Visualizzazione post con etichetta Nordafrica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nordafrica. Mostra tutti i post

28 maggio 2020

Marrakech Express (G. Salvatores, 1989)

Marrakech Express
di Gabriele Salvatores – Italia 1989
con Fabrizio Bentivoglio, Diego Abatantuono
***

Rivisto in DVD.

Quando ricevono dal Marocco un'inattesa richiesta d'aiuto da parte di Rudy, l'amico di cui non avevano più notizie da dieci anni, quattro trentenni un tempo inseparabili ma che si sono ormai persi di vista – l'ingegnere Marco (Fabrizio Bentivoglio), il venditore d'auto usate Maurizio detto "Ponchia" (Diego Abatantuono), l'insegnante Paolino (Giuseppe Cederna) e il solitario Cedro (Gigio Alberti) – decidono di partire insieme in auto per Marrakech per portargli il denaro che ha richiesto. Il lungo viaggio farà tornare alla luce i rapporti, i rancori e le incomprensioni, ma anche le complicità, i giochi e soprattutto la nostalgia per un'epoca ormai finita ("Siamo una tribù in via di estinzione, gli ultimi che avranno i ricordi in bianco e nero"). Vero e proprio cult movie generazionale, forse debitore in parte a "Il grande freddo" e a "Fandango", il terzo film di Gabriele Salvatores è il primo della cosiddetta "trilogia della fuga" (seguiranno "Turné" e "Mediterraneo"), nella quale il regista esplicita la sua miglior vena comico-indulgente e, insieme con i suoi sceneggiatori (qui Umberto Contarello, Carlo Mazzacurati ed Enzo Monteleone), guarda al passato e ai ricordi di quando, con gli amici, si facevano spensierati viaggi in giro per l'Europa e per il mondo, all'insegna della gioventù e dell'incoscienza (farsi le canne sul traghetto, rubare cibo al supermercato, dormire sotto le stelle...) prima che gli impegni e i doveri della vita adulta ci cambiassero profondamente e soffocassero la voglia di libertà. Leggero e ingenuo, riesce a risultare comunque risonante e gradevole, grazie al fascino apportato dai temi del viaggio (che, come sempre, è anche e soprattutto alla (ri)scoperta di sé) e dell'amicizia, ma pure a una colonna sonora che comprende brani vintage ("L'anno che verrà" di Lucio Dalla, "La leva calcistica del '68" di Francesco De Gregori, quest'ultima usata nella scena più celebre della pellicola, quella della partita nel deserto contro i marocchini che sarà poi citata da Aldo, Giovanni e Giacomo in "Tre uomini e una gamba"). Fra i tanti momenti memorabili, la sosta presso il villaggio western in Spagna, la visita dal dentista tedesco a Marrakech, il tatuaggio al bagno turco, l'attraversamento del deserto in bicicletta, prima che la pellicola si perda un po' nel finale: come in molti viaggi, quando si arriva alla meta tutto sembra di colpo meno interessante. Ottimi gli attori, che torneranno quasi tutti nei film seguenti del regista: a spiccare sono in particolare Cederna (nei panni del timido Paolino) e Abatantuono (Ponchia), che dopo "Regalo di Natale" prosegue a staccarsi dalla figura del "terrunciello" che lo aveva reso celebre, dimostrandosi interprete a tutto tondo. Ugo Conti è l'omosessuale Salvatore, che aiuta i nostri amici in Marocco. Massimo Venturiello è Rudy, mentre Cristina Marsillach è Teresa, la ragazza spagnola che questi manda dagli amici. Insieme ai lavori successivi avrebbe potuto forse rinnovare la stagione della commedia all'italiana: ma il filone inevitabilmente si estinguerà da solo in poco tempo, e lo stesso Salvatores cercherà altre strade.

20 maggio 2019

Il vento e il leone (John Milius, 1975)

Il vento e il leone (The Wind and the Lion)
di John Milius – USA 1975
con Sean Connery, Candice Bergen
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nel 1904, in un Marocco in cui l'autorità del sultano è destabilizzata dalle potenze coloniali straniere, il predone berbero el-Raisuli (Sean Connery) rapisce una donna americana, Eden Pedecaris (Candice Bergen), e i suoi due figli, portandoli con sé nel deserto e scatenando l'ira del presidente Theodore Roosevelt (Brian Keith), che si prende a cuore la faccenda. Mentre l'iniziale ostilità dei rapiti verso el-Raisuli si tramuta man mano in fascinazione e affetto, le truppe americane giungono in Marocco, trovandosi ingabbiate in una ragnatela di intrighi diplomatici e politici, e la tensione cresce fino all'orlo di una guerra. Tratto in parte da una storia vera (che riguardava però un uomo di origine greca, Ion Perdicaris, e non una donna), un fumettone d'avventura ingenuo ed epico ma anche assai noioso, almeno quando sono in scena il protagonista e la donna rapita, anche per via di un mood non ben definito (non si capisce mai se il tutto sia da prendere sul serio o meno) e di tante scene implausibili. Oltre alla prestanza e al carisma di Connery, a spingere Eden e i due figli a simpatizzare progressivamente per il loro rapitore è una sorta di sindrome di Stoccolma, visto che l'analisi delle sue motivazioni politiche (la lotta contro i colonialisti stranieri) è del tutto superficiale. Più interessante la dinamica del confronto a distanza fra Roosevelt e el-Raisuli (sono loro due il “vento” e il “leone” del titolo), che – pur non incontrandosi mai di persona (il presidente non lascia gli Stati Uniti, impegnato com'è nella campagna per la rielezione, nelle trattative per la costruzione del canale di Panama, e nelle sue attività venatorie) – condividono un reciproco rispetto, nonché l'amore per le armi e gli animali selvatici (come l'orso grizzly che il presidente fa impagliare e collocare allo Smithsonian). Naturalmente gli americani (anche se guerrafondai) sono buoni e i tedeschi sono cattivi. Nonostante le premesse, la violenza è sempre tenuta da Milius rigorosamente fuori inquadratura. John Huston è il segretario di stato John Hay, Steve Kanaly il capitano Jerome.

9 aprile 2019

Il grande gioco (Robert Siodmak, 1954)

Il grande giuoco (Le grand jeu)
di Robert Siodmak – Francia/Italia 1954
con Jean-Claude Pascal, Gina Lollobrigida
**

Visto in TV.

Disposto a tutto pur di compiacere Silvia (Lollobrigida), la donna che ama, il ricco avvocato Pierre Martel (Pascal) dilapida per lei i propri averi. Finito in disgrazia, è costretto a fuggire da Parigi e a rifugiarsi in Algeria, dove attende inutilmente che Silvia lo raggiunga. Deluso, si arruola nella legione straniera. Ma quattro anni più tardi gli sembra di riconoscere le sembianze della donna in Elena, una prostituta incontrata per le strade di una città nel deserto... Remake di uno dei più celebri film di Jacques Feyder ("La donna dai due volti", 1934), fra i capostipiti del realismo poetico, con la Lollo in una doppia parte nel ruolo che nell'originale fu di Marie Bell. Ma vent'anni non sono trascorsi invano: e se i temi della pellicola tutto sommato valgono ancora la visione (l'amour fou, con Pierre innamorato più di un ideale che di una donna vera; anime perdute che si ritrovano in capo al mondo, ovvero in mezzo al deserto; il senso di fatalità, che porta i personaggi a lasciarsi trasportare dal destino, esemplificato dal gioco con le carte – il "grande gioco" del titolo, appunto – con cui Blanche (Arletty), la proprietaria del locale dove si radunano i soldati, prevede loro il futuro), tutto ora è più blando e sembra avere meno spessore e significato. Siodmak, dopo una serie di ottimi film noir, aveva lasciato Hollywood per tornare in Europa nel 1952: girò questo film in Francia, prima di ristabilirsi definitivamente in Germania.

8 aprile 2019

La donna dai due volti (J. Feyder, 1934)

La donna dai due volti (Le grand jeu)
di Jacques Feyder – Francia 1934
con Pierre Richard-Willm, Marie Bell
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Scapestrato rampollo di una ricca famiglia parigina, Pierre Martel (Richard) deve lasciare il paese per via dei debiti contratti per mantenere nel lusso la viziata amante Florence (Bell). Abbandonato dalla donna, l'uomo si arruola nella legione straniera. Anni dopo, crede di riconoscerla in Irma (sempre Bell), ballerina in un locale in Marocco: in effetti le due ragazze sono identiche, a parte i capelli e la voce... Fra i film più apprezzati e importanti di Feyder, considerato il capostipite del "realismo poetico" (Marcel Carné, qui aiuto regista, ne prese ispirazione e ne subì l'influenza per i suoi film successivi), un melodramma permeato di romanticismo e fatalismo (il "grande gioco" del titolo originale è quello con le carte con cui Madame Blanche, la padrona del locale, prevede il futuro a Pierre). Se il titolo italiano sembra anticipare l'Hitchcock de "La donna che visse due volte", anche il tema è quello delle seconde possibilità, di cui il concetto stesso di legione straniera (che consentiva a chiunque di tirare una riga sugli errori del passato e di rifarsi una vita) è uno dei simboli più significativi. A pochi anni dall'invenzione del sonoro, la scelta di differenziare le due donne interpretate da Marie Bell attraverso la voce (Irma è "doppiata" da Claude Marcy: più volte Pierre le chiede di non parlare, per non rompere l'incantesimo che lo fa pensare a Florence) riscosse consensi e stupore. Françoise Rosay è Madame Blanche, Georges Pitoëff è l'amico russo Nicolas. Rifatto nel 1954 da Robert Siodmak ("Il grande gioco") con Gina Lollobrigida.

30 marzo 2019

Divine wind (Merzak Allouache, 2018)

Divine wind (Rih rabani)
di Merzak Allouache – Algeria/Francia 2018
con Sarah Layssac, Mohamed Oughlis
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

In una capanna nel deserto algerino, ospiti di un'anziana contadina, una giovane reclutatrice dell'ISIS e un ragazzo che ha scelto di andare a combattere con i terroristi islamici attendono di ricevere gli ordini per compiere la propria missione: un attentato suicida presso un vicino impianto petrolifero. Girato in bianco e nero e caratterizzato da estrema lentezza, un film assai dilatato che lascia appena intuire il passato e i trascorsi dei suoi personaggi (nelle scarne telefonate che il ragazzo fa al padre, cercando di convincerlo di trovarsi a Barcellona, e negli sguardi che la ragazza rivolge alla foto della sorella defunta). Lui è fragile, insicuro, incerto, mentre lei è all'apparenza assai dura e decisa, salvo lasciarsi andare a profonde reazioni emotive quando non pensa di essere vista: e naturalmente fra i due scatta qualcosa, anche se una relazione affettiva non può aver veramente modo di svilupparsi. Ma nonostante la bella fotografia (quasi da cinema muto o da Nouvelle Vague) che rende al meglio gli affascinanti spazi del deserto, la pellicola risulta davvero troppo esile, anche perché la lunga fase di attesa e sospensione (gli eventi accadono soltanto nel finale) non è accompagnata da alcun approfondimento o riflessione particolare sui suoi personaggi e sul tema stesso del terrorismo (il titolo, "Vento divino", traduce il termine kamikaze) o del fanatismo religioso (perché i due protagonisti sono diventati così?).

29 marzo 2019

Freedom fields (Naziha Arebi, 2018)

Freedom fields
di Naziha Arebi – Libia/GB 2018
con attori non professionisti
**

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Un documentario che racconta del tentativo di mettere in piedi una nazionale femminile di calcio nella Libia post-Gheddafi, dopo una rivoluzione che, anziché dare la libertà promessa, ha finito col rendere ancora più difficile la vita delle donne. L'ostilità e i pregiudizi che le calciatrici ricevono da ogni parte di una società che non approva il loro impegno nello sport fa naufragare ben presto il progetto della federazione, lasciando le giovani atlete completamente da sole. E dopo aver seguito alcune delle protagoniste nella loro difficile vita di tutti i giorni, il film documenta il loro viaggio in Libano per partecipare (come squadra "privata") a un torneo di calcio riservato a calciatrici dei paesi arabi. Girata nell'arco di cinque anni, una pellicola interessante (dove i temi dello sport e dell'autodeterminazione delle donne vanno a braccetto) ma anche un po' noiosetta, che a un certo punto tende a sfilacciarsi, forse anche perché la regista ha dovuto modificare in corsa il suo progetto quando gli eventi reali non sono andati come ci si sarebbe aspettati all'inizio.

28 marzo 2019

Dreamaway (M. Omara, J. Domke, 2018)

Dreamaway
di Marouan Omara, Johanna Domke – Egitto/Germania 2018
con Horreya Hassan, Shaima Reda
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

L'esistenza di un gruppo di lavoratori di un grande e lussuoso albergo di Sharm El Sheikh, durante la bassa stagione, quando di turisti non ce ne sono (forse anche per le conseguenze del terrorismo e della Primavera Araba) e i vari animatori, dj, massaggiatori, ecc. sono costretti a riflettere e a fare i conti con sé stessi. Film di impostazione anti-narrativa (è praticamente un documentario, che segue i sette personaggi nelle loro attività di tutti i giorni), venato da una profonda tristezza. Le immense strutture, pensate per divertire e intrattenere i villeggianti stranieri, sono vuote e desolate (o forse popolate da fantasmi), il che ne mette in luce tutta l'artificialità, e gli stessi operatori si rendono conto di come la frequentazione di questo mondo fasullo li stia cambiando poco a poco, facendo loro perdere la propria identità (vedi per esempio l'uomo che si dipinge di vernice dorata per fingere di essere una statua). Le varie sequenze che si succedono sono spesso ambientate all'alba, al tramonto o durante la notte, e il ritmo lento costruisce un'atmosfera ipnotica e quasi onirica. Ma francamente, forse anche per questo, durante la visione ho fatto fatica a tenere gli occhi aperti: e a vivacizzare una pellicola che forse avrebbe avuto bisogno di un tocco registico alla Jia Zhangke (o alla Robert Altman, vista la natura di film corale) non riesce nemmeno la trovata "surreale" di far intervistare i vari personaggi, lungo la strada, da un figurante vestito da scimmia gigante, o l'estemporanea scena in cui il massaggiatore si ritrova sotto le mani non una cliente, ma un manichino. Omara è un regista egiziano, Domke una videoartista tedesca: questo è il loro secondo lavoro insieme.

29 novembre 2018

Il tè nel deserto (B. Bertolucci, 1990)

Il tè nel deserto (The sheltering sky)
di Bernardo Bertolucci – Italia/GB 1990
con Debra Winger, John Malkovich
**1/2

Rivisto in divx.

Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, tre viaggiatori americani giungono sulle coste del Nordafrica: si tratta dei coniugi Port e Kit Moresby (Malkovich e Winger), artisti annoiati e in cerca di nuovi stimoli (anche per rinsaldare il proprio rapporto coniugale), e del loro giovane amico George Tunner (Campbell Scott). L'avventura, però, si rivela meno piacevole del previsto, fra compagni di viaggio sgradevoli, come il grassoccio Eric Lyle (Timonthy Spall) e sua madre (Jill Bennett), difficoltà logistiche con mezzi di trasporto improvvisati, imprevisti e malattie (Port si ammala di tifo). E i personaggi si smarriscono e si addentrano sempre più nel Sahara e nei suoi misteri. Tratto dal romanzo di Paul Bowles (che compare nel film nei panni del vecchio gentiluomo nel bar, testimone e narratore dell'intera vicenda), sceneggiato da Bertolucci insieme al cognato Mark Peploe e prodotto da Jeremy Thomas (come il precedente "L'ultimo imperatore"), un film difficile da gustare appieno se non ci si adagia nel suo ritmo e non si partecipa, insieme ai protagonisti, al viaggio con i tempi giusti. Caratterizzato, prima ancora che dalla regia di Bertolucci (e da un estetismo e una sensualità un po' melensi e noiosi), dalla fotografia dorata e crepuscolare di Vittorio Storaro, che rende reali e suggestivi gli scenari del deserto (compresa la sabbia e le mosche), sembra procedere a lungo senza una vera trama: in realtà la trama è sotto la superficie, e viene pienamente alla luce soltanto nell'ultima mezz'ora, la parte più bella e suggestiva della pellicola, quando Kit – rimasta sola – si unisce a una carovana di tuareg ed entra per un breve periodo a far parte della loro vita, diventando anche l'amante del berbero Belqassim. Allora dal film spariscono i dialoghi (visto che la donna non parla la lingua dei nomadi), sostituiti da canti e da silenzi, e anche la fotografia muta i propri toni, facendosi lunare (il sole è associato a Port, la luna a Kit). Celebre il tema musicale di Ryuichi Sakamoto.

31 ottobre 2018

Lo straniero (Luchino Visconti, 1967)

Lo straniero
di Luchino Visconti – Italia 1967
con Marcello Mastroianni, Anna Karina
***1/2

Visto in divx.

Nell'Algeria coloniale francese, il modesto impiegato Arturo Meursault (Mastroianni) uccide "per caso" un giovane arabo. Si consegna alla polizia e sarà condotto in tribunale. Qui il dibattimento diventa un processo alla sua vita, in particolare alla sua presunta insensibilità in occasione della recente morte della madre in un ospizio fuori città. È un processo di stampo etico e moralista, dove l'indifferenza di Meursault e il suo scarso attaccamento alla madre vengono visti come disinteresse per la patria, i valori religiosi e gli ideali dell'intera società. Dal romanzo esistenzialista di Albert Camus (sceneggiato dal regista con Suso Cecchi D'Amico), uno dei film esteticamente più sobri e minimalisti di Visconti. La prima metà è dedicata alla confessione di Meursault, e ne fornisce il ritratto di un uomo mite, senza volontà o ambizioni e apparentemente senza sentimenti, ma in realtà semplicemente uno "straniero" che vive in un mondo in cui non sa o non vuole integrarsi, dove nulla lo interessa davvero ("Per me è lo stesso" è il suo mantra, che si parli di amore o di lavoro). Eppure ha una donna (Maria, l'ex collega interpretata da Anna Karina), degli amici (Raimondo, un poco di buono: è lui, avendone picchiato la sorella, che scatena l'ira dell'arabo che poi Arturo uccide), delle relazioni (il vicino di casa con il cane, il datore di lavoro). Agli occhi altrui appare però vuoto, anestetizzato, difficile da comprendere. E naturalmente non crede in Dio, per la disperazione del procuratore che lo accusa (Georges Wilson) e lo sconcerto del prete che lo visita in galera (Bruno Cremer). Tanto basta per ritrarlo come un "mostro" abietto agli occhi della società (e della giuria) e per condannarlo alla pena capitale (la sua colpa sembra più quella di non aver pianto al funerale della madre che quella di aver ucciso l'arabo). Una condanna che accetterà con la stessa indifferenza e noncuranza, vista l'ineluttabilità della morte. La parte del protagonista sarebbe dovuta andare inizialmente ad Alain Delon, ma Mastroianni è perfetto e misurato, con il suo sguardo vuoto e il suo flusso di pensieri che donano alla pellicola un andamento quasi onirico, come se la vicenda non fosse ambientata nella nostra realtà ma in un territorio di confine fra l'esistenza e la sua negazione. D'altronde Mersault è letteralmente uno straniero, un uomo diviso a metà, fra l'Europa e l'Africa, né francese né algerino, senza una vera patria o vere radici. La regia asciutta di Visconti e la fotografia di Giuseppe Rotunno illustrano l'irrealtà dell'ambiente alla perfezione. Interessante anche la musica spettrale ed evocativa di Piero Piccioni. Bernard Blier è l'avvocato difensore. Da notare come il doppiaggio presenti i nomi italianizzati (Arturo, Raimondo, ecc.), provenienti forse dalla prima traduzione del romanzo.

25 marzo 2018

Sheikh Jackson (Amr Salama, 2017)

Sheikh Jackson
di Amr Salama – Egitto 2017
con Ahmed El Fishawy, Ahmed Malek
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

La notizia della morte di Michael Jackson, di cui era stato un grande fan da adolescente, fa piombare in crisi spirituale (e non solo) un giovane imam, che inizia a dubitare della propria fede. Gli incubi e l'ossessione per la morte lo portano da una psicoanalista, davanti alla quale rievocherà il proprio passato e in particolare il difficile rapporto con il padre. E alla fine riuscirà finalmente ad accettare sé stesso, riappacificandosi con il genitore e cessando di rinnegare una parte di sé. Etichettato come una commedia (e in effetti non mancano scene surreali o momenti divertenti: si pensi alle "apparizioni" di Michael Jackson a disturbare il protagonista durante le preghiere, o all'anello elettronico con cui tiene il conto dei peccati e delle buone azioni commesse), questo insolito film (campione d'incassi in Egitto, nonostante un soggetto che potrebbe sembrare quantomeno poco ortodosso da un punto di vista religioso) è una lunga riflessione di un personaggio che cerca di conciliare e rimettere insieme le diverse parti di sé, a cominciare dalla propria identità. Il suo vero nome Khaled, infatti, non viene quasi mai usato: i compagni di classe lo prendono in giro con un nomignolo dispregiativo, lui stesso si ribattezza Jackson per far colpo su una ragazza (a sua volta appassionata del cantante) di cui è innamorato, e da adulto a un certo punto perde pure la carta d'identità. La via d'uscita, come sempre, sta nella sincerità e nel bandire le ipocrisie (per esempio, non vietando alla figlia di seguire le proprie passioni, a differenza di quello che il padre aveva fatto con lui). Nonostante i numerosi riferimenti e le tante citazioni visive, nella pellicola non è presente alcun brano del cantante.

24 settembre 2017

Les bienheureux (Sofia Djama, 2017)

Les bienheureux
di Sofia Djama – Francia/Belgio/Qatar 2017
con Sami Bouajila, Nadia Kaci, Amine Lansari
***

Visto al cinema Centrale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ambientato ad Algeri nell'arco di una giornata, un film corale per riflettere – attraverso gli sguardi di differenti generazioni – sul tragico passato del paese nordafricano (insanguinato dalla guerra civile), il suo difficile presente (fra i pericoli del terrorismo e la recrudescenza dell'integralismo religioso) e il suo incerto futuro (le cui speranze sono affidate ai più giovani, che sembrano peraltro ancora in cerca di una propria identità, sballottati fra mille contraddizioni). Samir (Sami Bouajila), medico che pratica aborti clandestini, e sua moglie Amal (Nadia Kaci) si recano a trascorrere la serata in casa di amici e poi al ristorante per festeggiare l'anniversario del loro matrimonio. I differenti punti di vista sul loro paese, che a differenza di altri non hanno mai abbandonato nemmeno negli anni più difficili, rischiano di dividerli: la donna, che ha perso ogni speranza in un rapido miglioramento delle cose, vorrebbe che il figlio Fahim (Amine Lansari) lasciasse l'Algeria per andare a studiare in Europa, mentre il marito crede ancora che possa esserci un futuro. Nel frattempo, Fahid bighellona con gli amici Reda (Adam Bessa), che in pieno fervore religioso vorrebbe farsi tatuare sulla schiena una "sura" del Corano, e Feriel (Lyna Khoudri), ragazza ribelle in cerca di autonomia e di libertà, con un tragico passato da dimenticare... Un grande lavoro di scrittura (non a caso la regista e sceneggiatrice, all'esordio, ha studiato letteratura) per una pellicola che riesce a dare voci uniche e credibili a tutti i personaggi, portando alla luce di volta in volta le individualità, le cicatrici nascoste, i sogni e le aspirazioni, le illusioni e la rassegnazione, la rabbia e il desiderio di trasgressione. Il film è infatti sfaccettato, espone diversi punti di vista e mette in scena in problemi e le contraddizioni di un paese che attraversa una fase di profondo cambiamento: in meglio o in peggio, la questione è tutta lì. Ma la cosa certa è che dipenderà dalle nuove generazioni.

5 agosto 2015

L'Atlantide (Jacques Feyder, 1921)

L'Atlantide
di Jacques Feyder – Francia 1921
con Jean Angelo, Georges Melchior
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con sottotitoli in italiano.

Nel 1911, due ufficiali dell'esercito francese (Angelo e Melchior), inoltratisi nel deserto del Sahara, si imbattono in una misteriosa oasi circondata dalle montagne, ultimo avamposto della perduta isola di Atlantide. Qui rimangono soggiogati dal fascino della regina Antinea (Stacia Napierkowska), di cui si scoprono prigionieri. Soltanto uno di loro riuscirà a tornare alla civiltà, e non senza conseguenze. Da un romanzo di Pierre Benoit, best-seller dell'epoca con echi di Haggard (“She”), Verne e Kipling, un filmone d'avventura di quasi tre ore su uno dei più celebri luoghi dell'immaginario fantastico. Costato ben due milioni di franchi, ottenne un successo di pubblico tale da ripagare pienamente i suoi finanziatori. La regia solida e senza guizzi del belga Feyder si mette fedelmente al servizio della storia, mentre la narrazione (quasi tutta in flashback) si prende i suoi tempi per immergere lo spettatore – al pari dei personaggi – nel mistero di un mondo fuori dal tempo, sia pure circondato da un contesto storico ben preciso (si tratta di uno dei primi film a ritrarre la presenza coloniale dei francesi in Africa). Di grande fascino gli scenari del deserto (la pellicola venne girata in Algeria nel corso di una lavorazione durata otto mesi) e la sontuosità del palazzo di Antinea, dove vestigia di antiche civiltà convivono con la cultura moderna (come nella biblioteca dove si ritrovano le opere di Shakespeare, Voltaire e Cervantes, ma anche contemporanee riviste di attualità e di moda; o la cripta in cui la regina conserva i corpi mummificati dei suoi numerosi amanti). Vista l'epoca cui risale il film, si possono perdonare certe ingenuità nelle caratterizzazioni dei protagonisti e un'eccessiva prolissità nel modo in cui si dipana il racconto (tutta la parte introduttiva, per esempio, è forse troppo lunga). Sfrondato dai luoghi comuni dell'avventura di inizio novecento (molti dei quali saranno riscoperti e recuperati in seguito, per esempio nella serie di Indiana Jones), rimane una sincera celebrazione dell'attrazione e del fascino che l'uomo prova per il mistero, qui incarnato dalla femminea figura di Antinea, al cui confronto persino le guerre fra i popoli e i governi sembrano perdere qualsiasi importanza.

26 settembre 2013

Vado a scuola (Pascal Plisson, 2013)

Vado a scuola (Sur le chemin de l'école)
di Pascal Plisson – Francia 2013
con attori non professionisti
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Storie di quattro bambini (e dei loro fratelli o compagni di classe), ai quattro angoli del mondo, che per recarsi a scuola sono costretti ogni giorno a compiere un lungo viaggio e affrontare difficoltà e pericoli. Jackson, in Kenya, deve attraversare la savana e stare attento agli elefanti; Zahira, nell'Atlante in Marocco, deve percorrere un lungo e ripido sentiero di montagna; Carlos, in Patagonia, deve cavalcare con la sorellina attraverso la steppa; Samuel, nel Bengali, è disabile e deve essere portato dai fratelli su una sedia a rotelle artigianale. Prodotto con il patrocinio dell'Unesco e distribuito dalla Walt Disney francese, è un film dall'impianto semidocumentaristico (si tratterebbe di "storie vere", tanto che al termine i diversi protagonisti – tutti dagli 11 ai 13 anni – vengono intervistati a proposito dei loro sogni e aspirazioni), ad alto tasso di buonismo e di retorica, sull'"eroismo" di bambini per i quali la ricerca dell'istruzione richiede impegno, dedizione e forza di volontà. Un bel concetto, certo, ma durante la visione è forte il desiderio di spingere sul tasto del fast forward: tolti i primi e gli ultimi minuti, tutta la pellicola consiste in una lunga sequenza di camminate attraverso paesaggi più o meno desertici. Alla fine, più che un film, sembra di aver guardato il volantino pubblicitario di una onlus o una raccolta di cartoline.

27 maggio 2013

Il paziente inglese (A. Minghella, 1996)

Il paziente inglese (The english patient)
di Anthony Minghella – USA/GB 1996
con Ralph Fiennes, Juliette Binoche
**

Rivisto in TV.

Mentre gli alleati avanzano in Italia durante gli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, un uomo gravemente ferito, dal volto sfigurato e privo di memoria (Ralph Fiennes), viene affidato alle cure della giovane infermiera canadese Hana (Juliette Binoche), che se ne prende cura fra i ruderi di un monastero abbandonato nella campagna toscana. Conosciuto solo come "il paziente inglese", l'uomo riacquista pian piano i suoi ricordi: si tratta in realtà di un avventuriero ungherese, il conte Laszlo de Almásy, che prima della guerra lavorava come cartografo e pilota per la Reale Società Geografica nel deserto del Sahara. La sua vicenda, dominata dalla tragica passione per Katherine (Kristin Scott Thomas), moglie dell'agente inglese Geoffrey Clifton (Colin Firth), viene narrata alternandola in parallelo con le sequenze ambientate in Italia, nelle quali a far compagnia al ferito e alla sua infermiera giungono il misterioso ladro morfinomane Caravaggio (Willem Dafoe), che aveva già conosciuto Almásy al Cairo e lo sospetta di essere una spia tedesca, e l'artificiere sikh Kip (Naveen Andrews), di cui Hana si invaghisce. Da un romanzo di Michael Ondaatje (che ha collaborato alla sceneggiatura), un polpettone patinato che, nonostante la bellezza dei luoghi in cui è girato (l'entroterra senese – il monastero si trova presso Pienza – e il deserto egiziano), l'intensità dei personaggi e la drammaticità degli eventi, alla resa dei conti si rivela abbastanza... palloso. Potrà non dispiacere ai cultori del romanticismo tragico e disperato (dove le vicende private e sentimentali si intrecciano inevitabilmente con quelle della guerra, e i tradimenti coniugali fanno passare in secondo piano quelli nazionalisti), e ha di certo le sue buone carte da giocare dal lato della tecnica cinematografica (più la fotografia – che nelle scene egiziane si rifà pedissequamente allo Storaro de "Il tè nel deserto" – e il montaggio che la regia, abbastanza piatta), ma è francamente difficile sostenerne una seconda visione, anche perché è fin troppo lungo per la storia che racconta. Fra gli spunti da ricordare: il libro di Erodoto (colmo di lettere, appunti e disegni) da cui Almásy non si separa mai; e la bellezza della "caverna dei nuotatori" che gli esploratori scoprono nel deserto del Sahara, che fa da contraltare alle pareti della chiesa toscana che Kip porta Hana ad esplorare ("imbragandola" con delle funi e facendola ondeggiare lungo le pareti alla luce di una torcia: la scena più bella e memorabile del film) durante la loro permanenza in Italia. Fiennes recita per metà film con il volto sfigurato, anticipando in un certo senso quello che sarà il suo aspetto nei panni di Voldemort nei film di Harry Potter. Vincitore di ben nove premi Oscar, incluso quelli per miglior film, regia e attrice non protagonista (la Binoche).

27 novembre 2012

Bolbol Hayran (Khaled Marei, 2011)

Bolbol Hayran
di Khaled Marei – Egitto 2011
con Ahmed Helmy, Zeina, Sherin Adel
**

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

L'eccentrico designer Bolbol, ricoverato in ospedale per fratture multiple, racconta alla dottoressa che lo accudisce come è finito in quella situazione: la colpa è della sua incapacità di scegliere fra due ragazze, Yasmine e Hala, con le quali – dapprima in momenti diversi, e poi contemporaneamente – si è fidanzato. Le due sono diversissime fra loro (la prima è bellissima ma anche svagata e indipendente, apparentemente poco attenta ai suoi desideri e ai suoi sentimenti; la seconda, goffa e grassottella, è invece sensibile e premurosa, ma anche assai più gelosa e soffocante): e Bolbol, complice anche una temporanea perdita di memoria in seguito a un incidente, ha avuto la rara opportunità di conoscere ciascuna delle due "per la prima volta", giungendo in ogni caso alla conclusione che, se avesse visto prima l'altra, avrebbe invece scelto lei. Alla fine, recuperata la memoria e incapace di decidere quale delle due ama davvero, prova a "prendere tempo" fidanzandosi con entrambe (ovviamente tenendole all'oscuro l'una dell'altra): ma quando queste scoprono la verità, sapranno vendicarsi. Bizzarra commedia romantica (più o meno), vagamente maschilista, che punta le sue carte su un protagonista divertente e spregiudicato, dalla parlantina irrefrenabile e con la battuta sempre pronta: una specie di Groucho Marx medio-orientale. Forse un po' ripetitiva, costruita essenzialmente su una lunga (e sfilacciata) serie di gag, la pellicola offre comunque un simpatico spaccato dei rapporti amorosi nell'Egitto moderno (ma l'ambientazione è neutra, e potrebbe essere collocata in qualsiasi altro paese al mondo). La vicenda è raccontata interamente in flashback da Bolbol in ospedale, e non manca il finale a sorpresa. La morale? "Se mi chiedono se è più alta la palma o più veloce il treno, io rispondo che il mare è più largo".

21 ottobre 2011

Fata morgana (Werner Herzog, 1971)

Fata morgana (id.)
di Werner Herzog – Germania 1971
con attori non professionisti
***

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Riorganizzando e montando il materiale filmato in una serie di viaggi in Africa fra il 1968 e il 1969 (nel Sahara algerino, in Nigeria, Alto Volta, Mali, Costa d'Avorio, Kenya, Tanzania e a Lanzarote nelle Canarie, dove il regista aveva girato "Anche i nani hanno cominciato da piccoli"), Werner Herzog realizza un affascinante e insolito documentario che alle immagini abbina una voce fuori campo (nella versione originale è quella di Lotte Eisner) che racconta "un'altra storia", lasciando allo spettatore il compito di riannodare le fila e di interpretare quello che sta vedendo. È comunque consigliata una seconda visione accompagnata dall'interessante commento di Herzog presente sul DVD, che per ogni sequenza spiega di cosa si tratta veramente, dove è stata girata e quali sono gli aneddoti al riguardo. La pellicola è divisa nettamente in tre parti: nella prima, "La creazione", sulle sequenze del deserto sono recitati brani dal "Popol Vuh", il racconto della creazione del mondo secondo i Maya (curiosamente, "Popol Vuh" è anche il nome di un gruppo musicale che scriverà le colonne sonore di diversi film di Herzog); nella seconda e nella terza, rispettivamente "Il paradiso" e "L'età dell'oro", i testi – in gran parte improvvisati – sono invece dello stesso Herzog e del suo amico poeta Manfred Eigendorf. L'idea iniziale era quella di presentare le immagini in chiave fantascientifica, come se si trattasse della descrizione di un altro pianeta, oppure del nostro ma da parte di una civiltà aliena: venne scartata, ma Herzog la riutilizzò poi in "Apocalisse nel deserto" e "L'ignoto spazio profondo", che con questo film formano un'ideale trilogia. Gran parte delle immagini sono state riprese dall'operatore Jörg Schmidt-Reitwein a bordo di un furgoncino Volkswagen guidato dallo stesso Herzog: per questo si tratta di lunghe carrellate laterali che "amplificano" a dismisura la dimensione orizzontale del paesaggio. Il resto lo fa la musica: nel primo atto, in gran parte classica (a partire dal Kyrie della "Messa dell'incoronazione" di Mozart); nel secondo, spiccano alcune canzoni di Leonard Cohen ("Suzanne", "So long Marianne", "Hey, that's no way to say good-bye"); nel terzo, c'è la surreale esibizione al piano della tenutaria di un bordello a Lanzarote, accompagnata da un protettore che suona la batteria e canta in spagnolo). Fra le sequenze che rimangono maggiormente impresse, quella iniziale in cui si mostra più volte un aereo in fase di atterraggio (e ogni volta, sembra di assistere sempre di più a un miraggio); le carcasse e le pelli dei bovini presso un pozzo reso secco dalla siccità; un bambino che mostra la sua volpe albina domestica e, parimenti, un ricercatore che tiene in mano un varano di Komodo. Gran parte delle persone che compaiono nella pellicola sono abitanti del luogo o turisti incontrati per caso. Molti gli incidenti capitati durante la lavorazione: ci fu anche il rischio di finire in galera perché il nome del cameraman era identico a quello di un mercenario tedesco ricercato dalla polizia e condannato a morte. Il titolo, naturalmente, si riferisce al celebre miraggio che dà l'impressione di osservare l'acqua nel deserto.

12 giugno 2011

La sorgente dell'amore (R. Mihaileanu, 2011)

La sorgente dell'amore (La source des femmes)
di Radu Mihaileanu – Francia 2011
con Leïla Bekhti, Hafsia Herzi
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Stufe di dover percorrere un ripido e pericoloso sentiero di montagna per andare a prendere l'acqua a una lontana sorgente, mentre gli uomini trascorrono la giornata seduti a non fare nulla e a bere il tè, le donne di uno sperduto e desertico villaggio del Maghreb decidono di indire uno "sciopero dell'amore", che perdurerà fino a quando non sarà stata realizzata una conduttura che porterà l'acqua fino alla piazza del villaggio. Mantenere la decisione presa sarà difficile, vista anche la condizione di subalternità delle mogli nei confronti dei mariti nella società islamica, i quali possono ripudiarle o picchiarle a piacere: ma alla fine la forza di volontà avrà il sopravvento sulle tradizioni e sulle ingiustizie. Una commedia sulla battaglia dei sessi in chiave araba/femminista? Da "Train de vie" a "Il concerto", la ricetta del cinema radical chic di Mihaileanu è sempre la stessa: soggetti incentrati su una trovatina simpatica (ispirata, in questo caso, alla "Lisistrata" di Aristofane), tanti (anche troppi) personaggi, un pizzico di ironia, e uno sviluppo scontato e prevedibile. C'è a chi piace questo tipo di cinema ruffiano e insincero, condito da abiti colorati, da canti e da balli, e da filippiche sull'uguaglianza e sui buoni sentimenti con le quali non si può, naturalmente, non essere d'accordo. Ma è troppo facile mettere le mani avanti, spiegando sin dall'inizio che si tratta di una "favola", per giustificare il tono fasullo e irreale della vicenda e le caratterizzazioni manichee di personaggi improbabili. Un film come questo avrebbe valore se fosse stato davvero pensato e realizzato dagli abitanti di quei luoghi (si pensi per esempio alle vette raggiunte dal cinema iraniano, ma anche – per non andare troppo lontano – al ben più interessante "E ora dove andiamo?" della libanese Nadine Labaki, presente a questa stessa rassegna e che offre molti spunti simili), e non "imposto" dall'esterno, da un regista e da una produzione europea, che inscenano uno spettacolino esotico a beneficio esclusivo degli spettatori occidentali, proprio come i balletti per i turisti fatti dalle protagoniste della pellicola.

21 settembre 2009

Scheherazade, tell me a story (Y. Nasrallah, 2009)

Scheherazade, tell me a story (Ehky ya Scheherazade)
di Yousry Nasrallah – Egitto 2009
con Mona Zaki, Hassan El Raddad
**

Visto allo Spazio Oberdan, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Hebba, bella e benestante anchorwoman progressista, è la conduttrice di un seguitissimo programma televisivo che si occupa di denuncia sociale. Ma i contenuti della trasmissione, spesso sgraditi ai politici, rischiano di mettere a repentaglio la carriera del marito, un giornalista sempre pronto alla genuflessione verso i potenti e che aspira a dirigere un importante quotidiano governativo. Lui le chiede pertanto di addolcire temporaneamente i temi dello show, e lei decide di intervistare una serie di donne su argomenti quali il sesso, il matrimonio e il tradimento. Non ha però fatto i conti con una semplice verità: "ogni cosa è politica". I racconti delle intervistate, infatti, mettono in luce tutto un mondo che vede le donne come vittime di continui inganni, maltrattamenti e sopraffazioni da parte degli uomini... A suo modo originale nell'affrontare il tema in maniera affabulatoria, non documentaristica e lontana dal classico cinema di denuncia, è quasi un film a episodi che all'interno della cornice rappresentata dalla vicenda di Hebba racconta tre storie al femminile (la più bella è quella delle tre sorelle che dapprima si contendono il ragazzo che gestisce il negozio di famiglia e poi vengono da lui ingannate). Non mancano frecciate di ogni tipo verso la sharia e le discriminazioni di natura sociale e religiosa, ma l'argomento è affrontato a tutto tondo e la sceneggiatura mostra come nemmeno le classi più abbienti, apparentemente moderne e "aperte", siano immuni dal fenomeno.

17 giugno 2009

La mummia (Shadi Abdel Salam, 1969)

La mummia, aka The night of counting the years (Al-mummia)
di Shadi Abdel Salam – Egitto 1969
con Ahmed Marei, Mohamed Nabih
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alla fine del diciannovesimo secolo, una tribù di pastori che abita fra le montagne nei pressi di Tebe si guadagna da vivere prelevando reperti archeologici dalle tombe segrete di antichi faraoni (di cui sono gli unici a conoscere l'ubicazione) e rivendendoli a mercanti senza scrupoli. Una spedizione archeologica giunge sul luogo in cerca dei sepolcri: verrà aiutata dal giovane Wannis, un membro della tribù che dopo molta esitazione decide di opporsi al saccheggiamento perpetuato dai suoi parenti. Ispirato alla reale scoperta delle tombe nella necropoli di Tebe (avvenuta nel 1881), l'unico film della "retrospettiva" presente nella rassegna è un caposaldo del cinema egiziano: oltre a essere il solo lungometraggio realizzato da Abdel Salam, è celebre anche perché proabilmente si tratta dell'unica pellicola recitata completamente in arabo classico. Il particolare linguaggio, unito al ritmo lento e agli straordinari scenari che fanno da sfondo alla vicenda, dona al film un tono solenne e suggestivo, a tratti quasi onirico e ipnotico come "L'anno scorso a Marienbad" di Resnais o "Picnic ad Hanging Rock" di Weir. Visivamente bellissimo (spiccano i costumi del personaggi, figure ammantate di nero o di bianco sullo sfondo del deserto, delle montagne e delle piramidi, con una fotografia dai colori forti e contrastati), si apre con la lettura di alcuni capitoli del "Libro dei morti" e prosegue con dialoghi intensi e profondi e personaggi fuori dal tempo, dotati di una presenza monumentale.

29 aprile 2009

Il bandito della casbah (J. Duvivier, 1937)

Il bandito della casbah (Pépé le Moko)
di Julien Duvivier – Francia 1937
con Jean Gabin, Line Noro
***

Visto in divx, con Marisa.

"Vista a volo d'uccello, quella zona che si chiama la casbah domina quasi la vita. Brulicante come un formicaio, è una vasta scalea da cui ogni terrazza è un gradino che scende verso il mare. Tra questi gradini vi sono viuzze tortuose e scure, che sembrano fatte per l'agguato; viuzze che si incrociano, che si accavallano, che s'annodano e si snodano caoticamente, si confondono tra loro come un inestricabile labirinto. In ogni punto, dovunque si vada, scale, salite ripide e sinuose, discese facili alle fughe, portici oscuri saturi di vermi e di umidità, botteghe sospette dove si giuoca ad ogni ora, angoli pieni di silenzio, vie dal nome bizzarro. Vivono in quarantamila, là dove potrebbero stare appena diecimila, quarantamila d'ogni razza, venuti da tutte le frontiere: uomini di origine barbaresca e i loro onesti discendenti, tradizionalisti e per noi misteriosi; arabi, cinesi, zingari, balcanici, nordici, corsi, negri, spagnoli, tunisini... e ragazze, ragazze di tutti i paesi, di tutti i tipi: alte, basse, grasse, senza età, senza forme, abissi di grasso in cui nessuno osa guardare. Le case, bucate da cortili interni, isolate come celle senza tetto e piene di eco, comunicano quasi tutte una con l'altra attraverso le terrazze. Queste terrazze sono dominio esclusivo degli algerini, che ne sono i padroni. Essi scendono lungo quest'ampia scalea, e di gradino in gradino arrivano fino al mare. Infinita, brulicante, misteriosa, tumultuosa, di casbah non ve n'è una, ve n'è cento, ve n'è mille. E in questo dedalo, in questo brulichio, Pépé è il re. E per arrestarlo non basta alzarsi di buon ora."

Con questa introduzione "documentaristica" ci viene presentata la vera protagonista della pellicola, la casbah di Algeri dove si nasconde Pépé, gangster autoritario e dandy romantico, protetto dai suoi seguaci e dalle sue donne, invano ricercato dalla polizia, dominatore assoluto del suo piccolo mondo, di cui però è anche prigioniero. E proprio il desiderio di libertà e la nostalgia per la sua patria d'origine (la Francia) lo tradiranno, quando si innamorerà di una raffinata mantenuta parigina che lo farà precipitare nelle mani dell'amico-rivale ispettore Slimane. Il finale tragico non fece che contribuire all'aura di classica romanticità della pellicola. Precursore e punto di riferimento di almeno tre generi cinematografici che avrebbero spopolato negli anni a venire (il noir, con le sue figure destinate a soccombere di fronte al destino; il dramma romantico di ambientazione esotica alla "Casablanca" – ma scenari di questo tipo si ritrovano anche in film d'avventura alla Indiana Jones; e il realismo poetico, di cui Gabin sarebbe presto diventato il volto per eccellenza), il film ebbe uno strepitoso successo, al punto che Duvivier fu immediatamente chiamato a Hollywood, dove la pellicola venne peraltro rifatta l'anno successivo da John Cromwell ("Algiers", con Charles Boyer e Hedy Lamarr) e nel 1948 da John Berry ("Casbah", con Tony Martin e Peter Lorre). E il personaggio sarebbe entrato nell'immaginario collettivo di mezzo mondo, come dimostra la parodia napoletana del 1949, "Totò le Moko". Un caldo bianco e nero, gli innumerevoli primi piani (splendida la sequenza il cui lo sguardo del protagonista si sofferma sugli occhi, sul sorriso e... sui gioielli della dama francese), i variopinti comprimari – dal giovane protetto Piero (Pierrot, nella versione originale) al rude complice Carlos, dall'infido informatore Regis (la scena della sua esecuzione, per mano dell'uomo che ha tradito e che muore nello stesso momento, è notevole) alla gelosa zingara Ines, dallo scaltro ispettore Slimane all'aristocratico ricettatore chiamato il Conte (le Grand Père, in originale) – e per l'appunto l'ambientazione, la scenografia e lo stile contano molto più della semplice trama, che non si fonda sulla suspense (tutto "è già scritto", come dice Slimane a Pépé) bensì sull'atmosfera, sulla malinconia per i sogni perduti, sul desiderio di cambiar vita. Suggestiva, a questo proposito, la scena in cui la vecchia cantante Fréhel intona la canzone nostalgica "Où est-il donc?". E anche il realismo si mescola con la finzione della messinscena (celebre la sequenza della discesa finale di Pépé attraverso la casbah, chiaramente proiettata su un fondale): non a caso le stradine e le scale di Algeri furono ricostruite in studio.