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8 gennaio 2019

Non c'è pace tra gli ulivi (G. De Santis, 1950)

Non c'è pace tra gli ulivi
di Giuseppe De Santis – Italia 1950
con Raf Vallone, Lucia Bosè
**1/2

Visto in TV.

Nella speranza di ripetere il successo di "Riso amaro" (uscito l'anno precedente), De Santis ne sfrutta di nuovo il canovaccio, innestando gli stilemi del cinema americano (questa volta il modello estetico e narrativo è quello del western) sui temi e i luoghi del neorealismo italiano (storie ambientate fra le povere comunità contadine o agricole, immerse in scenari arcaici e stili di vita ancestrali) e raccontando una vicenda a base di faide fra i pastori della Ciociaria, la propria terra natale (la pellicola è girata nei pressi di Fondi, e la voce fuori campo che la introduce e la conclude è quella del regista stesso). Il giovane Francesco Dominici (Raf Vallone), tornato dalla guerra, scopre che l'avido Agostino Bonfiglio (Folco Lulli) ha ridotto in miseria la sua famiglia, approfittando della sua assenza per rubargli le pecore, e non solo: forte della sua nuova ricchezza e del suo potere, gli ha sottratto anche la fidanzata, Lucia (Bosé), la cui famiglia, indebitata nei suoi confronti, gliel'ha promessa in sposa. Quando Francesco cerca di riprendersi il gregge, viene denunciato da Bonfiglio e finisce addirittura in prigione, perché nessuno degli altri pastori – nel timore di rappresaglie – testimonia in suo favore. Evaso, Francesco medita vendetta... Ma la resa dei conti potrà avvenire solo quando anche gli altri pastori, in un risveglio di coscienza collettiva e di solidarietà (anche perché vessati dalla sempre maggiore prepotenza dell'arricchito Bonfiglio, che si è impadronito di tutti i loro pascoli), si decideranno ad aiutarlo e a spalleggiarlo. Rispetto al film precedente, tutto è più schematico, e più che i personaggi (molto stereotipati) a risaltare sono i paesaggi aridi e rocciosi di una terra brulla e aspra. Bella la fotografia in bianco e nero, curiosa la regia che punta molto sull'intensità dei primi piani e su ricercate composizioni delle inquadrature, con i personaggi che – anziché rivolgersi l'uno all'altro – parlano quasi in macchina allo spettatore. Fra gli interpreti, meglio Lulli di Vallone o della statuaria Bosé. Maria Grazia Francia è la sorella minore di Francesco, violentata dal rivale. Dante Maggio è il (macchiettistico) compagno di evasione napoletano.

27 luglio 2018

La strada (Federico Fellini, 1954)

La strada
di Federico Fellini – Italia 1954
con Anthony Quinn, Giulietta Masina
****

Rivisto in divx.

La giovane Gelsomina (Giulietta Masina), proveniente da una famiglia povera e numerosa, viene venduta dalla madre a Zampanò (Anthony Quinn), rozzo artista di strada che gira per i paesini di provincia dell'Italia centrale, esibendosi in prove di forza e numeri da circo (come spezzare una catena con i muscoli del petto). La ragazza diventa così la sua assistente e la sua compagna: e nonostante le sue maniere rudi e sgarbate, finisce con l'affezionarcisi, anche se a un certo punto sarà tentata di abbandonarlo per fuggire via con un altro saltimbanco, più giovane e affabile: l'equilibrista chiamato Il Matto (Richard Basehart)... Da un soggetto scritto da Fellini insieme al fedele collaboratore Tullio Pinelli (e sceneggiato con Ennio Flaiano), un film fiabesco e fuori dal tempo, forse la quintessenza della poetica fellinana (che infatti dichiarò a più riprese trattarsi del film che meglio lo rappresentava, a cui era affezionato nonostante le tante difficoltà durante la sua realizzazione), che innesta una vena tenera, comica e visionaria (il mondo dei clown e dei saltimbanchi) sugli scenari e gli elementi del neorealismo (la povertà, il patetismo, la durezza della strada), creando qualcosa di originale e completamente nuovo, che parla di fantasia e di solitudine, di speranza e di malinconia. Il finale, soprattutto con il drammatico epilogo, aggiunge spessore all'insieme e arricchisce ulteriormente la caratterizzazione dei personaggi. I produttori Dino De Laurentiis e Carlo Ponti avevano insistito per scritturare attori internazionali (Quinn e Basehart), guardando già al mercato estero (dove in effetti il film riscosse un grande successo, donando notorietà anche al regista), mentre Fellini lottò per imporre la propria moglie come protagonista. I risultati sono straordinari, al punto che si faticherebbe a pensare a questi personaggi interpretati da qualcun altro (come Alberto Sordi o Silvana Mangano, che furono presi inizialmente in considerazione). Ottima, in particolare, la prova di Quinn (doppiato in italiano da Arnoldo Foà), ma è soprattutto la Masina, con la sua faccia da clown triste, i suoi silenzi e le movenze da Charlie Chaplin (specialmente quando ne indossa la bombetta), a diventare immediatamente una memorabile icona del cinema italiano e felliniano (per non parlare di Basehart, con la finta lacrima sul viso). Il tema musicale, usato in funzione diegetica (viene suonato dal Matto e poi ripreso da Gelsomina) è firmato da Nino Rota. Il mondo degli artisti girovaghi, anche se si trattava di attori di teatro e non di saltimbanchi, era già stato descritto da Fellini nel suo primo lavoro, "Luci del varietà", girato in coppia con Lattuada. Il film vinse il Leone d'Argento al Festival di Venezia (scatenando una polemica con coloro, come Zeffirelli, che sostenevano invece "Senso" di Visconti) e soprattutto, nel 1957, l'Oscar per il miglior film straniero, il primo di quattro per Fellini (nonché il primo come categoria ufficiale). Enormemente influente: fra le tante imitazioni e parodie, da ricordare una storia di Topolino disegnata da Giorgio Cavazzano.

8 marzo 2018

Senza pietà (Alberto Lattuada, 1948)

Senza pietà
di Alberto Lattuada – Italia 1948
con Carla Del Poggio, John Kitzmiller
**1/2

Visto in divx.

Nell'immediato dopoguerra, la giovane Angela (la bella Carla Del Poggio, al primo ruolo drammatico di primo piano) – fuggita di casa dopo aver dato alla luce una bambina nata morta – arriva in cerca del fratello in una Livorno semidistrutta e sotto il controllo dei liberatori americani. Qui finisce nel "giro" di Pierluigi (Pierre Claudè), l'ambiguo boss – biancovestito e impotente – che controlla tutti i loschi traffici della città (dal contrabbando alla prostituzione). L'amicizia e forse l'amore con Jerry (John Kitzmiller), un soldato americano di colore, sembrerà donarle un pizzico di speranza per una vita migliore: ma il destino vorrà diversamente. Scritta da Lattuada insieme a Pinelli e Fellini (che figura come "assistente alla regia", muovendo di fatto i suoi primi passi dietro la macchina da presa), una pellicola che mette in scena la "disintegrazione" civile e morale dell'Italia del dopoguerra, tanto realistica quanto priva di ottimismo, di moralismo e di retorica. In un mondo di povertà e di disperazione, anziché alla famiglia o alla religione (significativa la fuga dall'istituto religioso per rifugiarsi in un bordello), Angela non può che trovare protezione nel sottobosco criminale. Eppure, anche fra le prostitute, non manca chi riesce a esaudire il proprio sogno di libertà, come Marcella (Giulietta Masina), che riesce a fuggire in America con un soldato; le si contrappone Dina (di cui non si vede mai il volto) che, finita sempre più in basso e in disgrazia, sceglie il suicidio. In un ambiente di approfittatori e di disonesti, la "purezza" di personaggi come Angela e Jerry è destinata a corrompersi o a finire sconfitta. Grande realismo (con numerose scene in lingua inglese quando sono presenti i soldati americani) ma anche simbolismo cinematografico (la regia e la fotografia sono debitrici delle coeve pellicole americane o francesi). Il film è stato girato nella Pineta del Tombolo, già l'anno prima set di "Tombolo, paradiso nero" di Giorgio Ferroni, sui temi simili, con lo stesso Kitzmiller nel cast. Pierre Claudè (uno pseudonimo), che intepreta il boss Pierluigi, era il direttore dell'Hotel Majestic di Roma, qui alla sua unica esperienza come attore cinematografico. La scena conclusiva si svolge nello stesso tratto di strada in cui sarà ambientato il finale de "Il sorpasso". Le musiche sono di Nino Rota: e dunque, pur trattandosi di un film di Lattuada, la presenza contemporanea di Fellini, della Masina e di Rota lo può far considerare come un "elemento zero" nella filmografia del regista riminese.

21 febbraio 2018

In nome della legge (Pietro Germi, 1949)

In nome della legge
di Pietro Germi – Italia 1949
con Massimo Girotti, Charles Vanel
**1/2

Visto in divx.

Il giovane magistrato palermitano Guido Schiavi (Massimo Girotti) viene inviato come pretore a Capodarso, una cittadina nella zona più rurale, aspra e brulla della Sicilia. Onesto, idealista e ostinato, dovrà far fronte alle resistenze della popolazione locale, legata alle antiche tradizioni. E il suo zelo nel riaprire i tanti procedimenti pendenti e in sospeso, nell'applicare le leggi e nel mostrarsi incorruttibile e inflessibile gli metteranno contro tutti. Anche perché deve vedersela da un lato con la povertà dei contadini e dei minatori che sfocia inevitabilmente nella criminalità, e dall'altro con la ricchezza del barone Lo Vasto (Camillo Mastrocinque), proprietario delle terre e della solfatara locale, che si protegge con l'arroganza e la corruzione; e poi c'è la mafia, guidata dal "massaro" Turi Passalacqua (Charles Vanel), che dispensa la propria protezione, la propria giustizia e la propria legge, mal tollerando quella dello stato. Tratto da un romanzo autobiografico, "Piccola pretura", scritto l'anno precedente dal magistrato-letterato Giuseppe Guido Lo Schiavo, il film fece discutere per la descrizione non del tutto negativa della mafia stessa (composta da "uomini d'onore" che a modo loro proteggono il territorio e si battono contro la criminalità) e soprattutto per un finale "ideologicamente ambiguo". Ma nonostante qualche ingenuità e qualche passaggio eccessivamente romantico, ha il merito di descrivere – per la prima volta al cinema? – una situazione reale e difficile (e un'atmosfera opprimente, fra omertà, intimidazioni e ricatti) in maniera coinvolgente e accattivante, a metà strada fra il neorealismo italiano e il western fordiano (con i dovuti adattamenti, il film potrebbe essere benissimo ambientato in un villaggio di frontiera del sud-ovest americano, "isolato dalla natura e dal deserto"). Fra i tanti personaggi che ruotano attorno al protagonista – il maresciallo Grifò (Saro Urzì), l'avvocato Faraglia (Umberto Spadaro), il giovane Paolino (Bernardo Indelicato)... – la storia d'amore con la baronessa Teresa (Jone Salinas) è quasi una distrazione. Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Mario Monicelli, Federico Fellini e Tullio Pinelli. Nella realtà Capodarso corrisponde a Barrafranca, in provincia di Enna, ma il film è stato girato a Sciacca. Ottimi gli incassi e il riscontro della critica (Girotti e Urzì furono premiati ai Nastri d'Argento). Germi, al suo terzo film, ritrae per la prima volta la Sicilia: lo farà in molte altre pellicole, dai successivi "Il cammino della speranza" e "Gelosia" ai capolavori "Divorzio all'italiana" e "Sedotta e abbandonata".

10 febbraio 2018

Il bandito (Alberto Lattuada, 1946)

Il bandito
di Alberto Lattuada – Italia 1946
con Amedeo Nazzari, Anna Magnani
***

Visto in divx.

Reduce da un campo di prigionia tedesco, alla fine della guerra Ernesto (Nazzari) torna nella sua Torino per scoprire che non gli è rimasto nulla: la sua casa natale è stata distrutta, i parenti sono morti o dispersi, non c'è lavoro né – per colpa della burocrazia – sussidio. Di fronte alle difficoltà e all'indifferenza altrui, una serie di eventi fortuiti lo spingono allora sulla strada del crimine. Entra così a far parte di una banda di gangster, guidata da una donna (Anna Magnani): ma in mezzo a tanta spietatezza riesce a mantenere un barlume di umanità (come una sorta di Robin Hood, distribuisce parte delle ricchezze trafugate ai più disperati). E l'affetto per una bambina, figlia del suo compagno di prigionia Carlo (Carlo Campanini), lo redimerà, anche se sarà troppo tardi. Modernissimo gangster movie che non ha nulla da invidiare a pellicole americane coeve o degli anni trenta (come i film con James Cagney), calato però nel preciso contesto storico-sociale dell'Italia dell'immediato dopoguerra. Nel mescolare il (neo)realismo e il noir all'americana, non è comunque un caso isolato, viste le contemporanee pellicole di Pietro Germi (e ovviamente "Ossessione" di Visconti). Mereghetti osserva come sia "peculiare la scelta degli attori che ribaltano coi loro personaggi l'immagine popolare che li ha resi famosi: il brillante e avventuroso Nazzari è l'antieroe disilluso, la "popolana" Magnani è addirittura il boss della banda, e la virginea Carla Del Poggio fa la prostituta". La Del Poggio aveva sposato Lattuada l'anno prima: qui è alla prima di quattro apparizioni nei film del marito. Nel contesto del cinema italiano dell'epoca, la pellicola non si fa scrupolo di mostrare ambiguità morali (personaggi cattivi ritratti però con simpatia), scene di violenza, qualche parolaccia ("Quella puttana ci ha traditi!"), situazioni erotiche o scabrose (Ernesto ritrova la sorella in una casa di appuntamenti) e un personaggio apertamente gay (uno dei membri della banda), anche se vi fa da contraltare il patetismo di alcune scene (quelle con la bambina). Oltre alla regia e alla sceneggiatura, notevole anche la fotografia d'atmosfera di Aldo Tonti.

29 dicembre 2017

Il testimone (Pietro Germi, 1946)

Il testimone
di Pietro Germi – Italia 1946
con Roldano Lupi, Marina Berti
**1/2

Visto in divx.

Pietro Scotti (Roldano Lupi), accusato di furto e di omicidio, viene assolto soltanto perché il suo avvocato difensore riesce a far dubitare l'unico testimone, l'anziano ragioniere Marchi (Ernesto Almirante), della precisione del proprio orologio da taschino e dunque dell'orario esatto in cui aveva visto l'imputato nei pressi della casa della vittima. In realtà Pietro è colpevole: innamorato della bella e fragile Linda (Marina Berti), progetta di rifarsi una vita con lei. Ma la sua coscienza, sotto forma proprio del piccolo ragioniere (che, sentendosi in colpa per averlo accusato inizialmente, non smette di frequentarlo), glielo impedirà. Il film d'esordio di Germi ("con la supervisione di Alessandro Blasetti", recitano i titoli di testa) è un noir in piena regola, simile in questo a quell'"Ossessione" che aveva segnato pochi anni prima il debutto di Luchino Visconti: davvero curioso che due fra i registi italiani più legati al neorealismo e al nostro cinema tradizionale abbiamo mosso i primi passi con pellicole che, ambientazione a parte, potrebbero benissimo passare per lungometraggi di impronta americana. I dilemmi morali, l'ambiguità di fondo e l'ossessione che i due personaggi maschili provano l'uno per l'altro danno vita a un thriller psicologico che, durante la visione, disorienta alquanto lo spettatore, portato a credere a sviluppi di un certo tipo e sorpreso, alla fine, per la forte impronta umanistica. Regia, recitazione e confezione sono solide, coerenti e già mature, nonostante una certa ingenuità (forse voluta), e anticipano un po' tutto il cinema drammatico del primo Germi. Sullo sfondo c'è l'Italia del dopoguerra, con la povertà, la disoccupazione, le differenze sociali e il desiderio di ricostruire e di ricominciare nonostante le molte difficoltà (e fra queste anche la burocrazia, come gli ostacoli che si frappongono al desiderio di Pietro e di Linda di sposarsi subito, e che il ragioniere cerca di alleviare). Mario Monicelli figura come aiuto regista. Piccole parti per Sandro Ruffini (l'avvocato difensore) e Arnoldo Foà (l'impiegato all'anagrafe).

24 maggio 2016

Siamo donne (Rossellini, Visconti, et al., 1953)

Siamo donne
di Alfredo Guarini, Gianni Franciolini, Roberto Rossellini, Luigi Zampa, Luchino Visconti – Italia 1953
con Alida Valli, Ingrid Bergman, Isa Miranda, Anna Magnani
**

Visto in divx.

Film in cinque episodi, ideato da Cesare Zavattini per "applicare la poetica del quotidiano a personaggi famosi". A parte il primo segmento, infatti, gli altri quattro presentano celebri attrici nei panni di sé stesse. Ogni episodio è aperto, sui titoli di testa, da una successione di locandine dei film più famosi di ciascuna interprete. I segmenti dedicati a Ingrid Bergman e Anna Magnani sono decisamente comici e farseschi, mentre quelli di Alida Valli e Isa Miranda sono più drammatici e si incentrano sul loro desiderio di vivere una vita normale. Nel complesso, una pellicola interessante ma – come sempre capita con i film a episodi – di livello diseguale.

"4 attrici, 1 speranza" di Alfredo Guarini (*1/2)
Decine di ragazze si accalcano a Cinecittà per partecipare a un concorso per aspiranti attrici. Una di loro, infatti, sarà scelta per partecipare al film che stiamo guardando. La selezione è narrata in prima persona da Anna Amendola, che alla fine sarà scelta insieme a Emma Danieli. È l'episodio meno interessante, anche perché la caratterizzazione delle candidate (protagonista compresa) è quasi inesistente. Un anno prima era uscito "Bellissima" di Visconti, molto più efficace (e spietato) nel mettere in scena l'illusione e l'attrazione per il dorato mondo del cinema. Amendola e Danieli, così come qualche altra delle aspiranti attrici che si vedono sullo schermo (fra cui Marcella Mariani), avranno una breve carriera cinematografica negli anni a venire.

"Alida Valli" di Gianni Franciolini (**1/2)
Alida Valli è sommersa da obblighi e impegni, e trova sempre più soffocante l'ambiente in cui lavora, senza poter mai essere sé stessa. Per sfuggire a un noioso ricevimento, una sera decide di recarsi invece alla festa di fidanzamento della propria cameriera Anna. Qui scopre di invidiare la vita semplice ma genuina della ragazza e assapora un breve istante di "normalità". Forse perché desidera di essere al posto di Anna, comincia involontariamente a flirtare con il suo fidanzato: quando se ne rende conto, vergognandosi di sé stessa, abbandona anche questa festa. In fondo anche lì stava solo recitando.

"Ingrid Bergman" di Roberto Rossellini (**)
Ingrid Bergman racconta un episodio accadutole quando si era appena trasferita ad abitare con Rossellini in una bella villa fuori Roma. L'attrice dà vita a una vera e propria faida con il pollo di una vicina di casa, che accusa di entrare nel giardino e di rovinarle il roseto che accudisce con tanta cura. L'incidente ha un epilogo imbarazzante quando la Bergman chiude il pollo in un armadio perché stanno arrivando degli ospiti in casa, solo per veder giungere la vicina che l'accusa davanti a tutti di essere una "ladra di polli". Episodio abbastanza sciocco, niente più di una barzelletta, anche se sono da apprezzare l'autoironia e il carattere documentaristico, tipicamente rosselliniano.

"Isa Miranda" di Luigi Zampa (**)
Isa Miranda vive per il lavoro e nel culto della propria personalità, ma rimpiange di aver sacrificato tutto alla carriera e di non aver mai avuto il tempo di farsi una famiglia. Diventerà madre per un giorno quando si prenderà cura di quattro bambini di periferia, rimasti soli in casa perché i genitori sono fuori a lavorare. Dopo aver infatti portato in ospedale un bimbo che era rimasto ferito giocando in strada, l'attrice lo riconduce a casa e trascorre tutto il pomeriggio accudendo lui, i suoi fratellini e sorelline, e "giocando" a fare la mamma fino al ritorno di quella vera.

"Anna Magnani" di Luchino Visconti (**1/2)
Anna Magnani ricorda un episodio di dieci anni prima, quando lavorava nel teatro di varietà. Mentre si sta recando al lavoro in taxi, ha una discussione con l'autista perché questi pretende di farle pagare una lira di supplemento per il suo cane, un piccolo bassotto: l'attrice sostiene invece di non essere obbligata a pagare, trattandosi di un "cane da grembo". Decisa per principio a non darla vinta al tassista, la Magnani lo trascina prima da un poliziotto e poi direttamente in caserma. Alla fine le autorità le daranno ragione, ma nel frattempo avrà perso tempo e speso molto più di quanto avrebbe dovuto pagare inizialmente. L'episodio – il migliore del film, perché sorretto dalla verve di una Magnani come sempre vitale ed esuberante – si conclude con l'attrice, a teatro, che intona lo stornello "Com'è bello fa' l'amore quann'è sera".

18 aprile 2016

Bellissima (Luchino Visconti, 1951)

Bellissima
di Luchino Visconti – Italia 1951
con Anna Magnani, Walter Chiari
***

Visto in divx, con Sabrina, Paola e Chiara.

Il regista Alessandro Blasetti (che interpreta sé stesso) cerca una bambina di sei-otto anni per il nuovo film che deve girare a Cinecittà. Fra le molte madri che portano le loro figlie all'audizione c'è anche Maddalena Cecconi (Anna Magnani), infermiera a domicilio che sogna per la sua Maria una luminosa carriera nel mondo dello spettacolo, quella cui forse lei stessa aveva aspirato in gioventù senza poterla realizzare. Incurante delle critiche, della derisione e dei tentativi di scoraggiamento che le giungono dai familiari e dai vicini di casa, Maddalena compie ogni sacrificio per far sì che Maria venga scelta dal regista. La povera bambina, che non viene mai interpellata, è così trascinata nel giro di pochi giorni da un provino all'altro, costretta a prendere lezioni di recitazione (da un'insegnante sciroccata, ex attrice fallita) e di ballo (con la madre che spera che di vederla volteggiare sulle punte dopo una sola ora), a farsi ritrarre in posa dal fotografo e a vestirsi come una vedette, a truccarsi e a tagliarsi i capelli ("Solo una spuntatina e due ricciolini", si raccomanda Maddalena, ma le cose andranno diversamente). E visto che la mamma non intende lasciare alcuna carta intentata, prova anche la via della raccomandazione, finendo però fra le mani del traffichino Alberto Annovazzi (Walter Chiari), che la trufferà per comprarsi una Lambretta... Alla fine, nonostante tutto, l'obiettivo sarà raggiunto e la timida Maria sarà scelta dal regista. Ma avendo assistito all'umiliazione della bambina da parte dei cineasti, che ridevano durante il provino in cui la piccola era scoppiata a piangere, sarà proprio Maddalena a cambiare idea e a non volere più che la figlia diventi uno zimbello per intrattenere il pubblico. Realizzato nella cornice del neorealismo (il soggetto è di Cesare Zavattini), il film mette in scena tutte le illusioni di gloria, di ricchezza e di riscatto di un personaggio che subisce, in particolare, l'attrazione del magico mondo del cinema, tanto quello popolare che quello hollywoodiano (Maddalena è una fan appassionata dei grandi attori americani, come Montgomery Clift o Burt Lancaster: curiosamente, pochi anni più tardi la stessa Magnani reciterà insieme a quest'ultimo). A differenza di parabole come "A che prezzo Hollywood" o il futuro "La signora senza camelie" di Antonioni, qui il sogno non è vissuto dalla protagonista in prima persona ma attraverso la figlia, sulla quale vengono proiettati desideri e aspirazioni impossibili da realizzare direttamente. Quando diventa chiaro quale sia il prezzo da pagare per esaudire tali desideri, ovvero la perdita della dignità, Maddalena avrà il coraggio e l'orgoglio di rinunciarvi e di tornare fra le braccia di quel marito pragmatico che disapprovava i suoi sforzi e che si poneva traguardi e progetti più immediati e concreti (come l'acquisto di una nuova casa). Strepitosa la prova della Magnani, una vera forza della natura, personaggio comico e senza freni ma capace di mostrare un'espressività talmente intensa ed emozionale da risultare commovente. Visconti, al terzo film e di ritorno alla regia dopo l'insuccesso de "La terra trema", dà l'addio al neorealismo con una commedia cinica e a tratti grottesca, che ritrae senza sconti la gente comune ed è lontana anni luce dall'idealizzare tanto la povertà quanto il falso mito della ricchezza. La colonna sonora incornicia il tutto nel segno del melodramma con brani da "L'elisir d'amore" di Donizetti: all'inizio tracciando un parallelo fra il ciarlatano Dulcamara e l'illusoria truffa della fama cinematografica; nel finale sottolineando dolcemente il sonno della bambina, che finalmente può assopirsi tranquilla. Il film segna la prima collaborazione di Visconti con il costumista Piero Tosi, che lavorerà poi con lui in quasi tutti i lungometraggi successivi.

8 aprile 2016

Ossessione (Luchino Visconti, 1943)

Ossessione
di Luchino Visconti – Italia 1943
con Massimo Girotti, Clara Calamai
***1/2

Visto in divx.

Girovagando in cerca di lavoro, il meccanico Gino Costa (Girotti) si ferma nell'osteria gestita dal corpulento Giuseppe Bragana (Juan de Landa) e da sua moglie Giovanna (Clara Calamai). Qui diventa l'amante della donna, e insieme decidono di uccidere il marito di lei. I sensi di colpa impediranno però alla coppia di continuare a vivere insieme serenamente, e alla fine sarà il destino stesso a punirli. Liberamente tratto dal romanzo "Il postino suona sempre due volte" di James McCain, il film che segna l'esordio alla regia del conte Luchino Visconti di Modrone (dopo alcune collaborazioni in Francia come assistente di Jean Renoir) è una pellicola fondamentale nella storia del cinema italiano, considerata da molti critici come il precursore del neorealismo: non tanto per la storia narrata, torbida e cupa come un noir ante litteram, quanto per l'ambientazione (i luoghi della Bassa Padana, nel ferrarese, e il porto di Ancona) e i personaggi, umili e disadattati, decisamente lontani da quelli del cosiddetto "cinema dei telefoni bianchi" che aveva imperato durante il fascismo con i suoi scenari art decò e le atmosfere asettiche e da commedia. Qui i temi trattati (l'adulterio in primis, ma anche l'omosessualità, adombrata dal personaggio dello "Spagnolo" interpretato da Elio Marcuzzo), così come la passione delle scene d'amore e la sensualità morbosa che traspare dalle inquadrature del corpo di Massimo Girotti, vero e proprio "oggetto del desiderio", oltre che l'insolita e schietta caratterizzazione di molti personaggi secondari (la giovane prostituta Anita, lo Spagnolo stesso), scandalizzarono le autorità del regime e la Chiesa, al punto che la pellicola venne tolta dalla distribuzione dopo pochi giorni e infine vietata. Visconti stesso ne salvò dalla distruzione una copia, tenendola nascosta fino alla fine della guerra. Stilisticamente si nota un debito alla corrente del realismo poetico francese (la cui influenza sarà evidente anche sul noir americano), anche se Visconti vi sovrappone una personale forza espressiva e una concretezza assai palpabile a livello fisico prima ancora che psicologico. Il regista esordisce con un stile già coerente e maturo, dove trovano spazio l'amore e l'inclinazione al melodramma, ma anche lo studio dei personaggi e i riferimenti al contesto storico e culturale (qui, in particolare, si mescola cultura alta e bassa: indimenticabile, per esempio, la scena in cui Bragana partecipa al concorso canoro per dilettanti, intonando l'aria "Di provenza il mare, il suol" dalla Traviata, mentre Giovanna e Gino amoreggiano alle sue spalle). Importante, come detto, la scelta di girare in esterni, lungo il fiume Po e i suoi argini, facendo dell'ambientazione una protagonista della vicenda al pari dei personaggi e dei loro riti (la pesca, le partite a bocce, le bevute). Un altro elemento di "rottura" rispetto al cinema italiano dell'epoca è naturalmente la fonte del soggetto: in tempi di autarchia e di guerra, ricorrere a un romanzo americano era senza dubbio una scelta controcorrente, tanto da non essere nemmeno indicata nei titoli. Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Mario Alicata, Giuseppe De Santis, Gianni Puccini e, non accreditati, Alberto Moravia e Antonio Pietrangeli. Visconti aveva probabilmente letto il libro di McCain mentre si trovava in Francia (dove forse aveva anche visto "Le dernier tournat" di Pierre Chénal, film del 1939 a esso ispirato): tre anni più tardi, negli Stati Uniti, uscirà l'adattamento ufficiale diretto da Tay Garnett con John Garfield e Lana Turner.

19 agosto 2015

I bambini ci guardano (Vittorio De Sica, 1944)

I bambini ci guardano
di Vittorio De Sica – Italia 1944
con Luciano De Ambrosis, Emilio Cigoli
***

Visto in divx alla Fogona.

Il piccolo Pricò è testimone silenzioso ma attento delle vicissitudini familiari che si svolgono attorno a lui: la madre (Isa Pola) fugge di casa con l'amante, costringendo il padre (Emilio Cigoli) ad affidarlo dapprima alla zia e poi alla nonna; alla fine la donna torna dal marito, e per un breve periodo sembra che la frattura si possa sanare; ma poi, durante una vacanza ad Alassio, ogni cosa si riapre, e finirà in tragedia. Da un romanzo di Cesare Giulio Viola (che lo ha adattato insieme allo stesso De Sica e a Cesare Zavattini, fra gli altri), un film che filtra attraverso gli occhi e la sensibilità del piccolo protagonista tutti quei piccoli “scandali” borghesi e familiari di cui gli adulti cercano di non parlare in presenza dei figli o dei bambini (o lo fanno solo con accenni o con giri di parole), ma che questi ultimi comprendono benissimo (come mostra la celebre scena finale, in cui Pricò rifiuta di abbracciare la madre). Visto oggi risulta forse un po' moralista, ma per l'epoca fu una boccata d'aria fresca, tanto da essere considerato – insieme a "Ossessione" di Visconti – uno dei principali precursori del Neorealismo e della nuova stagione del cinema italiano che sarebbe esplosa nel dopoguerra: nella sua attenzione ai personaggi, agli ambienti e ai problemi sociali, per esempio, precede e anticipa "Sciuscià" e "Ladri di biciclette" dello stesso De Sica. Inoltre è impreziosito da una regia che dona un indiscusso fascino a diverse sequenze (il viaggio in treno con il bambino febbricitante, con un montaggio di immagini quasi horror; la scena in cui Pricò, chiuso in camera sua, ascolta attraverso le pareti il dialogo fra la madre e l'amante; e la fuga notturna per il lungomare di Alassio). All'inizio, un teatrino di marionette in piazza sembra prefigurare la tragedia che sta per abbattersi sulla famiglia: e non a caso sono più i bambini spaventati dallo spettacolo che quelli divertiti. Adriano Rimoldi è l'amante Roberto, Giovanna Cigoli la governante Agnese. Musiche di Renzo Rossellini. L'attore Luciano De Ambrosis, di soli sei anni, aveva perso la madre poco prima dell'inizio delle riprese. Continuerà a lavorare nel mondo del cinema come doppiatore.

9 giugno 2015

Cronache di poveri amanti (C. Lizzani, 1954)

Cronache di poveri amanti
di Carlo Lizzani – Italia 1954
con Marcello Mastroianni, Antonella Lualdi
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nella primavera del 1925, via del Corno (nel quartiere fiorentino di Santa Croce) è un microcosmo che riflette tutta l'Italia, divisa fra i fascisti in ascesa e gli antifascisti che si oppongono come possono. Fra questi ultimi c'è Corrado detto "Maciste" (Adolfo Consolini), meccanico dal fisico prestante, che rimane ucciso durante una ronda notturna delle camicie nere. Per vendicarlo, il suo amico Ugo (Marcello Mastroianni, in uno dei primi ruoli drammatici della sua carriera), fino ad allora interessato più alle donne, al gioco e al bere che non alla politica, si getta anima e corpo nella resistenza clandestina. Tutta la loro vicenda, come quella degli altri abitanti della strada, è raccontata in prima persona dal giovane Mario (Gabriele Tinti), tipografo appena trasferitosi in via del Corno su interessamento della fidanzata Bianca (Eva Vanicek): qui si innamora di Milena (Antonella Lualdi), giovane sposina il cui marito Alfredo (Giuliano Montaldo), proprietario della locale "pizzichetteria", è stato malmenato dagli stessi fascisti perché rifiutatosi di pagare un contribuito al partito. E nel frattempo, su tutti i "cornacchiai" – come si chiamano ironicamente gli abitanti della via – regna "la Signora" (Wanda Capodaglio), l'usuraia del luogo, che pur non muovendosi mai dal suo letto è sempre al corrente di ogni cosa, grazie agli occhi e alle orecchie della giovane serva Gesuina (Anna Maria Ferrero). Del vasto cast (la pellicola è di fatto corale) fanno parte anche Bruno Berellini (il fascista Carlino, detto "il ragioniere"), Cosetta Greco (la prostituta Elisa) e Irene Cefaro (Clara, l'amica di Bianca). Consolini, che recita nei panni di Maciste, era un atleta olimpico (lanciatore del disco), alla prima e unica esperienza cinematografica. Nel complesso, un buon adattamento del romanzo di Vasco Pratolini, che nonostante alcuni tagli si dichiarò soddisfatto del risultato. Il film avrebbe dovuto essere diretto da Luchino Visconti, ma mancarono i finanziamenti. Subentrò Lizzani con la "Cooperativa spettatori produttori cinematografici" che aveva già prodotto il suo lavoro d'esordio, "Achtung! Banditi!". Per risparmiare, il set di via del Corno fu ricostruito in studio (ma all'aperto), anche se non mancano scene e inquadrature che mostrano i luoghi più suggestivi e celebri di Firenze. Ne risulta una rappresentazione "popolare" dell'Italia proletaria di allora, fra mestieri, costumi e dinamiche sociali di un mondo in tumulto, dove gli amori e la vita quotidiana si intrecciano con gli sconvolgimenti politici della storia del paese.

8 giugno 2015

La nave bianca (Roberto Rossellini, 1941)

La nave bianca
di Roberto Rossellini – Italia 1941
con attori non accreditati
*1/2

Visto in divx.

L'esordio di Rossellini come regista, nonché il primo film della cosiddetta "trilogia della guerra fascista" (seguiranno "Un pilota ritorna" e "L'uomo dalla croce"), racconta la storia di un gruppo di marinai a bordo di una nave da battaglia impegnata in azioni contro il nemico. Realizzato su commissione, è un evidente film di propaganda, costruito a tavolino in ogni sua parte per mettere in mostra l'efficienza della macchina militare italiana. Il vero responsabile del progetto era Francesco De Robertis, ufficiale di marina appassionato di cinema, già regista a sua volta di "Uomini sul fondo", pellicola uscita pochi mesi prima e ambientata in un sommergibile, che come questa tentava di inserire elementi realistici (gli interpreti, per esempio, erano scelti fra autentici marinai) per alleviare in qualche modo la retorica fascista (non sempre riuscendoci, o comunque sostituendola in parte con una retorica umanista). Anche sceneggiatore, De Robertis affidò la regia al giovane Rossellini, che contribuì – almeno pare – inserendo la sottotrama della storia d'amore fra il giovane marinaio Basso e l'infermiera. Il film alterna scene girate a bordo di una nave ospedale con sequenze di repertorio che vedono i mezzi italiani in combattimento. Ma più che dalle lunghe scene di battaglia (o della sua preparazione), meccaniche e documentaristiche, è dai segmenti che mostrano i marinai nel loro tempo libero che emerge in parte quel "verismo" e quella ricerca di spontaneità che gli autori preannunciano sin dal cartello introduttivo e che, secondo alcuni critici, anticipa in parte la stagione del Neorealismo. Il film uscì senza segnalare né i nomi degli autori (Rossellini e De Robertis, appunto), né quello degli interpreti, come se anche fare cinema facesse parte del dovere e del sacrificio per la nazione, e firmare la propria opera fosse un peccato d'orgoglio. Interessante la scena iniziale, in cui i marinai leggono e scrivono lettere alle loro "madrine di guerra", ragazze che "adottavano" i soldati a distanza, corrispondendo con loro per dare assistenza morale e patriottica. Una di queste, la maestrina Elena, diventerà l'infermiera che si prenderà cura anche materialmente di Basso quando questi, ferito durante una battaglia, sarà portato sulla nave ospedale. E sin dal titolo, vera protagonista della pellicola è l'imponente nave da guerra su cui i nostri sono imbarcati: dalla sequenza in cui salpa fino a quella in cui torna in porto, è nelle menti e nei pensieri di tutti, disposti a sacrificare ogni cosa per essa. Curiosità: i marinai semplici parlano con accenti e inflessioni dialettali ben marcate (ad amplificare quella ricerca di verismo di cui sopra), mentre gli ufficiali (e anche medici e infermiere, a dire il vero) esibiscono un italiano perfetto. Le musiche sono di Renzo Rossellini, fratello di Roberto.

25 aprile 2015

Achtung! Banditi! (Carlo Lizzani, 1951)

Achtung! Banditi!
di Carlo Lizzani – Italia 1951
con Andrea Checchi, Gina Lollobrigida
***

Visto in divx.

Verso la fine della seconda guerra mondiale, un piccolo gruppo di partigiani stanziato sulle montagne riceve l'incarico di impadronirsi di un carico d'armi custodito in una fabbrica a Genova, mentre la città è controllata dai tedeschi. Ci riusciranno grazie all'appoggio degli operai stessi, che a loro volta aiuteranno a smantellare e a mettere in salvo i macchinari della fabbrica che i nazisti vorrebbero trasportare in Germania. Primo film di Carlo Lizzani, critico cinematografico e militante comunista, prodotto grazie a una "sottoscrizione" popolare, mette in scena con estremo realismo e una bella fotografia in bianco e nero – i rimandi al neorealismo sono evidenti – un episodio di lotta partigiana nell'entroterra ligure (per la precisione, la fabbrica è a Pontedecimo), senza l'eccessiva drammatizzazione o spettacolarizzazione tipica dei film bellici visti fino ad allora. D'altronde gli eventi erano recenti: e pur dipingendo di un'aura mitica ed epica la resistenza e celebrando lo spirito di sacrificio e l'eroismo dei suoi protagonisti, questi sono descritti come persone comuni e non come eroi calati da chissà dove. Benché non manchino molti elementi "classici" del genere e la dimensione corale, con un numero di personaggi forse eccessivo per consentire una profonda caratterizzazione di ciascuno di loro (Bruno Berellini, Giuliano Montaldo, Lamberto Maggiorani, Vittorio Duse, Giuseppe Taffarel, Franco Bologna), il film rifugge dagli stereotipi e si ispira a fatti realmente avvenuti per dare alla storia un'aura quasi documentaristica. Le poche concessioni alla commedia riguardano le scene nella casa in cui la brigata si rifugia, e i personaggi del diplomatico Ignazio (Pietro Tordi) e della sua amante (Maria Laura Rocca); quelle al melodramma, la figura di Anna (Gina Lollobrigida), assistente dell'ingegnere della fabbrica, sospettata di essere una spia dei fascisti perché ha un fratello alpino, che peraltro nel finale si unirà con i suoi compagni ai ribelli (un riferimento alla Divisione Monterosa). Memorabile proprio il personaggio dell'ingegnere, interpretato da un intenso Andrea Checchi, inizialmente solo simpatizzante della resistenza, che poi sacrifica la vita per la salvezza della sua fabbrica e degli operai. Per il resto, la sceneggiatura (a più mani) ben rappresenta i dubbi e i sentimenti di lavoratori, contadini e studenti, costretti dagli eventi a diventare combattenti: il capitano che si interroga sulle responsabilità del comando, i dubbi sull'efficacia della lotta e su ordini che non si comprendono, la confusione e la paura di soldati ragazzini o appena diventati padri (vedi la sottotrama di Napoleone, che si allontana dal gruppo per andare a vedere il figlio appena nato), i rapporti fugaci con le ragazze che danno loro rifugio o protezione, la reciproca solidarietà con gli operai (gli eventi si svolgono mentre a Genova è in corso uno sciopero). La colonna sonora ingloba il tema di "Fischia il vento". Il titolo, che si riferisce ai cartelli collocati dai tedeschi nell'entroterra genovese e che indicano i partigiani appunto come "banditi", prefigura quello di un altro celebre film di Lizzani, di argomento del tutto diverso: "Banditi a Milano".

26 agosto 2014

Riso amaro (Giuseppe De Santis, 1949)

Riso amaro
di Giuseppe De Santis – Italia 1949
con Silvana Mangano, Doris Dowling
***1/2

Visto in divx alla Fogona.

In mezzo alle mondine (le donne addette al trapianto e alla raccolta del riso) che vengono assunte con un contratto stagionale per lavorare nelle risaie del Vercellese, si nasconde anche Francesca (Doris Dowling), cameriera in fuga dalla polizia per aver aiutato il suo fidanzato Walter (Vittorio Gassman) a rubare una preziosa collana da un albergo di lusso. Il monile in realtà è falso, ma attira l'attenzione di Silvana (Silvana Mangano, praticamente al suo esordio), esuberante e spregiudicata ragazza che sogna un futuro diverso (è appassionata lettrice di rotocalchi) e che si lascia ammaliare dal fascino tenebroso del mascalzone, finendo con il diventare sua complice nel progetto del furto di tutto il riso raccolto. Francesca, che d'altro canto aspira a una vita onesta e umile, sviluppa una coscienza sociale, impara ad apprezzare il lavoro nei campi e si innamora del saggio e concreto sergente in odor di congedo (Raf Vallone) che faceva la corte a Silvana. Oltre agli uomini, le due donne finiscono con lo scambiarsi dunque i sogni, gli ideali, i mondi. Ma finirà in tragedia. Insolita commistione fra neorealismo e thriller (più che melodramma), "Riso amaro" è uno dei film più celebri e significativi del cinema italiano, oltre che il primo film neorealista a riscuotere un cospicuo successo di pubblico: forse proprio a causa della suddetta commistione, che accanto ai temi sociali (le condizioni del lavoro nelle risaie, le differenze fra mondine "in regola" con i sindacati e "clandestine") imbastisce una trama "gialla" (il furto della collana, il drammatico e sanguinoso confronto finale nella macelleria). L'ambientazione insolita (l'idea di raccontare il lavoro delle mondine venne al regista quando, nel 1947, udì i canti delle mondine in partenza dalla stazione di Torino dove era in attesa di una coincidenza) consente di proporre scenari inediti e memorabili (le risaie del nord-ovest, gli argini, i campi dove si balla di sera, la cascina che funge da dormitorio per le ragazze – e che prima ancora era una caserma di fortuna per un battaglione di soldati) e di mescolare personaggi "veri" (le varie donne al lavoro) e da pellicola di suspense (su tutti il delinquente interpretato da Gassman). Il soggetto fu messo a punto da De Santis insieme a Carlo Lizzani e Gianni Puccini. Silvana Mangano, che in precedenza vantava solo qualche comparsata in un paio di pellicole, fu definita dal regista come la "Rita Hayworth italiana", e si capisce perché: forme esuberanti, presenza scenica, fisicità magnetica, sguardo fiero e deciso. Divenne un immediato sex symbol, anche per via dell'abbigliamento richiesto dal ruolo di mondina (camicia attillata, pantaloncini, calze nere a metà coscia). La voce, però, non è la sua ma quella di Lydia Simoneschi (già doppiatrice di tante dive americane, fra cui proprio la Hayworth). Sul set, la Mangano conobbe il suo futuro marito, il produttore Dino De Laurentiis. Anche Raf Vallone, ai tempi giornalista de "L'Unità", era al debutto.

24 agosto 2012

Il ferroviere (Pietro Germi, 1956)

Il ferroviere
di Pietro Germi – Italia 1956
con Pietro Germi, Luisa Della Noce
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Andrea Marcocci, macchinista delle ferrovie con il vizio del bere, viene sospeso dal servizio dopo aver rischiato di causare un incidente: ancora scosso da un suicida finito poco prima sotto il suo treno, non aveva visto un segnale rosso e solo la prontezza dei riflessi del suo frenatore, Gigi, aveva impedito il disastro. Sarà dunque assegnato a incarichi meno prestigiosi e peggio pagati, e questo lo spingerà a lavorare come crumiro durante uno sciopero generale. Oltre che sul lavoro, però, i problemi li ha anche in famiglia: la figlia maggiore Giulia (una Sylva Koscina accreditata nei titoli solo come "Silvia") è stata da lui costretta a sposarsi con Renato, un uomo che non ama, perché incinta; il figlio Marcello è disoccupato e bighellona in giro con gli amici, cercando di fare affari in maniera più o meno losca; e il figlio più piccolo Sandrino (che è di fatto il narratore del film; l'attore bambino, Edoardo Nevola, diventerà poi musicista e doppiatore) va male a scuola perché preferisce seguire il padre nei suoi giri in osteria con gli amici anziché rimanere a casa a studiare. I contrasti generazionali fra il padre autoritario e i figli che cercano l'indipendenza minacciano di frantumare la famiglia, e solo la madre Sara sembra interessata a mantenere saldi i legami che si stanno sfaldando. Interpretato con intensità dallo stesso Germi (doppiato però da Gualtiero De Angelis, così come doppiati sono quasi tutti gli interpreti), il film copre un arco di tempo pari esattamente a un anno – da un Natale all'altro – e si conclude con un finale, se non completamente lieto (c'è la morte del protagonista), almeno consolatorio (i problemi pian piano si risolvono e l'armonia famigliare si ricompone), il che ha portato alcuni critici ad accusarlo di "poetica deamicisiana". Grande successo di pubblico all'epoca, è una delle ultime e più tipiche pellicole neoraliste di stampo intimistico. Il rischio di eccedere sul versante del sentimentalismo è scongiurato dalle ferme interpretazioni degli attori (nel cast ci sono anche Carlo Giuffré e Saro Urzì), dal buon equilibrio della sceneggiatura (alla quale, tratta da un soggetto di Alfredo Giannetti, ha collaborato anche Luciano Vincenzoni) e dalla sincera e vivace descrizione dell'ambiente sociale e storico in cui si muovono i personaggi (si pensi alle sequenze dello sciopero, che pure fecero storcere il naso ai critici di sinistra, che accusarono Germi di populismo per il suo modo di ritrarre i lavoratori). Ma la presenza di figure un po' stereotipate (il bambino con l'animo e la sensibilità da adulto, o la madre compassionevole e sottomessa che però tiene unita la famiglia) può affievolire la carica emotiva e rendere il film oggi interessante soltanto come spaccato di vita dell'Italia "popolare e proletaria" dell'immediato dopoguerra. Il produttore Carlo Ponti avrebbe voluto Spencer Tracy nel ruolo del protagonista, ma Germi minacciò di non dirigere il film se non avesse potuto anche interpretarlo. Bella la colonna sonora di Carlo Rustichelli.

13 gennaio 2008

Umberto D. (Vittorio De Sica, 1952)

Umberto D.
di Vittorio De Sica – Italia 1952
con Carlo Battisti, Maria Pia Casilio
****

Visto in DVD.

È uno dei capolavori del neorealismo e forse il suo canto del cigno, visto che segna la fine di quella che ancora oggi rimane una delle stagioni più memorabili del cinema italiano, ed è considerato da molti critici l'esempio più compiuto della poetica di Cesare Zavattini (autore di soggetto e sceneggiatura). Ma è anche un film straordinario sulla vecchiaia, la povertà, la solitudine e la mancanza di mezzi. Ambientato a Roma nell'Italia post-bellica (ma l'umanità che tratteggia è senza tempo e senza luogo), si apre con una manifestazione di anziani che chiedono un aumento delle pensioni. Fra di loro c'è il protagonista della pellicola, Umberto Domenico Ferrari, che vive in una stanza in affitto in compagnia dell'amato cagnolino Flaik. I soldi non gli bastano per arrivare a fine mese, soprattutto perché è indebitato con l'insensibile padrona di casa che vorrebbe sfrattarlo e trasformare la sua stanza in un salone da ricevimenti. Fra decine di scene indimenticabili (il pranzo alla mensa dei poveri; il ricovero in ospedale per risparmiare sul vitto; la "tentazione" di mendicare, subito sopraffatta dalla dignità e dall'orgoglio con la mano protesa a chiedere la carità che di colpo – in una scena quasi chapliniana – viene girata come se stesse cadendo qualche goccia di pioggia), la disperazione di Umberto cresce fino a fargli meditare il suicidio. Ma quando proverà a gettarsi sotto un treno, sarà proprio il suo cagnolino a evitargli di compiere il passo estremo, fuggendo via all'ultimo istante prima che il convoglio passi sui binari: e forse, nel finale (aperto e non risolutivo, ma che sublima tutto e che ha molto in comune con quello di "Ladri di biciclette"), dopo un istante di sconcerto per il gesto del suo padrone, l'animale riacquisterà la sua fiducia e gli restituirà la speranza. Proprio il rapporto fra Umberto e il cagnolino è uno degli elementi centrali della pellicola: entrambi reietti e rifiutati da tutti (quando l'uomo cerca di lasciare il cane in una pensione o di affidarlo a un'altra famiglia incontra soltanto delusioni), si salvano la vita reciprocamente: in precedenza infatti, in una delle scene più intense e strazianti del film, Umberto era andato a cercare Flaik – fuggito di casa in sua assenza – al canile municipale: e lo sguardo disperato di fronte alla camera a gas dove gli animali indesiderati vengono eliminati non può non far riflettere sul destino degli emarginati della società, soprattutto se si pensa che pochi anni prima, durante la guerra, anche molti esseri umani avevano fatto quella fine. La pellicola forse sfiora il patetismo, ma non diventa mai troppo accondiscendente o compassionevole, o peggio ancora ricattatoria, grazie a una narrazione fredda e distaccata, quasi documentaristica, che colpisce nel segno tanto più perché è realistica nella sua descrizione di un mondo cinico e senza pietà, dove i pochi gesti di solidarietà avvengono soltanto fra poveri (gli unici che mostrano amicizia o affetto per il protagonista sono la servetta Maria Pia, a sua volta nei guai perché incinta di uno dei suoi "fidanzati", e l'uomo conosciuto all'ospedale, mentre – al contrario – la padrona di casa, il ricco amico incontrato per strada e il "commendatore" non accennano minimamente a volerlo aiutare). Molti degli attori, compresi i due principali (Umberto e Maria Pia) non erano professionisti. Carlo Battisti, in particolare, era un docente universitario in pensione. Il film è famoso anche per aver scatenato l'ira di Giulio Andreotti, allora sottosegretario allo spettacolo, convinto che "i panni sporchi si devono lavare in casa". Curiose alcune scene, che sembrano quasi degli "inserti" ma che aggiungono profondità all'insieme: mi riferisco a quella in cui la servetta prepara il caffè (lunga, muta, quasi alla Tsai Ming-Liang) e ai diversi incontri di Umberto con la donna che tradisce il marito, e che alla fine ritrova nel parco in compagnia del figlioletto.

25 novembre 2007

La terra trema (L. Visconti, 1948)

La terra trema – Episodio del mare
di Luchino Visconti – Italia 1948
con Antonio Arcidiacono, Nelluccia Giammona
***

Visto in DVD, con sottotitoli.

'Ntoni e i suoi fratelli fanno i pescatori ad Acitrezza, ma il loro lavoro è sfruttato dai grossisti e dai mercanti di pesce che acquistano a pochissimo prezzo il risultato delle loro dure fatiche. Intenzionato a cambiare le cose, 'Ntoni ipoteca la casa per mettersi a lavorare in proprio, ma una tempesta distruggerà la sua barca e farà piombare la sua famiglia nella miseria più nera, costringendolo a chinare la testa e a tornare a lavorare dai "padroni". Ispirandosi ai "Malavoglia" ma discostandosi parzialmente dalla visione di Verga (anziché lottare contro il fato o la natura, i personaggi lottano contro altri uomini, ovvero contro un ben preciso sistema di oppressione economica e classista), Visconti realizza un film neorealista con toni da documentario: interpretato non da attori professionisti ma dai veri abitanti del luogo, il progetto si prefiggeva infatti di descrivere le dure condizioni di vita di una Sicilia ancora arretrata dal punto di vista sociale. Come suggerisce il sottotitolo, nelle intenzioni del regista il film doveva rappresentare il primo capitolo di una trilogia sulla Sicilia (gli episodi successivi sarebbero stati quelli dello zolfo e della terra, per raccontare lo sfruttamento dei minatori e dei contadini), poi non proseguita per lo scarso interesse del pubblico. L'opera venne anche boicottata dai benpensanti e dai politici dell'isola, che non apprezzavano il ritratto peggiorativo che a loro dire ne sarebbe uscito (erano gli anni in cui Andreotti affermava che "i panni sporchi si lavano in famiglia"). Il risultato è comunque molto espressivo e potente: i volti, i paesaggi, gli ambienti risaltano anche grazie all'ottima regia e alla maestosa fotografia. Parlato in siciliano stretto (ho dovuto guardarlo con i sottotitoli) ma accompagnato dalla didascalica voce di un narratore che illustra in italiano gli snodi più importanti, è la cronaca di un desiderio di riscatto sociale che fallisce non perché sia sbagliato in sé ma perché è frutto di una ribellione individuale e non collettiva.

25 febbraio 2007

L'amore in città (aavv, 1953)

L'amore in città
di Cesare Zavattini, Carlo Lizzani, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Federico Fellini, Citto Maselli, Alberto Lattuada – Italia 1953
con attori non professionisti
*1/2

Visto in DVD.

Nelle intenzioni di Cesare Zavattini, teorico del neorealismo, questo film a episodi avrebbe dovuto essere il primo numero de "Lo spettatore", una "rivista cinematografica" semestrale, strutturata proprio come una rivista cartacea, con tanto di editoriale e di sommario. Ma i risultati deludenti e l'assoluta mancanza di interesse da parte del pubblico impedirono di proseguire l'esperimento. Oggetto del film sono i diversi aspetti dell'amore in una grande città moderna: una Roma gigantesca e ostile, quasi refrattaria a ogni forma di affetto, con i muri ricoperti di manifesti elettorali e le strade che di notte appaiono vuote e deserte. Lo stile è quello dell'inchiesta, con divagazioni all'insegna del "pedinamento" e dell'osservazione della vita reale. I vari episodi sono diretti da giovani promettenti registi che (Fellini a parte) girano senza attori professionisti e spesso con i reali protagonisti delle vicende descritte.

"Amore che si paga" di Carlo Lizzani (*)
Un viaggio-inchiesta nel mondo della prostituzione, raccontato da un narratore moralista, accondiscendente e ammiccante verso il pubblico. Di scarso interesse anche dal punto di vista storico e di costume.

"Tentato suicidio" di Michelangelo Antonioni (*1/2)
I protagonisti di alcuni tentativi di suicidio per amore raccontano la propria storia. Noia, noia, noia. Non siamo molto lontani da programmi televisivi odierni come quelli in onda di pomeriggio su Raidue o simili. E dire che avevo acquistato il DVD soltanto per questo segmento...!

"Paradiso per tre ore" di Dino Risi (**1/2)
Le tre ore del titolo sono quelle che le collaboratrici domestiche si concedono la domenica pomeriggio nelle sale da ballo della capitale. La macchina da presa si muove tra le coppiette che danzano, mostrando approcci timidi o sfrontati, sguardi romantici, ritmi lenti e scatenati, e mille storie che si intrecciano nei brevi momenti di pausa fra un brano musicale e l'altro. Forse l'episodio migliore, assieme a quello di Maselli.

"Agenzia matrimoniale" di Federico Fellini, con Antonio Cifariello (**)
Per realizzare un'inchiesta sul funzionamento delle agenzie matrimoniali, un giornalista finge di essere interessato a trovare una moglie a un amico... licantropo (!). Fellini usa toni surreali (si veda anche la prima parte, con la faticosa "ricerca" dell'agenzia in un condominio di dimensioni colossali) in maniera tutto sommato efficace.

"Storia di Caterina" di Francesco [Citto] Maselli, con Caterina Rigoglioso (**1/2)
Scritto e co-diretto da Zavattini, è tratto da un reale fatto di cronaca, la storia di una donna lasciata dal compagno e costretta dalla povertà ad abbandonare il proprio figlio in un parco, solamente per pentirsene quasi subito e tornare a reclamarlo. Asciutto e toccante.

"Gli italiani si voltano" di Alberto Lattuada (*)
È l'unico episodio muto: soltanto la musica accompagna ironicamente le passeggiate di una serie di giovani ragazze dietro le quali tutti i maschi si voltano: gag "originalissime" (?) come l'uomo in macchina che si schianta perché distratto da una ragazza, o il ciccione (il regista Marco Ferreri) che fatica a salire una lunga scalinata per seguire una fanciulla. Una perdita di tempo: ha tutta l'aria di un riempitivo per terminare il film su un tono più leggero.