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4 novembre 2023

D&D: L'onore dei ladri (J. Goldstein, J. F. Daley, 2023)

Dungeons & Dragons: L'onore dei ladri
(Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves)
di Jonathan Goldstein e John Francis Daley – USA 2023
con Chris Pine, Michelle Rodriguez
**

Visto in TV (Sky Cinema).

Il bardo ed ex spia Edgin (Chris Pine) e la guerriera Holga (Michelle Rodriguez), rivoltisi al furto, si alleano con il giovane stregone Simon (Justice Smith) e la druida mutaforma Doric (Sophia Lillis) per salvare Kira (Chloe Coleman), la figlia di Edgin, rapita dal truffatore Forge (Hugh Grant), che si è impadronito del potere in una città-stato con l'aiuto della perfida maga Sofina (Daisy Head). Chi cerca una trama sensata e personaggi originali rimarrà deluso. Chi si "accontenta" dell'avventura, della fantasia e della magia, invece, no. La vastità e la varietà del mondo, dei suoi scenari, delle creature e delle situazioni garantisce il divertimento, anche se a livello di sceneggiatura gli snodi sono meccanici e improbabili, il ritmo manca di respiro, e soprattutto tutto è ricolmo di umorismo e di battutine con occasionali dissonanze tonali quando si sfiorano temi seri o momenti di pathos. Insomma, un tipico prodotto da intrattenimento hollywoodiano. Che però, a differenza dei precedenti tentativi di portare al cinema il celebre gioco di ruolo (tre film usciti fra il 2000 e il 2012, di cui solo il primo in sala: il secondo solo in TV e il terzo direttamente nell'home video), questa volta ha riscosso un certo successo, se non di pubblico almeno di critica, anche per merito del buon cast (fa eccezione la bambina, tremenda). Regé-Jean Page è lo stregone Xenk Yendar, Bradley Cooper l'halfling Marlamin. Certo, sarebbe stato carino se la storia avesse fatto maggior riferimento alle dinamiche del gioco (di cui porta in scena comunque numerose creature, razze e oggetti magici). Tantissima CGI: le poche scene dal vivo sono state girate in Irlanda del Nord.

25 febbraio 2022

Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli (D. D. Cretton, 2021)

Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli
(Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings)
di Destin Daniel Cretton – USA 2021
con Simu Liu, Awkwafina
**

Visto in TV (Disney+).

Dopo le quote neri ("Black Panther") e donne ("Captain Marvel", "Black Widow"), l'Universo Cinematico Marvel si occupa anche degli asiatici, andando a ripescare un personaggio che ebbe una certa popolarità negli anni Settanta, grazie a una bella serie a fumetti scritta da Doug Moench e disegnata da Paul Gulacy, Mike Zeck e Gene Day: Shang-Chi, "Master of Kung-fu", creato (da Steve Englehart e Jim Starlin) sull'onda della mania per le arti marziali istigata in quel decennio dai film di Bruce Lee e dalla serie televisiva "Kung fu" con David Carradine. Il personaggio originale era legato strettamente al mondo immaginario ideato dallo scrittore inglese Sax Rohmer, di cui al tempo la Marvel aveva acquisito i diritti, che ora ha perduto. Ecco perché suo padre, in questa rivisitazione, non è più il leggendario Fu Manchu ma un più "anonimo" villain, Xu Wenwu (Tony Leung Chiu-wai), fusione di diversi personaggi classici Marvel: il suddetto Fu Manchu, Master Khan (l'arcinemico di Iron Fist) e il Mandarino (avversario di Iron Man). Quest'ultimo era già stato introdotto in "Iron Man 3", ma con il twist che si trattava solo di un attore che ne recitava la parte: tale sciroccato attore, interpretato da Ben Kingsley, fa una comparsata anche qui in un ruolo comico. Tornando a Shang-Chi (il non trascendentale Simu Liu), è appunto il figlio di un signore della guerra che ha acquisito enormi poteri (e l'immortalità) grazie ai magici Dieci Anelli, artefatti di misteriosa natura. Addestrato dal genitore a diventare un killer, Shang-Chi si ribella a lui e cercherà di fermarlo, insieme alla sorella Xialing (Zhang Meng'er) e all'amica Katy (Awkwafina), quando l'uomo – convinto che lo spirito della moglie defunta (Fala Chen) sia tenuto prigioniero nel suo villaggio di origine – lo assalterà per liberare un potente demone. La fusione fra il genere supereroistico e quello del Wuxia e delle arti marziali è tutto sommato intrigante, il ritmo non latita e anche i combattimenti, per una volta, sono meno noiosi del solito (ma sempre troppo lunghi e "digitali"). Ma se l'immaginario e le scenografie risultano gradevoli, purtroppo i personaggi sono banali e poco approfonditi: il migliore è quello più low-key, ovvero la Katy interpretata dalla simpatica Awkwafina, mentre nel comparto attoriale, oltre a Kingsley e all'ottimo Leung, spiccano Michelle Yeoh nel ruolo della zia del protagonista e Yuen Wah in quello del capo del villaggio – nascosto fra le montagne e popolato da creature magiche e mitologiche – da cui proveniva sua madre. Per il resto, tutto (umorismo compreso) sa di pre-confezionato e di dimenticabile: il solito telefilm. Tenui anche i legami con il resto del MCU: a parte il suddetto rimando al Mandarino, abbiamo un casuale riferimento a Thanos e una breve apparizione di Wong (l'assistente del Dottor Strange) e di Abominio. Fra i mercenari al servizio di Wenwu spicca Razorfist (Florian Munteanu). E nella scena a metà dei titoli di coda appaiono brevemente anche Bruce Banner e Carol Danvers.

9 giugno 2021

Dragon (Indar Dzhendubaev, 2015)

Dragon (On – drakón)
di Indar Dzhendubaev – Russia 2015
con Maria Poezzhaeva, Matvey Lykov
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Nel giorno del suo matrimonio, la principessa Miroslava viene rapita da un drago, che la conduce con sé nella sua isola. In attesa dell'arrivo del suo promesso sposo Igor, che dovrebbe salvarla, la ragazza scopre però che il drago può assumere le fattezze di un uomo, da lei ribattezzato Arman, e lentamente se ne innamora... Rilettura in chiave fantasy de "La bella e la bestia" (passando per "Laguna blu"!), questa pellicola è un'interessante variazione del genere romantico per young adult che in tempi recenti (da "Twilight" in poi) ha saccheggiato un po' tutti i luoghi dell'immaginario horror/fantastico. La buona confezione, gli effetti speciali e la rappresentazione del mondo ancestrale russo/scandinavo da cui proviene la protagonista (il villaggio sul mare e immerso nella neve) lo rendono assai gradevole, almeno più degli equivalenti prodotti hollywoodiani, visto che rispetta e non banalizza gli archetipi delle fiabe. Ovviamente la metafora sottostante è quella dell'innamoramento e della scoperta della sessualità ("Hai paura dei draghi, ma vuoi giocarci"). Il produttore è Timur Bekmambetov. Flop al botteghino in patria, il film è stato invece ben accolto all'estero (per esempio in Cina, dove è diventato il film russo con il maggiore incasso).

22 luglio 2020

The Hobbit (Vladimir Latyshev, 1985)

Il viaggio favoloso del signor Bilbo Baggins, lo Hobbit
(Skázochnoye puteshéstviye místera Bíl'bo Bégginsa, Khóbbita)
di Vladimir Latyshev – URSS 1985
con Mikhail Danilov, Zinovy Gerdt
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Questo film tratto da "Lo Hobbit", girato per un programma di fiabe per bambini per la televisione sovietica, deve essere considerato il primo adattamento di un romanzo di Tolkien con attori in carne e ossa: tutti i precedenti tentativi (dal film di Bakshi agli speciali televisivi di Rankin/Bass), infatti, erano in animazione. Certo, è girato al risparmio e si vede, fra barbe finte e fondali dipinti: l'aspetto dei personaggi è al limite del ridicolo, e gli effetti speciali sono assenti o dozzinali (persino Georges Méliès, agli albori del cinema, faceva di meglio!). Eppure, sarà per amore della storia e dell'avventura, si lascia anche guardare con divertimento. Molte parti della vicenda sono assenti (mancano Beorn, Gran Burrone, gli elfi di Bosco Atro) o menzionati in poche battute (i troll, i lupi e le aquile), ma quelle che sono state conservate hanno il giusto spazio: i nani e le loro canzoni, la gara di indovinelli con Gollum, il dialogo con il drago Smaug. L'incontro con i ragni e la battaglia dei cinque eserciti, di contro, sono risolti in pochi istanti. Bard e gli uomini di Pontelagolungo appaiono più "grandi" grazie a una sovrimpressione, mentre i goblin sono fin troppo umani. Il protagonista Bilbo, interpretato da Mikhail Danilov, è ben più pacioccone di come siamo abituati, mentre i ruoli di contorno sono assegnati ad attori teatrali di una certa fama: Ivan Krasko è Gandalf, Igor Dmitriev è Gollum, Anatoly Ravikovich è Thorin Scudodiquercia. Smaug è una marionetta. La cosa migliore sono forse le canzoni, niente male, mentre assai curiosa è la presenza di un narratore (chiamato "L'autore" nei credits: nelle intenzioni voleva essere lo stesso Tolkien) che introduce la vicenda e la punteggia con i suoi commenti. Nel complesso il film rimane una buffa curiosità, ma non priva di interesse per un fan tolkieniano (si astengano invece i cinefili!).

9 luglio 2020

The Hobbit (Rankin, Bass, 1977)

The Hobbit
di Arthur Rankin Jr., Jules Bass – USA/Giappone 1977
animazione tradizionale
**

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Convinto dallo stregone Gandalf a unirsi alla compagnia di nani guidata da Thorin per andare a recuperare il tesoro custodito dal drago Smaug, l'hobbit Bilbo Baggins intraprende suo malgrado una pericolosa avventura. Primo tentativo riuscito di portare sullo schermo un'opera di J.R.R. Tolkien (se non contiamo il breve cortometraggio del 1967), questo special televisivo di 80 minuti fu messo in cantiere dalla casa di produzione Rankin/Bass, specializzata in animazione per la tv, approfittando del fatto che i diritti dell'opera, per una questione burocratica, erano caduti nel dominio pubblico. Negli anni precedenti non erano mancati progetti di una versione animata de "Lo Hobbit" (pare che persino gli animatori della Disney, poco dopo la pubblicazione del romanzo nel 1937, ipotizzarono di dedicargli un episodio di "Fantasia", in abbinamento alla musica di Wagner). Qui il risultato è altalenante, ma non del tutto disprezzabile. Se il character design lascia alquanto a desiderare – Gandalf, i nani e gli uomini di Pontelagolungo sono accettabili, Bilbo è bruttarello e ha un'espressività molto limitata, mentre l'aspetto di Gollum (che sembra un pesce/rana), dei goblin e persino di Smaug (con un volto da felino) è parecchio discutibile – la fedeltà al testo originale è rispettata, persino più che nei successivi adattamenti (trilogia di Peter Jackson compresa). Il tono infantile (ma non edulcorato) e la presenza di numerose canzoni non dipendono soltanto dalla concezione che all'epoca si aveva del cinema d'animazione e della fantasy in generale, forme d'arte considerate per un pubblico esclusivamente di bambini, ma si rifanno a caratteristiche del libro stesso di Tolkien (che rispetto al successivo "Il Signore degli Anelli" è una vera e propria fiaba). A parte l'incontro con Beorn, del tutto assente, gli episodi principali della storia sono stati tutti conservati, alcuni svolti in maniera un po' frettolosa (i troll, gli elfi silvani) e altri invece con il sufficiente approfondimento (Gollum, la battaglia dei cinque eserciti). In generale i disegni e l'iconografia sembrano rifarsi alle illustrazioni di Arthur Rackham, mentre l'animazione è opera di uno studio giapponese, Topcraft, il cui staff confluirà poi nello Studio Ghibli. Notevole il cast delle voci originali, che comprendono anche grandi registi come John Huston (Gandalf) e Otto Preminger (il re degli elfi di Bosco Atro). Orson Bean è Bilbo, Richard Boone è Smaug, Hans Conried è Thorin e Brother Theodore è Gollum. Il finale sembra preannunciare un adattamento de "Il Signore degli Anelli", che verrà però realizzato da Ralph Bakshi nel 1978: quando quest'ultimo non riuscirà a produrre il secondo dei due film previsti, Rankin e Bass ne faranno in qualche modo le veci firmando nel 1980 un "Il ritorno del re" nello stesso stile di questo "Lo Hobbit".

15 marzo 2015

Shrek (A. Adamson, V. Jenson, 2001)

Shrek (id.)
di Andrew Adamson, Vicky Jenson – USA 2001
animazione digitale
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Per tornare in possesso della propria palude, che è stata invasa dai personaggi delle fiabe scacciati dalle loro case dal perfido (e basso) Lord Falquad, il misantropo orco Shrek accetta di portare a termine una missione per conto di quest'ultimo: salvare la principessa Fiona, imprigionata da un drago in un castello, e condurgliela affinché la possa sposare. Ma nel corso dell'impresa, condotta a termine con l'aiuto di un bizzarro mulo parlante, l'orco e la principessa – nonostante i rispettivi "ruoli" lo dovrebbero impedire – finiranno con l'innamorarsi... Da un libro per bambini di William Steig, che gioca con gli stereotipi delle fiabe classiche rivoltandoli o stravolgendoli, la pellicola in animazione digitale che più di ogni altra ha fatto il successo della DreamWorks. Il personaggio dell'orco volgare, puzzolente e ripugnante, che come nei migliori buddy movie fa amicizia con il Ciuchino dalla parlantina facile (la voce originale è di Eddie Murphy), e che soprattutto si innamora (ricambiato) della principessa, ha colpito l'immaginario di un pubblico ormai stufo dei cliché dei cartoni della Disney (ai quali si rivolgono numerose frecciatine parodistiche: dall'introduzione con il classico libro delle fiabe, una pagina del quale viene usata da Shrek come carta da toilette, alle canzoni che irrompono quando meno ce le si aspetta, fino alle scene con gli animaletti – quel povero uccellino... – o la cittadella stessa di Duloc che ricorda Disneyland, con tanto di parcheggio, guardie e merchandising). Apprezzabile l'elogio della diversità e l'insegnamento di "non giudicare dalle apparenze". Ma l'umorismo è di grana grossa e a senso unico, il setting perde presto significato (i personaggi delle fiabe introdotti all'inizio non hanno praticamente alcun ruolo all'interno della vicenda, e rimangono lì come semplici strizzatine d'occhio allo spettatore), le gag si basano essenzialmente su un'unica idea (quella, appunto, di sovvertire gli stereotipi fiabeschi) e le citazioni (come la scena di combattimento alla "Matrix") lasciano il tempo che trovano. Come se non bastasse, dalla metà in poi la pellicola si "normalizza" e – cosa peggiore di tutte – il finale contraddice il messaggio che il resto del film aveva cercato di veicolare: per vivere felici e contenti, Shrek e Fiona devono essere entrambi della stessa razza, perché in realtà non c'è spazio (o non è accettabile) che un orco e una ragazza possano davvero sposarsi. Il grande successo al botteghino ha dato origine a una vera e propria saga, con diversi sequel (con una qualità di animazione superiore, per quel che conta) e spin-off. Il film è inoltre passato alla storia per aver vinto il primo premio Oscar per il miglior lungometraggio d'animazione (categoria istituita appunto a partire da quell'anno).

20 dicembre 2014

Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate (P. Jackson, 2014)

Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate
(The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2014
con Martin Freeman, Richard Armitage
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Risvegliato alla fine della pellicola precedente, il drago Smaug scatena la propria furia sulla città di Pontelagolungo, ma Bard l'arciere lo trafigge con una freccia, uccidendolo. I nani possono così prendere possesso di Erebor e del tesoro in essa contenuto, con Thorin Scudodiquercia che rifiuta però di spartirlo con gli uomini di Esgaroth e con gli elfi del Reame Boscoso. Quando una guerra fra le tre fazioni sembra imminente (in aiuto dei nani è giunto Dàin Piediferro, cugino di Thorin, dai Colli Ferrosi), ecco che gli orchi guidati da Azog e da Bolg affiorano nella vallata, costringendo uomini, nani ed elfi a unire le forze contro il nemico comune in una colossale battaglia (denominata "delle cinque armate" perché, sul finire, si aggiungono anche le aquile delle Montagne Nebbiose, condotte fin lì da Radagast; a proposito, perché non mantenere la denominazione classica, quella cui eravamo abituati grazie alla traduzione italiana del libro, ovvero “battaglia dei cinque eserciti”?). Il terzo e ultimo capitolo della trilogia de "Lo Hobbit" è dunque occupato quasi per intero da combattimenti. Smaug, che tanto timore incuteva e che era la cosa migliore del deludente secondo film, viene fatto fuori in pochi minuti, addirittura prima ancora che sullo schermo appaia il titolo dell'episodio (non era meglio a questo punto che morisse alla fine del capitolo precedente?); assistiamo poi al progredire dell'avidità di Thorin, che lo rende cieco e sordo di fronte alle richieste altrui, spingendo i nani sul ciglio della catastrofe e costringendo l'hobbit Bilbo a sottrargli l'Archengemma, la "pietra del re", per consegnarla a Bard e Thranduil affinché possano trattare con lui da una posizione più adeguata; e infine, battaglie, scontri e mazzate a tutto spiano, per quello che è un vero e proprio film bellico (sia pur fantasy), con il ritorno di Gandalf (fuggito da Dol Guldur grazie allo spettacolare intervento degli altri membri del "bianco consiglio": Elrond, Saruman e soprattutto una Galadriel potente come non mai, in grado di "esorcizzare" letteralmente il Negromante e i suoi Nazgul), le solite imprese da scavezzacollo di Legolas, e l'esplicitazione di alcuni eventi che nel libro venivano solo accennati (la morte di Kili e Fili, per esempio).

Pachidermico, ripetitivo e con diversi difetti di sceneggiatura (non tutti i fili vengono tirati – ma aspettiamo l'edizione estesa – e continuo a pensare che sussistano problemi di continuità con la trilogia del "Signore degli Anelli"), il capitolo conclusivo della trilogia non è certo esaltante ma comunque soddisfacente. I danni, purtroppo, erano stati fatti in precedenza: con la scelta di dilatare la storia su tre pellicole (ne sarebbe bastata una, o al massimo due se proprio si voleva dedicare tanto spazio alla battaglia finale), con l'introduzione di sottotrame spurie come quella di Tauriel (che quantomeno si conclude decentemente, dando maggior spessore anche al personaggio di Thranduil) e, diciamolo, con un casting non eccezionale. Nonostante il titolo "Lo Hobbit", nel terzo capitolo Bilbo Baggins rimane quasi un personaggio marginale, sicuramente meno al centro della storia rispetto a Thorin ma anche a Bard, per non parlare degli stessi Legolas o Tauriel. Qualcuno ha criticato il personaggio comico di Alfrid, lacché del governatore di Esgaroth: ma si tratta di una figura innocua, per quando banale e infantile, che ben si sposa con i toni più leggeri e fiabeschi che questa trilogia ha (o dovrebbe avere) rispetto alla sua sorella maggiore. Spettacolari le scene di battaglia e la resa di armi e armature, così come le varie creature e cavalcature (dal cinghiale di Dàin al cervo di Thranduil, dai "mangiaterra" degli orchi – sorta di vermoni in stile "Dune" – ai pipistrelli giganti), per non parlare del climax con il doppio scontro fra Thorin e Azog da un lato e fra Legolas (un Orlando Bloom un po' imbolsito rispetto a dieci anni prima) e Bolg dall'altro. Solo fugaci apparizioni per Beorn (che giunge insieme alle aquile) e lo stesso Radagast, mentre molti dei nani sono parecchio sacrificati (con le eccezioni, ancora una volta, di Balin, Dwalin, Kili e Fili). Il finale si ricollega alla scena iniziale de "La compagnia dell'anello", con l'arrivo di Gandalf a Casa Baggins per il centoundicesimo compleanno di Bilbo. Quando il progetto era quello di dividere "Lo Hobbit" in due soli film, il titolo di lavorazione dell'episodio conclusivo era "There and Back Again" ("Laggiù e di nuovo indietro"). La canzone finale è di Billy Boyd. Il film segna il probabile addio di uno stanco Peter Jackson (e, nell'imminente, del cinema hollywoodiano) alla Terra di Mezzo: a meno che, prima o poi, non si decida di realizzare nuove pellicole su alcune delle numerosissime storie contenute negli altri testi tolkieniani (per esempio a quelle del "Silmarillion": io punto sulle vicende di Beren e Lúthien o su quella di Túrin Turambar).

17 dicembre 2013

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug (Peter Jackson, 2013)

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug
(The Hobbit: The Desolation of Smaug)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2013
con Martin Freeman, Richard Armitage
**

Visto al cinema Orfeo (in 3D), con Sabrina.

L'hobbit Bilbo Baggins e i tredici nani guidati da Thorin Scudodiquercia proseguono il loro viaggio verso Erebor, la Montagna Solitaria, dove il drago Smaug riposa a guardia del tesoro rubato. Sempre braccati dagli orchi di Dol Guldur (capeggiati stavolta da Bolg, figlio di quell'Azog che ha un conto aperto con Thorin), i nostri eroi dovranno separarsi dallo stregone Gandalf, che preferirà dirigersi verso sud per indagare sulla reale natura del misterioso Negromante; attraversare l'inospitale Bosco Atro, dove combatteranno contro una nidiata di ragni giganti; fuggire dalle prigioni degli elfi di Thranduil, signore del Reame Boscoso (e padre di Legolas, che torna prepontentemente in azione); viaggiare lungo il fiume – nascosti in tredici barili – fino a raggiungere Esgaroth, cittadina sulle sponde del lago, dove faranno la conoscenza dell'arciere Bard, in rotta con il corrotto governatore della cittadina; arrampicarsi sui fianchi della Montagna Solitaria, dove si cela un ingresso segreto per i saloni al suo interno; e infine affrontare il possente Smaug, senza però riuscire a sconfiggerlo e anzi scatenando la sua ira. Il resto (Battaglia dei Cinque Eserciti compresa) è rimandato al terzo e conclusivo capitolo, in uscita nelle sale fra un anno. La decisione di dividere l'avventura in ben tre parti, ora si può cominciare a dirlo, non è stata delle più felici: se la Terra di Mezzo rimane senza dubbio un posto meraviglioso da visitare, la narrazione qui soffre per i ritmi dilatati, intervallati da lunghissime ed elaborate scene d'azione (la fuga nei barili, la lotta col drago) che tendono più ad annoiare che ad esaltare lo spettatore, mentre la sottotrama che coinvolge Gandalf (a proposito: la scoperta che il Negromante è in realtà Sauron non contraddice quanto si sapeva all'inizio de "Il Signore degli Anelli"?) è quasi una fonte di distrazione.

Anche stavolta non mancano diversi cambiamenti al testo originale, con una sceneggiatura che, ahimè, non sempre convince appieno: al ridimensionamento forse eccessivo di Beorn (manca purtroppo la divertentissima scena dell'introduzione dei nani – uno a uno – nella sua casa) fa da contraltare l'approfondimento di Bard, una scelta saggia visto la futura importanza del personaggio nella risoluzione del conflitto con Smaug. E sempre nell'ottica di aggiungere stratificazione e complessità alla vicenda va letta l'introduzione dell'elfa Tauriel, personaggio del tutto originale, e la sua "love story" (chiamiamola così) con il nano Kili, che riesce contemporaneamente a caratterizzare meglio uno dei compagni di Thorin (che nel libro di Tolkien, nomi e pochi dettagli a parte, erano quasi indistinguibili l'uno dall'altro) e ad aggiungere sottotrame ulteriori a una storia che per il resto – e giustamente, trattandosi di una fiaba – è molto più lineare di quella de "Il Signore degli Anelli". Non aggiunge invece moltissimo il ritorno di Legolas, che come quelli di Saruman e Galadriel nel film precedente è soprattutto una strizzatina d'occhio per i fan della prima trilogia, anche se non si tratta di una forzatura visto che in effetti l'elfo interpretato da Orlando Bloom è di casa proprio nel Reame Boscoso (divertente lo scambio di battute con Glóin a proposito del figlioletto di quest'ultimo, Gimli). Thorin inizia a mostrare il suo lato oscuro, che si focalizza nell'avidità e nel desiderio di impadronirsi dell'Archengemma (e dunque del potere) a qualunque costo, anche a quello di sacrificare le vite dei suoi compagni, così come l'Anello comincia lentamente a esercitare il suo influsso nefasto su Bilbo, anche se per ora è più un utile oggetto magico che una reale minaccia.

Se il secondo episodio de "Il Signore degli Anelli" brillava per l'introduzione di Gollum, il capitolo centrale de "Lo Hobbit" sarà ricordato per il drago Smaug, creatura digitale stupefacente, dinamica e carismatica. Si temeva che mostrare una tale belva che parla (la voce in originale è di Benedict Cumberbatch) potesse risultare ridicolo o "disneyano", ma così non è stato. Anzi, le sequenze di Bilbo alle prese con il mostro sono forse le più visivamente impressionanti e memorabili dell'intera pellicola, ravvivandola nel finale, giusto in tempo perché la storia si interrompa sul più bello (nessuno degli altri quattro film tolkieniani di Jackson aveva mai avuto un simile cliffhanger). Per il resto, sul versante degli attori sono da segnalare le new entry Luke Evans nei panni di Bard (il cui ruolo, come già detto, è stato considerevolmente aumentato rispetto al romanzo, dandogli un notevole background), Lee Pace in quelli di re Thranduil (già apparso brevemente nel film precedente) ed Evangeline Lilly in quelli dell'elfa Tauriel. Mikael Persbrandt è Beorn, Lawrence Makoare (già pluri-cattivo ne "Il Signore degli Anelli") è Bolg, Stephen Fry è il Governatore di Esgaroth. Quanto ai camei, Peter Jackson continua a mangiare carote per le strade di Brea, mentre le due figlie di Bard sono interpretate dalle figlie di James Nesbitt (Bofur). A proposito dei nani, oltre al già citato Kili e agli evidenti Thorin e Balin, c'è un po' più di spazio e di caratterizzazione per Bombur, Bofur, Glóin e Dwalin. Meno memorabile del solito la colonna sonora di Howard Shore, e niente canzoni stavolta, mentre l'unico flashback è all'inizio e mostra l'incontro a Brea fra Gandalf e Thorin (narrato da Tolkien nei "Racconti incompiuti").

26 marzo 2011

Dragon trainer (D. DeBlois, C. Sanders, 2010)

Dragon trainer (How to Train Your Dragon)
di Dean DeBlois, Chris Sanders – USA 2010
animazione digitale
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Una tribù di vichinghi è in lotta con i draghi che regolarmente attaccano il villaggio, razziando bestiame e provviste. I guerrieri vivono solo per abbattere le bestie alate, e persino i bambini vengono addestrati sin da piccoli a diventare uccisori di draghi. Ma il sensibile Hiccup, figlio del capo tribù, ne catturerà uno (il più temibile di tutti: una Furia Buia!), diventerà segretamente suo amico, imparerà a cavalcarlo e insegnerà a tutti che si può vivere in armonia (coalizzandosi, per di più, contro un nemico comune). Dopo "Kung Fu Panda", un altro segnale che la DreamWorks ha finalmente imparato a fare film d'animazione come si deve, rinunciando a competere con la Pixar sul piano delle ambizioni e della complessità e ispirandosi invece all'approccio più diretto al pubblico che ha reso grande la Disney, senza tralasciare la cura delle ambientazioni e del character design. "Dragon trainer" ha tutti gli ingredienti al posto giusto: ciascun personaggio ricopre un ruolo prestabilito ai fini della trama (non particolarmente originale, a dire il vero) e ogni cosa scorre via liscia e prevedibile, ma proprio per questo in fondo gradevole. Molto kawaii, in particolare, il drago che diventa amico del protagonista (notevoli, nell'aspetto del mostro come nella trama, le somiglianze con "Lilo & Stitch", diretto dagli stessi registi). Il film è uscito nelle sale in 3D, ma io l'ho visto in sole due dimensioni sul televisore di casa e non mi pare di essermi perso qualcosa (provate invece a vedere un film sonoro senza l'audio, e capirete quanto sia pretestuoso il paragone che i paladini del 3D fanno con la fine del cinema muto!).

16 luglio 2009

Il settimo viaggio di Sinbad (N. Juran, 1958)

Il settimo viaggio di Sinbad (The 7th Voyage of Sinbad)
di Nathan Juran – USA 1958
con Kerwin Mathews, Torin Thatcher, Kathryn Grant
**1/2

Visto in divx.

La graziosa principessa Parisa, promessa sposa di Sinbad, è stata rimpicciolita dal perfido mago Sokurah: per farla tornare alle sue dimensioni originali, il coraggioso eroe è costretto a recarsi su un'isola abitata da mostruosi e colossali ciclopi. Liberamente ispirato ai racconti de "Le mille e una notte" (ci sono lampade magiche con tanto di genio, giganteschi uccelli Roc e diversi altri mostri o incantesimi), questo film d'avventura è uno dei migliori esempi dell'arte del grande animatore Ray Harryhausen, alla sua prima pellicola a colori, che dà vita a tutta una serie di mostri (oltre al ciclope spiccano una magnifica donna-serpente e un gigantesco drago incatenato a guardia del castello del mago) e di effetti speciali (la principessa miniaturizzata, le lisergiche apparizioni del genio, Sinbad che combatte contro uno scheletro in una scena che verrà poi sviluppata e ampliata ne "Gli argonauti") che, pur nella loro irrealisticità (peraltro voluta: lo scopo era quello di meravigliare lo spettatore, non di confondergli le idee), strappano ammirazione e meraviglia. Diversi episodi sembrano richiamare le avventure di Ulisse (i ciclopi, la necessità di tapparsi le orecchie per non sentire il richiamo dei demoni che fanno naufragare le navi), mentre con ogni probabilità la pellicola ha costituito una notevole fonte di divertimento e di ispirazione per il giovane Peter Jackson (che si è ricordato dell'aspetto visivo delle grotte sotterranee, dei ponti di pietra, della lampada che precipita nel fiume di lava, e dell'isola popolata di mostri al momento di girare "Il Signore degli Anelli" e "King Kong"). Nel complesso il film è sicuramente uno dei più piacevoli del suo genere, forse ingenuo ma dal ritmo serrato e senza tempi morti, divertente anche perché non pretenzioso nonostante le notevoli ambizioni dal punto di vista tecnico. Buona anche la colonna sonora di Bernard Herrmann. La parte ambientata a Bagdad, con i suoi colori da favola, mi ha ricordato a tratti il quasi contemporaneo dittico indiano di Fritz Lang (anche la scena in cui il mago si esibisce davanti al vizir lanciando un incantesimo sulla dama di compagnia della principessa è simile a quella analoga con il fachiro che si vedrà ne "La tigre di Eschnapur").

23 giugno 2008

I Nibelunghi (Fritz Lang, 1924)

I Nibelunghi (Die Nibelungen)
di Fritz Lang – Germania 1924
con Paul Richter, Margarete Schön
***1/2

Visto in DVD, con Martin.

Kolossal spettacolare e monumentale, stilizzato e sontuoso, vera pietra miliare del cinema (e non solo di quello muto). Scritto dalla compagna di Lang, Thea von Harbou, e dedicato “al popolo tedesco”, si ispira al "Nibelungenlied" e alle saghe nordiche, anche se le avventure wagneriane e le imprese fantastiche di Sigfrido ne occupano soltanto i primi rulli, mentre in seguito il film vira verso la descrizione di passioni assolute, atti barbarici e battaglie sanguinose, con personaggi epici e archetipici le cui azioni trascendono la storia stessa. Le quasi cinque ore di lunghezza, che si dipanano con un ritmo solenne, sono suddivise in due parti quasi indipendenti (visivamente austera e rigorosa la prima, dominata dalle architetture e dalle geometrie; più dinamica e caotica la seconda, caratterizzata da distruzione e incendi) e con due protagonisti molto diversi fra loro: tanto nobile, eroico e incosciente è Sigfrido, tanto disumana, vendicativa e consapevole delle proprie azioni è Crimilde.

Prima parte – “Sigfrido” (Siegfried). Dopo aver appreso l'arte di forgiare spade dal fabbro Mime, l'eroico principe Sigfrido sconfigge un drago e si bagna nel suo sangue, diventando così invulnerabile (tranne che sulla spalla, coperta da una foglia). In seguito uccide il nano Alberico e si impossessa di un manto magico che consente di diventare invisibili e di mutare forma, ma soprattutto del tesoro dei Nibelunghi. Recatosi in Burgundia, al castello di Worms, chiede a re Günther la mano di sua sorella Crimilde. In cambio lo aiuta a conquistare la bella regina d'Islanda, Brunilde, riottosa amazzone che avrebbe sposato soltanto chi fosse riuscito a sconfiggerla in tre prove di forza e di abilità. Ma quando Brunilde scopre che a batterla non è stato Günther bensì Sigfrido, ne invoca la morte per vendicare il proprio onore. Sarà Hagen Tronje, fedele scudiero di Günther, a uccidere l'eroe colpendolo a tradimento nel suo punto debole. Ottenuta giustizia per l'affronto subito, Brunilde si suicida, mentre Crimilde giura vendetta contro Hagen.

Seconda parte – “La vendetta di Crimilde” (Kriemhilds Rache). Furiosa contro la sua stessa famiglia perché protegge Hagen Tronje, l'assassino di Sigfrido, Crimilde accetta l'offerta di matrimonio di Attila, re degli Unni, e va a vivere con lui nella steppa. Dopo avergli dato un figlio, gli chiede di invitare alla sua corte re Günther con l'intera famiglia reale e il suo seguito, in modo da avere nelle proprie mani l'odiato Hagen (che nel frattempo ha nascosto il tesoro dei Nibelunghi gettandolo nel fiume). Durante i festeggiamenti per il solstizio d'estate, gli Unni – sobillati da Crimilde – attaccano i burgundi. Per reazione, Hagen uccide il figlio di Attila, dando origine a uno scontro mortale fra le due fazioni. Günther e i suoi soldati si rinchiudono nel palazzo di Attila, che viene assediato dagli Unni. La sanguinosa battaglia si protrae fino al mattino quando Crimilde, dopo la morte di tutti i burgundi, compresi Günther e i suoi fratelli, otterrà finalmente la sua vendetta su Hagen.

Se all'inizio la pellicola, come detto, brilla per i toni fantasy (meravigliosa la realizzazione tecnica del drago, ma anche i nani che si pietrificano e il sogno di Crimilde – in animazione – sono notevoli per l'epoca), ben presto tende a distaccarsene e a trasformarsi essenzialmente nel racconto della vendetta di due donne, dapprima Brunilde e poi Crimilde. La seconda parte (in origine i due film furono proiettati separatamente), in particolare, è occupata quasi interamente dalla cronaca di un furibondo assedio dove gli elementi fantastico-avventurosi sono del tutto assenti e i medesimi personaggi visti nella parte precedente (Günther, Hagen, Crimilde) risultano trasfigurati e trasformati in simboli di passioni assolute (il coraggio, la fedeltà, la vendetta). Fra i molti punti di forza del film ci sono senza dubbio le scenografie e i costumi: imponenti e teatrali le prime, ricchi e raffinati i secondi, che mostrano influenze della secessione viennese (i mantelli di Crimilde sembrano usciti da un dipinto di Klimt), fra motivi geometrici, decorazioni animiste e contrasti di forme che risaltano grazie alla bellissima fotografia in bianco e nero. Per quanto riguarda gli attori, non può non colpire la glaciale bellezza di Margarete Schön nei panni di Crimilde, ma sono notevoli anche i ritratti che Hans Adalbert Schlettow e Rudolf Klein-Rogge danno rispettivamente dei personaggi di Hagen e di Attila. La versione che ho visto aveva i cartelli in inglese (scritti con caratteri gotici) e fortunatamente anche la bella colonna sonora originale di Gottfried Huppertz. Negli anni sessanta Lang rifiutò di farne un remake sonoro, convinto che il valore del film stesse nella potenza figurativa delle immagini e che i dialoghi avrebbero reso i personaggi ridicoli e retorici.

22 novembre 2007

La leggenda di Beowulf (R. Zemeckis, 2007)

La leggenda di Beowulf (Beowulf)
di Robert Zemeckis – USA 2007
animazione digitale
**

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Come il precedente "Polar Express", anche questo nuovo film di Zemeckis è realizzato con la tecnica della performance capture, ovvero dell'animazione in computer grafica che "ricalca" la recitazione degli attori (Ray Winstone, Brendan Gleeson, Anthony Hopkins, Robin Wright Penn, John Malkovich e Angelina Jolie), le cui fattezze restano riconoscibilissime. Dal punto di vista estetico si tratta di uno stile che vorrebbe risultare estremamente realistico (simile a quello del film "Final Fantasy") ma che nei volti e nei movimenti non riesce a non sembrare fasullo, e che mi ha convinto ben poco, al punto da chiedermi perché il film non sia stato realizzato direttamente con gli attori in carne e ossa, riservando la CGI ai soli effetti speciali. Per di più non capisco perché a fare queste sperimentazioni tecniche debba essere un regista premio Oscar, con una discreta carriera e una buona reputazione alle spalle (anche se i suoi ultimi tre-quattro film la stanno un po' ridimensionando), anziché, come dovrebbe essere, qualche giovane affiancato dai tecnici degli studi di animazione. In ogni caso il film, ispirato all'antico e omonimo poema epico britannico, è meno brutto di quanto mi aspettassi. La storia è stata cambiata quel tanto che basta per renderla più vivace e interessante, e soprattutto nella seconda parte i personaggi acquisiscono profondità. Beowulf è un eroico guerriero che si offre di liberare il territorio di re Hrotgar dal mostruoso demone che lo tormenta, Grendel, ma dopo averlo ucciso deve vedersela anche con la sua affascinante madre. Lo scontro finale con il drago dorato è spettacolare. Pare che il film sia stato realizzato anche in una versione da guardare in tre dimensioni, ma naturalmente nelle (per ora) inadeguate sale italiane è stata distribuita soltanto quella nel tradizionale 2D. Piacevole la musica. La sceneggiatura è nientemeno che di Neil Gaiman e Roger Avary, ma non si direbbe.

24 aprile 2007

I racconti di Terramare (G. Miyazaki, 2006)

I racconti di Terramare (Gedo senki)
di Goro Miyazaki – Giappone 2006
animazione tradizionale
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi, Albertino, Monica e Roberto.

Storie di maghi e di draghi, di energia ed equilibrio, di potere e immortalità, di "doppi" e di ombre: per il suo debutto, il figlio di Hayao Miyazaki sceglie di adattare i romanzi del ciclo di "Earthsea" di Ursula K. Le Guin e per il resto si affida alla bravura, all'esperienza e alle suggestioni dello studio Ghibli. Disegni e (soprattutto) fondali sono, come da copione, bellissimi. L'animazione anche, con meno computer rispetto agli ultimi lavori del padre. Il character design, addirittura, è quasi indistinguibile da quello di film come "Nausicaä": i personaggi sono giusto un pochino più tozzi e meno espressivi. Purtroppo le buone notizie si fermano qui: nella prima parte, la storia non fa che presentare spunti e situazioni interessanti che poi non vengono approfondite (la lotta fra i draghi, l'affievolirsi della magia, la "droga", la struttura sociale e schiavista). Le città bizantineggianti e il mondo fantasy spariscono, e di colpo il film si trasforma nel reality "Maghi che zappano la terra". La caratterizzazione del protagonista Arren fa di tutto per "allontanarlo" dallo spettatore. Ma il problema principale è l'assenza di quella poesia (oltre che di quel sottile umorismo) che rende così speciali i lavori di Hayao. Ne risulta un film d'avventura non disprezzabile ma complessivamente poco memorabile, forse il peggiore mai realizzato dallo Studio Ghibli.

Nota: Non ho letto i libri originali, ma mia sorella – che li conosce bene – mi ha detto che l'adattamento è quantomeno "libero" e che il film estrapola temi e personaggi che in originale non si incontrano nemmeno, imbastendo una trama ex novo.