Visualizzazione post con etichetta Kim Ki-duk. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kim Ki-duk. Mostra tutti i post

2 febbraio 2023

Stop (Kim Ki-duk, 2015)

Stop (Seutop)
di Kim Ki-duk – Giappone/Corea del Sud 2015
con Natsuko Hori, Tsubasa Nakae
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Sabu (Tsubasa Nakae) e Miki (Natsuko Hori) abitano a pochi chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima. Quando il reattore viene danneggiato durante il terremoto del 2011, la giovane coppia è costretta ad evacuare la propria casa e a rifugiarsi a Tokyo. Miki, che è incinta, comincia a preoccuparsi che il feto dentro di lei sia rimasto esposto alle radiazioni. Per convincerla a non abortire, Sabu si offre di tornare nella zona contaminata a fotografare gli animali lì presenti, per dimostrarle che non hanno subito conseguenze. Ma ciò cui assisterà gli farà cambiare idea, tanto che si imbarcherà in una crociata contro il consumo di elettricità, convinto che sia proprio l'enorme dipendenza energetica delle grandi città, come Tokyo, a giustificare l'uso delle centrali nucleari... Girato con un budget bassissimo e una sceneggiatura esile, questo film "giapponese" di KKD è alquanto banalotto nei temi e soffre per una caratterizzazione ondivaga dei personaggi, che passano in un istante da un comportamento sensato a un altro decisamente folle. Eppure è interessante come la paura e la diffidenza del nucleare, dopo svariati decenni, tornino a far capolino nel cinema dell'estremo oriente (si pensi a "Testimonianza di un essere vivente" o "Sogni" di Kurosawa).

14 marzo 2022

Moebius (Kim Ki-duk, 2013)

Moebius (Moebiuseu)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2013
con Seo Young-ju, Cho Jae-hyun, Lee Eun-woo
***

Visto in divx.

Folle di gelosia perché il marito (Cho Jae-hyun) ha un'amante (Lee Eun-woo), una donna (sempre Lee) evira con un coltello il figlio (Seo Young-ju) e poi fugge di casa. Scosso dai sensi di colpa, il padre vorrebbe trapiantare i propri genitali al ragazzo: e nel frattempo, scopre – e gli comunica – che è possibile comunque provare piacere sessuale attraverso il dolore. Il ragazzo userà questa informazione per iniziare una relazione proprio con l'amante del padre. E dopo l'operazione chirurgica, scoprirà di riuscire ad avere un'erezione soltanto di fronte alla madre, che nel frattempo è tornata a casa... Film originale e crudo, molto forte, fra i più estremi di un regista già estremo di suo, che per l'occasione sembra aver ritrovato almeno in parte la sua vena più personale e crudele, quella messa in mostra in pellicole come "L'isola", "Bad guy" o il precedente "Pietà", anche se rispetto ai lavori degli esordi l'insieme è meno lirico e poetico. L'intera pellicola è completamente priva di dialoghi, con i personaggi che si esprimono solo attraverso gesti e sguardi. Ma a renderla indimenticabile, naturalmente, sono soprattutto i contenuti, non privi di riferimenti alle tragedie greche (Edipo in testa) e alla mitologia (Urano). Passione e dolore, amore e incesto si fondono in una rapida successione di eventi che fanno continuamente avanzare la storia (le umiliazioni del ragazzo, bullizzato dai compagni di scuola e poi costretto a entrare in una gang di teppisti; il soggiorno in prigione; le ricerche del padre su internet a proposito dei trapianti di genitali; la relazione fra il ragazzo e l'amante del padre; la gelosia del padre di fronte al rapporto fra madre e figlio...). Il titolo, che fa riferimento al celebre nastro a una faccia, suggerisce l'intrecciarsi e il trasformarsi dei temi (indicativo il fatto che a interpretare la moglie e l'amante sia la stessa attrice, nonché l'immagine conclusiva del ragazzo che prega davanti a un Buddha nella vetrina di un negozio). La pellicola ha avuto forti problemi con la censura e sollevato polemiche in patria (l'attrice inizialmente scelta per la parte della madre ha accusato il regista di violenza psicologica).

12 dicembre 2020

Amen (Kim Ki-duk, 2011)

Amen (id.)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2011
con Kim Ye-na, Kim Ki-duk
**1/2

Visto su YouTube, per ricordare Kim Ki-duk.

Una ragazza coreana (Kim Ye-na) sbarca a Parigi in cerca di qualcuno (forse il suo innamorato?). La giovane vaga per la città, citofona inutilmente ai recapiti di cui dispone, grida il nome dell'uomo che sta cercando in mezzo alla folla, prende treni per Venezia prima e per Avignone poi, ma invano. Nello scompartimento di uno di questi treni, viene addormentata, derubata e violentata da uno sconosciuto in tuta mimetica e maschera antigas, che in seguito comincia a pedinarla di nascosto. Quando la ragazza scopre di essere rimasta incinta, lo sconosciuto la approccia, chiedendole di tenere il bambino... Forse il film più esile e minimalista di Kim, girato "in trasferta" con la camera a mano, senza dialoghi (il rumore di fondo è in presa diretta) e con una sola attrice (anzi due: il regista stesso, oltre a reggere la videocamera, interpreta l'uomo con la maschera antigas). In questo estremo artigianalismo non è molto diverso dal precedente "Arirang": ma se quello era una confessione a cuore aperto, qui Kim sembra quasi volersi imporre una sorta di invisibilità, cancellando persino il proprio volto, continuando però ad espiare i propri peccati. E perciò, anche se la prima impressione è che la trama sia stata improvvisata sul momento, non si può negare che non manchino l'interesse e l'intensità: si partecipa al viaggio e alle vicende della protagonista senza nome, sola in terra straniera, e si rimane stranamente avvinti dal suo volto irregolare, dalle sue lacrime, dalle notti trascorse sulle panchine, e dal mistero dell'uomo che la segue (spesso l'inquadratura corrisponte alla soggettiva di questi) donandole denaro o abiti, sentendosi in colpa per ciò che ha fatto. Espliciti anche alcuni sottotesti religiosi, a partire dal titolo e dalle sequenze ambientate in chiesa o presso luoghi di culto, quasi a voler leggere la vicenda come quella di una novella Maria di fronte al mistero dell'annunciazione. Musica di Schubert (l'Andantino D. 959).

21 ottobre 2020

Arirang (Kim Ki-duk, 2011)

Arirang (id.)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2011
con Kim Ki-duk
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

In seguito a una profonda crisi artistica e personale, ma anche per lo shock dovuto a un incidente capitato sul set del suo precedente film, "Dream" (in cui l'attrice Lee Na-young aveva rischiato di morire impiccata), il regista Kim Ki-duk si è ritirato a vivere come un eremita in una tenda dentro una baracca in montagna, isolato da tutto e da tutti. Qui trascorre le giornate a spaccare legna, a sciogliere la neve, a mangiare frutta o cibo istantaneo, senza contatti con nessuno, e in compagnia soltanto di un gatto. Ma pian piano, con una videocamera, comincia a riprendere sé stesso, auto-intervistandosi in una sorta di confessione "come regista e come essere umano". A metà fra il documentario, il cinema-verità e la finzione metacinematografica (che in qualche modo ricorda "This is not a film" di Jafar Panahi, altro regista costretto all'isolamento ma per tutt'altri motivi), questo insolito film è un modo con cui Kim prova a spiegare al mondo (e a sé stesso) i motivi della sua assenza dalle scene per tre anni (dal 2008 al 2011), dopo che in precedenza aveva sfornato pellicole a getto continuo, non senza lasciare perplessi per la qualità dei suoi ultimi lavori, sempre più esili e tirati via. In effetti proprio Kim ammette che lavorava troppo e in fretta, che girare film era diventato per lui un meccanismo perverso di cui non poteva più fare a meno, e che l'incidente capitato sul set lo ha portato a ripensare tutta la sua esperienza. In una lunga seduta di auto-analisi in cui conversa con sé stesso (o con la propria ombra), il regista parla di cinema, dei propri film, della vita e della morte, lamenta l'abbandono (o il "tradimento") da parte dei suoi assistenti (finiti a lavorare per case di produzione commerciali), traccia un bilancio esistenziale e professionale, e lancia un grido di disagio (espresso attraverso la canzone tradizionale "Arirang"). Pur mostrando essenzialmente un solo personaggio che conversa con sé stesso, il film non è mai noioso e anzi è altamente interessante, una grande lezione di cinema che spiega meglio di mille documentari cosa è la settima arte e come si intreccia con il concetto di verità. Nell'esprimere la struggente necessità di girare un film "per dimostrare di essere ancora un regista", Kim varca costantemente il confine fra documentario e film drammatico (si pensi al finale "kitaniano", in cui il protagonista si fabbrica una pistola e scende in città per compiere la sua vendetta, calandosi nel ruolo fittizio del gangster). Pellicola importante, segna l'inizio di una nuova fase creativa per il regista coreano, che lo porterà al Leone d'Oro a Venezia nel 2012 con "Pietà", ma è anche un compendio di tutto il suo cinema e una riflessione sulla sua vita precedente: in una sequenza Kim si commuove guardando una sequenza di "Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera", in un'altra compaiono le locandine di tutti i suoi film passati, e nel finale vengono mostrati i quadri da lui dipinti in Francia e numerose foto sue e del set dei suoi lavori. Curiosità: la popolare canzone "Arirang" (risalente a oltre 600 anni fa!) aveva già ispirato e dato il titolo a un film muto del 1926, una delle prime influenti pellicole del cinema coreano (oggi purtroppo considerata perduta).

4 febbraio 2020

Dream (Kim Ki-duk, 2008)

Dream (Bimong)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2008
con Joe Odagiri, Lee Na-young
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Due perfetti sconosciuti, l'artigiano Jin (Odagiri) e la sarta Ran (Lee), scoprono di essere uniti da uno strano legame: di notte, mentre l'uomo sogna, la donna – in stato di sonnambulismo – vive nella realtà le esperienze del sogno di lui. E poiché Jin è ancora innamorato della sua ex ragazza, al punto da cercare di raggiungerla nei suoi sogni, Ran si trova costretta a tornare dal suo ex compagno, che invece detesta con tutto il cuore. Una pellicola notturna e bizzarra, onirica e misteriosa, la cui atmosfera di spaesamento – oltre che dal soggetto ultraterreno, che in certe scene rievoca il surrealismo di "Ferro 3" – è accentuata dal fatto che i due personaggi parlano due lingue diverse (giapponese lui, coreano lei). In effetti i personaggi, come viene spiegato, si trovano ai lati opposti di uno spettro, come il bianco e il nero (o lo yin e lo yang), uniti da un legame simbolico e immateriale (vedi anche il bel finale in cui lei si tramuta in farfalla per raggiungere lui). Migliore dei precedenti "Time" e "Soffio", ma altrettanto esile e pretestuoso, il film chiude una fase piuttosto infelice della filmografia di Kim Ki-duk, caratterizzata da pellicole sfornate a getto quasi continuo ma piuttosto carenti dal lato della sceneggiatura, costruite su suggestioni ed esoticismi che spesso restano fini a sé stessi. In questo caso, almeno, lo spunto è interessante, anche se nella parte centrale il film si trascina un po' troppo, fra fumose visioni oniriche e momenti in cui i personaggi provano a dormire a turno o si sforzano di non dormire affatto (come in "Nightmare"!). L'impasse creativa, ma anche un incidente avvenuto sul set (l'attrice rischiò di morire mentre girava la scena dell'impiccagione nel finale), convinsero il regista a prendersi una salutare pausa di tre anni, prima di tornare al cinema nel 2011 con lo pseudo-documentario "Arirang". Curiosità: nella colonna sonora si sente ripetutamente una canzone in dialetto abruzzese, "Scura maje". Non è la prima volta che Kim utilizza un brano italiano in un suo lavoro (era già capitato in "Bad guy").

23 novembre 2018

La samaritana (Kim Ki-duk, 2004)

La samaritana (Samaria)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2004
con Kwak Ji-min, Lee Eol, Han Yeo-reum
***

Rivisto in DVD.

La liceale Jae-young (Han Yeo-reum) si prostituisce per raccogliere il denaro necessario a un viaggio in Europa con la sua amica del cuore Yeo-jin (Kwak Ji-min), la quale, pur disapprovandone il comportamento, la aiuta organizzando gli incontri e facendole da palo. Quando però Jae-young si suicida gettandosi dalla finestra di un albergo, Yeo-jin decide di sostituirsi a lei (cui già prestava la voce al telefono) e di incontrare nuovamente tutti i suoi clienti per restituire loro il denaro che le avevano dato... Con la consueta fusione di temi scabrosi e poesia delle immagini (tutta la vicenda è ammantata di colori autunnali), il film di Kim Ki-duk è soltanto in parte una pellicola sulla prostituzione minorile, un fenomeno sociale peraltro assai diffuso in estremo oriente: a metà strada cambia infatti il proprio focus e si concentra sul rapporto (venato di incomunicabilità) fra genitori e figli. Il padre di Yeo-jin (Lee Eol), dopo aver scoperto per caso gli incontri clandestini della figlia, inizia infatti a seguirne i clienti per punirli in maniera sempre più violenta. E infine, decide di partire con la ragazza per un viaggio in montagna, dal quale prevede di non tornare più... Divisa in tre sezioni (intitolate "Vasumitra", "Samaria" e "Sonata", e dedicate rispettivamente a Jae-young, a Yeo-jin e a suo padre), la storia cambia focus più volte, tanto che sembra quasi di assistere a tre film diversi, accomunati però dal fatto di rappresentare un percorso "iniziatico", che attraverso il sesso (e la morte) conduce ciascuno dei tre protagonisti verso la scoperta del proprio ruolo e del rapporto con il mondo circostante. Jae-young è il più "libero" dei tre personaggi, quello che vive il sesso in maniera gioiosa e disinteressata, consapevole di donare felicità agli altri (si identifica appunto in Vasumitra, monaca-cortigiana indiana che convertiva gli uomini al buddhismo attraverso l'amore fisico). Per Yeo-jin (la "samaritana" del titolo) si tratta invece di una questione morale, un modo per onorare la memoria dell'amica ed espiare al tempo stesso le proprie colpe. Il padre, poliziotto che progressivamente perde il controllo di sé, sospinto da un furore vendicativo, è infine una figura più complessa, che nel terzo atto del film lascia intendere più volte allo spettatore di voler compiere un atto irreparabile nei confronti della figlia: ma dopo averlo evocato oniricamente, il regista ci sorprende invece con un bel finale di metaforica responsabilità (la lezione di guida). L'intero viaggio in campagna, lontano dunque dal setting cittadino delle prime due sezioni, sembra quasi trasportarci in un altro mondo e in un altro tempo, dove è più facile dimenticare, perdonare e ricominciare. Se da un lato la pellicola cammina su un terreno sottile e rischioso (non sono mancate le controversie, in patria e all'estero) per il modo con cui affronta il tema della prostituzione giovanile (che pure è mostrato attraverso diversi punti di vista: quelli delle due ragazze, inizialmente opposti, ma anche quello del padre e quelli dei vari clienti, che spaziano dall'indifferenza totale ai sensi di colpa), dall'altro offre numerosi spunti, anche appena accennati: il tema del doppio, con l'identificazione fra le due ragazze, ma anche quello dell'amicizia (che confina, o sconfina, nell'amore) o quello dell'immancabile connubio fra eros e thanatos (con l'inquietante sorriso di Jae-young al momento del suo suicidio). Molto brave le due giovani attrici, praticamente esordienti. Nella colonna sonora (che ricorda Joe Hisaishi) si sentono brani di Erik Satie.

21 aprile 2018

Il prigioniero coreano (Kim Ki-duk, 2016)

Il prigioniero coreano (Geumul)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2016
con Ryoo Seung-bum, Lee Won-gun
**

Visto al cinema Eliseo.

L'elica del motore della barca di Nam Chul-woo, un pescatore nordcoreano che vive vicino al confine, si impiglia nelle reti e lui viene trascinato dalla corrente fino ad approdare nella Corea del Sud. Qui è subito arrestato dai militari, che lo sospettano di essere una spia del Nord. Quando, dopo torture e inganni di ogni tipo, capiranno di avere a che fare con un semplice pescatore, cercheranno di farlo disertare, mostrandogli le "ricchezze" del Sud nella speranza che scelga di rimanere lì. Fedele alla propria patria ma soprattutto intenzionato a rivedere la propria famiglia, Nam saprà invece far ritorno al Nord: soltanto per vedersi trattare nello stesso modo ingiusto dalle corrotte forze di sicurezza locali. Il dramma della separazione fra le due Coree (esemplificate dai due orsacchiotti di pezza con cui gioca la figlia del protagonista) e la dualità della natura umana, che può manifestarsi come spietata e vendicativa (Kim Young-min, l'agente incattivito e incline alla tortura) oppure simpatetica e comprensiva (Lee Won-gun, la giovane guardia del corpo) a prescindere dalla parte del confine in cui ci si trova, visti attraverso l'odissea kafkiana (con echi de "Il processo" e "Davanti alla legge" nelle scene della prigionia e degli interrogatori) di un personaggio umile e fondamentalmente buono, che si ritrova schiacciato fra ingranaggi più grandi di lui. Ma tutto è troppo semplicistico, evidente e schematico, senza una reale indagine sociale, politica o psicologica. Ottimo l'interprete protagonista, comunque: è il fratello del regista Ryoo Seung-wan (e infatti recita spesso nei suoi film). Il titolo originale significa "La rete".

4 settembre 2014

One on one (Kim Ki-duk, 2014)

One on one (Il-dae-il)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2014
con Ma Dong-seok, Kim Young-min
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Un gruppo di uomini uccide una studentessa in un vicolo. Mesi dopo, un altro gruppo rintraccia e rapisce uno a uno i componenti del primo, torturandoli per costringerli a scrivere una confessione e interrogandoli sui motivi della loro azione. Costruito su una sceneggiatura ad incastro che mostra alternativamente squarci di vita di coloro che hanno ucciso la ragazzina (su misterioso ordine delle "alte sfere": man mano che la pellicola procede, si sale sempre più nella gerarchia di comando, e dai semplici esecutori che "obbedivano agli ordini" si arriva ai mandanti, generali dell'esercito e potenti uomini politici) sia del gruppo improvvisato che ha preso nelle proprie mani la vendetta per i motivi più disparati (lotta a priori contro il sistema, desiderio di giustizia, sogno di rivalsa, necessità di incanalare le proprie energie, semplice gioco), il nuovo film di Kim Ki-duk scava nel malessere e nelle contraddizioni della società sudcoreana (si lanciano strali alla politica, al sistema educativo, ai rapporti familiari, a quelli lavorativi) per mettere in scena un dramma corale dove i tantissimi personaggi si muovono come pedine su una scacchiera. Che si tratti di una complessa metafora è suggerito dal nome della liceale uccisa (Min-ju, ovvero "Democrazia"). E che la finzione regni sovrana ("ognuno recita una parte sul palcoscenico", afferma il leader del gruppo che si è autoincaricato di punire i colpevoli, o meglio di renderli consapevoli delle proprie azioni) è chiaro anche dai travestimenti che i "vendicatori" indossano durante le loro missioni, come se si trattasse di un gioco di ruolo: di volta in volta soldati, gangster, poliziotti, netturbini, agenti segreti, come se una divisa li mettesse al riparo delle atrocità che devono commettere o consentisse loro di fuggire dalla povertà, dall'infelicità o dai drammi della loro vita privata. Non a caso si definiscono "Ombre", e di fronte a questo termine non può non venire in mente il "Kagemusha" di Kurosawa: come in quel film, i personaggi sono alla ricerca della propria identità ("Chi sono io?", recita la frase in coreano che apre i titoli di coda) e con il procedere della storia dovranno fare i conti con la propria coscienza, venire a patti con le proprie azioni, accettare la propria natura violenta o, al contrario, aborrirla. Lo stesso vale per le loro "vittime", naturalmente: qualcuno comprenderà finalmente sé stesso, mentre altri cederanno alla pressione e altri ancora non si porranno nemmeno la domanda. Film politico come "The coast guard" o "Address unknown" (ma imparentato anche con "Real fiction"), è stato accusato da alcuni critici di essere schematico o confuso: ma non lesina colpi di scena o rivelazioni appena accennate (quella foto nel finale...); e lascia parecchio da riflettere, oltre che sulle ingiustizie e la rabbia repressa nella società, sulla natura stessa dell'uomo.

12 dicembre 2013

Ferro 3 (Kim Ki-duk, 2004)

Ferro 3 - La casa vuota (Bin-jip)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2004
con Jae Hee, Lee Seung-yeon
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Un ragazzo taciturno si introduce nelle case lasciate temporaneamente vuote dai loro abitanti (ovvero quelle in cui nessuno ha tolto dalle porte i volantini pubblicitari che lui stesso aveva precedentemente piazzato) e le "abita" per un breve periodo di tempo. Non ruba nulla, ma si fa il bagno, mette in ordine, si lava i vestiti, dorme, mangia, ripara piccoli oggetti o elettrodomestici rotti, si scatta una "foto ricordo" e poi va via prima che i proprietari tornino. Un giorno, in una villa di lusso, incontra una ragazza triste e solitaria come lui, una modella maltrattata dal marito, e decide di "salvarla" portandola via con sé. Per un po' la ragazza lo seguirà nelle sue scorrerie, fino a quando la polizia li arresterà, chiudendo lui in prigione e rimandando lei dal marito. Ma il ragazzo imparerà a essere silenzioso e invisibile come un fantasma, e potrà così tornare da lei all'insaputa di tutti... Bizzarro, romantico e metafisico, fatto di silenzi e di poesia, insieme a "Primavera, estate..." è stato il film che ha aiutato Kim a far breccia nei cuori del grande pubblico occidentale. Presentato a sorpresa alla Mostra del cinema di Venezia, vinse il premio per la miglior regia. Le molte peculiarità (il fatto che i due protagonisti non si scambino mai nemmeno una parola; l'incredibile capacità del ragazzo di risultare "invisibile" nel finale, dando così vita a un ménage à trois segreto) lo rendono un film davvero memorabile, dove la vena visionaria e metaforica di Kim si sviluppa in più direzioni (oggetti, immagini, fotografie, specchi, per non parlare in inquadrature simboliche come quella che conclude la pellicola, con i due amanti in piedi sulla bilancia la cui lancetta segna lo zero). In colonna sonora, solo una canzone: l'arabeggiante "Gafsa" di Natacha Atlas. Il titolo occidentale ("Bin-jip" significa semplicemente "La casa vuota") fa riferimento alla mazza da golf con cui il marito si vendica del ragazzo, che a sua volte lo aveva colpito con le palline al momento di "rapire" la donna. Il "ferro 3" è una delle mazze meno usate durante il gioco; e proprio al golf sono legati i pochi momenti di violenza che Kim si porta dietro dalle pellicole precedenti (su tutte, la scena in cui la pallina scagliata dal protagonista colpisce una donna in macchina). Però, ci sono anche dei difetti: a tratti la trama sembra improvvisata, come se il regista avesse cominciato a dirigere il film avendo in mente solo lo spunto iniziale, e va un po' a casaccio, puntando sull'atmosfera e sull'impalpabilità dei personaggi: difetti che, amplificati nei lavori immediatamente successivi, condurrano a pellicole inguardabili come "Soffio".

28 dicembre 2012

L'arco (Kim Ki-duk, 2005)

L'arco (Hwal)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2005
con Jeon Seong-hwang, Han Yeo-reum
**

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Su un barcone ancorato al largo della costa vivono un vecchio e una ragazza, che lui ha trovato quando era una bambina e che tiene con sé con l'intenzione di sposarla non appena avrà compiuto diciassette anni. Il vecchio si guadagna da vivere portando sulla chiatta (tramite una barca a motore) piccoli gruppi di pescatori, dai quali talvolta è costretto a difendere la ragazza per mezzo del suo arco: con questo è inoltre in grado di "prevedere il futuro" in maniera bizzarra, ossia scagliando frecce contro l'immagine di Buddha dipinta sulla fiancata del barcone mentre la ragazza vi si dondola davanti con un'altalena. Proprio quando il compleanno della ragazza è ormai imminente (e il vecchio ha già acquistato gli abiti per il matrimonio), lei si innamora di un giovane pescatore... Un'ambientazione che ricorda in parte "L'isola" (le piattaforme galleggianti per i pescatori), ma anche "Primavera, estate, autunno, inverno" (il luogo circondato dall'acqua, raggiungibile solo con una barca) e "The birdcage inn", per un film che però non riesce a rivelarsi alla loro altezza: se la scenografia ha il suo fascino e la bellezza delle immagini è innegabile (così come quella della protagonista, acerba e maliziosa al tempo stesso), il simbolismo è alquanto scontato (vedi il finale, con la freccia scagliata in aria – ovvero lo spirito del vecchio – che ricade dal cielo per togliere la verginità alla ragazza), troppi elementi sono buttati lì (l'arco che viene utilizzato anche come strumento musicale), e soprattutto c'è molta "poeticità" gratuita, che spesso si traduce in uno sfoggio di estetica fine a sé stessa, manieristica e non sempre sincera. I due personaggi principali non parlano mai, anche se ovviamente non sono muti.

30 novembre 2012

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (Kim Ki-duk, 2003)

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera
(Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2003
con Oh Young-su, Kim Young-min
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

In un eremo costruito su una piattaforma galleggiante, in mezzo a un lago isolato fra le montagne, vive un anziano monaco buddista. Con lui c'è un bambino, che seguiremo attraverso le stagioni della sua vita, fino a quando sarà anziano a propria volta e il ciclo ricomincerà... Un'ambientazione affascinante (il film è stato realizzato presso il lago di Jusan, in un parco naturale: la produzione ha avuto il permesso di girare a condizione che al termine delle riprese il set venisse distrutto e il lago tornasse allo stato originario) e una serie di esperienze più o meno edificanti, quasi una raccolta di aneddoti e di saggezza zen, per una pellicola – dal titolo ciclico e lunghissimo – che ha fatto breccia nel cuore del pubblico occidentale e ha reso di colpo popolare Kim Ki-duk (in precedenza, il solo film del regista coreano che aveva raggiunto una certa notorietà da noi era stato il disturbante "L'isola", presentato al Festival di Venezia). Peccato però che sia anche il film con cui Kim inizia ad abbandonare la sanguingua ma spontanea "cattiveria" che lo contraddistingueva e che donava spessore alle sue pellicole, in favore di una poetica e di un'estetica più rarefatta, che lascia un po' il tempo che trova e che sembra quasi studiata per compiacere il pubblico dei festival occidentali. Cito da una recensione che scrissi proprio all'epoca della sua uscita: "Kim è sempre garanzia di qualità, ma stavolta mi è sembrato più 'facile' e commerciale (ovvero accessibile ed 'esportabile') del solito". Per la prima volta, in effetti, si può notare nel regista un desiderio di "piacere" al pubblico, attraverso le immagini ma anche i vaghi insegnamenti morali, buoni – appunto! – "per tutte le stagioni". I suoi lavori successivi, e il fatto che abbiano trovato spazio più o meno regolarmente nelle nostre sale, mi hanno dato ragione. Il film, comunque, è bello, e molte sono gli elementi – spesso simbolici – che restano impressi: i portali di legno che si aprono sul lago come un sipario; l'eremo stesso, con i suoi spazi divisi da porte ma senza pareti; la barca a remi, unico mezzo a disposizione dei personaggi per muoversi dalla piattaforma alle sponde del lago (anche se il monaco anziano dimostra, a volte, di avere poteri soprannaturali che gli consentono di muoversi sull'acqua anche senza la barca, o di controllarne il movimento a distanza); gli animali che fanno compagnia ai monaci (diversi in ogni stagione: un cane, un gallo, un gatto, un serpente e una tartaruga).

I vari spezzoni presentano ciascuno una storia a sé, rendendo il lungometraggio quasi un film a episodi, anche se si concatenano in modo da raccontare l'esistenza del protagonista dall'infanzia alla vecchiaia, facendovi scorrere in parallelo l'inevitabile ciclicità della natura. Primavera: il monaco bambino gioca e si diverte a tormentare alcuni animali (un pesce, una rana e un serpente), legandoli a una pietra con una cordicella. Il maestro gli mostrerà il suo errore. Estate: nell'eremo viene ospitata una ragazza "malata nell'anima". Fra lei e il nostro monaco (ora adolescente) scatterà l'amore. Il maestro disapprova, perché "il desiderio genera dipendenza". Guarita e partita la ragazza, anche il giovane se ne andrà via (portandosi dietro la statua di Buddha custodita nel tempio). Autunno: come il maestro aveva previsto, la vita nel mondo mondano ha generato passioni incontrollabili. L'ex monaco, ora un uomo adulto, ha ucciso la propria moglie ed è tornato nell'eremo in cerca di un rifugio (ma anche per chiedere perdono). Lo raggiungeranno due poliziotti per condurlo via, ma non prima che l'anziano maestro lo abbia aiutato a "purificarsi" incidendo con il proprio coltello (lo stesso che aveva usato per il delitto) un sutra sulla piattaforma di legno. Al termine dell'episodio, il vecchio monaco muore e si reincarna in un serpente. Inverno: uscito di prigione, il protagonista (ormai maturo e interpretato in questo segmento dallo stesso regista) torna all'eremo, che era rimasto disabitato (a parte il serpente) e lo rimette in funzione. Tutto, attorno a lui, è ghiacciato. Ma pian piano la vita ricomincia: il monaco si allena con le arti marziali e accoglie una donna che ha portato lì il proprio neonato, con l'intenzione di abbandonarlo. Dopo che la donna è morta cadendo nell'acqua ghiacciata, il monaco porta la statua del Budda in cima alla montagna che domina il lago. Primavera: come all'inizio, l'eremo è di nuovo abitato da un anziano maestro e da un bambino. Nel corso della pellicola non mancano i momenti o le situazioni curiose, com'è nello stile di Kim, per esempio quelli legati agli animali: uno su tutti, l'utilizzo della coda del gatto per dipingere i caratteri cinesi incisi sulla piattaforma di legno.

16 settembre 2012

Pietà (Kim Ki-duk, 2012)

Pietà (Pieta)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2012
con Lee Jung-jin, Jo Min-soo
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il trentenne Lee Kang-do si guadagna da vivere riscuotendo denaro per conto di alcuni strozzini. Quando il debitore non è in grado di pagare, Kang-do provoca un "incidente" e lo rende storpio, in modo che il denaro incassato dall'assicurazione possa ripianare il prestito. Freddo e spietato, non si cura dell'odio e del desiderio di vendetta che le sue azioni generano nei propri confronti. Ma un giorno un'esile donna si presenta alla sua porta, dichiarando di essere la madre che lo aveva abbandonato alla nascita. Inizialmente il ragazzo non le crede e la tratta in malo modo, sottoponendola anche a una serie di prove sempre più dure e umilianti, fino alla violenza. Ma lentamente l'idea di avere finalmente qualcuno da amare e da cui essere amato si fra breccia in lui; e la presenza della madre arriva a cambiare i suoi modi, dandogli compassione per le sue vittime. Il male che ha compiuto in passato tornerà tuttavia a tormentarlo in maniera sorprendente e inaspettata. Dopo una serie di pellicole poco convincenti e una profonda crisi personale (che lo ha portato a non girare film per tre anni, lui che era solito realizzarne a getto continuo), Kim Ki-duk abbandona le derive zen e torna alla cupa durezza dei suoi primi lavori, ottenendo a Venezia un meritato Leone d'Oro. Il titolo internazionale, "Pietà", fa riferimento all'iconografia della madonna che regge il figlio morto sulla croce (la locandina ricostruisce addirittura, con le immagini dei due attori, la Pietà di Michelangelo), ma la pietà nel film è affrontata su più livelli: quella che Kang-do arriva a provare verso le proprie vittime e quella della donna, nel finale, verso di lui. Tuttavia, prima ancora della compassione e della vendetta, il vero tema del film è il denaro, di cui l'uomo finisce per diventare schiavo e per il quale è disposto a tutto, anche a perdere una parte di sé. In Corea, come da noi, di fronte alla crisi economica sono aumentati in maniera impressionante coloro che ricorrono ai prestiti: Kang-do giustifica le proprie azioni accusando le sue vittime di chiedere denaro senza pensare alle conseguenze e al modo di ripagarlo; si tratta per lo più di operai, artigiani e proprietari di piccole officine meccaniche di uno squallido quartiere destinato comunque a sparire e a soccombere all'avanzata dei grattacieli, che per sopravvivere al duro presente non si curano del futuro. Lo stesso fa il giovane padre che progetta addirittura di amputarsi le mani in occasione della nascita del figlio (personaggio che è fra l'altro l'unica figura "paterna" in un film fatto soprattutto di madri, anziane e passive così come irose e vendicative). "Il denaro è il terzo personaggio del film", ha spiegato il regista. E la pietà diventa un "sentimento quanto mai necessario vista la crisi profonda che il mondo attraversa proprio a causa di un sistema economico degenerato, che crea tanta sofferenza e assenza di umanità". Ma nonostante un quadro tanto cupo (che si riflette nella fotografia oscura e nelle scenografie squallide ma efficaci della pellicola, cui non mancano squarci di genio pittorico: indimenticabile, per esempio, la scena finale, con quella lunga pennellata sull'asfalto), la pietà produce anche speranza. "E se non credessi alla speranza", ha detto Kim Ki-duk, "non avrei mai girato questo film".

24 gennaio 2011

The coast guard (Kim Ki-duk, 2002)

The coast guard (Hae anseon)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2002
con Jang Dong-gun, Kim Jeong-hak
***

Rivisto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Sulla costa militarizzata della Corea del Sud, dove plotoni di soldati – osteggiati o derisi dai civili che vivono nei dintorni – pattugliano le spiagge giorno e notte in attesa di spie del Nord che non si vedono mai, il giovane ed esaltato Kang uccide per errore un ragazzo che si era recato nottetempo sulla spiaggia in compagnia della sua fidanzata. La tragedia segnerà in modo indelebile i due sopravvissuti all'episodio, il soldato e la ragazza, incapaci di restare lontani da quel posto e di tornare a una vita normale. Il primo, dapprima elogiato dai superiori e poi congedato, rifiuterà di svestire l'uniforme e di abbandonare il servizio; la seconda, divenuta mentalmente instabile, continuerà a bazzicare i dintorni della zona militare e si farà addirittura ingravidare dagli ex compagni di Kang. In un crescendo di tensione e di paranoia, il film – uno fra i più sottovalutati lavori di Kim Ki-duk – mostra la follia che si sviluppa attorno al campo militare e che si fa strada lentamente fra tutti i soldati: i quali da un lato si sentono sotto assedio quando Kang, sfuggente come un fantasma, ruba un fucile e minaccia di ucciderli tutti; e dall'altro approfittano della ragazza, scatenando l'ira di un fratello vendicativo. Non mancano momenti crudeli ma visivamente belli, come la danza della ragazza folle fra i totem sulla spiaggia o la scena in cui la stessa, dopo aver abortito, si immerge nella vasca dei pesci colorando l'acqua di rosso. Ma purtroppo è l'ultimo lungometraggio di Kim con queste caratteristiche incisive ed emozionanti: dal successivo, la vena sanguigna e viscerale lascerà il posto a un più facile esotismo da festival, tanto poetico quanto sempre più vuoto e privo di mordente.

29 dicembre 2010

Bad guy (Kim Ki-duk, 2001)

Bad guy (Nabbeun namja)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2001
con Cho Jae-hyun, Seo Won
***1/2

Rivisto in DVD.

Umiliato in pubblico dalla studentessa Sun-hwa, una ragazza pudica e "perbene" che aveva cercato di baciare contro la sua volontà, il taciturno delinquente Han-gi si vendica incastrando la ragazza in una spirale di debiti con la malavita e costringendola a diventare una prostituta. Obbligata a vendere il proprio corpo in una squallida casa del distretto a luci rosse di Seul, dove è sorvegliata a vista da Han-gi e dai suoi due giovani sottoposti, Sun-hwa finirà con lo sviluppare una relazione d'amore e d'odio con il suo aguzzino. E alla fine, nessuno dei due saprà più fare a meno dell'altro. Uno dei film più feroci, crudeli e controversi di Kim Ki-duk, al pari de "L'isola" (e non è un caso se, insieme a quello, è probabilmente anche il suo lavoro migliore), "Bad guy" recupera numerosi temi già affrontati dal regista coreano nei suoi lungometraggi precedenti, per esempio in "Crocodile" o "The birdcage inn": il rapporto sadomasochistico fra uomo e donna, l'amore per l'arte (Sun-hwa è affascinata dai nudi di Egon Schiele), la dolcezza che si nasconde nella violenza, la sopraffazione che dà origine alla dipendenza, e naturalmente – ma questo è un tema universale nel cinema dell'estremo oriente – la difficoltà nel comunicare (nel finale Han-gi rivela la ragione del suo mutismo: la cicatrice sulla gola gli ha lasciato una voce stridula, acutissima, sofferta, che collide comicamente e dolorosamente con il suo aspetto da duro). A questi aggiunge un sordido ma simpatetico ritratto del sottobosco criminale che opera ai margini del mondo della prostituzione: Han-gi e i suoi due complici sono legati da rapporti di solidarietà, di amicizia, di sacrificio ma anche di feroce rivalità. Se Sun-hwa viene esposta in vetrina come una vera e propria "merce", un altro vetro la divide da Han-gi: quest'ultimo, infatti, spia la ragazza mentre fa l'amore con i propri clienti attraverso il finto specchio nella sua stanza, come in una sorta di peep show privato, lasciandosi conquistare sempre più da lei. Scopriremo solo in seguito (attraverso le foto fatte a pezzi e sepolte nella sabbia che Sun-hwa ritrova e incolla sullo specchio della sua stanza: puzzle cui manca il tassello fondamentale, quello con i volti) che la ragazza è una copia esatta della donna che Han-gi aveva precedentemente amato e che forse è morta suicida (in una delle scene più belle del film, quasi onirica, rivediamo proprio questa ragazza materializzarsi a fianco dei protagonisti, come una sorta di fantasma, per offrire un conforto a Sun-hwa e infine immergersi nuovamente nell'oceano, come probabilmente aveva fatto la prima volta). Ferocemente attaccato da una parte della critica, soprattutto femminista, che vi ha visto un'apologia della violenza e dell'umiliazione della donna, in realtà "Bad guy" racconta la storia di un amore estremo perché consente ai personaggi, disperatamente, di ritrovare l'altro guardando dentro di sé. In più è girato e interpretato splendidamente, con una cura per l'immagine (magnifica la fotografia notturna, quasi scorsesiana, così come la scelta dei colori di scenografie e abiti) e per il sonoro (da segnalare una bella canzone in italiano che si sente per ben due volte, la prima proprio nella suddetta scena onirica: "I tuoi fiori" di Etta Scollo) di incisiva bellezza.

25 luglio 2010

Address unknown (Kim Ki-duk, 2001)

Address unknown (Suchwiin bulmyeong)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2001
con Yang Dong-kun, Ban Min-jung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Film duro e fra i migliori di Kim Ki-duk, racconta i traumi di una nazione attraverso le vicende di alcuni personaggi che abitano nei pressi di una base militare americana in Corea del Sud. Siamo in "un autunno degli anni settanta": la guerra con il Nord è terminata da anni ma continua a vivere nei ricordi di coloro che l'hanno combattuta, influenza le esistenze di chi è nato in seguito ed è perennemente rievocata proprio dalla presenza dei soldati americani, impegnati in continue esercitazioni di cui pochi percepiscono la vacua inutilità. Il giovane e robusto Chang-guk, figlio illegittimo di un soldato afroamericano e di una prostituta, non ha mai conosciuto il padre (da tempo ritornato nel proprio paese), lavora come assistente di un "macellaio di cani" (che acquista gli animali per poi ucciderli a bastonate e venderne la carne ai ristoranti) e abita in un vecchio autobus con la madre, la quale insiste nel continuare a scrivere al "marito" e si vede tornare indietro tutte le missive con l'indicazione "indirizzo sconosciuto". L'introversa studentessa Eun-ok, figlia di un soldato scomparso durante la guerra, è rimasta accecata a un occhio da bambina a causa del fratello e ha come unico compagno il suo cagnolino, al quale concede tutta sé stessa. Il timido e gentile Ji-hum lavora come assistente di un ritrattista, è innamorato a distanza di Eun-ok e ha un difficile rapporto con un padre che si vanta delle imprese compiute in battaglia, sognando una medaglia che gli è sempre stata negata. Come capita spesso nei film di Kim, i protagonisti sono vittime di disagi fisici e psicologici, di ferite interne ed esteriori, che trovano nella follia (Chang-guk), nella rassegnazione (Eun-ok) o nella vendetta (Ji-hum) la forza per ribellarsi al mondo violento che li circonda. "Sono come quelle lettere che non hanno trovato il loro destinatario", ha commentato il regista. "Chang-guk ha subito una violenza totale, Eun-ok ne ha subita una a metà e Ji-hum sarà capace di riprendersi, come un'erba cattiva". Anche i personaggi di contorno (il macellaio di cani, i due bulli che tormentano Ji-hum e violentano Eun-ok, il soldato americano alla ricerca di qualcosa – le droghe, l'amore di Eun-ok – che lo aiuti a superare l'alienazione e la nostalgia di casa) contribuiscono alla descrizione di un mondo disperato e pessimista, rendendo il film paragonabile per certi versi al capolavoro di Kim, "L'isola". In un panorama di desolazione e crudeltà (la natura perennemente spoglia, le violenze sui cani) fanno occasionalmente la loro comparsa squarci di dolce ironia (i protagonisti, come per solidarietà, sfoggiano a un certo punto tutti e tre una benda sull'occhio destro), di poesia surreale (il ritaglio sull'occhio di Eun-ok, che prefigura la "maschera" di "Time") e di umorismo grottesco (Chang-guk infilato a testa in giù nel terreno ricoperto da una nevicata). Non mancano naturalmente metafore sociali e politiche: Eun-ok, che può guarire dalla sua parziale cecità attraverso un'operazione nell'ospedale militare americano (in cambio della quale dovrà concedersi al giovane soldato), è forse un simbolo della Corea, dimezzata, che spera nell'aiuto degli Stati Uniti (ma cosa dovrà dare in cambio?) per tornare in possesso della sua "altra metà".

15 aprile 2010

Real fiction (Kim Ki-duk, 2000)

Real fiction (Shilje sanghwang)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2000
con Ju Jin-mo, Kim Jin-ah
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un taciturno ritrattista di strada è continuamente umiliato dai propri clienti e deve sottomettersi alle angherie di tre "bulli" che taglieggiano lui e altri venditori ambulanti. Seguendo una misteriosa ragazza che non smette di riprenderlo con la sua videocamera digitale, giunge sul palcoscenico di uno strano teatro deserto dove un attore, che sta provando un dramma intitolato "Alter ego", lo provoca e lo stimola a reagire e a far uscire finalmente la propria rabbia, spingendolo così a vendicarsi sanguinosamente di tutti coloro che, anche in passato, lo hanno deriso o maltrattato. Al termine della catena di omicidi, però, scopriremo che nessuno di questi è realmente avvenuto: si trattava solo di fantasia, o meglio di finzione, come sembra indicare l'ultima inquadratura del film nella quale il regista grida "Cut!" e i personaggi si rivelano come attori, mentre scorrono i titoli di coda. Girato nello stesso anno de "L'isola", il quinto lungometraggio di Kim (che ripropone temi a lui cari come l'arte, la violenza, l'emarginazione e il silenzio) è un filmetto strano e bizzarro, assai sperimentale, ideato e realizzato in pochi giorni (pare che le riprese siano durate 200 minuti in tutto!): le immagini del protagonista che si sposta per la città per compiere le sue vendette sono spesso mostrate attraverso la camera digitale a mano, con luci sovraesposte e con scarsa definizione, come se immortalate continuamente e in tempo reale dalla ragazza che lo segue (ma né lui né gli altri personaggi si curano della sua presenza "invisibile"). La riflessione metacinematografica su realtà e finzione, suggerita dal titolo, rimane a un livello superficiale e ha poco spessore: più interessante, invece, quella psicanalitica, con l'immedesimazione fra il protagonista e l'attore teatrale (viene il dubbio che sia quest'ultimo a "usarlo" per vendicarsi dei suoi nemici: ma più probabilmente si tratta di una sorta di autoanalisi) e la sua trasformazione da personaggio timido e passivo a spirito violento e vendicativo, sia pure soltanto in sogno o in desiderio.

7 marzo 2010

L'isola (Kim Ki-duk, 2000)

L'isola (Seom)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2000
con Seo Jeong, Kim Yu-seok
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, in originale con sottotitoli.

Il primo film di Kim Ki-duk ad aver ottenuto una certa notorietà in occidente (venne presentato al Festival di Venezia) gode di un'ambientazione particolarmente suggestiva: un lago dalle acque calme e scure sul quale galleggiano piccole casette a disposizione dei pescatori o di uomini che, per qualche motivo, vogliono nascondersi dalla legge o dalla società. A gestire questa strana riserva di pesca è Hee-jin, una donna muta (o comunque che rifiuta di parlare) che accompagna con la propria barca i clienti fino alle case, li rifornisce di ami e di esche, e procura loro – se lo richiedono – persino compagnia femminile, portando fin lì giovani prostitute o concedendo talvolta anche sé stessa. Fra lei e Hyun-shik, un uomo forse in fuga dopo aver commesso un delitto (come suggerisce la sequenza del suo sogno), nasce un'attrazione che li unirà attraverso la solitudine, l'ossessione, il sesso e il sangue. Rispetto ai film precedenti del regista coreano, con i quali condivide peraltro molti spunti (l'isolamento dei personaggi, che qui è addirittura letterale, con le case galleggianti che simboleggiano l'atomizzazione della società moderna e la difficoltà nell'instaurare rapporti sinceri; l'incomunicabilità e il mutismo; la crudeltà e la violenza; il sesso come sopraffazione; gli scherzi del destino, come nella scena dell'annegamento della giovane prostituta), "L'isola" rappresenta un notevole passo avanti verso un cinema più estremo ed esplicito nella forma e nei contenuti, ma al contempo anche più ricco di metafore e di significati (il lago come l'inconscio, dove nascondere cadaveri e colpe che prima o poi torneranno a galla), e si fa ricordare in maniera indelebile per le numerose scene scioccanti o controverse (come le crudeltà sugli animali: pesci mutilati e poi ributtati in acqua, uccellini annegati, rane scuoiate). La narrazione procede invece in maniera lenta e contemplativa, sullo sfondo di uno scenario dominato dalla natura e dal tempo (vediamo il lago immerso nella nebbia, illuminato dal sole, avvolto dalla notte, spazzato dalla pioggia e dal vento). Al centro di tutto c'è il rapporto fra l'uomo e la donna, vero motore – a volte irrazionale e impulsivo – di ogni azione dei personaggi. Fra Hee-jin e Hyun-shik, figure "anfibie" e sfuggenti, misteriose e senza un passato, sorge una strana affinità che si esplicita nelle due scene parallele in cui entrambi si mutilano con gli ami da pesca (l'uomo infilandoseli in bocca, la donna nella vagina) e si fanno "pescare" con la canna l'uno dall'altra, che poi pazientemente estrae i ganci di metallo (i quali, appoggiati a terra ancora insanguinati, formano un cuore: un'immagine di improvvisa tenerezza che fa il paio con quella in cui la coppia, mentre ridipinge di giallo la casetta galleggiante, incrocia i pennelli come a simulare un bacio appassionato). Anche la scena finale ha un valore simbolico: il cespuglio di canne nel quale l'uomo si nasconde si trasforma nei peli pubici della donna, ritratta nella sua barca semisommersa in un'immagine che ricorda il dipinto "Ophelia" di Millais. Ottima la regia, che con l'aiuto di una fotografia incisiva e multiforme riesce a creare in maniera assai originale un'atmosfera onirica e avvolgente.

23 febbraio 2010

The birdcage inn (Kim Ki-duk, 1998)

The birdcage inn (Paran daemun)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 1998
con Lee Ji-eun, Lee Hae-eun
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Jin-ah, bella e dall'aria fragile, si trasferisce a vivere in una locanda sul mare, una sorta di bordello clandestino, dove si prostituisce per i clienti che chiedono una stanza. Qui è vista con ostilità da Hye-mi, sua coetanea e figlia dei proprietari, che la disprezza e le nega con ostinazione ogni parvenza di amicizia, vergognandosi dell'attività della propria famiglia e cercando orgogliosamente di condurre invece una vita "normale". Ma alla fine, come due animaletti rinchiusi insieme nella stessa gabbia (che si tratti di uccelli, come suggerisce il titolo internazionale – quello originale significa invece "Il cancello blu", dal nome della porta d'accesso alla locanda – o di pesci rossi, come quelli che Jin-ah – e prima di lei la ragazza che l'aveva preceduta – custodisce nella sua stanza), riusciranno non senza fatica a entrare in contatto e a stabilire un legame profondo. La pellicola si apre sull'immagine di una tartarughina che attraversa la strada, rischiando di essere calpestata dai passanti e dalle automobili: a raccoglierla e a portarla sulla spiaggia, in mare, è proprio Jin-ah, che si dimostra da subito una persona sensibile e piena di empatia verso gli altri: di lei e del suo passato non sapremo quasi nulla, tanto meno cosa l'ha spinta a diventare una prostituta, ma scopriremo che ama l'arte (disegna ritratti, come molti personaggi nei primi film di Kim) ed è perseguitata da un ragazzo che non perde occasione per sfruttarla e maltrattarla. La pellicola racconta soprattutto i suoi rapporti con i quattro membri della famiglia che la ospita: il padre, un uomo corpulento e taciturno, con trascorsi legati alla malavita ma tuttora rispettato dai poliziotti del quartiere, che spesso "chiudono un occhio" sulla sua attività illegale; la madre, vero fulcro della famiglia e gestore della locanda; il figlio minore, aspirante fotografo e interessato voyeur; e soprattutto la figlia maggiore, studentessa universitaria alle prese con qualche problema legato alla sua sessualità. Terzo film di Kim Ki-duk, è sicuramente uno dei miei preferiti: puro e cristallino, duro e crudele, dal soggetto semplice ma pieno di vita e con una profonda caratterizzazione dei personaggi. Peccato che il regista coreano sembri recentemente aver perso la capacità di girare pellicole come questa, dove la poesia non è fine a sé stessa ma sgorga con naturalezza dal mondo turbolento che circonda i personaggi.

10 dicembre 2009

Wild animals (Kim Ki-duk, 1997)

Wild animals (Yasaeng dongmul bohoguyeog)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 1997
con Cho Jae-hyun, Jang Dong-jik
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Il secondo film di Kim, almeno dal punto di vista formale, è forse il più convenzionale e "inquadrato" dei suoi lavori, quello che si distacca meno dal cinema di genere, pur senza rinunciare ad alcuni tratti personali. Racconta la storia di due immigrati coreani a Parigi: Chung-hae, proveniente dalla Corea del Sud, un tempo aspirava a diventare un pittore ma ora è un ladruncolo che truffa i turisti o deruba i propri connazionali; Hong-san, soldato fuggito dalla Corea del Nord, non parla una parola di francese e viene convinto da Chung-hae a esibirsi nelle piazze spaccando mattoni o schivando coltelli: le sue capacità attirano l'attenzione di un gruppo di gangster francesi, che lo assoldano come picchiatore. Fra problemi di denaro (Chung-hae deve pagare l'affitto del barcone dove vive), di donne (Hong-san si invaghisce di Laura, giovane spogliarellista in un peep show, mentre Chung-hae è innamorato di Corinne, che fa la statua in pubblico e ama il busto di Camille Claudel) e di lealtà (Chung-hae arriva a tradire l'amico pur di intascare qualche gruzzolo extra), i due – anche se molto diversi fra loro (Hong-san è stanco di combattere, ha una certa integrità morale e "occhi puri", come gli dice il boss; Chung-hae è invece capace di tutto, più subdolo ma anche più fragile e dipendente dall'amico) – non potranno che appoggiarsi l'uno all'altro per cercare di sopravvivere come animali selvaggi in una giungla ostile.

Nonostante la sua atipicità, a partire dall'ambientazione europea (parzialmente autobiografica: lo stesso KKD aveva vissuto per due anni a Parigi, dipingendo e vendendo quadri), il film presenta comunque – come dicevo – diversi elementi caratteristici della prima fase del suo cinema: la crudeltà, gli improvvisi scoppi di violenza, le numerose scene di sesso, le automutilazioni (Chung-hae che si pugnala la mano per farsi riaccettare dal boss), il voyeurismo e il mutismo (benché resti probabilmente il lungometraggio più "parlato" del regista coreano). Come in "Crocodile" (e come avverrà ancora in seguito, per esempio ne "L'isola" o in "Primavera, estate..."), i protagonisti vivono a stretto contatto con l'acqua, su un barcone ancorato nella Senna. E diverse sequenze sembrano riecheggiarne alcune proprio del film d'esordio: Chung-hae dipinge di bianco il volto di Corinne come il Coccodrillo dipingeva di blu la tartaruga, e poi schizza un ritratto di Hong-san come la ragazza ne disegnava uno del protagonista del film precedente. La sceneggiatura però non sempre convince, e non mancano scene involontariamente ridicole (l'amante di Corinne che la picchia con un pesce surgelato) o svolte eccessivamente melodrammatiche e prevedibili (l'orologio d'oro che, sottratto a una delle loro vittime, finisce per tradire i due amici). Parigi è ritratta come un confuso crocevia di stranieri, di artisti, di innamorati e di delinquenti, ma per fortuna non c'è spazio per immagini da cartolina (la Torre Eiffel si intravede soltanto brevemente sullo sfondo e in una sola scena).

28 novembre 2009

Crocodile (Kim Ki-duk, 1996)

Crocodile (Ag-o)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 1996
con Cho Jae-hyun, Ahn Jae-hong
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'ottima opera d'esordio dell'autodidatta Kim Ki-duk è quasi una sorta di "Accattone" alla coreana: il protagonista Yong-pae, detto "Coccodrillo", è un senzatetto violento e profittatore che vive sotto un ponte presso il fiume Han, a Seul, insieme a un bambino e ad un altro barbone più anziano, e approfitta dei tanti suicidi che si gettano nel fiume per svuotare i loro portafogli (o addirittura per chiedere ricompense ai soccorritori in cambio di indicazioni su dove si trova il corpo). Una notte salva dall'acqua una ragazza, che – nonostante lui la violenti ripetutamente – decide di restare con il gruppo. La pellicola procede accumulando scene e sequenze che sembrano slegate l'una dall'altra ma che contribuiscono a definire i personaggi e i loro rapporti: "Coccodrillo" si guadagna da vivere costringendo il bambino a vendere gomme da masticare o cianfrusaglie ai passanti, organizza truffe e ricatti destinati a finir male, perde al gioco tutto il denaro che guadagna faticosamente, si affeziona alla ragazza al punto da voler vendicarne la delusione d'amore affrontando il suo ex fidanzato. Nel finale, con l'ingresso in campo di una coppia di killer, le sottotrame si complicano e si infittiscono. Il mondo descritto da Kim in questo suo primo film (e in generale in tutta la prima fase della sua filmografia, molto più "viva" e convincente rispetto allo sterile estetismo che caratterizza invece i suoi lavori più recenti) è un mondo disperato, dove "degrado sociale e umano si mescolano"; un mondo fatto di sbandati e di isolati che vivono – per scelta o per obbligo – ai margini della società; dove però, anche attorno a un personaggio aggressivo e amorale come il protagonista, può lentamente prendere forma una famiglia sui generis che si scopre unita e solidale nelle difficoltà, nonostante gli occasionali litigi (come quando il bambino ribelle cerca inizialmente di proteggere la ragazza addirittura mutilando i genitali del "Coccodrillo"). Criticato per la violenza a volte eccessiva di molte scene (il rapporto sadomasochistico fra uomo e donna si rivedrà comunque in opere successive come "L'isola" o "Bad guy"), Kim ha spiegato di aver voluto rappresentare qualcosa – la violenza fisica e psicologica – che fa comunque parte integrante della nostra esistenza. Il suo, però, non è certo realismo: anzi, non mancano i momenti stranianti, grotteschi (il bicchiere di sangue), onirici o quasi surreali, come le suggestive sequenze subacquee, quando finalmente "Coccodrillo" sembra ritrovarsi nel proprio ambiente naturale, le acque salmastre di un fiume sì inquinato ma comunque in grado di proteggerlo da un mondo esterno crudele e ostile: soltanto sotto la superficie dell'acqua sembra possibile trovare la pace e la libertà (di cui la tartaruga colorata di azzurro, così come le barchette di carta del bambino, sono un evidente simbolo).