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20 settembre 2023

Dust in the wind (Hou Hsiao-hsien, 1986)

Dust in the wind (Lian lian feng chen)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1986
con Wang Chien-wen, Hsin Shu-fen
**

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Amici e "fidanzatini" sin dall'infanzia, il giovane Wan (Wang Chien-wen) e la compagna Huen (Hsin Shu-fen) si trasferiscono dopo la scuola dal villaggio natale di Jiufen nella capitale Taipei, in cerca di lavoro. Ma le cose non andranno come previsto. E mentre Wan svolge il servizio militare, verrà a sapere che Huen ha sposato un altro. Basato sui ricordi d'infanzia dello sceneggiatore Wu Nien-jen (che inizia qui una collaborazione con Hou Hsiao-hsien che proseguirà con "Città dolente" e "Il maestro burattinaio"), è il terzo capitolo di una trilogia di "memorie" firmata dal regista, dopo "In vacanza dal nonno" (che si ispirava all'infanzia di un altro sceneggiatore, Chu Tien-wen) e "A time to live, a time to die" (sulle esperienze dello stesso HHH). I tre film sono piuttosto simili, caratterizzati da una struttura episodica, con momenti di "slice of life" che mettono in evidenza le difficoltà della crescita, dei rapporti con i genitori e con il mondo esterno, in chiave anti-nostalgica (il periodo dell'adolescenza è tutt'altro che edulcorato). Questo, però, è forse il meno riuscito dei tre, e non solo perché molti temi erano già stati affrontati nei lavori precedenti: anche per via del realismo di fondo, si ha la sensazione che la narrazione salti di palo in frasca, i personaggi non sono mai pienamente caratterizzati e il risultato è alquanto noioso. Ottime, come sempre, regia e atmosfera (la pellicola fu acclamata per il ritratto di una Taiwan rurale e quasi dimenticata), nonché le prove di attori in gran parte non professionisti, tranne qualche comprimario. Li Tian-lu, che interpreta il nonno di Wan, sarà riutilizzato da HHH in altri due film. La storia si svolge negli anni settanta, quando Jiufen era un villaggio in gran parte minerario. Il film che viene proiettato sui teloni nella piazza del paese è "Beautiful Duckling" di Li Hsing. La colonna sonora è di Chen Ming-Chang, al suo esordio come compositore cinematografico.

11 febbraio 2023

A time to live, a time to die (Hou Hsiao-hsien, 1985)

Ricordi dell'infanzia (Tong nien wang shi)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1985
con Yu An-shun, Tien Feng, Mei Fang
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il piccolo Hsiao (chiamato da tutti "Ah-ha") cresce nella Taiwan degli anni cinquanta e sessanta, dove suo padre si è trasferito nel 1947 fuggendo dalla Cina continentale. Diviso in due parti, nelle quali il protagonista ha rispettivamente dieci e diciotto anni, il film è ispirato alle memorie di gioventù del regista stesso, e rappresenta il secondo tassello di una trilogia di "ricordi dell'infanzia" dopo il precedente "In vacanza dal nonno" (basato sulle memorie dello sceneggiatore Chu Tien-wen, collaboratore abituale di HHH) e prima del successivo "Dust in the wind" (basato su quelle dell'altro co-sceneggiatore Wu Nien-jen). La quotidianità di un microcosmo domestico e rurale, le difficoltà economiche e politiche, i lutti in famiglia (nelle due sezioni Hsiao perde rispettivamente il padre, malato di tubercolosi, e poi la madre, per un tumore alla gola), i rapporti con la nonna svampita (che progetta in continuazione di tornare "in patria", ovvero in Cina), la sorella maggiore, i tre fratelli, gli amici, le ragazze... tutto contribuisce a una narrazione delicata e avvolgente, con un ritmo naturale e mai noioso, dove l'insieme è la somma delle parti. E le ripetute inquadrature dei medesimi ambienti (la strada fuori dalla casa di famiglia, con il grande albero che la sovrasta; gli interni domestici, come la stanza con la scrivania del padre), lungo il trascorrere degli anni, donano un legame emotivo al tutto. Più che nostalgico o celebrativo, lo sguardo rivolto al passato è rievocativo, triste e malinconico (la crescita del protagonista va di pari passo con gli inevitabili cambiamenti e la dissoluzione famigliare), mai edulcorato (in particolare nella seconda parte, quando Hsiao finisce sulla "cattiva strada", fra ribellioni a scuola e risse fra bande rivali). Commovente il finale. Il titolo inglese (scritto a volte anche come "The time to live and the time to die") è ispirato a quello di un film di Douglas Sirk del 1958, noto in Italia come "Tempo di vivere".

12 settembre 2022

In vacanza dal nonno (Hou Hsiao-hsien, 1984)

In vacanza dal nonno (Dong dong de jiaqi)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1984
con Wang Chi-kuang, Li Shu-chen
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Mentre la madre è ricoverata in ospedale in città in attesa di una difficile operazione, l'undicenne Tong-tong e la sua sorellina di quattro anni Ting-ting trascorrono l'estate dal nonno in un villaggio di campagna. Qui vivranno giornate di spensieratezza, fra giochi, scherzi e amicizie con i bambini del luogo; ma assisteranno anche a piccoli e grandi drammi, momenti di vita ed enigmatiche "cose da grandi", il tutto mentre monta la tensione per la salute della madre lontana. Ispirato ai ricordi d'infanzia dello sceneggiatore Chu Tien-wen (che aveva già scritto con HHH il precedente "I ragazzi di Fengkuei", e che rimarrà un fedele collaboratore del regista per il resto della sua carriera), un film magico nella sua semplicità e nel minimalismo, che pure – nonostante il punto di vista sia quello infantile – non risulta mai banale e anzi affronta con profondità temi seri. Oltre ai giochi con gli amici (fra bagni nel fiume e scherzi con gli animali) e al rapporto con la sorellina piccola (che vorrebbe partecipare alle "avventure" dei bambini più grandi), Tong-tong è testimone del litigio fra lo zio Chang-ming, che ha messo incinta la fidanzatina Pi-yun, e il nonno Liu, medico del villaggio; delle scorribande di due ladri venuti da fuori, che trovano rifugio proprio a casa dello zio; e delle vicende legate ad Han-tzu, detta Dim-ma, la "pazza del villaggio", vittima di abusi ma che stringe un commovente sodalizio con la piccola Ting-ting (che la "adotta" come un surrogato della propria madre). Splendidi i bambini, in particolare la piccola Ting-ting con il suo sguardo corrucciato e tenero. Il soggetto ha ispirato, almeno in parte, quello de "Il mio vicino Totoro" di Hayao Miyazaki. Vincitore del premio della giuria al festival di Locarno, il film è anche il primo di una trilogia di "ricordi d'infanzia": sarà seguito infatti da "A time to live, a time to die" (basato sulle memorie dello stesso HHH) e "Dust in the wind" (basato su quelle del co-sceneggiatore Wu Nien-jen).

4 luglio 2021

Taipei story (Edward Yang, 1985)

Taipei story (Qing mei zhu ma)
di Edward Yang – Taiwan 1985
con Tsai Chin, Hou Hsiao-hsien
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

In una Taipei in rapido cambiamento, dove tutto sta modificandosi e spersonalizzandosi, una donna e un uomo si barcamenano nell'incertezza del futuro. Chin (Tsai), impiegata presso una grande azienda, lascia il proprio lavoro, prendendosi un momento di pausa, quando questa viene rivoluzionata dal nuovo management. Il suo fidanzato Lung (Hou), commerciante di stoffe, è in trattative per trasferirsi negli Stati Uniti, e la donna progetta di muoversi con lui: ma la decisione ritarda, anche perché l'uomo è prigioniero del proprio passato (quello nostalgico e glorioso, anche se trasfigurato dai ricordi, in cui era un giovane giocatore di baseball) e dei rapporti tradizionali di lealtà che lo legano agli amici e alla famiglia (come il dovere morale di ripagare i debiti del padre di lei). Il secondo lungometraggio di Yang, co-sceneggiato insieme al collega Hou Hsiao-hsien (che qui, cosa rara, recita anche come protagonista), è uno dei primi film importanti del Nuovo Cinema Taiwanese, di cui rappresenta quasi un'epitome: la messa in scena del malessere esistenziale di personaggi spersi nella contemporaneità, fra problemi personali ed economici, in una Taipei dominata dal traffico caotico e dalla vita moderna, dove il vecchio si ritrova di colpo a coesistere al fianco del nuovo (si costruiscono nuovi grattacieli, si fanno affari con i paesi stranieri) senza però che gli esseri umani abbiano imparato a convivere fra loro secondo le nuove regole o a mettere pace ed equilibrio nelle proprie anime. E nonostante una possibile fuga in America sia suggerita di continuo, alla fine si rimane a vivere (o a morire) a Taipei. Assai lento e meditativo, il film guarda ai suoi personaggi al tempo stesso con un certo distacco e con sincera partecipazione, attraverso un gusto quasi da cinema europeo (la Nouvelle Vague francese, ma anche Antonioni) abbinato alla lentezza tipicamente orientale (per esempio giapponese): gli stessi elementi che, ancor più raffinati, troveremo nel cinema dello stesso HHH e soprattutto di Tsai Ming-liang ("Vive l'amour").

8 giugno 2021

I ragazzi di Fengkuei (Hou Hsiao-hsien, 1983)

I ragazzi di Fengkuei (Fenggui lai de ren)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1983
con Niu Doze, Lin Hsiu-ling
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Ah-ching (Niu) e i suoi amici vivono nel villaggio costiero di Fengkuei, dove trascorrono il tempo bighellonando pigramente e facendo risse con altre bande di ragazzi. Decisi a mettere la testa a posto, si trasferiscono nella più grande città di Kaohsiung in cerca di lavoro. Ma anche qui non mancheranno le delusioni e le disavventure. Il quarto film di Hou Hsiao-hsien è il suo primo vero capolavoro. Scritto da Chu Tien-wen, con il quale il regista lavorerà in tutti i suoi film successivi (i due avevano già collaborato insieme alla sceneggiatura di "Growing up", uscito lo stesso anno e diretto da quel Chen Kunhou che qui è il responsabile della fotografia, film che secondo molti critici segna il punto d'avvio del Nuovo Cinema Taiwanese di cui proprio HHH – insieme ad Edward Yang – sarà uno dei principali esponenti), è un racconto di coming-of-age dai toni realistici, i cui i temi dell'amicizia e dell'adolescenza sono trasfigurati attraverso i ricordi d'infanzia. Il rapporto del protagonista con il proprio padre (divenuto disabile ma che continua a ricorrere nei suoi sogni e nelle memorie), quello con gli amici e quello con le ragazze (segnatamente Hsiao-hsing (Lin), fidanzata del vicino di casa che proviene dal loro stesso villaggio) è raccontato con sensibilità e attenzione, descrivendo personaggi e ambienti senza mai andare sopra le righe. Se i tre film precedenti di HHH, in particolare i primi due, obbedivano a loro modo a regole ed esigenze del cinema commerciale, qui si respira sincerità e un afflato personale senza filtri, come se i protagonisti fossero il regista stesso e i suoi collaboratori da giovani, spersi fra la fine della scuola, la spensieratezza dell'adolescenza, la speranza di un lavoro, l'inizio del servizio militare che incombe, nella disperata ricerca di un posto nel mondo e nella vita. E l'atmosfera è commentata e amplificata da una straordinaria colonna sonora a base di musica barocca (Bach e Vivaldi).

21 maggio 2021

Green, green grass of home (Hou Hsiao-hsien, 1982)

The green, green grass of home (Zai na he pan qing cao qing)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1982
con Kenny Bee, Chen Meifeng
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il giovane Ta-nien (Kenny Bee) si trasferisce dalla città in un piccolo villaggio di campagna ai piedi delle montagne, per lavorare come insegnante in una scuola elementare. Al fianco dei suoi piccoli allievi riscoprirà il piacere di una vita semplice e serena, guidata dal quotidiano contatto con la natura. Il terzo film di Hou Hsiao-hsien costituisce un primo passo avanti del regista taiwanese, rispetto alle due commedie romantiche precedenti (da cui peraltro torna l'attore protagonista), verso un cinema più personale e meno legato a esigenze commerciali e a schemi preconfezionati. Primo di una serie di lavori nostalgici e semi-autobiografici sui temi dell'infanzia e dell'adolescenza (come i successivi "In vacanza dal nonno" e "A time to live, a time to die"), il lungometraggio si sofferma in modo particolare sul rapporto con la natura, per esempio attraverso il tentativo di Ta-nien di salvaguardare il ruscello locale, i cui pesci vengono avvelenati o pescati abusivamente con l'elettricità. A rappresentare invece le seduzioni della grande città c'è la ragazza che giunge da Taipei con l'intenzione di riportare con sé Ta-nien, senza però riuscire a ostacolare la sua love story con la graziosa collega Su-Yen (Chen Meifeng). I veri protagonisti della pellicola, però, sono i bambini, al centro di piccoli e grandi episodi, fra giochi e monellerie, amicizie e litigi, fughe e ribellioni verso i genitori, con echi dell'Ozu di "Buon giorno" e del Truffaut de "Gli anni in tasca". Bravi i piccoli attori, in particolare Chou Pin-chun e Cheng Chuan-wen.

20 maggio 2021

Cheerful wind (Hou Hsiao-hsien, 1981)

Cheerful wind, aka Play while you play (Feng er ti ta cai)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1981
con Feng Fei-fei, Kenny Bee
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Xinhui (Feng Fei-fei), fotografa in un'agenzia di pubblicità, si innamora di Jintai (Kenny Bee), medico tirocinante che ha perso la vista in un incidente ed è in attesa di un trapianto di cornea. E dopo l'operazione che lo guarisce gli promette di sposarlo, rinunciando così al fidanzamento con il collega e regista Chieh-wen (Anthony Chan), con cui conviveva da tempo. Poco da segnalare in questa commedia romantica episodica e formulaica, secondo lavoro di Hou Hsiao-hsien, che ripropone il terzetto di attori del precedente e gemello "Cute girl" negli stessi ruoli (lui, lei, l'altro). Nessuno dei possibili spunti viene approfondito – la cecità di Jintai, il tema dell'immagine (le fotografie) o del suono (la lettura dei libri ai ciechi), i rapporti con i genitori, il desiderio di lei di viaggiare e visitare il mondo prima di sposarsi, per non parlare del momento metacinematografico all'inizio, con i personaggi impegnati nelle riprese dello spot pubblicitario – e mancano persino gag o equivoci sostenuti a lungo che possano ravvivare la trama (come il fatto che inizialmente Jintai non conosce l'aspetto di Xinhui). La ricerca di valori aggiunti o di significati con il senno di poi (considerando la successiva filmografia del regista) è piuttosto vana: è una pellicola leggera e a tratti gradevole (anche per le numerose canzoni nella colonna sonora), ma dimenticabile.

4 maggio 2021

Cute girl (Hou Hsiao-hsien, 1980)

Cute girl, aka Lovable you (Jiushi liuliu de ta)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1980
con Feng Fei-fei, Kenny Bee
**

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Wen-wen (Feng Fei-fei), figlia di un ricco industriale, decide di trascorrere dalla zia in campagna i suoi ultimi giorni di "libertà" prima di accettare il matrimonio combinato che le è stato organizzato dalla famiglia. Laggiù, però, si innamora di Daigang (Kenny Bee), geometra che sta progettando la costruzione di un'autostrada. Tornati a Taipei, Daigang farà di tutto per sabotare le nozze della fanciulla... Il primo film di Hou Hsiao-hsien si iscrive nella tradizione della commedia romantica, di cui rispetta quasi tutti i luoghi comuni, almeno nella prima parte: già, perché nella seconda si fa più originale, a partire dal fidanzato di Wen-wen, Qian (Anthony Chan), che anziché rivale diventa amico di Daigang e gli lascia il campo libero, per terminare con un colpo di scena che assicura il lieto fine, sovvertendo il luogo comune del giovane povero che viene rifiutato dalla famiglia ricca di lei. Leggera e moderatamente sbarazzina, la pellicola è comunque poco degna di nota se non fosse per il nome del regista e degli attori (Kenny Bee, cantante hongkonghese e pop star al pari della sua co-protagonista, continuerà a recitare nei film di HHH), in un momento in cui il cinema di Taiwan, dominato da commediole di questo tipo, doveva ancora evolversi e raggiungere la notorietà internazionale (con i film d'autore dello stesso Hou, di Edward Yang e di Tsai Ming-liang).

27 novembre 2020

Dear ex (Mag Hsu, Hsu Chih-yen, 2018)

Dear ex (Shei xian ai shang ta de)
di Mag Hsu, Hsu Chih-yen – Taiwan 2018
con Roy Chiu, Hsieh Ying-hsuen
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Poco prima di morire per un tumore, il padre del giovane Song Cheng-hsi (Joseph Huang) aveva abbandonato lui e la moglie Liu San-lian (Hsieh Ying-hsuen) per tornare dal suo amante gay di un tempo, il teatrante Chieh (Roy Chiu), che si è preso cura di lui nei suoi ultimi giorni. Lasciato dal padre e in rotta con la madre, Cheng-hsi si ritrova così in mezzo alla diatriba fra lei e Chieh, nominalmente incentrata su chi sia il beneficiario dell'assicurazione sulla vita del padre, ma in realtà su chi l'uomo amasse veramente (il titolo originale del film recita appunto "Chi ha iniziato ad amarlo prima"). In piena fase di ribellione, il ragazzo scappa di casa e si trasferisce a vivere proprio da Chieh, cercando di comprenderne la personalità. Da uno spunto che ricorda "Le fate ignoranti", ma girato con lo stile di Wong Kar-wai o Hou Hsiao-hsien, un film intimo, sensibile ed equilibrato, ben scritto e recitato, con un tono spigliato (quasi da commedia) e una fotografia coloratissima che dona personalità all'insieme, mentre gli occasionali flashback approfondiscono la vicenda e arricchiscono i personaggi, rendendoli sempre più tridimensionali. Peccato solo che verso il finale si faccia un po' scontato, perdendo in parte la verve iniziale (veicolata anche dai disegni, dalle scritte e dagli schizzi che appaiono animati sullo schermo, come se fossero i ghirigori di Cheng-hsi su un proprio diario). Fra i molti ingredienti che concorrono all'insieme: la professione di Chieh, che lavora in teatro (con mille difficoltà) ed è dunque abituato a recitare e dissimulare i propri sentimenti; la nevroticissima Liu, alla disperata ricerca di punti di riferimento dopo la rivelazione dell'omosessualità del marito; le sedute di psicanalisi cui Cheng-hsi si sottopone controvoglia, che lo aiutano a fare chiarezza nella sua adolescenza ribelle; e la figura del padre (Spark Chen), inizialmente misteriosa, che i vari retroscena aiutano pian piano a mettere a fuoco: e meno male, visto che è attorno a lui che ruota la storia e dipendono tutti gli altri personaggi. Fra le cose più belle c'è il fatto che ognuno ha le proprie ragioni e la propria (diversa) sensibilità, senza dunque buoni o cattivi (termini peraltro usati spesso, ma a sproposito, da Cheng-hsi): i notevoli conflitti fra i protagonisti sono destinati a essere superati quando subentra la comprensione. La colonna sonora, con la canzone-tormentone dello spettacolo teatrale su Bali, è di Lee Ying-hung. Alla prima regia cinematografica, la scrittrice Mag Hsu e il videomaker Hsu Chih-yen non sono imparentati.

1 marzo 2020

Cities of last things (Ho Wi Ding, 2018)

Cities of last things (Xìngfu chengshì)
di Ho Wi Ding – Taiwan/Cina/Fra/USA 2018
con Jack Kao, Lee Hong-chi
**

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Il film si apre con il suicidio di un uomo, Zhang Dong-ling, che si getta giù da un palazzo. Dopo di che, una serie di tre sequenze – ambientate progressivamente a ritroso – ci raccontano il suo passato e come è giunto a quella situazione. Il meccanismo è dunque lo stesso del bellissimo film coreano "Peppermint candy" del 1999, con l'indagine sulle tragedie trascorse che rivela i motivi dell'indurimento del personaggio: da adulto è scorbutico, solitario, incattivito e deciso a vendicarsi di coloro che l'hanno ridotto così; da giovane è idealista e pieno di speranze, ma dovrà scontrarsi con la cattiveria del mondo che lo circonda; da adolescente vive un trauma che lo segnerà per sempre. E il film si chiude con una breve scena che ce lo mostra da bambino, felice e ignaro di ciò che lo aspetta. Rispetto alla pellicola coreana, questa è persino più pessimista ma non altrettanto organica: sfruttando la diversa collocazione temporale, ciascuna delle tre sequenze è quasi un episodio a sé stante, tanto che sembra di avere a che fare con tre protagonisti differenti (non mancano però rimandi fra i vari segmenti, come luoghi visitati o situazioni simili: per esempio, il giovane Zhang immagina già di uccidere la moglie e il suo amante, per poi suicidarsi, cosa che farà effettivamente da adulto). La parte iniziale, che si svolge subito prima del suicidio, ha una curiosa ambientazione fantascientifica (siamo in un futuro non troppo lontano, con interessanti tocchi di world building: la società è talmente invecchiata che le pubblicità, i servizi e i prodotti di cosmetica si rivolgono solo agli anziani, mentre la maggiore età è stata spostata ai 24 anni). Qui veniamo a conoscenza di alcuni eventi della vita del nostro protagonista, come il tradimento della moglie e il fallimento professionale e familiare, ma ne ignoriamo i dettagli. La seconda parte, la meno riuscita delle tre, si svolge trent'anni prima, nel nostro presente, ed esplicita molto di quello che la precedente aveva suggerito, mostrandoci Zhang, giovane poliziotto, subire il tradimento della moglie, l'ostracizzazione dei colleghi (per essere stato l'unico onesto in mezzo a tanti corrotti) e la tentazione di una fuga con una giovane taccheggiatrice europea (Louise Grinberg), la stessa che ritroverà nel futuro (clonata?) come prostituta in un bordello. L'ultima parte, la più breve, è forse anche la migliore: racconta l'incontro, in una stazione di polizia dove sono entrambi tratti in arresto, di uno Zhang diciassettenne con la propria madre Wang (Ding Ning), che l'aveva abbandonato da piccolo, e suggerisce che proprio il trauma del rapporto interrotto con la madre (alla cui morte è costretto ad assistere) l'abbia indirizzato sulla sua strada. Mancano però gli strascichi morali e quel senso di ineluttabilità che il film di Lee Chang-dong, superiore in tutto, si portava con sé (per non parlare di altri film basati sulla stessa idea, come "CinquePerDue" di Ozon e "Irreversible" di Noé). Il protagonista, nei vari segmenti, è interpretato da Jack Kao (adulto), Lee Hong-chi (giovane) e Hsieh Chang-ying (adolescente). Il regista, anche sceneggiatore, è di origine malese. Degna di nota la fotografia (per lo più notturna) del francese Jean Louis Vialard.

6 ottobre 2016

The assassin (Hou Hsiao-hsien, 2015)

The assassin (Cike nie yinniang)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan/Cina/HK 2015
con Shu Qi, Chang Chen
*1/2

Visto al cinema Palestrina.

La giovane Nie Yinniang (Shu Qi), addestrata fra le montagne all'arte della spada da una monaca taoista (Fang-yi Sheu), torna in patria con il compito di assassinare il cugino Tian Ji'an (Chang Chen), governatore militare della provincia di Weibo che si ribella all'autorità della corte imperiale. Ma non avrà il cuore di portare a termine la missione, anche perché proprio Tian era stato il suo promesso sposo. HHH ha impiegato oltre cinque anni di lavoro per adattare un racconto popolare cinese del nono secolo dopo Cristo (ambientato al tempo della dinastia Tang). Il regista taiwanese si è sempre contraddistinto per un cinema molto attento alla forma, e la tendenza raggiunge qui forse il suo apice. L'aspetto visivo è senza dubbio affascinante: costumi, scenografie e paesaggi naturali mozzano il fiato per la loro bellezza, e la contemplazione è favorita dal ritmo lento e ieratico e dalla regia elegante e misurata (quantomeno curiosa, però, la scelta del formato 4:3). Ma la struttura narrativa è confusa, imperfetta o, nel migliore dei casi, enigmatica: e manca del tutto il coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi, anche perché i loro comportamenti sono presentati senza motivazioni o appigli (a parte il vago contesto storico, riassunto brevemente all'inizio della pellicola). Pertanto, nonostante i tanti elogi ricevuti dalla critica, si rimane annoiati e delusi di fronte a un film che getta nel mix un po' di tutto ma senza approfondire nulla e lasciando irrisolti molti fili: intrighi militari, politici, sentimentali, arti marziali e persino magia nera. È comunque sempre un piacere rivedere sullo schermo la bellissima Shu Qi (che per HHH aveva già recitato in "Millenium mambo" e "Three times"), anche se stavolta non ha occasione di mostrare il suo sorriso. Premio per la miglior regia al festival di Cannes. Interessante la colonna sonora di Lim Giong. Il doppiaggio italiano lascia inspiegabilmente delle parole in inglese ("Lord Tian").

12 novembre 2013

Shaolin basket (Chu Yen-ping, 2008)

Shaolin basket (Gongfu Guanlan, aka Kung fu dunk)
di Chu Yen-ping – Taiwan/Cina 2008
con Jay Chou, Eric Tsang
*1/2

Visto in divx.

L'orfano Fang Shi-jie (Jay Chou), cresciuto in una scuola di arti marziali, viene convinto dal manager fallito Zhan Wang-li (Eric Tsang) – che ha scoperto la sua incredibile abilità al tiro: non sbaglia mai un canestro – a giocare a basket nel team della First University. Con i suoi compagni di squadra vincerà il campionato studentesco, battendo in finale gli scorretti rivali della Fireball University, e riuscirà anche a ritrovare i genitori che lo avevano abbandonato da piccolo. Con un occhio a "Shaolin soccer" (il film di Stephen Chow) e un altro al popolare manga "Slam Dunk" (di Takehiko Inoue), una pellicola che naufraga in un mare di luoghi comuni (tratti da fumetti, film e telefilm di carattere sportivo), fra umorismo grossolano, sceneggiatura "scollegata" e personaggi bidimensionali. Assai meno divertente del capolavoro di Stephen Chow, si rivela superficiale anche come spettacolo di intrattenimento tout court. Nel cast (dove si salva solo il veterano Eric Tsang), molte star del cinema e/o della musica taiwanesi o di Hong Kong, come Charlene Choi (la ragazza), Will Liu (il cattivo), Ng Man-tat, Bryan Leung, Eddy Ko e Kenneth Tsang (i maestri di kung fu). Bella, comunque, la canzone "Hero Chou", cantata dallo stesso protagonista.

22 maggio 2012

The skywalk is gone (Tsai Ming-liang, 2002)

The skywalk is gone (Tian qiao bu jian le)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 2002
con Chen Shiang-chyi, Lee Kang-sheng
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Tornata a Taipei dal suo viaggio a Parigi, Shiang-chyi scopre che il cavalcavia di fronte alla stazione ferroviaria – quello sul quale Hsiao-kang vendeva i suoi orologi – è stato abbattuto. Non è l'unica cosa a essere cambiata: la città è più moderna (il traffico è caotico, i turisti si affollanno davanti ai nuovi centri commerciali), ma con l'urbanizzazione cresce anche la mancanza di rapporti umani (come dimostra la sequenza del poliziotto che rimprovera Shiang-chyi e un'altra signora perché hanno attraversato la strada dove non era permesso), che conduce alla perdita dell’identità (i documenti che Shiang-chyi consegna al poliziotto non le vengono restituiti) e della solidarietà (toccante la scena del monaco che chiede l’elemosina nell’indifferenza della folla). In più, la siccità estiva costringe le autorità a razionare acqua: nei bar non si servono più caffè, i rubinetti nelle toilette pubbliche restano a secco. Al posto del cavalcavia c'è ora un sottopassaggio: è proprio sulle scale di questo che Shiang-chyi incrocia nuovamente Hsiao-kang, ma non se ne accorge. Lui invece la riconosce, ma preferisce non fermarla, e si reca a fare un provino come attore di film pornografici. Un piccolo capolavoro di esistenzialismo: nella sua brevità e concisione (dura solo una ventina di minuti), in questo cortometraggio – perfetto tassello di collegamento fra "Che ora è laggiù?" e "Il gusto dell'anguria" – c'è tutto il cinema di Tsai Ming-liang: l'indagine sulla solitudine, la disperazione di fondo, l'ironia e l'assurdità della vita, il rapporto fra uomo e ambiente, la città, la natura e la società. Memorabili alcuni squarci di poesia, come il gioco di specchi e di riflessi davanti al centro commerciale, mentre schermi giganti proiettano spot pubblicitari, o l’immagine delle nuvole vaganti nell'azzurro cielo estivo che chiudono il film mentre si ode la melodia di una canzone degli anni settanta, emblema della nostalgia per un tempo passato che non tornerà più. Il tema della scomparsa dei luoghi di un tempo, qui accennato, diventerà centrale in "Goodbye, Dragon Inn".

20 aprile 2012

Che ora è laggiù? (Tsai Ming-liang, 2001)

Che ora è laggiù? (Ni na bian ji dian, aka What time is it there?)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 2001
con Lee Kang-sheng, Chen Shiang-chyi
***

Rivisto in DVD.

Il giovane Hsiao-kang (Lee) vende orologi da polso per le strade di Taipei. Shiang-chyi (Chen), una ragazza che sta per partire per Parigi, gliene compra uno, proprio quello che lui portava al polso. Il ragazzo ne rimane ossessionato, e da allora comincia a spostare le lancette di tutti i suoi orologi (e anche di quelli per le strade) sul fuso orario della Francia. Nel frattempo sua madre si convince che il marito, morto da poco, sia ritornato in casa sotto forma di fantasma, mentre Shiang-chyi vaga per una Parigi inospitale e rumorosa, alla disperata ricerca di un contatto umano. Come in "Vive l'amour", Tsai racconta la storia di tre solitudini, tre esistenze sperdute alla ricerca di qualcosa di impalpabile e indefinito, e lo fa attraverso il consueto stile lento e rarefatto, che sembra dipanarsi su un piano di esistenza separato dal resto del mondo, dando vita a una sorta di assurdo melodramma esistenziale dove l'esplorazione dei sentimenti avviene non attraverso i dialoghi o una trama, ma per mezzo di gesti, silenzi, l'impietosa osservazione del corpo (e delle sue funzioni), sguardi intensi e lacrime di tristezza. La mancanza di una colonna sonora musicale allontana ancora di più il film dalle normali consuetudini cinematografiche, permettendogli di concentrarsi su legami fra i personaggi tanto intensi quando monodirezionali o mai dichiarati (quello di Hsiao-kang per Shiang-chyi, con cui ha scambiato solo qualche parola; quello della madre per il fantasma del marito, di cui il grande pesce bianco nell'acquario di casa è una sorta di avatar; quello di Shiang-chyi per una Parigi che appare tutt'altro che "turistica"). Al quinto lungometraggio (una coproduzione: il direttore della fotografia è francese, Benoît Delhomme), a questo punto è evidente che il personaggio incarnato da Lee Kang-sheng è sempre lo stesso: lo conferma il fatto che anche la madre e il padre sono interpretati dagli stessi attori di "Rebels of the Neon God" e "The river", rispettivamente Lu Yi-ching e Miao Tien; quest'ultimo qui appare solo nella sequenza introduttiva, prima della morte, e poi – a sorpresa – in quella finale ed enigmatica, quando lo ritroviamo – in carne e ossa o come presenza invisibile? – a Parigi. I film di Tsai sono dunque tanti tasselli di un unico mosaico che porta avanti l'esistenza di un alter ego dell'attore – o forse dello stesso regista –, un po' come avveniva nelle pellicole di François Truffaut con Jean-Pierre Léaud nei panni di Antoine Doinel: un paragone non azzardato, visto che proprio in questo film Tsai rende esplicito l'omaggio alla nouvelle vague. Nel suo tentativo di trasferirsi "spiritualmente" a Parigi, infatti, Hsiao-kang si dedica alla visione di film francesi e in particolare a quella de "I quattrocento colpi" di Truffaut, di cui vediamo alcune sequenze con Léaud da bambino. E contemporaneamente, a Parigi, Shiang-chyi si ritrova su una panchina in un cimitero seduta proprio a fianco dell'attore ormai invecchiato (che sia lui o semplicemente qualcuno che ha lo stesso nome, poco importa: nei film di Tsai gli attori e i personaggi si confondono e si identificano fra loro, tanto che i loro nomi spesso coincidono). Quello con Jean-Pierre, comunque, è solo uno dei tanti incontri bizzarri, insoliti o stralunati – spesso permeati da una strana ironia astratta – che i tre protagonisti fanno durante la pellicola, la quale culmina nella notte in cui tutti e tre avranno una sorta di inatteso, catartico o disperato rendez-vous erotico (Hsiao-kang in macchina con una prostituta che, la mattina dopo, gli ruberà la valigia con gli orologi; la madre in casa con il "fantasma" del marito, al cui arrivo si era lungamente preparata; Shiang-chyi in una stanza d'albergo con una turista hongkonghese – interpretata da Cecilia Yip – conosciuta per caso la sera prima). Ritroveremo Hsiao-kang nei lavori successivi di Tsai, il cortometraggio "The skywalk is gone" e i lungometraggi "Goodbye, Dragon Inn" (del quale la scena in cui il ragazzo si reca al cinema è quasi un'anticipazione), "Il gusto dell'anguria" e "I don't want to sleep alone" (che dovrebbe uscire fra circa un mese – con solo sei anni di ritardo! – nelle sale italiane). Con una didascalia sui titoli di coda, il regista dedica il film "a mio padre, e al padre di Hsiao-kang".

30 novembre 2009

The hole (Tsai Ming-liang, 1998)

The hole – Il buco (Dong)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 1998
con Yang Kuei-mei, Lee Kang-sheng
***1/2

Rivisto in divx, con Martin, in originale con sottotitoli.

Mentre il capodanno del 2000 si avvicina e le piogge torrenziali scuotono la città, Taipei è colpita da una misteriosa epidemia: un virus di origine sconosciuta, trasmesso dagli scarafaggi, spinge gli esseri umani a comportarsi in modo psicotico e a rintanarsi come insetti in cerca di buio e di umidità. Intere aree vengono messe in quarantena, la raccolta dei rifiuti e l'erogazione dell'acqua potabile sono sospese per costringere gli abitanti ad andarsene. Fra coloro che restano nella propria casa ci sono un uomo e una donna che vivono in due appartamenti di un immenso condominio, l'uno sopra l'altro. I due non si conoscono, non hanno alcun contatto e si parlano a malapena, ma un buco scavato nel pavimento/soffitto delle rispettive abitazioni finirà con mettere in comunicazione i loro spazi vitali e a unirli indissolubilmente. E quando lei sembrerà aver contratto la malattia, lui riuscirà a "riportarla alla luce", sottraendola alla solitudine e all'alienazione.

Pellicola geniale, insolita nella forma e ricca nei contenuti: pur con i consueti tempi lenti e l'attenzione ai piccoli gesti quotidiani, Tsai prova stavolta a universalizzare i propri temi (i protagonisti non hanno nome, l'ambientazione fantascientifica è una metafora del mondo intero) e ravviva il contesto della vicenda con bizzarri inserti musicali che esplicitano pensieri e sentimenti e nei quali la donna interpreta – nella propria fantasia – una serie di brani anni '50 della cantante Grace Chang (alla quale è dedicato un ringraziamento finale). Vedere gli abiti colorati e le raffinate coreografie dei balletti prendere vita negli ambienti degradati dell'edificio crea un insolito cortocircuito nella mente dello spettatore. Ma tutto il lungometraggio si mantiene miracolosamente in equilibrio fra il surreale e il quotidiano, senza rinunciare all'ironia e all'assurdo per mostrare il malessere e il disagio esistenziale. Da annoverare fra i migliori lavori del regista, è stato anche il suo primo film che ho visto, quando uscì nelle sale italiane in versione sottotitolata. Indimenticabile – e angosciante – la pioggia scrosciante che cade in continuazione. La pellicola (che fa parte di una serie di lungometraggi, "2000 as seen by...", commissionata a registi di tutto il mondo dal canale televisivo francese Arte) è completamente girata in interni, dalle camere spoglie degli appartamenti con le pareti scrostate per l'umidità, alle scale e ai corridoi del condominio, fino alle vaste sale vuote del mercato coperto dove l'uomo lavora.

21 ottobre 2009

Il fiume (Tsai Ming-liang, 1997)

Il fiume (He liu)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 1997
con Lee Kang-sheng, Miao Tien
**1/2

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli.

Hsiao-kang e i suoi genitori vivono sotto lo stesso tetto, ma si parlano a malapena e conducono esistenze separate: la madre lavora fuori casa e ha un amante che traffica in video porno; il padre si preoccupa soprattutto per una costante infiltrazione d'acqua dal soffitto e nel frattempo si dedica a incontri gay clandestini negli alberghi; il figlio comincia a soffrire di un misterioso e incessante dolore al collo (forse dovuto all'immersione in un fiume inquinato, alla quale si era sottoposto per fare la comparsa – nel ruolo di un cadavere che galleggia! – in un film che viene girato a Taipei dalla regista Ann Hui) e a nulla serve l'intervento di massaggiatori e chiropratici vari. Il padre conduce infine Hsiao-kang fuori città per farlo visitare da uno spiritista: in serata, genitore e figlio avranno un rapporto omosessuale, senza riconoscersi, nel buio di una sauna. Un film alienante e disturbante, che presenta – in maniera quasi lancinante – emozioni anestetizzate e pulsioni incomunicabili. Anche se probabilmente è la pellicola di Tsai che mi è piaciuta di meno, non si può non apprezzare come sempre il suo tentativo di fare un cinema anti-hollywoodiano, con ritmi lenti e dilatati, un profondo studio dei personaggi, una grande cura nelle inquadrature, una sceneggiatura scarna ed essenziale che punta – più che sui dialoghi, quasi inesistenti – su silenzi, gesti, sguardi. Senza contare l'utilizzo di quelli che per altri registi sarebbero "tempi morti", da eliminare immediatamente, e che Tsai invece mette sempre al centro delle sue pellicole. L'ottimo Miao Tien interpretava il padre di Hsiao-kang anche nel precedente "Rebels of the neon god", del quale questo film è praticamente il sequel. Ann Hui recita nella parte di sé stessa. Curiosamente, nella prima scena del film l'attore Lee Kang-sheng viene chiamato con il suo vero nome: me ne sfugge il motivo (aggiornamento: nei commenti, Maria Franca fa notare che Hsiao-kang è il diminuitivo di Kang-sheng, confermando dunque come il personaggio sia l'alter ego dell'attore).

10 ottobre 2009

Vive l'amour (Tsai Ming-liang, 1994)

Vive l'amour (Ai qing wan sui)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 1994
con Yang Kuei-mei, Lee Kang-sheng
****

Rivisto in DVD, con Martin (registrato da "Fuori Orario").

Un appartamento vasto e disabitato diventa lo spazio inconsapevolmente condiviso da tre personaggi alla disperata ricerca di amore: Hsiao-kang (Lee), rappresentante di urne cinerarie dalle tendenze gay e suicide, che si impossessa delle chiavi quando le trova infilate fuori dalla porta; May Lin (Yang), giovane agente immobiliare dall'esistenza desolatamente vuota, che vi conduce un suo amante occasionale; e quest'ultimo, Ah-jung (Chen Chao-jung), venditore ambulante dal giubbotto di pelle, che vive alla giornata e senza prospettive. La solitudine e l'incomunicabilità nella moderna e popolosa Taipei, temi comuni a tutti i film di Tsai Ming-liang, vengono portate sullo schermo senza alcuno sconto, in maniera diretta e devastante. La pellicola, forse il suo capolavoro, è dominata dai silenzi e dai rumori ambientali: i pochi dialoghi sembrano riservati a momenti di lavoro e di vita quotidiana del tutto secondari rispetto ai veri problemi emotivi ed esistenziali dei personaggi, anche se curiosamente proprio le sequenze più parlate del film (quando May Lin presenta alcuni appartamenti ai potenziali acquirenti e quando un venditore di loculi illustra i propri prodotti ai suoi clienti) permettono di tracciare un inquietante parallelo fra le dimore dei vivi e quelle dei morti, entrambe in attesa di qualcuno che le vada ad occupare. Ottima la regia, che rinuncia del tutto al commento musicale (ancora presente invece nella precedente pellicola di Tsai, "Rebels of the neon god") per puntare solo su immagini e inquadrature fisse, soffermandosi con lunghi piani sequenza sulle strane e disperate abitudini dei personaggi (l'appartamento diventa il teatro di bizzarri "rituali privati", come li definisce Mereghetti). La sequenza di Hsiao-kang con il cocomero anticipa "Il gusto dell'anguria", mentre la formidabile scena conclusiva – forse la più celebre di tutto il cinema di TML – mostra coraggiosamente per quasi una decina di minuti il volto di May Lin, seduta su una panchina, che piange per l'acquisita consapevolezza della propria solitudine. Un film sincero e non ricattatorio: impossibile non provare empatia. Meritatissimo il Leone d'Oro al Festival di Venezia (ex aequo con "Prima della pioggia" di Milko Manchevski), che è valso al regista malese l'appellativo di "Antonioni di Taiwan". Il personaggio di Hsiao-kang resterà una costante di tutto il suo cinema. La brava Yang Kuei-mei, al suo primo film con il regista, era una delle tre sorelle in "Mangiare, bere, uomo, donna" di Ang Lee.

21 marzo 2009

Mangiare, bere, uomo, donna (Ang Lee, 1994)

Mangiare, bere, uomo, donna (Yin shi nan nu)
di Ang Lee – Taiwan 1994
con Lung Sihung, Wu Chien-lien
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Il vecchio Chu, vedovo e cuoco provetto ormai in pensione, comunica con le sue tre figlie adulte praticamente soltanto attraverso il cibo: Jia-jen, la maggiore, insegna chimica in un liceo, si è convertita al cristianesimo e sembra ormai incapace di amare dopo aver sofferto per una delusione sentimentale; Jia-chien, la seconda, è una donna d'affari in carriera che aspira ad andare a vivere da sola ed è indecisa se accettare un'interessante proposta professionale; Jia-ning, la più giovane, è una studentessa che lavora in un fast food e che si innamora del compagno di una sua amica. Ogni personaggio, alla faticosa ricerca della felicità personale, nasconde i propri segreti e sembra incapace di condividere sentimenti e paure con le persone più care. Ma lentamente, con il passare del tempo, qualcosa sembra muoversi attorno al tavolo dove i protagonisti si radunano ogni settimana per un sontuoso pranzo domenicale, e anche le situazioni più stagnanti si rivelano in mutazione. Come in un film di Ozu, Ang Lee mette abilmente in scena i conflitti familiari e i contrasti fra modernità e tradizione (e il parallelo con i film del maestro giapponese sembra rispecchiarsi anche in alcune gag, come quella dello studente che si addormenta nella classe di Jia-jien, che pare uscita da "La ragazza che cosa ha dimenticato?") grazie a un cast di prim'ordine: Lung era apparso anche nei precedenti lavori del regista ("Pushing hands" e "Il banchetto di nozze"), mentre le tre sorelle sono la bravissima Yang Kuei-mei (già vista in molti film di Tsai Ming-liang), la bella Wu Chien-lien (apparsa in diversi film di Hong Kong) e la meno nota Wang Yu-wen. In più c'è la cucina cinese, vera protagonista del film sin dal titolo, che ci ricorda come il cibo e l'amore siano le due cose più importanti dell'esistenza umana. Le numerose scene in cui si vede Chu alle prese con pentole e coltelli, intento a preparare piatti tanto buoni quanto esteticamente belli, fanno venire l'acquolina in bocca: è decisamente un film da non vedere a stomaco vuoto!

6 febbraio 2009

Il banchetto di nozze (Ang Lee, 1993)

Il banchetto di nozze (Xi yan, aka The wedding banquet)
di Ang Lee – Taiwan/USA 1993
con Winston Chao, May Chin
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Il taiwanese Wai-tung convive a New York con il suo amante Simon: non avendo mai rivelato ai genitori di essere gay, questi ultimi continuano a insistere affinché si sposi. Per accontentarli, e per fare un favore alla sua inquilina Wei-wei (un'immigrata clandestina che in questo modo otterrebbe il permesso di soggiorno), decide di contrarre un matrimonio di convenienza con lei. Ma l'arrivo dei genitori da Taipei lo costringerà a organizzare un lauto banchetto di nozze e a portare la finzione molto più avanti del previsto. Anni prima del suo film più famoso, "Brokeback Mountain", l'ottimo Ang Lee mette già in scena l'omosessualità in una commedia dal retrogusto amaro nella quale tutti i personaggi, pur conoscendo la verità, mentono per salvare le apparenze. Eppure non è il trionfo dell'ipocrisia, ma dei sentimenti. Nel cast brillano i due attori che interpretano gli anziani genitori del protagonista, Sihung Lung e Ah Lei Gua. L'edizione italiana sceglie di doppiare il parlato in inglese e lascia i sottotitoli su quello in cinese, che però riguarda la maggior parte dei dialoghi.

26 febbraio 2008

Rebels of the Neon God (Tsai Ming-liang, 1992)

Rebels of the Neon God (Ch'ing shaonien na cha)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 1992
con Lee Kang-sheng, Chen Chao-jung
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Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Piove sulla città, gli scarichi si intasano e i giovani liceali vanno a scuola in moto per poi riversarsi di sera nelle strade illuminate da insegne colorate e nelle sale giochi dove trascorrono le ore davanti a consolle di ogni tipo. Sulla parete campeggia un poster di James Dean: i nuovi "rebels" non sono più senza una causa ma sono devoti al dio del neon. Il primo lungometraggio di Tsai Ming-liang, un mio autore cult, segue per alcuni giorni l'esistenza vuota di alcuni di questi giovani sperduti, senza comunicazione fra loro e soprattutto con i genitori e gli insegnanti. Hsiao-kang, interpretato da un esordiente Lee Kang-sheng (scoperto da TML proprio in una sala giochi: diventerà il suo attore feticcio e sarà il protagonista di tutti i suoi film, interpretando sempre lo stesso personaggio come Jean-Pierre Lèaud nelle pellicole di Truffaut), ha la faccia da bravo ragazzo, è silenzioso, timido e immaturo. Abbandona la scuola all'insaputa dei genitori (il padre fa il tassista, la madre è devota a strani culti esoterici) e osserva da lontano la vita ben più socievole di un altro ragazzo, Ah-tze, che gira in compagnia di un amico a scassinare apparecchi telefonici e può permettersi di approcciare, sia pur goffamente, Ah-kuei, la ragazza di suo fratello. Hsiao-kang, che sembra aver rinunciato a qualsiasi contatto sociale, continuerà la propria ribellione silenziosa vandalizzando la moto di Ah-tze proprio nella notte in cui il ragazzo sta facendo sesso con Ah-kuei. La mattina dopo, dopo aver provato per la prima volta a scambiare qualche parola con Ah-tze, cercherà inutilmente di cambiare vita. Con una fotografia livida e piena di fascino, un'atmosfera avvolgente per il suo andamento realisticamente lento, una colonna sonora ritmica e ossessiva, e una regia che guarda alla nouvelle vague francese ma soprattutto ad Antonioni e Tarkovskij (con il quale condivide l'attrazione per l'acqua e l'umidità), TML esordisce con un film con i fiocchi e uno stile già perfetto, che in seguito "limerà" giusto un po' per renderlo ancora più sobrio ed essenziale.