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7 ottobre 2021

Il posto (Ermanno Olmi, 1961)

Il posto
di Ermanno Olmi – Italia 1961
con Sandro Panseri, Loredana Detto
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

Da Meda, cittadina della Brianza, il giovanissimo Domenico (Panseri) si reca a Milano nella speranza di farsi assumere in una grande azienda. Siamo infatti negli anni del boom economico, quando un posto fisso come impiegato, specie in una grande città, era ormai un'alternativa preferibile al lavoro in campagna ("È un posto sicuro per tutta la vita"). Dopo una lunga serie di esami Domenico viene assunto, ma è mandato in un reparto esterno dove, in attesa che si liberi un posto da impiegato, viene utilizzato come fattorino. Nel frattempo ha conosciuto una ragazza, la spigliata Antonietta (Loredana), che si fa chiamare Magalì (alla francese) ed è stata assunta insieme a lui ma nella sede centrale, e faticherà per rivederla... Il secondo lungometraggio di Ermanno Olmi, dopo una lunga serie di corti e di documentari industriali (girati prevalentemente per la Edison, dove lavorava: gli uffici e i palazzi dove si svolge il film sono proprio quelli milanesi della società energetica), è un ritratto delicato e intimo di un momento chiave della società italiana, caratterizzato dallo sviluppo del settore terziario e dalla nascita del consumismo, visto attraverso gli occhi di un giovane sperduto, timido e silenzioso. I toni sono realistici (evidente la lezione del neorealismo), ma con una vena surreale e malinconica (vedi la descrizione dell'ambiente di lavoro e dei vari colleghi, ognuno con le proprie manie o idiosincrasie, e soprattutto la sequenza finale del ballo di capodanno organizzato dal dopolavoro aziendale) che in certe cose sembra anticipare Iosseliani ("La caduta delle foglie") o Kaurismäki. La pellicola è preziosa anche per la cura nella descrizione dell'ambiente, ritratto in un momento di passaggio in cui il vecchio dialetto milanese convive con la modernità (si intravede Piazza San Babila sventrata dal cantiere per la metropolitana), il tutto senza di perdere di vista le peripezie intime del giovane protagonista, più interessato a rivedere la ragazza di cui si è invaghito che non al suo nuovo lavoro, una routine ("Siamo una sorta di grande famiglia") triste e ben poco accattivante (gli uffici, la mensa), nella quale si sente a poco agio, anche perché circondato da persone più anziane di lui e che spesso non lo degnano di uno sguardo (fa eccezione l'usciere che lo prende sotto la sua protezione). Gli attori erano quasi tutti non professionisti: uno degli esaminatori è interpretato dal critico Tullio Kezich.

25 febbraio 2021

Il tunnel sotto il mondo (L. Cozzi, 1969)

Il tunnel sotto il mondo
di Luigi Cozzi – Italia 1969
con Alberto Moro, Bruno Slaviero
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'umanità è costretta a rivivere inconsapevolmente sempre lo stesso giorno, il 32 luglio (o forse il 15 giugno: la prima data è citata nelle didascalie, la seconda nei dialoghi). Un uomo, però, tormentato da strani sogni in cui viene ucciso in piazza da un cecchino appostato su una chiesa, prende lentamente consapevolezza della situazione. La vicenda è complicata, fra le altre cose, dalla presenza di un misterioso "Signore del mondo" che trasforma le persone in robot e da un computer che ambisce ad osservare Dio... Ispirato a un racconto di Frederik Pohl, che la sceneggiatura di Alfredo Castelli (sì, il creatore di "Martin Mystère"!) "contamina" con brani tratti da opere di altri celebri autori di fantascienza (Ray Bradbury, Kurt Vonnegut, James Ballard...), l'opera prima di Luigi Cozzi è un film decisamente sperimentale, girato in piena libertà creativa e narrativa, che sconfina nel delirio onirico o nel teatro dell'assurdo. Non è facile seguirne la trama, né tantomeno trovare un significato preciso, al di là della denuncia della disumanizzazione della società (il racconto di Pohl, per quello che ne è rimasto, era inteso come una satira del consumismo). Cozzi lo girò in soli quattro giorni, quasi clandestinamente e senza permessi, per le strade di una Milano innevata (e dintorni, come Sesto San Giovanni) e con un budget ridotto all'osso. La scarsità di mezzi (il numero di attori è talmente limitato che alcuni sono costretti a interpretare più parti, con risultati surreali: vedi l'uomo che uccide sé stesso) e l'uso della camera a mano, per non parlare del montaggio estremamente "libero" e frammentato, donano all'insieme un aspetto quasi da film amatoriale, mentre la struttura narrativa anarchica e gli inserti fanno pensare a certi lavori di Godard. Lo stesso regista è costretto a interpretare una parte, doppiato con voce femminile (in generale il doppiaggio è volutamente fuori labiale: ma, come le "imperfezioni" dal lato visivo, per esempio i difetti del nastro e della pellicola, anche queste sono volute, per trasformare la povertà di mezzi in uno stile straniante per l'esperienza dello spettatore). Fra gli interpreti anche Ivana Monti.

5 dicembre 2020

Gli uomini, che mascalzoni... (M. Camerini, 1932)

Gli uomini, che mascalzoni...
di Mario Camerini – Italia 1932
con Lya Franca, Vittorio De Sica
**1/2

Visto in TV.

Per corteggiare Mariuccia (Franca), giovane commessa in una profumeria, lo chauffeur Bruno (De Sica) finge di essere ricco e la invita a una gita ai laghi sull'automobile del proprio padrone... Quando scopre che è stato licenziato, la ragazza cercherà di procurargli un nuovo lavoro accettando di andare al luna park e poi a cena con un ricco industriale, suscitando così la gelosia dell'ignaro Bruno. La riconciliazione fra i due avverrà a bordo del taxi guidato proprio dal padre della ragazza. Spigliata e leggera commedia romantica e degli equivoci, che all'epoca riscosse un grande successo di pubblico e di critica. Fra i suoi pregi, la scelta (allora insolita) di girare quasi interamente in esterni anziché nei teatri di posa, in una Milano che appare vivace e operosa: dalle strade, che cominciavano a essere invase dal traffico (tram, automobili e biciclette), alla fiera campionaria, con tutti i suoi padiglioni che trasudano modernità e intraprendenza commerciale. Belle anche le sequenze sul lago, una serie di scenari da cartolina su cui si sovrappongono le voci dei due personaggi come se fossero degli spiriti. La freschezza e il realismo dell'ambientazione concorrono a rendere il film quasi un antesignano del neorealismo o addirittura della Nouvelle Vague. Ma la pellicola ha anche avuto una notevole importanza, con il senno di poi, per tutto il cinema italiano: si tratta infatti del primo ruolo di rilievo da protagonista per Vittorio De Sica, in precedenza commediante teatrale, qui alla sua prima collaborazione con il regista Mario Camerini, per il quale reciterà in diverse altre pellicole prima di esordire a sua volta alla regia. Fra le altre cose, nella scena del ballo De Sica si esibisce come cantante in quello che sarà uno dei suoi cavalli di battaglia, la canzone "Parlami d'amore Mariù", che diventerà immensamente popolare (persino più del film). Il padre è Cesare Zoppetti. Alla sceneggiatura hanno collaborato Aldo De Benedetti e Mario Soldati.

24 marzo 2020

Arcana (Giulio Questi, 1972)

Arcana
di Giulio Questi – Italia 1972
con Lucia Bosè, Maurizio Degli Esposti
**1/2

Visto in divx, per ricordare Lucia Bosè.

Nell'appartamento di un grande condominio alla periferia milanese, la signora Tarantino (Lucia Bosè), con la complicità del figlio (Maurizio Degli Esposti), si guadagna da vivere come maga, sensitiva e chiromante, attraverso sedute sia di gruppo (i cui partecipanti vanno "in trance") sia individuali. Forse è soltanto una ciarlatana. O forse ha davvero poteri arcani, come d'altronde li avevano i suoi antenati: di questo almeno è convinto il figlio, che si dedica a strani rituali personali nella propria stanza, mostra a sua volta di avere poteri di precognizione e telecinesi, e rimane ossessionato da Marisa (Tina Aumont), giovane cliente in cerca d'amore che torna ripetutamente a farsi predire il futuro... Il terzo film di Giulio Questi, scritto come sempre insieme al montatore Franco Arcalli, è una pellicola onirica, psichedelica e surreale, che perde via via la concretezza che la caratterizza all'inizio (i caseggiati con i bambini che giocano negli androni e sulle scale; le strade, ricolme di passanti curiosi; le poste e le banche, con la fila dei disabili che devono ritirare la pensione; le metropolitane, con gli operai intenti a scavare nuove gallerie, di una Milano moderna) per accogliere in sé l'ignoto, le tradizioni ancestrali delle comunità rurali e contadine, fenomeni di poltergeist, strani legami fra oggetti di uso comune... La signora Tarantino legge le mani, i tarocchi, i fondi di caffè, inventa quello che i suoi clienti vogliono sentirsi dire. Eppure sia lei che il figlio hanno anche delle premonizioni autentiche: e sogni e visioni, realtà e fantasia finiscono col mescolarsi, verso un finale misterioso e aperto. A condire il tutto non mancano sottotesti edipici e violenti, con alcune sequenze che ricordano Antonioni o Buñuel (le rane che escono dalla bocca della donna) o anticipano addirittura Lynch. Resta il dubbio se il tutto serva solo a stimolare la suggestione dello spettatore o se ci sia un messaggio di fondo, che potrebbe essere quello dell'alienazione dell'uomo contemporaneo, della mancanza di comunicazione diretta e della perdita delle proprie radici (individuali o collettive che siano), al di là della compenetrazione fra diversi piani di realtà. Come nella lettura dei tarocchi, ognuno può trovarci il significato che più si adatta a sé. D'altronde l'enigmatico cartello iniziale mette subito in guardia gli spettatori: "Questo film non è una storia. È un gioco di carte. Perciò non è credibile l'inizio né tanto meno il finale. Giocatori siete voi. Giocate bene e vincerete". La Bosè è bellissima ed elegante, il figlio (senza nome) davvero straniante, sadico e inquietante. Un film originale, bizzarro e particolare, girato con pochi mezzi e che godette di una scarsissima diffusione, tanto da essere considerato un "film maledetto": di fatto il regista, dopo di questo, si ritirò dal mondo del cinema e continuò a lavorare solo in televisione.

3 marzo 2020

La vittima designata (M. Lucidi, 1971)

La vittima designata
di Maurizio Lucidi – Italia 1971
con Tomas Milian, Pierre Clémenti
**

Visto in divx.

Il fotografo pubblicitario Stefano Augenti (Tomas Milian) conosce per caso l'ambiguo conte Matteo Tiepolo (Pierre Clémenti), che gli propone un patto: il conte ucciderà la moglie di Stefano, Luisa, lasciandolo libero di vendere le quote della società intestate alla consorte (che si oppone) e di rifarsi una vita con la sua amante, la modella Fabiane (Katia Christine); in cambio lui dovrà uccidere il fratello del conte. Stefano rifiuta, ma Matteo commette comunque l'omicidio ("Ho fatto tutto ciò che tu sognavi di fare e non ne avevi il coraggio"). Sospettato dalla polizia come autore del delitto, essendo l'unico ad avere un movente, Stefano non avrà altra scelta che portare a termine la propria parte del patto (in cambio della quale il conte ha promesso di procurargli un alibi di ferro)... Ambientato a Milano, a Venezia e sul lago di Como, un thriller chiaramente ispirato al classico di Hitchcock "L'altro uomo", alias "Delitto per delitto" (ma un personaggio, all'inizio del film, sembra quasi giustificare la cosa: "Ormai si è fatto tutto... Le idee ormai non servono più. È lo stile che conta"). Pur artificioso e implausibile in alcuni sviluppi, è salvato da discrete interpretazioni (con un Milian che, oltre a cantare il brano "My shadows in the dark", si doppia anche da sé: per questo motivo si dice che il personaggio è di origine venezuelana), che danno vita a interessanti caratterizzazioni (il protagonista è il classico borghese che di fronte alle difficoltà finisce sempre con lo scendere a compromessi, il conte è una figura morbosa, ambigua e fuori dal tempo, tanto che pare quasi appartenere a un altro film) e soprattutto dalla colonna sonora baroccheggiante firmata da Luis Bacalov insieme ai New Trolls, che qui fanno le prove per il "Concerto grosso".

5 ottobre 2019

Sbatti il mostro in prima pagina (M. Bellocchio, 1972)

Sbatti il mostro in prima pagina
di Marco Bellocchio – Italia/Francia 1972
con Gian Maria Volonté, Laura Betti
***

Visto in divx.

In una Milano scossa dai cortei e dalle tensioni fra i manifestanti di fazioni politiche contrapposte, lo spregiudicato caporedattore (Volonté) di un quotidiano di destra ("Il Giornale": ma il film è stato girato due anni prima che il quotidiano con questo stesso nome venisse fondato), finanziato da un ricco industriale (John Steiner) e ammanicato con la polizia, manipola a proprio piacimento le informazioni per influenzare l'opinione pubblica in vista delle elezioni. In particolare, con una precisa campagna mediatica, strumentalizza a fini politici una vicenda di cronaca nera: dopo aver pompato l'indignazione popolare insistendo per diversi giorni sugli aspetti più intimi e commoventi del brutale omicidio di una studentessa, cavalca l'indiscrezione che il colpevole sia un attivista di sinistra (Corrado Solari), indirizzando in questo senso anche le indagini della polizia. E quando, grazie agli scrupoli di coscienza del suo reporter Roveda (Fabio Garriba), verrà a conoscenza dell'identità del vero assassino, preferirà mettere a tacere la cosa, "almeno a fino dopo le elezioni". Un giallo con un taglio molto particolare, che mette in luce il "quarto potere" della stampa nell'indirizzare (o nell'addormentare) le coscienze, anche soltanto con la semplice scelta delle parole da usare nei titoli, e i suoi intrecci (non sempre occulti) con la politica e gli interessi economici. Per molti versi profetico, e ancora incredibilmente attuale (basterebbe sostituire i social media ai quotidiani), nonostante sia ovviamente calato nell'infuocato contesto di quegli anni (si citano stragi ed eventi recenti, Valpreda e Feltrinelli). Anche l'omicidio di Maria Grazia si ispira a un reale fatto di cronaca. Fra gli attivisti che appaiono nel montaggio iniziale spicca Ignazio La Russa. Il progetto era di Sergio Donati, che lo aveva pensato con un taglio più "popolare", ma per motivi di salute dovette rinunciare. Bellocchio, subentrato, fece riscrivere la sceneggiatura a Goffredo Fofi. Nel cast anche Laura Betti (l'insegnante sciroccata che per gelosia denuncia lo studente), Carla Tatò e Jacques Herlin. Le musiche sono di Nicola Piovani, le scenografie di Dante Ferretti (che ha usato la redazione de "L'Unità" per le scene ambientate al "Giornale").

7 giugno 2019

Le cinque giornate (Dario Argento, 1973)

Le cinque giornate
di Dario Argento – Italia 1973
con Adriano Celentano, Enzo Cerusico
*

Visto in TV.

Il ladruncolo Cainazzo (Celentano) e il fornaio romano Romolo (Cerusico) rimangono coinvolti nell'insurrezione di Milano contro gli austriaci nel 1848. Fra una disavventura e l'altra, sono testimoni delle nefandezze compiute da entrambe le parti. L'unico film di Dario Argento non appartenenente ai generi del thriller o dell'horror è una scalcinata commedia di ambientazione storica, quasi una versione milanese dei film romani di Luigi Magni, dall'andamento episodico, priva di focus e di equilibrio. È evidente come questo tipo di film non fosse nelle corde del regista, che infatti si premurò di chiudere rapidamente la parentesi, tornando – con il successivo "Profondo rosso" – al genere che più gli era congeniale. Si passa da situazioni boccaccesche (l'episodio della donna che deve partorire, quello della contessa ninfomane che fa innalzare le barricate (Marilù Tolo), o quello della vedova del traditore) ad altri che – nelle intenzioni – dovrebbero essere drammatici, per mostrare l'assurdità della guerra, condannare i "potenti" che si accordano alle spalle del popolo o i traditori che approfittano della confusione per arricchirsi. L'intento era chiaro: demistificare il patriottismo e l'eroismo del Risorgimento, mostrando che le battaglie e i grandi eventi storici sono stati condotti senza una vera volontà popolare, o senza un concreto beneficio ("Ci hanno fregato!", grida Celentano alla folla in festa per la vittoria nella scena finale). Ma il risultato è fra il tragicomico e l'imbarazzante, e tutto è estremamente qualunquistico, quando non si scivola nella volgarità o nella farsa, anche per colpa di attori non adeguati, di un forte senso di improvvisazione, della mancanza di collante fra le varie sequenze e di uno scarso valore produttivo. Con l'eccezione di alcune scene a Palazzo Reale e in piazza Belgioioso, la pellicola non è stata girata a Milano ma a Pavia. Celentano non canta: nella colonna sonora, una brutta versione della "Gazza ladra" di Rossini al sintetizzatore, oltre alla melodia dell'Ave Maria di Gounod.

23 maggio 2019

La vita agra (Carlo Lizzani, 1964)

La vita agra
di Carlo Lizzani – Italia 1964
con Ugo Tognazzi, Giovanna Ralli
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Luciano Bianchi (Tognazzi), intellettuale di provincia, lascia il paese natìo per trasferirsi a Milano dopo che un'esplosione ha devastato la miniera locale, causando 43 morti (il riferimento reale è alla tragedia di Ribolla, avvenuta nel 1954). La sua intenzione è quella di farsi giustizia, distruggendo con il tritolo l'enorme grattacielo (il “torracchione”) in cui ha sede la compagnia mineraria. Ma nel corso di un anno (raccontato tutto in un lungo flashback), la sua spinta rivoluzionaria si esaurirà e lui finirà con rientrare nei ranghi e farsi riassorbire dal “sistema”. Dal romanzo semi-autobiografico di Luciano Bianciardi, sceneggiato con Luciano Vincenzoni, una pellicola antropologica, dai toni a tratti surreali (Tognazzi parla in prima persona direttamente allo spettatore) e satirici, che riflette sull'Italia moderna, sulle conseguenze del miracolo economico, sulla trasformazione della società e della cultura (per mantenersi Luciano cambia diversi lavori, da consulente culturale a traduttore di romanzi dall'inglese, trovando infine successo come ideatore di slogan pubblicitari (ovvero “persuasore occulto”), finendo col tornare a lavorare come responsabile del marketing proprio per quella compagnia che lo aveva licenziato in precedenza). Se in provincia ha lasciato una moglie e un figlio, nonché il ruspante amico Libero (Giampiero Albertini) con il quale si è accordato per distruggere il grattacielo, in città si trova un'amante, la giornalista Anna (Giovanna Ralli), anch'essa inizialmente contestatrice e poi riassorbita pian piano in un ruolo borghese. Insieme a lei si trasformerà proprio in quell'“italiano medio” verso il quale provava insofferenza: passa da una squallida pensione a una camera in affitto (nell'appartamento di una bizzarra coppia “svizzera”), fino all'acquisto di una casa propria nelle periferie in via di sviluppo (oltre a un'automobile, passando dalla condizione di “pedone” schiacciato ai margini della strada a quella di “autista” che la strada la occupa, sia pure imbottigliato nel traffico). Nel complesso, un film dai toni acuti che ritrae in modo emblematico (e senza retorica passatista) un periodo storico-culturale ben preciso, quello in cui l'Italia stava diventando un paese moderno, con tutte le contraddizioni del caso: molti temi anticipano addirittura “Fight Club” (benché la costellazione psicologica sia ben diversa). In alcune sequenze c'è un giovane Enzo Jannacci che canta in trattoria un paio di canzoni poco note (fra cui "L'ombrello di mio fratello"). Nel romanzo (e nella realtà), Bianchi/Bianciardi proveniva da Grosseto e non da Guastalla.

15 novembre 2018

Ho fatto splash (Maurizio Nichetti, 1980)

Ho fatto splash
di Maurizio Nichetti – Italia 1980
con Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro
**1/2

Rivisto in TV.

Angela (Finocchiaro), Luisa (Morandini) e Carlina (Torta: i personaggi hanno gli stessi nomi delle tre attrici) dividono un appartamento milanese a Porta Venezia, insieme a un bambino, figlio di una quarta coinquilina che è partita per un viaggio intorno al mondo. Delle tre, soltanto Carlina ha un lavoro stabile (fa l'insegnante in una scuola elementare) e porta a casa uno stipendio: Luisa aspira a fare l'attrice (con piccole parti a teatro e negli spot pubblicitari) e Angela è una pittrice sciroccata. A ravvivare ulteriormente l'atmosfera in casa, arriva il cugino di Carlina (Nichetti), che si era addormentato da piccolo guardando la televisione e si è appena risvegliato dopo un sonno durato oltre vent'anni... Il secondo film di Nichetti dopo "Ratataplan" è un libero susseguirsi di situazioni surreali e di scenette comiche ed episodiche che da un lato guardano alla comicità del muto (significativamente, nella casa delle ragazze spiccano, fra le altre cose, dei ritratti di Chaplin, Keaton, Oliver & Hardy e i fratelli Marx), per esempio nelle sequenze in cui il protagonista porta il caos in luoghi istituzionali (in chiesa, a teatro), e dall'altro cercano di abbozzare una satira sociale tipica della commedia all'italiana, benché filtrata attraverso l'ironia strampalata e grottesca, quasi "da fumetto", tipica dell'attore/regista. Il quale, fedele al proprio personaggio stralunato, resta in silenzio per l'intero film, con l'eccezione di un'unica frase, quella che dà il titolo al film (pronunciata durante le riprese di uno spot all'Idroscalo) e che diventa involontariamente un fortunato slogan pubblicitario per una bibita gassata. E proprio la pubblicità e la televisione, anzi la dipendenza (soprattutto da parte dei bambini e dei giovani) da questa, sono il filo conduttore della pellicola: sin dalla scena iniziale, in cui assistiamo all'indisciplina che regna nella classe in cui insegna Carlina (fra le altre cose, uno degli scolari fa il verso al Fonzie di "Happy Days"), per proseguire con l'attrazione irresistibile del bambino che vive in casa delle ragazze per i cartoni animati sul piccolo schermo (anche se non sembra far altro che guardarsi in loop la sigla italiana di "Gundam") e per la popolarità virale conquistata dal jingle "Ho fatto splash". Ma ce n'è per la società in generale (i giovani ribelli, il ladro gentiluomo, l'architetto "madonnaro", l'ingordigia degli invitati al pranzo di nozze, il mondo del teatro, con una presa in giro di Giorgio Strehler nella sequenza che mostra il suo allestimento de "La tempesta" di Shakespeare al Teatro Lirico). Guido Manuli ha collaborato alla sceneggiatura e ha disegnato le animazioni.

9 dicembre 2016

Boccaccio '70 (Monicelli, Fellini, Visconti, De Sica, 1962)

Boccaccio '70
di Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica – Italia 1962
con Peppino De Filippo, Anita Ekberg, Sophia Loren
**

Visto in divx.

Ideato da Cesare Zavattini (non nuovo a questo tipo di progetti: si vede che amava particolarmente le pellicole collettive), un film in quattro episodi – ciascuno di circa 50 minuti: il totale supera le tre ore, decisamente troppe – che intende aggiornare le novelle del Boccaccio e il loro tema (l'amore e il sesso) alla contemporaneità. Il risultato, però, francamente non è esaltante: la pellicola tira per le lunghe soggetti che forse meritavano maggior concisione (oppure, se proprio si volevano approfondire i personaggi, dei film a sé stanti) e non si amalgamano fra loro, risultando interessante principalmente per i nomi coinvolti e come documento di costume. Gli episodi di Fellini e di Visconti, comunque, spiccano sugli altri e non tradiscono le caratteristiche più tipiche dei loro autori.

"Renzo e Luciana", di Mario Monicelli (**), con Marisa Solinas e Germano Gilioli
La segretaria Luciana e il fattorino Renzo sono costretti a tenere nascosto il loro amore e persino a sposarsi in segreto, per non farsi licenziare dall'azienda dove entrambi lavorano. In nome dell'amore, sapranno però ribellarsi al moralismo ipocrita che li circonda. Ambientato in una Milano di periferia, fredda e ostile, l'episodio più (neo)realista e meno divertente del film (venne persino eliminato dalla versione internazionale della pellicola), interessante come spaccato sociale degli anni sessanta ma non particolarmente avvincente. Tratto dal racconto "L'avventura di due sposi" di Italo Calvino, dall'antologia "Gli amori difficili", sceneggiato dallo stesso Calvino con Giovanni Arpino e Suso Cecchi d'Amico. Il titolo è un evidente richiamo ai "Promessi sposi".

"Le tentazioni del dottor Antonio", di Federico Fellini (***), con Peppino De Filippo e Anita Ekberg
Antonio Mazzuolo è un rigido e inflessibile fustigatore della morale altrui. Indignato perché di fronte alle sue finestre è stato installato un cartellone pubblicitario con una seducente pin-up, fa di tutto per farlo rimuovere. Ma l'immagine lo ossessiona al punto da comparire anche nei suoi sogni... La prima parte costruisce il protagonista e la sua crociata contro tutto ciò che è immorale o "pornografico" (dalle coppiette che si appartano, alle riviste vendute nelle edicole). La seconda, di registro onirico, è surreale e allucinata, con una Ekberg gigante che cammina di notte per le strade di Roma. Alla sceneggiatura hanno contribuito Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. La colonna sonora di Nino Rota comprende la canzoncina-jingle "Bevete più latte!", un vero tormentone. Primo lavoro di Fellini a colori (anticipando di tre anni "Giulietta degli spiriti").

"Il lavoro", di Luchino Visconti (**1/2), con Tomas Milian e Romy Schneider
Finito sui giornali per uno scandalo con ragazze squillo, il giovane e scapestrato conte Ottavio deve vedersela con l'ira flemmatica della moglie tedesca Pupe, che vorrebbe lasciarlo e cercarsi un lavoro (anche se si preoccupa: "I lavoratori si annoiano? Ma fino all'angoscia?"). L'episodio più esistenzialista e nichilista del lotto, ambientato tutto nei vasti saloni della dimora milanese del conte, che mette a confronto le vacue preoccupazioni di quest'ultimo con quelle della consorte, degli avvocati e della servitù (tutti personaggi che sembrano muoversi – e vivere – su piani paralleli e mai destinati a incontrarsi veramente). La sceneggiatura, di Visconti e Suso Cecchi d'Amico, è ispirata alla novella di Guy de Maupassant "Sul bordo del letto".

"La riffa", di Vittorio De Sica (**), con Sophia Loren e Luigi Giuliani
A Lugo, durante una fiera di paese, una lotteria clandestina mette in palio una notte d'amore con la bellissima maggiorata Zoe, imbonitrice di un baraccone di tiro a segno. A vincere sarà il timido sacrestano locale, ma la donna preferirebbe fuggire con il giovane allevatore che poco prima l'aveva salvata dalla carica di un toro... Sceneggiato dallo stesso Zavattini, poco più di una barzelletta tirata per le lunghe, con la Loren (e la sua carica erotica) assoluta protagonista, in un mondo di piccola gente di paese, contadini e allevatori che per trasorrere una notte con lei farebbero follie. La musica è di Armando Trovajoli.

30 ottobre 2016

Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, 1960)

Rocco e i suoi fratelli
di Luchino Visconti – Italia 1960
con Alain Delon, Renato Salvatori
****

Rivisto in divx.

La famiglia Parondi, composta dalla madre Rosaria e da cinque figli (Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro e Luca), si trasferisce dalla Lucania a Milano in cerca di miglior fortuna. Anche al nord, i ragazzi fanno comunque fatica a trovare lavoro e prenderanno strade differenti: qualcuno perderà l'innocenza, altri sapranno adattarsi meglio al nuovo stile di vita. Ispirato al romanzo "Il ponte della Ghisolfa" di Giovanni Testori, il film è uno dei massimi capolavori di Visconti e dell'intero cinema italiano, capace di fondere i temi del neorealismo con la forma del melodramma e di andare ben oltre la semplice riflessione sul fenomeno dell'immigrazione o una stereotipata contrapposizione fra nord e sud (o fra campagna e città). Nonostante i membri della famiglia continuino a provare nostalgia per il proprio paese d'origine (e a cullare il sogno, prima o poi, di ritornarvi), Milano non è infatti ritratta in chiave negativa ma semplicemente come un nuovo ambiente in cui vivere, in grado di offrire opportunità a chi è capace di coglierle: lavoro (un esempio c'è quasi subito all'inizio: un'improvvisa nevicata consente ai fratelli di guadagnare qualche soldo come spalatori), successo (attraverso il pugilato, metafora della lotta per la sopravvivenza) e amore. Al centro del racconto vi è semmai l'evoluzione psicologica, nel bene o nel male, dei suoi personaggi. Con una durata che sfiora le tre ore, il film è formalmente diviso in cinque sezioni, ciascuna delle quali intitolata a uno dei fratelli, ma in realtà si concentra su due di loro: Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon). Il primo è una testa calda, indisciplinato e ambizioso, che nel corso della pellicola scenderà sempre più la china in una spirale di debiti, reati e violenza. Il secondo è intrinsecamente buono, pronto a perdonare le malefatte del fratello e a giustificare le sue azioni in nome dell'unità della famiglia, da preservare a ogni costo. A unire a doppio filo le loro storie c'è il tentativo di raggiungere il successo nel pugilato (dapprima ci prova Simone, che ha talento ma non la necessaria disiplina; poi è la volta di Rocco, che si rivela un campione) ma soprattutto il legame con la prostituta Nadia (Annie Girardot), personaggio tragico e centrale nell'economia della vicenda. Anche in questo caso è Simone ad aprire la strada e Rocco poi a seguirlo: dopo essere stata l'amante del fratello maggiore per un breve periodo, la ragazza finisce con l'innamorarsi del più "puro" Rocco, per il quale prova anche a cambiare vita. Ma la gelosia di Simone, che arriva persino a violentarla, farà precipitare tutto verso la tragedia.

L'ultima parola è però riservata a Ciro, quello che fra tutti i fratelli sembra avere maggiormente la testa sulle spalle, che conclude il film spiegando a Luca (il più piccolo) come sia le scelte di Simone (che ha perso di vista l'onestà e la dignità) sia quelle di Rocco (pronto sempre a perdonare e mai a difendersi) siano inevitabilmente destinate al fallimento in un mondo che sta cambiando – erano gli anni del "boom" economico, con tutti i suoi vantaggi ma anche le sue trappole – e che richiede di adattarsi in qualche modo, allontanandosi magari dai valori arcaici, nella speranza di un futuro migliore. Una riflessione pragmatica, prima ancora che amara o populista, grazie alla quale il film supera i limiti che rinchiudevano in sé stesso un certo cinema neorealista con lo sguardo sempre rivolto al passato. Molto interessante il cast: Visconti non si fa problema a ricorrere ad attori stranieri – Delon e Girardot innanzitutto, ma anche Katina Paxinou nel ruolo della madre, e poi Spiros Focás (Vincenzo), Max Cartier (Ciro), Roger Hanin (l'impresario Duilio), Suzy Delair (la proprietaria della lavanderia dove lavora Rocco) – se hanno i volti giusti, per dar vita a personaggi intrinsecamente italiani, grazie naturalmente anche al doppiaggio. In piccole parti si riconoscono anche Paolo Stoppa (Cerri, il manager della palestra), una giovanissima Claudia Cardinale (Ginetta, la fidanzata di Vincenzo), Corrado Pani e Nino Castelnuovo (due degli amici di Simone), Claudia Mori e Adriana Asti (le commesse della lavanderia). Le tante figure di contorno sono spesso caratterizzate mirabilmente con pochi tratti (vedi i sottotesti gay del personaggio di Duilio). Memorabile la colonna sonora di Nino Rota, che fa le prove generali per "Il padrino", e preziosa la fotografia di Giuseppe Rotunno, che ritrae con palpabile spessore gli scenari milanesi: dalla Stazione Centrale alle guglie del Duomo, dalle periferie di Lambrate ai trafficati Navigli, dalla zona della Ghisolfa alle sponde dell'Idroscalo (dove la provincia di Milano aveva negato l'autorizzazione a girare, ritenendo il film "scandaloso" e "denigratorio"). Molti di questi luoghi sono oggi profondamente cambiati, soprattutto per quanto riguarda i quartieri della periferia, ormai inglobati nella città. Lo stabilimento Alfa Romeo del Portello non esiste più, mentre la palestra dove Simone e Rocco praticano la boxe è diventata il circolo Arci di via Bellezza. Il titolo del film richiama quello del ciclo di romanzi di Thomas Mann "Giuseppe e i suoi fratelli" (e sarà a sua volta trasfigurato da Woody Allen in "Hannah e le sue sorelle"), mentre il nome Rocco è un omaggio al poeta Rocco Scotellaro, assai ammirato da Visconti e particolarmente attento alle condizioni dei contadini dell'Italia meridionale.

14 ottobre 2016

Lo svitato (Carlo Lizzani, 1956)

Lo svitato
di Carlo Lizzani – Italia 1956
con Dario Fo, Franca Rame
**

Visto in divx, per ricordare Dario Fo.

La carriera cinematografica di Dario Fo, sicuramente meno ricca e fortunata di quella teatrale, avrebbe dovuto prendere il via con questa pellicola decisamente atipica nell'ambito della commedia all'italiana e che segna il suo primo ruolo da protagonista (aveva già avuto una piccola parte in "Scuola elementare" di Lattuada). Il suo insuccesso spingerà l'attore (qui anche collaboratore al soggetto e alla sceneggiatura, oltre che aiuto regista) verso altre strade, anche se occasionalmente continuerà a collaborare con il cinema (da "Musica per vecchi animali" di Stefano Benni alla voce prestata nei film d'animazione di Enzo D'Alò). "Lo svitato" è un tentativo di portare sullo schermo il tipo di comicità burlesca, fisica prima che verbale, che caratterizzava un certo cinema americano (il paragone con Jerry Lewis sorge immediato, ma il protagonista ha anche qualcosa di Chaplin o di Tati). Fo interpreta Achille, un giornalista tuttofare, sempliciotto e dall'animo candido. Convinto che per avere successo sia necessario "fabbricarsi" le notizie, viene coinvolto dal "maneggione" Gigi (Leo Pisani) nel furto di alcuni cani di razza che devono partecipare a una mostra, sostituendoli con dei randagi. Ma le cose non andranno come previsto... Sullo sfondo di una Milano ancora divisa fra modernità (i cantieri con cui si apre la pellicola) e tradizione, e di cui si riconoscono molti luoghi caratteristici (l'Arena, il Castello Sforzesco, l'Arco della Pace e il Parco Sempione), il film racconta inoltre l'illusione sentimentale di Achille, innamorato prima della bella ginnasta Elena (Giorgia Moll) e poi dell'appariscente soubrette Daina (Franca Rame), già compagna di Gigi. Se nella costruzione del personaggio, grazie alla sua mimica e all'espressività, Fo ha sostanzialmente successo, la trama risulta sfilacciata e disordinata e la pellicola soffre per la mancanza di un vero focus, al punto che in corso d'opera modifica direzione più volte (si pensi al capovolgimento dei ruoli femminili: all'inizio la Moll è la ragazza ingenua e pura, oggetto dell'affezione di Achille, mentre la Rame è solo una "bellona" sullo sfondo; da un certo punto in poi, cambia tutto). Fra le scene cult, da ricordare quella in cui Franco Parenti è il "Mostro della via Emilia", gangster che "si è fatto da solo" e che vorrebbe vendere le proprie memorie al giornale dove lavora Achille.

21 luglio 2016

La mala ordina (Fernando Di Leo, 1972)

La mala ordina
di Fernando Di Leo – Italia 1972
con Mario Adorf, Adolfo Celi
**

Visto in TV.

Due sicari newyorkesi (Henry Silva e Woody Stroode) giungono a Milano con l'incarico di eliminare Luca Canali (Mario Adorf), un magnaccia siciliano che gestisce la prostituzione al Parco Lambro. Luca, delinquente di piccolo calibro che ha sempre badato a non pestare i piedi a nessuno, si interroga sul perché gli americani lo vogliano morto. E quando il boss locale, don Vito Tressoldi (Adolfo Celi), gli fa uccidere la moglie e la figlioletta per spingerlo ad uscire dal suo nascondiglio, scatenerà la propria vendetta. Dopo l'ottimo "Milano calibro 9", Di Leo ricorre nuovamente ai racconti di Giorgio Scerbanenco per girare un altro poliziottesco – anche se di poliziotti non ce ne sono – ambientato nella capitale lombarda, di cui però a stento si riconoscono un paio di location (la Darsena, la Stazione Centrale). Fra dialoghi didascalici, personaggi tagliati con l'accetta e tante donnine seminude (fra cui Femi Benussi e Francesca Romana Coluzzi), il film fatica a uscire dai limiti del suo genere e risulta decisamente meno interessante del lavoro precedente, di cui riprende l'ambientazione ma non i personaggi. Da salvare la prova energetica di Adorf (doppiato da Stefano Satta Flores) e l'intensità di un paio di scene d'azione (la morte dei familiari di Luca, con successivo inseguimento al loro killer lungo i Navigli; e lo scontro finale con i due americani nel cimitero delle auto, con il gattino bianco che simboleggia tutti gli innocenti – e sono tanti! – vittime collaterali dei gangster). Luciana Paluzzi è l'hostess dei due sicari, Sylva Koscina la moglie di Luca, mentre Renato Zero fa un breve cameo. Musiche di Armando Trovajoli. Quentin Tarantino ha dichiarato di essersi ispirato alla coppia formata da Henry Silva e Woody Stroode per i due protagonisti di "Pulp Fiction". La cosiddetta "Trilogia del milieu" sarà completata da Di Leo l'anno seguente con "Il boss".

10 marzo 2016

Cronaca di un amore (M. Antonioni, 1950)

Cronaca di un amore
di Michelangelo Antonioni – Italia 1950
con Lucia Bosè, Massimo Girotti
***

Rivisto in DVD.

Il film che segna l'esordio di Michelangelo Antonioni alla regia (dopo una decina di brevi documentari) è un noir all'italiana che fa simbolicamente da spartiacque fra la stagione del neorealismo (che in quegli anni stava giungendo a conclusione) e quella del disagio esistenziale e dello studio psicologico dei personaggi, elementi chiave della poetica del maestro ferrarese. Certo, il soggetto non è particolarmente originale (una coppia di amanti progetta l'uccisione del ricco marito di lei: molti critici lo considerarono una versione borghese di "Ossessione" di Visconti) e del regista dell'incomunicabilità e dell'alienazione c'è ancora poco (anche se i temi della solitudine e dell'angoscia esistenziale fanno comunque capolino), ma il film è efficace nel mettere in relazione i personaggi con l'ambiente che li circonda e nell'affrontare argomenti allora nuovi per il cinema italiano: la crisi della borghesia, il vuoto delle metropoli, il conflitto di classe. Nonostante i toni un po' melodrammatici e da fotoromanzo (genere che Antonioni conosceva bene, avendolo affrontato in uno dei suoi documentari) di una vicenda torbida e romantica al tempo stesso, e una sceneggiatura che non sfugge ad alcuni cliché nel descrivere gli elementi del "triangolo" (la moglie annoiata dalla ricchezza, il marito geloso ma ignaro, il giovane povero ma pronto a tutto), il film è sostenuto da un comparto tecnico ad alto livello, in particolare da una fotografia che ritrae con realismo le strade e i palazzi della città (di Milano si intravedono molti luoghi simbolo – l'idroscalo, il planetario, i bastioni di Porta Venezia... – ma ci sono anche alcune scene girate nella Ferrara dello stesso Antonioni) e da una regia molto attenta all'inquadratura, alla gestione degli spazi, alla costruzione psicologica dei personaggi anche attraverso la "fisicità". L'elemento più interessante è il come la fatalità si accanisca contro i protagonisti, comunque non innocenti. Anche se desiderate e volute, le disgrazie attorno a loro avvengono per un tragico caso, ottenendo l'effetto opposto a quello desiderato: separarli, anziché permettere loro di stare insieme. Lucia Bosé è giovane e bellissima. Ferdinando Sarmi è il marito, Gino Rossi è l'investigatore.

19 maggio 2014

Si può fare (Giulio Manfredonia, 2008)

Si può fare
di Giulio Manfredonia – Italia 2008
con Claudio Bisio, Anita Caprioli
***

Visto in divx, con Sabrina.

Nella Milano del 1983, l'ex sindacalista Nello viene mandato a dirigere una cooperativa che ospita malati di mente e altri pazienti usciti sagli ospedali psichiatrici dopo l'approvazione della legge Basaglia. Motivandoli e responsabilizzandoli, riuscirà – non senza fatica – a fargli condurre una vita "quasi" normale. Non tutti ce la faranno (il più fragile ne pagherà il prezzo), ma i risultati saranno abbastanza incoraggianti da spingere altre realtà a seguire la stessa strada. Scritta dal regista insieme a Fabio Bonifacci (autore del soggetto), con un occhio a "L'attimo fuggente" e l'altro a "Qualcuno volò sul nido del cuculo" (ma dai toni decisamente più leggeri e ottimisti), una pellicola che riesce a fondere l'approccio da commedia con la serietà dei temi trattati, risultando sì favolistica ma anche attenta al contesto sociale e sinceramente commovente. Punto di forza è la caratterizzazione dei personaggi, a partire dal protagonista. Ostracizzato dai suoi compagni di sinistra perché convinto che in qualche modo si debba "fare i conti" con le leggi del libero mercato, Nello coinvolge i suoi "soci" a dar vita a un'impresa di posatura di parquet, che naturalmente verrà condotta in maniera talmente creativa e artistica da riscuotere un notevole successo. E saprà assegnare a ciascuno il ruolo adatto (chi non fa nulla, per esempio, è perfetto come presidente!). Probabilmente la miglior interpretazione della carriera per Bisio, che pur non rinunciando al suo modo di recitare o al suo personaggio da commedia, riesce a mettersi al servizio della storia fornendo intensità e partecipazione. Attorno a lui c'è un ottimo e nutrito cast di volti noti e di caratteristi del cinema italiano: Anita Caprioli (la fidanzata di Nello), Bebo Storti (l'imprenditore della moda), Giuseppe Battiston (il medico basagliano) e tutto il gruppo dei "matti" (fra cui Giovanni Calcagno, Andrea Bosca, Michele De Virgilio, Daniela Piperno) che danno vita a tante sfaccettature del disagio mentale. Il gruppo "funziona" proprio perché ciascun personaggio è caratterizzato a modo suo. Non mancano le battute fulminanti o da segnarsi sul taccuino ("Siamo matti, mica scemi"; "La pazzia non guarisce per legge"; "Che vuol dire essere di sinistra se non ci si dà una mano?", "Siamo fuori da Tuttocittà! Queste strade non esistono!"), così come le metafore più o meno esplicite ("Quando uno dorme, bisogna svegliarlo!"): il lavoro stesso del parquettista è quello di mettere insieme, con pazienza certosina, tanti frammenti e – nel caso dei nostri amici – gli scarti che altri getterebbero via senza pensarci due volte. Lo sfondo degli anni ottanta consente poi tante divertenti citazioni sulla tv, la musica, la moda dell'epoca: una dei "soci", teledipendente, cita in continuazione personaggi televisivi dell'epoca. Nella colonna sonora spicca appropriatamente "L'isola che non c'è" di Edoardo Bennato. Il titolo non ha nulla a che vedere (se non, forse, l'ispirazione) con "Frankenstein Junior".

18 ottobre 2013

Kamikazen (Gabriele Salvatores, 1987)

Kamikazen - Ultima notte a Milano
di Gabriele Salvatores – Italia 1987
con Paolo Rossi, Silvio Orlando
**

Visto in TV.

Un gruppo di scalcinati comici e cabarettisti ha l'occasione della vita: nel locale dove il giorno dopo dovranno esibirsi sarà presente un incaricato di "Drive In", fortunata trasmissione televisiva dell'epoca, in cerca di nuovi talenti. O almeno questo è quanto gli ha fatto credere il loro disonesto impresario... I sei artisti trascorreranno la notte che li separa dal possibile successo fra ansie, crisi, ripensamenti e avventure di vario tipo. Il secondo film di Gabriele Salvatores, colmo di malinconia e di disillusioni, si immerge totalmente nelle atmosfere notturne e desolate della Milano di fine anni ottanta, reduce da quella sbornia di consumismo che è passata alla storia attraverso lo slogan pubblicitario "Milano da bere". I sei protagonisti ne incarnano l'umanità ai margini, sfiorata solamente dal successo e ridotta a mendicarne le briciole. Sono perdenti (come il cavallo Kamikaze sul quale, nella scena all'ippodromo che apre il film, l'impresario scommette e perde una forte somma), emarginati (si va dal meridionale Silvio Orlando, mai veramente integratosi al Nord, al "filosofo" e fatalista Paolo Rossi, in perenne cerca dello "Sgurz", l'indescrivibile elemento che trasforma un fallito in un vincente; dalla coppia di prestigiatori Renato Sarti e Bebo Storti, che sbagliano regolarmente tutti i numeri, ai più estroversi Claudio Bisio e Antonio Catania, che si rubano a vicenda le pessime battute), costretti a lavori infimi (facchini alla stazione, camerieri in squallide trattorie, sorveglianti in sale giochi) in attesa che si avveri un sogno forse irrealizzabile. Il cast pesca a piene mani dal mondo dell'avanspettacolo milanese di quegli anni, anche per i ruoli minori: tra gli altri, appaiono sullo schermo Gigio Alberti, Aldo e Giovanni (senza Giacomo), Raul Cremona, Michele (senza Gino: ma entrambi sono accreditati come autori dei dialoghi, mentre il soggetto è liberamente tratto dalla pièce teatrale "Comedians" di Trevor Griffiths), Valerio Staffelli e Diego Abatantuono. Comparsate anche per Mara Venier (pessima recitazione la sua), Nanni Svampa, David Riondino e lo stesso Salvatores (il "cliente" di Laura Ferrari alla stazione).

18 settembre 2013

La variabile umana (B. Oliviero, 2013)

La variabile umana
di Bruno Oliviero – Italia 2013
con Silvio Orlando, Alice Raffaelli
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Locarno).

Il ricco e anziano imprenditore edile Mirko Ulrich viene ucciso in casa sua, nel centro di Milano: a indagare è chiamato l'ispettore Monaco (Orlando), che tenta in questo modo di scuotersi dalla recente morte della moglie, che lo ha lasciato da solo con una figlia diciassettenne e ribelle, Linda (Alice Raffaelli). Ma quando Monaco scopre che Ulrich frequentava minorenni, inizia prima a temere e poi a sospettare che proprio sua figlia Linda possa essere implicata nell'omicidio. Ambientato nei riconoscibilissimi luoghi di una Milano moderna e scostante, fredda e immorale, un giallo atipico di cui viene rivelato tutto già a metà film. E non bastano le prove degli attori (soprattutto di un Orlando triste e grigio, lontano dai suoi soliti personaggi) a sollevare l'interesse per una vicenda piena di banalità e di luoghi comuni, che oltre a far riflettere sulla deriva della società odierna vorrebbe far partecipare lo spettatore al dolore e al dramma del protagonista ma si rivela incapace di scavare dentro di lui (o degli altri personaggi, se è per questo) e ne mostra soltanto la superficie. Nel cast, ma in ruoli assolutamente marginali, anche Giuseppe Battiston (il vice di Monaco) e Sandra Ceccarelli (la moglie di Ulrich). Primo film di finzione di un regista di documentari: proprio la regia, elegante e avvolgente soprattutto quando si dedica agli ambienti, è in parte da salvare. Peccato sia al servizio di una sceneggiatura incompiuta e impalpabile. Ridateci "Milano calibro 9"!

22 agosto 2013

Benvenuti al nord (L. Miniero, 2012)

Benvenuti al nord
di Luca Miniero – Italia 2012
con Claudio Bisio, Alessandro Siani
*

Visto in divx alla Fogona.

Sull'onda del successo di "Benvenuti al sud", ecco l'inevitabile sequel che ne ribalta l'idea di partenza: stavolta è il meridionale Mattia (Siani) a trasferirsi al nord, a Milano, dove sarà ospite di Alberto (Bisio) e avrà modo di sfatare – almeno fino a un certo punto, visto che spesso la pellicola invece di confutare i luoghi comuni li rafforza – i tanti pregiudizi sulla vita nel settentrione (il freddo perenne, la nebbia, la cattiva cucina, la gente che va sempre di fretta). Non potendo contare su una sceneggiatura già pronta come nel primo capitolo (che era il remake del film francese "Giù al nord") ed essendo costretti a inventarsi una nuova trama (imperniata su un alto dirigente delle poste, interpretato da Paolo Rossi, che vuole trasformare l'ufficio postale in cui lavorano i nostri eroi in un modello teutonico di efficienza e puntualità) e nuovi spunti (legati perlopiù alle rispettivi "crisi" dei due uomini con le proprie compagne: Alberto è criticato perché pensa troppo al lavoro, Mattia perché non è sufficientemente responsabile), gli autori non fanno altro che accatastare gag deboli, stiracchiate e prive di mordente. La comicità è di livello televisivo, la satira e l'analisi sociale sono inesistenti o, nei rari casi, superficiali, e la pellicola mostra tutti i limiti di scrittura e regia che ci si attende da una commediola realizzata per pure esigenze di cassetta. Francamente i motivi per perderci tempo sono ben pochi: giusto la curiosità di rivedere i personaggi del primo film (alcuni riciclati fuori contesto) e di assistere al capovolgimento dei ruoli precedenti. La cosa migliore sono i titoli di coda, sui quali Emma Marrone canta "Volare".

15 agosto 2013

Ratataplan (Maurizio Nichetti, 1979)

Ratataplan
di Maurizio Nichetti – Italia 1979
con Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro
**1/2

Visto in TV.

Poetico e surreale, il film d'esordio alla regia di Maurizio Nichetti (già attore e sceneggiatore per Bruno Bozzetto – in "Allegro non troppo" – e Guido Manuli, che qui ricambia disegnando i titoli di testa) è stato paragonato – e non senza ragione – alle opere di Charlie Chaplin, di Buster Keaton e di Jacques Tati, anche perché presenta un personaggio essenzialmente muto, protagonista di gag che sembrano uscire proprio alle vecchie comiche, oltre che da quel mondo di cartoni animati a lui tanto caro. Il film è una raccolta di sketch che si susseguono senza un vero filo conduttore, se non quello di mostrare la vita e le difficoltà (lavorative, sociali, sentimentali) di un personaggio "candido" e creativo in una Milano caotica e incapace di apprezzarne l'estro, la fantasia e l'immaginazione. Assai significativa, al riguardo, la gag con cui si apre la pellicola, forse la più celebre di tutto il cinema di Nichetti, che ne riassume al tempo stesso la poetica e il senso: il giovane ingegnere Colombo partecipa a un test attitudinale per l'assunzione in un'importante azienda, dove ai candidati è richiesto di tratteggiare un albero su un foglio di carta; tutti gli altri si limitano a uno schizzo rigido e schematico (e vengono assunti), mentre lui propone un magnifico disegno a colori, pieno di amore e di dettagli, e naturalmente viene scartato. Altre scene memorabili: quella in cui Colombo, cameriere in un chiosco-bar, attraversa tutta Milano per portare un bicchier d'acqua che, durante il lungo tragitto, viene a tal punto "contaminato" da diventare un miracoloso elisir capace di guarire i paralitici. E ancora: il nostro protagonista, che vive in una decrepita casa di ringhiera dove ne avvengono di tutti i colori, a un certo punto costruisce un robot con le proprie fattezze, da pilotare a distanza, per corteggiare (e portare a ballare in discoteca!) la bella vicina di cui è innamorato (Edy Angelillo). Il sosia è tutto quello che lui non è: elegante, "inquadrato", ripetitivo; non a caso si troverà a suo agio in quel mondo moderno che invece rifiuta il "vero" Colombo. Ma anche questi, per fortuna, nel finale troverà l'anima gemella in un'altra ragazza (Angela Finocchiaro), a lui assai più simile. Dicevamo dei "debiti" cinematografici: da Chaplin proviene l'indole del personaggio, buono e tenero ma incompreso ed emarginato; da Keaton la geniale inventiva, come dimostrano i complessi meccanismi che arredano la sua casa e gli fanno trovare sempre pronti al mattino colazione e vestiti (li ritroveremo, anni più tardi, anche nei cortometraggi animati di "Wallace & Gromit"); da Tati, infine, la babele di lingue straniere, di borbotti incomprensibili e di rumori ambientali e onomatopeici (sin dal titolo del film!) che fanno da sfondo alla stralunata comicità e al sostanziale mutismo del personaggio principale, oltre che la satira della vita moderna, a sua volta alquanto chapliniana. Ma Nichetti vi aggiunge anche una impronta personale, che ne fa a tutti gli effetti un autore originale: l'entusiasmo infantile, la voglia di stupire, l'amore per la leggerezza e l'intrattenimento clownesco (si pensi a tutta la parte che mostra la compagnia di teatranti "Quelli di Grock" – di cui faceva parte anche nella realtà – mentre si esibisce di fronte a un riottoso pubblico in una cascina di campagna). Nel cast anche Lidia Biondi (la donna sempre incinta), Enrico Grazioli (il dispotico impresario della compagnia teatrale) e Roland Topor (il manager che ordina il bicchier d'acqua). Girato con un budget ridottissimo, il film riscosse un ottimo successo di pubblico e si conquistò una certa fama anche all'estero (il doppiaggio in altre lingue, fra l'altro, fu relativamente poco dispendioso, visto che i personaggi che parlano sono ben pochi).

18 luglio 2013

La pacifista (Miklós Jancsó, 1970)

La pacifista, aka Smetti di piovere
di Miklós Jancsó – Italia 1970
con Monica Vitti, Pierre Clémenti
*1/2

Visto in DVD.

Sullo sfondo di una Milano attraversata da cortei di protesta studentesca in favore degli operai e dagli intrighi di gruppi eversivi di estrema destra, la giornalista televisiva Barbara (Monica Vitti) – che si aggira spersa e neutrale fra questi "fremiti di guerriglia urbana" – scopre di essere pedinata da un misterioso e affascinante giovane (Pierre Clémenti), che si introduce persino nella sua casa-rifugio, e di cui finisce con l'innamorarsi. Si tratta di un membro di un'organizzazione terroristica di destra, che sta per compiere un attentato. Il giovane vorrebbe dissociarsi, ma i suoi compagni non glielo permettono; e quando Barbara prova a denunciarli alla polizia, il commissario la crede una mitomane, costringendola così a farsi giustizia da sola. Primo film "italiano" del regista ungherese Miklós Jancsó, scritto e sceneggiato dalla sua compagna di allora, Giovanna Gagliardo, è un lungometraggio ideologico e irrimediabilmente datato, nonostante abbia il merito di descrivere bene il clima delle contestazioni dell'epoca che stava per lasciare il posto agli anni di piombo (a un certo punto il commissario chiede a un suo sottoposto: "Non credi che i nostri figli un giorno o l'altro ci uccideranno?"). Molti dei discorsi politici risultano "fumosi" o addirittura vengono volontariamente coperti dai rumori ambientali (traffico, sirene), dalle musiche della colonna sonora (di Giorgio Gaslini), dai canti dei comunisti e degli anarchichi che marciano per le strade: è come se quello che dicono i personaggi non contasse veramente, ma solo il loro "vissuto". Nel finale la sceneggiatura cerca comunque di riannodare le fila del discorso e di lanciare il suo messaggio: bisogna provare a resistere alla violenza con la forza della pace (quello che la protagonista non riesce a fare). Quanto allo stile, per tutto il film Jancsó fa ricorso a lunghissimi piani sequenza, il suo marchio di fabbrica, che terminano spesso con un primissimo piano del volto pensieroso o assorto della Vitti; e, in maniera davvero interessante, sceglie di usare come scenografie non le normali strade della città ma cortili, giardini e chiostri di alcuni luoghi particolarmente insoliti (la Rotonda della Besana, il Giardino della Guastalla, via Cavalieri del Santo Sepolcro, via Palestro, la Pinacoteca di Brera). Nella versione originale la pellicola terminava con la frase "Ma liberte c'est celle des autres", che capovolge e contraddice la celebre asserzione (di John Stuart Mill?) "La mia libertà finisce dove comincia quella degli altri": ma poi il film venne rieditato (con il titolo "Smetti di piovere") e ridoppiato in maniera indecorosa e parodistica, eliminando il finale e "coprendo" i silenzi con parole, dialetti, battute e volgarità: un po' come accadrà anche con "Fritz il gatto".