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5 dicembre 2019

Hard boiled (John Woo, 1992)

Hard boiled (Lashou shentan)
di John Woo – Hong Kong 1992
con Chow Yun-fat, Tony Leung Chiu-wai
***

Rivisto in DVD.

L'agente speciale Yuen (Chow), detto "Tequila", e il poliziotto infiltrato Alan (Leung) collaborano per sgominare una banda di trafficanti d'armi capeggiata dall'ambizioso Johnny Wong (Anthony Wong), il cui arsenale segreto è nascosto nei sotterranei di un grande ospedale. L'ultimo film di John Woo a Hong Kong prima del grande salto verso Hollywood è quasi la summa di tutti i suoi action movie, fra personaggi che combattono sul confine fra il bene e il male (Alan, come infiltrato nella triade, lamenta: "Quando sono un gangster, mi sparano i poliziotti; quando sono un poliziotto, mi sparano tutti") e scontri a fuoco talmente complessi, lunghi ed esagerati – con centinaia di proiettili che volano da tutte le parti, esplosioni, acrobazie, riprese al ralenti di oggetti che volano e corpi che saltano – da oltrepassare il senso del ridicolo, fare un giro a 360 gradi e raggiungere il sublime. Esemplare la "battaglia" finale, se così possiamo definire qualcosa che occupa praticamente tutta la seconda ora del film, vale a dire lo scontro con i gangster all'interno dell'ospedale dove i "cattivi" hanno preso pazienti e infermieri in ostaggio, senza farsi scrupolo a sparare su di loro, e persino mettendo in pericolo i neonati della nursery. Proprio l'immagine di Tequila che salta dalla finestra tenendo in braccio l'ultimo neonato da portare in salvo, dopo aver schivato esplosioni e pallottole di ogni tipo, sintetizza l'adrenalina che scorre in una pellicola per certi versi ingenua e manieristica ma decisamente ad effetto, un picco dopo il quale Woo non aveva altra scelta che cambiare strada, trasferendosi negli Stati Uniti per mettersi alla prova in un ambiente completamente diverso e senza i suoi attori feticcio. A proposito dei quali, Chow Yun-Fat interpreta qui un personaggio che per i modi e le fattezze ricorda i protagonisti delle precedenti pellicole, in particolare nella prima sequenza (quella nella casa da tè) quando lo vediamo con lo stecchino in bocca e due pistole in pugno come il Mark Gor di "A better tomorrow". Certo, stavolta si tratta di un poliziotto e non di un gangster (l'intento della pellicola era proprio celebrare l'eroismo della polizia, dopo aver romanticizzato le figure dei criminali nei lavori precedenti). Tony Leung recita in maniera più sottile e ambigua, costruendo alla perfezione un personaggio solitario e a disagio nel proprio ruolo di infiltrato, tanto da affezionarsi sinceramente allo "zio Hoi" (Kwan Hoi-shan), il gangster "all'antica" che è poi costretto a tradire. Memorabile anche Philip Kwok nei panni di Mad Dog, il braccio destro del cattivo, killer spietato e infallibile con la benda sull'occhio ma anche con un senso dell'onore che invece è del tutto assente nel suo boss. Completano il cast Teresa Mo (la fidanzata di Yuen), Tung Wei (l'informatore Foxy) e Philip Chan (il capo della polizia), mentre Woo stesso si ritaglia il ruolo del proprietario del jazz club dove Yuen si rifugia a chiedere consiglio nei rari momenti di quiete: un riparo che ha il suo equivalente per Alan nella barca a vela ormeggiata al porto dove realizza una gru di carta per ogni uomo che ha ucciso.

28 aprile 2019

My heart is that eternal rose (P. Tam, 1989)

My heart is that eternal rose (Sha shou hu die meng)
di Patrick Tam – Hong Kong 1989
con Kenny Bee, Joey Wong, Tony Leung Chiu-wai
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Per aver fatto uno sgarbo a un potente gangster cinese, il giovane Rick (Kenny Bee) è costretto a lasciare Hong Kong e rifugiarsi nelle Filippine. Sei anni dopo, diventato un killer, tornerà per portare a termine un contratto. E scoprirà che la donna che ha sempre amato, Lap (Joey Wong), non l'aveva tradito come gli aveva fatto credere, ma era stata costretta a diventare l'amante del boss Shen (Chan Wai-man) pur di salvare la vita al proprio padre. I due progettano di fuggire insieme, ma ci rinunceranno per salvare l'amico Cheung (Tony Leung Chiu-wai), che li ha aiutati, dalla vendetta di Shen. Il capolavoro di Tam, mentore di Wong Kar-wai, è uno struggente melodramma a sfondo gangsteristico caratterizzato da lenti movimenti di macchina, dalla fotografia colorata e avvolgente di Christopher Doyle (che ricorda il cinema di Fassbinder) e da una bella colonna sonora (con il tema cantato dalla Wong): forse gli mancano situazioni o personaggi iconici come i contemporanei film di John Woo o dello stesso Wong Kar-wai, ma va considerato a pieno diritto come uno dei film più interessanti della new wave del cinema hongkonghese di fine anni '80 e inizio anni '90 e del filone dell'heroic bloodshed (si pensi alla violenta sparatoria nel finale, con un montaggio alla Peckinpah, in cui Rick che rimane in piedi e continua a sparare anche se già trafitto di colpi). In effetti, ha molti temi in comune con il più celebre (in occidente) "A better tomorrow": l'amicizia, il sacrificio, l'impossibilità di ricostruirsi una vita ("I tempi passati non possono più tornare", dice Lap a Rick); e in più ci aggiunge l'amore, rendendo il personaggio femminile l'autentico protagonista della vicenda (mentre i due maschili si danno quasi il cambio sotto i riflettori: all'inizio c'è Kenny Bee, ma alla distanza – anche per la maggior espressività come interprete – esce Tony Leung). Il titolo internazionale (quello originale significa "L'illusione di un killer") è una frase di Antonin Artaud. Nel cast anche Gordon Liu (lo sgherro "cattivo" di Shen) e Ng Man-tat (il poliziotto corrotto).

30 novembre 2017

A hero never dies (Johnnie To, 1998)

A hero never dies (Chan sam ying hung)
di Johnnie To – Hong Kong 1998
con Leon Lai, Lau Ching Wan
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

I gangster Jack (Leon Lai) e Martin (Lau Ching Wan) sono al servizio di due boss della triade in guerra fra loro, impegnati da mesi in una sanguinosa faida per il controllo di Hong Kong. Pur combattendo su fronti opposti, i due uomini sono però assai simili, tanto nella fedeltà e dedizione al dovere quando nel rispetto dei valori dell'amicizia e del cameratismo. Al punto da essere considerati "scomodi", e dunque scaricati senza troppa riconoscenza, quando i due boss stringeranno un'alleanza interessata per spartirsi il territorio, di fatto tradendo tutti coloro che hanno combattuto o sono morti per la loro causa. Abbandonati in Thailandia e sopravvissuti ai tentativi di eliminarli (grazie anche al sacrificio delle loro donne, Fiona Leung e Yoyo Mung), Jack e Martin – quest'ultimo rimasto mutilato – mediteranno vendetta. Al primo film diretto per la casa di produzione Milkyway da lui stesso fondata (anche se pare che il precedente "The odd one dies", accreditato a Patrick Yau, fosse stato girato in gran parte da lui), Johnnie To realizza il suo personale "A better tomorrow". Molti sono infatti gli elementi in comune con il capolavoro di John Woo: il mix fra gangster movie, noir e melodramma, un senso dell'onore e della fratellanza quasi anacronistico in un mondo dove domina il vile opportunismo, un soffuso strato di malinconia, violente sparatorie che l'apparentano al filone dell'heroic bloodshed, e naturalmente i temi del tradimento e della vendetta, peraltro ubiqui nel cinema di Hong Kong. To confeziona il tutto con il suo stile e la sua regia avvolgente, i lenti movimenti di macchina, la fotografia cupa e d'atmosfera, il ritmo rilassato ma sempre pronto a esplodere al momento dell'azione, e caratterizza i suoi personaggi con poche ma efficaci pennellate (vedi l'arroganza e il cappello da cowboy di Lau). Ne risulta uno dei suoi migliori film. Memorabile la scena all'interno del locale dove i due protagonisti si ritrovano per dirimere le loro controversie, con il "gioco" della moneta per distruggersi a vicenda i bicchieri, che anziché esacerbarne la rivalità cementa di fatto la loro potenziale amicizia (una scena che ricorda quella altrettanto celebre della pallina di carta in "The mission"). Il gestore del suddetto locale metterà da parte una bottiglia di vino per i due amici/nemici, e proprio questa bottiglia diventa uno dei fili conduttori della pellicola, simbolo della loro leggenda (viene mostrata nell'inquadratura iniziale e in quella conclusiva). Nella colonna sonora di Raymond Wong spicca una classica canzone pop giapponese, "Sukiyaki", reinterpretata in cantonese e poi in versione strumentale.

31 gennaio 2014

The killer (John Woo, 1989)

The killer (Diexue shuangxiong)
di John Woo – Hong Kong 1989
con Chow Yun-fat, Danny Lee
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Mentre sta portando a termine un contratto, il killer Ah Jong (chiamato Jeffrey nella versione internazionale e interpretato dal solito, carismatico Chow Yun-fat, l'attore feticcio di Woo) ferisce involontariamente agli occhi una cantante (Sally Yeh), che perde la vista. Roso dai sensi di colpa, medita di abbandonare la professione: non prima però di accettare un ultimo incarico per procurarsi il denaro necessario a un delicato trapianto di cornee per la ragazza, che nel frattempo ha cominciato a frequentare (tenendole nascosta la propria identità). Ma il gangster della triade che gli ha commissionato il lavoro, anziché consegnargli il denaro pattuito, intende farlo eliminare. E nel frattempo sulle sue tracce si mette il giovane detective Li Ying (o Danny, interpretato da Danny Lee), dai modi spicci e non proprio benvoluto dai suoi superiori. Fra il sicario e il poliziotto (che si chiamano a vicenda con i soprannomi "Topolino" e "Dumbo") nasce un'insolita amicizia, essendo entrambi in lotta contro un sistema che, a differenza loro, non rispetta i codici d'onore. Dopo il successo dei primi due "A Better Tomorrow" e la rottura con il produttore Tsui Hark, John Woo si rimette in gioco scrivendo e dirigendo quello che diverrà il più celebre e rappresentativo fra i capolavori da lui realizzati a Hong Kong. Più che un semplice action movie, è un noir melodrammatico, tragico e struggente, sui temi a lui cari dell'eroismo e dell'amicizia virile: elementi che – sostenuti anche da uno stile ormai maturo e folgorante, tanto nelle sequenze d'azione quanto in quelle più riflessive – lo sollevano al di sopra di un soggetto, tutto sommato, di maniera. Se in patria non riuscì a replicare la fortuna dei due film precedenti, fu invece notato subito in occidente, dove verrà idolatrato da registi come Quentin Tarantino, Martin Scorsese e Luc Besson, che ne faranno una delle loro fonti di ispirazione, e spianerà la strada di Woo verso una carriera hollywoodiana non proprio felice.

Debitore di classici come "Frank Costello faccia d'angelo" di Jean-Pierre Melville e "Mean Streets" dello stesso Scorsese (ma anche di tanti western, come "Duello al sole" di King Vidor – di cui evoca la sequenza finale, quella in cui i due protagonisti strisciano a terra l'uno verso l'altro – o i lavori di Sam Peckinpah e Sergio Leone), il film ha comunque una sua identità ben precisa, tanto dal punto di vista formale (la fotografia espressionista di Peter Pau, che colora gli ambienti di rosso o di altre tinte; i ralenti che mettono in risalto la fisicità o i sentimenti dei protagonisti, nonché la tensione dei momenti che precedono le scene d'azione; le celebri sparatorie, violentissime, interminabili e impeccabilmente coreografate, ma anche dotate di un senso del ritmo, di una concretezza e di una fisicità tali che lo spettatore "percepisce" quasi in prima persona il peso di ognuna delle innumerevoli pallottole che vengono scaricate; le scenografie, insolite per un film d'ambientazione urbana hongkoghese, come la chiesa in restauro dove si rifugia Jeffrey, dalle sale piene di candele e colombe bianche che diventeranno da qui in poi elementi iconici della filmografia del regista; e pure la colonna sonora al vibrafono di Lowell Lo) quanto da quello dei contenuti (l'eroismo, l'amicizia, la sensibilità, il rispetto delle regole, la colpa e la redenzione, in contrasto con il tradimento, la viltà, la rinuncia: sono questi, e non la semplice divisione fra bene e male, i paletti fra i quali si muovono i tormentati personaggi di Woo). D'altronde, è nella stessa natura del genere "Heroic bloodshed" quello di essere caratterizzato da storie di gangster e poliziotti impegnati in sparatorie all'ultimo sangue e vincolati da amicizie trasversali, generate più da codici d'onore che dai propri ruoli sociali. Da sottolineare lo scambio di sguardi fra Jeffrey e Jenny al momento dell'ingresso del killer nel locale, che prelude non solo al loro futuro rapporto ma anticipa il tema della perdita della vista. Jeffrey e Danny, invece, si terranno sotto tiro numerose volte in un mexican standoff la cui simmetria è messa in risalto con un montaggio di campi e controcampi che colloca i due in posizioni esattamente sovrapponibili nelle rispettive inquadrature. Il titolo originale significa "Due proiettili eroici". Sally Yeh intona anche la bella title song. Fra i comprimari, Shing Fui-on è il cattivo boss della triade, Kenneth Tsang (il tassista in ABT) è il compagno poliziotto di Danny, Paul Chu Kong è il collega-amico di Jeffrey che si sacrifica per lui.

4 novembre 2011

A better tomorrow 2 (John Woo, 1987)

A better tomorrow II (Ying hung boon sik II)
di John Woo – Hong Kong 1987
con Chow Yun-fat, Ti Lung, Leslie Cheung
**1/2

Rivisto in DVD.

Incarcerato alla fine del primo film, a Sung Tse Ho (Ti Lung) viene offerta una nuova possibilità di riscatto: collaborare con la polizia per incastrare il suo vecchio boss Lung (Dean Shek), accusato di fabbricare denaro falso. Nel frattempo anche il fratello di Ho, il poliziotto Kit (Leslie Cheung), ha avvicinato Lung sotto falsa identità e ne ha conquistato la fiducia, spacciandosi per uno spasimante della figlia Peggy. Ma ben presto sia Ho che Kit si rendono conto che Lung è innocente e sta cercando a sua volta di cambiare vita: il vero "cattivo" è il suo subdolo socio Ko (Shan Kwan), che incastra l'amico con un'accusa di omicidio e lo costringe a fuggire all'estero. Rifugiatosi a New York ma reso folle e catatonico dalla morte della figlia, Lung viene riportato alla ragione da Ken (Chow Yun-fat), fratello gemello del Mark del lungometraggio precedente. Dopo che gli uomini di Ko hanno fatto fuori anche Kit (che muore proprio mentre sua moglie Jackie partorisce una bambina), Ho, Ken e Lung si vendicano irrompendo nella lussuosa villa del nemico armati fino ai denti e scatenando un'incredibile carneficina. Sull'onda dell'enorme successo del primo "A better tomorrow", il produttore Tsui Hark e il regista John Woo mettono immediatamente in cantiere un seguito che si basa come il precedente sui temi dell'amicizia e della redenzione. Fra i due artefici, però, non mancarono divergenze e incomprensioni: il primo insisteva per incentrare la pellicola sul nuovo personaggio interpretato da Dean Shek (un leggendario caratterista del cinema hongkonghese: da ricordare, per esempio, i suoi ruoli comici in alcuni film di Jackie Chan degli tardi anni settanta), mentre Woo puntava a riprodurre temi e atmosfere del primo capitolo. Di conseguenza, a lunghi tratti il film sembra alternarsi fra due diverse anime, quella del melodramma e quella dell'action movie. Pare che Woo, scontento del risultato, abbia disconosciuto gran parte della pellicola, con l'eccezione del sanguinoso e violento conflitto a fuoco che la conclude. In ogni caso, anche se il film è poco equilibrato e non sempre riesce a garantire la stessa intensità emotiva del prototipo, non mancano i momenti memorabili: dalla famigerata sequenza del ristorante, in cui CYF costringe un gangster rivale a mangiare la ciotola di riso che aveva "offeso", alle scene d'azione iperviolente e irrealistiche che rappresentano una pietra miliare nel percorso cinematografico del regista. Certo, l'introduzione di un fratello gemello di Mark (che a un certo punto, per completare la trasformazione in una sua copia sputata, ne indossa pure gli occhiali e lo spolverino con i fori di pallottole, nei quali aggancia le linguette delle bombe a mano!) può far sorridere per la sua ingenuità, ma era davvero impensabile realizzare un sequel di "A better tomorrow" senza riportare in qualche modo sullo schermo l'attore che più di tutti ne aveva decretato il successo. Il terzo capitolo, che sarà diretto da Tsui Hark, per risolvere lo stesso problema sceglierà la via del prequel.

21 marzo 2011

A better tomorrow (John Woo, 1986)

A better tomorrow (Ying hung boon sik)
di John Woo – Hong Kong 1986
con Ti Lung, Chow Yun-fat, Leslie Cheung
****

Rivisto in DVD, con Giovanni e Paola.

I fratelli Ho (Ti Lung) e Kit (Leslie Cheung) vivono su due lati opposti della barricata: il primo, in coppia con l'inseparabile amico Mark (Chow Yun-fat), gestisce un lucroso traffico di denaro falso per conto delle triadi di Hong Kong; il secondo è un giovane poliziotto idealista, appena uscito dall'accademia e ignaro della professione del fratello maggiore. Quando però Ho viene arrestato dopo essere caduto in una trappola, e il padre è ucciso dal sicario di una banda rivale, l'affetto e il rispetto di Kit per il fratello si tramutano in odio feroce. Uscito di prigione dopo tre anni con l'intenzione di rifarsi una vita onesta, Ho troverà sulla sua strada numerosi ostacoli: non soltanto il rancore di Kit ma anche i tentativi del perfido Shing (Waise Lee), nuovo boss della triade e un tempo suo sottoposto, di coinvolgerlo nuovamente nel giro criminale. Al suo fianco però ci sarà ancora Mark, anch'egli caduto in disgrazia dopo essere stato gravemente ferito a una gamba.

Premetto subito: il voto così alto non è dovuto a una valutazione oggettiva del film (che ha i suoi bravi difetti ed è ancora piuttosto grezzo se paragonato ai lavori che Woo sfornerà in seguito) ma alla "simpatia" e all'affetto che nutro verso una pellicola di fondamentale importanza nell'evoluzione del cinema di Hong Kong e non solo, e che non mi stanco mai di rivedere. Imperfetto ma seminale, romantico (a suo modo) e struggente, "A better tomorrow" ha infatti il merito di aver rivoluzionato e ridefinito gli stilemi del cinema d'azione, imponendo regole che hanno rapidamente fatto il giro del mondo, e di aver svecchiato la cinematografia hongkonghese che era ancora legata ai classici gongfupian degli Shaw Brothers degli anni sessanta e settanta. Capostipite del filone denominato heroic bloodshed ("quel genere di film in cui le pistole si sostituiscono ai pugni nudi della tradizione dei film di kung-fu e diventano estensioni del corpo", secondo la definizione della rivista "Cineforum"), ha rappresentato un punto di svolta epocale, innestando spudoratamente i codici del melò in un genere che fino ad allora puntava le sue carte solo sui combattimenti e sorprendendo gli spettatori con la cura delle coreografie, un montaggio magistrale, una fotografia avvolgente e notturna ("Non mi ero mai accorto quanto fosse bella Hong Kong di notte", dice Mark) e un'enfasi retorica e persino esagerata (celebri i frequenti ralenti). I temi, ereditati dalla tradizione del "cinema della vendetta" (ma sono evidenti anche alcuni riferimenti occidentali, dai western crepuscolari di Sam Peckinpah ai dilemmi morali e psicologici del polar francese), sono gli stessi che caratterizzeranno la produzione successiva del regista: l'amicizia virile, la fratellanza, il sogno di riscatto, i codici d'onore, la redenzione, la lealtà e il tradimento, più un finale cruento e pessimista. Il tutto a uno spettatore di oggi (che ne ha visto le conseguenze nei venticinque anni successivi) può forse risultare banale, ma è stato questo film a mettere insieme, per la prima volta, i succitati ingredienti.

Progettato per rilanciare la carriera di Ti Lung (che era stato un divo delle pellicole di kung fu di Chang Cheh negli anni settanta), il film ha invece trasformato in star il giovane cantante Leslie Cheung (che nel 1993 interpreterà "Addio mia concubina") e soprattutto il semisconosciuto Chow Yun-fat (fino ad allora protagonista soltanto di alcune commedie televisive), che ruba la scena in ogni inquadratura in cui si trova, oltre naturalmente al regista, che all'epoca godeva di ben poca considerazione ed era già dato per finito dopo i primi effimeri successi realizzati per la casa di produzione Golden Harvest. È stato il produttore Tsui Hark a dargli fiducia e ad avere l'intuizione di riunire un cast diventato poi leggendario. Per anni i ragazzi di Hong Kong (e non solo: persino Quentin Tarantino ha affermato di averlo fatto) sono andati in giro con spolverino, occhiali da sole e un fiammifero in bocca, come il personaggio di Mark, e ne ripetevano le battute: e il carismatico CYF si confermò come protagonista di quasi tutti i capolavori hongkonghesi di Woo dei tardi anni ottanta. Da citare anche i comprimari: la tenera Emily Chu nei panni di Jackie, la fidanzata imbranata di Kit; l'esperto Kenneth Tsang in quelli di Ken, leader della cooperativa di tassisti che dà fiducia a Ho; e il bravo Waise Lee in quelli del "cattivo" Shing; ma in brevi ruoli ci sono anche gli stessi Tsui Hark (il giudice al provino musicale) e John Woo (l'ispettore di polizia con gli occhiali).

La trama del film è ispirata a una pellicola del 1967, "Story of a discharged prisoner" di Lung Kong, ma Woo la arricchisce con le eccezionali scene d'azione che lo hanno reso famoso: da ricordare, in particolare, la sequenza in cui Mark compie una strage al ristorante per vendicare l'amico Ho e uccidere chi lo ha tradito (quante volte abbiamo rivisto citata la camminata nel corridoio, con le pistole nascoste nei vasi di fiori? Il regista ha comunque dichiarato di aver voluto rendere un omaggio al "Mean streets" di Scorsese) e la sparatoria finale al molo (con il momento topico in cui Mark, che avrebbe la possibilità di fuggire con il denaro, compie un'inversione a U con il motoscafo e sceglie di andare invece a morire insieme all'amico). Nota di merito anche per la colonna sonora di Joseph Koo, forse la più bella mai sentita in un film di Hong Kong, costruita su due o tre temi struggenti (di quello principale esiste anche una versione cantata da Leslie Cheung): impossibile togliersela dalla mente. In seguito all'enorme successo della pellicola, produttore e regista realizzeranno subito un sequel: più tardi, per divergenze con Woo, Tsui dirigerà di persona anche un terzo capitolo, che fungerà da prequel, mentre Woo utilizzerà lo script che aveva in mente per quel film per dare vita a quello che forse è il suo capolavoro, "Bullet in the head".

30 ottobre 2007

Expect the unexpected (P. Yau, 1998)

Expect the unexpected (Fai seung dat yin)
di Patrick Yau – Hong Kong 1998
con Simon Yam, Lau Ching Wan
**1/2

Rivisto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

Prodotto dalla Milkyway di Johnnie To, sarebbe quasi un "normale" poliziesco hongkonghese se non fosse per il finale sorprendente e dissacratorio, programmaticamente annunciato sin dal titolo, che lo rende un film indimenticabile, nel bene e nel male. La storia è incentrata su una squadra speciale di poliziotti, al cui interno spiccano Simon Yam (il capo, serio e severo) e il sempre ottimo Lau Ching Wan (che ha invece un approccio più leggero e non esita a trasgredire le regole quando necessario). La loro caccia a una banda di violenti criminali che progetta un assalto a un furgone blindato si intreccia con tutta una serie di vicende sentimentali, visto che prima Yam e poi Lau riallacciano una relazione con una vecchia compagna di scuola (Yoyo Mung) che lavora come cameriera in un bar ed è coinvolta come testimone nell'indagine. Quasi tutta la parte centrale della pellicola, più che un poliziesco, sembra dunque una commedia romantica. Ma è appunto il finale, sorprendente anche se un po' costruito a tavolino, nichilista, pessimista e anti-catartico nel mettere in scena la morte degli eroi in maniera così gratuita e inutile, a caratterizzare il film e a rompere uno dei luoghi comuni più tabù dei polizieschi d'azione, contribuendo alla decostruzione di un genere quasi come i film di Peckinpah avevano fatto per il western. Anche piccoli altri elementi (l'inchiesta per corruzione – appena suggerita – sul capo della polizia; il personaggio del cinese mainlander interpretato da Lam Suet; la difficoltà a relazionarsi, evidente anche nei personaggi di Macy (Ruby Wong), del giovane Jimmy con le sue troppe fidanzate e del vecchio Ben, indeciso fra la moglie incinta e l'amante malata) aggiungono spessore a una pellicola che evidentemente risente del clima di insicurezza che l'ex colonia britannica viveva a pochi mesi dalla riannessione alla Cina. Non male, soprattutto nelle scene d'azione, la regia di un Patrick Yau che dopo alcuni buoni film, tutti all'ombra di Johnnie To ("The odd one dies", "The longest nite"), si è dedicato alla tv.

23 settembre 2006

The mission (Johnnie To, 1999)

The mission (Cheung fo)
di Johnnie To – Hong Kong 1999
con Anthony Wong, Francis Ng
****

Rivisto in DVD, con Michele.

Ogni volta che rivedo questo capolavoro firmato da To con la sua casa di produzione Milkyway rimango sempre più colpito dal rigore stilistico e dalla perfezione dei dettagli. La storia è piuttosto semplice: un boss delle triadi, scampato a un agguato di misteriosi sicari, assolda cinque guardie del corpo per farsi proteggere giorno e notte. Ma il regista, pur con uno sguardo apparentemente distaccato, sottolinea a dismisura l'aspetto umano dei protagonisti, come nella splendida sequenza in cui giocano con una pallina di carta nel corridoio, che illustra magnificamente, senza bisogno di spendere troppe parole, il passaggio dall'iniziale indifferenza e ostilità a uno stato di complicità. I personaggi peraltro mostrano rispetto anche nei confronti degli avversari: esemplare la scena in cui siedono al tavolo con il killer che hanno appena catturato. Per personaggi simili, l'amicizia appena cementata è qualcosa di estremamente importante: e questo aggiunge tensione all'ultima parte della pellicola, quando il loro leader, Curtis, viene incaricato dal boss (fino ad allora dipinto come una persona generosa, pronta a comprendere e a perdonare tutti) di eliminare uno dei suoi stessi compagni, un dilemma che divide gli eroi e li mette l'uno contro l'altro. Lo stile della pellicola è fenomenale, secco, preciso: non mi riferisco tanto alla gelida fotografia e ai dialoghi scarni che dicono e non dicono (per esempio, nella scena in cui il giovane Shin torna a casa tardi dopo aver "accompagnato" la moglie del capo), ma soprattutto alla coreografia delle scene d'azione, su tutte la sparatoria nel centro commerciale. Per citare quel che avevo scritto al tempo della prima visione, To in questo film sembra l'anti-John Woo: stessi temi, stessi risultati, stessa tensione ma utilizzando metodologie contrapposte. Mentre Woo sfrutta il dinamismo e il movimento, To si basa sulla staticità, la geometria delle inquadrature e la freddezza dei protagonisti che rimangono immobili a sparare anche se i proiettili sfrecciano a pochi centimetri dai loro volti.

12 settembre 2006

Exiled (Johnnie To, 2006)

Exiled (Fangzhu)
di Johnnie To – Hong Kong 2006
con Anthony Wong, Francis Ng
***

Visto al cinema Mexico, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Johnnie To gira il suo "Mucchio selvaggio", una storia d'amicizia e di morte che in parte ricorda anche il suo capolavoro "The mission", del quale potrebbe quasi essere considerato il seguito (anzi, se non ricordo male, era stato proprio annunciato come tale). Quattro gangster in trasferta a Macao decidono di tradire il loro boss quando questi ordina loro di eliminare un ex compagno che ha abbandonato la gang per farsi una famiglia. Il consueto stile impeccabile di To (e i suoi attori feticcio: ci sono anche Lam Suet e Simon Yam) è al servizio di una storia tesa e avvincente, con le solite sparatorie eleganti e calligrafiche intervallate da intermezzi di quiete e di umorismo, e personaggi che in un attimo passano dallo spararsi addosso a mettersi intorno a un tavolo a mangiare e ridere in compagnia. In fondo, che la storia finisca bene o male non importa né agli spettatori né ai personaggi stessi, che affrontano le prove più difficili e le decisioni più ardue con leggerezza e rassegnazione, al punto da lanciare una moneta per decidere se gettarsi o meno in una pericolosa azione.

30 marzo 2006

Just heroes (John Woo, 1989)

Just heroes (Yi dan qun ying)
di John Woo, Wu Ma – Hong Kong 1989
con David Chiang, Danny Lee, Kuan Tai Chen
**

Visto in VHS, in originale con sottotitoli in inglese.

E' giunto il momento di recuperare un po' di vecchi film di John Woo. Questo non è disprezzabile: non certo all'altezza dei suoi titoli più famosi ma comunque abbastanza godibile soprattutto nelle scene d'azione (che poi pare siano le uniche parti girate da Woo, mentre le scene di raccordo sono del veterano Wu Ma). La trama, invece, è un po' contorta e non particolarmente originale: tre gangster si contendono il comando della banda dopo che il gran boss è rimasto ucciso in un agguato a tradimento. L'identità del cattivo viene rivelata soltanto nel finale, prima della sparatoria conclusiva. Buon cast, anche se gli attori non sono carismatici come Chow Yun-Fat o Leslie Cheung. Da notare una piccola parte drammatica e quasi da cattivo per Stephen Chow, nei panni del giovane pupillo di uno dei gangster. Divertenti autocitazioni da "A better tomorrow", con un personaggio stupido che ripete le stesse battute di Chow Yun-Fat e nasconde le pistole nei vasi di fiori ma dimentica prima di caricarle.