
Watchmen (id.)
di Zack Snyder – USA 2009
con Patrick Wilson, Malin Akerman
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Visto al cinema Orfeo.
In un 1985 parallelo e cupissimo, dove l'America è ancora guidata da Nixon e ha vinto la guerra del Vietnam grazie agli straordinari poteri del Dottor Manhattan (un superuomo la cui esistenza ha però condotto il pianeta sull'orlo di un conflitto nucleare con l'Unione Sovietica), gli altri supereroi – in realtà semplici vigilantes mascherati, privi di superpoteri – sono ormai fuorilegge e invisi al pubblico. L'unico che non si è ritirato a vita privata è il manicheo Rorschach, che indagando sulla misteriosa morte di un collega, apparentemente ucciso da un "killer di maschere", riunirà i suoi vecchi compagni e scoprirà un terribile piano per distruggere il mondo... o forse per salvarlo.
Faccio parte di coloro che ritengono "Watchmen" (scritto magistralmente da Alan Moore e illustrato con precisione da Dave Gibbons) il più bel fumetto di tutti i tempi, per talmente tanti motivi – storici, culturali, formali e contenutistici – che sarebbe troppo lungo elencarli qui. Basti dire che racconta una storia di supereroi, in chiave metaforica, calandola in un contesto realistico mai visto prima nell'ambito del genere mainstream per eccellenza del fumetto nordamericano. Assieme ad altre opere cardine degli anni ottanta (come quelle di Frank Miller o dei fratelli Hernandez) ha avuto il merito di dimostrare come setting e personaggi superomistici potessero essere usati anche al di fuori del mondo puerile, colorato e fantascientifico che li aveva ospitati fino ad allora (e smascherandone in questo modo la natura folle e assolutistica), qualcosa di cui il cinema si è accorto con almeno vent'anni di ritardo (se mai se ne è accorto: un Nolan non fa primavera...). Alla notizia che il film tratto da questo caposaldo dell'arte sequenziale sarebbe stato diretto da Zack Snyder, ho subito temuto il peggio. Nulla in "300", il suo lavoro precedente, faceva infatti pensare che sarebbe stato capace di affrontare le finezze di un testo come quello di Alan Moore (che dopo le delusioni precedenti ha rifiutato polemicamente di essere accreditato nei titoli della pellicola, come d'altronde aveva fatto con "V per Vendetta" e farà in occasione di altri futuri adattamenti cinematografici delle sue opere). Quella di Snyder mi sembrava una scelta dovuta solo a motivi di marketing ("Se ha ottenuto successo facendo un film tratto da un fumetto, facciamogliene fare un altro, anche se non c'entra nulla con il precedente"). E purtroppo i timori si sono rivelati fondati: la pellicola non "respira" e brilla di luce riflessa, un nano che si appoggia sulla spalla del gigante Moore. Per questo motivo, nella recensione che segue ne sottolineerò soprattutto i difetti, dando i pregi (che pure ci sono, ma derivano tutti dal materiale originale) per scontati.
Si ha un bel dire che un film deve essere giudicato a sé stante, senza fare troppi paragoni con l'opera di partenza: quando questa è un capolavoro assolutamente perfetto, è difficile dimenticarsene. In realtà, ciò che si richiede è che l'opera cinematografica abbia una propria identità e sia valida in quanto tale, anche perché spesso l'eccessiva fedeltà al materiale originale può appiattire il risultato, rovinarne il ritmo o – nel caso più estremo – rendere il film superfluo. Snyder ha scelto di restare assai fedele alla trama del fumetto (a dire il vero il finale è cambiato in peggio, diventando più "realistico" ma anche più contraddittorio e illogico), riproponendone pari pari molte scene, sequenze, dialoghi e inquadrature, ma si conferma un cineasta grossolano, attento solo alla struttura esteriore della vicenda e interessato più a elaborare lo storyboard delle scene d'azione che a interrogarsi sui significati del testo originale, sull'opportunità di includere o meno un particolare dettaglio, una chiave di lettura, una metafora. I pregi della pellicola stanno quasi esclusivamente nella capacità di far "risuonare" qualcosa nella mente dello spettatore che ha letto il fumetto (come nel caso degli splendidi titoli di testa, la cosa migliore del film e forse l'unico momento in cui riesce a sintetizzare i contenuti originari, generando da essi qualcosa di nuovo e di emozionante). Tutte le modifiche (che si tratti di singole frasi aggiunte, di piccoli cambiamenti alla trama, di differenti scelte di regia, di decisioni su cosa sacrificare e cosa mantenere) sembrano invece infelici, arbitrarie o anche sciatte, a partire dal combattimento iniziale fra il Comico e il suo assassino (dove non si capisce perché Blake faccia resistenza e lotti anziché consegnarsi volontariamente alla morte). E persino l'ambientazione temporale, che comunque ha un suo fascino, in un certo senso sembra "sbagliata": per il lettore del fumetto, gli anni '80 erano l'attualità e avevano una valenza storica e simbolica ben precisa; nel film, invece, quel periodo è vissuto come distante e in chiave "vintage", e per lo spettatore non si differenzia dai decenni immediatamente precedenti: tanto che, per dargli più caratterizzazione, è necessario l'inserimento di personaggi come Andy Warhol e Lee Iacocca e l'utilizzo di un'invadente colonna sonora a base di Bob Dylan e Leonard Cohen (c'è persino "99 Luftballoons" di Nena!). La sceneggiatura, dopo un buon inizio, procede con l'unico scopo di stimolare il desiderio dello spettatore di rivedere questa o quella scena del fumetto prendere vita sullo schermo.

Il difetto principale, comunque, rimane il regista, che esagera con i ralenti, mirati a "congelare" la sequenza filmica per riprodurre in maniera esatta le vignette del fumetto (cosa che poteva avere un senso con i disegni di Miller, che si basano soprattutto sull'espressività, sulle pose precise dei personaggi e sul dinamismo, non certo con quelli di Gibbons, dove è l'insieme dei piccoli dettagli ad avere importanza); che è incapace di cogliere le simmetrie, i rimandi interni e i giochi di specchi (se apre il film con lo smile insanguinato, perché non lo chiude con lo stesso simbolo anziché con l'inquadratura del diario di Rorschach?); che avrebbe fatto meglio a tagliar via del tutto alcuni personaggi fondamentali, anziché introdurli senza poi sfruttarli pienamente (come il primo Gufo Notturno o lo psicanalista di Rorschach) o addirittura presentarli solo alla fine senza un adeguato aggancio emotivo (il giornalista di destra e il suo assistente scemo; l'edicolante e il bambino). Forse nel DVD verranno inserite le immancabili scene aggiuntive che li riguardano, è vero, ma il fatto che siano state tagliate tutte le parti con i personaggi "normali" (sullo schermo ci sono sempre e solo i sei supereroi protagonisti) dimostra come in fondo regista e produttori le ritenessero – assolutamente a torto – meno importanti, per esempio, di scene d'azione come quelle con Rorschach in prigione. Sul mancato inserimento del fumetto di pirati, vera e propria chiave di lettura metafumettistica del "Watchmen" originale, non me la sento invece di infierire. Mantenerlo tale e quale, in fondo, non avrebbe significato granché: semmai si poteva trasformarlo in un telefilm.

Le speranze che il film si rivelasse per il cinema di supereroi l'equivalente di quello che l'opera di Moore ha rappresentato per il fumetto svaniscono presto: si tratta di un lungometraggio che non farà storia e che probabilmente verrà dimenticato dal grande pubblico nel giro di qualche mese, fagocitato da nuove uscite più popolari: un deciso spreco di potenzialità. Certo, alcune cose buone ci sono comunque, come la resa di personaggi in bilico fra il bene e il male, l'atmosfera opprimente, la cura nelle scenografie e – tutto sommato – l'intero apparato tecnico (la fotografia, i costumi e gli effetti speciali). Mancano invece le emozioni che comunicavano certi passaggi della pagina scritta e disegnata (il racconto di Rorschach sulle sue origini, il dialogo fra Laurie e il Dottor Manhattan su Marte, il Comico sfregiato in Vietnam...: momenti indimenticabili nella versione fumettistica, quando non veri e propri pugni nello stomaco, che qui invece risultano anestetizzati e non si stagliano rispetto a ciò che li circonda). Snyder dà spesso la sensazione di non aver affatto colto lo spirito del testo di Moore, ma in un paio di punti c'è anche il sospetto che il travisamento sia anche colpa dell'edizione italiana (a proposito, davvero pessimo il doppiaggio): i supereroi chiamati "Watchmen" come se fosse questo il nome del loro gruppo (e senza alcun accenno, in tutto il film, alla frase di Giovenale "Quis custodiet ipsos custodes?" da cui proviene il titolo originale dell'opera), l'annuncio della candidatura di Ronald Reagan (anziché Robert Redford: altrimenti dove sarebbe la satira?) a presidente degli Stati Uniti, e così via. Il cast mi è parso adeguato, con nota di merito per Malin Akerman nei panni di Silk Spectre, e il volto di Jackie Earle Haley (Rorschach) mi ha fatto pensare più di una volta a Clint Eastwood. Non mi è piaciuto invece Ozymandias, né come attore né come personaggio, ritratto in maniera esageratamente solenne.