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25 gennaio 2021

Ore disperate (William Wyler, 1955)

Ore disperate (The Desperate Hours)
di William Wyler – USA 1955
con Humphrey Bogart, Fredric March
**1/2

Visto in divx.

Tre pericolosi criminali (Humphrey Bogart, Dewey Martin e Robert Middleton), appena evasi dal carcere, si rifugiano in una villetta a schiera nei sobborghi di Indianapolis, prendendo in ostaggio la famiglia che ci abita (Fredric March, Martha Scott, Mary Murphy e Richard Eyer). Da un romanzo e un'opera teatrale di Joseph Hayes (autore anche della sceneggiatura), ispirati a eventi reali, un thriller ad alta tensione, capostipite del cosiddetto filone dell'home invasion che ci darà film come "Gli occhi della notte", "Panic room" e "Funny games". Il tema è quello del male e del terrore che, dall'esterno, si insinuano nella routine quotidiana e apparentemente idilliaca di una famigliola felice: ma l'esperienza aiuterà i suoi membri a tirare fuori il meglio di sé e a superare i propri problemi (il figlioletto ribelle si riconcilia con il padre, il fidanzato della figlia sarà accolto nel nucleo domestico). Peccato che non si rifugga da caratterizzazioni stereotipate (la famiglia modello, i criminali spietati) e da personaggi che a tratti si comportano in maniera irrazionale: inoltre i membri della famiglia Hilliard sono tutti abbastanza antipatici, con il loro perbenismo di fondo, mentre i cattivi non hanno particolari qualità, a parte forse Hal, il fratello minore del capobanda Glenn Griffin, che – forse perché più giovane – dimostra di non essere (ancora) del tutto incallito. Bogey aveva già interpretato numerose parti da gangster e da villain, soprattutto all'inizio della sua carriera (ma non solo: basti pensare a "Il diritto di uccidere"). Arthur Kennedy, Whit Bissell e Ray Collins sono i poliziotti. Nello spettacolo di Broadway scritto da Hayes, prima del film, il ruolo del criminale era interpretato da Paul Newman. Molto bella la fotografia di Lee Garmes (la pellicola fu la prima in bianco e nero a uscire nel nuovo formato panoramico ad alta risoluzione VistaVision). Rifatto da Michael Cimino nel 1990 (con Mickey Rourke e Anthony Hopkins).

7 luglio 2018

Sabrina (Billy Wilder, 1954)

Sabrina (id.)
di Billy Wilder – USA 1954
con Audrey Hepburn, Humphrey Bogart
***

Rivisto in DVD.

Un classico della commedia romantica, che ha cementato l'astro di Audrey Hepburn subito dopo "Vacanze romane". Sabrina Fairchild è l'umile figlia dell'autista della ricca famiglia Larrabee, del cui giovane rampollo David (William Holden) è da sempre innamorata. Ma questi, playboy impenitente e distratto dalle dame dell'alta società, non la degna di uno sguardo. E perciò, dopo un maldestro tentativo di suicidio, la ragazza preferisce cambiare aria, trasferendosi per due anni a Parigi per seguire un corso di cucina. Ne tornerà trasformata, più elegante e sofisticata: a questo punto David non potrà non notarla, suscitando la preoccupazione del resto della famiglia e in particolare del fratello maggiore Linus (Humphrey Bogart) – Larry nel doppiaggio italiano – che puntava sul matrimonio di David con una ricca ereditiera per concludere un affare da milioni di dollari. Per "distrarre" Sabrina e spingerla a dimenticare David, lo stesso Linus comincia così a corteggiarla a sua volta: e prima che se ne rendano conto, i due si scopriranno innamorati... Un cast perfetto (anche nei comprimari: Walter Hampden è il padre di Linus e David, John Williams quello di Sabrina, Martha Hyer la promessa sposa di David), la regia elegante di Wilder, la fotografia d'atmosfera di Charles Lang, una sceneggiatura (da una commedia teatrale di Samuel A. Taylor) che fonde magistralmente momenti drammatici, comici, sentimentali e di analisi sociale, una colonna sonora in cui ricorrono le canzoni "Isn't it romantic?" (da "Amami stanotte", già usata da Wilder in "Frutto proibito" e "Scandalo internazionale") e "La vie en rose", peraltro sfruttate in funzione diegetica, e tanto, tanto romanticismo. Illuminata dal volto e dalla figura minuta della Hepburn (splendida sia negli abiti "quotidiani" di Edith Head che in quelli d'alta moda di Hubert de Givenchy: il film vinse l'Oscar per i migliori costumi e ottenne in tutto sei nomination), Sabrina passa dalla cotta adolescenziale per lo scapestrato David a quella, più matura e dunque più autentica, per Linus, un uomo più grande di lei e che all'inizio considerava "grigio e noioso", apparentemente interessato solo alla finanza e agli affari. Lo stesso Linus scoprirà un lato di sé stesso che fino ad allora ignorava. Bogart sostituì all'ultimo minuto Cary Grant, che si ritirò una settimana prima delle riprese. L'incipit (con la voce narrante della stessa Sabrina) dona alla pellicola una patina fiabesca (e infatti non è difficile riconoscervi le stigmate di "Cenerentola"). Un inutile remake nel 1995, con Julia Ormond e Harrison Ford. Curiosità: in una scena, Linus chiede alla sua segretaria di comprare dei biglietti per la commedia teatrale "The seven year itch", che sarà il soggetto del successivo film di Wilder, "Quando la moglie è in vacanza".

6 agosto 2017

Il tesoro dell'Africa (John Huston, 1953)

Il tesoro dell'Africa (Beat the Devil)
di John Huston – USA 1953
con Humphrey Bogart, Jennifer Jones
*1/2

Visto in divx.

L'avventuriero Billy Dannreuther (Bogey) e sua moglie Maria (Gina Lollobrigida) si trovano in Italia, in attesa di imbarcarsi per l'Africa in compagnia di quattro "soci d'affari" – loschi individui di varie nazionalità: Petersen (Robert Morley), O'Hara (Peter Lorre), Ravello (Marco Tulli) e il maggiore Ross (Ivor Barnard) – per darsi al contrabbando di uranio. Mentre aspettano che il piroscafo, in riparazione, sia pronto per la partenza, fanno conoscenza con un'altra coppia in viaggio, il compassato inglese Harry Chelm (Edward Underdown) e sua moglie Gwendolen (Jennifer Jones), donna curiosa e dalla forte immaginazione. Fra intrighi, sospetti e complotti (i gangster diffidano l'uno dell'altro), tra le due coppie scattano infatuazioni e innamoramenti incrociati... Girato sulla costiera amalfitana (fra Ravello e Atrani), sceneggiato a quattro mani da John Huston e Truman Capote, con un cast di stelle e di ottimi comprimari, un film che sulla carta aveva tutto per diventare un classico... e invece fallisce sotto ogni punto di vista. I toni oscillano fra la commedia e la farsa (gli autori intendevano fare una parodia delle pellicole di spionaggio), ma la trama, confusa e mai focalizzata, si dipana in modo incerto con gag inconcludenti e situazioni sospese (Huston e Capote lavoravano allo script giorno per giorno, durante le riprese: e si vede). E se la storia non va da nessuna parte, la caratterizzazione dei personaggi non è da meno: i gangster sono macchiette spaesate (che nemmeno grandi caratteristi come Morley o Lorre riescono a rivitalizzare più di tanto), mentre gli amori fra le due coppie lasciano il tempo che trovano. Sprecate anche le location, con una fotografia in bianco e nero che non rende giustizia ai paesaggi della costiera di Amalfi e alla vista dalla "Terrazza sull'infinito" di Villa Cimbrone.

6 gennaio 2015

Il diritto di uccidere (Nicholas Ray, 1950)

Il diritto di uccidere, aka Paura senza perché (In a lonely place)
di Nicholas Ray – USA 1950
con Humphrey Bogart, Gloria Grahame
***

Visto in divx.

Il cinico Dixon Steele (Bogart), sceneggiatore cinematografico di scarso successo, è sospettato di essere l'assassino di una giovane guardarobiera che la sera prima di morire aveva trascorso qualche ora a casa sua per raccontargli la trama di un possibile copione. L'uomo viene scagionato grazie all'alibi che gli fornisce una vicina di casa, Laurel Gray (Grahame), che aveva visto la ragazza uscire dall'appartamento e allontanarsi da sola; ma la polizia non è del tutto convinta e prosegue le indagini su di lui. Nel frattempo Laurel e Dixon cominciano a frequentarsi, e fra i due scoppia l'amore. Ma lentamente, a causa del carattere impulsivo e violento dell'uomo, soggetto a frequenti sbalzi d'umore e ad improvvisi scoppi d'ira con tanto di istinti omicidi, Laurel inizia a essere colta da dubbi e sospetti: e se l'assassino fosse davvero lui? Un Bogey mai così borderline, ambiguo e "negativo", è protagonista di un noir anti-romantico ambientato nel sottobosco di Hollywood e che un Nicholas Ray a inizio carriera diresse per conto della casa di produzione indipendente dello stesso Bogart (Santana Productions). L'attore avrebbe voluto come partner sullo schermo Lauren Bacall, ma l'attrice era sotto contratto con la Warner Bros. e così si ripiegò su Gloria Grahame, all'epoca moglie del regista (ma i due stavano già trattando il divorzio). Alla fine, la trama gialla corre quasi sullo sfondo del tema principale, quello della relazione fra i due protagonisti, che da idilliaca si riempie man mano di sospetti, angoscie e paranoie. Pur nelle ristrettezze del budget, tipiche dei noir degli anni cinquanta, il film è ottimo da tutti i punti di vista: regia, recitazione, sceneggiatura (da un romanzo di Dorothy B. Hughes) e fotografia. Fra i comprimari si riconoscono Frank Lovejoy (il detective Nicolai, vecchio amico di Dixon), Art Smith (il manager) e Martha Stewart (Mildred, la guardarobiera).

15 agosto 2014

La fuga (Delmer Daves, 1947)

La fuga (Dark passage)
di Delmer Daves – USA 1947
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***

Rivisto in divx, per ricordare Lauren Bacall.

Vincent Parry (Bogart) fugge dal carcere di San Quentin, dov'era rinchiuso per uxoricidio, intenzionato a dimostrare la propria innocenza. Con l'aiuto di Irene (Bacall), una misteriosa ragazza che sembra interessata al suo caso, si rifugia a San Francisco, dove un chirurgo plastico senza licenza (Houseley Stevenson) gli cambia i connotati. Ma anche in questo modo sarà difficile sfuggire alla polizia, che lo ritiene implicato anche in un secondo omicidio, e scoprire chi è invece il vero colpevole. Serrato noir ad alta tensione, tratto da un romanzo di David Goodis, con l'insolita particolarità di mostrare la prima mezz'ora quasi tutta in soggettiva (vediamo cioè quello che vede il protagonista, il cui volto non appare mai sullo schermo: una tecnica già usata l'anno prima da Robert Montgomery ne "Una donna nel lago"); segue un'altra mezz'ora in cui Bogart, in seguito all'operazione, ha la testa completamente fasciata e non parla mai; e soltanto nei quaranta minuti finali il divo – all'epoca il più pagato di Hollywood – si mostra finalmente col "nuovo" volto (quello prima della plastica compare soltanto sotto forma di una foto sul giornale). La trovata aumenta la tensione e la curiosità su una vicenda che, per il resto, è più incentrata sulla fuga disperata di Parry e sul rapporto con la misteriosa Irene che non sulla risoluzione del giallo, che giunge nel finale senza particolare sorprese. In ogni caso, il film vale la visione per le atmosfere ambigue quanto basta, il forte senso di accerchiamento e una certa malinconia di fondo. Apprezzabili piccoli spunti di commento sociale, come la scena alla stazione in cui un uomo e una donna discorrono della "solitudine di chi attende un autobus" (e proprio le loro parole spingono Parry a telefonare a Irene per chiederle di seguirlo nella fuga). A tratti Bogart sembra un po' a disagio (ma è il suo personaggio, non il solito "duro", a richiederlo), mentre la Bacall è elegante, ardita e luminosa quanto mai. L'energia e l'alchimia della coppia, per la terza volta insieme sullo schermo (dopo "Acque del sud" e "Il grande sonno"), è innegabile: e infatti gran parte della promozione pubblicitaria della pellicola ci giocò ampiamente. Nel cast anche Agnes Moorehead, Bruce Bennett e Clifton Young. Girato quasi tutto in esterni, con la fotografia di Sidney Hickox che esalta le strade, le colline, i ponti e i luoghi di San Francisco, rendendoli vivi e inquietanti.

4 marzo 2011

Il colosso d'argilla (M. Robson, 1956)

Il colosso d'argilla (The Harder They Fall)
di Mark Robson – USA 1956
con Humphrey Bogart, Rod Steiger
**

Visto in DVD, con Giovanni.

"Più sono grossi, più fanno rumore quando cadono": è il detto alla base del titolo originale di un film che sarebbe ispirato alle vicende di Primo Carnera. Il giornalista sportivo Eddie Willis (Bogey, alla sua ultima apparizione sul grande schermo: sarebbe morto l'anno dopo) viene assoldato dal disonesto promoter Nick Benko (Rod Steiger) per fare pubblicità allo sconosciuto pugile sudamericano Toro Moreno, facendolo passare per un campione. Il boxeur, dotato in effetti di un'impressionante stazza fisica, è in realtà tutto fumo e niente arrosto: ha il pugno debole e la mascella di vetro. Per assicurarsi la sua ascesa al successo, Benko e i suoi uomini corrompono uno dopo l'altro (e all'insaputa dell'ingenuo pugile) tutti i suoi avversari; ma quando arriverà a competere per il titolo di campione dei pesi massimi, Toro verrà mandato allo sbaraglio. Parabola contro la corruzione che circola dietro le quinte del mondo della boxe, un meccanismo che stritola gli atleti a tutto vantaggio di manager senza scrupoli che li considerano poco più che animali: il carisma di Bogart, ambiguamente diviso fra cinismo e rimorsi di coscienza, tiene in piedi una pellicola che però soffre per una certa ingenuità di fondo e per alcuni personaggi stereotipati o poco convincenti (come la moglie di Eddie, troppo moralista).

9 marzo 2009

La contessa scalza (J. L. Mankiewicz, 1954)

La contessa scalza (The barefoot contessa)
di Joseph L. Mankiewicz – USA/Italia 1954
con Ava Gardner, Humphrey Bogart
***

Visto in DVD.

Nel cimitero di Rapallo, al funerale di Maria Vargas (alias Maria D'Amato, alias contessa Torlato-Favrini), gli uomini che l'hanno conosciuta più da vicino ricordano la sua vita in una lunga serie di flashback. Lo scrittore e regista Harry Dawes (Bogey, in un ruolo che forse Mankiewicz sentiva come parzialmente autobiografico) l'aveva scoperta quando faceva la ballerina in un locale di Madrid, dove si era recato in cerca di volti nuovi per conto del produttore Kirk Edwards, ed era diventato rapidamente il suo confidente, quasi una sorta di padre. L'esperto di relazioni pubbliche Oscar Muldoon (Edmond O'Brien) l'aveva introdotta prima a Hollywood e poi nel mondo dell'alta società, dove era diventata la compagna dell'ambiguo uomo d'affari sudamericano Alberto Bravano. E il conte Vincenzo (Rossano Brazzi) l'aveva sposata e portata in Italia, senza però rivelarle di essere impotente e di non poter dunque avere un erede. Le voci fuori campo e il sofisticato uso dei flashback (ce n'è persino uno, narrato da Maria, dentro un altro, ricordato da Harry; e una stessa scena ripetuta due volte, da punti di vista diversi) danno una patina noir a un film con il quale Mankiewicz attacca pesantemente il dorato mondo di Hollywood, falso, ipocrita e ingannevole; quello dei nuovi ricchi, volgare, dispotico e privo di valori; e quello dei vecchi aristocratici, chiuso in sé stesso, votato al passato e destinato all'estinzione: tre mondi attraversati come una meteora da una donna forte e indipendente, che preferisce camminare a piedi nudi perché le scarpe rappresentano un'insopportabile costrizione, che sembra incapace di amare ("L'amore è una malattia, e io non sopporto le persone malate") e di essere felice ovunque si trasferisca, che non sa resistere all'attrazione per il popolo e la gente semplice, e che – come Cenerentola (anche lei refrattaria alle scarpe!) – è alla continua ricerca di un Principe Azzurro, senza rendersi conto che la realtà e ben differente dalle fiabe o dal cinema (eppure il regista le spiega subito che "un copione deve avere senso, la vita no"). Forse anche per questi motivi, oltre che per la sua romantica tragicità, il film è molto più amato in Europa (e in particolar modo in Francia) che negli Stati Uniti.

27 settembre 2008

Una pallottola per Roy (R. Walsh, 1941)

Una pallottola per Roy (High Sierra)
di Raoul Walsh – USA 1941
con Humphrey Bogart, Ida Lupino
***

Visto in divx.

Roy Earle, attempato rapinatore appena uscito di galera, si trasferisce sui monti della California per progettare un colpo in un albergo di lusso di una ricca località turistica. Mentre attende il momento giusto, si innamora – non ricambiato – della semplice figlia di un contadino, alla quale paga di tasca propria un'operazione chirurgica alla caviglia senza rivelarle la propria identità. A infatuarsi di lui è invece Maria, anima "perduta" ben più affine e sincera. Dopo il colpo, i due amanti si separano: braccato dalla polizia, Roy è però costretto a rifugiarsi sulle montagne, dove verrà ucciso sotto gli occhi di Maria. Questo insolito incrocio fra il film di gangster, il noir e il melodramma (e mettiamoci pure il western, già che ci siamo), sceneggiato da John Huston a partire da un romanzo di William R. Burnett che verrà portato altre volte sullo schermo, diede un formidabile impulso alla carriera di Bogey, che dal canto suo recita alla grande e mette in mostra tutto il proprio carisma. Il suo personaggio, disilluso e romantico, tormentato da incubi notturni e alla disperata ricerca di una vita normale che però gli viene negata, è perennemente proteso verso la libertà, al punto da preferire la morte piuttosto che perderla di nuovo. Che l'attore non fosse ancora una star (il suo ruolo era stato proposto in precedenza a Paul Muni e George Raft, che lo avevano rifiutato) lo dimostra il fatto che quello di Ida Lupino è il primo nome nei titoli di testa. L'inseparabile (e iettatore) cane Pard è "interpretato" da Zero, il vero cane di Humphrey Bogart. All'epoca la pellicola si fece apprezzare anche per le scene girate in esterni, in particolare per la sequenza finale dell'inseguimento e della caccia all'uomo nella Sierra Nevada, da Lone Pine a Mount Whitney, "la più alta vetta degli Stati Uniti".

10 marzo 2008

Il grande sonno (Howard Hawks, 1946)

Il grande sonno (The big sleep)
di Howard Hawks – USA 1946
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***1/2

Rivisto in DVD.

Insieme a "Il mistero del falco" (realizzato cinque anni prima e dove Bogart interpretava Sam Spade, un altro celebre detective), è il prototipo del genere noir investigativo nonché il film che più ha cementato nell'immaginario collettivo la figura di "Bogey" come poliziotto privato cinico ma romantico, duro ma fragile, fedele ma disincantato. Philip Marlowe è uno dei personaggi più memorabili della storia del cinema, "occhio privato" onesto e ribelle, non privo di dignità e senso dell'umorismo. Ingaggiato dall'anziano miliardario Sternwood perché trovi chi lo sta ricattando, scopre che nell'intrigo – che è ben più ramificato del previsto e sfocia in una serie di omicidi – sono coinvolte anche le due bellissime e viziate figlie del vecchio, Carmen e Vivien: e con la maggiore, interpretata da una Lauren Bacall che a quel tempo faceva coppia fissa con Bogart (sulla qual cosa il regista gioca sin dai titoli di testa, con la favolosa silhouette dei due che si fumano una sigaretta), scatta il colpo di fulmine. La trama, che segue più o meno fedelmente quella del romanzo di Raymond Chandler (uno dei miei scrittori preferiti), è complessa e convoluta ai limiti dell'intellegibilità, con una caterva di nomi, personaggi e situazioni che si succedono senza fiato. Un aneddoto vuole che sul set nemmeno il regista e gli attori riuscissero a capire che cosa stesse succedendo, tanto da essere costretti a un certo punto a spedire un telegramma a Chandler perché chiarisse chi avesse veramente ucciso l'autista degli Sternwood, o se magari si fosse suicidato: e lo scrittore rispose che non lo sapeva nemmeno lui! Ma naturalmente, facezie a parte, pur trattandosi di un giallo in cui ogni tassello deve andare al posto giusto, quello che conta nel film è l'atmosfera, cupa e morbosa, ravvivata da squarci solari come gli incontri di Marlowe con le tante splendide donnine che lo aiutano nel corso dell'indagine (la libraia, la tassista, le guardarobiere...) e dall'ottima interpretazione dei comprimari che tratteggiano con pochissimi tocchi personaggi minori eppure indimenticabili: Charles Waldron nei panni dell'anziano generale Sternwood, John Ridgely in quelli del losco Eddie Mars, Elisha Cook jr. in quelli dello sfortunato Harry Jones, e ancora Bob Steele (il killer Canino), Louis Heydt (la mezzatacca Joe Brody), Sonia Darrin (l'ambiziosa Agnes), e molti altri. Memorabili anche i dialoghi e le frasi lapidarie, come "In questa città girano troppe pistole e troppo pochi cervelli", o l'ultimo scambio di battute fra i due protagonisti: "Cos'hai che non va?" "Nulla che tu non possa sistemare".

Nota: esiste una versione precedente del film (chiamiamola director's cut), mai uscita nelle sale cinematografiche americane, nella quale la parte di Lauren Bacall era considerevolmente meno ampia. In seguito alla crescente popolarità della diva e alla sua love story con Bogey, i produttori decisero infatti di aumentare il suo spazio sullo schermo e Hawks fu costretto a rigirare intere sequenze (compreso il finale), sacrificando una scena in cui Marlowe ricapitolava tutta la vicenda a beneficio del procuratore generale (e degli spettatori!).

6 febbraio 2008

Il mistero del falco (John Huston, 1941)

Il mistero del falco (The maltese falcon)
di John Huston – USA 1941
con Humphrey Bogart, Mary Astor
***1/2

Rivisto in DVD.

Primo film di Huston (anche sceneggiatore), capostipite del genere noir (nonostante fosse già il terzo adattamento cinematografico del romanzo di Dashiell Hammett), archetipo della detective story hard-boiled, passaggio fondamentale nella trasformazione di Bogart da semplice comprimario a più grande star maschile di tutti i tempi: e come se non bastasse, c'è anche l'esordio sullo schermo di Sydney Greenstreet, da subito in coppia con Peter Lorre come farà poi in innumerevoli altri film. Già solo per questo "Il mistero del falco" merita un posto di rilievo nella storia del cinema, senza aggiungere che si tratta anche di un gran film con un finale eccelso, ammantato di tragico e amaro romanticismo: un film che – proprio come la statua del falcone da cui prende il titolo – è composto dalla "materia di cui sono fatti i sogni" (una citazione dalla "Tempesta" di Shakespeare). E dire che doveva trattarsi di un B-movie come tanti: poi Huston impose Bogart alla produzione, al posto del previsto George Raft, e tutto cambiò. L'investigatore privato duro e sardonico, sempre con la battuta pronta, che nasconde dietro una patina di cinismo e di ribellione la sua vera natura romantica e inflessibile, rivoluzionò il cinema introducendo una figura di anti-eroe che regna incontrastata ancora ai giorni nostri. Girato quasi esclusivamente in interni, con un ritmo serrato che non presenta pause o tempi morti e una serie di personaggi memorabili (come la fedele segretaria Effie, alla quale Bogey dice "Sei un uomo in gamba, dolcezza!") e di caratteristi che diventeranno veri e propri habituè del genere (oltre a Bogart, Lorre e Greenstreet c'è anche Elisha Cook jr.), il film vede il protagonista Sam Spade alle prese con la morte improvvisa del suo socio Miles Archer. E mentre indaga sull'omicidio, scontrandosi a più riprese con una polizia per la quale non nutre particolare simpatia, rimane coinvolto nella ricerca di una preziosa statuetta (uno dei più classici esempi di "MacGuffin") da parte di diversi individui e strani avventurieri. C'entra forse la misteriosa donna, dall'apparenza così fragile, che aveva assoldato Archer per pedinare un uomo, a sua volta trovato morto? Su pressione della commissione Hays, Huston dovette eliminare i riferimenti all'omosessualità di alcuni personaggi (anche se Peter Lorre rimane sufficientemente ambiguo). Sam Spade sarà una delle fonti di ispirazione per il Philip Marlowe di Raymond Chandler, che proprio Bogart impersonerà cinque anni dopo ne "Il grande sonno" di Howard Hakws.

2 luglio 2007

Acque del sud (H. Hawks, 1944)

Acque del sud (To have and have not)
di Howard Hawks – USA 1944
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Harry Morgan (Bogart), americano in Martinica che fra i patrioti clandestini fedeli alla Francia libera e i funzionari del governo di Vichy cerca di mantenersi neutrale e si guadagna da vivere portando i turisti a pesca di marlin con la sua barca, viene coinvolto nella guerra quando accetta di trasportare un membro della resistenza in cambio del denaro necessario a permettere alla giovane e affascinante Marie (Bacall), borseggiatrice e aspirante cantante, di acquistare il biglietto per tornare a casa. Inutile dire che invece lei non lo lascerà e, anzi, riuscirà a "prenderlo al laccio". Tratto da un romanzo su commissione di Hemingway (ma la storia è stata spostata dall'originale Florida e sono stati eliminati tutti i riferimenti sociali che avrebbero giustificato il titolo originale), questo film soffre in maniera eccessiva della sindrome di "Casablanca". È evidente, infatti, che l'intenzione dei produttori fosse quella di replicare il successo del lungometraggio di Curtiz, riprendendone temi, personaggi e proponendo un'ambientazione simile. Ma la tensione c'è solo a tratti, nonostante la bravura degli attori e alcuni elementi tipicamente hawksiani (come l'ambiente circoscritto e il protagonista cinico). Il cast è completato da Walter Brennan nella parte dell'assistente ubriacone di Bogey. Fra battute memorabili ("Se mi vuoi, fa' un fischio. Sai fischiare, vero?") e luoghi comuni, il film scorre in fondo senza entusiasmare. È da ricordare soprattutto perché si tratta della prima apparizione sullo schermo di Lauren Bacall (che aveva soltanto 19 anni!), oltre che del suo primo incontro con Bogart. I due si innamorarono durante le riprese: Hawks disse che in realtà Bogey si era infatuato del personaggio da lei interpretato, che così fu costretta a recitarlo per il resto della vita. Ma pare (stando all'IMDb), che lo stesso Hawks, che aveva la fama di donnaiolo, fosse geloso che l'attrice si fosse innamorata di Bogart e non di lui.

22 maggio 2007

Il tesoro della sierra madre (J. Huston, 1948)

Il tesoro della Sierra Madre (The treasure of the Sierra Madre)
di John Huston – USA 1948
con Humphrey Bogart, Walter Huston, Tim Holt
***

Visto in DVD.

Alla metà degli anni venti, due americani caduti in disgrazia (Humphrey Bogart e Tim Holt) si barcamenano senza troppa fortuna in una città messicana. Quando incontrano un vecchio cercatore d'oro (Walter Huston, padre del regista), decidono di seguirlo in una spedizione sui monti della Sierra Madre in cerca del prezioso metallo. Troveranno un ricco filone, ma l'improvvisa ricchezza seminerà fra loro discordia e sfiducia verso i propri compagni. Da un romanzo del "misterioso" scrittore tedesco B. Traven (di cui si ignora la reale identità), un bel film d'avventura come non se ne fanno più, con una grande interpretazione di Bogey (una delle sue migliori, oserei dire) nei panni di un uomo che si lascia vincere dalla febbre dell'oro fino a perdere la ragione e l'umanità. Fra avventure e pericoli di ogni genere (compreso lo scontro con un gruppo di bandidos messicani), la pellicola – la prima girata da Huston dopo il lavoro come documentarista durante la guerra – procede con brio verso un finale ironico e amaro, un vero e proprio apologo sull'avidità umana. Gli scenari, il ritmo e la caratterizzazione negativa del personaggio protagonista concorrono a renderlo un piccolo classico, che ha influenzato non poco il genere avventuroso non solo nel cinema, ma anche nei fumetti. Fu uno dei primi film hollywoodiani a essere girato interamente in Messico (in quegli stessi anni l'impresa fu ripetuta, per esempio, da "La collana insanguinata" di Robert Wise e "Il tesoro di Vera Cruz" di Don Siegel). John Huston – che aveva lavorato con Bogart, suo grande amico sin dai tempi di "Una pallottola per Roy", già ne "Il mistero del falco" (il suo film d'esordio) e "Agguato ai tropici" – vinse i premi Oscar per la miglior regia e per la sceneggiatura non originale, suo padre Walter quello per l'attore non protagonista. Amato da registi come Kubrick e Raimi, fu nominato anche come miglior film.

19 marzo 2007

Casablanca (Michael Curtiz, 1942)

Casablanca (id.)
di Michael Curtiz – USA 1942
con Humphrey Bogart, Ingrid Bergman
****

Rivisto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

"Everybody comes to Rick's."
"Play it, Sam."
"Of all the gin joints, in all the towns, in all the world, she had to walk into mine."
"Here's looking at you, kid."
"Kiss me. Kiss me as if it were the last time."
"Was that cannon fire or is it my heart pounding?"
"We'll always have Paris."
"It doesn't take much to see that the problems of three little people don't amount to a hill of beans in this crazy world."
"Round up the usual suspects."
"Louis, I think this is the beginning of a beautiful friendship."

Durante la seconda guerra mondiale, la città di Casablanca nel Marocco francese è diventata un fondamentale punto di passaggio per tutti coloro – rifugiati, patrioti o semplici disperati – che cercano di fuggire dall’Europa. Da Casablanca, grazie ad apposite e ambitissime “lettere di transito” firmate dalle autorità, è possibile infatti raggiungere Lisbona e da lì imbarcarsi per l’America. È quello che cercano di fare il partigiano Victor Laszlo (Paul Henreid), eroe della resistenza ricercato dai nazisti, e sua moglie Ilsa Lund (Ingrid Bergman), approfittando del fatto che due di queste preziose lettere, trafugate dal subdolo malvivente Ugarte (Peter Lorre), sono finite nelle mani dell’americano Rick Blaine (Humphrey Bogart), gestore del Rick's Café ed ex amante di Ilsa. Cinico e disilluso, anche se con un passato di combattente repubblicano in Spagna e contrabbandiere d’armi in Africa, Rick si mantiene apparentemente distaccato e neutrale rispetto al conflitto, tollerando la presenza nel proprio locale di membri di tutte le parti in guerra. Ma il ritorno di Ilsa, dal quale era stato abbandonato senza spiegazioni e che ancora ama, lo spingerà a prendere una decisione. Ci sono film che non fanno semplicemente parte della storia del cinema: sono la storia del cinema. Certo, Curtiz non è Hawks, Welles o Wilder: ma poco importa. A volte un film diventa un capolavoro non per merito di un singolo individuo (regista, attore o sceneggiatore che sia), ma perché tutte le parti che lo compongono contribuiscono insieme al risultato finale, convergendo miracolosamente nella stessa direzione e producendo un fenomeno simile all'“interferenza costruttiva” nella fisica delle onde. Ed è qui che nasce il mito. Nella scheda sul suo dizionario del cinema, il Mereghetti cita Umberto Eco: "Quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza, si raggiungono profondità omeriche. Due cliché fanno ridere, cento commuovono". Per nessun film, forse, questo è vero come per "Casablanca", una struggente celebrazione del sacrificio.

Tratta da un testo teatrale di Murray Burnett e Joan Alison che non era ancora mai andato in scena, e fortemente voluta dal produttore Hal B. Wallis, la pellicola ebbe un successo oltre ogni aspettativa. Vinse i premi Oscar per il miglior film, la regia e la sceneggiatura (oltre ad altre cinque nomination) e colpì l'immaginazione del pubblico non solo al momento della sua uscita ma anche, e soprattutto, negli anni a venire. Contribuì a rendere mitici Bogart e la Bergman, cui il regista non lesina primi piani e la sceneggiatura (dei fratelli gemelli Julius e Philip Epstein, con Howard Koch) frasi memorabili come quelle citate in apertura, ma sono indimenticabili tutti i personaggi, anche quelli minori: dall’ambiguo capitano francese Renault (Claude Rains), che cerca di restare a galla in un mondo corrotto in cui pure sguazza con nonchalance, al maggiore tedesco Strasser (Conrad Veidt), principale "cattivo" del film; dal pianista Sam (Dooley Wilson), che canta la canzone di Herman Hupfeld "As time goes by" (la frase "Suonala ancora, Sam", resa celebre anche da Woody Allen, non è mai pronunciata esattamente in questi termini nella pellicola) al fidato cameriere Carl (S.Z. Sakall), fino a Ferrari (Sydney Greenstreet), proprietario del locale rivale Blue Parrot. Ancora oggi citatissimo a destra e a manca (due esempi su tanti: Emir Kusturica in "Gatto nero gatto bianco" e Steven Soderbergh in "Intrigo a Berlino"), oltre che oggetto di omaggi parodie (dai fratelli Marx al già menzionato Allen, senza dimenticare una storia di Topolino firmata da Giorgio Cavazzano), va assolutamente gustato in lingua originale. Soltanto quando l'ho visto per la prima volta in inglese, infatti, mi sono reso conto che si trattava davvero di un capolavoro assoluto e non del classico film sopravvalutato dalla critica per meriti pregressi. Nell'edizione italiana, oltre ai dialoghi cambiati qua e là, manca completamente il personaggio del capitano Tonelli, forse ritenuto offensivo ai tempi dell’uscita nel nostro paese (nel 1946).