successo sul valore della macchina o sulla grandezza della casa che è riuscito a comprarsi dopo la laurea) e in generale il mito del successo materiale, che dall'occidente sembra essersi fatto strada anche in una cultura, come quella indiana, che tradizionalmente si basava invece sui valori spirituali (ma anche su rigide gerarchie sociali e sui ruoli familiari). Il divertimento non manca, anche se molte gag non sono nuove ma vengono riciclate da più fonti: dalla barzelletta sulla penna per gli astronauti dello Space Shuttle alla scena del compito d'esame consegnato in ritardo (che proviene da questo spot neozelandese). Splendidi i paesaggi dell'India settentrionale, come il lago fra le montagne del Ladakh dove si conclude il film. Le "invenzioni" che si vedono nella pellicola (dal mini-elicottero con telecamera allo scooter alimentato a farina) sono tutte reali!

14 febbraio 2011

Il mondo di Apu (Satyajit Ray, 1959)

Il mondo di Apu (Apur sansar)
di Satyajit Ray – India 1959
con Soumitra Chatterjee, Sharmila Tagore
***1/2

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Nella terza parte della "Trilogia di Apu", tratta come le precedenti ("Il lamento sul sentiero" e "L'invitto") da un romanzo autobiografico dello scrittore bengalese Bibhutibhushan Bandopadhyay, ritroviamo Apu Ray – ormai rimasto solo al mondo – in un piccolo appartamento di Calcutta, dove si guadagna da vivere come insegnante e scrittore. Nonostante la povertà, il ragazzo è soddisfatto della propria vita libera e indipendente: ma tutto cambia quando l'amico Pulu lo invita fuori città al matrimonio di una sua cugina. Partito per trascorrere pochi giorni di svago e portandosi dietro solo il suo flauto ("Assomiglia a Krishna", commenta la madre della sposa), tornerà a casa con una moglie, la bella Aparna. Per lei cambierà la propria vita, accetterà un lavoro da impiegato (che in precedenza aveva sempre rifiutato) e vivrà giorni felici fino a quando la donna morirà improvvisamente di parto. Impazzito dal dolore, Apu lascerà casa e impiego, getterà al vento le pagine del romanzo cui stava lavorando e girovagherà per l'India per cinque anni, fino a quando l'incontro con il proprio figlio Kajal gli restituirà interesse per la vita. Il film si conclude con padre e figlio che si apprestano a tornare a Calcutta, ed è lecito immaginare che Apu, una volta in città, ricomincerà a lavorare e probabilmente riscriverà il suo romanzo da capo, ora che ha conosciuto meglio la vita, l'amore e la morte (nella parte iniziale del film, l'amico lo rimproverava di voler scrivere di amore senza aver mai nemmeno conosciuto una ragazza): il suo percorso di formazione è finalmente completo. Degna conclusione di un magnifico trittico cinematografico, particolarmente amato da registi come Martin Scorsese e Jean-Luc Godard, "Il mondo di Apu" mantiene elementi e caratteristiche dei due film precedenti (la grande umanità dei personaggi; le improvvise tragedie che funestano la vita di Apu: dopo la morte dei genitori e della sorella, qui è la volta della moglie; la suggestiva colonna sonora di Ravi Shankar; la bella fotografia in bianco e nero che illustra squarci di un'India povera ma ricca di fascino, dalle città ai villaggi di campagna) ed è ricco di memorabili episodi, a partire da quello del matrimonio (che sembra destinato ad andare all'aria per la scoperta che "il marito è pazzo" e che, nel giro di pochi minuti, vede Apu prendere la decisione di sostituire lo sposo e di cambiare il proprio destino). Nelle sequenze che illustrano la vita della giovane coppia a Calcutta, il regista dovette fare i conti con i dettami dell'epoca che proibivano di mostrare sullo schermo baci e abbracci. Intensa l'interpretazione del protagonista Soumitra Chatterjee, notevole quella della quattordicenne Sharmila Tagore (entrambi al loro esordio), e splendido anche il piccolo Alok Chakravarty, che interpreta il figlio di Apu.

5 gennaio 2011

Chameli ki shaadi (B. Chatterjee, 1986)

Chameli ki shaadi
di Basu Chatterjee – India 1986
con Anil Kapoor, Amrita Singh
*1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Considerato un classico della commedia romantica bollywoodiana e ambientato in una piccola cittadina dell'Uttar Pradesh, racconta la tormentata storia d'amore fra Charandas, spiantato e perdigiorno lottatore di wrestling (il cui maestro gli ha ordinato di non pensare alle ragazze prima di aver compiuto 40 anni!), e la vivace studentessa Chameli, figlia di un ricco mercante di carbone. Nonostante l'opposizione delle rispettive famiglie e le differenze di casta (i genitori di Chameli giungono persino a rinchiuderla in casa pur di non farla più incontrare con Charandas), i due ragazzi riusciranno a convolare a nozze grazie agli intrighi e alla complicità di compagni e amici, in particolare dello scaltro avvocato Harish, consigliere di Charandas, e di Anita, compagna di scuola di Chameli. Se il plot è scontato e prevedibile (siamo di fronte alla solita variazione su "Romeo e Giulietta", stavolta con lieto fine), il film è ravvivato dalle immancabili canzoni (nulla di speciale, comunque) e dai balletti (con coreografie particolarmente oniriche o surreali), da numerosi momenti comici e da un certo fascino retrò, tipico delle produzioni hindi. Fra i due protagonisti, però, non c'è particolare alchimia e i personaggi meglio riusciti sono quelli di contorno, come l'avvocato Harish (Amjad Khan) e il padre della ragazza (Pankaj Kapur).

26 ottobre 2010

The warrior (Asif Kapadia, 2001)

The warrior (id.)
di Asif Kapadia – India/GB 2001
con Irrfan Khan, Noor Mani
**1/2

Visto in DVD, con Giovanni, in originale con sottotitoli inglesi.

Un taciturno mercenario fa parte di un gruppo di guerrieri al servizio di un crudele signore feudale, che se ne serve per punire chi disubbidisce al suo dovere e per mettere a ferro e fuoco i villaggi che non pagano i tributi. Durante una di queste missioni punitive, l'uomo ha una visione mistica del proprio futuro e decide così di cambiare vita, abbandonando per sempre la spada e mettendosi in cammino per tornare al proprio villaggio. Perderà il figlio, ucciso per vendetta dai suoi ex compagni, ma nel corso del lungo viaggio dai deserti del Rajasthan alle cime innevate dell'Himalaya troverà la compagnia di un giovane ladruncolo in cerca, come lui, di redenzione. Girato in lingua hindi ma di produzione inglese (il regista, al suo primo lungometraggio dopo alcuni corti, è un britannico di origine indiana), il film è ambientato in un'epoca senza tempo ed è caratterizzato da toni epici-fiabeschi, da paesaggi di grande impatto e da pochissimi dialoghi, con immagini e silenzi di grande intensità che fanno perdonare una trama forse sin troppo semplice (ispirata, a quanto pare, da un racconto di samurai). La pellicola era stata proposta dalla Gran Bretagna come il proprio candidato agli Oscar per il miglior film straniero, ma è stata rifiutata dall'Academy perché non era parlata in una lingua nativa del Regno Unito.

5 settembre 2010

L'invitto (Satyajit Ray, 1957)

L'invitto (Aparajito)
di Satyajit Ray – India 1957
con Smaran Ghosal, Karuna Banerjee
***

Visto in divx alla Fogona con Marisa, in originale con sottotitoli.

Nel secondo film della "Trilogia di Apu", vincitore del Leone d'Oro a Venezia nel 1957, Ray continua a raccontare la vita del suo personaggio con sguardo puro e quasi documentaristico, seguendolo dall'infanzia fino agli anni degli studi all'università. Il ragazzo si è trasferito con i genitori a Benares, dove il padre lavora vendendo erbe medicinali e officiando riti come sacerdote presso il fiume Gange. Ma quando l'uomo muore improvvisamente, Apu e la madre Sarbajaya accettano l'offerta di un parente e si stabiliscono nuovamente in un villaggio rurale, nell'attuale Bangladesh. Qui Apu comincia ad andare a scuola, rivelandosi estremamente portato per l'arte e soprattutto per le scienze. Cresciuto, verrà incoraggiato dagli insegnanti a trasferirsi a Calcutta per proseguire gli studi: Sarbajaya, tuttavia, è meno entusiasta ed esita a lasciarlo andare via. Proprio il rapporto fra Apu e la madre è il filo conduttore del film, costituito da una successione di piccoli episodi, che con il precedente "Pather Panchali" e il successivo "Il mondo di Apu" dà vita a un vero e proprio romanzo di formazione. Studiando di giorno all'università e lavorando di notte in una tipografia per pagarsi l'affitto della stanza, Apu ha infatti poco tempo per tornare in visita dalla madre in un villaggio dove, fra l'altro, si sente fuori posto. Alla morte di Sarbajaya sceglierà di rinunciare al proprio retaggio (il mestiere di sacerdote) e di trasferirsi definitivamente a Calcutta. Il film, che rimane impresso anche per la bellezza delle location (i ghat, ossia le scalinate che conducono sul Gange; i vicoli di Benares; i templi del Bengala abitati dalle scimmie; gli edifici di Calcutta), è noto per l'utilizzo di un'innovazione tecnica ideata dal direttore della fotografia, Subrata Mitra, che permette di simulare la luce del sole durante le riprese nei teatri di posa. L'attore che interpreta Apu da adolescente, Smaran Ghosal, aveva solo 14 anni e non proseguì la carriera cinematografica: recitò soltanto in un altro film, sempre di Ray, nel 1961.

2 settembre 2010

Il lamento sul sentiero (Satyajit Ray, 1955)

Il lamento sul sentiero (Pather panchali)
di Satyajit Ray – India 1955
con Subir Banerjee, Uma Dasgupta
***1/2

Visto in divx alla Fogona con Marisa, in originale con sottotitoli.

Il lungometraggio d'esordio di Satyajit Ray, influenzato dal Renoir de "Il fiume" e dal neorealismo italiano, è il primo film della "Trilogia di Apu" nonché uno dei più importanti nella storia del cinema indiano (anche se sarebbe più preciso dire bengalese). Tratto da un romanzo semi-autobiografico di Bibhutibhushan Bandopadhyay e ambientato nelle zone rurali del Bengala agli inizi del Novecento, il film narra la nascita e l'infanzia di Apu, personaggio che sarà protagonista anche dei successivi "L'invitto" e "Il mondo di Apu". Il piccolo vive con la famiglia (i genitori, la sorella maggiore e una vecchia zia) in una casa ai margini della foresta e in estrema povertà: il padre Harihar, bramino e letterato, cerca inutilmente di vendere i propri scritti e nel frattempo si accontenta di lavorare come bracciante per un vicino possidente. La madre Sarbajaya, indurita dalle difficoltà, pare essere l'unica disposta a farsi carico seriamente delle difficili condizioni della famiglia. La figlia Durga, piena di sogni e di vitalità, ruba frutta per la zia ma finirà col morire di polmonite dopo essersi ammalata durante un monsone. E la morte coglierà anche l'anziana zia Indir, dopo essere stata per l'ennesima volta cacciata di casa da Sarbajaya. Al termine della pellicola, Apu e i suoi genitori decideranno di abbandonare la casa di famiglia e di trasferirsi a Benares, in cerca di fortuna. Quasi senza trama, la pellicola racconta una serie di episodi – bambini che giocano, animali, venditori ambulanti, calamità naturali, affetti fraterni e filiali, la scoperta della morte – che si succedono in libertà, tenuti insieme dall'umanesimo e dalla poesia naturalistica del regista, dalla suggestiva fotografia di Subrata Mitra (anch'egli esordiente) e dalla bellissima colonna sonora di Ravi Shankar, compositore e suonatore di sitar che si rifà alla musica tradizionale indiana. La sequenza in cui Apu e Durga corrono nei campi cercando di vedere i treni che passano, una delle più famose del film, è stata la prima girata da Ray: pare che l'abbia mostrata a John Huston, che si trovava in India in cerca di location, ricevendone l'incoraggiamento a proseguire il lavoro. Il lungometraggio è stato girato nell'arco di tre anni con scarsi finanziamenti, mezzi di fortuna e un cast e una troupe praticamente senza esperienza: Ray, che da tempo sognava di realizzare un adattamento del romanzo di Bandopadhyay, ha rifiutato ogni compromesso rinunciando a possibili finanziatori che avrebbero voluto distorcere la trama del film, allontanandola dalle sue idee. Proprio come De Sica, in seguito sarà accusato da politici e benpensanti di diffondere un'immagine retrograda del proprio paese, concentrandosi troppo sulla povertà: ma il film lo lancerà nell'olimpo dei registi, rendendolo popolare in tutto il mondo (fra i suoi estimatori si annoverano Akira Kurosawa, Abbas Kiarostami e Martin Scorsese).

19 maggio 2009

Il sepolcro indiano (Fritz Lang, 1959)

Il sepolcro indiano (Das indische Grabmal)
di Fritz Lang – Germania/Francia/Italia 1959
con Paul Hubschmid, Debra Paget
**

Visto in DVD, con Marisa.

Nel secondo episodio del dittico indiano di Lang (che negli Stati Uniti venne distribuito come un unico film, in una versione tagliata, rimontata e intitolata "Journey to the Lost City") proseguono le avventure dell'architetto Harald Berger e della danzatrice Seetha. Catturati dagli uomini del maharaja Chandra, i due amanti sono ricondotti al palazzo di Eschnapur, dove Berger viene imprigionato nelle caverne sotterranee. Il perfido fratello di Chandra, che sta organizzando un colpo di stato, persuade il maharaja a perdonare Seetha e a prenderla in moglie, convinto che il matrimonio con una mezzosangue (il padre della danzatrice era europeo) scatenerà la ribellione del popolo e dei sacerdoti. Nel frattempo la sorella di Berger e suo marito, anch'egli architetto, cercano di scoprire il luogo dove questi è tenuto prigioniero. Gran parte del film, complessivamente meno avvincente del capitolo precedente, si svolge fra cunicoli e tunnel sotterranei, e i protagonisti del primo episodio hanno un ruolo decisamente meno attivo. A parte un paio di scene che riguardano Seetha (quella in cui supplica Shiva di intervenire in suo aiuto, e immediatamente un ragno tesse la sua tela davanti all'imbocco della caverna dove la ragazza si nasconde, convincendo così gli inseguitori che la grotta sia vuota; e la famigerata danza di fronte al cobra velenoso, talmente audace e sensuale da essere stata censurata nella versione italiana), la sceneggiatura si sofferma infatti soprattutto sul maharaja Chandra (il cui personaggio assume nel finale una dimensione spirituale) e sul complotto ai suoi danni. La caverna in cui vengono rinchiusi i lebbrosi ricorda l'esilio sotterraneo degli operai di "Metropolis", mentre la loro fuga e le loro movenze sembrano anticipare quelle degli zombi di Romero. Nel complesso la doppia pellicola intrattiene ma non esalta, anche se sono comunque apprezzabili il fascino ingenuo per l'avventura esotica, la struttura seriale, l'ambientazione in un'India irreale e stereotipata, e le scenografie (tanto quelle "fasulle", come il tempio o le grotte di cartapesta, quanto quelle reali).

La tigre di Eschnapur (Fritz Lang, 1959)

La tigre di Eschnapur (Der Tiger von Eschnapur)
di Fritz Lang – Germania/Francia/Italia 1959
con Paul Hubschmid, Debra Paget
**1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Nel 1921, ancora sconosciuto e a inizio carriera, Lang progettò di realizzare un film di avventure esotiche tratto dal romanzo "Das indische Grabmal" di Thea von Harbou. Stese il copione insieme alla scrittrice (che sarebbe poi diventata sua moglie e sceneggiatrice di fiducia), ma il progetto gli venne tolto dal produttore Joe May che preferì girarlo di persona (la pellicola uscì divisa in due episodi, come si usava spesso a quei tempi). Soltanto nel 1959, alla fine della sua carriera e dopo i tanti bei film realizzati negli Stati Uniti, Lang ebbe l'opportunità di riprendere in mano la storia originale e di farne una versione personale, distribuita come la precedente in due parti, "La tigre di Eschnapur" e "Il sepolcro indiano" (per la cronaca, è da segnalare anche l'esistenza di un primo remake sonoro di Richard Eichberg del 1938, quando Lang era già fuggito dalla Germania nazista). Non stupisce dunque che il dittico langhiano appaia come un film fuori dal tempo, ingenuo e fumettoso con la sua fotografia colorata, i personaggi bidimensionali e i cliffhanger da prodotto seriale, anche se per certi versi anticipa persino il cinema degli anni ottanta (alcune sequenze e le ambientazioni lo fanno sembrare un film di Indiana Jones ante litteram: da notare però che anche il personaggio di Lucas e Spielberg si rifaceva a sua volta all'immaginario dei pulp magazines d'anteguerra). Il protagonista è l'architetto tedesco Harald Berger, invitato in India dal giovane e ricco maharaja di Eschnapur affinché costruisca nuovi edifici nei suoi territori. Durante il viaggio Berger salva la danzatrice Seetha dall'assalto di una tigre selvaggia, e i due si innamorano reciprocamente. Ma anche il maharaja ha messo gli occhi sulla ragazza, e intende sposarla: quando la loro tresca viene scoperta, Berger e Seetha devono fuggire dal palazzo e inoltrarsi nel deserto. Scenografie monumentali (memorabile soprattutto il tempio dove la sensuale Debra Paget danza davanti a un'enorme statua di divinità femminile), scenari esotici, belve feroci, amori immortali, oscuri complotti (il maharaja deve guardarsi da parenti e cortigiani che tramano per usurpare il suo trono): tutto concorre a farne un film godibile e avvincente, benché semplice, ingenuo e certamente lontano dalle vette più alte del cinema langhiano.

24 dicembre 2008

The millionaire (Danny Boyle, 2008)

The millionaire (Slumdog millionaire)
di Danny Boyle – GB/USA 2008
con Dev Patel, Freida Pinto
***

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Senza rinunciare al suo stile sempliciotto e folgorante, il sorprendente Danny Boyle confeziona una storia di redenzione e riscatto sociale che al tempo stesso è una favola, una storia d'amore e un ritratto dell'India moderna dove i grattacieli sostituiscono le baraccopoli (o meglio, le spostano altrove) e i format internazionali dei quiz televisivi fanno sognare a occhi aperti milioni (miliardi?) di individui. Quello che il giovane Jamal desidera, partecipando alla versione hindi di "Chi vuol essere milionario", però non è il denaro: spera soltanto di ricongiungersi con la ragazza che ha amato per tutta la vita e dalla quale è sempre stato separato da un destino avverso. Una dopo l'altra, le domande che gli vengono poste dal presentatore dello show fanno affiorare in lui i ricordi più traumatici della sua vita. Il destino ha infatti voluto che ogni quesito fosse legato a una delle svolte epocali della sua infanzia e della sua adolescenza: solo così si spiega come un ragazzino ignorante e cresciuto nelle baraccopoli di Mumbai (l'ex Bombay) possa conoscere tutte le risposte e arrivare fino all'ultima domanda, quella da venti milioni di rupie. D'altra parte anch'io, a volte, provo a immaginare quale potrebbe essere una sequenza di domande fatte "su misura" per me, ovvero interrogativi anche difficilissimi ma di cui so già in partenza la risposta. Naturalmente su Jamal cadono sospetti di essere un truffatore, che però sono destinati a dissiparsi: anche perché ben presto è evidente che il quiz per lui non è che un mezzo per raggiungere un fine ben diverso dal successo, dalla fama e dalla ricchezza, al punto da continuare a giocarsi tutto, in maniera apparentemente incosciente, senza mai fermarsi a nessun traguardo intermedio. La struttura a continui flashback, il ritmo veloce e incalzante, la fotografia vibrante (e un po' ruffiana), gli attori bravissimi, bambini compresi (ma che fastidioso il doppiaggio italiano!) concorrono a rendere il film gradevole e accattivante, magari a volte semplice e ingenuo (proprio come le pellicole di Bollywood, anche se in questo caso filtrate da un occhio occidentale) ma efficace. Curiosamente "Chi vuol essere milionario" era già stato al centro di un'altra bella pellicola, "Il mio miglior amico" di Patrice Leconte. Mi ha un po' lasciato perplesso la progressione delle domande, la cui difficoltà non sembrava crescente: l'ultima, in particolare (quella sui tre moschettieri), non era certo la più difficile: anzi, forse era la più facile di tutte! Nei titoli di coda, riecco Bollywood: i protagonisti danno vita a uno scatenato balletto, out-of-character.

Nota 1: Nel doppiaggio italiano c'è un passaggio decisamente discutibile. Per i dettagli, si legga qui: http://soulfood.blogspot.com/2009/01/laccendiamo.html.
Nota 2: Quando Jamal è accusato di barare, gli viene chiesto se aveva un complice fra il pubblico che tossiva per aiutarlo. È un riferimento alla storia (vera) di Charles Ingram. Cercate con Google o su YouTube per saperne di più!