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20 ottobre 2023

Il sol dell'avvenire (Nanni Moretti, 2023)

Il sol dell'avvenire
di Nanni Moretti – Italia 2023
con Nanni Moretti, Silvio Orlando
***

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

Il regista Giovanni (Moretti) si appresta a girare il suo nuovo film, ambientato negli anni cinquanta e incentrato sulla crisi di coscienza di Ennio (interpretato dall'attore Silvio Orlando), segretario di una sezione del partico comunista italiano, di fronte alla brutale repressione sovietica della controrivoluzione ungherese. E nel frattempo Giovanni deve fare i conti con la volontà di Paola (Margherita Buy), sua compagna e produttrice da quarant'anni, di lasciarlo, sia personalmente sia professionalmente. Moretti torna a recitare sé stesso, in un film con tutti i suoi vezzi, le ossessioni e le caratteristiche: le nevrosi, le difficoltà relazionali, i turbamenti politici, l'amore per la canzone italiana (con brani di Battiato, Tenco, De André, ma anche "Think" di Aretha Franklin), la cinefilia un po' snob (si mostrano scene da "Lola" di Demy e da "La dolce vita", si citano nei dialoghi Kieslowski, Cassavetes, i Taviani) che si accoppia al disagio di fronte al cinema moderno (le frecciatine a Netflix, con i suoi rappresentanti che continuano a ripetere che "i nostri prodotti sono visti in centonovanta paesi" e che nella pellicola di Giovanni manca "il momento what the fuck"), evidente anche nella scena in cui il protagonista contesta a un giovane regista emergente (Giuseppe Scoditti) di essere troppo "innamorato della violenza" ("La scena che stai girando fa male al cinema!") e di usarla come intrattenimento, "senza peso", e chiama a dargli manforte personaggi come Renzo Piano, Chiara Valerio e Corrado Augias (nei panni di sé stessi), una sequenza che ricorda quella di Woody Allen con Marshall McLuhan in "Io e Annie". Aggiungiamoci la consapevolezza del tempo che passa: il distacco dalla modernità, la decisione di voler girare più spesso (e non solo "un film ogni cinque anni"), e ovviamente l'idea della morte che si avvicina: il soggetto del film nel film prevedeva in effetti una conclusione cupa (un nichilismo che però piace ai produttori coreani), poi cambiata all'ultimo momento e trasformata in un'utopia socialista, con una "felliniana" sfilata del circo, cui partecipano tutti i personaggi (e anche alcuni volti noti extra, ovvero i protagonisti di molti film precedenti di Moretti, fra cui Alba Rohrwacher, Jasmine Trinca, Giulia Lazzarini, Lina Sastri e Renato Carpentieri) e che si conclude con lo stesso Moretti che saluta lo spettatore. Chi ama il regista si troverà di sicuro a suo agio, come di fronte a un vecchio amico di cui conosce pregi e difetti. Barbora Bobulova è l'attrice che recita insieme a Orlando. Nel cast di contorno si riconoscono Mathieu Amalric (il produttore francese, che gira insieme a Giovanni per le strade di Roma di notte in monopattino elettrico), Valentina Romani (Emma, la figlia di Giovanni, autrice delle musiche del film), Jerzy Stuhr (il suo fidanzato, ambasciatore polacco), Teco Celio (lo psicoanalista da cui va Paola) e Zsolt Anger (il direttore del circo). Nella scena iniziale, il titolo del film viene dipinto a grandi lettere rosse sul muro delle arcate di un ponte sul Tevere.

24 luglio 2023

La macchinazione (David Grieco, 2016)

La macchinazione
di David Grieco – Italia 2016
con Massimo Ranieri, Libero De Rienzo
*

Visto in TV (Sky Cinema).

Nell'estate del 1975, mentre sta montando quello che sarà il suo ultimo film ("Salò o le 120 giornate di Sodoma"), Pier Paolo Pasolini lavora alla stesura di "Petrolio", romanzo-fiume nel quale intende denunciare le storture del sistema politico ed economico italiano, e in particolare attaccare Eugenio Cefis, presidente della Montedison, fondatore della loggia P2 e sospettato di essere invischiato nello stragismo di stato. Per metterlo a tacere, lo scrittore viene ucciso con una messinscena che fa ricadere la colpa di Pino Pelosi (Alessandro Sardelli), suo giovane amante di borgata. Ennesimo biopic sulla morte di PPP (solo tre anni prima c'era stato il "Pasolini" di Abel Ferrara), che nelle intenzioni vorrebbe essere una pellicola di denuncia o di impegno sociale come quelle che si giravano in Italia negli anni settanta (a un certo punto si cita il Volontè di "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto"). Ma il risultato è superficiale e inconcludente sotto ogni aspetto, con caratterizzazioni e dinamiche da fiction televisiva. I dialoghi sono didascalici, la sceneggiatura goffa, gli attori mediocri e mal diretti (l'unico che si salva è Libero De Rienzo nei panni di Antonio Pinna, personaggio fra l'altro fondamentalmente inutile). Ranieri nei panni di Pasolini convince moderatamente, ma solo quando ha gli occhiali scuri. Milena Vukotic è la madre di PPP. Musica (usata poco e male) dei Pink Floyd. Grieco aveva lavorato per Pasolini come attore e aiuto regista.

22 luglio 2023

Nel nome del padre (M. Bellocchio, 1972)

Nel nome del padre
di Marco Bellocchio – Italia 1972
con Yves Beneyton, Renato Scarpa
**

Visto in TV (RaiPlay).

Per punirlo della mancanza di rispetto verso il padre, il giovane Angelo Transeunti (Yves Beneyton) viene mandato in collegio, in un istituto religioso maschile. Insofferente non verso la disciplina in sé (che anzi invoca) quanto verso regole che ritiene assurde e datate, nonché verso l'ipocrisia di un sistema autoritario, patriarcale e religioso in cui non si riconosce, il ragazzo non esita a manifestare in ogni occasione il proprio disprezzo verso il corpo insegnante e i suoi stessi compagni. E più portato a comandare che a obbedire, trascina tutti in una rivolta contro l'ordine costituito e il pensiero religioso (a tutti i livelli, superstizioni popolari comprese). Ispirato a esperienze autobiografiche (si svolge nel 1958, l'anno della morte di Pio XII, di cui si parla in tv), il film di Bellocchio è quasi una rilettura ideologica di "Zero in condotta" di Vigo: ma lì la ribellione alle autorità era l'espressione di anarchica individualità e volontà di autodeterminazione, un desiderio di esprimere sé stessi anche attraverso il caos. Qui, invece, i toni grotteschi colorano il tutto di un'amara satira politica (Angelo – come suggeriscono la sua divisa e il suo aspetto – è chiaramente un "nazista", seguace della scienza e delle idee del Superuomo, oltre che un narcisista che non ha paura di nulla perché si sente superiore agli altri): non ci si ribella più per divertimento, ma per rabbia, così come non si recita per dare conforto o piacere allo spettatore (nella rappresentazione teatrale ispirata al "Don Giovanni", la cui ribellione è infatti contro tutto: il padre, la scuola, l'autorità e Dio stesso) ma per suscitare paura e angoscia. Nonostante alcuni momenti interessanti, per quanto cupi, l'insieme è un po' troppo episodico e confuso, anche perché al tempo stesso vuole essere omnicomprensivo (alla rivolta degli studenti figli di papà, ovvero quelli delle classi agiate, si sovrappone quella dei servitori, i camerieri e i bidelli della scuola, per motivo ben più prosaici, sindacali e "di sinistra"). Renato Scarpa è il vice rettore, Aldo Sassi è Franco, compagno "filosofo" di Angelo. Piccoli ruoli per Laura Betti (la madre di Franco) e Lou Castel (uno degli inservienti). Musiche di Nicola Piovani. Da non confondere con l'omonimo film di Jim Sheridan del 1993.

4 luglio 2023

Il piatto piange (Paolo Nuzzi, 1974)

Il piatto piange
di Paolo Nuzzi – Italia 1974
con Aldo Maccione, Agostina Belli
**1/2

Visto su YouTube.

In un paese sul Lago Maggiore (il film è ambientato a Luino, ma in realtà è stato girato a Orta San Giulio, sul Lago d'Orta), nei primi anni trenta durante il ventennio fascista, un gruppo di amici perditempo trascorre le nottate a giocare a carte ("Abbiamo battezzato un altro giorno", dicono a ogni alba) e le giornate a bighellonare, fra scherzi e donne (che si tratti di avventure galanti o di visite al locale bordello). Mario, detto "Camola" (Aldo Maccione), lavora come factotum nello studio di un avvocato ed è innamorato (come tutti) della bella Ines (Agostina Belli). Dal romanzo omonimo di Piero Chiara (nativo appunto di Luino), un ritratto della pigra quotidianità di provincia, dove giorni e notti si succedono senza che accada mai nulla, soprattutto per personaggi – come il gruppo di protagonisti – che cercano di tenersi lontani dalle responsabilità lavorative e dalla politica (il fascismo imperante). I toni, come da commedia all'italiana, mischiano umorismo e malinconia, farsa (scollacciata) e tragedia, anche se l'analisi psicologica non è particolarmente approfondita e i personaggi sono alquanto macchiettistici: più che le singole parti (personaggi o situazioni, distillati in tanti piccoli episodi slegati gli uni dagli altri), è l'insieme ad avere un suo valore nel ricostruire un ambiente ozioso, arretrato, maschilista ma a suo modo pure sincero. È il primo dei due soli lungometraggi cinematografici diretti da Paolo Nuzzi, già collaboratore e aiuto regista di Federico Fellini (le similarità con alcuni suoi lavori sono evidenti, in primis "Amarcord") nonché amico di Cesare Zavattini (il cui figlio Arturo è qui il direttore della fotografia). Nel cast corale, molti caratteristi e nomi noti come Erminio Macario, Andréa Ferréol, Renato Pinciroli, Bernard Blier, Antonio Spaccatini, Guido Leontini, Elisa Mainardi, Giuseppe Maffioli.

26 maggio 2023

Le otto montagne (Van Groeningen, Vandermeersch, 2022)

Le otto montagne
di Felix Van Groeningen, Charlotte Vandermeersch – Italia/Bel/Fra 2022
con Luca Marinelli, Alessandro Borghi
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

La storia dell'amicizia fra Pietro (Luca Marinelli) e Bruno (Alessandro Borghi), dal loro primo incontro da bambini – quando il primo, "cittadino" e introverso, si reca in vacanza con la famiglia da Torino sulle Alpi valdostane e conosce il secondo, bimbo "montanaro" e incolto – a quando, da adulti (e dopo la morte del padre di Pietro (Filippo Timi), l'uomo che aveva fatto innamorare il primo della montagna e aveva "adottato" il secondo come un figlio sostituto nel periodo in cui il vero figlio, per ribellione, non gli parlava più), restaureranno un vecchio rudere in alta quota per trascorrervi le estati; fino a quando le differenti personalità li spingeranno a prendere strade diverse. Pietro girerà il mondo alla ricerca di sé stesso, trovando un nuovo equilibrio scalando le vette tibetane; Bruno, invece, si inselvatichirà e si chiuderà sempre più in sé, incapace di lasciare la montagna dove è nato e cresciuto: due atteggiamenti di fronte alla vita che si rispecchiano nella metafora buddista delle "otto montagne" che circondano il mondo: è meglio fare il loro giro oppure rimanere al centro senza muoversi? Dal romanzo di Paolo Cognetti (vincitore del premio Strega), sceneggiato da una coppia di registi belgi (lei, in precedenza solo sceneggiatrice dei film di lui, firma qui la sua prima co-regia), una storia di amicizia ad ampio raggio (temporale e geografico), focalizzata su due personaggi agli opposti eppure in grande sintonia, accomunati soprattutto dall'amore per la montagna e dal rifiuto dei compromessi e dell'adattarsi alla vita "cittadina". Il soggetto è notevole, i temi profondi, i personaggi in grado di catturare lo spettatore, che potrebbe identificarsi nell'uno o nell'altro: peccato che l'esecuzione sia un po' zoppicante, soprattutto a livello di scrittura, con dialoghi e passaggi da fiction televisiva. Anche recitazione e regia non brillano più di tanto. Almeno ci sono bei paesaggi. Girato in 4:3. Premio della giuria a Cannes.

22 maggio 2023

La caduta degli dei (Luchino Visconti, 1969)

La caduta degli dei
di Luchino Visconti – Italia/Germania 1969
con Helmut Berger, Dirk Bogarde, Ingrid Thulin
***

Rivisto in divx, per ricordare Helmut Berger.

Nel febbraio del 1933, la stessa notte dell'incendio del Reichstag che favorirà l'ascesa di Hitler, l'aristocratica famiglia von Essenbeck si riunisce attorno al suo decano, il barone Joachim (Albrecht Schönhals), per festeggiarne il compleanno. Presidente delle acciaierie di famiglia, che ha saputo tenere a galla durante i difficili anni della guerra e del dopoguerra, per ingraziarsi il nuovo potere il barone medita controvoglia di nominare alla vicepresidenza il nipote Konstantin (Reinhard Kolldehoff), simpatizzante di Hitler e membro delle SA, esautorando Herbert (Umberto Orsini), marito dell'altra nipote Elisabeth (Charlotte Rampling), che invece è apertamente ostile al nascente regime. La notte stessa, però, il barone viene assassinato nel suo letto, e il controllo dell'acciaieria passa all'ambizioso dirigente Friedrich (Dirk Bogarde), amante di Sophie (Ingrid Thulin), vedova dell'unico figlio del barone (morto in guerra) e madre del giovane Martin (Helmut Berger), un ragazzo dissoluto, in balia delle proprie perversioni (si veste da donna per fare il verso a Marlene Dietrich, ha tendenze pedofile e incestuose) e facilmente manipolabile tanto dalla madre quanto da Aschenbach (Helmut Griem), lontano cugino che fa parte delle SS. Ispirandosi alle tragedie di Shakespeare (il Macbeth su tutti, ma in parte anche l'Amleto), e con un titolo wagneriano, il primo film della cosiddetta "trilogia tedesca" di Visconti (seguiranno "Morte a Venezia" e "Ludwig") rilegge gli anni dell'avvento del nazismo in Germania attraverso intrighi e lotte di potere all'interno di una famiglia. I paralleli fra la dissoluzione della società, le storture della dittatura e della politica e le perversioni individuali sono evidenti, e la regia di Visconti (aiutato dalla bella fotografia colorata di Pasqualino De Santis e Armando Nannuzzi, degna a tratti di un film horror) li cattura in profondità, avvolgendo lo spettatore in una spirale di morte, follia e decadenza. La pellicola è intensa e molto carica, con alcune scene che si trascinano a lungo (su tutte quella della festa/orgia delle camice brune a Bad Wiessee, prima di essere trucidati dalle SS durante la "notte dei lunghi coltelli") e un'impostazione corale, anche se Berger (che aveva già recitato per Visconti due anni prima, in un episodio de "Le streghe") ne è in un certo senso il protagonista principale. Nel cast anche Renaud Verley (lo studente Günther, figlio di Konstantin), Florinda Bolkan, Nora Ricci. I costumi sono di Piero Tosi, il montaggio di Ruggero Mastroianni, le musiche di Maurice Jarre. La famiglia von Essenbeck è ispirata ai Krupp, proprietari dell'omonima e storica acciaieria di Essen che forgiò armi e cannoni per i nazisti durante la guerra.

20 maggio 2023

La guerra ed il sogno di Momi (S. de Chomón, 1917)

La guerra ed il sogno di Momi
di Segundo de Chomón – Italia 1917
con Stellina Toschi, Alberto Nepoti
***

Visto su YouTube.

Rimasto impressionato dalla lettera inviata a casa dal padre (Alberto Nepoti), ufficiale italiano che sta combattendo al fronte contro gli austriaci nella prima guerra mondiale, il piccolo Momi (Stellina Toschi) sogna una vera e propria guerra fra i suoi giocattoli preferiti, i due burattini Trik e Trak, ciascuno dei quali è alla guida di un esercito di propri alter ego. "Remake" esteso del cortometraggio "Il sogno del bimbo d'Italia" del 1915, questo mediometraggio è uno dei capolavori del regista spagnolo Segundo de Chomón, specialista degli effetti speciali che da qualche anno si era trasferito in Italia, dove aveva collaborato anche al kolossal "Cabiria" di Pastrone. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti: nella prima, di una quindicina di minuti, viene raccontato un episodio della guerra "reale", sulle Alpi, in cui gli uomini guidati dal padre di Momi salvano un pastorello e sua madre dai nemici che avevano occupato la loro casa. L'episodio è realistico, anche grazie alle riprese in esterni sulla montagna innevata. Il pezzo forte, però, è il secondo segmento, quello del sogno di Momi, dove Chomón dà sfogo alla sua fantasia con echi del cinema di Méliès. I due eserciti di giocattoli (di fatto è un "Toy Story" ante litteram!) si scontrano nelle trincee ma danno vita anche a una guerra non convenzionale, con armi fantascientifiche (il cannone Kolossal) e chimiche (fumi di gas asfissiante, che viene risucchiato e "imbottigliato" dagli avversari), per non parlare di una battaglia aerea fra biplani e dirigibili, con tanto di bombardamento sui villaggi sottostanti e un incendio che viene spento... con una bottiglia di selz. L'animazione in stop motion (tecnica che Chomón aveva già utilizzato più volte in passato, per esempio ne "Le théâtre de petit Bob" o nel seminale "L'hotel elettrico" del 1908) è assolutamente pregevole per l'epoca, ma quello che stupisce è la portata – e la lunghezza – del segmento animato, che dura quasi mezz'ora. Il che ne fa un caposaldo imprescindibile del nascente cinema di animazione. E rispetto alle fonti di ispirazione ("Il sogno del bimbo d'Italia", ma anche l'ancor precedente "Il sogno patriottico di Cinessino", che però non prevedeva una sequenza a passo uno con i giocattoli), il libero sfogo della fantasia ha assolutamente predominanza sui temi patriottici e propagandistici, cosa curiosa se pensiamo che eravamo in pieno conflitto (ma nemmeno tanto: dopo due anni di guerra, in molti era ormai subentrata una certa disillusione e un rifiuto della retorica bellica degli inizi).

19 maggio 2023

Il sogno del bimbo d'Italia (R. Cassano, 1915)

Il sogno del bimbo d'Italia
di Riccardo Cassano – Italia 1915
con Eraldo Giunchi
*1/2

Visto su Teca Tv.

Quando il padre parte per combattere contro gli austriaci nelle trincee della Grande Guerra, il piccolo Cinessino (Giunchi) consola la madre affranta. Più tardi, giocando con i suoi soldatini, si addormenta sognando di essere un generale che li conduce alla vittoria. Il suo sogno si avvererà con il ritorno a casa del padre, ferito ma decorato per essersi fatto valere in battaglia. Distribuito a ottobre, è quasi un "remake" del precedente "Il sogno patriottico di Cinessino" (uscito ad aprile, dunque prima che l'Italia entrasse in guerra, e ambientato perciò in Libia). Oltre che per un tono leggermente meno patriottico e più focalizzato sui rapporti famigliari, questo corto si distingue dal precedente per la sequenza del sogno del bambino, in cui assistiamo a scene di battaglia animate a passo uno con soldatini, barche, treni e aerei giocattolo. L'intera sequenza dura poco più di un minuto ed è molto rozza e amatoriale, ma servirà da base per lo spagnolo Segundo de Chomón quando, nel 1917, realizzerà l'eccellente (e più sofisticato) "La guerra ed il sogno di Momi". Nel complesso, questo corto rimane interessante come documentazione dei primi modi in cui l'industria dell'intrattenimento e della cultura italiana guardava al conflitto appena scoppiato.

Il sogno patriottico di Cinessino (G. Righelli, 1915)

Il sogno patriottico di Cinessino
di Gennaro Righelli – Italia 1915
con Eraldo Giunchi
*1/2

Visto su YouTube.

Dopo aver ricevuto una lettera dal padre, soldato italiano impegnato nella campagna in Libia, il piccolo Cinessino (Giunchi, uno dei primi attori bambini del cinema italiano: il nome del suo personaggio, protagonista di numerosi film fra il 1913 e il 1915, derivava da quello della casa di produzione Cines, di cui era di fatto la mascotte) sogna di vestirsi da bersagliere e di recarsi sul fronte africano a combattere a sua volta contro gli arabi. Nel suo sogno, il bambino si batte coraggiosamente, riceve una medaglia, e riesce addirittura a salvare il padre (e la bandiera italiana) sul campo di battaglia. Breve cortometraggio propagandistico prodotto nell'aprile del 1915, il film è degno di nota per aver ispirato altre due pellicole decisamente più interessanti: "Il sogno del bimbo d'Italia", altro corto sempre con Giunchi come protagonista, uscito nell'ottobre dello stesso anno e in cui i nemici sono diventati gli austriaci (era cominciata la prima guerra mondiale!), ma soprattutto il mediometraggio "La guerra ed il sogno di Momi" del 1917, diretto dallo spagnolo Segundo de Chomón, entrambi caratterizzati da "effetti speciali" e animazione a passo uno, assente invece in questo prototipo che, dal punto di vista tecnico, non offre molto da segnalare. Rimane però un interessante documento di come il primo periodo dell'Italia colonialista veniva visto attraverso un linguaggio, quello cinematografico, nato da poco ma che stava già compiendo passi da gigante in termini di spettacolo e di trasmissione di messaggi sociali e politici.

9 aprile 2023

Il cammino della speranza (P. Germi, 1950)

Il cammino della speranza
di Pietro Germi – Italia 1950
con Raf Vallone, Elena Varzi
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la chiusura della solfara locale, che dava loro lavoro e sostentamento, i minatori di un villaggio siciliano decidono di partire con le loro famiglie per trasferirsi tutti in Francia, allettati dalle parole di una "guida" (Saro Urzì) che si offre di condurli a destinazione clandestinamente, superando controlli e confini. Il viaggio sarà lungo, duro e difficile: alcuni si perderanno, altri sceglieranno di tornare indietro, ma alla fine un gruppo di emigranti raggiungerà la terra promessa. Ispirato a un fatto vero raccontato nel romanzo "Cuori negli abissi" di Nino Di Maria, nonché alla reale chiusura della solfara Ciavolotta in provincia di Agrigento, una pellicola di impianto corale, forse più importante che bella, sceneggiata da Federico Fellini e Tullio Pinelli (che avevano collaborato con Germi già l'anno precedente per "In nome della legge"). Oltre al tema dell'emigrazione, racconta anche di un'Italia spaccata in due, fra l'arretratezza delle zone rurali e la vita moderna della grande città (nell'episodio di Lorenza, la ragazza che si perde durante la sosta a Roma); degli ostacoli posti dall'autorità e dalla burocrazia; della convivenza fra abitanti di regioni differenti (i siciliani e i bergamaschi, assunti dallo stesso fattore per aiutarlo col raccolto); delle lotte sociali fra poveri (scioperanti contro crumiri, ma entrambi repressi dalle forze dell'ordine). I molti personaggi del cast hanno storie e vicende personali che procedono per lo più in parallelo. E a tratti la vicenda si fa melodrammatica, come nel caso del duello rusticano sulla neve delle Alpi fra il protagonista Saro (Raf Vallone) e il "bandito" Vanni (Franco Navarra) per l'amore della bella Barbara (Elena Varzi). La colonna sonora è di Carlo Rustichelli, ma a spiccare è soprattutto la canzone popolare "Vitti 'na crozza" del compositore Franco Li Causi, divenuta poi molto celebre. Apprezzato da pubblico e critica, anche internazionale (vinse premi a Cannes e Berlino), il film suscitò polemiche politiche in patria per la sua rappresentazione della "disoccupazione postbellica".

31 marzo 2023

Cabiria (Giovanni Pastrone, 1914)

Cabiria
di Giovanni Pastrone – Italia 1914
con Umberto Mozzato, Bartolomeo Pagano
***

Visto su YouTube.

Nel terzo secolo avanti Cristo, la piccola Cabiria (Lidia Quaranta) – figlia di un ricco nobile catanese – è rapita dai pirati fenici e venduta a Cartagine come schiava. Il sacerdote Karthalo progetta di sacrificarla al dio Moloch, ma sarà salvata dal romano Fulvio Axilla (Umberto Mozzato) e dal suo fedele servo Maciste (Bartolomeo Pagano). La sua storia si intreccia con le vicende della guerra fra romani e cartaginesi, e coinvolge molte importanti figure storiche: da Asdrubale ad Annibale, da Archimede a Scipione, da Massinissa (Vitale De Stefano) a Sofonisba (Italia Almirante Manzini). Il più importante film muto italiano è anche il primo vero grande kolossal della storia del cinema, una pellicola influente che ha ispirato cineasti come David Wark Griffith (per il suo "Intolerance") e ha di fatto canonizzato le due ore (abbondanti) di durata come lungometraggio cinematografico. A dire il vero, l'anno precedente c'era stato già il "Quo vadis?" di Enrico Guazzoni, al quale "Cabiria" è debitore in molte cose (compreso il personaggio di Maciste, ispirato all'Ursus del romanzo di Sienkiewicz). Ma Pastrone – e la torinese Itala Film, che produsse la pellicola – alzano notevolmente la posta: il film è sontuoso sotto ogni aspetto, dai curatissimi costumi alle sofisticate scenografie teatrali di Luigi Romano Borgnetto e Camillo Innocenti (da ricordare soprattutto l'esterno e l'interno del tempio di Moloch, con l'enorme faccione e la statua che divora i ragazzi da sacrificare: Fritz Lang se ne ricorderà nel suo "Metropolis"; ma anche i palazzi di Asdrubale e Siface, nonché le scene di battaglia e quelle in esterni, girate per esempio sulle Alpi o nel deserto algerino), dagli effetti visivi e fotografici (opera dello spagnolo Segundo de Chomón, che iniziò proprio allora una collaborazione con le case di produzione italiane) all'uso pionieristico del carrello nelle inquadrature (per la prima volta si fa un utilizzo estensivo di movimenti – pur lenti – di macchina in avanti e in indietro, e non solo lateralmente o verticalmente). Tutto questo compensa una trama piuttosto episodica (siamo ancora in una fase di passaggio dal cinema delle attrazioni – la locandina parla di "visione storica" – a quello più prettamente narrativo) e non troppo originale, per la quale Pastrone si ispirò non solo al citato "Quo vadis?" ma anche e soprattutto ai romanzi "Cartagine in fiamme" di Emilio Salgari e "Salammbô" di Gustave Flaubert.

L'enorme successo (anche internazionale: divenne il primo film proiettato alla Casa Bianca!) fu dovuto inoltre all'intuizione di fondere l'intrattenimento "basso" e popolare – come quello cinematografico era ancora percepito – con velleità artistiche di più alto livello: venne infatti coinvolto il poeta Gabriele d'Annunzio (che nei cartelli e nei materiali promozionali è talvolta indicato come il principale autore della pellicola!), che collaborò alla scrittura degli intertitoli, con uno stile estremamente "aulico", e alla scelta dei nomi dei personaggi (compresi Cabiria e Maciste, due nomi che resteranno nella storia del cinema e della cultura italiana). Proprio il forzuto Maciste diventerà un beniamino del pubblico: interpretato da uno scaricatore del porto di Genova, sarà riproposto per tutti gli anni dieci e venti in una serie di pellicole di grande successo e di ambientazione contemporanea, mentre negli anni sessanta, invece, si riavvicinerà alle sue origini con una serie di peplum a tema mitologico. Costata ben un milione di lire dell'epoca (venti volte il costo di un normale film), la versione originale di "Cabiria" durava oltre tre ore, anche se ne circolavano versioni più corte, e poteva contare (pur trattandosi di un film muto) su una colonna sonora per coro e orchestra, composta per l'occasione e da eseguirsi in maniera "sincronizzata" con la proiezione. Commissionata al compositore Ildebrando Pizzetti, fu in realtà realizzata quasi interamente (a parte la "Sinfonia del fuoco" che doveva accompagnare la scena del sacrificio a Moloch) dal suo allievo Manlio Mazza. Oggi "Cabiria" può apparire un film datato sotto molti aspetti (dopotutto, già l'anno seguente "Nascita di una nazione" di Griffith cambiava radicalmente il linguaggio del cinema attraverso il montaggio), ma se lo si guarda nella giusta prospettiva rappresenta ancora un'esperienza estremamente appagante. Curiosità: il museo del cinema di Torino, all'interno della Mole Antonelliana, ospita tuttora numerosi documenti e oggetti di scena della pellicola, compresa la gigantesca statua del dio Moloch usata nella scena del sacrificio.

11 marzo 2023

Chung Kuo, Cina (Michelangelo Antonioni, 1972)

Chung Kuo, Cina
di Michelangelo Antonioni – Italia 1972
***

Visto in TV (RaiPlay).

Documentario sulla Cina popolare, "appunti filmati" che formano un taccuino di viaggio che cerca di ritrarre la vita quotidiana degli abitanti ed esplorare l'organizzazione sociale e statale di un paese a quel tempo ancora del tutto impenetrabile ed elusivo per gli occidentali, colto nel bel mezzo della "rivoluzione culturale" voluta da Mao Tse-tung. Realizzato da Antonioni insieme al giornalista Andrea Barbati, e trasmesso dalla Rai in tre puntate, fu uno dei rari casi di quegli anni in cui a un cineasta straniero fu concesso di girare per il paese. In effetti Antonioni fu invitato espressamente dal governo cinese, sotto gli auspici del primo ministro del consiglio di stato Zhou Enlai, favorevole a una timida apertura all'occidente, anche se in seguito il film venne duramente criticato da altri membri dell'establishment (a cominciare dalla moglie di Mao e dalla "banda dei quattro"), che erano invece ostili a questi segnali (e anche in Italia venne male accolto da chi, da sinistra, sperava che il regista cogliesse l'occasione per celebrare retoricamente la rivoluzione comunista, anziché catturare la banalità del quotidiano). Accompagnato da una voce narrante mai invadente, il film documenta come può la realtà cinese di quegli anni, operosa nelle aree urbane e relativamente povera e arretrata soprattutto nelle zone rurali, ma molto ben organizzata a livello sociale (e naturalmente monolitica politicamente e culturalmente, almeno all'apparenza). Un paese vasto, misterioso, affascinante, che sotto la superficie mostrata dalle immagini (spesso catturate in segreto, nascondendo la macchina da presa per cogliere meglio la realtà quotidiana) lascia l'impressione che molto rimanga ancora nascosto, sommerso e impenetrabile. Antonioni e l'operatore Luciano Tovoli cominciano il loro viaggio da Pechino (dove visitano anche la Città Proibita e la Grande Muraglia), si spostano poi in zone più rurali o montuose (l'Honan, la valle dello Yangtze), passano per Suzhou, Nanchino e infine Shanghai (all'epoca, con dieci milioni di abitanti, la maggiore metropoli cinese). Osservano i lavoratori, gli operai, i contadini, i mercanti, gli studenti. Visitano città (il film si apre a piazza Tienanmen, "il grande spazio silenzioso che rappresenta il centro del mondo per i cinesi": il titolo del documentario, "Chung Kuo", significa appunto "il paese del centro"), campagne, scuole, ospedali, fabbriche, mercati, villaggi, comuni agricole, industrie, grandi porti fluviali... e infine la pellicola (che si apriva sui titoli di testa con i canti patriottici dei bambini di un asilo) si conclude con una lunga rappresentazione circense-acrobatica. L'unico filo conduttore, narrativamente parlando, è quello dell'osservazione: non si intende "spiegare" la Cina, ma ritrarne gli abitanti, i volti, le attività, lo scorrere di una vita altamente organizzata ma che sembra dipanarsi senza l'ansia o la fretta che in quegli anni connotava invece l'occidente. Il ritmo è perciò assai rilassato, le sequenze si prendono il loro tempo (la durata complessiva del film sfiora le quattro ore) e a volte si soffermano a lungo su persone che praticano tai chi, bambini che giocano o cantano inni di propaganda, contadini che lavorano o passanti in bicicletta. Il montaggio è di Franco Arcalli, la consulenza musicale di Luciano Berio.

9 marzo 2023

Il coltello di ghiaccio (Umberto Lenzi, 1972)

Il coltello di ghiaccio
di Umberto Lenzi – Italia/Spagna 1972
con Carroll Baker, Alan Scott
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

La giovane inglese Martha Caldwell (Carroll Baker), diventata muta a tredici anni per un trauma in seguito all'incidente ferroviario in cui sono morti i suoi genitori, è ospite nella villa fra i Pirenei dello zio Ralph (George Rigaud), anziano professore esperto di occultismo. Quando nella zona cominciano a verificarsi strani omicidi, apparentemente opera di una setta satanica e le cui vittime sono ragazze come lei, il suo medico curante Laurent (Alan Scott) inizia a preoccuparsi della sua incolumità... Giallo-thriller con evidente ispirazione a "La scala a chiocciola" di Siodmak (vedi l'handicap della protagonista). Ma l'ambientazione, un villaggio nella Spagna settentrionale avvolto nella nebbia, e il nutrito numero di personaggi da sospettare – in primis proprio il medico, il dottor Laurent, ma anche l'autista dello zio, l'ambiguo Marcos (Eduardo Fajardo), per non parlare dell'ispettore Duran (Franco Fantasia), del sindaco, del prete del villaggio, e naturalmente dello stesso zio – fanno sì che la pellicola, nonostante alcuni difetti (l'abuso di zoom, o la recitazione sopra le righe, per esempio), funzioni bene proprio come giallo. Lo sviluppo lascia infatti lo spettatore sulle spine riguardo l'identità del colpevole fino alla fine, fra evidenti red herring (il giovane hippie satanista che si accampa nel cimitero) e indizi più sottili, rendendo impossibile fissarsi su un solo sospetto. E la risoluzione finale coglie in effetti di sorpresa, ricontestualizzando comunque immagini e flashback visti in precedenza (a partire dal ricordo ricorrente di una cruenta corrida). Si tratta della quarta e ultima collaborazione fra Lenzi e la Baker. Nel cast anche Evelyn Stewart (la cugina di Martha, prima vittima dell'assassino), Mario Pardo (il giovane drogato), Lorenzo Robledo (il vice ispettore), Silvia Monelli (la governante), Rosa Marìa Rodriguez (Christina, la nipote del prete). Il titolo proviene da una frase attribuita ad Edgar Allan Poe (ma in realtà apocrifa): "La paura è un coltello di ghiaccio che lacera i sensi fino al fondo della coscienza".

8 marzo 2023

Una pistola per cento bare (U. Lenzi, 1968)

Una pistola per cento bare
di Umberto Lenzi – Italia/Spagna 1968
con Peter Lee Lawrence, John Ireland
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Jim (Peter Lee Lawrence), testimone di Geova refrattario per fede all'uso della violenza, si trasforma in pistolero per vendicare la morte dei suoi genitori, uccisi nel loro ranch da un gruppo di quattro assassini. Dopo aver rintracciato ed eliminato i primi tre, scopre che il quarto, il texano Corbett (Piero Lulli), è a capo di una banda che progetta di rapinare la banca di un villaggio. Si trasferisce dunque lì, in attesa dei banditi, e viene incaricato di difendere la città insieme a un misterioso predicatore itinerante (John Ireland). Spaghetti western (il secondo di Lenzi, dopo "Tutto per tutto") piuttosto convenzionale, nonostante le premesse particolari che però non hanno grande rilevanza nel resto della storia. Nei primi minuti gli eventi si succedono molto in fretta (persino sui titoli di testa), per poi rallentare nella parte centrale. I personaggi sono stereotipati e senza una grande personalità, e molti elementi sembrano introdotti tanto per far numero (il gruppo di pazzi incarcerati, per esempio). Franco Pesce è il vecchietto cassamortaro. Inutile la figura femminile (Gloria Osuna). Qualche (non certo imprevedibile) colpo di scena nel finale.

19 gennaio 2023

Pane, amore e gelosia (L. Comencini, 1954)

Pane, amore e gelosia
di Luigi Comencini – Italia 1954
con Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida
***

Visto in TV (RaiPlay).

Proseguono le vicende del maresciallo dei carabinieri Antonio Carotenuto (De Sica), della bella "Bersagliera" Maria (Gina Lollobrigida) e degli altri abitanti di Sagliena (immaginario paese sulle montagne abruzzesi), da dove si erano interrotte nel precedente "Pane, amore e fantasia". Visto l'enorme successo di quella pellicola, infatti, l'anno successivo venne prodotto un sequel con il medesimo cast e troupe e girato negli stessi luoghi. Questo secondo capitolo racconta cosa succede dopo il "lieto fine": le due coppie formatesi nel precedente film vengono messe a rischio da inattesi conflitti e gelosie, causati in parte dal regolamento dell'arma che impedisce ai carabinieri di fidanzarsi con le ragazze locali. Pietro (Roberto Risso), trasferito in un paese vicino, si raccomanda col maresciallo affinché vigili su Maria, ma le chiacchiere delle malelingue gli fanno credere che fra i due ci sia una tresca; le voci arrivano anche ad Annarella (Marisa Merlini), che peraltro ha già dei dubbi sul matrimonio con Antonio, anche perché all'improvviso ricompare il padre (Nico Pepe) del suo figlioletto Ottavio, intenzionato a riprendersela con sé. Rispetto al film precedente, questo è meno attento al realismo e al lato "antropologico", e più ricco di gag (si pensi alla scena della lettera di dimissioni, o ai due pranzi di battesimo presso le famiglie rivali) e di attenzione ai personaggi (alla sceneggiatura ha collaborato anche Eduardo De Filippo). Ha anche momenti drammatici (la "rottura" fra le due coppie) ed è forse meno organico, ma non certo meno indovinato per atmosfere e leggerezza. Nel finale, la "Bersagliera" è tentata brevemente di dedicarsi al teatro, attratta da una compagnia itinerante e dal ruolo di "sciantosa", prima di riappacificarsi con Pietro e trasferirsi nel paese di lui, in Trentino. La Lollo sarà sostituita da Sophia Loren (e Comencini da Dino Risi) nel terzo film della serie, intitolato semplicemente "Pane, amore e...". Nel cast ritornano Tina Pica (la domestica del maresciallo), Virgilio Riento (il parroco) e Maria Pia Casilio (l'intrigante Roberta). Saro Urzì è il capocomico, Yvonne Sanson la nuova levatrice del villaggio nella scena finale.

17 gennaio 2023

Pane, amore e fantasia (L. Comencini, 1953)

Pane, amore e fantasia
di Luigi Comencini – Italia 1953
con Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida
***

Visto in TV (RaiPlay), per ricordare Gina Lollobrigida.

Il maresciallo Antonio Carotenuto (De Sica), appena trasferito nel piccolo paese appenninico di Sagliena per dirigere la locale caserma dei carabinieri, fa la conoscenza della giovane ed esuberante Maria, detta "la Bersagliera" (Lollobrigida), una ragazza povera ma molto bella e vivace, che per questo motivo ha la fama (in un paese dove tutti sparlano di tutti) di essere di facili costumi. In realtà Maria è una ragazza onesta, segretamente innamorata di Pietro (Roberto Risso), un giovane carabiniere di stanza nel villaggio, troppo timido per dichiararsi a sua volta. Quando capirà come stanno le cose, Carotenuto favorirà la loro relazione, e nel frattempo troverà anche lui l'amore nelle braccia di Annarella (Marisa Merlini), la levatrice del villaggio. Da una sceneggiatura di Ettore Margadonna (che modellò il paese dove si svolge la vicenda sul proprio luogo natìo, ovvero Palena in Abruzzo: ma il film venne girato a Castel San Pietro Romano nel Lazio), uno dei capostipiti della commedia all'italiana, una pellicola ricca di equivoci che ebbe un eccezionale riscontro di pubblico, lanciò la Lollo nell'olimpo delle attrici più note del paese (e più tardi del mondo, visto che sbarcò a Hollywood) e diede origine a tutto un filone caratteristico (a partire da tre sequel ufficiali, "Pane, amore e gelosia" (1954) dello stesso Comencini, "Pane, amore e..." (1955) di Dino Risi, e "Pane, amore e Andalusia" (1958) di Javier Setó) che, in un certo senso, ha condotto fino a "Benvenuti al Sud". I personaggi vivono in un microcosmo (il paesino isolato sui monti) pigro e caratteristico, dove ogni evento è oggetto di chiacchiere e speculazioni, e ogni storia d'amore è conosciuta da tutti: è un paese ancora arretrato, con le ferite del dopoguerra (la case diroccate dai bombardamenti), le antiche superstizioni (il "miracolo" di Sant'Antonio), la delicata convivenza fra stato e chiesa (ma qui il prete locale, in parroco interpretato da Virgilio Riento, è alleato del protagonista, a differenza del coevo "Don Camillo") e i primi accenni di modernità (il venditore ambulante) in un ambiente ancora caratterizzato da povertà e antichi modi di vivere ("Si va a letto con le galline"). Nel cast anche Tina Pica (Caramella, la domestica del maresciallo), Maria Pia Casilio, Vittoria Crispo, Guglielmo Barnabò. Musiche popolari di Alessandro Cicognini. Il progetto iniziale (il cui titolo doveva essere semplicemente "Pane e fantasia", come ciò che uno degli abitanti del villaggio dice al maresciallo di star mangiando) prevedeva Gino Cervi come protagonista. De Sica lo sostituì dopo che il produttore Marcello Girosi, suo amico, ottenne dal corpo dei carabinieri il beneplacito per girare quella che in un primo momento poteva sembrare una pellicola lesiva dell'onore dell'arma.

13 gennaio 2023

L'uomo dalla croce (R. Rossellini, 1943)

L'uomo dalla croce
di Roberto Rossellini – Italia 1943
con Alberto Tavazzi, Roswita Schmidt
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

In Ucraina, nell'estate del 1942, fra le truppe italiane impegnate sul fronte russo della seconda guerra mondiale c'è anche un cappellano militare (Alberto Tavazzi) che reca conforto non solo ai propri commilitoni feriti, ma anche alla popolazione civile (aiutando una donna a partorire) e persino ai soldati nemici. La terza pellicola della cosiddetta "trilogia della guerra fascista" di Rossellini, dopo i precedenti "La nave bianca" (1941) e "Un pilota ritorna" (1942), è un film di propaganda pieno di retorica umanista e religiosa ("Il trionfo del bene contro il male", recitava la frase di lancio), prima ancora che bellica e patriottica. Certo, i soldati italiani sono ritratti come disciplinati, organizzati ed efficienti, mentre i sovietici sono malridotti, codardi e infidi. Ma il cuore della storia, più che nelle vicende della guerra, si concentra in quelle spirituali. La didascalia finale dedica il film «alla memoria dei cappellani militari caduti nella crociata contro i "senza dio"», e infatti la sceneggiatura (da un soggetto del giornalista fascista Asvero Gravelli) sottolinea a più riprese il disprezzo dei militari bolscevichi verso le "superstizioni cristiane", mentre naturalmente i poveri abitanti dei villaggi (essenzialmente donne e bambini) accolgono con favore la parola biblica portata dal protagonista. Buone, in ogni caso, le scene di battaglia, realizzate con discreto dispiego di mezzi (anche molti carri armati). Fra i pochi personaggi degni di nota di un film che, protagonista a parte (ispirato alla figura reale di padre Reginaldo Giuliani, cappellano fascista morto nel 1936 durante la guerra d'Etiopia), è perlopiù corale, ci sono il russo Sergej (Antonio Marietti) e la sua compagna Irina (Roswita Schmidt), in particolare quest'ultima, miliziana indottrinata e ostile all'occidente, ma che di fronte alla morte rivela il proprio passato tragico e accetta il conforto portatogli dal cappellano. Quanto ai soldati italiani, come nei film precedenti sono ritratti come un miscuglio di giovani di varia provenienza ed estrazione sociale, attraverso l'uso di dialetti. Gli attori sono in gran parte non professionisti. Musiche di Renzo Rossellini.

11 gennaio 2023

Scipione detto anche l'Africano (L. Magni, 1971)

Scipione detto anche l'Africano
di Luigi Magni – Italia 1971
con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Davanti al senato romano, Catone il Censore (Vittorio Gassman) accusa i fratelli Publio Scipione, detto l'Africano (Marcello Mastroianni), e Lucio Scipione, detto l'Asiatico (Ruggero Mastroianni), comandanti dell'esercito, di essersi "intascati" un ricco tributo di cinquecento talenti destinato dal re della Siria alla repubblica di Roma. Quando l'Africano, celebrato eroe di guerra (ha sconfitto i cartaginesi nella seconda guerra punica) nonché uomo onesto e incorruttibile, e come tale amato e idolatrato dal popolo, scopre che il responsabile è suo fratello, sarebbe anche pronto a denunciarlo. Non si rende conto però che Catone non è alla ricerca della verità, ma vuole solo impedire che un uomo come lui possa diventare troppo popolare, ingombrante e dunque "scomodo". Ispirato alle vicende reali dei "processi degli Scipioni", un peplum decisamente originale per temi, forma e confezione, a metà strada fra la ricostruzione storica e la satira politica (e umanistica) in chiave moderna. Caratterizzato da una teatralità quasi pasoliniana, con dialoghi e battute in romanesco e scenografie pauperistiche (è girato tutto in esterni, fra campagne e antiche rovine: le riprese sono state effettuate in gran parte a Pompei, ma anche a Paestum, nella Villa Adriana a Tivoli e presso la necropoli etrusca di Sovana), il film mette in scena i germi della decadenza di una Roma che dimentica il proprio passato, celebra ipocritamente eroi di cui non ha bisogno, si mostra cinica davanti ai valori morali ("Il più pulito c'ha la rogna"), dove gli schiavi non vogliono essere liberati e, quando ci si trova davanti a un uomo troppo grande, fedele e perfetto (dunque "non umano"), questi viene ripudiato e considerato fastidioso. Scipione stesso, pur di scendere dal piedistallo, sceglierà di autoaccusarsi e di distruggere la propria immagine pubblica, ma così facendo non otterrà che di esporre in piena luce le ipocrisie di tutti gli altri. Molto interessante il cast, con i due fratelli Mastroianni (Ruggero, celebre montatore, recita qui per l'unica volta in carriera) che interpretano a loro volta due fratelli. Silvana Mangano è Emilia, la moglie di Scipione. Turi Ferro è nientemeno che Giove Capitolino, con il quale Scipione ha una serie di conversazioni private. Woody Strode è Massinissa, re di Numidia e antico compagno d'armi del protagonista. Wendy D'Olive è Licia, la servetta "invisibile". Colonna sonora del flautista Severino Gazzelloni.

17 ottobre 2022

Thaïs (Anton Giulio Bragaglia, 1917)

Thaïs
di Anton Giulio Bragaglia [e Riccardo Cassano] – Italia 1917
con Thaïs Galitsky, Ileana Leonidoff
*1/2

Visto su YouTube.

La contessa Vera "Nitchevo" Preobrajenska, nota nei circoli letterari con lo pseudonimo Thaïs (come il personaggio dell'opera di Massenet, ispirato a Santa Taide, e non alla Taide di Terenzio e Dante), ama i giochi e le feste, dove si prende gioco dei suoi numerosi corteggiatori. Fra questi spiccano Oscar, puro e dall'animo nobile, e il Conte di San Remo, di cui è innamorata la sua amica Bianca, danzatrice e cavallerizza. Quando Thaïs, per divertimento, seduce il Conte, Bianca per disperazione si lancia in una corsa disperata a cavallo, cade e muore. Per espiare il rimorso, anche Thaïs si suicida, rinchiudendosi nella "stanza segreta" della propria villa e riempendola di gas velenoso. Unico dei quattro film realizzati da Bragaglia nel 1917 a essere sopravvissuto, almeno in parte (l'unica copia esistente, con i titoli in francese, intitolata "Les possédées" e conservata nella Cinémathèque française di Parigi, dura 35 minuti contro i 60 della versione originale, stando al visto della censura), il film è considerato da alcuni critici come un esempio di "cinema futurista", corrente che Bragaglia ammirava e sosteneva, pur non avendo sottoscritto il "Manifesto del cinema futurista" proposto da Marinetti nel 1916. In realtà, a parte le interessanti scenografie ideate dal pittore Enrico Prampolini per la villa di Thaïs (con forme geometriche, astratte o decorative sulle pareti, come labirinti, triangoli, cerchi ed enormi occhi) e una certa libertà di linguaggio, c'è poco di innovativo, sperimentale, simbolico o appunto futuristico nella pellicola e nella vicenda che racconta, un melodramma poco interessante e realizzato in maniera alquanto amatoriale, se paragonato ad altri film girati in contemporanea (senza scomodare i kolossal di Pastrone, basti pensare a Nino Oxilia). I surrealisti, negli anni venti, produrranno pellicole ben più estreme. Qui c'è carenza dal punto di vista narrativo e, soprattutto, cinematografico: i numerosissimi cartelli si assumono il compito di fare ordine e raccontare una storia che le immagini, con sequenze brevi, statiche (con poche eccezioni, per lo più nel finale: la sequenza della cavalcata di Bianca e quella del suicidio di Thaïs) e slegate le une dalle altre, suggeriscono soltanto. Non aiuta la scarsa qualità della copia esistente (mai restaurata ufficialmente). Le due protagoniste erano attrici teatrali russe.

9 ottobre 2022

A ciascuno il suo (Elio Petri, 1967)

A ciascuno il suo
di Elio Petri – Italia 1967
con Gian Maria Volonté, Irene Papas
***

Visto in TV (RaiPlay).

In un paesino siciliano (mai menzionato, ma è Cefalù), Arturo Manno (Luigi Pistilli), farmacista locale e noto "sciupafemmine", riceve misteriose lettere anonime che lo minacciano di morte. Quando viene ucciso durante una battuta di caccia insieme all'amico Roscio, tutti pensano a un "delitto d'onore" (vengono sospettati i parenti di una servetta con cui aveva una relazione) e che Roscio sia rimasto coinvolto solo in quanto testimone. Ma Paolo Laurana (Gian Maria Volonté), insegnante e amico delle due vittime, comincia a indagare per proprio conto, insospettito dal fatto che le lettere anonime ricevute da Arturo erano state confezionate con ritagli de "L'osservatore romano", una lettura improbabile per dei poveri contadini; e scopre che forse era proprio Roscio il vero obiettivo dell'agguato, avendo minacciato di rivelare i loschi traffici dell'avvocato Rosello (Gabriele Ferzetti), influente notabile del paese e cugino di sua moglie Luisa (Irene Papas)... Tratto dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è il primo film di Elio Petri insieme a Volontè e allo sceneggiatore Ugo Pirro, con i quali collaborerà nei suoi capolavori successivi, come "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto". E dietro le apparenze di un normale giallo (oggi diremmo "alla Camilleri"), il film affronta temi simili proprio a quelli di quei lavori, a cominciare dal potere strisciante e nascosto che si alimenta e si auto-protegge, di fronte al quale un cittadino onesto ma ingenuo – per quanto ben intenzionato – come il protagonista (un insegnante riservato, di simpatie comuniste, considerato "antisociale" dai poteri forti) non ha scampo ed è destinato a soccombere, vittima di un mondo molto più complesso di quanto poteva immaginare (il fatto che la realtà non è così semplice come appare a prima vista è un altro dei temi chiave del cinema di Petri). Siamo in Sicilia, e dunque viene spontaneo pensare alla mafia: ma non quella che assume la forma (spesso stereotipata) dell'organizzazione criminale, bensì della mafia delle piccole cose, delle "amicizie", dei rapporti clientelari o di forza, delle paure e dell'omertà, delle chiacchiere di paese e dell'ossessione per le apparenze sociali, della gente "che sa" e che però rimane in piazza a non fare niente, della continua ricerca di raccomandazioni (per lavorare o per... non farlo). Molto dinamica la regia, che ricorre di frequente a zoom, carrellate e panoramiche. Nell'ottimo cast anche Salvo Randone (il padre di Roscio, oculista cieco), Mario Scaccia (il parroco senza vocazione) e Laura Nucci (la madre di Paolo). Musiche "morriconiane" di Luis Bacalov. Il titolo è la traduzione del motto latino "Unicuique suum", presente appunto sotto la testata dell'"Osservatore romano". Nel 1976 Petri dirigerà un altro adattamento da Sciascia, sempre con Volontè come protagonista: "Todo modo".