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15 novembre 2020

Da 5 bloods - Come fratelli (Spike Lee, 2020)

Da 5 bloods - Come fratelli (Da 5 Bloods)
di Spike Lee – USA 2020
con Delroy Lindo, Jonathan Majors
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Quattro amici di colore, veterani della guerra del Vietnam – Paul (Delroy Lindo), Otis (Clarke Peters), Eddie (Norm Lewis) e Melvin (Isiah Whitlock Jr.) – tornano nel paese asiatico dopo svariati decenni con una duplice intenzione: ritrovare i resti del loro vecchio commilitone "Stormin'" Norman (Chadwick Boseman) per riportarli in patria, e soprattutto recuperare una cassa di lingotti d'oro che seppellirono all'epoca nella giungla. Ma anche i valori più cementati dell'amicizia e della fratellanza – e in generale i "legami di sangue": Paul è stato seguito da suo figlio David (Jonathan Majors), con il quale ha un rapporto difficile e ambivalente – saranno messi a dura prova dalla febbre dell'oro, che porta alla luce il peggio di ogni uomo, e dagli antichi traumi psicologici di una guerra "che non finisce mai". Lungo e ambizioso filmone d'avventura che Spike Lee sfrutta per intrecciare diverse tematiche che gli stanno a cuore: una riflessione sul ruolo dei neri durante il conflitto in Vietnam (mandati spesso allo sbaraglio e in missioni suicide, in nome di ideali che non gli appartenevano: erano gli anni in cui contemporaneamente in patria ribollivano le lotte per i diritti civili), il contrasto fra diverse filosofie di vita (fra gli amici, divisi fra solidarietà ed egoismo, c'è persino un sostenitore di Trump: naturalmente si tratta del più "matto" di tutti, perché per votare Trump bisogna essere pazzi), e in generale un parallelo con la situazione odierna (vedi i riferimenti al movimento "Black Lives Matter" nel finale, o il cappellino trumpiano "Make America Great Again" che passa da un cattivo all'altro come un trofeo). A questo scopo non esita a inserire nel calderone un po' di tutto, a volte in maniera pretestuosa, come filmati di repertorio o fotografie d'epoca, arricchendo uno stile che gioca con i formati dell'immagine (dal 4:3 delle scene ambientate nel passato, girate peraltro in 16mm, al widescreen per quelle nel presente, che a seconda delle necessità si alterna fra il 16:9 quando si è nella giungla a un più cinematografico 21:9 quando si è in città) e si concede persino occasionali freeze frame (le fotografie scattate da uno dei personaggi). Fra i molti riferimenti culturali: "Apocalypse now" (con tanto di Wagner!), "Il ponte sul fiume Kwai", Marvin Gaye ("What's going on"), Martin Luther King (il discorso del 4 aprile 1967). La retorica, l'eccesso di didascalismo e qualche colpo di scena telefonato nel finale non affossano un film comunque ricco e coinvolgente, ben scritto, diretto e recitato (su tutti svetta Lindo). Nel cast anche Jean Reno (il faccendiere francese che dovrebbe aiutare i nostri amici a esportare l'oro), Mélanie Thierry (la ragazza che si occupa di neutralizzare le mine inesplose) e Johnny Trí Nguyễn (la guida vietnamita). Curiosità: con l'eccezione di una singola immagine nel finale, Lee non ha voluto "ringiovanire" gli attori nelle sequenze in flashback (o "invecchiarli" in quelle nel presente), nonostante fra le due ci siano 45-50 anni di differenza, per evitare risultati poco gradevoli come quelli del film "The irishman" di Scorsese, lasciando allo spettatore il compito di immaginarli giovani quando serve (a proposito: le scene di battaglia sono realistiche e crudeli).

20 aprile 2020

Fa' la cosa giusta (Spike Lee, 1989)

Fa' la cosa giusta (Do the right thing)
di Spike Lee – USA 1989
con Spike Lee, Danny Aiello
***1/2

Rivisto in TV.

In una caldissima giornata d'estate, con la canicola che dà alla testa, un isolato di Brooklyn (il film è stato girato nel quartiere di Bedford-Stuyvesant) ribolle di tensioni razziali. I suoi abitanti sono prevalentemente neri, ma non mancano ispanici, italiani e asiatici: un melting pot che convive più o meno pacificamente e pigramente, anche se la rabbia repressa è sempre pronta a esplodere. E a far scoccare la scintilla può bastare un minimo e insignificante pretesto. Al centro di una vicenda corale c'è la pizzeria gestita dall'italo-americano Sal (Danny Aiello), insieme ai figli Pino (John Turturro) e Vito (Richard Edson), sorta di luogo d'incontro condiviso fra le varie culture, dove Mookie (Spike Lee) lavora come fattorino per consegnare le pizze a domicilio. Mookie vive con la sorella Jade (Joie Lee, sorella di Spike), che lo considera un irresponsabile, e ha avuto un figlio da Tina (Rosie Perez, protagonista delle scene di street dancing che aprono la pellicola), una ragazza portoricana. Nei suoi giri per l'isolato incontra numerosi e variopinti personaggi: il "Sindaco" (Ossie Davis), vecchio ubriacone che è un po' la voce della coscienza del quartiere, non sempre ascoltata dai più giovani (è lui a pronunciare la frase del titolo, rivolta al protagonista); il problematico Buggin Out (Giancarlo Esposito), sempre in cerca di un'occasione per piantare grane in nome dell'"orgoglio nero" (per esempio boicottando la pizzeria di Sal perché sul muro sono appesi solo ritratti di celebrità italo-americane); il colossale Radio Raheem (Bill Nunn), che vaga con un gigantesco stereo da cui spara in continuazione musica ad alto volume ("Fight the Power" dei Public Enemy); Smiley (Roger Guenveur Smith), ragazzo mentalmente disabile che gira vendendo foto di Malcolm X e Martin Luther King; la vecchia Mother Sister (Ruby Dee), che osserva tutto ciò che accade nel quartiere dalla finestra del suo appartamento; e ancora, gruppi di nullafacenti che commentano ogni cosa stando seduti in strada, bande di ragazzi che gironzolano facendo scherzi, gang di portoricani, negozianti coreani, e la voce del DJ del quartiere, Love Daddy (Samuel L. Jackson), che fornisce l'incessante colonna sonora. Ispirato ad alcuni eventi reali (il pestaggio e l'omicidio di un afro-americano da parte della polizia di New York), il film intende mostrare come l'odio, la rabbia e la violenza possano esplodere in ogni momento, se la situazione sottostante ha raggiunto il livello di guardia, coinvolgendo tanto le persone intolleranti e razziste (da un lato e dall'altro: vedi Vito o Buggin Now) quanto quelle comprensive e tutto sommato ben disposte verso le altre etnie (è il caso di Sal o di Mookie). Alla sua uscita, il film suscitò stupide e cieche polemiche negli Stati Uniti, e fu accusato di fomentare la rabbia dei neri, mentre invece si limita a ritrarre (a volte in maniera realistica, a volte ai limiti della parodia) uno stato di cose, ed è quanto mai equilibrato nel mostrare ragioni e soprattutto torti di tutti (riuscitissimo il montaggio di insulti razziali che i personaggi si scambiano fra loro, rivolti ad etnie e minoranze che pure convivono a pochi metri di distanza: tutti sono sullo stesso piano e nessuno pare migliore degli altri) e nel raccontare di come la violenza possa nascere dal minimo casus belli e distruggere anche le poche occasioni di integrazione e di fratellanza. La pellicola si conclude con due citazioni di segno opposto su questo tema, rispettivamente di Martin Luther King e di Malcolm X (per uno la violenza porta a un'insensata spirale distruttiva, per l'altro è inevitabile e giustificata), ritratti insieme nella foto che Smiley gira vendendo e che alla fine viene affissa sulla parete della pizzeria distrutta. La contrapposizione fra amore e odio è resa esplicita dai tirapugni di Radio Raheem, che recano le parole "Love" e "Hate", come i tatuaggi di Robert Mitchum ne "La morte corre sul fiume".

13 dicembre 2018

Lola Darling (Spike Lee, 1986)

Lola Darling (She's Gotta Have It)
di Spike Lee – USA 1986
con Tracy Camilla Johns, Redmond Hicks
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Nola Darling (Tracy Camilla Johns) – chiamata Lola nel doppiaggio e nel titolo italiano – vive a Brooklyn in un grande attico, fa l'artista e ha una vita sessuale particolarmente attiva, visto che si destreggia fra tre uomini diversi (consapevoli della cosa, pur accettandolo a fatica ed essendo gelosi l'uno dell'altro): il maturo e sensibile Jamie (Redmond Hicks), l'infantile e scanzonato Mars (interpretato dallo stesso regista) e il vanesio e salutista Greer (John Canada Terrell). Primo vero film di Spike Lee (il precedente "Joe's Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads" era stato girato come tesi di laurea), ha il grande pregio di presentare un personaggio femminile indipendente, lontano dagli stereotipi dei neri (e delle donne) delle pellicole hollywoodiane. In fondo i personaggi sono di colore, ma potrebbero anche non esserlo, visto che non è questo a caratterizzarli (a differenza di quelli visti fino ad allora sul grande schermo). Nola è irrequieta e in cerca di qualcosa, ma anche libera e sicura di sé, capace di tenere sempre salde le redini del gioco. Dei suoi tre amanti, comunque, è evidente da subito come Jamie sia "quello giusto": gli altri sono solo un divertimento estemporaneo. Se la forma della pellicola è parecchio "cinefila", con molteplici rimandi e omaggi alla Nouvelle Vague (le interviste dei personaggi che parlano allo spettatore guardando in camera, la fotografia "povera", sgranata e in bianco e nero: c'è un'unica sequenza a colori, quella del balletto, giustificata e introdotta da un riferimento a "Il mago di Oz"), i contenuti sono all'insegna di freschezza e autenticità: dai dialoghi, che parlano di sesso in maniera aperta, all'ambientazione in una Brooklyn ritratta con cura e affetto. Il tutto ricorda un po' anche i primi, coevi, lavori di Jim Jarmusch. Oltre a recitare nei panni di Mars (un personaggio che riprenderà poi in una serie di spot per la Nike), Spike Lee coinvolge suo padre Bill (nel ruolo del padre di Nola, anche autore della colonna sonora) e sua sorella Joie (Clorina, l'ex coinquilina della protagonista). Raye Dowell è Opal, l'amica lesbica. Dieci anni più tardi il regista tornerà su temi simili in "Girl 6 - Sesso in linea". Nel 2017 lo stesso Lee ne ha fatto un remake sotto forma di serie televisiva per Netflix.

25 settembre 2018

BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018)

BlacKkKlansman (id.)
di Spike Lee – USA 2018
con John David Washington, Adam Driver
**

Visto al cinema Colosseo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

La storia vera di Ron Stallworth (Washington), il primo poliziotto di colore assunto nel dipartimento di Colorado Springs, che negli anni '70 riuscì a entrare a far parte (ovviamente sotto copertura) della sezione locale del Ku Klux Klan, facendosi sostituire da un collega bianco, Flip Zimmerman (Driver), quando doveva incontrare gli altri membri faccia a faccia. Ispirandosi al libro di memorie scritto dallo stesso Stallworth, Spike Lee racconta la vicenda con toni da commedia, irridendo i razzisti di ieri e di oggi (presentati per lo più come psicopatici o disadattati), e concludendo addirittura la pellicola con un aggancio all'attualità (i disordini durante la marcia dei suprematisti bianchi a Charlottesville, e le frasi di Donald Trump sull'argomento). L'ambientazione negli anni settanta consente di citare esplicitamente la cultura dell'epoca, a partire dai film di blaxploitation come "Shaft", "Super Fly" o "Coffy", ma soprattutto di mostrare le tensioni razziali di una società che stava mutando rapidamente. Il registro non è sempre coerente, ondeggiando fra il realismo e la satira in maniera disuguale (vedi il montaggio in parallelo dei razzisti che si gustano "Nascita di una nazione" e i neri che rievocano un episodio di linciaggio): ma la pellicola stimola comunque riflessioni su orgoglio, appartenenza e identità. Washington (figlio di Denzel) non pare sempre a suo agio, anche perché sfoggia un'improbabile capigliatura afro, mentre il sempre bravo Driver è più convincente nel ruolo dell'infiltrato di origine ebrea. L'intera vicenda, se vogliamo, è una variazione del "Cyrano de Bergerac" (e di adattamenti come quello visto nel film "Un uomo in prestito"). Laura Harrier è Patrice, l'attivista delle Pantere Nere.

8 novembre 2010

Malcolm X (Spike Lee, 1992)

Malcolm X (id.)
di Spike Lee – USA 1992
con Denzel Washington, Angela Bassett
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Monumentale (dura tre ore e quaranta minuti) biopic su una figura cardine delle lotte e delle rivendicazioni degli afroamericani negli anni cinquanta e sessanta, il film è tratto dalla "Autobiografia di Malcolm X" scritta da Alex Haley e racconta con dovizia di dettagli la movimentata vita di uno dei personaggi più carismatici e controversi della cultura statunitense del ventesimo secolo, considerato da alcuni un paladino dei diritti civili e da altri un seminatore di odio. Anche il ritratto che ne fa Spike Lee non è privo di contraddizioni: se da un lato il film ne mostra tutti gli aspetti più scomodi (le origini umili a Boston, le attività criminali in gioventù, la tossicodipendenza, il carcere, la conversione all'Islam, le violente prediche contro la razza bianca, i dissidi con gli altri leader neri, il pellegrinaggio alla Mecca, la svolta verso una riappacificazione sociale e razziale, e infine l'assassinio durante un comizio a Manhattan di cui sono tuttora ignoti i mandanti – benché la sceneggiatura suggerisca una complicità fra i suoi ex compagni della Nazione dell'Islam e i servizi segreti americani), dall'altro utilizza spezzoni e immagini di repertorio per celebrare l'importanza e l'influenza che Malcolm X – come persona, ma anche come simbolo – ha avuto e continua ad avere tuttora per la comunità nera negli Stati Uniti e nel mondo (c'è anche un frammento di un discorso di Nelson Mandela). Altrettanto controverso è l'incipit, che fonde insieme l'immagine di una bandiera americana in fiamme – fino a quando non ne rimane che un brandello a forma di X – con quelle del pestaggio di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles, avvenuto l'anno prima dell'uscita della pellicola. La visione del film, dunque, non chiarisce le idee: chi era Malcolm X? Un fanatico idealista o un maestro da seguire? Ogni fase della sua vita sembra contraddire quella precedente, eppure la sua figura nel complesso ha saputo catalizzare come poche altre l'attenzione sulla discriminazione dei cittadini di colore negli Stati Uniti: e se oggi la situazione è migliorata, lo si deve sicuramente anche a lui. Per tutta la sua durata, il film poggia su alcuni pilastri – l'interpretazione solida di Denzel Washington e la regia classica di Lee – che non cedono mai. Il cast è completato da Angela Bassett (la moglie Betty), lo stesso Spike Lee (Shorty, il compagno di bravate in gioventù), Delroy Lindo (Archie, il piccolo boss di Harlem per il quale Malcolm lavora da giovane), Albert Hall (Baines, colui che lo converte alla religione musulmana) e Al Freeman jr. (Elijah Muhammed, il leader della Nazione dell'Islam, l'organizzazione per la quale Malcolm predica per anni prima di rompere ogni contatto). Inizialmente la pellicola avrebbe dovuto essere diretta da Norman Jewison, ma proteste e discussioni sull'opportunità di lasciare un'icona nera in mano a un regista bianco (per quanto fosse l'autore di un film iconico come "La calda notte dell'ispettore Tibbs") hanno spinto i produttori a affidare le redini del film a Spike Lee, che ne ha riscritto la sceneggiatura mantenendo però il protagonista già scelto da Jewison (con Denzel Washington, peraltro, aveva già lavorato in "Mo' better blues"). Per consentirgli di portare a termine le riprese, molte personalità di colore dello sport e dello spettacolo hanno contribuito al finanziamento della pellicola, alcune delle quali apparendo anche con un cameo. Per la prima volta, inoltre, una troupe statunitense ha avuto il permesso di girare alcune scene di un film di finzione all'interno della Mecca.

13 ottobre 2010

Miracolo a Sant'Anna (Spike Lee, 2008)

Miracolo a Sant'Anna (Miracle at St. Anna)
di Spike Lee – USA/Italia 2008
con Derek Luke, Michael Ealy
**

Visto in DVD, con Martin.

Nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, quattro soldati di colore appartenenti alla 92a divisione "Buffalo" (un'unità formata da soli neri) rimangono isolati dietro le linee tedesche e si rifugiano in un paesino montuoso della Toscana, con l'incarico di fare prigioniero un soldato nemico. La loro storia si intreccia con quella della strage di Sant'Anna di Stazzema, il massacro in cui i nazisti uccisero oltre cinquecento civili – compresi donne, vecchi e bambini – accusati di collaborare con i partigiani. Non è certo un film perfetto, quello di Lee: troppo lungo e pasticciato, schematico nell'affrontare le questioni razziali e poco equilibrato nell'ondeggiare fra realismo bellico e favola metafisica, persino debitore di qualcosa al neorealismo italiano (il personaggio del bambino, unico sopravvissuto alla strage, sembra quasi uscire da un film di De Sica o – non so cosa è peggio – di Benigni). L'atmosfera non manca, la regia è più che buona e alcuni momenti sono interessanti (la suadente speaker nazista che cerca di seminare dubbi nei soldati afroamericani mentre questi attraversano il fiume; i sensi di colpa dei partigiani; la love story con la ragazza toscana, con una scena tanto assurda quanto intrigante di Valentina Cervi a seno scoperto mentre stende i panni), ma nel complesso i personaggi sono tagliati con l'accetta, gli stereotipi culturali abbondano e molti elementi sono accatastati senza fornire un vero valore aggiunto (il bambino che vede il fantasma del proprio amico ucciso; la testa della statua di marmo trafugata da uno dei soldati, che la considera un portafortuna; in generale il tema fantastico-religioso; per non parlare della "cornice" ambientata ai giorni nostri – in realtà negli anni ottanta – che appare posticcia e forzata). È evidente che a Lee, più che la strage (che infatti ha un peso marginale nella storia, a dispetto del titolo), interessa il ruolo dei soldati di colore durante la guerra: nonostante il razzismo cui erano soggetti (anche da parte del comandante bianco della divisione), il loro arruolamento in battaglioni regolari rappresentò per gli afroamericani un primo gradino per affrancarsi dalle discriminazioni dell'epoca. Si tratta di una tema ovviamente più congeniale al regista di quelli che può offrire un normale film bellico: prima della visione mi ero infatti chiesto perché mai si fosse impelagato a dirigere una pellicola di questo tipo. Fra gli attori italiani, tutti all'altezza, spiccano Pierfrancesco Favino, Sergio Albelli e Omero Antonutti, mentre Luigi Lo Cascio compare solo in due brevi sequenze (compreso il discutibile finale alle Bahamas) e di Valentina Cervi si è già detto. Assai stupide le polemiche sorte in Italia sulla mancanza di verosimiglianza storica, che ha portato all'inserimento di un disclaimer introduttivo per esplicitare l'ovvio (ossia che si tratta di un film di finzione e non di un documentario). A dare fastidio è stato il fatto che l'eccidio di Sant'Anna venga presentato come una rappresaglia e non un atto premeditato, la risposta tedesca a un attacco dei partigiani (secondo il criterio ordinato da Hitler: dieci civili uccisi per ogni soldato tedesco morto), come se questo rendesse il crimine dei nazisti meno grave o più giustificato. Ma forse non è piaciuto che Spike Lee abbia mostrato che esistevano anche tedeschi "buoni" e partigiani "cattivi" (uno dei quali è addirittura un traditore), il che accomuna il film – pretestuose accuse di revisionismo comprese – a "Black Book" di Verhoeven.

7 ottobre 2010

Clockers (Spike Lee, 1995)

Clockers (id.)
di Spike Lee – USA 1995
con Mekhi Phifer, Harvey Keitel
***

Visto in DVD, con Martin.

I clockers sono i piccoli spacciatori di droga che trascorrono il loro tempo seduti sulle panchine dei parchi pubblici in attesa di clienti. La giovane testa calda Ronny "Strike" (Phifer), che non ha mai lasciato il proprio quartiere, è uno di loro: il detective Rocco Klein (Keitel) della squadra omicidi sospetta proprio di lui quando si trova a indagare su uno dei tanti episodi violenti che bagnano di sangue le strade di Brooklyn, l'omicidio di uno spacciatore rivale, benché ad autoaccusarsi del delitto sia invece Victor, fratello maggiore di Ronny e apparentemente un uomo con la testa a posto. L'incapacità di Klein di comprendere la cultura in cui vive Ronny (fatta di vita di strada, droga e violenza), unita ai dubbi e al disagio esistenziale dello stesso ragazzo (con il malessere mentale che va di pari passo e si esplicita in un malessere fisico che lo tormenta per tutta la pellicola), darà vita a una catena di sospetti, vendette e tragedie. Uno dei migliori film di Spike Lee, e di certo fra i suoi lavori più complessi e ispirati, questa drammatica pellicola urbana mette in scena un mondo dove la violenza e i rapporti umani formano una rete talmente intricata da rendere confuse e superate le banali divisioni fra buoni e cattivi, bianchi e neri, razzisti e tolleranti, insomma quel manicheismo e quella retorica che avrebbero potuto affossare la storia. È quasi un sequel di "Fa' la cosa giusta", che alla sua uscita era stato criticato perché non menzionava minimamente il problema della droga. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo Martin Scorsese (che comunque figura come produttore) e il protagonista doveva essere il detective Klein: quando il progetto è passato a Spike Lee, questi ha deciso di cambiare il punto di vista della vicenda e di scegliere Ronny come personaggio centrale, evidenziandone al massimo gli impossibili sogni di fuga (vedi la metafora dei trenini giocattolo), le illusioni di ricchezza e riscatto, i problemi di coscienza e la crisi d'identità che lo porta a mettere in discussione persino i propri rapporti familiari (che si tratti di veri parenti, come la madre e il fratello Victor, o di surrogati, come il boss Rodney per il quale spaccia droga – una sorta di secondo padre – o il piccolo Tyrone, verso il quale agisce come un fratello maggiore). Straordinaria la fotografia di Malik Hassan Sayeed, dai colori sgargianti e dalle atmosfere iperreali e visionarie. Nel cast anche John Turturro e Delroy Lindo.

16 agosto 2007

Ten minutes older: the trumpet (aavv, 2002)

Ten minutes older: the trumpet
di Aki Kaurismäki, Victor Erice, Werner Herzog, Jim Jarmusch, Wim Wenders, Spike Lee, Chen Kaige – 2002
film a episodi
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Una raccolta di cortometraggi che, a differenza di altre operazione analoghe (come "11 settembre 2001" o "All the invisible children"), non hanno molto in comune fra loro se non la lunghezza (una decina di minuti) e il fatto di essere opera di registi contemporanei con un particolare interesse per la propria e le altre culture. Nessuno degli autori ha rinunciato al proprio stile e alle proprie caratteristiche: Erice e Jarmusch hanno girato in bianco e nero, Herzog e Lee hanno scelto il documentario, Kaurismäki è sempre uguale a sé stesso (e la cosa comincia un po' ad annoiarmi), mentre i segmenti di Wenders e di Chen Kaige, pur ben girati, lasciano il tempo che trovano.
Esiste un secondo film della serie, intitolato "Ten minutes older: the cello", con registi meno interessanti (giusto Bertolucci e Godard).

"Dogs have no hell", di Aki Kaurismäki, con Markku Peltola, Kati Outinen (**1/2)
Un uomo abbandona il lavoro per partire in treno verso la Siberia insieme alla donna che ama e che intende sposare durante il viaggio. Un malinconico addio alla patria, nel consueto stile laconico e quasi surreale del regista finlandese.

"Lifeline", di Victor Erice, con Ana Sofia Liaño, Pelayo Suarez (**1/2)
Durante un silenzioso giorno d'estate, in una fattoria nella campagna spagnola, un bambino sanguina nella culla ma viene salvato prima che muoia. È il giugno 1940: in quel momento, la guerra sta insanguinando l'Europa. Girato in bianco e nero, quasi muto, è un episodio pieno di immagini suggestive, fra la calma e la tragedia incombente.

"Ten thousand years older", di Werner Herzog (***)
Nel 1981, un gruppo di antropologi brasiliani entra in contatto con una delle ultime tribù di indios amazzonici che ancora vivevano isolati dal resto del mondo. La scoperta degli utensili di metallo e delle medicine moderne li catapulta di migliaia di anni nel futuro. Vent'anni dopo, un'altra spedizione va alla ricerca dei sopravvissuti della tribù per documentare come la loro vita sia cambiata. Interessantissimo: il segmento migliore del film.

"Int. Trailer. Night", di Jim Jarmusch, con Chloë Sevigny (**)
Un'attrice di un film in costume cerca di rilassarsi nella sua roulotte nei dieci minuti di pausa fra le riprese. Un breve segmento in cui non succede praticamente niente: sembra quasi che anche Jarmusch attenda, insieme alla sua attrice, che trascorrino i dieci minuti. Però lo stile visivo ha un suo fascino retrò.

"Twelve miles to Trona", di Wim Wenders, con Charles Esten, Amber Tamblyn (*1/2)
Un uomo intossicato da qualche droga vaga nel deserto californiano, cercando di raggiungere un ospedale. Una trama esilissima fornisce lo spunto per sperimentare con distorsioni, luci stroboscopiche, musica e allucinazioni, ma il risultato è poco intrigante oltre che per nulla originale.

"We wuz robbed", di Spike Lee (*1/2)
Una serie di interviste ai responsabili della campagna presidenziale di Al Gore del 2000 sui presunti brogli nelle famigerate elezioni in Florida, dove una risicata maggioranza, fra sospetti di ogni genere, diede la vittoria a Bush. Non particolarmente interessante.

"100 flowers hidden deep", di Chen Kaige, con Feng Yuangzhen, Le Geng (**)
In una Pechino in ricostruzione, alcuni operai di una ditta di traslochi vengono ingaggiati da un misterioso individuo per spostare mobili immaginari dal luogo dove sorgeva una grande casa andata distrutta molti anni prima. Il potere dell'immaginazione al servizio di una storiella poetica e inconcludente.

7 novembre 2006

All the invisible children (aavv, 2005)

All the invisible children
di Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Katia Lund, Jordan e Ridley Scott, Stefano Veneruso, John Woo – Italia 2005
**

Visto in DVD, con Albertino.

Film a episodi concepito da produttori italiani (fra cui Maria Grazia Cucinotta) sul tema dei "bambini invisibili" e delle loro condizioni disagiate in diverse parti del mondo: all'operazione, patrocinata dall'Unicef, si sono prestati alcuni grandi registi con cortometraggi di 15-20 minuti. Il risultato non è male, anche se lo stile tende troppo al leccato e alcuni episodi mancano di mordente. Il migliore mi è parso il segmento di Kusturica, ma anche quello di Spike Lee è molto bello. Interessanti, a modo loro, quelli di Ridley Scott (in compagnia della figlia Jordan, che ne ha anche scritto la sceneggiatura) e di John Woo. Gli altri tre sono assolutamente dimenticabili. Scendendo nei dettagli:

"Tanza" di Mehdi Charef, con Adama Bila (**). Girato in Burkina Faso ma ambientato in un paese africano imprecisato, racconta di un bambino guerrigliero incaricato di far saltare in aria la scuola di un villaggio. Interessante ma esile e dalla confezione forse fin troppo pulitina.

"Blue Gypsy" di Emir Kusturica, con Uroš Milovanović e Goran R. Vračar (***). Un giovane zingaro, terminato il suo periodo di detenzione in un centro per il recupero minorile, ne esce soltanto per farci ritorno volontariamente quasi subito. Il solito scoppiettante Kusturica, con il suo humour, la musica, la simpatia contagiosa per i propri personaggi.

"Jesus Children of America" di Spike Lee, con Hannah Hodson, Andre Royo (***). Una bambina di Brooklyn viene emarginata dalle compagne di scuola perché i suoi genitori sono tossici e sieropositivi. L'episodio più triste e intenso del film. Ottimi gli attori.

"Bilu & João" di Katia Lund, con Francisco Awanake e Vera Fernandez (*1/2). Due ragazzini di una favela brasiliana vagabondano per le strade di São Paolo in cerca di rifiuti, lattine e cartoni da rivendere. Assieme a quello italiano (vedi poi), è l'episodio che mi ha detto di meno: anche lo spaccato di vita che presenta mi è sembrato un po' troppo idealizzato.

"Jonathan" di Jordan Scott e Ridley Scott, con David Thewlis e Kelly MacDonald (**). Un fotografo di guerra fa ritorno alla propria infanzia e attraversa un mondo violento pieno di orfani che vivono in gruppo. Un episodio onirico, strano e surreale, con la solita fotografia luminosa dei film di Scott. Non del tutto convincente, comunque.

"Ciro" di Stefano Veneruso, con Daniele Vicorito ed Ernesto Mahieux (*1/2). Ambientato in una Napoli piena di musicisti e saltimbanchi, presenta un ragazzino che vive rubando i rolex agli automobilisti ma che in fondo, come i suoi compagni, sogna ancora di andare sulle giostre. Piatto e stereotipato, con una confezione forse troppo lussuosa per l'argomento (la fotografia è di Storaro). Veneruso è un produttore che ha lavorato come aiuto regista sui set de "La passione di Cristo" e "Gangs of New York".

"Song Song & Little Cat" di John Woo, con Zhao Zhicun, Qi Ruyi (**1/2). È la storia di due bambine unite da una bambola che passa di mano dall'una all'altra. Song Song è ricca ma soffre per la separazione dei genitori, Little Cat è una trovatella allevata da un vecchio senzatetto. Un racconto strappalacrime, forse non del tutto nelle corde di John Woo, che comunque fa un buon lavoro grazie anche alle due ottime attrici in erba (quella che interpreta Song Song sarebbe adatta per un film dell'orrore, tanto ha un volto inquietante!).

12 aprile 2006

Inside man (Spike Lee, 2006)

Inside Man (id.)
di Spike Lee – USA 2006
con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster
***

Visto al cinema President.

Cinque rapinatori entrano nella filiale di una banca a Manhattan e prendono dipendenti e clienti in ostaggio, facendoli vestire con tute identiche alle loro. Polizia e negoziatori vengono subito schierati in campo; anche perché nelle cassette di sicurezza del caveau è custodito qualcosa di ben più prezioso del denaro... Siamo di fronte a un heist movie, un "film di rapina", sottogenere cinematografico che vede in "Quel pomeriggio di un giorno da cani" (citato esplicitamente nei dialoghi) il suo campione riconosciuto. Avrebbe dovuto dirigerlo Ron Howard, e già questo rivela che si tratta di un film su commissione, non di un'opera "personale" come le precedenti di Spike Lee, benché l'autore riesca comunque a inserire qua e là lievi accenni alle tematiche a lui care (l'integrazione, l'intolleranza), nonché esplicite citazioni ai suoi lavori precedenti (un esempio: le pizze che la polizia porta agli ostaggi provengono dalla pizzeria di "Fa' la cosa giusta"). Il risultato è comunque eccellente: come thriller funziona molto bene, grazie anche alla sceneggiatura precisa come un orologio che mantiene tensione e suspense fino alla fine. Il regista mostra tutta la professionalità accumulata in anni di esperienza, e surclassa i tentativi visti recentemente di fare film di questo tipo (mi riferisco a titoli assai deludenti come "Ocean's Eleven", "Codice Swordfish", e via dicendo). Pur senza gli approfondimenti sociali o lo spessore psicologico che caratterizzano gli altri lavori di Lee, dunque, la pellicola riesce a tenere inchiodato lo spettatore fino all'ultimo fotogramma, anche per merito di un buon gruppo di interpreti. Peccato che molte trovate venissero svelate già nel trailer (che pure è stata la molla che mi ha spinto ad andare a vederlo al cinema!).