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25 gennaio 2018

Il circo di Tati (Jacques Tati, 1974)

Il circo di Tati (Parade)
di Jacques Tati – Francia/Svezia 1974
con Jacques Tati, Karl Kossmayer
*1/2

Visto in divx.

Uno spettacolo circense, nel quale Tati fa da presentatore ed esegue anche diversi numeri (per lo più da imitatore: scenette nel quale "mima" le azioni di un portiere di calcio, di un pugile, di un pescatore, ecc.). Realizzato per la TV, è il sesto nonché ultimo lungometraggio diretto dal grande comico (e uno dei due, insieme al suo film d'esordio "Giorno di festa", in cui non interpreta il suo personaggio iconico, Monsieur Hulot). Senza una trama, la pellicola è solo un susseguirsi di gag ed esibizioni da parte degli artisti del circo e di buffi acrobati, suonatori, cavallerizzi: quasi una parodia del mondo circense, a dire il vero, più che una sua reale rappresentazione. Anche il pubblico (fra cui spiccano due bambini) partecipa talvolta alle pantomime. Certo dispiace vedere come, dopo il fallimento economico di "Play time", Tati sia stato costretto a ridimensionare le proprie ambizioni e a produrre "piccoli" film come questo, che è soltanto un pallido riflesso delle sue pellicole più famose.

6 novembre 2010

L'illusionista (Sylvain Chomet, 2010)

L'illusionista (L'illusionniste)
di Sylvain Chomet – Francia/GB 2010
animazione tradizionale
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Paola.

Un prestigiatore francese, che si sposta di teatro in teatro e di città in città in cerca di scritture, giunge fino in Scozia dove conosce una ragazzina che lo seguirà per qualche tempo, affascinata dalla sua capacità di trasformare la grigia realtà in qualcosa di sempre nuovo e sorprendente. Ma sullo sfondo c'è tutta la malinconia e la tristezza di un mondo che sta cambiando a grande velocità. Tratto da un soggetto e da una sceneggiatura inedita di Jacques Tati, il secondo lungometraggio di Chomet (che già nel suo primo film, "Appuntamento a Belleville", aveva reso omaggio all'arte del grande comico) sembra in molte cose un film di Monsieur Hulot, a partire dalla rinuncia al linguaggio parlato (il film non è propriamente muto, ma i dialoghi sono del tutto inessenziali). Il protagonista, modellato anche fisicamente su Tati (il cui vero nome è lo stesso del personaggio, Tatischeff), si muove con gentilezza ma fuori posto in un mondo in cui gli spettacoli di magia e di varietà non riscuotono più l'interesse del pubblico, contagiato da nuove mode (esilarante la parodia dei complessi rock che elettrizzano le folle di giovani a Londra), distratto dai venti di guerra, dal consumismo o dalle nuove tecnologie. Come l'illusionista, anche gli altri abitanti di questo microcosmo sono destinati al fallimento: si veda il clown che tenta il suicidio o il ventriloquo che, costretto a impegnare il suo pupazzo, finisce col chiedere l'elemosina (altri, come gli acrobati, si riciclano con più facilità lavorando nel campo del marketing). E anche il nostro mago, nel finale, sembra abbracciare la disillusione, rinunciando ai giochi di prestigio (esemplare quando non sostituisce la matita della bambina in treno con una più lunga) e facendo aprire gli occhi alla ragazzina con il suo ultimo messaggio: "I maghi non esistono". Alla fine, rassegnato, stringe fra le mani la foto della figlia (Sophie Tatischeff, la vera figlia di Tati, alla quale Chomet dedica il film con gratitudine per avergli dato il permesso di realizzare quello che era un suo sogno da tempo: riportare sullo schermo lo spirito un artista unico e indimenticabile). Per un breve momento, nel buio di una sala che proietta "Mio zio", il Tati disegnato e quello in carne e ossa hanno anche l'occasione di incontrarsi e di confrontarsi. Splendidi i disegni e soprattutto i fondali e le scenografie ad acquarello, che rendono giustizia agli scenari dell'Europa degli anni cinquanta (Parigi, Londra, le isole scozzesi e soprattutto Edimburgo).

28 marzo 2010

Monsieur Hulot nel caos del traffico (J. Tati, 1971)

Monsieur Hulot nel caos del traffico (Trafic)
di Jacques Tati – Francia 1971
con Jacques Tati, Maria Kimberly
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Alla sua ultima apparizione, ritroviamo Hulot nei panni di un progettista di automobili, incaricato di portare il suo ultimo modello (una bizzarra "vettura da camping", ricca di mille gadget e comodità) a un'esposizione internazionale che si tiene ad Amsterdam. Il nostro eroe parte così da Parigi a bordo di un furgone che trasporta la macchina, in compagnia dell'autista e di una graziosa addetta alle pubbliche relazioni che li precede su una sportiva vetturetta gialla. Ma fra guasti, problemi e inconvenienti di ogni tipo (incidenti, soste forzate, riparazioni), arriveranno quando la fiera si è ormai conclusa. Costretto dal flop del precedente e ambiziosissimo "Play time" e dal fallimento della sua casa di produzione a lavorare con un budget decisamente ridotto, Tati prende di mira ancora una volta la società dei consumi e le stravaganze della tecnologia. Ma ormai la sua comicità è un po' stanca, il personaggio sembra aver perso la propria "purezza" (non è più l'unico baluardo contro la frenesia e l'assurdità del mondo moderno, ma ne fa parte a pieno titolo) e le gag – basate su continui tormentoni e sull'osservazione di tic, manie e comportamenti insoliti – si trascinano senza graffiare. A salvare il film rimane il ritmo rilassato e ondivago, la grande cura nella messinscena e la costruzione di un mondo fuori dal tempo, dove l'era moderna (la costante presenza degli astronauti in televisione, l'ambiente cosmopolita dell'esposizione, le autostrade trafficate) convive con scenari d'altri tempi (gli scorci di campagna, il passaggio delle chiatte sul fiume), nonostante l'invadenza del marketing e del consumismo (come l'assurda promozione della stazione di servizio dove vengono regalati finti reperti archeologici). Impagabile il personaggio di Maria Kimberly, graziosa, iperefficiente e "moderna", ma anche distratta e arrogante, che si cambia d'abito in continuazione, che guida in maniera assai disinvolta (gran parte dei problemi nascono perché l'autista del furgone non riesce a tenere il suo ritmo) e che solo nel finale arriva a sciogliersi un po'. Fondamentale come sempre il sonoro: se le gag sono prevalentemente mute, i personaggi parlano (e borbottano) fra loro in numerose lingue (francese, tedesco, inglese, olandese), riuscendo incredibilmente a capirsi.

4 dicembre 2008

Play time (Jacques Tati, 1967)

Play time - Tempo di divertimento (Play Time)
di Jacques Tati – Francia 1967
con Jacques Tati, Barbara Dennek
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Quarto lungometraggio di Tati, realizzato a ben nove anni di distanza dal precedente "Mio zio" e con uno sforzo produttivo di proporzioni gigantesche: l'attore/regista fece costruire un set grande come un intero quartiere, battezzato "Tativille", per girarvi la prima parte della pellicola (la seconda è invece ambientata quasi interamente in un ristorante). Come di consueto il suo stile mescola gag prevalentemente visive a situazioni paradossali e riduce il linguaggio parlato quasi a un rumore di fondo, spesso del tutto ininfluente ai fini della comprensione di quel che si vede sullo schermo. Protagonista (ma meno del solito) è ancora una volta il personaggio stralunato di Monsieur Hulot, alle prese con un mondo moderno, tecnologico e impersonale, nel quale si trova come un pesce fuor d'acqua. Inizialmente lo vediamo aggirarsi in un futuristico palazzo di metallo, nel disperato tentativo di interloquire con uno sfuggente burocrate. Poi lo seguiamo all'interno di una fiera commerciale, fra invenzioni bizzarre e clienti curiosi. In seguito viene invitato da un amico a visitare il suo nuovo appartamento, le cui pareti di vetro consentono ai passanti di osservare tutto ciò che avviene fra le mura domestiche. E infine trascorre la serata in un ristorante di lusso, proprio la sera dell'inaugurazione, dove tutto – per la disperazione dei camerieri – sembra andare storto. Sotto accusa, oltre allo stile di vita moderno (come nei film precedenti), ci sono la pianificazione architettonica, il design urbano, l'organizzazione aziendale e la scomparsa dei rapporti umani. La sola anima affine, Hulot la trova nella giovane turista americana che – unica del suo gruppo – trova il tempo di fotografare una vecchia fioraia o di ammirare i monumenti di Parigi riflessi nelle porte a vetro dei palazzi moderni, mentre il tour guidato al quale sta partecipando la trascina attraverso scenari metropolitani che non hanno nulla di parigino (come sottolineano, ironicamente, i manifesti dell'agenzia di viaggi che mostrano le diverse località del mondo attraverso immagini di un edificio sempre uguale). Pur se meno bello dei lavori precedenti, il film si lascia apprezzare per il ritmo lento e svagato, la perfezione formale (l'uso dei colori o dei suoni, la direzione delle comparse, la ricchezza delle scenografie) e il crescendo nella scena del ristorante. Truffaut lo definì "un film venuto da un altro pianeta". Girato in 70 mm con un procedimento tecnologico innovativo, fu un insuccesso commerciale che portò Tati al fallimento e di fatto pose fine alle sue ambizioni artistiche indipendenti.

7 giugno 2008

Mio zio (Jacques Tati, 1958)

Mio zio (Mon oncle)
di Jacques Tati – Francia 1958
con Jacques Tati, Jean-Pierre Zola
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Il terzo lungometraggio di Tati è forse il suo capolavoro: realizzato cinque anni dopo il precedente “Le vacanze di monsieur Hulot” (la meticolosità del regista francese nella regia e nella messa in scena è pari a quella di Kubrick, il che spiega sia il costo sia il lungo tempo di produzione delle sue opere), ne ripropone lo stesso personaggio muto e stralunato, inserendolo però in un contesto decisamente diverso e lanciando una critica alla meccanicizzazione della vita quotidiana, al materialismo e all'efficienza tecnologica. Se Hulot abita infatti in un quartiere popolare di Parigi, caldo e a misura d'uomo, sua sorella e il marito risiedono invece in una villa moderna, fredda e asettica, dotata di tutti i comfort tecnologici possibili e naturalmente dove gli arredi sono essenziali: più che brutta, in realtà, si tratta di una casa che annulla la personalità dei suoi occupanti e dove a comandare sono gli oggetti stessi. Vedendo di cattivo occhio che il proprio figlioletto passi il tempo bighellonando con lo zio, il cognato di Hulot cerca di procurargli un lavoro alla fabbrica di tubi di plastica di cui è il direttore: ma come Chaplin in “Tempi moderni”, il libero e inefficiente Tati non è fatto per convivere con un mondo disumano e robotizzato come quello e provocherà una serie di guai (il più celebre è il “tubo a salsiccia”). La pellicola, perfetta nei suoi meccanismi e nei suoi dettagli (molti dei quali si colgono solo dopo ripetute visioni, come gli “occhi” della villa), descrive rituali borghesi e manie domestiche, cani randagi (ai quali si aggiunge, di tanto in tanto, il bassotto di casa, anche lui in fuga dalla villa) e amicizie di quartiere, buffi incidenti (il cane che rinchiude la coppia nel garage) e inattese solidarietà (il figlio che nel finale stringe la mano al padre quando questi si rende complice di una sua marachella), e in generale la difficoltà di interazione fra due mondi (quello “classico” di Tati e quello “moderno” dei cognati) con una libertà, una leggerezza e un'ispirazione eccezionali. Le trovate indimenticabili sono davvero molte: su tutte, il getto d'acqua della fontana a forma di pesce al centro della villa del cognato, che viene attivato soltanto quando arriva un ospite di riguardo e che “impazzisce” durante la festa quando Hulot trancia il tubo sotterraneo. Fondamentali i suoni, curatissimi in ogni dettaglio e spesso protagonisti ancor più delle immagini: dai rumori delle macchine e degli elettrodomestici, che impediscono persino di parlarsi, ai fischi dei bambini per strada, con i quali compiono scherzi crudeli; dall'allegra musica di paese, che irrompe persino nelle telefonate, al batter dei tacchi delle impiegate della fabbrica. La pellicola, la cui struttura potrebbe aver ispirato in parte l'episodio di Tintin “I gioielli della Castafiore”, vinse l'Oscar per il miglior film straniero e il premio speciale della giuria a Cannes.

29 maggio 2007

Le vacanze di monsieur Hulot (J. Tati, 1953)

Le vacanze di monsieur Hulot (Les vacances de Monsieur Hulot)
di Jacques Tati – Francia 1953
con Jacques Tati, Nathalie Pascaud
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Con la sua vecchia automobile, rumorosa e fuori moda, Monsieur Hulot arriva in una località balneare per trascorrere l'estate insieme ad altri turisti di un albergo sulla spiaggia. La stagione passa tra piccole avventure e disavventure di ogni tipo, raccontate in tono comico e garbato e con una leggerezza da film muto (il protagonista è di poche parole, come anche la bella biondina che, fra i numerosi comprimari, spicca come secondo personaggio più importante del film, mentre gli altri parlano sì – e in più lingue: francese, inglese, italiano – ma non dicono mai nulla di significativo). Con Hulot, personaggio solitario e stralunato che non abbandonerà più, Tati si propone come erede dei grandi comici del passato (la sua attenzione per l'ambientazione, la messinscena e la coreografia è pari a quella di Buster Keaton, mentre nel suo rapporto con il mondo frenetico e moderno ricorda Charlie Chaplin) e al tempo stesso anticipa personaggi "disturbatori della quiete altrui" quali lo Hrundi V. Bakshi di Peter Sellers e il Mr. Bean di Rowan Atkinson. Ma Hulot non è un semplice disturbatore: è un poeta, un'anima candida, un osservatore della realtà che lo circonda e del mal di vivere moderno, al quale si oppone con la sua semplicità, la sua gentilezza e la sua goffaggine. Spesso inquadrato di spalle, con l'immancabile pipa e il buffo cappello, lo spilungone e dinoccolato Hulot è sempre pronto a dare una mano agli altri ma anche a nascondersi rapidamente quando si rende conto di aver combinato un guaio (la scena in cui si rifugia in fretta e furia nella sua mansarda mi ha ricordato l'altrettanto rapida fuga di Peter Sellers dietro la piscina dopo aver centrato un commensale con una freccetta in fronte in "Hollywood Party"). Quando scuote la tranquillità di chi lo circonda, lo fa inconsapevolmente e senza cattiveria, anche se immancabilmente con effetti comici. E quando la stagione estiva si conclude, fra fuochi d'artificio, balli in maschera disertati da turisti svogliati (vi partecipano solo Hulot, la biondina e un bambino pestifero, i soli personaggi – oltre all'anziano signore che segue docilmente la moglie come un cagnolino – cui vanno le simpatie del regista), bizzarre partite a tennis, gite a cavallo e picnic fuori città, non resta che una punta di malinconia: si parte e si ritorna a casa, da soli come si era arrivati.

22 maggio 2007

Giorno di festa (J. Tati, 1949)

Giorno di festa (Jour de fête)
di Jacques Tati – Francia 1949
con Jacques Tati, Guy Decomble
***

Rivisto in DVD con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Il primo lungometraggio di Tati (che integra ed espande le gag di un precedente cortometraggio, "L'école des facteurs", realizzato nel 1947) ne rivela già tutta la bravura di metteur en scène e l'attenzione ai dettagli per una vicenda corale al centro della quale si aggira, sperduto come un pesce fuor d'acqua, il suo personaggio. Non ancora Monsieur Hulot, Tati qui impersona un bizzarro postino di campagna, oggetto dell'ironia e degli scherzi dei suoi compaesani. In occasione di una festa domenicale, assiste a un documentario sulle meraviglie del servizio postale americano: postini che si lanciano in elicottero, che attraversano cerchi di fiamme. e così via. Per non essere da meno, decide di compiere il suo prossimo giro in bicicletta con straordinaria rapidità ed efficienza. Ovviamente i risultati non sono quelli sperati. Le gag comiche, derivate dal cinema muto ma al contempo originali, si inseriscono in una vicenda giocosa e allegra, caratterizzata da mille spunti e personaggi minori. Ma per trovare maggior coesione e omogeneità bisognerà aspettare Monsieur Hulot. L'attore, che prestava grande attenzione anche all'aspetto tecnico dei suoi film, girò "Giorno di festa" con due cineprese differenti: la prima con una pellicola sperimentale a colori, che però non riuscì mai a far sviluppare, e la seconda (per precauzione) nel tradizionale bianco e nero. Soltanto nel 1995 la versione a colori venne restaurata e proiettata per la prima volta (ed è questa che ho visto io). Non si tratta dunque di una colorizzazione "a posteriori", ma dell'aspetto che il film avrebbe dovuto avere sin dal principio secondo le intenzioni dell'autore. I colori sono slavati, è vero, ma rendono comunque giustizia al clima di festa che caratterizza il film e alla sua ambientazione rurale, fra bambini e animali da cortile, carrozze e trattori, nell'assenza di qualsivoglia modernità.

16 maggio 2007

L'école des facteurs (Jacques Tati, 1947)

La scuola dei postini (L'école des facteurs)
di Jacques Tati – Francia 1947
con Jacques Tati, Paul Demange
**1/2

Visto su YouTube.

Prima di esordire nel lungometraggio con "Giorno di festa" del 1949, Tati fa le prove generali con questo divertente corto, le cui gag saranno riciclate ed espanse nel film successivo. Il comico, che fino ad allora aveva lavorato come attore di varietà nei music-hall (ma occasionalmente anche al cinema), interpreta un postino di campagna, appena uscito dall'addestramento, che deve dar prova di efficienza compiendo il proprio giro di consegne nel tempo più rapido possibile per non perdere la "coincidenza" con l'aereo postale. Anche se i personaggi parlano, gran parte delle trovate ricordano quelle del cinema muto (la bicicletta che rimane impigliata alla sbarra del passaggio ferroviario o al furgoncino, oppure che procede da sola) e l'attore dà già prova del suo tempismo nella costruzione anche "fisica" delle scenette e delle gag. Il corto venne prodotto dalla Cady Films, società fondata dallo stesso Tati con Fred Orain, direttore degli studi cinematografici di Nizza, che produrrà anche i suoi primi lungometraggi. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo René Clément: ma essendo questi impegnato su un altro set, Tati decise di occuparsi in persona della regia.