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7 aprile 2022

Apollo 10 e mezzo (R. Linklater, 2022)

Apollo 10 e mezzo (Apollo 10½: A Space Age Childhood)
di Richard Linklater – USA 2022
animazione rotoscope
**

Visto in TV (Netflix).

Stanley, nove anni e ultimo di sei fratelli, vive con la famiglia alla periferia di Houston: il film – il terzo di Linklater in animazione rotoscope, dopo i più artistici "Waking life" e "A scanner darkly" – rievoca in chiave nostalgica l'estate del lancio dell'Apollo 11 e della conquista della Luna, eventi (ri)visti con gli occhi dell'infanzia. Gran parte della pellicola, in effetti, è spesa a raccontare le esperienze di quei mesi: la vita in famiglia, i giochi più o meno pericolosi con i fratelli e gli altri ragazzi del quartiere, le canzoni, i film e i programmi TV dei tardi anni Sessanta, il tutto mentre il programma spaziale della NASA domina l'interesse collettivo e l'immaginario di tutti. In effetti lo stesso Stanley, nella sua immaginazione, si vede partecipare alla grande impresa, assoldato per testare il modulo lunare e poi raggiungere in segreto la Luna (con la missione Apollo 10 e mezzo) prima dei veri astronauti. Parzialmente autobiografico (e in questo molto simile come impostazione al recente "Belfast" di Kenneth Branagh, nonché a mille altri film del genere), visto che lo stesso Linklater è nato a Houston nel 1960, il lungometraggio è però nel complesso noiosetto, come quando qualcuno ti vuole raccontare per forza le sue esperienze d'infanzia, anche se sono poco interessanti. La voce narrante (di Stanley da adulto), in originale, è di Jack Black. Fra i tanti film di quegli anni citati nella pellicola, c'è "Conto alla rovescia" di Robert Altman.

6 marzo 2021

Moonwalkers (Antoine Bardou-Jacquet, 2015)

Moonwalkers (id.)
di Antoine Bardou-Jacquet – Francia 2015
con Ron Perlman, Rupert Grint
**

Visto in TV (Prime Video).

Per realizzare il video di un finto allunaggio, da utilizzare nel caso in cui la missione dell'Apollo 11 andasse storta, l'agente della CIA Kidman (Ron Perlman) viene inviato a Londra per assoldare il regista Stanley Kubrick. Ma a causa di un disguido, l'uomo – che soffre di disturbi traumatici in seguito alle sue esperienze in Vietnam – si ritrova a lavorare con Johnny (Rupert Grint), manager fallito di una rock band amatoriale, e tutto il suo entourage di artisti scapestrati e underground, dediti alle droghe e alla psichedelia... Di produzione francese (è l'opera prima del regista Antoine Bardou-Jacquet) ma in lingua inglese, una commedia che fonde le ipotesi di complotto sugli sbarchi lunari con l'atmosfera hippie e la controcultura degli anni sessanta. Nonostante il curioso soggetto (di Dean Craig) e i bravi attori (mi ha sorpreso soprattutto Grint, decisamente maturato dai tempi dei primi "Harry Potter"), però, gli sviluppi sono un po' fiacchi: la scena più divertente è quella in cui Kidman, ruvido e tutto d'un pezzo, assume per errore l'LSD. Robert Sheehan è Leon, l'amico sciroccato di Johnny che si fa passare per Kubrick, Tom Audenaert è il regista alternativo. Qua e là sono sparse citazioni kubrickiane (da "2001" e soprattutto da "Arancia meccanica").

15 aprile 2020

Rêve à la Lune (F. Zecca, G. Velle, 1905)

Rêve à la Lune, aka L'amant de la Lune
di Ferdinand Zecca, Gastón Velle – Francia 1905
con Ferdinand Zecca
**1/2

Visto su YouTube.

Un ubriaco (interpretato dallo stesso Zecca) torna a casa dopo una serata di bagordi. Infilatosi a letto non senza fatica, sogna di trovarsi ancora all'aperto e comincia a bisticciare con la Luna nel cielo, dapprima tirandole contro una bottiglia e poi cercando di raggiungerla: ma salire su un lampione e poi arrampicarsi lungo la parete di un edificio fino al tetto non servirà a nulla (se non a svegliare la gente che dorme). Una folata di vento lo porta poi via insieme al caminetto cui è aggrappato. E dopo aver attraversato un temporale, fra le nuvole che si aprono scorge finalmente il suo obiettivo: il gigantesco faccione della Luna, che con uno sbadiglio lo ingoia per poi risputarlo a terra. Il sogno si conclude e l'uomo si risveglia nella propria stanza, ma la sua lotta non è terminata: a farne le spese è questa volta l'orologio a pendola della casa che, proprio come la Luna in precedenza, viene centrato con una bottigliata. Movimentato film comico-onirico nello stile di Méliès, con cui Zecca – che lo ha girato in collaborazione con Gastón Velle – ritorna in chiave comica sul tema dell'alcolismo che già aveva affrontato in maniera più seria nel precedente “Les victimes de l'alcoolisme”. La miscela di commedia, avventura e sogno è affascinante, ma la pellicola presenta anche alcune inquadrature e soluzioni tecniche innovative per l'epoca: su tutte la scena in cui Zecca si arrampica sulla parete del palazzo, girata mediante un carrello in movimento verso l'alto (la prospettiva sembra anticipare quella di videogiochi come “Donkey Kong”!). Da notare anche il primo piano della porta che mostra le difficoltà dell'uomo nell'infilare la chiave nella toppa, e soprattutto la pendola che oscilla incessantemente, sulla sinistra dell'inquadratura, nelle scene ambientate all'interno della casa, per essere arrestata soltanto dalla rottura dell'orologio nel finale: il suo movimento, che attira irresistibilmente lo sguardo dello spettatore (è quasi impossibile non catalizzare l'attenzione su di essa), è ipnotico nel vero senso della parola, visto che ricorda gli oggetti in movimento che gli ipnotizzatori usano per portare i propri pazienti nello stato di trance. E naturalmente l'oscillazione si ripresenta trasfigurata nel sogno, attraverso quella del lampione e poi del caminetto su cui l'uomo si arrampica nel suo tentativo di raggiungere la Luna.

20 luglio 2019

Viaggio nella Luna (Georges Méliès, 1902)

Viaggio nella Luna (Le voyage dans la Lune)
di Georges Méliès – Francia 1902
con Georges Méliès, Bleuette Bernon
****

Rivisto su YouTube.

Oggi, cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna, valeva la pena di riguardarsi la prima pellicola mai girata sull'argomento della conquista umana del nostro satellite. Liberamente ispirato a Jules Verne (e al suo classico romanzo “Dalla Terra alla Luna” del 1895), ma probabilmente anche all'allora più recente “I primi uomini sulla Luna” di H. G. Wells (1901), il film è senza dubbio il più noto fra tutti i lavori di Méliès. Ingenuo, estroso, surreale, teatrale e ovviamente muto (e privo di didascalie: ma all'epoca in sala era spesso presente un “narratore” che spiegava al pubblico quello che accadeva sullo schermo), il film comincia con un congresso di astronomi (con il tipico cappello a punta da stregoni) che decide di costruire una navicella per raggiungere la Luna: si tratterà di un proiettile cavo, sparato da un enorme cannone appositamente fabbricato e puntato verso il nostro satellite. Dopo aver progettato e supervisionato la costruzione dell'apparecchio, sei degli astronomi (fra cui il presidente Barbenfouillis, interpretato dallo stesso Méliès) si introducono nella navicella e vengono lanciati verso l'obiettivo: il proiettile si conficca nell'occhio del “faccione” della Luna, in una delle immagini più iconiche della storia dei cinema dei primordi, entrata nell'immaginario collettivo (ma è da notare che il regista francese aveva già mostrato sullo schermo una Luna dal volto umano in due suoi lavori precedenti: “Le cauchemar” del 1896 e soprattutto “La Luna a un metro” del 1898). Scesi sulla superficie del satellite (dove si respira come se ci fosse atmosfera), dopo un breve sonnellino disturbato da varie visioni e da una tempesta di neve, ne esplorano l'interno (dove crescono funghi e ci sono cascate d'acqua) e finiscono per scontrarsi con una tribù di seleniti (una sorta di demoni-crostacei), di cui sconfiggono il re. Costretti a fuggire (la ripartenza avviene semplicemente facendo cadere la navicella verso il basso, da un precipizio!), gli scienziati ammarano sul nostro pianeta, recando con sé un selenita, e saranno portati in trionfo dalla popolazione, che erigerà anche una statua a Barbenfouillis.

Méliès aveva già girato film assai complessi e divisi in più quadri (a partire da “Cenerentola” nel 1899), collegati dal montaggio o dalle dissolvenze, ma questo – che fra l'altro era la sua 400° pellicola – risultò subito degno di particolare nota per la ricchezza dei fondali e delle scenografie, per l'afflato avventuroso e fantastico della vicenda, e per il sapiente uso dei trucchi ottici (sovrimpressioni, doppie esposizioni) e teatrali che il regista aveva già messo a punto nei lavori precedenti, qui al servizio di “effetti speciali” del tutto funzionali alla storia e non soltanto messi in scena per stupire gli spettatori (come invece accadeva in molti altri film dell'epoca – non a caso si parla di “cinema delle attrazioni” e dello stesso Méliès). Con un costo stimato di 10.000 franchi (dovuti al gran numero di comparse e di costumi necessari, come quelli dei seleniti) e una durata di circa 14 minuti, era anche il film più lungo e ambizioso del cineasta francese fino ad allora: il coraggio venne ampiamente ripagato, visto che la pellicola divenne subito estremamente popolare e conobbe un successo di enorme portata, trasformandosi forse nel primo vero blockbuster globale della storia del cinema. La Star Film ne vendette copie in tutto il mondo, distribuendolo sia in bianco e nero sia (come era già accaduto per altri lavori) a colori, ossia con un'operazione di tinteggiatura a mano direttamente sulla pellicola. E naturalmente non mancarono casi di pirateria (ad opera, in particolare, di Thomas Edison in America) e la comparsa di imitazioni più o meno riuscite (“Excursion dans la lune” di Segundo de Chomón, del 1908, per esempio, ne è un rifacimento scena per scena). Da notare alcuni sottotesti satirici (sul colonialismo e l'imperialismo: impossibile prendere del tutto sul serio i balletti, le parate e le cerimonie che circondano prima il lancio e poi il ritorno degli astronomi sulla Terra). Estremamente influente e considerato ancora oggi il capostipite della fantascienza cinematografica, nel suo genere sarà eguagliato e forse superato soltanto da un'altra pellicola di Méliès, “Viaggio attraverso l'impossibile”, due anni più tardi. In tempi recenti, il film è stato omaggiato in “Hugo Cabret” di Martin Scorsese.

22 settembre 2018

First man - Il primo uomo (D. Chazelle, 2018)

First man - Il primo uomo (First man)
di Damien Chazelle – USA 2018
con Ryan Gosling, Claire Foy
**1/2

Visto al cinema CityLife Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La vita di Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna, raccontata dal 1961 (appena prima di entrare, da pilota collaudatore e ingegnere civile, nel programma spaziale della NASA) allo storico allunaggio del 20 luglio 1969. Dopo i fasti di "La La Land", Chazelle (e Gosling) tornano "sulla terra" (si fa per dire) con una pellicola dall'impostazione decisamente classica, un film biografico senza troppi guizzi, che si trattiene proprio nel mettere in scena la figura principale. L'Armstrong interpretato da Gosling (con la sua solita inespressività) è un personaggio ai limiti dell'autistico: dedito al suo lavoro, preciso e silenzioso, incapace di stringere relazioni con coloro che lo circondano, che si tratti di superiori, colleghi o familiari. E così al film manca un vero appiglio emotivo: c'è giusto quello, fornito all'inizio, della morte per malattia della figlioletta Karen, un lutto che Neil porterà silenziosamente dentro di sé per i tanti anni a venire (e che sublimerà gettando in un cratere lunare proprio il braccialetto della bambina). Anche gli altri astronauti, peraltro, non escono brillantemente dalla sceneggiatura di Josh Singer: vedi Buzz Aldrin (Corey Stoll), per esempio, ritratto come un cazzone insensibile, mentre Mike Collins è a malapena citato. Dove invece il film ha i suoi pregi è nella rappresentazione del difficile e travagliato percorso che – attraverso le missioni Gemini e Apollo – ha portato l'uomo sulla Luna: un percorso fatto di esperimenti e fallimenti, di prove ed errori (con tanto di morti, come le tre vittime dell'incendio dell'Apollo 1), di cui la pellicola è una fedele testimonianza, a partire dall'insistenza sui materiali e le tecnologie dell'epoca (lamiere cigolanti, viti e bulloni, capsule tutt'altro che "fantascientifiche"). E dunque proprio il fascino e l'avventura dell'esplorazione spaziale sono i fattori che tengono incollato allo schermo lo spettatore, forse un po' annoiato, nelle sequenze finali dell'allunaggio e della camminata sulla superficie del satellite: "Un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l'umanità", appunto. In negativo, da mettere in conto i soliti cliché sull'ansia della moglie rimasta a casa, un tipo di personaggio di cui sembra proprio impossibile fare a meno in questo tipo di film. Non male invece (e per nulla scontata) la colonna sonora di Justin Hurwitz. Jason Clarke è Ed White, Kyle Chandler è Deke Slayton, Ciarán Hinds è Gene Kranz.

29 gennaio 2018

Apollo 13 (Ron Howard, 1995)

Apollo 13 (id.)
di Ron Howard – USA 1995
con Tom Hanks, Ed Harris
***

Visto in TV.

La vera storia della tredicesima missione Apollo, partita da Cape Kennedy l'11 aprile 1970, che avrebbe dovuto portare sulla Luna i tre astronauti Jim Lovell (Tom Hanks), Fred Haise (Bill Paxton) e Jack Swigert (Kevin Bacon), quasi un anno dopo lo storico sbarco di Neil Armstrong. Ma un'esplosione in uno dei serbatoi di ossigeno a bordo (da cui la celebre frase "Houston, abbiamo un problema") costrinse l'equipaggio ad annullare l'allunaggio e a tentare un pericoloso rientro d'emergenza verso la Terra, che giunse a buon fine grazie al coraggio, all'intraprendenza, ma soprattutto alle capacità tecniche e scientifiche degli uomini della NASA, coordinati dal direttore di volo Gene Kranz (Ed Harris). Probabilmente il miglior film di Ron Howard, che mette da parte le velleità artistiche per affidarsi alla sola ricostruzione dei fatti, basandosi sul libro dello stesso Lovell "Lost Moon" (con l'espressione "Abbiamo perso la Luna") e la cura verso i dettagli tecnici (persino quelli più realistici e "sgradevoli", come la presenza di vomito e urina nello spazio). I cineasti ottennero la collaborazione e la consulenza della NASA per riprodurre sullo schermo le strutture e i materiali d'epoca, così come gli effetti dell'antigravità. Naturalmente non mancano libertà creative (diversi personaggi sono stati condensati in uno solo, come nel caso di Kranz e di Ken Mattingly, interpretato da Gary Sinise, il pilota che fu sostituito da Jack Swigert a pochi giorni dal lancio e che contribuì da Terra alla missione di salvataggio). Fra tanto realismo e attenzione agli aspetti tecnici, non mancano comunque spettacolarità e tensione, il che rende la pellicola un thriller ad alto impatto emotivo, dove persino l'enfasi e la retorica hanno comunque la loro ragione di essere (nonostante i cliche, nel finale c'è sincera emozione, forse perché sappiamo che si tratta di una storia vera: da notare però che all'uscita del film ci fu qualche disinformato che ebbe da ridire sull'"irrealistico lieto fine hollywoodiano"). L'insuccesso della missione Apollo 13 (a proposito: alla faccia della superstizione!) fu all'epoca definito "un fallimento di grande successo", per come seppe mettere in luce le capacità di ingegnarsi della NASA e quelle di sopravvivere in un ambiente estremo (in questo il film va giustamente considerato come il precursore di "Gravity" e "The martian"). Le operazioni di salvataggio furono seguite in diretta, oltre che dai parenti degli interessati, da un'intera nazione, riaccendendo l'interesse sui viaggi spaziali dopo che le attenzioni dei media erano diminuite una volta che il traguardo dello sbarco sulla Luna era già stato raggiunto. Solide le performance del cast: Hanks sfiorò il terzo premio Oscar consecutivo (dopo "Philadelphia" e "Forrest Gump"), ma il migliore è Ed Harris (che era già presente in "Uomini veri" di Philip Kaufman, ed è dunque da considerare un veterano del genere).

13 dicembre 2017

Iron sky (Timo Vuorensola, 2012)

Iron Sky (id.)
di Timo Vuorensola – Finlandia/Germania/Australia 2012
con Julia Dietze, Christopher Kirby
**

Visto in divx.

Nazisti sulla Luna! Nel 1945, alla vigilia della fine della seconda guerra mondiale, un gruppo di tedeschi fugge dalla Terra per rifugiarsi sul lato oscuro del satellite, dove dà vita a un "Quarto Reich lunare". Ai giorni nostri, l'astronauta americano James Washington (Kirby) scopre la loro esistenza, ma viene catturato e "albinizzato" (da nero diventa bianco). Insieme alla maestrina Renate (Dietze), che solo guardando "Il grande dittatore" di Chaplin scoprirà che il messaggio di "amore e pace" del nazismo era un inganno, cercherà inutilmente di convincere l'opinione pubblica dell'imminente invasione dei nazisti lunari. Anche perché questi, tramite il comandante Klaus Adler (Otto Götz), si sono alleati con l'attuale presidente degli Stati Uniti (Stephanie Paul) e la sua consigliera Vivian (Peta Sergeant). La cosa che colpisce di più in questo pastiche satirico-fantascientifico, prima opera autonoma di un regista di fan movie che era giunto alla ribalta con una parodia autoprodotta di "Star Trek" ("Star Wreck"), è la qualità della cinematografia e degli effetti speciali, che rivaleggiano con molte produzioni hollywoodiane. L'idea di base, per quanto ridicola, è decisamente accattivante e fornisce una certa dose di divertimento, ma forse è anche l'unica cosa davvero interessante della pellicola: gli sviluppi si dipanano in maniera piatta o all'insegna della parodia fine a sé stessa (anche politica: la presidentessa degli Stati Uniti è chiaramente Sarah Palin), delle strizzatine d'occhio (la scena in cui la PR manager si infuria con i suoi dipendenti è uno spoof di quella celebre con Hitler ne "La caduta"), e del nonsense comico-fantascientifico (come i nazisti siano arrivati sulla Luna non è spiegato, anche perché la loro tecnologia è rimasta quella del 1945!). Grazie alla distribuzione internazionale, comunque, è giunto un certo successo di nicchia ed è in lavorazione un sequel. Udo Kier è il führer lunare. Le astronavi naziste hanno nomi di opere di Wagner ("Tannhäuser", "Crepuscolo degli dei").

28 marzo 2016

Conto alla rovescia (R. Altman, 1968)

Conto alla rovescia (Countdown)
di Robert Altman – USA 1968
con James Caan, Robert Duvall
**

Visto in divx.

Per anticipare i sovietici, che stanno per inviare sulla Luna una capsula con tre cosmonauti, la NASA accelera a sua volta il programma segreto Pilgrim: con sole tre settimane di addestramento verrà lanciato sul satellite l'astronauta civile Lee Stegler (James Caan), scelto a discapito dell'amico Chiz (Robert Duvall) perché quest'ultimo è un militare e gli Stati Uniti non vogliono – al pari dei russi – dare l'impressione che la conquista della Luna abbia connotazioni belliche. Fra Lee e Chiz scoppia un'accesa rivalità, ma alla fine il secondo accetta di addestrare il primo per la difficile missione. Un film di hard science fiction che segna il ritorno di Altman al cinema dopo un paio di tentativi senza successo e un decennio trascorso a lavorare per lo più in televisione. La pellicola affronta un tema che era quanto mai di attualità, visto che in quegli anni la guerra fredda si combatteva anche nello spazio e la conquista della Luna era ormai percepita da tutti come imminente (avverrà infatti l'anno dopo). In ogni caso, rispetto a quella dell'Apollo 11, il film (tratto da un romanzo di Hank Searls) racconta una missione leggermente diversa: gli americani inviano un solo uomo sulla Luna (i russi tre), e questi dovrà rimanere sul satellite per quasi un anno, all'interno di un "rifugio" lanciato in precedenza, in attesa che una capsula successiva giunga a riprenderlo. Pur realizzato con un budget notevolmente basso, la pellicola è ben curata dal punto di vista scientifico, anche se tutto sembra su "piccola scala", compresa l'organizzazione della NASA (che ha collaborato alla realizzazione). Peccato che sia nel complesso poco emozionante, con poca suspense e con personaggi debolmente caratterizzati (il rapporto fra Lee e Chiz si basa solo sulla loro amicizia/rivalità): si salva la scena in cui Lee, sulla Luna, trova i cosmonauti russi morti ed espone la bandiera sovietica insieme a quella americana. La colonna sonora è di Leonard Rosenman. Ad Altman fu rifiutato il montaggio finale.

19 novembre 2015

Base Luna chiama Terra (N. Juran, 1964)

Base Luna chiama Terra (First men in the Moon)
di Nathan Juran – GB 1964
con Edward Judd, Martha Hyer, Lionel Jeffries
**

Visto in divx.

Nel 1964, quella che dovrebbe essere la prima spedizione umana sulla Luna (frutto di una cooperazione internazionale) scopre invece i resti di un allunaggio britannico precedente, avvenuto addirittura... nel 1899, in piena epoca vittoriana. Alcuni inviati delle Nazioni Unite rintracciano Arnold Bedford, il protagonista di quell'avventura, ora anziano e ricoverato in una casa di riposo, che ne racconta tutti i retroscena. Bedford, in compagnia della sua fidanzata Kate e dell'eccentrico scienziato Cavor, raggiunse la Luna viaggiando in una capsula verniciata con la "cavorite", una speciale sostanza in grado di "schermare" la forza di gravità, e scoprì che il satellite è abitato (al suo interno, in gallerie sotterranee che contengono aria respirabile) da una razza di insetti antropomorfi. Da un romanzo di H. G. Wells ("I primi uomini sulla Luna"), un film d'avventura ingenuo e vecchio stile che può contare sugli effetti speciali "artigianali" del grande Ray Harryhausen. Gradevole nel suo anacronismo ottocentesco, la pellicola ha i toni leggeri e disimpegnati della narrativa pulp e dei fumetti d'avventura d'antan, ma non rinuncia a riflessioni di natura sociale e politica: interessante, per esempio, il contrasto fra lo scienziato pacifista e idealista, che vuole comunicare con i seleniti, e l'eroe che invece si mostra come un uomo d'azione, poco propenso al dialogo fra mondi diversi. Punto di forza sono sicuramente le scenografie inventive e colorate (la base sotterranea dei seleniti, con cristalli, piante, insetti e bruchi giganti). Harryhausen si toglie anche lo sfizio di mostrare uno scheletro animato (quello di Kate, l'apprensiva fidanzata di Bedford che lo ha seguito nel suo viaggio, studiata dagli alieni attraverso un apparecchio a raggi X). La trovata finale, che lascia intendere che i seleniti si siano estinti per colpa dei germi del raffreddore portati sulla Luna da Cavor, è presa di peso da un altro dei libri di Wells, il celebre "La guerra dei mondi".

22 luglio 2014

2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968)

2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1968
con Keir Dullea, Gary Lockwood
****

Rivisto in Blu-ray, con Sabrina.

"L'alba dell'uomo": in una Terra ancora primitiva e inospitale, un gruppo di scimmie antropoidi sopravvive a fatica, fino a quando l'improvvisa comparsa di un misterioso monolito nero sconvolge la loro esistenza. Sotto il suo influsso, una delle scimmie scopre di poter usare un osso come arma per procurarsi il cibo o per sconfiggere i rivali. Con uno dei salti logici e temporali più celebri della storia del cinema (l'osso, scagliato in aria dalla scimmia, rotea nel cielo e si trasforma in un modulo orbitante attorno al pianeta), passiamo all'inizio del ventunesimo secolo, quando l'uomo ha costruito stazioni spaziali intorno alla Terra: un monolito del tutto identico al precedente (o forse lo stesso), di evidente origine extraterrestre, viene rinvenuto sulla Luna, sepolto da quattro milioni di anni.
"Diciotto mesi dopo - In missione verso Giove": per svelare il mistero del monolito, che emette un messaggio radio in direzione di Giove, un'astronave (la "Discovery") viene inviata verso quel pianeta. A bordo ci sono cinque uomini (di cui tre ibernati) e il supercomputer senziente HAL 9000, che però nel corso del viaggio impazzisce e tenta di sterminare l'equipaggio. Sopravvive soltanto David Bowman, che riesce a disattivare il computer.
"Giove e oltre l'infinito": dopo essere passato attraverso una strana dimensione, Bowman vive incredibili esperienze: in particolare vede sé stesso invecchiare, morire e rinascere come "Bambino delle Stelle", una sorta di feto spaziale, nuovo stadio dell'evoluzione.

Pietra miliare della storia del cinema e chiave di volta nella carriera di Kubrick (che con essa acquisisce definitivamente anche agli occhi della critica lo status di "autore" in tutto e per tutto: nonostante nella sua filmografia non fossero mancati i successi – "Spartacus", "Lolita", "Il dottor Stranamore" – il regista era infatti percepito quasi come una figura di secondo piano rispetto agli interpreti o ai soggettisti di quelle opere), "2001" rappresenta un'esperienza sensoriale senza precedenti nel campo della settima arte. È considerato da molti il film di fantascienza più importante di tutti i tempi (diciamo che si gioca il podio con "Metropolis" e "Guerre stellari": pellicole diversissime fra loro, ma che hanno avuto un'influenza profonda e duratura non solo sul genere della SF ma sul cinema in generale), e questo nonostante l'impostazione dichiaratamente filosofica e antinarrativa che lo rende un kolossal sperimentale, a tratti ai limiti della videoarte. "Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film", ha dichiarato il regista. "Io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio". Puntando sulle suggestioni simboliche (e quasi mistiche), sulla qualità delle immagini, sulla musica e sugli effetti visivi (davvero stupefacenti per l'epoca: fra i responsabili figura Douglas Trumbull), Kubrick compie scelte volutamente criptiche che vanno a discapito di elementi del cinema tradizionale, come la recitazione (nessuno degli attori è passato alla storia per la sua interpretazione) o la struttura narrativa (che giusto nell'episodio di HAL 9000 "monta" a un certo livello di tensione). L'ultimo dei quattro "atti" in cui tradizionalmente si divide la pellicola, ovvero quello del viaggio psichedelico di Bowman, è emblematico: una sorta di "cancello stellare", al cui passaggio si dischiudono luoghi spazio-temporali mai visti e mai sperimentati prima dall'uomo, in una catena di immagini dove le normali dimensioni non hanno più senso (anche se diverse riprese sono evidentemente quelli di luoghi o paesaggi terrestri con filtri o viraggi di colore per renderli alieni o esotici). Prodotto da uno studio statunitense (la Metro Goldwyn Mayer), il film fu realizzato interamente in Inghilterra, dove Kubrick aveva girato anche i suoi due lavori precedenti.

Sceneggiato insieme allo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke (che si ispirò ad alcuni suoi racconti e che quasi contemporaneamente pubblicò l'omonimo romanzo), il film affronta temi ad ampio spettro come quelli dell'evoluzione umana, del rapporto con possibili entità extraterrestri, del viaggio attraverso il tempo e lo spazio, della percezione relativistica di essi, oltre che lo sviluppo della tecnologia, dell'intelligenza artificiale e dell'esplorazione dello spazio. Ma il contesto non è certo quello avventuroso o da space opera che permeava la fantascienza vista fino ad allora al cinema o in televisione ("Star Trek", "Il pianeta proibito", i tanti B-movie): per la prima volta forse dopo l'epoca delle sperimentazioni a tutto campo del cinema muto, la fantascienza assurge al rango di cinema di serie A, inaugurando una breve e fortunata stagione che si sarebbe conclusa dopo una decina d'anni con l'avvento di Lucas e Spielberg e la nascita del blockbuster fantascientifico di intrattenimento rivolto a un pubblico adolescenziale. Molte le caratteristiche che concorrono a renderlo un film unico e memorabile. La pellicola si apre con una lunga introduzione con lo schermo nero, riempito solo dalle sonorità inquietanti della musica di Ligeti: una sorta di "ouverture" come quella che Kubrick aveva utilizzato in "Spartacus" (e che si usava talvolta all'epoca in pochissimi lungometraggi particolarmente lunghi o epici: altri casi celebri sono quelli di "Lawrence d'Arabia" e "Il dottor Zivago"). Allo stesso modo, a metà film c'è una "intermissione", e al termine un prolungato schermo nero finale (tutte sequenze che vengono abitualmente tagliate quando il film passa in televisione, e dunque visionabili soltanto al cinema o in home video). A tratti lo stile del regista sembra sovrastare il contenuto: dal punto di vista visivo, è evidente la ricerca di geometrie nella composizione delle immagini, nella messa in scena degli ambienti e nella collocazione dei personaggi all'interno di essi (basti pensare alla hostess che si muove nello shuttle, o a Bowman che si esercita correndo nel modulo circolare dell'astronave, o ancora a tutte le sequenze che mostrano l'occhio circolare e inquietante di HAL 9000; e naturalmente allo stesso monolito nero, forma geometrica perfetta, le cui dimensioni sarebbero proporzionali a 1:4:9, ossia i quadrati dei primi tre numeri interi).

Le scenografie sono realistiche e particolarmente curate. Gli shuttle, la stazione orbitale, l'interno del "Discovery" (l'astronave che viaggia verso Giove) sono bianchi, asettici, finalizzati non soltanto a trasmettere l'idea di un immaginario futuro ma anche a mettere in risalto le figure degli uomini al loro interno. A questi scenari "futuribili" fa da impressionante contrasto il senso di "passato" (sarebbe forse meglio dire che ci troviamo "fuori dal tempo") comunicato dalla camera da letto settecentesca in cui si ritrova Bowman nel finale, arredata con mobili d'antan ma anche con una pavimentazione all'avanguardia, e comunque impregnata da una luce soffusa di chiara origine artificiale. La sequenza è inquietante quasi soltanto per le scelte di art direction (lo scenografo Anthony Masters fu nominato agli Oscar, così come Kubrick per la regia e, insieme a Clarke, per la sceneggiatura: l'unica statuetta vinta fu però quella per gli effetti speciali visivi). D'altronde, che il regista intendesse il film come una "esperienza primariamente non verbale" è evidente da tutte le sue scelte: le immagini e le musiche contano assai più dei dialoghi, che sia nell'incipit (con le scimmie) sia nel finale (il viaggio di Bowman) sono del tutto assenti. Tuttavia non mancano momenti (le scene con HAL su tutte) dove "le parole sono importanti" (cit. morettiana). Ma lo stesso HAL non ha bisogno di udire le parole degli astronauti per comprenderne le intenzioni: il computer ha infatti l'incredibile capacità di leggere le loro labbra! Dicevamo della colonna sonora, che svolge un ruolo davvero essenziale nell'economia della pellicola: inizialmente Kubrick aveva incaricato i compositori Alex North (con cui aveva lavorato in "Spartacus" e "Stranamore") e Frank Cordell di realizzare musica originale per il film, di impronta pare mahleriana. Ma alla fine scelse invece di ricorrere ad alcuni brani di musica classica: oltre al citato Ligeti ("Atmospheres"), è diventato ormai iconico l'utilizzo dell'incipit di "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss (ormai indelebilmente associato a questo film, e pluri-ricorrente in innumerevoli parodie e citazioni) e del valzer "Sul bel Danubio blu" di Johann Strauss figlio, abbinato a uno strepitoso "balletto" nello spazio fra lo shuttle e la stazione orbitale. Infine, la soundtrack è completata dall'Adagio dal "Gayane" di Aram Khachaturian (nelle sequenze che mostrano la routine di Bowman e Poole a bordo della missione verso Giove): un brano molto emozionale, ripreso fra l'altro molti anni dopo da Jerry Goldsmith in "Aliens".

Dunque, "2001" è tutto forma e niente contenuti? Per nulla. I temi, come già detto, sono tanti e pure "di spessore": l'evoluzione umana (compresa la deriva sull'intelligenza artificiale), l'esplorazione dello spazio, il contatto con un'altra civiltà. E ancora: la nascita della violenza e della guerra, ma pure il suo superamento attraverso la cooperazione internazionale (mitica la scena dei russi sulla stazione orbitante, ancor più significativa se si pensa che nel 1968 si era in piena Guerra Fredda: ma già nel precedente "Stranamore" Kubrick aveva dimostrato di auspicare, a modo suo, un dialogo fra le due superpotenze). C'è chi dice che il film non abbia un vero protagonista. Anche in questo caso, è errato: i protagonisti sono essenzialmente tre, ovvero Bowman (l'eroe finale, paladino di tutta l'umanità e novello Ulisse alla scoperta dell'inesplorato: nel titolo la parola "Odissea" non è certo casuale), HAL 9000 (la figura che rimane più impressa nella mente dello spettatore) e naturalmente il monolito nero (icona, collante e catalizzatore dell'intera pellicola). Ci sono poi tre figure minori ma fondamentali per l'economia della trama: la scimmia Guarda-la-Luna che scopre la "tecnologia", il dottor Heywood R. Floyd (interpretato da William Sylvester) e Frank Poole, il secondo membro dell'equipaggio del "Discovery". Molta curiosità ha destato il fatto che il nome di HAL, il computer senziente che scopre di essere fallibile e per questo motivo impazzisce, sembra derivare dalle lettere che precedono di una, nell'ordine alfabetico, quelle di IBM (sigla che a quei tempi era quasi sinonimo di computer). In realtà, come spiegò lo stesso Clarke, si tratta solo di una coincidenza: la sigla HAL starebbe per "Heuristically ALgoritmic". In ogni caso, il suo sensore visivo (l'occhio rosso che scruta minaccioso ogni cosa) e la toccante scena della sua disattivazione (man mano che vengono estratti i moduli di memoria e di logica, il computer decade a un livello infantile, fino a spegnersi mentre intona la canzoncina "Giro Girotondo"; nella versione originale, il brano era "Daisy Bell") lo rendono indimenticabile. La voce italiana di HAL è di Gianfranco Bellini (in inglese era di Douglas Rain).

Nel 1968 l'anno 2001, in fondo non troppo distante, sembrava tuttavia ancora molto lontano: una sensazione accentuata dal fatto che si trattava dell'alba di un nuovo millennio. Ora che l'abbiamo superato da un po', può essere divertente andare a vedere se la tecnologia presente nella pellicola risulta ancora credibile, e in generale se le sue previsioni si sono avverate. Indubbiamente sono più le cose azzeccate che quelle errate, almeno per la media dei film di fantascienza. Per dirne una, già l'anno seguente l'uomo arrivò sulla Luna (e le scene girate nello spazio appaiono quanto mai realistiche: non c'è traccia di suoni o di esplosioni nel vuoto come invece le saghe action-avventurose da "Flash Gordon" in poi ci hanno abituato, e tanto i movimenti a gravità zero quanto quelli all'interno delle astronavi, dove la gravità è invece prodotta dalla rotazione dei moduli, sono del tutto attendibili). Certo, non abbiamo ancora voli di linea (targati Pan Am!) fra la Terra e la Stazione Spaziale Internazionale, ma di contro gli schermi piatti sono ormai diffusi ovunque, effettuamo abitualmente videotelefonate (anche se non dallo spazio: a proposito, la bambina che interpreta la figlia del dottor Floyd è Vivian Kubrick, figlia dello stesso Stanley) e in generale il design di molte tecnologie sembra davvero essersi rifatto a quello del film. Che la realtà possa essersi ispirata alla fantasia è testimoniato anche dalle teorie di complotto secondo cui Kubrick sarebbe stato il regista, per conto della NASA, delle presunte false immagini dell'allunaggio dell'Apollo 11. Anche la sequenza in cui Bowman rientra nell'astroname rimanendo per un breve istante immerso nel vuoto dello spazio, unico momento che parrebbe un'esagerazione cinematografica, è in realtà stato considerato verosimile da parte degli esperti. Tuttavia la previsione su cui molti nel 1968 avrebbero scommesso come attendibile, che invece non si è avverata, è quella della nascita di supercomputer senzienti. Lo sviluppo di un'intelligenza artificiale era un obiettivo che molti ritenevano ormai prossimo, ma che è rimasto sempre ben lontano dall'essere raggiunto, forse anche per un'errata intepretazione del termine "intelligenza". Da notare che l'argomento affascinava molto Kubrick, tanto da fargli mettere in cantiere un altro film intitolato appunto "A.I." ("Artificial Intelligence"), che non riuscì a girare prima della morte e il cui progetto passò poi nelle mani di Steven Spielberg.

In realtà il film non si svolge nel 2001, o almeno non interamente: a parte ovviamente l'incipit con le scimmie ("L'alba dell'uomo", appunto) e la sequenza finale con Bowman (dove il tempo non pare aver più significato), fra le due sezioni centrali (quella del dottor Floyd e quella del viaggio del "Discovery") ci sono diciotto mesi di differenza: almeno una delle due, dunque, è ambientata nel 2000 o nel 2002. L'indicazione cronologica nel titolo va dunque interpretata in senso simbolico, come indicazione di un futuro prossimo ("oltre la frontiera del nuovo millennio"). Fra le tante eredità lasciate dalla pellicola c'è purtroppo la "moda", diffusasi negli anni seguenti soprattutto in Italia (e anche nei casi in cui nel titolo originale non ce n'era traccia), di premettere un anno futuribile nei titoli di film di fantascienza, forse per far capire immediatamente allo spettatore a quale genere appartenesse la pellicola che stava per vedere: alcuni esempi fra i tanti sono "1997: Fuga da New York" (che in originale era semplicemente "Escape from New York"), "2022: I sopravvissuti" (in originale "Soylent Green"), "1999 - Conquista della Terra" ("Conquest of the Planet of the Apes"), "2013 - La fortezza" ("The fortress"), per non parlare di "2002: la seconda odissea" ("Silent Running") che il titolo addirittura spacciava come sequel del film di Kubrick. Un autentico seguito, in effetti, fu però realizzato dopo qualche anno: si tratta di "2010 - L'anno del contatto" di Peter Hyams, tratto dal primo dei tre romanzi che Clarke scrisse come seguiti ufficiali. Kubrick però non ci ebbe nulla a che fare (il regista addirittura aveva distrutto set, modellini e costumi nel timore che qualcun altro avesse voluto riutilizzarli). Pochi film hanno comunque avuto un'eredità consistente come "2001: Odissea nello spazio", non solo nel cinema ma in tanti altri campi. Jack Kirby ne disegnò un adattamento a fumetti passato alla storia (pubblicato anche in Italia in un'impressionante edizione di formato gigante). Di certo, in campo cinematografico, il film ha rappresentato uno spartiacque (non fu più possibile realizzare pellicole di fantascienza nello stile dei B-movie da drive in come in precedenza) e pose le basi per una rappresentazione realistica della tecnologia che sarebbe rimasta per almeno un decennio. A modo loro, e pur andando in direzioni diverse, gli sono debitori Spielberg ("Incontri ravvicinati del terzo tipo"), Scott ("Alien"), Zemeckis ("Contact") e Nolan ("Interstellar"), per non parlare di autori non anglosassoni come Tarkovskij (il cui "Solaris" fu pubblicizzato come "la risposta sovietica a 2001").

15 aprile 2011

Moon (Duncan Jones, 2009)

Moon (id.)
di Duncan Jones – GB 2009
con Sam Rockwell, Robin Chalk
***1/2

Visto in divx, con Elena e Cristiano.

In un futuro non troppo remoto, la maggior parte dell'energia necessaria agli esseri umani viene raccolta sulla Luna, recuperando quella solare che è rimasta imprigionata nelle rocce del satellite sotto forma di elio-3. Per operare una di queste stazioni di raccolta, quasi del tutto automatizzate, basta un solo uomo, coadiuvato da robot e computer. Sam Bell è giunto al termine dei suoi tre anni di servizio ed è in attesa di essere sostituito per poter tornare a casa: ma un incidente imprevisto gli farà scoprire un'incredibile verità. Sorprendente film di fantascienza che recupera e restituisce il fascino delle pellicole di questo genere dei primi anni settanta, al punto da presentare qua e là persino echi di "2001" (l'ambiente bianco e asettico della base lunare, il rapporto fra un uomo e un'intelligenza artificiale, l'astronauta che incontra sé stesso) e "Solaris" (la solitudine, le allucinazioni). E come nelle miglior pellicole del genere, costruite più sulle idee e le atmosfere che sulle scene d'azione e sui budget gonfiati, attraverso una storia avvincente e fuori dagli schemi riesce a far riflettere sulla natura dell'uomo, sul significato di ricordi ed emozioni, e sui possibili sviluppi della tecnologia. Quello di Sam Rockwell, che sullo schermo si sdoppia, è praticamente un one-man-show. Il regista (noto in passato come Zowie Bowie) è il figlio di David Bowie: il suo è un esordio cinematografico che lascia ben sperare. Un plauso, comunque, va anche alla sceneggiatura di Nathan Parker, alle scenografie di Hideki Arichi e alla musica di Clint Mansell, capace di creare sonorità inquietanti come in "Requiem for a dream". Nella versione originale, la voce di Gerty (il robot) è di Kevin Spacey.

1 giugno 2008

Donne amazzoni sulla Luna (aavv, 1987)

Donne amazzoni sulla Luna
(Amazon women on the Moon)
di Joe Dante, Carl Gottlieb, Peter Horton, John Landis, Robert K. Weiss – USA 1987
*1/2

Visto in divx.

Evidente clone di "Ridere per ridere" di John Landis: una raccolta di scenette comiche e parodistiche che si susseguono senza soluzione di continuità, inframmezzate talvolta da finte pubblicità come se si trattasse della programmazione di un oscuro canale televisivo, e che può ricordare per certi versi alcune cose dei Monty Python (anche se l'humour britannico è completamente assente, sostituito da un umorismo yankee più volgare e meno sottile). La parte del leone la fa il film di fantascienza che dà il titolo alla pellicola, un assurdo b-movie alla Flash Gordon continuamente interrotto da problemi tecnici, difetti di proiezione, censure televisive o annunci pubblicitari che rendono impossibile seguirne la trama. Molti segmenti, invece, vedono il coinvolgimento degli stessi telespettatori, vuoi perché risucchiati all'interno del palinsesto televisivo, vuoi perché interagiscono in qualche modo con i personaggi sullo schermo. Nulla per cui impazzire, però: le gag a volte sono quasi imbarazzanti per quanto poco fanno ridere, anche se i momenti divertenti comunque non mancano (su tutti, i segmenti diretti da Joe Dante con Henry Silva e le indagini della “Squadra cazzate”, che scopre per esempio che Jack lo Squartatore non era altri che il mostro di Loch Ness!). Molti gli sketch a sfondo sessuale (nell'ultimo episodio compare brevemente anche il regista Russ Meyer nei panni del commesso della videoteca che noleggia video personalizzati per i singoli clienti) o quelli surreali, che in particolare affrontano i temi delle telecomunicazioni, dell'invadenza dei media e del mercato deegli audiovisivi. Nel ricchissimo cast, fra gli altri, figurano Steve Forrest, Lou Jacobi, Arsenio Hall, Michelle Pfeiffer, Steve Guttenberg, Griffin Dunne, Forrest J. Ackerman (il presidente degli Stati Uniti che si collega con gli astronauti), B.B. King, Rosanna Arquette, Ralph Bellamy, Sybil Danning.