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8 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola (Martin McDonagh, 2022)

Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
di Martin McDonagh – Irlanda/GB/USA 2022
con Colin Farrell, Brendan Gleeson
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Mentre in Irlanda infuria la guerra civile (siamo nel 1923), sulla piccola isola di Inisherin, al largo della terraferma, si svolge un altro tipo di guerra: quella fra Pádraic (Colin Farrell) e Colm (Brendan Gleeson), migliori amici da sempre, o almeno fino a quando il secondo – artista e musicista dilettante – ha deciso unilateralmente di non voler più avere niente a che fare con il primo – piccolo allevatore – e di rifiutarne la compagnia. Questo perché, a suo dire, l'amico è "noioso", gli fa sprecare il suo tempo e lo distrae dal tentativo di comporre qualcosa (come la canzone che dà il titolo originale al film) destinato a restare dopo la sua morte. Il semplice e gentile Pádraic ci resta male, e fa di tutto per riconnettersi con l'amico, che dal suo canto dimostra la propria ostinazione nel modo più drastico. E in una piccola isola dove tutti sanno e sparlano di tutti (memorabili i personaggi di contorno, quasi un "coro" greco: dall'oste e dagli avventori del pub, al prete, al poliziotto, alla vecchia "strega" con le sue previsioni funeree), anche altri personaggi si sentono rinchiusi nella trappola di un microcosmo angusto: la sorella di Pádraic, Siobhán (Kerry Condon), appassionata di letteratura e come tale ritenuta eccentrica dagli abitanti dell'isola; e il giovane Dominic (Barry Keoghan), lo "scemo del villaggio", figlio del poliziotto locale da cui viene maltrattato e abusato. L'isola di Inisherin, con i suoi magnifici scenari naturali (le scogliere rocciose, i campi verdi e pietrosi, le spiagge deserte), fa da sfondo perfetto a una vicenda "piccola" ma in qualche modo universale, che vede personaggi mettere a confronto diverse filosofie di vita (l'ambizione umana e artistica di "fare qualcosa di importante" per non sprecare la propria esistenza, contro il desiderio di restare gentili e compassionevoli e di cercare la felicità nell'"ora e qui"), entrambe valide, tanto che non si può dire che uno dei due punti di vista sia sbagliato o migliore dell'altro. E l'intensità della narrazione si colora occasionalmente di toni comici, grotteschi o persino soprannaturali. Eccellente il cast (sia Farrell che Gleeson avevano già recitato in coppia per McDonagh nel precedente "In Bruges"). Espressivi anche gli animali (l'asina e la puledra di Pádraic, il cane di Colm), che osservano con i loro sguardi il dipanarsi della vicenda. Premio per la miglior sceneggiatura (e coppa Volpi a Farrell come miglior attore) alla mostra del cinema di Venezia. Nove candidature agli Oscar: quelle per il miglior film, la regia, la sceneggiatura, il montaggio, la colonna sonora, e ben quattro per gli attori (Farrell, Gleeson, Keoghan e Condon).

11 gennaio 2023

Scipione detto anche l'Africano (L. Magni, 1971)

Scipione detto anche l'Africano
di Luigi Magni – Italia 1971
con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Davanti al senato romano, Catone il Censore (Vittorio Gassman) accusa i fratelli Publio Scipione, detto l'Africano (Marcello Mastroianni), e Lucio Scipione, detto l'Asiatico (Ruggero Mastroianni), comandanti dell'esercito, di essersi "intascati" un ricco tributo di cinquecento talenti destinato dal re della Siria alla repubblica di Roma. Quando l'Africano, celebrato eroe di guerra (ha sconfitto i cartaginesi nella seconda guerra punica) nonché uomo onesto e incorruttibile, e come tale amato e idolatrato dal popolo, scopre che il responsabile è suo fratello, sarebbe anche pronto a denunciarlo. Non si rende conto però che Catone non è alla ricerca della verità, ma vuole solo impedire che un uomo come lui possa diventare troppo popolare, ingombrante e dunque "scomodo". Ispirato alle vicende reali dei "processi degli Scipioni", un peplum decisamente originale per temi, forma e confezione, a metà strada fra la ricostruzione storica e la satira politica (e umanistica) in chiave moderna. Caratterizzato da una teatralità quasi pasoliniana, con dialoghi e battute in romanesco e scenografie pauperistiche (è girato tutto in esterni, fra campagne e antiche rovine: le riprese sono state effettuate in gran parte a Pompei, ma anche a Paestum, nella Villa Adriana a Tivoli e presso la necropoli etrusca di Sovana), il film mette in scena i germi della decadenza di una Roma che dimentica il proprio passato, celebra ipocritamente eroi di cui non ha bisogno, si mostra cinica davanti ai valori morali ("Il più pulito c'ha la rogna"), dove gli schiavi non vogliono essere liberati e, quando ci si trova davanti a un uomo troppo grande, fedele e perfetto (dunque "non umano"), questi viene ripudiato e considerato fastidioso. Scipione stesso, pur di scendere dal piedistallo, sceglierà di autoaccusarsi e di distruggere la propria immagine pubblica, ma così facendo non otterrà che di esporre in piena luce le ipocrisie di tutti gli altri. Molto interessante il cast, con i due fratelli Mastroianni (Ruggero, celebre montatore, recita qui per l'unica volta in carriera) che interpretano a loro volta due fratelli. Silvana Mangano è Emilia, la moglie di Scipione. Turi Ferro è nientemeno che Giove Capitolino, con il quale Scipione ha una serie di conversazioni private. Woody Strode è Massinissa, re di Numidia e antico compagno d'armi del protagonista. Wendy D'Olive è Licia, la servetta "invisibile". Colonna sonora del flautista Severino Gazzelloni.

17 settembre 2022

Finale a sorpresa (Cohn, Duprat, 2021)

Finale a sorpresa - Official Competition (Competencia oficial)
di Mariano Cohn, Gastón Duprat – Spagna/Argentina 2021
con Antonio Banderas, Oscar Martínez, Penélope Cruz
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Giunto alla soglia degli ottant'anni, il ricco imprenditore Humberto Suárez (José Luis Gómez) ambisce a lasciare al mondo qualcosa di prestigioso per essere ricordato, e decide di finanziare un film di successo. Assume così l'eccentrica regista Lola Cuevas (Penélope Cruz) affinché diriga un'ambiziosa pellicola d'autore, tratta dal romanzo di un premio Nobel incentrato sulla rivalità fra due fratelli, con gli acclamati attori Iván Torres (Oscar Martínez) e Félix Rivero (Antonio Banderas) come protagonisti. Ma già durante le prove, lo scontro fra personalità così spigolose e diverse fra loro non depone a favore del risultato... Iván e Félix, infatti, impersonano rispettivamente il cinema colto e quello commerciale: il primo è un anziano "maestro di recitazione", attore di teatro intellettuale e impegnato, che ama calarsi nel personaggio e disprezza la superficialità e la volgarità del secondo, "celebrità" devota allo spettacolo e ai gusti del pubblico. In più ci si mette la regista, con i suoi vezzi autoriali e anticonformisti, a intorbidire le acque, sottoponendo i due attori a prove ed esperimenti sempre più bizzarri... Dopo "L'artista", "Il cittadino illustre" e "Il mio capolavoro", la coppia argentina Cohn/Duprat continua a riflettere sul mondo della creatività e dell'arte con una nuova commedia dai toni grotteschi e astratti come l'ambientazione in cui si svolge la vicenda (l'enorme villa di Humberto, con ampi e spazi vuoti di cemento, vetro e marmo, in cui hanno luogo le prove). La rivalità tra i due fratelli della sceneggiatura del film si riflette in quella fra i due interpreti, mentre il loro contrasto rispecchia quello, sempre più tenue e confuso, fra il cinema d'autore e quello rivolto al pubblico, fra la creatività fine a sé stessa e all'espressione artistica e quella che mira soltanto a riscuotere plausi e vincere premi. Forse il tutto mostra un po' la corda, si ride meno di quanto ci si aspetterebbe e non si raggiungono le profondità de "Il cittadino illustre", ma la confezione è comunque ottima, così come i dialoghi e le prove (molto autoironiche) degli interpreti. Colonna sonora a base di brani per pianoforte di Chopin, Satie e Beethoven.

2 settembre 2022

Gioco al massacro (D. Damiani, 1989)

Gioco al massacro
di Damiano Damiani – Italia 1989
con Tomas Milian, Elliott Gould
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il regista Clem Da Silva (Tomas Milian) fa visita al collega, nonché amico di un tempo, Theo Steiner (Elliott Gould), nella sua villa di Capri. I due non si vedono da dieci anni, da quando cioè Clem ha accusato di Theo di avergli sottratto la donna, Bella (Nathalie Baye), e soprattutto l'idea per il suo primo film, quella che ha fatto divergere le loro carriere. Theo ha infatti vinto l'Oscar ed è diventato un regista brillante e di grande successo, mentre Clem è stato consegnato all'anonimato e costretto a lavorare in televisione o in prodotti di serie B. Nonostante il tempo trascorso, la rivalità non si è assopita: fra una punzecchiatura e l'altra, i due decidono di metterla in scena: ciascuno realizzerà una pellicola in cui farà un feroce ritratto dell'altro, senza filtri e senza tirarsi indietro. Verranno così alla luce gli autentici sentimenti, ma anche i segreti più intimi e nascosti... Scritto dallo stesso Damiani e da Raffaele La Capria (a partire da un testo teatrale dei medesimi autori, "Il genio"), un interessante film sull'amicizia che si dipana lungo i confini dell'elaborazione creativa e della competizione artistica: un "gioco al massacro", appunto, in cui Clem e Theo si accusano reciprocamente di rubarsi le idee, con il primo che nutre gelosia e rancore verso il collega che, a differenza sua, ha trovato il successo professionale e ricevuto gli elogi della critica, e il secondo che sguazza nelle provocazioni e nella rivalità stessa con l'amico per trovare una ragione di vita o una direzione espressiva. L'ambientazione circoscritta (tutto il film si svolge nella villa a Capri, a parte il prologo e l'epilogo ambientati a New York a un anno di distanza) e la forza dei dialoghi (che si appoggiano sulle ottime prove dei due protagonisti) rendono l'insieme intenso, focalizzato e coeso. Nel cast anche Eva Robin's (la transessuale su cui sia Theo che Clem meditano di fare un film), Galeazzo Benti (il produttore), Michael Gothard e John Steiner. Musiche di Riz Ortolani.

21 luglio 2022

Survival of the dead (G. Romero, 2009)

Survival of the dead - L'isola dei sopravvissuti (Survival of the dead)
di George A. Romero – USA/Canada 2009
con Kenneth Welsh, Alan van Sprang
**

Visto in divx.

Per sfuggire all'apocalisse zombie che ormai impazza per il mondo, un gruppo di militari della Guardia Nazionale (Alan van Sprang, Eric Woolfe, Stefano Di Matteo e Athena Karkanis), insieme a un ragazzo (Devon Bostick), si rifugiano su Plum, isola nell'Atlantico al largo delle coste del Delaware. Qui scoprono però che è in atto una faida fra le due famiglie che da sempre popolano l'isola, guidate dai rispettivi patriarchi: Patrick O'Flynn (Kenneth Welsh), che dà la caccia alle "teste morte" (così vengono soprannominati i morti viventi) per eliminarli una volta per tutte, e Seamus Muldoon (Richard Fitzpatrick), che, spinto anche da motivi religiosi, vuole tenerli con sé, prigionieri, in attesa di una cura o perlomeno che imparino a mangiare anche carne non umana. Ispirato al classico western di William Wyler del 1958 "Il grande paese", il sesto film della saga ufficiale dei morti viventi è un onesto film zombesco, forse non spettacolare ma con tutti i crismi del genere, inserito nella continuity riavviata dal precedente "Le cronache dei morti viventi" (di cui rivediamo all'inizio i protagonisti in un breve inserto). Come ormai al solito, gli zombie non sono i veri nemici e non fanno paura (sono lenti e si uccidono facilmente con un colpo alla testa: al limite si soffre nel farlo se si trattava dei propri cari, amici o parenti). Il conflitto è semmai quello fra i gruppi contrapposti di sopravvissuti, che qui è letto in chiave di faida famigliare, con sottotesti tribali e religiosi. Niente di originale, ma nemmeno di sbagliato o di fastidioso. Nel cast anche Kathleen Munroe (in un doppio ruolo, quello delle due figlie di O'Flynn, una diventata zombie e l'altra no) e Joris Jarsky. Si tratta dell'ultimo film di Romero, che morirà nel 2017.

20 ottobre 2021

The last duel (Ridley Scott, 2021)

The last duel (id.)
di Ridley Scott – USA/GB 2021
con Matt Damon, Adam Driver, Jodie Comer
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Un tempo amici, gli scudieri – e poi cavalieri – Jean de Carrouges (Matt Damon) e Jacques Le Gris (Adam Driver) diventano progressivamente rivali, quando le fortune del primo presso il conte Pierre II d'Alençon (Ben Affleck) cominciano a calare e quelle del secondo a crescere. Dopo aver accusato l'avversario di aver approfittato della sua assenza dal castello per violentare sua moglie Marguerite (Jodie Comer), circostanza che Jacques nega, Jean ottiene dal re e dal parlamento di Parigi di potersi battere a duello contro di lui per stabilire chi dice la verità. Siamo nella Francia di Carlo VI, alla fine del quattordicesimo secolo, e il loro passerà alla storia come l'ultimo "duello di Dio", ovvero l'ultimo duello giudiziario ufficialmente riconosciuto. Da un fatto di cronaca realmente accaduto (e che fece scalpore tanto all'epoca quanto nei secoli successivi: ne parleranno fra gli altri Jean Froissart, Diderot e Voltaire), una pellicola che utilizza una struttura alla "Rashomon" per farci assistere alla stessa storia tre volte, narrata dal punto di vista rispettivamente di Jean, di Jacques e di Marguerite. Le loro tre "verità", a dire il vero, non appaiono troppo in contraddizione fra loro (come invece succedeva nel capolavoro di Kurosawa): semplicemente varia il "sentimento", l'interpretazione di fatti che ciascuno abbellisce o sfuma a seconda della propria sensibilità. E così, per esempio, il matrimonio fra Jean e Marguerite risulta felice agli occhi di lui, infelice a quelli di lei; l'assalto di Jacques alla donna è un atto d'amore secondo Le Gris, un sopruso secondo Marguerite; e Jean si percepisce come un guerriero valoroso a cui vengono fatti dei torti, mentre gli altri lo vedono come un incolto caparbio e irascibile. La sceneggiatura (di Damon e Affleck, insieme a Nicole Holofcener), tratta dal romanzo di Eric Jager, è un po' meccanica, con un ardito (e troppo insistito) parallelo fra il ruolo della donna nei secoli bui (assoggettata al controllo degli uomini, e impossibilitata a difendersi da sola) e il movimento #MeToo degli anni recenti. Pare evidente anche un rimando (per lo meno tematico) al primo film in assoluto di Ridley Scott, "I duellanti", anche se questo è di grana più grossa. Nel complesso un film interessante, graziato da buone prove (l'ottimo Driver e l'intensa Comer su tutti) e un buon livello di ricostruzione storica. La fotografia di Dariusz Wolski è molto fredda: dopotutto eravamo in una "piccola era glaciale".

24 marzo 2021

Face/Off (John Woo, 1997)

Face/Off - Due facce di un assassino (Face/Off)
di John Woo – USA 1997
con John Travolta, Nicolas Cage
***

Rivisto in DVD.

L'agente speciale dell'FBI Sean Archer (John Travolta) ha un conto in sospeso con il terrorista mercenario Castor Troy (Nicolas Cage), maniaco psicopatico al quale dà la caccia incessantemente sin da quando questi, sei anni prima, ha ucciso il suo figlioletto Tommy. Dopo averlo finalmente catturato, Sean è costretto ad assumere in segreto le fattezze del suo nemico grazie a un'innovativa procedura che sostituisce chirurgicamente al suo volto quello di Troy: l'obiettivo è introdursi nel carcere criminale dove è rinchiuso il fratello di Castor, Pollux (Alessandro Nivola), e scoprire da lui dove si trova la bomba che i due avevano collocato nel centro di Los Angeles. Ma nel frattempo Castor si risveglia dal coma, costringe i chirurgi a impiantargli il volto di Archer e uccide tutti coloro che sono a conoscenza dello scambio. I due rivali si troveranno così ad affrontarsi l'uno dei panni dell'altro, all'insaputa di avversari e alleati (compresi moglie e figlia di Sean, nella cui casa Troy si è intrufolato)... Di gran lunga il miglior film di John Woo a Hollywood, anche perché può contare finalmente su una storia originale e interessante (lo script è di Mike Werb e Micheal Colleary), per quanto piena di risvolti improbabili. In effetti la sceneggiatura era stata inizialmente pensata per un film di fantascienza: Woo volle invece ambientare la storia ai giorni nostri per focalizzarsi di più su scene d'azione adrenaliniche ed esagerate sì, ma "realistiche" (non ci sono effetti speciali digitali), il che va a discapito della plausibilità della vicenda. Bisogna infatti fare ricorso a una robusta dose di sospensione dell'incredulità per accettare che possa esistere una tecnica chirurgica in grado di scambiare in maniera rapida e reversibile non solo i volti ma anche le fattezze (dalla corporatura alla voce) di due persone in modo tale da ingannare tutti coloro che le conoscono: ma se si riesce a non pensarci troppo, ci si può godere un action movie tesissimo e stratificato, basato sul classico tema della battaglia fra bene e male (impersonati qui da due personaggi agli antipodi sotto ogni punto di vista, ma che proprio per questo finiscono col fondersi e confondersi fra loro: simbolica la scena in cui si sparano a vicenda dai due lati di uno specchio).

La regia di Woo mette in mostra tutti i suoi punti di forza – l'eleganza e l'enfasi, con ralenti e coreografie esemplari non solo nelle sequenze d'azione ma anche nei momenti minori (vedi l'istante in cui Cage esce dall'auto all'aeroporto, con il vento che gli solleva lo spolverino: un'entrata in scena davvero cool!), la capacità di mediare fra melodramma ed heroic bloodshed – e i suoi marchi di fabbrica (le immancabili colombe che volano in chiesa, una citazione da "The killer", così come le sparatorie con due pistole, i mexican standoff, gli abiti eleganti di eroi e criminali, l'inseguimento in motoscafo). L'origine fantascientifica della storia è evidente anche nella sequenza ambientata in carcere (con gli stivali magnetici per "bloccare" i prigionieri violenti). L'idea del criminale che sotto false fattezze si introduce nella vita di una famiglia infelice, risultando quasi un marito e un padre migliore di quello vero, ricorda una sottotrama della quarta serie de "Le bizzarre avventure di JoJo" (quella di Kira/Kawajiri). E il lieto fine, forse imposto dalla produzione, è talmente assurdo e forzato che Woo lo sottolinea ironicamente con l'illuminazione diffusa sul retro della scena. Buono il cast, con Travolta e Cage che devono alternarsi nel ruolo del "buono" e del "cattivo" (e provare a recitare l'uno nella parte dell'altro, imitandone le caratteristiche). Da notare che Travolta era già stato l'antagonista nel precedente film americano di Woo, "Nome in codice: Broken Arrow". Cage sembra prenderlo in giro quando ironizza su "questi capelli, questo naso e questo mento ridicolo". Nel cast anche Joan Allen (la moglie di Sean), Dominique Swain (la figlia ribelle), Gina Gershon (l'amante di Castor), Harve Presnell, Nick Cassavetes, Margaret Cho, CCH Pounder e Thomas Jane. La colonna sonora è di John Powell, con occasionali brani di Händel, Mozart, Chopin, e "Somewhere over the rainbow" abbinata a una violenta sparatoria!

12 marzo 2021

Avventura malgascia (A. Hitchcock, 1944)

Avventura in Madagascar (Aventure malgache)
di Alfred Hitchcock – GB 1944
con Paul Clarus, Paul Bonifas
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Mentre si prepara per entrare in scena, un attore francese espatriato a Londra (Paul Clarus) racconta ai colleghi di come quattro anni prima, quando lavorava come avvocato in Madagascar (ai tempi colonia francese), si sia scontrato a più riprese con il corrotto capo della polizia locale (Paul Bonifas). Dopo l'occupazione della Francia a opera dei tedeschi, la loro battaglia si spostò sul piano politico: il poliziotto schierato con i collaborazionisti di Vichy, l'avvocato sostenitore clandestino della resistenza e a favore della liberazione del Madagascar da parte degli alleati. L'intera vicenda aiuterà uno degli attori, sosia del poliziotto, a calarsi meglio nella parte di un farabutto. Come "Bon voyage", questo cortometraggio fu girato da Hitchcock a scopo di propaganda in tempo di guerra per conto del ministero dell'informazione britannico, con attori francesi (il gruppo denominato The Molière Players). Nei limiti del possibile, la storia e la struttura drammatica sono più interessanti rispetto al film gemello: non mancano vivacità e una punta di ironia, e soprattutto i due personaggi rivali a modo loro divertenti nelle loro diatribe verbali. La scena in cui una bottiglia di acqua minerale di Vichy viene gettata nel cestino ricorda ovviamente quella analoga in "Casablanca".

15 dicembre 2020

La farfalla sul mirino (S. Suzuki, 1967)

La farfalla sul mirino (Koroshi no rakuin)
di Seijun Suzuki – Giappone 1967
con Joe Shishido, Koji Nanbara
***

Visto in TV (Prime Video).

Goro Hanada (Shishido), "killer numero 3" al servizio di una potente organizzazione criminale, ama il profumo del riso bollito e non sopporta la solitudine, che dovrebbe essere invece l'unica compagna di un assassino. Per questo sceglie di sposare la folle Manami (Mariko Ogawa), che gira sempre nuda per casa, e si lascia poi attrarre dalla misteriosa Misako (Annu Mari), una ragazza ossessionata dalla morte, che lo contatta per commissionargli un omicidio. Ma una farfalla che si posa per un attimo sul mirino del suo fucile (il caso, il destino?) gli fa mancare il colpo: e per questo motivo viene condannato a morte dalla sua stessa organizzazione, che gli manda contro l'avversario più pericoloso di tutti, il Fantasma, ovvero il "killer numero 1" (Nanbara). La pellicola più famosa (anzi, famigerata) di Seijun Suzuki è un delirante e confuso B-movie anarchico e frammentario, dal ritmo sconnesso e dai contenuti risibili che mescolano thriller ed erotismo, ma dallo stile altamente personale. Girato in un avvolgente bianco e nero espressionista, ricco di suggestioni e di momenti bizzarri, il lungometraggio pare procedere per proprio conto in un mondo astratto e surreale, popolato da killer spietati e da donne folli, che agiscono in preda a pulsioni e feticismi, attraverso situazioni improvvisate e debolmente legate le une alle altre che si dipanano in un'atmosfera torbida e notturna: i fantasiosi omicidi commessi da Hanada, il suo perverso rapporto con la moglie, le farfalle e gli uccellini morti di cui si circonda Misako, e infine lo scontro fra i due killer che si braccano come il gatto con il topo, condividendo lo stesso spazio e la stessa casa, prima di affrontarsi nella penombra di un palazzetto dello sport. A tratti ridicolo e a tratti struggente, il film è sicuramente superiore alla somma delle sue parti. La casa di produzione Nikkatsu aveva chiesto a Suzuki (autore anche della sceneggiatura insieme a un gruppo di collaboratori, accreditati collettivamente con lo pseudonimo Hachiro Guryu, ovvero "Il gruppo degli otto") di realizzare un film di yakuza tradizionale, anche per lanciare definitivamente la carriera dell'attore Joe Shishido (che anni prima si era gonfiato le guance con un'operazione di chirurgia plastica per avere lineamenti più "mascolini" e recitare così parti da cattivo e da duro), e non fu per nulla soddisfatta del confuso risultato finale, licenziando il regista e ritirando la pellicola dalla circolazione. Ne seguì una celebre disputa legale che, se da un lato rese Suzuki un eroe della controcultura e del cinema underground, dall'altro gli fece terra bruciata intorno e gli impedì di dirigere un altro film per dieci anni. Col tempo, la pellicola è stata riscoperta dal pubblico e rivalutata dalla critica, diventando un autentico cult movie. In Italia è uscita anche con il titolo "Il marchio dell'assassino", traduzione letterale dell'originale, mentre in America è nota come "Branded to kill". Ispirata in parte dai film di James Bond e dai noir americani, ma anche dalla pop art e dal teatro kabuki, ha influenzato a sua volta Jim Jarmusch (che ne ha citato una scena in "Ghost dog"), Quentin Tarantino, John Woo, Johnnie To, Takeshi Kitano ("Getting any?"), Wong Kar-wai ("Angeli perduti") e persino la serie di Lupin III (personaggio del quale Suzuki stesso dirigerà un film nel 1985, "La leggenda dell'oro di Babilonia"). Nel 2001 il regista firmerà una sorta di sequel/remake/omaggio con "Pistol opera".

20 agosto 2020

Chicago (Rob Marshall, 2002)

Chicago (id.)
di Rob Marshall – USA 2002
con Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones
**1/2

Rivisto in TV.

Nella Chicago degli anni venti, la ballerina di fila Roxie Hart (Renée Zellweger) e la soubrette di vaudeville Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones), entrambe in prigione per omicidio e in attesa di processo, diventano rivali anche dietro le sbarre pur di calamitare l'attenzione dell'avvocato Billy Flynn (Richard Gere) e i riflettori dei media sui rispettivi casi. Dall'omonimo spettacolo di Broadway del 1975, ispirato peraltro a una commedia teatrale del 1926 che si rifaceva a una storia vera e che era già stata portata due volte sullo schermo ("Chicago" nel 1927 e "Roxie Hart" nel 1942, quest'ultimo con Ginger Rogers), un musical che fonde cinismo, satira e leggerezza per parlare di fama e celebrità (che, come sempre, sono quanto mai volatili). Con l'eccezione forse di Amos (John C. Reilly), il marito di Roxie, tutti i personaggi mentono o simulano per il proprio tornaconto, a cominciare da Billy, avvocato manipolatore che gioca con le persone e... le prove in tribunale. In un mondo in cui ogni cosa, dal giornalismo ai processi, è uno spettacolo ("È tutto un circo", dice Billy a Roxie), recitare una parte sembra l'unico modo per restare a galla, anche se per poco, prima che giunga una nuova diva ad eclissare la precedente. Alla prima regia cinematografica, Marshall punta a sottolineare questo aspetto in ogni modo, forse esagerando col montaggio e perdendo un po' la presa sulla materia trattata: ecco dunque che i numeri cantati, eseguiti su un palco immaginario a mo' di cabaret, scorrono in parallelo all'azione filmata, alternandosi a essa come per punteggiarla con i loro commenti. E anche la fotografia appare definita e luminosa come se i personaggi fossero sempre sotto le luci di un teatro. Fra i punti deboli, purtroppo, ci sono proprio le canzoni, tutt'altro che memorabili (se si eccettua la prima, la celebre "All that jazz"), che rallentano la storia anziché portarla avanti. Belle, invece, le coreografie (per esempio quella della conferenza stampa, con i giornalisti come burattini e l'avvocato come ventriloquo). Nel cast anche Queen Latifah ("Mama", la detenuta intrallazzona), Lucy Liu (un'altra donna assassina), Colm Feore (il procuratore) e Christine Baranski (la giornalista). Esagerato il successo di critica (ben 12 nomination agli Oscar e 6 statuette vinte, compresa quella per il miglior film), ma d'altronde eravamo in un periodo di revival del musical (l'anno precedente era uscito "Moulin rouge!") e cominciava ad affiorare quella nostalgia ossessiva per il cinema del passato che caratterizzerà i decenni successivi.

17 agosto 2020

La morte ti fa bella (R. Zemeckis, 1992)

La morte ti fa bella (Death becomes her)
di Robert Zemeckis – USA 1992
con Meryl Streep, Bruce Willis, Goldie Hawn
**1/2

Rivisto in divx.

L'attrice Madeline Ashton (Meryl Streep) e la scrittrice Helen Sharp (Goldie Hawn), pur conoscendosi fin dall'infanzia, sono acerrime rivali sotto ogni aspetto. Helen, in particolare, detesta Madeline perché le ha rubato il fidanzato Ernest (Bruce Willis), un apprezzato chirurgo estetico che, dopo aver sposato la donna, è diventato un alcolizzato. Dal canto suo Madeline è ossessionata dalla bellezza perduta e dalla gioventù. Una pozione magica, fornita alle due donne dalla strega Lisle Von Rhoman (Isabella Rossellini), dona loro quello che desiderano più di tutto: una nuova giovinezza, accompagnata dalla vita eterna. Peccato che ciò vada preso alla lettera: non possono morire, per quanti danni facciano al loro corpo. E il conteso Ernest diventa ancora più prezioso, viste le sue abilità nel ritoccare il loro aspetto, "aggiustandole" e riverniciandole come se fossero due manichini. Black comedy dai toni grotteschi, la pellicola fece furore alla sua uscita per i rivoluzionari effetti digitali (ad opera della Industrial Light & Magic) che permettevano di mostrare la Streep con il collo torto e la Hawn con un buco nello stomaco. Si trattava della prima applicazione, almeno a questi livelli, di immagini generate al computer e integrate poi nel materiale filmato, riproducendo in maniera realistica particolari del corpo e della pelle degli attori ("Terminator 2", in precedenza, aveva dato "vita" soltanto a personaggi robotici o di metallo liquido). A livello di contenuti la storia è ironica e intrigante, anche se la satira dell'ossessione per l'aspetto fisico può apparire fin troppo esplicita e scontata (anche se siamo a Los Angeles!). Da apprezzare, comunque, il crescendo che fa virare il lungometraggio sempre più sul grottesco e la natura amorale, narcisistica e decadente delle due protagoniste, fra le quali Bruce Willis fa la figura del classico vaso di coccio. Isabella Rossellini è indimenticabile nel ruolo della strega seminuda. Sydney Pollack, non accreditato, appare brevemente nei panni di un medico. Nella scena della festa in casa di Lisle, fra le diverse celebrità che si suggerisce abbiano inscenato la propria morte, appaiono Marilyn Monroe, James Dean, Elvis Presley, Jim Morrison e Andy Warhol.

28 giugno 2020

Nome in codice: Broken Arrow (J. Woo, 1996)

Nome in codice: Broken Arrow (Broken Arrow)
di John Woo – USA 1996
con Christian Slater, John Travolta
**

Rivisto in DVD.

Il pilota militare Vic Deakins (John Travolta, per una volta nel ruolo del "cattivo") sottrae due testate atomiche durante un'esercitazione di volo sul deserto dello Utah, con l'intenzione di ricattare il governo degli Stati Uniti. Gli si opporrà il suo co-pilota Riley Hale (Christian Slater), da sempre a lui legato da amicizia/rivalità, aiutato da una ranger forestale (Samantha Mathis). A tre anni di distanza dal primo tentativo, "Senza tregua", John Woo dirige il suo secondo film hollywoodiano. Budget e production value sono evidentemente superiori, ma lo stesso non può dirsi della sceneggiatura, che a parte la buona contrapposizione fra i due protagonisti (sin dalla scena iniziale in cui, ancora amici, si misurano su un ring di pugilato) non fa altro che accatastare cliché su cliché dei film d'azione e catastrofici. Forse per l'inconsueto scenario (deserti, canyon, miniere abbandonate, e lo scontro finale su un treno in movimento), distante dai soliti setting urbani, è anche una delle pellicole in cui meno si riconosce la mano del regista cinese, che pure offre competenza e professionalità a sufficienza da riuscire a mantenere elevata la tensione per tutta la durata della pellicola: peccato che di quanto accada sullo schermo ce ne importi ben poco, per via dell'assenza di dilemmi morali, di una storia con il pilota automatico (e comunque piena di momenti improbabili) e soprattutto per la prova insipida di Slater, poco credibile come eroe d'azione. Il valore aggiunto è dunque Travolta, una o due spanne sopra tutti gli altri interpreti, almeno per carisma: lungi dal sembrare una figura presa in prestito da mille altri film di questo tipo, è invece un cattivo "assoluto", privo di reali motivazioni e sostanzialmente pazzo (come gli rinfaccia lo stesso Hale). Travolta reciterà anche nel successivo lavoro americano di Woo, "Face/Off" (il migliore dei suoi film hollywoodiani). Belle le musiche di Hans Zimmer. Il titolo originale, "Broken Arrow", nome in codice per la perdita di un'arma nucleare (mitica la battuta "Devo tremare perché ne abbiamo persa una, o per il termine che presuppone una certa consuetudine?"), era già stato usato nel 1950 per il western "L'amante indiana" di Delmer Daves.

30 maggio 2020

Duel (Steven Spielberg, 1971)

Duel (id.)
di Steven Spielberg – USA 1971
con Dennis Weaver, Carey Loftin
***1/2

Rivisto in TV.

In viaggio per lavoro sulle strade desertiche della California (le riprese sono state effettuate nel deserto del Mojave), il rappresentante David Mann (Dennis Weaver) ingaggia suo malgrado una sfida senza esclusione di colpi con il misterioso autista di un'autocisterna che sta compiendo lo stesso tragitto. Iniziato con una serie di sorpassi e controsorpassi, il "duello" si protrae fra numerose scorrettezze, con il "bestione della strada" che cerca a più riprese di uccidere il malcapitato protagonista. Tratto da un racconto di Richard Matheson (ispirato a un episodio accadutogli davvero, ma naturalmente gonfiato a proporzioni gigantesche per esigenze drammaturgiche), un tv movie che ha fatto storia, e non solo per l'alta tensione che cresce inesorabilmente fino a un finale catartico. Non si tratta, come si dice talvolta, del primo lavoro di Spielberg, visto che il cineasta americano – allora ventiquattrenne – aveva già firmato la regia di alcuni episodi di serie televisive e in particolare di "L.A. 2017" per la serie "The Name of the Game" (in italiano "Reporter alla ribalta"). Ma "Duel", trasmesso nel novembre 1971 in tv con un grande riscontro da parte del pubblico e della critica, fu distribuito l'anno successivo anche al cinema con l'aggiunta di alcune scene girate ex novo dallo stesso Spielberg (le sequenze della telefonata di Mann alla moglie, quella dello scuolabus e quella del passaggio a livello), allo scopo di gonfiare la durata dagli originali 74 minuti ai 90 richiesti per la distribuzione nelle sale, e rappresenta perciò il suo esordio come regista cinematografico. Girato nell'arco di soli 13 giorni (più altri 10 per il montaggio) e con un budget ridottissimo, il film mette già in mostra il talento del futuro autore di blockbuster come "Lo squalo" e "I predatori dell'arca perduta" (per citare solo due titoli di una filmografia vastissima), ma sfrutta un'idea di base molto semplice per dare vita a qualcosa di archetipicamente efficace e simbolicamente potente. L'episodio, in fondo, gioca con molte paure dell'uomo comune, quelle di ritrovarsi di colpo (e senza colpa) imprigionato in una situazione di alta tensione per la quale si sente inadeguato, e dove la routine della vita quotidiana esplode nella violenza, in maniera non dissimile da altre pellicole coeve (si pensi, per esempio, al "Cane di paglia" di Sam Peckinpah). Il protagonista Mann, infatti, è una persona qualunque, non certo eroica o coraggiosa (anzi, il dialogo al telefono con la moglie, che non ha difeso la sera precedente, ci fa capire che è anche un po' codardo), persino ridicolo nei brevi momenti in cui esulta come un bambino di fronte ad esigue vittorie (l'illusione di aver seminato o essersi sbarazzato di un nemico che invece è destinato a tornare). D'altronde è un piccolo borghese, a disagio fra i camionisti che incontra nel posto di ristoro e in generale nel contatto con un mondo sporco e proletario di cui l'autocisterna, sudicia e fumante, fa parte a pieno titolo. L'avventura per lui è anche una discesa in un universo selvaggio, lontano dalla sua rassicurante quotidianità, dove ogni tentativo di dare una spiegazione razionale o di rispondere in maniera logica è destinato a fallire.

A fare paura, infatti, è anche il fatto che le motivazioni del "duello" non vengono mai spiegate esplicitamente, e che il guidatore dell'autocisterna non viene mai mostrato del tutto (se ne intravedono, in un paio di fugaci scene, giusto le braccia e gli stivali). Spielberg ha dichiarato che la trovata di non fare vedere l'autista (il pilota dell'automezzo era lo stuntman Carey Loftin, tra parentesi) rende l'autocisterna stessa il vero "cattivo" del film, un'impressione acuita dal fatto che il modello scelto (un Peterbilt 281, sporco e arrugginito, in netto contrasto con la Plymouth Valiant rossa di Mann) sembra quasi presentare le fattezze di un volto, con occhi (i parabrezza) e muso sporgente. Le numerose targhe (di stati diversi) che sfoggia potrebbero inoltre essere i trofei di "prede" precedenti. La paura dell'ignoto è una delle più forti, e non conoscere nulla del rivale acuisce il senso di terrore e di frustrazione del protagonista davanti a un nemico invincibile e inesorabile, che lo ha preso di mira e che ritorna sempre a ogni svolta. La sfida stessa, iniziata come una serie di piccoli dispetti, cresce a proporzioni straordinarie, diventa una questione di vita o di morte: è la lotta contro una forza della natura, misteriosa, ostile e irrazionale, come quella con Moby Dick (o come lo squalo del successivo lavoro – e primo grande successo cinematografico – di Spielberg). Oppure con un toro: l'idea della corrida è suggerita dal colore rosso dell'auto del protagonista, ma anche dal fatto che il nemico lo invita esplicitamente alla lotta, gli impedisce di tirarsene fuori, lo costringe a proseguire lo scontro fino alla fine. Il confronto conclusivo sulla sommità della collina, infine, può ricordare tanto un duello western (e lo suggerisce anche il titolo della pellicola) quanto, trattandosi di automezzi, una sfida di coraggio in stile "Gioventù bruciata". In ogni caso l'obiettivo finale per Mann è quello di crescere attraverso l'esperienza, di diventare un vero uomo, un traguardo che raggiunge anche grazie al suo nemico. Non mi piace invece l'ipotesi, avanzata da alcuni critici, di una natura "diabolica" dell'autocisterna, una sorta di possessione che in fondo è superflua e inutile. Concludo con alcune annotazioni: personalmente il film risuona in me ancora di più perché ho sempre avuto paura delle automobili e del fatto che, mentre guidiamo, tendiamo a "disumanizzare" le altre vetture che incrociamo sulla strada (pensiamo spesso a loro come "macchine", raramente riflettendo che contengono degli uomini al loro interno). Negli Stati Uniti, invece, le auto sono un vero mito, un'estensione quasi ineluttabile delle persone. Anche Spielberg volle che i veicoli "parlassero" per sé stessi, e per questo motivo il protagonista non ha molte linee di dialogo (da notare però il flusso dei suoi pensieri interiori, per esempio nella scena al posto di ristoro sulla strada). La colonna sonora di Billy Goldenberg anticipa in alcuni punti il celebre tema de "Lo squalo". E il regista renderà successivamente omaggio a questo suo primo lavoro in altri suoi film: per esempio Lucille Benson e la sua stazione di servizio con l'esibizione di serpenti torneranno in "1941 - Allarme a Hollywood". Per certi versi la pellicola (pensando per esempio al suo incipit, con la soggettiva della macchina che esce dal garage e attraversa la città, mentre in sottofondo si sente la radio) potrebbe aver ispirato "Locke" di Steven Knight.

16 settembre 2019

In nome del popolo italiano (Dino Risi, 1971)

In nome del popolo italiano
di Dino Risi – Italia 1971
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman
***

Visto in divx alla Fogona.

Il giudice istruttore Mariano Bonifazi (Tognazzi) vede nell'imprenditore Lorenzo Santenocito (Gassman) tutto quello che combatte con severità e solerzia: l'arroganza del potere, l'arricchimento ai danni della comunità, la disonestà, la corruzione, la spregiudicatezza nel commettere abusi edilizi e nell'inquinare l'ambiente, le mani in pasta in mille affari di grande e piccolo calibro. Come se non bastasse, Santenocito è un ex fascista (mentre Bonifazi è di sinistra), e questo ne fa un avversario anche dal punto di vista ideologico. Tanto basta per concentrare su di lui le indagini sulla morte di una giovane prostituta d'alto bordo (Ely Galleani) che Santenocito non solo frequentava, ma di cui si serviva per “ammorbidire” le trattative d'affari durante cene e festini. L'alibi dell'uomo per la sera in questione non regge: ma sarà davvero colpevole? Nonostante qualche personaggio minore un po' caricaturale (il medico legale, l'archivista del tribunale che cita Belli, il cameriere gay), i toni non sono quelli della commedia o della satira: strutturato come un giallo (soltanto nel finale scopriremo la verità sulla morte della ragazza) e basato sullo scontro fra due personalità contrapposte, il film fa riflettere su come il boom economico abbia prodotto una categoria di imprenditori che sfruttano ogni occasione, legale o meno, per arricchirsi (come i palazzinari de “Le mani sulla città”), nell'indifferenza se non con la complicità della società civile. Tanto che Bonifazi si trova a riflettere amaramente se quel “popolo italiano” in nome del quale la giustizia emette le sue sentenze – e che sembra trovare una propria unità soltanto di fronte alle vittorie calcistiche, per di più non senza manifestazioni di teppismo e volgarità – meriti davvero di essere tutelato e protetto. Di fatto Santenocito è un Berlusconi prima di Berlusconi (manca soltanto la discesa in politica, per il resto c'è tutto: dagli appoggi altolocati alle “cene eleganti”). Soggetto e sceneggiatura sono di Age e Scarpelli, la musica è di Carlo Rustichelli.

29 aprile 2019

Promised land (Gus Van Sant, 2012)

Promised Land (id.)
di Gus Van Sant – USA 2012
con Matt Damon, John Krasinski
**

Visto in TV.

Steve (Matt Damon), dirigente di una compagnia che effettua trivellazioni per estrarre gas naturale, giunge in una cittadina rurale con l'obiettivo di convincere gli abitanti a acconsentire allo sfruttamento dei loro terreni. Inizialmente sembra avere vita facile, dato lo stato di crisi economica in cui si trovano gli agricoltori: ma poi dovrà vedersela con Dustin (John Krasinski), un giovane e agguerrito rappresentante di un'organizzazione ambientalista, che inizia a mettere in guardia gli abitanti dai pericoli connessi. Il tema è quello della fratturazione idraulica, tecnica estrattiva con forti rischi ambientali, e il film cerca di mostrare il conflitto fra gli interessi delle multinazionali e quelli delle comunità che su quei terreni ci vivono (magari da molte generazioni), attraverso lo scontro fra due tipi di retorica, impersonati dai due contendenti. Ma nonostante la regia competente di Van Sant e il buon cast (ci sono anche Frances McDormand, Hal Holbrook e Rosemarie DeWitt), la pellicola non riesce davvero a "respirare", e la sceneggiatura si basa solo sul colpo di scena finale, con l'inevitabile (ma anche implausibile) scambio di ruolo dei due protagonisti. Un altro tema affrontato è quello della manipolazione e del controllo della coscienza ambientalista di una comunità (in effetti gli agricoltori e gli abitanti della cittadina, tranne pochissime eccezioni, sono presentati praticamente senza una voce propria o delle idee in merito, e seguono di volta in volta come banderuole le direzioni di Steve o di Dustin, che cercano di portarli dalla propria parte mostrandosi amichevoli, affabili e comprensivi). Damon e Krasinski sono anche sceneggiatori (il soggetto è di Dave Eggers). Curiosità: il film è stato co-finanziato da una casa di produzione legata al governo di Abu Dhabi, accusato di aver voluto in questo modo "sabotare" l'industria estrattiva americana (sua concorrente).

26 gennaio 2019

La favorita (Yorgos Lanthimos, 2018)

La favorita (The favourite)
di Yorgos Lanthimos – Irlanda/GB/USA 2018
con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

Alla corte della regina Anna Stuart (Olivia Colman), nell'Inghilterra agli inizi del Settecento, le cugine Sarah Churchill (Rachel Weisz) e Abigail Masham (Emma Stone) si contendono la sua amicizia, i suoi favori (anche sessuali) e il ruolo di dama di compagnia e consigliera. Eccezionale e pungente period drama sul tema del potere, virato in chiave femminile attraverso un triangolo (isoscele) ai cui vertici troviamo tre attrici in stato di grazia. Ispirato a figure reali, è una sorta di "Eva contro Eva" in chiave storica: come nel film di Mankiewicz, la nuova arrivata (Abigail in questo caso) prova a scalzare la rivale – Sarah, duchessa di Marlborough, da sempre la più stretta amica e confidente della regina, al punto da condizionarne anche le scelte politiche – fingendo innocenza e utilizzando trucchi e manipolazioni di ogni tipo, compiendo così una vera e propria scalata sociale. Lo stile di Lanthimos (da notare stilisticamente l'uso del grandangolo) fonde, qui più che mai, il rigore di Kubrick (durante numerose scene viene spesso in mente "Barry Lindon", anche per via dell'illuminazione a candela o della colonna sonora a base dei soliti Händel, Bach, Purcell, Vivaldi, Schumann e Schubert: ma non mancano compositori moderni o sperimentali come Messiaen, Luc Ferrari e Anna Meredith) con il grottesco di Greenaway ("I misteri del giardino di Compton House": e si pensi anche ai colloquiali titoletti dei vari capitoli). Ma rispetto ai suoi lavori precedenti, almeno apparentemente, c'è un evidente scarto: per la prima volta ci troviamo in un luogo e in un'epoca storica ben precisa, e la vicenda appare più lineare e "accessibile" e meno ostica (anche perché la pellicola non è scritta da lui né dal suo consueto collaboratore Efthymis Filippou). In realtà non manca nemmeno stavolta quel senso di universalità, tipico della tragedia greca, che trasforma i personaggi in simboli e personificazioni delle passioni umane (il dominio, la gelosia, la devozione, l'inganno, la sofferenza, la dipendenza). E il divertimento è garantito dai tanti momenti stranianti, surreali o insoliti che arricchiscono la vicenda e donano spessore a tutte le figure, comprese quelle di contorno. La corte di Anna è un microcosmo dove gli eventi del mondo esterno (la guerra contro la Francia, per esempio) sono filtrati o alterati dalle idiosincrasie personali, dagli intrighi, dagli interessi o dalle distrazioni più bizzarre (la corsa delle anatre, il lancio delle melagrane). La stessa regina, forse il personaggio più complesso del film, trasfigura le proprie sofferenze in qualche modo (il dolore per la morte dei figli – non ha mai portato a termine una gravidanza – è sublimato dall'affetto per i conigli che tiene come animali domestici). E i temi del potere, della dominanza e della sottomissione assumono le forme più diverse (sessuali, ludiche, politiche). Le tre interpreti sono state giustamente nominate tutte e tre all'Oscar: ma chissà in base a quali criteri la Colman è stata candidata come miglior attrice, mentre la Stone e la Weisz come non protagoniste (sarebbe stato forse più giusto il contrario). In ogni caso, la pellicola ha ricevuto ben dieci nomination, compreso quelle per il miglior film, la regia, la sceneggiatura originale (di Deborah Davis e Tony McNamara) e i costumi. La Weisz e la Colman avevano già recitato per Lanthimos in "The lobster". Nel cast anche Nicholas Hoult (Harley), Joe Alwyn (Masham) e James Smith (Godolphin).

30 dicembre 2018

Eva contro Eva (Joseph L. Mankiewicz, 1950)

Eva contro Eva (All about Eve)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1950
con Bette Davis, Anne Baxter
****

Visto in TV.

Mentre la giovane Eva Harrington (Anne Baxter), astro nascente del teatro, riceve un prestigioso premio durante una serata di gala, i personaggi che sono stati testimoni della sua rapida ascesa, seduti ad un tavolo vicino, ricordano gli eventi che l'hanno portata fin lì. Timida, insicura, ingenua e innocente (o almeno così sembrava), Eva era riuscita ed entrare nelle grazie di Margo Channing (Bette Davis), diva attempata ma ancora sulla cresta dell'onda, di cui si era professata ardente ammiratrice, conquistando con il proprio entusiasmo e l'amore per il teatro non solo lei ma tutto il suo entourage, dal drammaturgo Lloyd Richards (Hugh Marlowe) alla moglie di questi (e miglior amica di Margo) Karen (Celeste Holm), dal regista Bill Sampson (Gary Merrill) al produttore Max Fabian (Gregory Ratoff), fino al pungente critico Addison DeWitt (George Sanders), l'unico peraltro che riconosce Eva per quello che davvero è: una ragazza fintamente modesta ma in realtà un'ambiziosa arrampicatrice, pronta a tutto (falsità, menzogne, inganni e manipolazioni) per "spodestare" Margo e prenderne il posto (nel lavoro, ma anche negli affetti e nella vita privata). Capolavoro (uno dei tanti, perlomeno) di Mankiewicz e cinico ritratto del mondo dello spettacolo (il teatro, ma di riflesso anche il cinema: Eva disprezza Hollywood, però finirà per trasferirsi lì). Lo scontro fra le due donne, che il titolo italiano sottolinea ancora di più, è quello fra due personalità che in realtà sono quasi agli antipodi. Tanto Margo, la diva affermata, vorrebbe tornare a una vita semplice e aspira solo ad essere amata dall'uomo che ama, tanto Eva invece vive esclusivamente per il palcoscenico, si fa beffe dei reali sentimenti delle persone (che manipola con spregiudicatezza) e aspira alla fama, alla gloria, agli applausi, anche a costo di rimanere sola. "Per fare teatro bisogna dare tutti sé stessi, ci vuole ambizione, forza di volontà, abnegazione..." le viene detto: e lei non si tira indietro, calpestando ogni cosa. Nel finale, come una ruota che gira, le si presenta in stanza una giovane ammiratrice, Phoebe (Barbara Bates), pronta a farle quello che lei ha fatto con Margo (significativa la scena in cui si prova il suo costume allo specchio).

La sceneggiatura (dello stesso Mankiewicz, ispirata a un racconto di Mary Orr) è brillante e sofisticata, ricca di battute scoppiettanti e sardoniche, con tantissimi paralleli (ma anche smarcamenti) fra il teatro e la vita reale. Il mondo di Broadway è descritto come una grande famiglia, i cui componenti (attori, scrittori, registi, produttori) agiscono insieme e concorrono tutti verso un solo obiettivo: esemplare il discorso (ironicamente assai ipocrita) di Eva quando riceve il premio, in cui ringrazia tutti coloro che l'hanno portata al successo (e che pure la odiano). E grandioso il cast, dove spicca in particolare una strepitosa Bette Davis, che alterna momenti in cui il suo personaggio si mostra orgoglioso, stizzoso o geloso ad altri in cui è fragile, insicuro o rassegnato, da quando soffre per la vecchiaia che avanza a quando finalmente accetta la propria età e decide di rifiutare le parti (giovanili) che continuano a proporle ma che non le si addicono, lasciando di fatto il campo libero ad Eva. Per questo motivo la sua non è una sconfitta, ma una serena uscita di scena. Particina anche per un'allora sconosciuta Marilyn Monroe nei panni dell'attricetta Claudia Caswell: pur comparendo in poche sequenze, emana già una luce propria e calamita lo sguardo su di sé (favorita anche dal fatto di vestire di bianco, unica fra tutti i personaggi). Da notare qualche sottotesto lesbico (non esplicitato, ovviamente), per esempio nelle scene con la bizzosa Berta ("Birdie" in originale), l'anziana "fedele amica e compagna" di Margo, interpretata da Thelma Ritter. Ma, tra le righe, la stessa Eva è omosessuale (come probabilmente anche Addison). Il tema dell'attrice che invecchia, invece, può invogliare a qualche paragone con un altro capolavoro uscito nelle sale in quello stesso anno (il 1950), "Viale del tramonto". Trionfo agli Oscar, con ben 14 nomination (record fino ad allora, poi soltanto eguagliato da "Titanic" nel 1997 e da "La La Land" nel 2016), fra cui ben 4 alle attrici, e 6 statuette vinte (miglior film, regia, sceneggiatura, costumi, sonoro, e Sanders come attore non protagonista). La pellicola ispirerà, fra gli altri, "Tutto su mia madre" di Almodóvar e "Il cigno nero" di Aronofsky.

4 dicembre 2018

Whiplash (Damien Chazelle, 2014)

Whiplash (id.)
di Damien Chazelle – USA 2014
con Miles Teller, J. K. Simmons
***

Visto in TV, con Sabrina.

Il diciannovenne Andrew Neiman (Teller), batterista jazz e studente presso il prestigioso conservatorio di musica Shaffer, entra a far parte dell'orchestra diretta dall'esigentissimo insegnante Terence Fletcher (Simmons), la cui fama è pari alla sua severità e al suo carattere intrattabile. Per stimolare gli studenti a dare il meglio di sé, infatti, Fletcher li spinge fino al limite, pretendendo il massimo impegno e non esitando a maltrattarli a parole e nei fatti (anche ricorrendo a feroci insulti, neanche fosse l'istruttore di "Full Metal Jacket"). Quello con Andrew, a sua volta ostinato e ambizioso, diventa così uno scontro di personalità, che il film descrive con intensità e in crescendo. Più che sulla musica in senso stretto, la pellicola affronta il mito (americano) del successo (la storia potrebbe essere ambientata in una palestra di pugilato o in qualsiasi altro ambiente competitivo, e non cambierebbe una virgola). Andrew aspira a diventare il batterista migliore della sua generazione, il numero uno, e per questo è disposto a versare (letteramente) sangue e sudore, sottoponendosi a durissime prove e a tutte le angherie di Fletcher. Che dal suo canto, per quanto collerico e vendicativo (ma in alcune scene suggerisce di avere anche un lato di grande sensibilità), intravede nel ragazzo un grande e potenziale talento, e proprio per questo lo mantiene sempre sul filo, senza dargli tregua o sicurezza. Entrambi i personaggi hanno lati negativi ed esagerati, e pur di raggiungere i rispettivi obiettivi passano sopra i rapporti umani: Andrew rinuncia agli amici o alla fidanzata, e segue la propria strada in maniera egoistica, come se fosse un vistuoso solista (dimenticandosi che fa parte di un ensemble); Fletcher calpesta i sentimenti e i sogni dei suoi studenti, non solo insultandoli e umiliandoli ma mettendoli anche l'uno contro l'altro. Il loro scontro sconfina sul piano fisico (nonostante si parli di musica, vediamo tanto sangue, dolore e sofferenza: forse il paragone con il pugilato o lo sport in generale non è campato per aria). Chazelle ha girato il film in preda alla frustrazione per l'impasse in cui si trovava un altro suo progetto, il musical "La La Land", che riuscirà a realizzare nel 2016 proprio grazie al successo di questo. Ottimo infatti il riscontro critico, con cinque nomination agli Oscar e tre statuette vinte (Simmons come miglior attore non protagonista, oltre a montaggio e sonoro). Il titolo "Whiplash" è quello di uno dei brani jazz (di Hank Levy) che vengono suonati ripetutamente (l'altro è "Caravan" di Duke Ellington).

30 novembre 2017

A hero never dies (Johnnie To, 1998)

A hero never dies (Chan sam ying hung)
di Johnnie To – Hong Kong 1998
con Leon Lai, Lau Ching Wan
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

I gangster Jack (Leon Lai) e Martin (Lau Ching Wan) sono al servizio di due boss della triade in guerra fra loro, impegnati da mesi in una sanguinosa faida per il controllo di Hong Kong. Pur combattendo su fronti opposti, i due uomini sono però assai simili, tanto nella fedeltà e dedizione al dovere quando nel rispetto dei valori dell'amicizia e del cameratismo. Al punto da essere considerati "scomodi", e dunque scaricati senza troppa riconoscenza, quando i due boss stringeranno un'alleanza interessata per spartirsi il territorio, di fatto tradendo tutti coloro che hanno combattuto o sono morti per la loro causa. Abbandonati in Thailandia e sopravvissuti ai tentativi di eliminarli (grazie anche al sacrificio delle loro donne, Fiona Leung e Yoyo Mung), Jack e Martin – quest'ultimo rimasto mutilato – mediteranno vendetta. Al primo film diretto per la casa di produzione Milkyway da lui stesso fondata (anche se pare che il precedente "The odd one dies", accreditato a Patrick Yau, fosse stato girato in gran parte da lui), Johnnie To realizza il suo personale "A better tomorrow". Molti sono infatti gli elementi in comune con il capolavoro di John Woo: il mix fra gangster movie, noir e melodramma, un senso dell'onore e della fratellanza quasi anacronistico in un mondo dove domina il vile opportunismo, un soffuso strato di malinconia, violente sparatorie che l'apparentano al filone dell'heroic bloodshed, e naturalmente i temi del tradimento e della vendetta, peraltro ubiqui nel cinema di Hong Kong. To confeziona il tutto con il suo stile e la sua regia avvolgente, i lenti movimenti di macchina, la fotografia cupa e d'atmosfera, il ritmo rilassato ma sempre pronto a esplodere al momento dell'azione, e caratterizza i suoi personaggi con poche ma efficaci pennellate (vedi l'arroganza e il cappello da cowboy di Lau). Ne risulta uno dei suoi migliori film. Memorabile la scena all'interno del locale dove i due protagonisti si ritrovano per dirimere le loro controversie, con il "gioco" della moneta per distruggersi a vicenda i bicchieri, che anziché esacerbarne la rivalità cementa di fatto la loro potenziale amicizia (una scena che ricorda quella altrettanto celebre della pallina di carta in "The mission"). Il gestore del suddetto locale metterà da parte una bottiglia di vino per i due amici/nemici, e proprio questa bottiglia diventa uno dei fili conduttori della pellicola, simbolo della loro leggenda (viene mostrata nell'inquadratura iniziale e in quella conclusiva). Nella colonna sonora di Raymond Wong spicca una classica canzone pop giapponese, "Sukiyaki", reinterpretata in cantonese e poi in versione strumentale.

14 settembre 2017

Heat - La sfida (Michael Mann, 1995)

Heat - La sfida (Heat)
di Michael Mann – USA 1995
con Al Pacino, Robert De Niro
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Visto in TV, con Sabrina.

Al Pacino e Robert De Niro, oltre ad essere i due attori italo-americani più celebri degli anni settanta, protagonisti di tanti capolavori a opera di registi come Scorsese, Coppola e Lumet, sono accomunati nel nostro paese dall'aver avuto per lungo tempo lo stesso doppiatore, l'eccellente Ferruccio Amendola. La curiosità maggiore nel vederli insieme sullo schermo era dunque quella di scoprire a quale dei due Amendola avrebbe dato la voce nella versione italiana. La risposta è a De Niro: Pacino viene invece affidato a Giancarlo Giannini, che comunque l'aveva già doppiato in passato. Quanto al film, l'ho trovato estremamente sopravvalutato (cosa che penso, fra l'altro, di tutto il cinema di Mann). Troppo lungo (quasi 3 ore!), estenuante e noioso, fatica tremendamente a ingranare senza poi ricompensare adeguatamente lo spettatore per l'attesa. Vincent Hanna (Pacino), tenente di polizia nevrotico e ossessionato dal proprio lavoro, indaga su una banda di violenti rapinatori capeggiati da Neil McCauley (De Niro). Questi progetta un ultimo colpo prima di fuggire dal paese e ritirarsi a vita privata: ma il destino vorrà diversamente. Presentato (ancor più dal sottotitolo italiano) come un film imperniato sulla "sfida" fra i due grandi divi, in realtà è un thriller del tutto convenzionale, con una trama stiracchiata e caratterizzazioni prive di complessità (anche se è da apprezzare il retrogusto malinconico: Mann ha dichiarato di essersi ispirato a "Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide" di Jean-Pierre Melville e ad altri polar francesi, anche se in realtà la pellicola è un remake di un tv movie da lui stesso realizzato nel 1989, "Sei solo, agente Vincent"). Le tanto osannate sequenze d'azione (le due rapine e lo scontro finale) fanno rimpiangere sia il cinema degli anni settanta che quello – coevo – di Hong Kong (da salvare la sparatoria in strada), mentre la sfida (intellettuale?) fra guardia e ladro è portata sullo schermo senza particolare originalità e tensione, anche perché gli schemi di ragionamento dei due sono assai simili (le "due facce di una stessa medaglia", commentava già ironicamente Nanni Moretti in "Aprile") e mai si percepisce un reale scontro di personalità. Di fatto, nonostante il dialogo al momento del loro primo incontro (che giunge solo a metà film, e girato con un semplice campo/controcampo), nulla davvero li lega o li divide per tutta la pellicola, a parte (banalmente) lo stare su lati opposti della barricata. A livello di interpretazioni, buono De Niro, particolarmente misurato: non si può dire altrettanto di un Pacino che recita di maniera e fa il verso a sé stesso. Nel resto dell'affollato cast (che comprende anche Tom Sizemore, Wes Studi, Diane Venora, Amy Brenneman, Ashley Judd, Tom Noonan, Hank Azaria, Danny Trejo), nessuno si eleva al di sopra del rango di comprimario (come Val Kilmer o Jon Voight) o macchietta (come Kevin Gage). Note di demerito particolari, però, vanno agli inutili personaggi femminili, corpi assolutamente estranei nelle vite degli uomini, che infatti – come dice lo stesso De Niro – possono abbandonarle in qualsiasi momento se se ne presentasse la necessità. Della figlia adottiva del poliziotto (Natalie Portman) addirittura lo spettatore si dimentica completamente, fino a quando non riappare nel finale con il suo tentato suicidio. In ogni caso, lo status di cult movie di cui gode il film è dovuto quasi esclusivamente alla coppia di interpreti, che pure condivideranno lo schermo per sei minuti a dir tanto.