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8 marzo 2022

Bill & Ted face the music (D. Parisot, 2020)

Bill & Ted Face the Music (id.)
di Dean Parisot – USA 2020
con Keanu Reeves, Alex Winter
**

Visto in TV (Prime Video).

Venticinque anni dopo il loro trionfale concerto alla "Battaglia dei complessi", non solo Bill (Winter) e Ted (Reeves) non hanno sfondato (come sembrava dai titoli di coda di "Un mitico viaggio"), ma i Wyld Stallyns si sono sciolti e i due ragazzi – ormai uomini adulti – non sono mai riusciti a scrivere la canzone che, secondo la previsione dell'ormai defunto Rufus (George Carlin, che appare in una breve scena sotto forma di ologramma), avrebbe dovuto unire tutta l'umanità. Dal futuro giunge la figlia di Rufus, Kelly (Kristen Schaal), per metterli in guardia: se non scriveranno e suoneranno la canzone entro il pomeriggio, l'intera realtà spazio-temporale collasserà su sé stessa. Grazie alla solita macchina del tempo, i due amici inizieranno a viaggiare nel futuro, cercando il momento in cui avranno già scritto la canzone: incontreranno così diverse versioni di sé stessi, sempre più bizzarre e originali. Contemporaneamente, le loro figlie – Theadora "Thea" Preston (Samara Weaving) e Wilhelmina "Billie" Logan (Brigette Lundy-Paine) – viaggiano nel passato per "reclutare" alcuni dei più famosi musicisti e riformare così la band: Jimi Hendrix, Louis Armstrong, Wolfgang Amadeus Mozart, Ling Lun (flautista cinese del 2600 a.C.) e Grom (una batterista preistorica). Saranno tutti uccisi da Dennis Caleb McCoy (Anthony Carrigan), terminator-robot cattivo inviato dalla Grande Leader del futuro (Holland Taylor), e si ritroveranno così all'inferno, da cui però evaderanno grazie a una vecchia amica, la Morte (William Sadler), che riprenderà a sua volta il proprio posto come bassista nella band... Terzo capitolo, realizzato a quasi trent'anni di distanza dai precedenti, di una saga comico-musicale-fantascientifica che in Italia è sempre passata sotto silenzio (il primo film, "Bill & Ted's Excellent Adventure", non è nemmeno mai stato doppiato nella nostra lingua!). L'impressione è quella di una reunion nostalgica, rispettosa, a tratti anche divertente, ma forse non necessaria: riprende elementi dalle prime due pellicole (rispettivamente i viaggi nel tempo e quelli nell'aldilà), ripercorre territori già noti, gioca con le aspettative dei fan ma fa poco per accattivarsi l'interesse dei neofiti. Oltre a Reeves, Winter e Sadler, si rivedono altri attori dei primi due film, come Hal Landon Jr. (il padre di Ted) e Amy Stoch (Missy, che stavolta sposa il fratello minore di Ted), mentre le principesse Joanna ed Elizabeth sono interpretate stavolta da Jayma Mays ed Erinn Hayes. Fra i camei: il rapper Kid Cudi e il rocker Dave Grohl. La sceneggiatura è sempre di Chris Matheson ed Ed Solomon. In positivo: le due figlie dei nostri eroi, di fatto la loro versione femminile (e "smart"). In negativo: la mancanza di interazione dei personaggi storici fra di loro e con il mondo moderno, ma soprattutto il passo indietro a livello di colonna sonora (il che, in un film incentrato proprio sulla musica, è un difetto non da poco). Il doppiaggio italiano annacqua e banalizza il linguaggio sgangherato dei personaggi.

24 giugno 2021

Louis van Beethoven (Niki Stein, 2020)

Louis van Beethoven (id.)
di Niki Stein – Germania/Austria/Rep. Ceca 2020
con Tobias Moretti, Anselm Bresgott
**

Visto in TV (Now Tv).

Mentre nel 1826 si sta recando con il nipote Karl in visita al fratello per un breve soggiorno, un Ludwig van Beethoven già sordo e in procinto di scrivere gli ultimi quartetti d'archi torna con la memoria ai suoi anni giovanili a Bonn (dal 1778 al 1791, quando lasciò la città natale per sempre), al difficile rapporto con un padre autoritario e ubriacone, alla sua prima storia d'amore con la giovane aristocratica Eleonore von Breuning, al viaggio a Vienna per conoscere Wolfgang Amadeus Mozart, e all'incontro con quegli ideali politici libertari (ispirati all'imminente rivoluzione francese) che lo guideranno per tutta la vita (il nome "Louis", con cui si firmerà sempre, deriva anche da questo, oltre che dal fatto che all'epoca Bonn era un principato filo-francese: lo stesso padre si firmava Jean anziché Johann). Un biopic ben fotografato, dalla bella ricostruzione storica, ambientale e musicale, ma forse un po' ingessato e a tratti ingenuo e schematico, soprattutto nel modo di affrontare i temi politici. La scelta è quella di alternare sequenze che illustrano gli ultimi mesi di vita di un Beethoven ormai vecchio e scontroso, che ha già scritto la nona sinfonia, preoccupato per l'inconcludenza del nipote Karl (praticamente un figlio adottivo) e in difficoltà economiche, a lunghi flashback che narrano gli "inizi" della sua carriera di compositore e in particolare l'incontro con Mozart, suo modello di riferimento (tanto che i brani mozartiani presenti nella colonna sonora sono numerosi almeno quanto quelli dello stesso Beethoven). Sono invece del tutto assenti scene che si riferiscono al periodo fra il 1791 e il 1826, ovvero quello delle grandi composizioni. Tobias Moretti e Anselm Bresgott interpretano rispettivamente Beethoven da anziano e da giovane. Ulrich Noethen è Christian Gottlob Neefe, maestro di cappella e suo primo insegnante. Caroline Hellwig è Eleonore, Silke Bodenbender sua madre Helene. Ronald Kukulies è il padre di Beethoven, Peter Lewys Preston è il nipote Karl. Manuel Rubey è un Mozart eccentrico e sregolato, che il giovane Beethoven incontra mentre sta componendo il "Don Giovanni".

16 agosto 2013

Don Giovanni (Joseph Losey, 1979)

Don Giovanni (id.)
di Joseph Losey – Francia/Italia 1979
con Ruggero Raimondi, José van Dam
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il nobile libertino Don Giovanni (Ruggero Raimondi) tenta di insidiare Donna Anna (Edda Moser), ne uccide il padre in duello, si fa beffe dell'ex amante Donna Elvira (Kiri Te Kanawa), prova a sedurre la contadina Zerlina (Teresa Berganza), suscitando l'ira del suo promesso sposo Masetto (Malcolm King), si scambia d'abito con il servitore Leporello (José van Dam) e infine irride la statua funebre del Commendatore (John Macurdy), invitandola a cena: ma il "convitato di pietra" si presenterà davvero, per punirlo dei suoi misfatti – là dove la giustizia degli uomini, impersonificata da Don Ottavio (Kenneth Riegel), si era dimostrata impotente – e portarlo con sé all'inferno. Adattando per il grande schermo l'opera immortale di Mozart e Da Ponte, Losey non azzarda una lettura personale, si attiene piuttosto fedelmente al materiale di partenza e fa ricorso, anziché ad attori cinematografici, a veri cantanti lirici, anche a scapito dell'espressività e dell'intensità recitativa (spicca comunque Raimondi, che dà vita a un Don Giovanni più che mai arrogante e carismatico; ma una menzione speciale – e la mia personale preferenza – va all'eccezionale Kiri Te Kanawa nei panni di Donna Elvira). Come tocco in più, però, vi aggiunge la presenza inquietante di un giovane e pallido valletto (Eric Adjani), muto e onnipresente testimone degli eventi. Se dal lato musicale la confezione è di ottimo livello (a dirigere c'è Lorin Maazel), il vero punto di forza sono le scenografie (curate da un "mostro sacro" come Alexander Trauner). La vicenda, anziché in Spagna come da tradizione, è ambientata nel Veneto, fra i canali di Venezia (che suggeriscono un accattivante parallelo con Giacomo Casanova) e le ville palladiane di Vicenza: in particolare sullo schermo si riconoscono la Villa Almerico Capra, detta "Villa Rotonda" (che diventa la residenza di Don Giovanni), la Basilica Palladiana (casa di Donna Anna, tanto che il duello fra Don Giovanni e il Commendatore avviene nell'antistante Piazza dei Signori) e il Teatro Olimpico. Tutto attorno, uno scenario a volte agreste e a volte lagunoso, tipico della costa veneta. Unico difetto: la non sempre eccellente qualità dell'audio (i critici lamentano un'acustica dall'eccessivo riverbero), il che è paradossale e naturalmente un peccato, visto la natura musicale della pellicola.

28 ottobre 2009

Io, Don Giovanni (Carlos Saura, 2009)

Io, Don Giovanni (id.)
di Carlos Saura – Italia/Spagna 2009
con Lorenzo Balducci, Emilia Verginelli
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Poeta, libertino, prete, massone, avventuriero, ebreo convertito, giramondo: Lorenzo Da Ponte ha avuto una vita movimentata e ricca di avvenimenti, e questa pellicola si sofferma soprattutto sugli anni da lui trascorsi a Vienna (dopo l'esilio da Venezia) e sulla celebre collaborazione con Wolfgang Amadeus Mozart, per il quale scrisse i libretti di tre opere fra cui appunto il "Don Giovanni", di cui il film è una sorta di making of. Il lungometraggio racconta infatti la nascita e la lavorazione dell'opera, immaginando che Da Ponte abbia scritto il libretto su suggerimento e istigazione nientemeno che del suo mentore Giacomo Casanova. Il personaggio universale di Don Giovanni è visto dunque come un alter ego di Casanova ma anche e soprattutto dello stesso Da Ponte, che ne segue le medesime orme fino a quando non si innamora di Annetta, giovane allieva del musicista salisburghese. La ragazza diventa presto la sua musa e fonte di ispirazione, al punto che (forse in maniera un po' semplicistica) numerosi eventi e situazioni della sua vita reale si ritrovano poi tradotti e trasfigurati nelle scene dell'opera lirica. Durante la visione del film, soprattutto quando sullo schermo c'è Mozart, è difficile non correre con la mente all'"Amadeus" di Milos Forman: non tanto per una somiglianza stilistica fra le due pellicole, che hanno toni e intenzioni ben diverse (quella di Saura è più leggera e teatrale, grazie anche a una messa in scena più attenta alle suggestioni estetiche che alla ricostruzione d'epoca, come testimoniano le scenografie e i fondali dipinti – che ricordano "La nobildonna e il duca" di Éric Rohmer – o la fotografia onirica ed elegante di Vittorio Storaro; e anche il carattere di alcuni personaggi è differente: Salieri, per esempio, è probabilmente ritratto qui con maggiore fedeltà storica, senza il substrato di malvagità e di gelosia che caratterizzava l'interpretazione di F. Murray Abraham), quanto perché sembra quasi che i due film siano complementari e si integrino a vicenda, come se le scene girate da Saura si svolgessero dietro le quinte di quelle di Forman (dove in effetti il personaggio di Da Ponte brillava per la sua assenza), inframmezzandole e dandone una lettura alternativa che sposta l'attenzione – e il "peso" della creazione artistica – dal solo musicista alla coppia compositore-librettista, di cui è ben descritto il rapporto professionale che evolve rapidamente in amicizia. A rafforzare la pellicola e una sceneggiatura un po' esile (e che riesce a catturare solo in parte la grandezza del lavoro mozartiano) non mancano, naturalmente, ampi estratti dall'opera: in particolare sono rappresentati quasi per intero l'incipit, l'aria del catalogo di Leporello, quella di Donna Elvira Mi tradì quell'alma ingrata, il duetto Là ci darem la mano, e naturalmente il finale con la statua del Commendatore che trascina Don Giovanni fra le fiamme dell'inferno. A fare da filo conduttore all'amore fra Lorenzo e Annetta è invece la canzone Voi che sapete, da "Le nozze di Figaro". Buono il cast, quasi tutto italiano: Lorenzo Balducci è Da Ponte, l'esordiente Emilia Verginelli è Annetta, Lino Guanciale è Mozart, Tobias Moretti è Casanova, Ennio Fantastichini è Salieri. Volti in gran parte giovani, quasi "mocciani", in grado di alleggerire la materia e rinnovarne la vitalità. Fra i momenti più curiosi e divertenti, il primo incontro fra Da Ponte e Mozart, con il compositore che suona la "Toccata e Fuga" di Bach su un organo in chiesa, e i continui battibecchi fra le due prime donne Cavalieri e Ferrarese (Cristina Giannelli e Ketevan Kemoklidze).

3 aprile 2009

Noi tre (Pupi Avati, 1984)

Noi tre
di Pupi Avati – Italia 1984
con Cristopher Davidson, Dario Parisini
**1/2

Rivisto in divx.

Nell'estate del 1770, accompagnato dal padre, il quattordicenne Wolfgang Amadeus Mozart giunge in Italia e viene ospitato dall'anziano conte Pallavicini in una villa nella campagna emiliana, dove trascorre le giornate in attesa di un esame che dovrà sostenere presso l'Accademia Filarmonica di Bologna. Immerso in un ambiente per lui misterioso ed estraneo, fra la quiete dei boschi e le cupe stanze della grande casa, dopo un'iniziale ostilità il giovane musicista stringe una forte amicizia con Giuseppe, il figlio del conte, e si innamora (per la prima volta) di Antonia Leda, una ragazza che abita nei dintorni. I tre coetanei diventano inseparabili, al punto che "Amadè" medita persino di fallire volontariamente l'esame per poter rimanere per sempre in quel luogo, come per prolungare indefinitamente il momento magico dell'adolescenza e rinunciare così a quella carriera da compositore che sembra invece stare tanto a cuore a suo padre. Uscito nello stesso anno dell'"Amadeus" di Miloš Forman, con il quale ha però ben poco in comune, la pellicola di Avati è un film intimo e psicologico, incentrato soprattutto sui sentimenti e sulle dinamiche della fanciullezza (il fatto che uno dei protagonisti sia Mozart è in realtà del tutto marginale), che si fa apprezzare anche per l'ambientazione (mitiche le risse con i figli dei fattori) e per una punta di grottesco. Al racconto di formazione si sovrappongono infatti le vicende che vedono come protagonisti i personaggi di contorno, su tutti il vecchio conte (interpretato da Carlo Delle Piane), che ha terrore della morte e mangia la terra della sua proprietà per esorcizzare la paura di abbandonarla, e il cugino folle e dall'animo romantico (Gianni Cavina), che si aggira sperduto fra visioni e allegorie.

19 gennaio 2009

Mozart. Requiem (A. Sokurov, 2004)

Diario di San Pietroburgo: Mozart. Requiem
(Peterburgskij dnevnik: Mozart. Reqviem)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2004
**1/2

Visto in divx.

Registrazione (girata in video con cinque telecamere) di un concerto messo in scena il 3 febbraio 2004 a San Pietroburgo, di cui lo stesso Sokurov ha curato l'allestimento. Dapprima vediamo il pubblico accomodarsi in sala, il regista inquadra e indugia sui volti degli spettatori come aveva fatto Bergman durante l'ouverture del "Flauto magico". E noi ci troviamo insieme a loro, in attesa delle magiche note di Mozart. Quando parte la musica, ci ritroviamo immersi in un'atmosfera solenne in compagnia di una delle composizioni più sublimi mai scritte da mano umana. I membri del coro entrano sullo sfondo, come delle ombre. Anziché stare fermi, camminano sul proscenio, spesso in maniera caotica e confusa, incrociandosi e salutandosi come pellegrini ammantati di pesanti cappe nere o come silhouette che si muovono fra l'oscurità e la penombra. Valentin Nesterov dirige con ritmo lento e solenne (a volte forse anche troppo lento, come nel Rex tremendae o nel Confutatis). Fra i brani più riusciti, lo splendido Tuba mirum e il suggestivo Lacrimosa. La mano di Sokurov è quasi invisibile, anche se – come lo stesso regista ha dichiarato – "il montaggio del film non è tradizionale. Non abbiamo cercato di rispettare la successione abituale dei valori dell’'inquadratura, né di seguire i solisti, né di sostenere il ritmo dell’'opera musicale attraverso il montaggio. Il ritmo del film è mutevole, non coincide sempre con quello della musica. Lo spettatore segue i cambiamenti della luce, i movimenti degli interpreti, i loro volti, le loro emozioni".

28 febbraio 2007

Amadeus (Miloš Forman, 1984)

Amadeus (id.)
di Miloš Forman – USA 1984
con F. Murray Abraham, Tom Hulce
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Tratto da un testo teatrale di Peter Shaffer e vincitore di 8 premi Oscar (tutti meritatissimi: miglior film, regista, protagonista, sceneggiatura, costumi, sonoro, trucco e scenografie), questa biografia romanzata del più grande genio musicale della storia dell'umanità, Wolfgang Amadeus Mozart (di cui racconta in particolare gli ultimi anni a Vienna, presso la corte dell'imperatore Giuseppe II, e la misteriosa morte a soli 37 anni), è uno dei miei film preferiti sin da quanto l'ho visto per la prima volta, alla sua uscita, ormai oltre vent'anni fa. Da allora l'ho riguardato così spesso da conoscerlo praticamente a memoria, ma soltanto adesso ho finalmente visto l'edizione "Director's cut" nella quale Forman ha reintegrato circa 20 minuti di sequenze a suo tempo scartate dal montaggio. La lunghezza totale del film raggiunge così quasi le tre ore, ma la soavità della musica mozartiana, le sontuose scenografie e la forza della vicenda non le fanno minimamente pesare. Le scene aggiunte, a parte alcuni piccoli frammenti, consistono in due sequenze principali: quella delle lezioni di musica e quella che prolunga la scena in cui Constanze fa visita a Salieri. La prima è tutto sommato superflua, anche se aiuta ad approfondire meglio le difficoltà economiche e sociali di Mozart, mentre la seconda è fondamentale per comprendere la reazione scostante di Constanze nel finale, quando trova Salieri in casa del marito febbricitante, oltre a gettare un'ombra ancor più negativa sul personaggio centrale del film, quello appunto interpretato da Abraham.

Anche se tutto il film ruota intorno alla figura di Mozart, il vero protagonista è infatti Antonio Salieri, il compositore di corte, tragicamente consapevole della propria mediocrità di fronte al genio del collega. Salieri, allora uno dei musicisti più apprezzati d'Europa, è caduto poi nel dimenticatoio e in un certo senso oggi è ricordato quasi solo per la sua presunta rivalità con Mozart. La teoria che sia stato lui ad avvelenare il rivale è naturalmente una leggenda mai dimostrata ma già diffusa nei secoli passati e resa celebre da un dramma scritto da Puškin nel 1830, nel quale si suggeriva l'idea (ripresa da Shaffer e da Forman) che il geloso Salieri avesse commissionato a Mozart una messa da requiem con l'intenzione poi di ucciderlo e di spacciare l'opera per propria. Alcuni critici, per sottolineare l'ingiusta fama che il testo di Puškin ha addossato al compositore italiano, scrissero "Forse Salieri non ha ucciso Mozart, ma di sicuro Puškin ha ucciso Salieri". Anche in "Amadeus", comunque, gli intenti di Salieri non giungono davvero a compimento. Lo sregolato Mozart, già debilitato nel fisico e nello spirito da una serie di problemi economici e di salute (non ultima l'angosciante presenza dello spirito del padre defunto, che si rispecchia nel Commendatore del "Don Giovanni"), sembra quasi scavarsi la fossa per proprio conto ben prima che Salieri possa intervenire di persona e soprattutto prima che il Requiem venga completato, facendo così fallire il progetto di rivalsa del compositore italiano. Ma soprattutto, l'odio di Salieri non è diretto propriamente verso Mozart in quanto persona, bensì verso Dio: a tormentarlo è l'incapacità di poter esaudire il proprio desiderio di cantarne la gloria e la potenza con la musica e di acquisire così una fama immortale. Perché, si chiede, Dio gli ha instillato l'ambizione di diventare il più grande musicista di tutti i tempi, a costo di ogni sacrificio, per poi negargli quel talento che invece ha conferito a un giovane volgare e dissoluto?

La sceneggiatura insiste ripetutamente su questo concetto: la "lotta" fra Salieri e Dio è sottolineata da innumerevoli inquadrature e commenti, mentre le vicende biografiche di Mozart restano quasi in secondo piano per tutta la prima parte del film. Ciò non impedisce a Forman di presentare scene deliziose come quella in cui l'esuberante musicista salisburghese viene ricevuto per la prima volta dall'imperatore (con la "marcetta di benvenuto" scritta da Salieri che viene trasformata nel tema dell'aria "Non più andrai, farfallone amoroso". La seconda parte del film, dopo l'introduzione del padre Leopold che raggiunge il figlio a Vienna, dedica invece più spazio alla vita privata di Mozart e culmina in una sequenza da antologia, fra le mie preferite del cinema di tutti i tempi: la "dettatura" del Confutatis maledictis a un confuso Salieri da parte di un Mozart febbricitante. Ma troppe sono le scene memorabili: dalla commovente prima rappresentazione delle "Nozze di Figaro" (con il tema del perdono della Contessa già anticipato più volte in precedenza, quando Mozart ci lavora in segreto), al ballo in maschera; così come eccellente è la scelta dei brani in colonna sonora, non sempre scontati: dalla Sinfonia n. 25 per i titoli di testa, al Concerto per piano n. 20 per quelli di coda. Un film da vedere e da rivedere, dove tutto funziona alla perfezione, ricolmo di dettagli monumentali, tragici o divertenti (come non ricordare l'imperatore Giuseppe II interpretato con grande ironia da un grande Jeffrey Jones? In generale, tutte le dinamiche e le lotte "culturali" interne alla corte, con le diffidenze verso il giovane e rivoluzionario autore salisburghese, sono da manuale, anche se non sempre fedeli – vedi proprio il carattere dell'imperatore – alla realtà storica).

Nota 1: La "Director's cut" in DVD è stata ridoppiata rispetto alla versione uscita nelle sale vent'anni prima. È una pratica non insolita per la Warner, forse per l'impossibilità di utilizzare i doppiatori originali per le sole scene inedite, o perché la vecchia traccia audio si era irrimediabilmente deteriorata. Il nuovo doppiaggio non è male, ma – anche per questioni nostalgiche – gli preferisco il vecchio. La voce di Salieri anziano, in particolare, mi pare troppo aggressiva. La traduzione dei dialoghi è quasi immutata, tranne in un paio di punti dove mi sembra meno efficace. Certo, la qualità audio (e questo è un bene per la colonna sonora) adesso è decisamente più pulita.
Nota 2: Mi ha sempre incuriosito l'assenza di un personaggio importante quale Lorenzo da Ponte, il più celebre librettista di Mozart (autore dei testi delle sue tre opere italiane, ovvero "Le nozze di Figaro", "Don Giovanni" e "Così fan tutte"), che non viene mai neppure nominato, a differenza di Emanuel Schikaneder, librettista del "Flauto magico" e primo interprete di Papageno, che invece compare in più scene.

16 settembre 2006

Il flauto magico (K. Branagh, 2006)

Il flauto magico (The magic flute)
di Kenneth Branagh – GB 2006
con Joseph Kaiser, Amy Carson
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Di fronte al difficile compito di portare sullo schermo un'opera di Mozart, e specialmente una complessa e così ricca di simboli e significati come "Il flauto magico", un regista ha due possibili scelte davanti a sé: limitarsi al teatro filmato, come aveva fatto Bergman, oppure farsi audace e cercare una propria strada, infilandosi dove è possibile nei pochi spazi lasciati a disposizione dall'opera e tenendo testa alla potenza della musica con immagini ardite, visionarie e di grande impatto. Branagh, naturalmente, non poteva che scegliere questo secondo approccio, più cinematografico e personale, anche a rischio di sfiorare il kitsch. Visivamente, perciò, questo "Flauto" contiene di tutto e di più: sogni e incubi a colori e in bianco e nero, immagini astratte e surreali, scene di guerra e di passione, campi fioriti e fangose trincee. Nell'anno del 250esimo anniversario della nascita di Mozart, Branagh gli resta musicalmente fedele: non è stato tagliato alcun brano, e il cast dei cantanti mi è sembrato ottimo, con una menzione particolare per Pamina e Sarastro. Per quanto riguarda il testo, invece, il regista ha effettuato due grandi cambiamenti: l'ambientazione è stata spostata dall'antico Egitto alla Prima Guerra Mondiale (almeno per quanto riguarda iconografia, armi e tecnologie: in realtà gli eserciti che si scontrano non corrispondono a due milizie specifiche, ma rappresentano tutte le armate di tutte le guerre combattute dall'umanità) e l'opera è cantata in inglese. Questa scelta, che sul momento può lasciare perplessi, è però ampiamente giustificata: Mozart aveva realizzato "Die Zauberflöte" in tedesco (era un cosiddetto Singspiel), nonostante la tradizionale lingua dell'opera fosse l'italiano, proprio per raggiungere più facilmente il popolo. Allo stesso modo Branagh persegue un'ideale di democraticizzazione dell'arte: il suo "Flauto" viene cantato nella lingua più diffusa al mondo e proiettato al cinema per portarlo a quegli spettatori che non si sognerebbero mai di entrare in un teatro lirico. La stessa cosa, del resto, il regista la fa da sempre con Shakespeare, attualizzandolo senza tradirne il testo ma rendendolo più glamour, hollywoodiano e musicale, con ottimi risultati. Il libretto è stato tradotto (e adattato qua e là) da Stephen Fry – sì, proprio Wilde e Jeeves! – che ha eliminato i recitativi e trasformato il simbolismo massonico in un inno alla pace universale e contro le guerre. Tamino è diventato un prode soldato mentre Papageno è l'addestratore dei canarini usati per individuare la presenza di gas nelle trincee. L'ouverture, bellissima, scorre sulle immagini di un lunghissimo piano sequenza che (ispirato forse dal finale del classico "All'ovest niente di nuovo") parte dall'inquadratura ravvicinata di un fiore per passare a una panoramica delle trincee, segue il volo di una farfalla e quello di una flotta di aerei, e termina con una battaglia campale. La regina della notte arriva su un carro armato e poi, mentre canta Der Hölle Rache, vola come Superman. Sarastro recita O Isis und Osiris (una scena superlativa) in un immenso cimitero di guerra sulle cui tombe compaiono i nomi dei caduti di tutti i tempi e di tutte le nazionalità. L'aria di Papageno Ein Mädchen oder Weibchen è onirica e surreale e cita Magritte a piene mani. Ma le idee profuse nell'intera pellicola sono così tante che ricordarle tutte diventa quasi impossibile: già cult, per esempio, il coro degli armigeri cantato dai sacchi di sabbia delle trincee! È uno di quei film che, quando partono i titoli di coda, si vorrebbe immediatamente rivedere dal principio.