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28 agosto 2020

Atto di forza (Paul Verhoeven, 1990)

Atto di forza (Total Recall)
di Paul Verhoeven – USA 1990
con Arnold Schwarzenegger, Rachel Ticotin
**1/2

Rivisto in TV.

Operaio in un’industria di costruzioni e sposato con un’avvenente bionda (Sharon Stone), Douglas Quaid (Schwarzy) ha ricorrenti incubi notturni in cui sogna di essere un agente segreto su Marte. Quando si rivolgerà alla Rekall, un’agenzia di viaggi virtuali specializzata in innesti di memorie fasulle, scoprirà che proprio quella era la sua vita reale, e che il ricordo dell’esistenza quotidiana sulla Terra (con tanto di finta moglie) gli è stato impiantato artificialmente per scopi misteriosi… Da un racconto di Philip K. Dick (“Ricordiamo per voi”), da cui prende però solo lo spunto e modifica gli sviluppi e il finale, un action movie fantascientifico che unisce ottime trovate (su tutte il tema dei ricordi virtuali, che lascia sospettare a più riprese che anche quello che vediamo sullo schermo sia solo frutto dell’immaginazione del protagonista: la pellicola si chiude addirittura con Douglas che si domanda: “E se fosse stato tutto un sogno?”) a scene d’azione non particolarmente innovative o memorabili, soprattutto quando la storia si trasferisce su Marte. Ed è un vero peccato che una Sharon Stone così cattiva, bellissima e supersexy, esca di scena dopo poco più di una ventina di minuti: farà ancora una comparsata più avanti, ma non c’è proprio confronto fra lei e la co-protagonista Rachel Ticotin. I cattivi sono Ronny Cox, Michael Ironside e Mel Johnson Jr. Niente di speciale le scenografie (gli ambienti su Marte, i costumi e i veicoli sembrano provenire da un film degli anni settanta), bene invece il trucco e gli effetti visivi (di Rob Bottin, premiato con l’Oscar): oltre ai vari “mutanti” e mostriciattoli vari (come Kuato, il capo della ribellione contro il governatore marziano), è rimasto iconico il travestimento da “signora grassa” di Schwarzy al suo sbarco sul pianeta rosso. Al netto della veste fantascientifica, il soggetto è praticamente hitchcockiano, con un “uomo qualunque” (perché è questo che Douglas è, senza le memorie del suo autentico alter ego Hauser) in fuga e invischiato in un intrigo internazionale (anzi, interplanetario!) di cui non conosce i dettagli. E se all’inizio alcune cose ci sembrano strane (perché i cattivi lo vogliono vivo?), tutto poi tornerà, grazie anche a qualche colpo di scena non proprio prevedibile. Nel complesso il mix fra futuro (con ologrammi e schermi giganti), trip mentali e filosofici (tipici di Dick) e l’estrema violenza del cinema di Verhoeven (in abbinamento con i muscoli di Schwarzy, vero e proprio “Maciste nello spazio”) funziona. I produttori giocarono con l’idea di farne un sequel (ispirandosi a un altro racconto di Dick, “Rapporto di minoranza”), prima di rinunciare e lasciare tale racconto a Spielberg (che nel 2002 vi trarrà “Minority report”). Un remake nel 2012.

16 ottobre 2015

Sopravvissuto - The martian (R. Scott, 2015)

Sopravvissuto - The martian (The Martian)
di Ridley Scott – USA 2015
con Matt Damon, Jessica Chastain
***

Visto al cinema Colosseo.

Abbandonato a malincuore su Marte dai suoi compagni, costretti a ripartire verso la Terra a causa di un'improvvisa tempesta che ha messo a repentaglio la missione, l'astronauta della NASA Mark Watney è creduto morto da tutti. Invece è incredibilmente sopravvissuto, anche se si ritrova da solo su un pianeta a 200 milioni di chilometri dalla Terra, senza possibilità di comunicare con nessuno e con problemi urgenti da risolvere: primo fra tutti, il cibo. Ridley Scott torna a sfornare un ottimo film dopo una decina di anni costellati da pellicole sempre più deludenti e noiose, adattando un romanzo di Andy Weir che si inserisce nel filone dei "naufragi spaziali", già frequentato di recente al cinema da pellicole come "Gravity" (con cui condivide la volontà del protagonista di sopravvivere a ogni costo), "Interstellar" (che vedeva lo stesso Matt Damon nel cast) e "Moon" (sul tema dell'uomo costretto a un lungo periodo da solo su un corpo celeste lontano). Qui, però, i toni sono meno claustrofobici e più avventurosi, a tratti addirittura divertenti, grazie a un personaggio pieno di risorse e che non perde mai la voglia di scherzare. Pur trovandosi in una situazione apparentemente senza via d'uscita, Watney – che è un botanico – riuscirà a trovare il modo di coltivare patate (concimandole con i suoi escrementi), di comunicare con la NASA (riesumando il rover di una precedente missione), di spostarsi sul pianeta rosso e infine di farsi salvare dai suoi compagni, tornati indietro per prelevarlo. La vicenda è raccontata in parallelo: alla permanenza di Mark su Marte si accostano le riunioni e i tentativi, da parte degli scienziati sulla Terra, di trovare un modo di soccorrerlo. Da notare la collaborazione dei cinesi: nell'esplorazione spaziale, si auspica, le divisioni politiche possono essere messe da parte. La narrazione è avvincente (senza zavorre pretenziose, intellettuali o metafisiche) e gran parte degli aspetti tecnici e scientifici sono ben curati grazie alla collaborazione della NASA, anche se non mancano momenti assurdi o implausibili come tutta la manovra di salvataggio nel finale. Diverse le strizzatine d'occhio alla cultura nerd: la riunione segreta dei vertici della NASA è paragonata al Consiglio di Elrond del "Signore degli Anelli" (e il fatto che nel cast ci sia anche Sean Bean, che nei film di Peter Jackson era presente a quel Consiglio nei panni di Boromir, rafforza la citazione), mentre le evoluzioni di Mark con la tuta spaziale lo portano a paragonarsi ad Iron Man. Ottima l'interpretazione di Damon, che da un certo punto in poi appare notevolmente dimagrito. Nel cast anche Jeff Daniels, Chiwetel Ejiofor, Michael Peña e Kate Mara. Il film nasce da un progetto dello sceneggiatore Drew Goddard, che avrebbe dovuto anche dirigerlo, ma la produzione ha dato il via libera solo dopo che sono saliti a bordo nomi noti come Scott e Damon. Se Kubrick aveva fatto risuonare nello spazio i valzer di Strauss e altri brani classici, Scott ci propone una divertente colonna sonora a base di canzoni pop e disco anni '70 e '80, con l'inevitabile "I will survive" sui titoli di coda.

17 marzo 2009

Watchmen (Zack Snyder, 2009)

Watchmen (id.)
di Zack Snyder – USA 2009
con Patrick Wilson, Malin Akerman
**

Visto al cinema Orfeo.

In un 1985 parallelo e cupissimo, dove l'America è ancora guidata da Nixon e ha vinto la guerra del Vietnam grazie agli straordinari poteri del Dottor Manhattan (un superuomo la cui esistenza ha però condotto il pianeta sull'orlo di un conflitto nucleare con l'Unione Sovietica), gli altri supereroi – in realtà semplici vigilantes mascherati, privi di superpoteri – sono ormai fuorilegge e invisi al pubblico. L'unico che non si è ritirato a vita privata è il manicheo Rorschach, che indagando sulla misteriosa morte di un collega, apparentemente ucciso da un "killer di maschere", riunirà i suoi vecchi compagni e scoprirà un terribile piano per distruggere il mondo... o forse per salvarlo.

Faccio parte di coloro che ritengono "Watchmen" (scritto magistralmente da Alan Moore e illustrato con precisione da Dave Gibbons) il più bel fumetto di tutti i tempi, per talmente tanti motivi – storici, culturali, formali e contenutistici – che sarebbe troppo lungo elencarli qui. Basti dire che racconta una storia di supereroi, in chiave metaforica, calandola in un contesto realistico mai visto prima nell'ambito del genere mainstream per eccellenza del fumetto nordamericano. Assieme ad altre opere cardine degli anni ottanta (come quelle di Frank Miller o dei fratelli Hernandez) ha avuto il merito di dimostrare come setting e personaggi superomistici potessero essere usati anche al di fuori del mondo puerile, colorato e fantascientifico che li aveva ospitati fino ad allora (e smascherandone in questo modo la natura folle e assolutistica), qualcosa di cui il cinema si è accorto con almeno vent'anni di ritardo (se mai se ne è accorto: un Nolan non fa primavera...). Alla notizia che il film tratto da questo caposaldo dell'arte sequenziale sarebbe stato diretto da Zack Snyder, ho subito temuto il peggio. Nulla in "300", il suo lavoro precedente, faceva infatti pensare che sarebbe stato capace di affrontare le finezze di un testo come quello di Alan Moore (che dopo le delusioni precedenti ha rifiutato polemicamente di essere accreditato nei titoli della pellicola, come d'altronde aveva fatto con "V per Vendetta" e farà in occasione di altri futuri adattamenti cinematografici delle sue opere). Quella di Snyder mi sembrava una scelta dovuta solo a motivi di marketing ("Se ha ottenuto successo facendo un film tratto da un fumetto, facciamogliene fare un altro, anche se non c'entra nulla con il precedente"). E purtroppo i timori si sono rivelati fondati: la pellicola non "respira" e brilla di luce riflessa, un nano che si appoggia sulla spalla del gigante Moore. Per questo motivo, nella recensione che segue ne sottolineerò soprattutto i difetti, dando i pregi (che pure ci sono, ma derivano tutti dal materiale originale) per scontati.

Si ha un bel dire che un film deve essere giudicato a sé stante, senza fare troppi paragoni con l'opera di partenza: quando questa è un capolavoro assolutamente perfetto, è difficile dimenticarsene. In realtà, ciò che si richiede è che l'opera cinematografica abbia una propria identità e sia valida in quanto tale, anche perché spesso l'eccessiva fedeltà al materiale originale può appiattire il risultato, rovinarne il ritmo o – nel caso più estremo – rendere il film superfluo. Snyder ha scelto di restare assai fedele alla trama del fumetto (a dire il vero il finale è cambiato in peggio, diventando più "realistico" ma anche più contraddittorio e illogico), riproponendone pari pari molte scene, sequenze, dialoghi e inquadrature, ma si conferma un cineasta grossolano, attento solo alla struttura esteriore della vicenda e interessato più a elaborare lo storyboard delle scene d'azione che a interrogarsi sui significati del testo originale, sull'opportunità di includere o meno un particolare dettaglio, una chiave di lettura, una metafora. I pregi della pellicola stanno quasi esclusivamente nella capacità di far "risuonare" qualcosa nella mente dello spettatore che ha letto il fumetto (come nel caso degli splendidi titoli di testa, la cosa migliore del film e forse l'unico momento in cui riesce a sintetizzare i contenuti originari, generando da essi qualcosa di nuovo e di emozionante). Tutte le modifiche (che si tratti di singole frasi aggiunte, di piccoli cambiamenti alla trama, di differenti scelte di regia, di decisioni su cosa sacrificare e cosa mantenere) sembrano invece infelici, arbitrarie o anche sciatte, a partire dal combattimento iniziale fra il Comico e il suo assassino (dove non si capisce perché Blake faccia resistenza e lotti anziché consegnarsi volontariamente alla morte). E persino l'ambientazione temporale, che comunque ha un suo fascino, in un certo senso sembra "sbagliata": per il lettore del fumetto, gli anni '80 erano l'attualità e avevano una valenza storica e simbolica ben precisa; nel film, invece, quel periodo è vissuto come distante e in chiave "vintage", e per lo spettatore non si differenzia dai decenni immediatamente precedenti: tanto che, per dargli più caratterizzazione, è necessario l'inserimento di personaggi come Andy Warhol e Lee Iacocca e l'utilizzo di un'invadente colonna sonora a base di Bob Dylan e Leonard Cohen (c'è persino "99 Luftballoons" di Nena!). La sceneggiatura, dopo un buon inizio, procede con l'unico scopo di stimolare il desiderio dello spettatore di rivedere questa o quella scena del fumetto prendere vita sullo schermo.

Il difetto principale, comunque, rimane il regista, che esagera con i ralenti, mirati a "congelare" la sequenza filmica per riprodurre in maniera esatta le vignette del fumetto (cosa che poteva avere un senso con i disegni di Miller, che si basano soprattutto sull'espressività, sulle pose precise dei personaggi e sul dinamismo, non certo con quelli di Gibbons, dove è l'insieme dei piccoli dettagli ad avere importanza); che è incapace di cogliere le simmetrie, i rimandi interni e i giochi di specchi (se apre il film con lo smile insanguinato, perché non lo chiude con lo stesso simbolo anziché con l'inquadratura del diario di Rorschach?); che avrebbe fatto meglio a tagliar via del tutto alcuni personaggi fondamentali, anziché introdurli senza poi sfruttarli pienamente (come il primo Gufo Notturno o lo psicanalista di Rorschach) o addirittura presentarli solo alla fine senza un adeguato aggancio emotivo (il giornalista di destra e il suo assistente scemo; l'edicolante e il bambino). Forse nel DVD verranno inserite le immancabili scene aggiuntive che li riguardano, è vero, ma il fatto che siano state tagliate tutte le parti con i personaggi "normali" (sullo schermo ci sono sempre e solo i sei supereroi protagonisti) dimostra come in fondo regista e produttori le ritenessero – assolutamente a torto – meno importanti, per esempio, di scene d'azione come quelle con Rorschach in prigione. Sul mancato inserimento del fumetto di pirati, vera e propria chiave di lettura metafumettistica del "Watchmen" originale, non me la sento invece di infierire. Mantenerlo tale e quale, in fondo, non avrebbe significato granché: semmai si poteva trasformarlo in un telefilm.

Le speranze che il film si rivelasse per il cinema di supereroi l'equivalente di quello che l'opera di Moore ha rappresentato per il fumetto svaniscono presto: si tratta di un lungometraggio che non farà storia e che probabilmente verrà dimenticato dal grande pubblico nel giro di qualche mese, fagocitato da nuove uscite più popolari: un deciso spreco di potenzialità. Certo, alcune cose buone ci sono comunque, come la resa di personaggi in bilico fra il bene e il male, l'atmosfera opprimente, la cura nelle scenografie e – tutto sommato – l'intero apparato tecnico (la fotografia, i costumi e gli effetti speciali). Mancano invece le emozioni che comunicavano certi passaggi della pagina scritta e disegnata (il racconto di Rorschach sulle sue origini, il dialogo fra Laurie e il Dottor Manhattan su Marte, il Comico sfregiato in Vietnam...: momenti indimenticabili nella versione fumettistica, quando non veri e propri pugni nello stomaco, che qui invece risultano anestetizzati e non si stagliano rispetto a ciò che li circonda). Snyder dà spesso la sensazione di non aver affatto colto lo spirito del testo di Moore, ma in un paio di punti c'è anche il sospetto che il travisamento sia anche colpa dell'edizione italiana (a proposito, davvero pessimo il doppiaggio): i supereroi chiamati "Watchmen" come se fosse questo il nome del loro gruppo (e senza alcun accenno, in tutto il film, alla frase di Giovenale "Quis custodiet ipsos custodes?" da cui proviene il titolo originale dell'opera), l'annuncio della candidatura di Ronald Reagan (anziché Robert Redford: altrimenti dove sarebbe la satira?) a presidente degli Stati Uniti, e così via. Il cast mi è parso adeguato, con nota di merito per Malin Akerman nei panni di Silk Spectre, e il volto di Jackie Earle Haley (Rorschach) mi ha fatto pensare più di una volta a Clint Eastwood. Non mi è piaciuto invece Ozymandias, né come attore né come personaggio, ritratto in maniera esageratamente solenne.

10 novembre 2006

Fascisti su Marte (C. Guzzanti, 2006)

Fascisti su Marte
di Corrado Guzzanti, Igor Skofic – Italia 2006
con Corrado Guzzanti, Marco Marzocca
**1/2

Visto ieri al cinema Apollo, con Albertino.

Di solito non guardo molta TV, ma qualche sketch dei "Fascisti su Marte" di Guzzanti lo avevo visto e lo avevo trovato simpatico. Le avventure fantascientifiche di un gruppo di Arditi, guidati dal gerarca Barbagli, che nel 1939 avevano raggiunto il "rosso pianeta, bolscevico e traditor" perché convinti che "l'Italia ha diritto alla sua espansione... anche in verticale", narrate con lo stile del cinegiornali d'epoca dell'Istituto Luce, sono surreali e a tratti spassose. In questo film il comico ricicla il materiale già trasmesso (quasi tutta la prima parte del film ne è un montaggio), vi aggiunge nuove scene e soprattutto un finale. Il risultato è gradevole, ma dopo una mezz'oretta di visione comincia già ad annoiare: forse si tratta di un tipo di umorismo più adatto a pillole quotidiane che a un lungometraggio. Inoltre la vena parodistica della prima parte tende pian piano ad assumere le sfumature della farsa, per non parlare delle allusioni alla politica moderna che ne annacquano la natura di (falso) documentario. Da salvare comunque la satira del linguaggio del ventennio e dei temi cari all'immaginario fascista, ma anche alcune trovate come la scomparsa di Majorana narrata nel retrolampo (italica versione di "flashback") o i nomi geografici dati alle località marziane ("Crepaccio ma non mollo", "Valli Alida"). E naturalmente il conto alla rovescia con i numeri romani.