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22 maggio 2023

La caduta degli dei (Luchino Visconti, 1969)

La caduta degli dei
di Luchino Visconti – Italia/Germania 1969
con Helmut Berger, Dirk Bogarde, Ingrid Thulin
***

Rivisto in divx, per ricordare Helmut Berger.

Nel febbraio del 1933, la stessa notte dell'incendio del Reichstag che favorirà l'ascesa di Hitler, l'aristocratica famiglia von Essenbeck si riunisce attorno al suo decano, il barone Joachim (Albrecht Schönhals), per festeggiarne il compleanno. Presidente delle acciaierie di famiglia, che ha saputo tenere a galla durante i difficili anni della guerra e del dopoguerra, per ingraziarsi il nuovo potere il barone medita controvoglia di nominare alla vicepresidenza il nipote Konstantin (Reinhard Kolldehoff), simpatizzante di Hitler e membro delle SA, esautorando Herbert (Umberto Orsini), marito dell'altra nipote Elisabeth (Charlotte Rampling), che invece è apertamente ostile al nascente regime. La notte stessa, però, il barone viene assassinato nel suo letto, e il controllo dell'acciaieria passa all'ambizioso dirigente Friedrich (Dirk Bogarde), amante di Sophie (Ingrid Thulin), vedova dell'unico figlio del barone (morto in guerra) e madre del giovane Martin (Helmut Berger), un ragazzo dissoluto, in balia delle proprie perversioni (si veste da donna per fare il verso a Marlene Dietrich, ha tendenze pedofile e incestuose) e facilmente manipolabile tanto dalla madre quanto da Aschenbach (Helmut Griem), lontano cugino che fa parte delle SS. Ispirandosi alle tragedie di Shakespeare (il Macbeth su tutti, ma in parte anche l'Amleto), e con un titolo wagneriano, il primo film della cosiddetta "trilogia tedesca" di Visconti (seguiranno "Morte a Venezia" e "Ludwig") rilegge gli anni dell'avvento del nazismo in Germania attraverso intrighi e lotte di potere all'interno di una famiglia. I paralleli fra la dissoluzione della società, le storture della dittatura e della politica e le perversioni individuali sono evidenti, e la regia di Visconti (aiutato dalla bella fotografia colorata di Pasqualino De Santis e Armando Nannuzzi, degna a tratti di un film horror) li cattura in profondità, avvolgendo lo spettatore in una spirale di morte, follia e decadenza. La pellicola è intensa e molto carica, con alcune scene che si trascinano a lungo (su tutte quella della festa/orgia delle camice brune a Bad Wiessee, prima di essere trucidati dalle SS durante la "notte dei lunghi coltelli") e un'impostazione corale, anche se Berger (che aveva già recitato per Visconti due anni prima, in un episodio de "Le streghe") ne è in un certo senso il protagonista principale. Nel cast anche Renaud Verley (lo studente Günther, figlio di Konstantin), Florinda Bolkan, Nora Ricci. I costumi sono di Piero Tosi, il montaggio di Ruggero Mastroianni, le musiche di Maurice Jarre. La famiglia von Essenbeck è ispirata ai Krupp, proprietari dell'omonima e storica acciaieria di Essen che forgiò armi e cannoni per i nazisti durante la guerra.

30 aprile 2023

Rosencrantz e Guildenstern sono morti (Tom Stoppard, 1990)

Rosencrantz e Guildenstern sono morti
(Rosencrantz and Guildenstern are dead)
di Tom Stoppard – GB/USA 1990
con Gary Oldman, Tim Roth
***1/2

Rivisto in divx.

Rosencrantz e Guildenstern sono due personaggi minori dell'Amleto di Shakespeare, amici d'infanzia del protagonista che vengono convocati dal re e dalla regina di Danimarca alla corte di Elsinore affinché indaghino sui motivi della sua strana pazzia. Nel dramma originale hanno un ruolo quasi insignificante, nonostante i loro nomi così altisonanti: in questo film (che è l'adattamento cinematografico di un testo teatrale tragicomico e assurdista, scritto dallo stesso Stoppard nel 1966), viceversa, sono i protagonisti assoluti. La pellicola li segue nel “dietro le quinte” dell'Amleto vero e proprio, usando i versi di Shakespeare nelle scene in cui i due incrociano gli altri personaggi della tragedia e mettendo invece loro in bocca altri dialoghi e parole quando sono lasciati a loro stessi. Il tono è filosofico ed esistenzialista: consapevoli di essere pedine di un destino più grande di loro, i due si interrogano sul significato del fato, della probabilità (la pellicola si apre con una moneta che, lanciata in aria, fa uscire “testa” per 157 volte di fila), dell'identità (chi dei due è Rosencrantz, e chi Guilderstern? Nemmeno loro lo sanno, tanto che si scambiano in continuazione i nomi, come fossero un tutt'uno indistinto), del rapporto fra la realtà e la sua rappresentazione (il “teatro nel teatro”, che d'altronde era un elemento fondamentale anche del dramma di Shakespeare), e soprattutto della morte, visto che questo è chiaramente fin da subito il loro destino finale. Il titolo stesso del film, che lo spoilera, è una delle ultime frasi della tragedia originale, e i due personaggi sono vittime inconsapevoli di una storia complessa di cui non conoscono nemmeno i risvolti segreti e i retroscena: vengono mandati a morte senza alcuna spiegazione (“Chi l'avrebbe mai detto che eravamo tanto importanti?”) e senza aver fatto niente di male a nessuno. Sono inoltre due personaggi senza un passato (non hanno ricordi precedenti al loro ingresso nel dramma) e “fuori dal tempo”, che seguono i binari di un destino fisso ed enigmatico di cui sono parzialmente consapevoli e che pure sfugge loro in continuazione, proprio come un copione teatrale le cui battute sono costretti a recitare senza alcun libero arbitrio. Fra una scena scespiriana e l'altra, comunque, sono liberi di indagare, curiosare, dibattere, a volte con toni intellettuali o metatestuali, a volte generando situazioni comico-paradossali (Oldman, il più sempliciotto ma visionario dei due, che ogni tanto ha un lampo di coscienza e "scopre" fenomeni scientifici o inventa oggetti "moderni", senza però mai riuscire a mostrarli al più pratico Roth). A proposito, grande la prova dei due attori, che formano una coppia davvero affiatata. Nel cast anche Richard Dreyfuss (il capocomico), Iain Glen (Amleto), Ian Richardson (Polonio). Nel complesso un film insolito, stimolante, paradossale, al tempo stesso colto e svagato, intellettuale e demenziale. Fra le scene cult, la partita a tennis al “gioco delle domande”, e lo scambio di battute “Io non credo all'Inghilterra”- “Ah, vuoi dire che è solo un complotto dei cartografi?”.

18 aprile 2021

Casa Shakespeare (Kenneth Branagh, 2018)

Casa Shakespeare (All is true)
di Kenneth Branagh – GB 2018
con Kenneth Branagh, Judi Dench
**

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver diretto e recitato in moltissime pellicole tratte dalle commedie e dalle tragedie di Shakespeare, Kenneth Branagh interpreta direttamente il grande Bardo in questo biopic incentrato sugli ultimi anni della sua vita, da quando (nel 1613) lasciò definitivamente Londra, le scene teatrali e l'attività di scrittore per fare ritorno al proprio villaggio natale, Stratford-upon-Avon, dove morì tre anni più tardi. La scelta di tornare a casa, dove lo aspettavano la moglie Anne (Judi Dench) e le figlie Susanna (Lydia Wilson) e Judith (Kathryn Wilder), fu dovuta anche all'amarezza per il grande incendio che distrusse il Globe Theatre durante una rappresentazione del suo Enrico VIII (con il titolo alternativo "All is true", da cui il titolo originale di questo film). La pellicola, dall'andamento compassato e austero, non si incentra dunque sull'attività o la produzione letteraria di Shakespeare ma sul suo vissuto famigliare, sul difficile rapporto con la moglie e i parenti, e in particolare sul legame con il figlio Hamnet, morto undicenne di peste e che William sperava potesse seguire le sue orme, ritenendolo estremamente dotato come poeta. Nonostante piccoli colpi di scena e alcune sorprese nel finale, ne esce un personaggio – a dire il vero – poco interessante ("La vostra vita è stata piccola", gli dice il conte di Southampton (Ian McKellen), che invece ammira le sue opere, nella scena forse più significativa del film, quella in cui si suggerisce un amore omosessuale fra i due: in effetti lo scrittore dedicò al lord numerosi sonetti), che si dedica al giardinaggio, si tiene lontano dalle beghe locali e assiste quasi da spettatore ai piccoli problemi delle figlie (la maggiore è sposata con un medico puritano, la minore resiste al corteggiamento di un commerciante di liquori). Nemmeno tanto tra le righe, comunque, si analizza la società del tempo con tutti i suoi difetti (le pressioni religiose, il limitato ruolo della donna). Particolarmente curato l'aspetto visivo del film, con una fotografia iperrealistica. L'uscita in sala è stata annunciata e rinviata più volte: alla fine è arrivato il Covid e la pellicola è finita direttamente in TV.

18 ottobre 2020

Il canto del cigno (Kenneth Branagh, 1992)

Il canto del cigno (Swan song)
di Kenneth Branagh – GB 1992
con John Gielgud, Richard Briers
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Al termine di una serata in suo onore, un anziano attore teatrale (John Gielgud) si ritrova sul palcoscenico, in compagnia del suo suggeritore (Richard Briers), a riflettere sulla propria vita, sul significato del proprio mestiere e sulla potenza del teatro, che rievoca grazie a frammenti di celebri opere shakespeariane (Re Lear, Amleto, Romeo e Giulietta, Otello) che gli hanno regalato i più grandi successi professionali. Branagh porta sullo schermo l'omonimo atto unico di Anton Cechov (adattato da Hugh Cruttwell) con due soli interpreti e una scenografia scarna e in penombra. Nonostante la breve durata (il corto dura 23 minuti), c'è di tutto: la stanchezza e la disillusione di un attore ormai vecchio e solo, i rimpianti e il bilancio di una vita, il rapporto dolceamaro con il teatro (e il pubblico), la concezione del palco come "luogo sacro", il valore dell'immaginazione e il potere della recitazione. Commovente nella sua semplicità, grazie anche a due eccezionali attori. Gielgud all'epoca aveva 88 anni, proprio come dichiara di averne il protagonista, e dunque nel suo ruolo potrebbe esserci qualcosa di autobiografico: di fatto il cortometraggio è un omaggio rivolto a lui. Quanto al caloroso Briers, è da sempre una presenza costante nei film di Branagh.

6 ottobre 2020

Parigi ci appartiene (Jacques Rivette, 1961)

Parigi ci appartiene (Paris nous appartient)
di Jacques Rivette – Francia 1961
con Betty Schneider, Françoise Prévost
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

A Parigi, nell'estate del 1957, la studentessa di lettere Anne Goupil (Betty Schneider) viene introdotta dal fratello Pierre (François Maistre) in un circolo di artisti e intellettuali irrequieti e nichilisti. Uno di essi, lo scrittore americano Philip Kaufman (Daniel Crohem), in esilio dagli Stati Uniti per via del maccartismo, le rivela che il recente suicidio del musicista Juan potrebbe essere dovuto a un complotto da parte di una misteriosa "organizzazione" che intende prendere il potere su scala mondiale, e che la sua ex ragazza, l'enigmatica femme fatale Terry Yordan (Françoise Prévost), ne sarebbe coinvolta. Terry ora sta con Gerard Lenz (Giani Esposito), regista teatrale impegnato a mettere in scena, fra mille difficoltà, il "Pericle" di Shakespeare. Innamoratasi di Gerard, quando scopre che proprio lui potrebbe essere la prossima vittima, Anne si getta alla ricerca di un nastro perduto con la registrazione delle musiche di Juan, che potrebbe essere la chiave del mistero. Distribuito nel dicembre 1961 dopo una lunga gestazione (era stato scritto nel 1957 e girato a partire dal 1958), il primo (ambizioso) lungometraggio di Jacques Rivette è uno strano thriller avvolgente ma fumoso, che fino alla fine lascia nell'incertezza e nel dubbio, senza compensare lo spettatore per la lunga visione. Tutto è infatti vago e confuso, e si respira un forte senso di improvvisazione, non giustificato dal fascino che gli autori della Nouvelle Vague hanno sempre nutrito per la narrativa e il cinema di genere (giallo, noir e spionaggio in primis). Il titolo (ispirato a una frase di Peguy, "Paris n'appartient à personne") è ironico, visto che i protagonisti si sentono tutt'altro che parte di Parigi: sono soli e squattrinati, immigrati e alienati, carichi di dubbi e di angoscia esistenziale, e la città stessa fa di tutto per tenerli a distanza (si intravedono piazze deserte, strade notturne, tetti e piccole stanze in affitto). Crisi personali, paure di complotto, paranoia politica, mistero e tensione si intrecciano senza un vero perché: e se alcuni personaggi sono ben costruiti (l'ingenua e innocente Anne, che ha il suo contraltare nella fredda e misteriosa Terry; Gerard, che perde il controllo sul proprio spettacolo quando inizia a accettare troppi compromessi), l'insieme manca di troppa sostanza per convincere appieno. Come in molti film della Nouvelle Vague, l'arte fa capolino da tutte le parti: i personaggi guardano una sequenza del "Metropolis" di Fritz Lang, Philip disegna inquietanti mostri stilizzati dalla bocca enorme, il "Pericle" è descritto come una metafora della vita intera (o forse del film stesso: "Pericle descrive un mondo caotico ma non assurdo, come il nostro", dice Gerard). Nel cast anche Jean-Claude Brialy (Jean-Marc, l'attore amico di Anne) e Jean-Marie Robain (l'ambiguo economista De Georges). Camei per Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Jacques Demy e lo stesso Rivette.

11 agosto 2020

Nel bel mezzo di un gelido inverno (K. Branagh, 1995)

Nel bel mezzo di un gelido inverno (In the bleak midwinter)
di Kenneth Branagh – GB 1995
con Michael Maloney, Joan Collins
**1/2

Rivisto in divx.

Alla vigilia di Natale, un gruppo di attori scalcinati, depressi e disoccupati decide di portare in scena l'"Amleto" in una chiesa sconsacrata nel paese d'origine del capocomico Joe (Michael Maloney), che interpreterà naturalmente il protagonista e che ha organizzato l'impresa per tenersi occupato mentre attende l'improbabile chiamata da Hollywood che la sua agente (Joan Collins!) gli ha promesso. Litigi, idiosincrasie, problemi economici e tecnici durante le prove, isterismi ed eccentricità di vario genere fra i membri della troupe (senza peraltro la prospettiva di essere pagati) non li fermeranno: e quello che era un gruppo di outcast e di falliti scoprirà, anche grazie alla magia del teatro, i valori dell'amicizia e della solidarietà. È il primo lungometraggio di Branagh in cui il regista e sceneggiatore non recita, preferendo lasciare i riflettori a un variopinto gruppo di interpreti di provenienza perlopiù teatrale: Richard Briers è il fintamente cinico Harry (il re), John Sessions è l'omosessuale Terry (una Gertrude in drag), Julia Sawalha è la miope e combinaguai Nina (Ofelia), mentre Nicholas Farrell, Mark Hadfield e Gerard Horan interpretano tutti i restanti ruoli. Completano la troupe la sorella di Joe, Molly (Hetta Charnley), come assistente di scena, e la scenografa Fadge (Celia Imrie), sciroccata e nevrotica. Molti di questi attori (come Briers, Farrell e Maloney) compariranno proprio nell'adattamento cinematografico di "Amleto" che Branagh stava già preparando. Girato in bianco e nero, con dialoghi spigliati e un montaggio vivace, il film ha tutte le caratteristiche del cinema indipendente ma trasuda dell'amore del regista per il teatro (visto come una grande famiglia) e naturalmente per Shakespeare, verso i quali non risparmia ironie e frecciatine ma che alla resa dei conti si rivelano passioni irrinunciabili e perfetti antidoti alla depressione e all'infelicità ("Ne avevamo bisogno per nutrire l'anima e il cuore"). Peccato per un lieto fine un po' troppo scontato e zuccheroso, peraltro in linea con l'atmosfera natalizia. Il titolo originale non è un verso di Shakespeare, ma l'incipit di un poema natalizio di Christina Rossetti.

17 gennaio 2018

Sogno di una notte d'estate (G. Salvatores, 1983)

Sogno di una notte d'estate
di Gabriele Salvatores – Italia 1983
con Flavio Bucci, Gianna Nannini
*1/2

Visto in divx.

Il primo film di Salvatores è la versione filmata di uno spettacolo teatrale ispirato al "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, andato in scena al Teatro dell'Elfo di Milano (fondato dallo stesso Salvatores e per il quale il regista lavorò per tutta la parte iniziale della sua carriera, prima di dedicarsi definitivamente al cinema). Il mix fra sogno e realtà e quello fra musica e teatro funziona solo a tratti, e il risultato è parecchio grezzo e confuso, pur avendo il bardo dell'Avon come faro guida (e un'ambientazione fuori dal tempo, insieme fiabesca e contemporanea). Dei vari gruppi di personaggi, quelli più riusciti sono quelli "comici", ovvero la sgangherata compagnia di artigiani-teatranti (Renato Sarti, Elio De Capitani, Cristina Crippa, Luca Toracca, Doris von Thury) che si apprestano a mettere in scena una tragedia in occasione delle nozze dei ricchi Teseo (Alberto Lionello) e Ippolita (Erika Blanc). Meno interessante invece la sottotrama amorosa delle due coppie Lisandro (Luca Barbareschi)-Ermia (Augusta Gori) e Demetrio (Giuseppe Cederna)-Elena (Sabina Vannucchi), che si smontano e si rimontano durante la notte a causa delle magie del folletto Puck (Ferdinando Bruni), su istigazione del suo signore Oberon (Flavio Bucci). La regina Titania, che questi costringe a innamorarsi di un animale (ovvero del commediante Bottom, trasformato in mostro), è interpretata da Gianna Nannini, che si esprime soltanto cantando: il che fa tecnicamente del film un musical. E tutto sommato, i brani di Mauro Pagani (acustici e vagamente etnici) hanno un certo fascino. Nel complesso, un film bizzarro e diseguale, più teatrale che cinematografico (ci sono anche alcuni balletti, con dei passaggi che sembrano dei videoclip), immaturo ma con qualche spunto interessante, e un cast in cui si riconoscono molti volti noti (anche Alessandro Haber e Claudio Bisio). Girato (a parte alcune scene in strada a Milano) quasi tutto nel "Castellazzo" di Villa Arconati a Bollate.

16 agosto 2017

Enrico V (Kenneth Branagh, 1989)

Enrico V (Henry V)
di Kenneth Branagh – GB 1989
con Kenneth Branagh, Derek Jacobi
***1/2

Rivisto in divx.

Per il suo esordio come regista cinematografico, l'allora ventottenne Kenneth Branagh sceglie di portare sullo schermo l'Enrico V di Shakespeare, misurandosi con la versione che ne aveva dato Laurence Olivier (anch'egli contemporaneamente regista e interprete) nel 1944. La storia del giovane sovrano d'Inghilterra che invade la Francia per rivendicarne il trono e sconfigge i suoi nemici nella campale battaglia di Agincourt (non prima di aver pronunciato davanti ai propri uomini un celebre discorso che fungerà da impronta e da modello per tante situazioni simili, a teatro come al cinema) è raccontata con energia e passione, e soprattutto con uno stile chiaramente cinematografico (notevoli, in particolare, i debiti a Kurosawa) che va al di là delle limitazioni teatrali (anche se la fedeltà al testo di Shakespeare non viene mai posta in discussione: è mantenuto persino il personaggio del coro, narratore che si rivolge agli spettatori invocando la loro magnanimità per la "povertà" della messa in scena). Shakespeare aveva già introdotto il personaggio di Enrico V nel precedente "Enrico IV": qui, messosi alle spalle gli anni giovanili trascorsi in bagordi con Falstaff e gli amici delle osterie (alcuni dei quali hanno comunque un ruolo, per quanto marginale, nella storia), è diventato un re dall'animo nobile e giusto, oltre che profondamente religioso. Ma al di là della caratterizzazione dei personaggi, il vero clou del dramma (e del film) risiede nella campale battaglia di Agincourt, che Branagh illustra con grande vigore, portando la macchina da presa in mezzo al fragore della mischia, sporcandola (e sporcandosi) di fango e sangue, e facendo ampio uso di ralenti appunto kurosawiani. Anche la musica fa la sua parte: nella colonna sonora di Patrick Doyle, diretta da Simon Rattle, spicca il canto dei soldati mentre attraversano il campo a battaglia finita. Fra tanti piccoli episodi da ricordare (Enrico alle prese con tre traditori; i continui incontri con l'ambasciatore Montjoy; l'arroganza dei nobili francesi, convinti di vincere facilmente; le scenette con i tre popolani Nym, Bardolfo e Pistola, figure comiche trattate però con tragico realismo; Caterina di Valois che cerca di imparare l'inglese), i momenti più suggestivi sono rappresentati dal giro in incognito del re nel campo immerso nella nebbia, alla vigilia della battaglia, per tastare l'umore dei soldati; e naturalmente dal già citato discorso di Agincourt, che riesce a caricare a mille i soldati inglesi nonostante la stanchezza e la netta inferiorità numerica ("Noi pochi, noi felici pochi"), promettendo loro gloria nel giorno di San Crispino e San Crispiano. L'esito dello scontro cambierà il destino dei due paesi e dell'Europa intera. Nel ricco cast, tanti nomi noti: fra gli altri, Derek Jacobi (il coro), Emma Thompson (Caterina), Robbie Coltrane (Falstaff), Brian Blessed (Exeter), Ian Holm (Fluellen), Christopher Ravenscroft (l'araldo Montjoy), Paul Scofield (il re di Francia), Richard Briers (Bardolfo), Judi Dench (Miss Quickly) e persino un Christian Bale ancora bambino (il figlioletto di Falstaff). In italiano Kenneth Branagh è doppiato da un ottimo Tonino Accolla. Premio Oscar per i migliori costumi, nomination a Branagh come regista e attore. Nel prosieguo della sua carriera, il cineasta tornerà ripetutamente ad affidarsi all'amato Shakespeare (realizzando, fra i tanti, i magnifici "Molto rumore per nulla" e "Hamlet").

18 dicembre 2016

La stoffa dei sogni (G. Cabiddu, 2016)

La stoffa dei sogni
di Gianfranco Cabiddu – Italia 2016
con Sergio Rubini, Ennio Fantastichini
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Una furiosa tempesta fa naufragare su un'isola-prigione nel Mediterraneo (mai nominata, ma il film è stato girato all'Asinara) una piccola compagnia di attori teatrali, guidata da Oreste Campese (Rubini), fra i quali si nascondono però anche tre camorristi che erano destinati proprio a quella prigione. Per capire chi di loro è un vero attore e chi è un criminale, il direttore del carcere (Fantastichini) ordina al gruppo di mettere in scena una commedia. Con soli cinque giorni a disposizione per le prove prima che giunga il battello postale, il riluttante Oreste (costretto a reggere la corda ai camorristi, che minacciano sua moglie e sua figlia) organizzerà una riduzione in dialetto napoletano della "Tempesta" di Shakespeare: ma sull'isola la vita reale e la finzione si confondono, così come i ruoli di ogni personaggio... Liberamente ispirato a "L'arte della commedia" di Eduardo De Filippo (del quale viene usata anche la traduzione de "La tempesta"), un film gradevole nella prima metà, ma che perde progressivamente interesse quando il tema dei rimandi fra realtà e teatro comincia a farsi troppo scoperto. Una volta compreso che ogni personaggio della pellicola ha il suo contraltare in uno della commedia di Shakespeare (che non sempre è quello che lo interpreta sul palco: Prospero è in realtà il direttore del carcere, Calibano il pastore sardo, e così via), ci si accorge che il film non ha molto altro da raccontare, se non l'inflazionato tema del teatro e dell'arte che rende liberi anche i prigionieri. Belli comunque gli scenari naturali e incontaminati dell'isola, perfetto sfondo per una storia metaforica e tragicomica. L'omaggio a Eduardo è completato dal cameo di suo figlio Luca De Filippo (anche se il film è uscito nelle sale a fine 2016, è stato infatti girato nel 2015, prima della morte di Luca).

4 novembre 2016

Me and Orson Welles (R. Linklater, 2008)

Me and Orson Welles (id.)
di Richard Linklater – USA/GB 2008
con Zac Efron, Christian McKay, Claire Danes
**

Visto in divx, con Sabrina.

Nella New York del 1937, fra venti di guerra e musica jazz, il diciassettenne Richard Samuels (Efron), aspirante attore, entra a far parte della compagnia di Orson Welles (McKay) che sta per mettere in scena al Mercury Theatre una versione del "Giulio Cesare" di Shakespeare destinata a passare alla storia. Come tutti, Richard si scopre affascinato dalla genialità e dal carisma di Welles, che lo prenderà sotto la propria ala protettiva e gli insegnerà molte cose sull'arte e sulla vita. Ma il rapporto fra i due si incrinerà quando si troveranno a contendersi l'amore di Sonja (Danes), l'ambiziosa assistente di produzione. Dall'omonimo romanzo di Robert Kaplow, una ricostruzione (vista attraverso gli occhi di un personaggio giovane e curioso) di un breve ma fondamentale periodo della vita di Welles. Se il film è interessante nel rendere palpabile l'emozione, la tensione e l'entusiasmo del "dietro le quinte" di un'esperienza teatrale, nonché nel far percepire il fermento della Broadway di quegli anni (e ha l'indubbio merito di ricreare sullo schermo un allestimento, quello del celebre "Cesare" wellesiano con abiti fascisti, di cui non esistono riprese e non sono sopravvissuti che pochi disegni e alcune foto di scena), per il resto non è particolarmente coinvolgente quando racconta le dinamiche amorose dei personaggi, anche perché soffre – come capita spesso con Linklater – di un pizzico di pretenzioso intellettualismo. Buona comunque la ricostruzione storica e ambientale (il Mercury Theatre è stato riprodotto sull'Isola di Man). Nel cast, nei panni di attori e personaggi realmente esistiti, si riconoscono Ben Chaplin (George Coulouris), James Tupper (Joseph Cotten) ed Eddie Marsan (John Houseman). Zoe Kazan è la giovane scrittrice Greta Adler. Il personaggio di Zac Efron è ispirato a Arthur Anderson, che nella realtà continuò a collaborare con Welles a teatro e in radio anche dopo la prima del "Cesare". Se Richard è il protagonista, al centro della pellicola però rimane sempre l'ingombrante figura di Welles: geniale e arrogante, impulsivo e donnaiolo, mai a corto di idee o di trucchi magici, una sorta di Dio del teatro, della radio e della regia, interpretato da un McKay che ne aveva vestito i panni anche in alcune produzioni teatrali.

16 gennaio 2016

Macbeth (Justin Kurzel, 2015)

Macbeth (id.)
di Justin Kurzel – GB/Francia/USA 2015
con Michael Fassbender, Marion Cotillard
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Fra le tante tragedie di Shakespeare, il Macbeth è senza dubbio una delle più "cinematografiche", e dunque non sorprende che sia stata portata sullo schermo così tante volte e da molti maestri della settima arte (Welles, Kurosawa, Polanski...). Ci prova ora l'australiano Justin Kurzel, al suo secondo lungometraggio, aiutato da una fotografia cupa e saturata (di Adam Arkapaw) e dalle note di un'inquietante colonna sonora modernista composta da suo fratello Jed Kurzel. Il risultato ricorda a tratti certe opere di Nicolas Winding Refn (tipo "Valhalla Rising"), soprattutto sotto l'aspetto visivo, potente e stilizzato. Come nella versione di Polanski (alla quale in parte è debitore), i personaggi si muovono in una Scozia semi-barbarica, fra brughiere sferzate dal vento e dalla neve, impegnati in violente battaglie dove alla concretezza del sangue e del fango si affiancano atmosfere oniriche e spettrali, a simboleggiare l'esterno e l'interno dell'animo umano. Se scenari e costumi sono antichi e "reali", la regia trascende il tutto con squarci colorati, montaggio frammentato, ralenti o attenzione a dettagli e sfumature del corpo – e dunque dello spirito – dei personaggi. E alla fine, giusto sipario per una storia tanto truce e sanguinolenta, il rosso ammanta tutto, colorando il cielo e gli scenari delle highland scozzesi. Il testo di Shakespeare, accorciato per motivi cinematografici, è recitato con intensità cupa e solenne da attori assolutamente in parte, con il tormentato Fassbender su tutti (mi ha convinto un po' meno, a dire il vero, la Lady Macbeth interpretata da Marion Cotillard). Paddy Considine è Banquo, Sean Harris è Macduff, David Thewlis è re Duncan. Fra le trovate che aggiungono qualcosa, il ruolo fondamentale del figlio dei coniugi Macbeth (morto prima che la storia inizi), la cui assenza è una delle cause che scatenano la follia e la crudeltà dei due personaggi: non a caso il film si conclude con l'immagine di un altro bambino. Quanto alla foresta di Birnam, a marciare verso il castello di Dunsinane non sono le frasche vere e proprie, ma le particelle degli alberi ridotti in cenere dal fuoco e trasportate dal vento.

26 dicembre 2015

Capriccio all'italiana (Monicelli, Steno, Pasolini, et al., 1968)

Capriccio all'italiana
di Mario Monicelli, Steno, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi – Italia 1968
con Totò, Walter Chiari, Silvana Mangano
**

Visto in divx.

Come e ancor più che nei precedenti film ad episodi ai quali aveva contribuito (ovvero "Ro.Go.Pa.G.", con il segmento "La ricotta", e "Le streghe", con "La terra vista dalla luna"), in questo lungometraggio collettivo Pasolini svetta sui suoi colleghi con l'episodio non solo migliore del lotto, ma anche l'unico che francamente vale la pena di vedere: e non solo per meriti artistici, ma anche perché si tratta dell'ultima apparizione sul grande schermo di Totò, che sarebbe scomparso di lì a poco, senza nemmeno aver visto il film completato. Il corto di Pasolini, una poetica riflessione sul teatro (a partire da una recita dell'Otello di Shakespeare con le marionette), coinvolge tanti nomi celebri dello spettacolo e della comicità italiana (oltre al principe De Curtis, anche Domenico Modugno, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Laura Betti e altri ancora). Per il resto, da salvare solo in parte gli episodi di Steno (anche questo con Totò) e di Bolognini con Walter Chiari e Ira Fürstenberg, se non altro per curiosità legate a fenomeni sociali allora in voga, in primis la moda dei "capelloni", i ragazzi beat che impazzavano negli anni '60. Gli altri tre episodi (interpretati – come ne "Le streghe" – da una multiforme Silvana Mangano, che il marito-produttore Dino De Laurentiis amava infilare un po' ovunque) sono brevissimi e da dimenticare: nient'altro che barzellette poco divertenti.

"La bambinaia", di Mario Monicelli (*), con Silvana Mangano
Dopo aver rimproverato un gruppo di bambini che stavano leggendo fumetti violenti e "diseducativi" (Diabolik, Satanik, Kriminal), una bambinaia – che parla con forte accento tedesco – legge loro le fiabe di Perrault: ma i piccoli, spaventati e impauriti, piangono (mentre con i fumetti ridevano).

"Il mostro della domenica", di Steno (*1/2), con Totò e Ugo D'Alessio
Un uomo che disprezza i giovani capelloni si traveste in varie maniere per adescarli e sequestrarli. Soprannominato "Il mostro" dai giornali, viene infine arrestato dalla polizia. Ma quando scopre che si limitava a rapare a zero i giovani, il commissario lo lascia libero, incaricandolo anzi di tagliare i capelli anche al proprio figlio. Da salvare soltanto per Totò e i suoi travestimenti.

"Perché?", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano ed Enzo Marignani
Nel traffico di rientro in città dopo l'esodo di fine settimana, una donna tormenta il marito affinché vada più veloce, spingendolo infine ad aggredire un altro automobilista.

"Che cosa sono le nuvole?", di Pier Paolo Pasolini (***1/2),
con Totò e Ninetto Davoli
Una compagnia di marionette porta in scena l'"Otello". Ma il pubblico in sala si ribella contro le perfidie di Iago, e sale sul palco per aggredire lui e lo stesso Otello prima che uccida Desdemona. Le due marionette, malridotte, verranno gettate in una discarica, dove per la prima volta potranno guardare il cielo sopra di loro: "Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato!". Radunando amici (il poeta Francesco Leonetti, nel ruolo del marionettista; il cantante Domenico Modugno, l'immondezzaio, che intona una canzone scritta dallo stesso Pasolini) e celebri comici italiani (Franco e Ciccio, Carlo Pisacane, Mario Cipriani, Laura Betti, Adriana Asti), oltre all'ormai collaudata coppia Totò/Ninetto Davoli, il regista mette in scena una poetica riflessione sull'arte e la vita ("Siamo in un sogno dentro un sogno", spiega Totò a un perplesso Ninetto). Se sul palcoscenico le marionette – legate ai fili e manovrate dal burattinaio – recitano il loro copione, dietro le quinte le vediamo "libere" di riflettere, commentare e filosofeggiare sull'esistenza, i sentimenti e il destino ("Qual è la verità?", "Cosa sento dentro di me?"). Otello (Davoli), essendo stato costruito da poco e quindi appena nato, è pieno di curiosità e di stupore: chiede il perché di ogni cosa (sarà lui nel finale a esprimere la domanda che dà il titolo all'episodio), mentre Iago (un Totò dal volto colorato di verde, simbolo dell'invidia e dell'odio) è "cattivo" solo mentre recita la sua parte: per il resto elargisce con paterna comprensione massime di saggezza. All'inizio, i cartelloni che pubblicizzano gli spettacoli della compagnia di marionette fanno riferimento a lavori precedenti ("La terra vista dalla luna") e futuri ma mai realizzati ("Le avventure del re magio randagio", "Mandolini") di Pasolini con la coppia Totò-Ninetto, tutti tasselli di un ciclo "comico", parallelo al resto della sua filmografia, che era cominciato con "Uccellacci e uccellini" e termina purtroppo qui, prematuramente, a causa della morte del comico partenopeo. Il regista (che contemporaneamente stava già lavorando all'adattamento cinematografico di "Edipo Re") virerà per alcuni anni in un'altra direzione (quella delle tragedie greche e dei ritratti dei paesi del Terzo Mondo), per poi riprendere il progetto in mano – con l'intento di reclutare Eduardo De Filippo al posto di Totò – negli ultimi mesi prima della sua morte.

"Viaggio di lavoro", di Pino Zac e Franco Rossi (*), con Silvana Mangano
La sovrana di uno stato europeo, durante un viaggio in vari paesi dell'Africa, scatena un incidente diplomatico quando confonde uno stato per un altro. Parzialmente in animazione.

"La gelosa", di Mauro Bolognini (*1/2), con Ira Fürstenberg e Walter Chiari
Dopo una serata trascorsa a ballare, una ricca coppia litiga, con lui che la rimprovera di essere troppo gelosa. I due fanno un patto: cercheranno di avere fiducia l'uno dell'altro, senza farsi domande. Ma quando lo vede uscire vestito di tutto punto, la donna lo pedina fino a un appartamento, dove lo scopre in mutande... Si trattava però solo di una sartoria.

25 settembre 2015

Tanna (M. Butler, B. Dean, 2015)

Tanna (id.)
di Martin Butler e Bentley Dean – Australia/Vanuatu 2015
con Mungau Dain, Marie Wawa
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

"Giulietta e Romeo" in salsa Vanuatu e antropologica. Ambientato sull'isola vulcanica di Tanna, nell'arcipelago del Pacifico, racconta una storia avvenuta nel 1987 all'interno di una tribù Yakel, popolazioni indigene che hanno scelto di vivere secondo le usanze Kastom (da "Custom"), ossia le leggi tradizionali che precedono l'arrivo delle potenze coloniali. Abitando in mezzo alla natura e rifuggendo dalle tentazioni dell'Occidente (tecnologia, soldi, cristianità), i popoli Yakel seguono leggi rigide e antichissime, fra cui spicca quella del matrimonio combinato. Ma quando la giovane Wawa viene promessa in sposa a un membro di una belligerante tribù rivale, la ragazza preferisce fuggire insieme a Dain, l'uomo che ama. Braccati da entrambe le tribù, i due innamorati non avranno altra via di fuga che il suicidio: e l'evento spingerà tutti gli abitanti dell'isola ad integrare nella loro Kastom anche il matrimonio d'amore. I due registi realizzano di solito documentari, ma qui scelgono la via del film di finzione. I paesaggi, con i loro colori accesi (il verde della vegetazione, l'azzurro del mare, il rosso e il nero del vulcano attivo), dominano ogni inquadratura, mentre i personaggi, con la loro vitalità (si pensi a Selin, la sorellina di Wawa, che corre da ogni parte scatenata e irrefrenabile ed è di fatto la principale testimone della tragedia; ma anche al vecchio sciamano, ai genitori, alla nonna, e a tutti gli altri abitanti del villaggio) fanno da contorno a una storia che assume sempre più intensità man mano che procede. Non mancano momenti di straniante comicità, come quando il nonno spiega a Wawa che "anche la regina Elisabetta e il principe Filippo si sono sposati con un matrimonio combinato", o quando i due innamorati in fuga si avvicinano all'insediamento dei cristiani; ma dopo aver assistito alle loro stravaganti cerimonie, preferiscono andare a vivere nella foresta.

29 giugno 2015

Amleto si mette in affari (Aki Kaurismäki, 1987)

Amleto si mette in affari (Hamlet liikemaailmassa)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1987
con Pirkka-Pekka Petelius, Esko Salminen
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La vicenda di Amleto, ambientata ai giorni nostri e girata come se si trattasse di un film noir. Il protagonista (Petelius) è qui il figlio del presidente di una grande azienda, che viene assassinato dal socio in affari Klaus (Salminen), amante di sua moglie Gertrud (Elina Salo). Quando Amleto riceve dal fantasma del padre l'ordine di vendicarlo, ne seguirà un bagno di sangue. La trama si snoda fedelmente come nella tragedia di Shakespeare, di cui riprende anche diverse battute (nella lettera che Amleto scrive ad Ofelia, o nei suoi discorsi da "pazzo"; curiosamente, invece, è assente il monologo "Essere o non essere"): ma nel finale c'è un notevole colpo di scena, che cambia completamente il significato dell'opera originale, non senza una certa irriverenza. E dunque, più che i temi shakespeariani, ad emergere in primo piano sono il cinismo e l'ironia con cui Kaurismäki ritrae il mondo dell'industria e degli affari. In un certo senso il regista finlandese rifà quello che aveva fatto con "Delitto e castigo" di Dostoevsky, attualizzando un testo classico e adattandolo non solo al suo cinema (personaggi laconici, atmosfere da anni cinquanta) ma anche allo scenario contemporaneo, con la contrapposizione fra imprenditori capitalisti (la famiglia di Amleto) e lavoratori proletari (il suo autista, che lavora sotto copertura per il sindacato). L'atmosfera noir, che ben contestualizza la "resa dei conti" familiare a colpi di pistola, è resa dalla fotografia in bianco e nero, dall'illuminazione a bassa intensità (che mette in risalto alcuni particolari, come la camicia bianca del padre di Amleto che ne fa un fantasma ancora prima della morte), dalla colonna sonora (che fonde musica sinfonica – Shostakovich e Ciajkovskij – e blues – Elmore Jones), dai titoli di testa e dai cartelli che punteggiano la pellicola. Non mancano i consueti tocchi di straniante umorismo, con Klaus vorrebbe ridurre le attività diversificate del gruppo, chiudendo i cantieri navali e le segherie per tuffarsi nell'industria delle paperelle di gomma (!), e le battute sarcastiche sulle rivalità scandinave ("Direte che state viaggiando per divertimento" – "In Norvegia?"). Kati Outinen è un'Ofelia arrampicatrice sociale (bella la scena del suo suicidio nella vasca da bagno, con tanto di paperella di gomma), Kari Väänänen è un umiliato Lauri/Laerte, che muore con la testa dentro una radio; Puntti Valtonen e Mari Rantasila sono l'autista Simo e la cameriera Helena; per il fido Matti Pellonpää, invece, solo un cameo come guardiano notturno.

31 marzo 2015

Amleto (Grigori Kozintsev, 1964)

Amleto (Hamlet)
di Grigori Kozintsev – URSS 1964
con Innokenti Smoktunovski, Anastasija Vertinskaya
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Al fianco delle versioni dirette e interpretate da Laurence Olivier e Kenneth Branagh, quello di Kozintsev è forse il più celebrato adattamento cinematografico dell'Amleto di Shakespeare. Epico e solenne, impreziosito da una regia ariosa e panoramica e da una cupa fotografia in bianco e nero, può contare su diversi punti di forza, a partire dalla suggestiva colonna sonora di Dmitri Shostakovich che accompagna le parole e le immagini. La traduzione del testo in russo è quella di Boris Pasternak, ma Kozintsev ne ha tagliato alcune scene, accorciando la tragedia (che in originale dura quattro ore) a circa due ore e venti. A differenza di Olivier, che aveva preferito concentrarsi sui dilemmi personali, morali e filosofici di Amleto, il regista sovietico (che aveva già curato un allestimento teatrale della tragedia a Leningrado dieci anni prima) ne mantiene invece tutto il contenuto "politico", lasciando al centro dell'azione i complotti e le manovre del re e di Amleto stesso. La messinscena è classica, con personaggi in costumi d'epoca che si muovono in un castello di Elsinor (ricostruto in Estonia) vero e proprio protagonista dell'azione, il cui ruolo come "prigione" è enfatizzato e i cui spazi e i cui cortili sono esplorati da una macchina da presa in frequente movimento e attraverso riprese lunghe ed estese delle sale ampie ed affrescate, le robuste mura, il terrapieno, le brughiere circostanti e il mare (la fortezza sorge infatti nei pressi di una scogliera: il monologo "Essere o non essere" è recitato da Amleto proprio sulla spiaggia, fra gli scogli sferzati dalle onde). Numerose le scene da antologia: su tutte, citerei l'inquietante apparizione del fantasma del padre di Amleto sulle mura del castello (a tratti sembra uno dei cavalieri neri de "Il signore degli anelli"!), con tanto di cavalli spaventati; la rappresentazione teatrale degli attori al cospetto del re e della regina, all'esterno, davanti alle porte del castello; e tutta la scena della pazzia di Ofelia, che danza come una bambola (e che poi ritroviamo immersa nell'acqua, come nel quadro di John Everett Millais). Se l'aspetto visivo della pellicola è preponderante, non meno importanti sono i contenuti, che la narrazione mantiene in profonda coerenza con lo stile. I numerosissimi pensieri interni di Amleto sono veicolati attraverso una voce in sovraimpressione, alla Resnais, sul volto impenetrabile di Innokenti Smoktunovski, che fonde riservatezza e intensità nervosa, mentre gli altri personaggi gli ruotano attorno, interagendo con lui in una serie di entrate/uscite tipiche del palcoscenico. Molti degli attori (a partire dal protagonista) provenivano dal teatro anziché dal cinema. Oltre ai nobili abitanti del castello, sullo sfondo si intravedono a tratti contadini e paesani, che occasionalmente salgono in primo piano (come nella scena dello scavafossi e del teschio di Yorick, preludio al funerale di Ofelia). Grazie anche a queste punte di "neorealismo sovietico", ne risulta un dramma concreto e filosofico al tempo stesso, perfetta fusione fra le due anime – il realismo storico del fatto di sangue e la metafora psicanalitica che ne sottende – della tragedia shakespeariana.

24 settembre 2014

The humbling (Barry Levinson, 2014)

The humbling
di Barry Levinson – USA 2014
con Al Pacino, Greta Gerwig
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

L'attore Simon Axler (un enorme Al Pacino), vecchia gloria del teatro, è in crisi e tenta il suicidio gettandosi dal palcoscenico durante una recita. Ricoverato per un mese in una clinica per curare la depressione, ne esce più confuso di prima. Ma l'ingresso nella sua vita di una giovane ragazza lesbica, figlia di una vecchia amica, sembra poter cambiare qualcosa. Tratto dal romanzo "L'umiliazione" di Philip Roth, un film che affronta con ironia e sarcasmo il tema della vecchiaia e della confusione fra realtà e finzione, visto che per il protagonista è difficile smettere di recitare anche nella vita reale. La vecchiaia che incombe (gli unici ruoli che gli propongono sono quelli di testimonial in uno spot contro la caduta dei capelli), la perdita di memoria (diventa sempre più difficile ricordare le battute), i sogni e le allucinazioni, i ricordi del passato che si confondono con il presente, sono tutti segnali di un crollo fisico e mentale al quale non riesce a porre fine nemmeno l'arrivo in casa sua di Pegeen (Greta Gerwig), figlia di una vecchia amica e collega (Dianne Wiest), con cui imbastisce – o si illude di farlo – una strana relazione. E nel frattempo la sua vita, un tempo così isolata e reclusiva, si riempie di personaggi strani e bizzarri (da Priscilla, l'ex fidanzata di Pegeen che ora ha cambiato sesso, a Sybil, una fan sciroccata che vorrebbe convincerlo ad assassinare suo marito). Con una regia che si sofferma a lungo sui volti e sulle espressioni dei personaggi, Levinson punta tutte le sue carte sulla grandissima prova attoriale di Pacino; e fa bene, perché ne esce vincitore nonostante una sceneggiatura che finisce per chiudersi e incartocciarsi un po' su sé stessa. Fra i tanti tocchi satirici, da ricordare lo psichiatra che conduce le sedute via Skype. E nel finale c'è tanto Shakespeare, con paralleli espliciti fra il protagonista e "Re Lear" (il dramma con cui Simon torna a calcare il palcoscenico).

30 aprile 2014

Ran (Akira Kurosawa, 1985)

Ran (id.)
di Akira Kurosawa – Giappone/Francia 1985
con Tatsuya Nakadai, Mieko Harada
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Giappone, sedicesimo secolo. Giunto in tarda età, il potente signore della guerra Hidetora sente il desiderio di ritirarsi a vita privata e decide di lasciare il proprio regno, ormai in pace, ai tre figli. Il comando del clan degli Ichimonji passa così nelle mani del primogenito Taro, mentre agli altri due eredi, Jiro e Saburo, vengono assegnati altri castelli e territori. Ben presto però, nonostante le raccomandazioni del patriarca di sostenersi a vicenda, nascono rancori, invidie e tradimenti. E la sete di potere e le lotte intestine portano i tre eserciti alla guerra e il clan alla rovina. Il secondo (dopo "Kagemusha") dei grandiosi film epici del tardo Kurosawa è una spettacolare cronaca della dissoluzione di un impero a causa dell'orgoglio, della follia e della vendetta, nonché una superba rilettura in chiave nipponica del "Re Lear" di William Shakespeare (con le tre figlie di Lear che diventano figli maschi). Il regista si è anche ispirato al personaggio storico di Mori Monotari, daimyo dell'epoca Sengoku che divise il proprio regno fra i suoi eredi (a lui è attribuita la parabola delle tre frecce che, se unite, non possono essere spezzate). Nella realtà i figli di Mori collaborarono fra di loro per difendere il clan: Kurosawa si chiese cosa sarebbe accaduto se invece si fossero battuti l'uno contro l'altro, e da questa riflessione è nato il punto di partenza del film. Come in una fiaba, al terzo figlio – il più piccolo e il preferito – spetta il ruolo del "buono": è lui che, parlando con sfrontata sincerità, mette in guardia il padre dalle possibili conseguenze delle sue azioni, con il risultato di farsi ripudiare, mentre i servili Taro e Jiro, che tanto si mostrano (a parole) affezionati e accondiscendenti con il genitore, sono poi subito pronti a cacciarlo dai propri castelli e addirittura a muovere guerra contro di lui, figura ormai "scomoda", anche se priva di poteri, e da eliminare.

Le scene dell'assalto delle truppe congiunte di Taro e Jiro contro la fortezza in cui si è rifugiato Hidetora, che scorrono mute sullo schermo, accompagnate soltanto dall'eccezionale colonna sonora (di impronta quasi mahleriana) di Toru Takemitsu, rappresentano uno dei vertici figurativi dell'intera filmografia di Kurosawa (e non è dir poco!). Se c'è un film che meriterebbe di essere visto sul grande schermo, è questo. Fenomentale la fotografia e straordinario – ma non è una novità – anche l'uso del colore, un aspetto che Kurosawa curava particolarmente (come dimostrano gli storyboard da lui dipinti di persona per la pellicola). Come in "Kagemusha", ogni armata è caratterizzata da una cromaticità distinta: giallo per i soldati di Taro, rosso per quelli di Jiro, azzurro per quelli di Saburo (le stesse tinte degli abiti indossati dai tre nella scena di apertura), mentre il bianco (la somma dei tre colori primari) è riservato a Hidetora e il nero ai daimyo rivali Ayabe e Fujimaki, presso cui si rifugia Saburo dopo essere stato ripudiato. Se per gran parte del film a fare da sfondo alle vicende ci sono le tinte "vive" della natura (il verde dei prati e delle colline, il blu del cielo), durante la succitata battaglia sembra invece che lo scenario – il castello avvolto dalla nebbia e dai fumi, e illuminato dalla Luna piena – sia dipinto in un pallido bianco e nero, facendo risultare ancora di più le cromie dei vessilli al vento e soprattutto il rosso del sangue che sgorga copioso dai cadaveri. E allo stesso modo, il terreno nero e bruciato attorno alla fortezza distrutta dove Hidetora si rifugia dopo la sconfitta, ormai in preda alla pazzia, riflette la desolazione del suo animo e il nichilismo di fondo della pellicola. Fondamentali, al riguardo, le location: la maggior parte delle scene furono girate alle pendici del Monte Aso, il più largo vulcano attivo del Giappone, oppure presso il Monte Fuji, mentre i castelli sono quelli celebri di Kumamoto e di Himeji (e quello diroccato di Azusa).

Coprodotto dal francese Serge Silberman, già finanziatore di Luis Buñuel, il film richiese oltre due anni di lavoro e alla sua uscita – con dodici milioni di dollari – segnò il record come pellicola giapponese più costosa di sempre. La sontuosità della messa in scena, le scene di battaglia con centinaia di cavalli e di vessilli, i magnifici costumi (per i quali la costumista Emi Wada vinse l'Oscar, anche se pare che Kurosawa stesso contribuì a disegnare abiti e armature) non fanno però mai passare in secondo piano la sceneggiatura, leggibile su vari livelli, e l'ottima direzione degli attori. Scritto avendo Toshiro Mifune in mente, il ruolo di Hidetora è affidato a Tatsuya Nakadai (già protagonista di "Kagemusha"), opportunamente invecchiato con un pesante trucco che lo trasforma in una vera e propria "maschera", a volte persino spettrale. Anche il suo stile di recitazione, secco e astratto ma tuttavia emotivamente espressivo, si ispira agli stilemi del teatro Noh ed enfatizza la natura passionale e primordiale di un personaggio che, strano a dirsi, è stato descritto da Kurosawa come autobiografico ("Hidetora sono io", avrebbe dichiarato l'Imperatore). In effetti "Ran" può essere considerato come il capitolo finale di un periodo di vent'anni (cominciato con "Barbarossa" nel 1965) in cui il regista ha dovuto fare i conti con l'ostracismo dei produttori, con "l'esilio" (fu costretto a cercare finanziamenti all'estero, andò a girare un film in Russia) e perino con la morte (il tentativo di suicidio nel 1971), mentre molti giovani registi della nuova generazione lo davano pubblicamente per "finito". Non stupisce dunque che la pellicola abbia un tono di fondo decisamente pessimista (il titolo stesso, che significa "rivolta" o "ribellione", può essere letto come "caos"). E rispetto a "Kagemusha", che si concentrava di più sulle vicende del personaggio principale, il dramma è stavolta più universale, e da Hidetora si allarga all'umanità intera, come suggerisce l'invettiva finale di Tango: "Non piangere, il mondo è fatto così. Gli uomini cercano il dolore, non la gioia. Preferiscono la sofferenza alla pace. Guardali, questi stupidi esseri umani, che si battono per il dolore, si esaltano per la sofferenza e si compiacciono dell'assassinio!".

Hidetora, nella sua commistione fra Re Lear e Mori Monotari, è comunque un personaggio assai stratificato e direi più complesso di entrambi. Rispetto al sovrano shakesperiano, infatti, Kurosawa gli dona un passato non privo di ombre e di lati oscuri, in qualche modo "giustificando" la sua sofferenza e la sua pazzia, che sembrano punire non solo il suo orgoglio e la sua ostinazione, ma anche le molte "imprese" di gioventù, quando forse non si sarà comportato in maniera tanto diversa dai figli. Se all'inizio del film il suo regno ci appare idilliaco e unificato, nel corso della pellicola scopriamo quanto dolore e quanta violenza abbia sparso per giungere fin lì, distruggendo senza pietà i clan rivali e piantando egli stesso i semi della sua futura rovina (è il desiderio di vendetta che spingerà la moglie di Taro, Kaede, la cui famiglia è stata sterminata da Hidetora, a mettere uno contro l'altro i membri del clan Ichimonji). Forse dunque è anche per i sensi di colpa, e non solo per il tradimento da parte dei figli, che il vegliardo imbocca la strada della pazzia. A ricordargli le sue malefatte ci sono soprattutto Sue, la moglie del secondo figlio Jiro, e suo fratello Tsurumaru, il cieco suonatore di flauto, anch'essi discendenti di una delle famiglie che Hidetora ha sterminato e che a differenza di Kaede scelgono la via del perdono. Un'altra fonte di sensi di colpa per Hidetora è data dalla sua decisione di cacciare il terzogenito Saburo, del quale per testardaggine e vanità ha rifiutato i consigli, allontanando da sé l'unico di cui avrebbe potuto fidarsi (e proprio quello che, per sua stessa ammissione, prima di allora era il figlio preferito). Quanto al cieco Tsurumaru, proprio a lui è riservata l'ultima e significativa inquadratura del film, che ce lo mostra solo, senza guida (la sorella è stata uccisa, e persino la pergamena con l'effige di Amida Buddha – che avrebbe dovuto proteggerlo – è andata perduta) sul ciglio di un precipizio: una metafora dell'umanità allo sbando, che la guerra ha portato sull'orlo della distruzione e che nemmeno Dio può salvare.

Kaede (interpretata da una straordinaria Mieko Harada), con la sua fredda crudeltà e le sue astute macchinazioni, è quasi una parente di Lady Macbeth. A differenza di quest'ultima, però, non è mossa da avidità o sete di potere bensì da un esplicito e comprensibile desiderio di vendetta. Interessante, a questo proposito, un parallelo con Sue: entrambe principesse la cui famiglia fu distrutta da Hidetora e il cui regno fu annesso a quello degli Ichimonji, sono state costrette a sposarne un figlio e a vivere nello stesso castello che un tempo era di loro proprietà. Ma se Kaede ha sempre bramato vendetta, Sue ha invece scelto la via del perdono e ha abbracciato la religione: forse anche per questo Kaede non può tollerare che sopravviva e ne chiede la testa: Sue le ricorda l'esistenza di una via alternativa, una via che lei assolutamente non intende percorrere. Fra le scene migliori del film c'è senza dubbio quella in cui Kaede fronteggia Jiro, che ha appena preso il posto di suo marito Taro, minacciandolo con un coltello e rivelandogli i propri propositi, appena prima di sedurlo e di trasformarlo nel suo nuovo burattino. Non meno caratterizzati, e anch'essi tasselli fondamentali dell'affresco generale, sono altre figure "minori". Per esempio Kurogane (Hisashi Igawa), il braccio destro di Jiro: astuto, orgoglioso, capace di criticare apertamente il proprio padrone (a fin di bene) e protagonista di indimenticabili schermaglie con Kaede (la scena in cui, incaricato da lei di uccidere Sue, le porta invece la testa di una statua di volpe – animale che nel folklore giapponese ha connotazioni soprannaturali, in grado di mutarsi in essere umano, di solito in donna, per condurre gli uomini alla rovina – fonde in maniera sublime ironia e dramma). E ancora Tango (Masayuki Yui), il vassallo più fedele di Hidetora e a sua volta scacciato – come Saburo – per esser stato troppo sincero, che segue il suo anziano padrone a distanza ed è l'unico a soccorrerlo nel momento del bisogno.

E naturalmente c'è poi il "buffone" Kyoami, personaggio che può forse sembrare fuori luogo in un setting solenne e austero come quello nipponico del sedicesimo secolo, ma presente nell'opera di Shakespeare e comunque assai kurosawiano (ci ricorda, per esempio, l'Enoken de "Gli uomini che camminano sulla coda della tigre"). Rimane lui, alla fine, l'ultimo compagno del vecchio Hidetora sconfitto, tradito, abbandonato da tutti e in preda alla follia. "Un tempo il pazzo ero io, ora è lui", commenta Kyoami, per poi ribadire il concetto "Il mondo è pazzo! Siate folli per essere saggi!". Come dimenticare quando danza per prendersi gioco di Taro, o quando intreccia un elmo di erba e di fiori per Hidetora? Curiose anche le sue fattezze, che a tratti sembrano quasi femminili e che gli donano un aspetto androgino così distante dalla virilità e dalla solennità delle altri figure maschili della pellicola (se la si guarda in lingua originale, poi, anche il diverso tono della voce spicca particolarmente). Kyoami è interpretato dal comico Shinnosuke "Peter" Ikehata (già protagonista de "Il funerale delle rose"), mentre un altro comico (Hitoshi Ueki) è scritturato per il ruolo del daimyo rivale (ma alleato di Saburo) Fujimaki. Di fronte a questi personaggi passano quasi in secondo piano, come pedine essenziali per lo sviluppo della vicenda ma caratterizzati in maniera più schematica, i tre figli di Hidetora: Taro (Akira Terao), Jiro (Jinpachi Nezu, quello cui forse è concesso maggior approfondimento) e Saburo (Daisuke Ryu), calati in un gioco delle parti che lascia loro poco spazio per brillare come figure a tutto tondo (con la parziale eccezione di Jiro, cui è dedicato più tempo sullo schermo e maggiori possibilità di interazione con gli altri comprimari). In chiusura, giusto il tempo di ricordare che, come in "Kagemusha", Ishiro Honda (il regista di "Godzilla") ha collaborato dirigendo la seconda unità. E di chiedermi se la sequenza iniziale, con la caccia al cinghiale dei cavalieri fra le colline verdi, possa aver ispirato Hayao Miyazaki per le immagini analoghe presenti ne "La principessa Mononoke" (il più kurosawiano, in effetti, dei film dello Studio Ghibli).

27 febbraio 2014

Macbeth (Roman Polanski, 1971)

Macbeth (id.)
di Roman Polanski – GB/USA 1971
con Jon Finch, Francesca Annis
***

Rivisto in DVD.

Il guerriero scozzese Macbeth, al quale tre streghe hanno preannunciato l'ascesa al trono, si impegna per far avverare la profezia, rendendosi colpevole di efferati delitti. Ciò che più colpisce in questo adattamento della tragedia shakesperiana è la concretezza palpabile della messa in scena, del tutto priva di quella "artificialità" tipica del palcoscenico e anche di tante versioni cinematografiche di opere teatrali. Merito soprattutto dell'ambientazione quasi barbarica voluta da Polanski e delle sue location "povere" ma di grande qualità visiva: le highlands battute dal vento, le brughiere desolate, i castelli rocciosi, i cortili, la terra e la pietra, dove si snoda una una vicenda archetipica e ancestrale di ambizione, tradimento e di morte. E poi c'è la violenza: il sangue copioso sullo schermo, con teste mozzate, carneficine e un tono cruento, cupo e opprimente che molti critici hanno collegato direttamente allo stato d'animo del regista (si trattava del primo film girato dopo il massacro della moglie Sharon Tate da parte di Charles Manson: significativa, al riguardo, l'intensità emotiva della scena in cui gli sgherri di Macbeth trucidano la moglie e il figlio di Macduff). Polanski riesce anche ad evitare le "trappole" del confronto con le grandi versioni cinematografiche che l'avevano preceduto (quelle di Welles e di Kurosawa), realizzando un film che vive di vita propria. Pur non sacrificando la fedeltà al testo di partenza, l'adattamento (opera del regista stesso, in collaborazione con il critico teatrale Kenneth Tynan) utilizza le immagini per costruire qualcosa di nuovo e dare ulteriore e ambiguo significato ad alcuni personaggi minori: si pensi a Ross, sviluppato ben oltre il suo ruolo originario e trasformato in un machiavellico opportunista; o a Donalbain, il figlio minore di Re Duncan, che nel finale si reca presso l'antro delle streghe, come a suggerire che il ciclo della violenza non avrà mai fine. Tutto questo senza però aggiungere ulteriori battute a quelle previste da Shakespeare, le cui parole risuonano sullo schermo con alternanza fra il parlato e il pensato (i soliloqui sono rappresentati, in maniera assai naturalistica, con la voce fuori campo), sostenute dalle recitazioni intense e credibili di un cast di attori in gran parte britannici: oltre a Jon Finch nel ruolo di Macbeth e a Francesca Annis in quello di sua moglie, ci sono Martin Shaw (Banquo), Terence Bayler (Macduff), John Stride (Ross) e Nicholas Selby (Duncan). Degna di nota anche la colonna sonora, firmata dal gruppo progressive Third Ear Band. Il film fu prodotto da Hugh Hefner (sì, quello di "Playboy"!), dopo che tutte le major hollywoodiane avevano rifiutato di finanziarlo.

4 febbraio 2012

Prima della rivoluzione (B. Bertolucci, 1964)

Prima della rivoluzione
di Bernardo Bertolucci – Italia 1964
con Francesco Barilli, Adriana Asti
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Visto in divx, con Marisa.

Ambientato a Parma all’inizio degli anni sessanta, il secondo lungometraggio di Bertolucci – all’epoca ventitrenne – è il suo primo film veramente “personale” (la pellicola precedente, “La commare secca”, era ancora troppo pasoliniana): non solo perché si svolge nella sua terra, ma anche e soprattutto perché fonde e mescola – come accadrà in tutta la filmografia successiva del regista emiliano – il tema dell’impegno e dell’ideologia politica con quello dell’esistenzialismo, del cambiamento, dei sentimenti e delle relazioni personali e individuali. Il titolo proviene da una citazione di Tayllerand: “Chi non ha conosciuto la vita prima della rivoluzione non sa cos’è la dolcezza del vivere”. Il giovane Fabrizio (Francesco Barilli), di famiglia borghese ma di idee comuniste, vive la contraddizione di far parte di una comunità dove persino i proletari aspirano a integrarsi nel sistema anziché, come un tempo, a "rompere le catene". Scosso dalla morte improvvisa dell’amico Agostino, annegato nel Po, si innamora della sua giovane zia Gina (Adriana Asti), con la quale stringe un’intensa e segreta relazione. Anche la donna è in fuga (da sé stessa, da Milano) e in cerca di qualcosa che non riesce ad afferrare (scopriremo più avanti che è in cura da uno psicanalista, probabilmente Cesare Musatti, con cui proprio la Asti era in analisi: “lei ha la febbre dei nervi, io la febbre del presente”, dirà il ragazzo) ma la sua storia "rivoluzionaria" con il nipote non è destinata a durare. Quando Fabrizio si renderà conto che è impossibile conciliare le idee che gli stanno a cuore con il tessuto sociale in cui vive, abbandonerà l’impegno politico e tornerà nell’alveo della “normalità", accettando di sposare la ragazza cattolica e di buona famiglia che fin dall’inizio gli era stata predestinata (“Per me l'ideologia è stata una vacanza, una villeggiatura. Credevo di vivere gli anni della rivoluzione, e invece vivevo gli anni prima della rivoluzione”). Oltre che per i contenuti (che per certi versi sembrano anticipare le inquietudini de "I pugni in tasca" di Bellocchio), il film si differenzia da Pasolini anche per lo stile, chiaramente debitore verso i maestri della nouvelle vague: debito che viene riconosciuto nella scena in cui l’amico cinefilo di Fabrizio (interpretato da Gianni Amico, co-sceneggiatore del film) afferma – dopo aver visto “La donna è donna” di Godard – che “lo stile è un fatto morale” (e che “non si può vivere senza Rossellini”). Un altro omaggio metacinematografico è dato dalla sequenza della "camera ottica", dove il mondo esterno è osservato attraverso il riflesso in uno specchio, l'unica a colori in un film per il resto in bianco e nero. Da notare che i nomi dei personaggi sono gli stessi dei protagonisti de “La certosa di Parma” di Stendhal. La colonna sonora di Ennio Morricone è integrata dal jazz di Gato Barbieri, da un paio di canzoni di Gino Paoli e, nel finale, dal Macbeth di Verdi in scena al Teatro Regio, cui Fabrizio assiste dal palco di famiglia della sua fidanzata. Nel cast, diversi attori non professionisti: Cesare, l’ideologo comunista che fa anche il maestro elementare (e che nel finale legge ai suoi alunni “Moby Dick”, simbolo di una ricerca eterna e impossibile) è interpretato dal critico cinematografico Morando Morandini; Puck, il proprietario terriero che rimpiange i tempi andati, è Cecrope Barilli, curiosamente omonimo di un pittore parmense dell'ottocento di cui Francesco Barilli, il protagonista del film, è il nipote. Ma Puck è un nome shakespeariano, e Shakespeare fa subito venire in mente un parallelo fra Fabrizio ed Enrico V...

25 luglio 2011

Il trono di sangue (A. Kurosawa, 1957)

Il trono di sangue (Kumonosu-jō)
di Akira Kurosawa – Giappone 1957
con Toshiro Mifune, Isuzu Yamada
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Rivisto in DVD.

Nel trasportare la vicenda del “Macbeth” dalla Scozia al Giappone feudale dei samurai, Kurosawa compie un’operazione apparentemente rischiosa ma che porta ottimi frutti. Complice anche l’universalità dei testi di Shakespeare (che, non a caso, continuano a essere rappresentatissimi in tutto il mondo a distanza di oltre cinque secoli; e non sono pochi gli allestimenti che si prendono libertà nel setting o nella collocazione temporale: vedi anche, per restare al cinema, i film di Kenneth Branagh), il lungometraggio che ne risulta è senza dubbio uno dei migliori, più fedeli e più “potenti” adattamenti cinematografici di un dramma del grande bardo e ne veicola alla perfezione il tema dell’ambizione e della sete di potere che porta un guerriero coraggioso e leale al delitto, al tradimento e all’autodistruzione. Kurosawa, che tornava ad ambientare un film nell’impetuoso Giappone delle guerre civili dopo il grande successo de “I sette samurai”, ripeterà l’operazione quasi trent’anni dopo, sempre con risultati eccellenti, quando trasformerà il “Re Lear” nello spettacolare “Ran”. Il critico Richard Marienstras ha lodato il regista nipponico, “che riesce a naturalizzare Macbeth in modo da permettere a un occidentale di riconoscere Shakespeare e a un orientale di ritrovarvi un film giapponese storicamente documentato”. E Kurosawa stesso, nel spiegare la genesi di un film così sperimentale (agli stilemi del dramma occidentale ha sostituito quelli del teatro Nō), ha spiegato: “Il mondo descritto da Shakespeare nelle sue grandi tragedie a sfondo storico somiglia talmente al nostro medioevo e al nostro Cinquecento che a noi giapponesi pare di leggere un autore giapponese. [...] Ambíentare questa tragedia dell'ambizione nel Giappone dell'epoca delle guerre civili è stata quindi per me la cosa più naturale del mondo”.

Toshiro Mifune è il generale Washizu/Macbeth: mentre ritorna vittorioso da una dura battaglia, attraversando la foresta che circonda il maniero del suo signore Tsuzuki/Duncan (il Kumosonu-jō, ossia “il castello della ragnatela”, che è poi il titolo originale della pellicola), incontra un misterioso spirito che gli prevede un futuro apparentemente radioso: proprio lui, infatti, succederà al suo padrone come signore del castello; ma la sua stirpe sarà di breve durata, e il regno passerà al figlio del suo miglior amico, il generale Miki/Banquo (Minoru Chiaki). Washizu è un suddito fedele e non certo ambizioso, o almeno così vorrebbe mostrarsi: sarà sua moglie Asaji/Lady Macbeth (la mizoguchiana Isuzu Yamada), una donna senza scrupoli, a risvegliare i suoi peggiori impulsi e a spingerlo affinché faccia avverare la profezia, uccidendo a tradimento il suo signore mentre si trova ospite da lui. Non sarà l’unico delitto: anche l’amico Miki verrà decapitato, nel timore che si possa avverare la seconda parte della profezia. Divenuto un tiranno sanguinario, e con la sua fortezza sotto assedio da parte dell’esercito guidato dagli eredi di coloro che ha ucciso, Washizu si sente sicuro di uscirne comunque trionfatore, visto che lo spirito gli ha anche predetto che non perderà una battaglia fino a quando gli alberi della foresta non marceranno contro di lui: cosa che avverrà puntualmente quando gli assedianti useranno tronchi e frasche per mimetizzarsi mentre circondano il castello.

Anche se rispetto al testo di Shakespeare non mancano i cambiamenti (al posto delle tre streghe c'è uno solo spirito, inquietantemente bianco e luminoso, intento a tessere all'arcolaio come le Parche), il ruolo di alcuni personaggi di contorno viene ridotto (come quello di Noriyasu/Macduff) e numerosi dialoghi sono eliminati o rappresentati solamente attraverso soluzioni visive, tutte le scene più importanti e significative del dramma originale sono presenti, a partire dalla follia che assale Washizu e Asaji (il primo vede il fantasma dell’amico ucciso, la seconda impazzisce e tenta inutilmente di lavarsi via il sangue dalle mani). Ma è soprattutto la grandiosa ambientazione – con le brughiere spoglie e invase dalla nebbia, la labirintica foresta, i castelli feudali (ricostruiti sul monte Fuji), la stanza insanguinata, le armi e le armature medievali – a giocare un ruolo chiave nella riuscita del film, così come risultano incredibilmente efficaci le suggestioni formali del teatro Nō (riscontrabili in particolare nella figura di Asaji, il cui volto è sempre una maschera impassibile, ma anche nell'espressione irosa dello stesso Mifune e in generale nello stile dei dialoghi e dei monologhi, secchi e semplici ma espressivi). Memorabile, nel finale, la scena in cui gli stessi soldati di Washizu, spaventati dall’incedere degli alberi, si ribellano contro di lui e lo sommergono di frecce: la sequenza è stata girata senza effetti speciali, con arcieri professionisti che scagliavano i dardi verso Mifune mentre l'attore, agitando le braccia, comunicava loro in quale direzione stava per muoversi!