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5 gennaio 2024

Il ragazzo e l'airone (Hayao Miyazaki, 2023)

Il ragazzo e l'airone (Kimitachi wa do ikiru ka)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2023
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Impero, con Sabrina.

Dopo la morte della madre Himiko in un incendio, all'inizio della seconda guerra mondiale, il dodicenne Mahito si trasferisce in campagna con il padre, ingegnere militare, e la nuova compagna di questi, Natsuko, sorella minore della stessa Himiko. Il ragazzo fatica ad adattarsi al nuovo ambiente e soprattutto ad accettare la matrigna e la nuova situazione famigliare. Attirato in una torre diroccata da un misterioso airone cenerino parlante, si ritrova trasportato in un’altra dimensione, un mondo fantastico popolato da uccelli antropomorfi e governato dalla magia, dal soprannaturale e da differenti leggi temporali. Qui, fra le altre cose, ritroverà sua madre da giovane e imparerà ad accettare il proprio destino. Dieci anni dopo "Si alza il vento" (che avrebbe dovuto essere il suo ultimo film, prima di ripensarci), Miyazaki realizza una delle sue pellicole più complesse, allegoriche e filosofiche, su un soggetto originale (e in parte autobiografico) ispirato al romanzo "E voi come vivrete?" di Genzaburo Yoshino (da cui proviene il titolo giapponese). All'apparenza è una rilettura/variazione de "La città incantata", con un protagonista (stavolta maschile) che, come in "Alice nel paese delle meraviglie", si ritrova in un mondo onirico, fantastico e surreale, dominato da regole strane e paradossali e popolato da creature bizzarre. La fantasia e la visionarietà sono però al servizio di temi particolarmente profondi – la morte, la nascita, la guerra, la famiglia – affrontati attraverso simboli e allegorie: l'intero percorso di Mahito è un viaggio dantesco (sulla porta della torre è letteralmente inscritta una citazione di Dante, in italiano: "Fecemi la divina potestate"), dagli inferi al paradiso, fino all'incontro con il creatore. Anche se a tratti si ha l'impressione che la fantasia di Miyazaki scorra un po' troppo a ruota libera, saltando di palo in frasca (e introducendo personaggi, creature o ambienti senza pausa), le suggestioni sanno come colpire nel segno e rimangono impresse nello spettatore perché risuonano di concetti e temi propri dell'essere umano. Certo, un film simile è evidentemente frutto della maturazione e della tarda età del suo autore, che riflette all'indietro sulla propria infanzia, e per questo motivo la pellicola potrebbe risultare meno gradita al pubblico più giovane, che al limite ne apprezzerà soltanto gli aspetti più fantasy, buffi e visionari (gli uccelli parlanti, i "wara-wara", gli echi avventurosi). La bella colonna sonora di Joe Hisaishi è meno sinfonica del solito, e per lo più composta al pianoforte. L'edizione italiana è fortunatamente Cannarsi-free (anche se alcune frasi qua e là tendono a ricordare il suo stile). Disegni, sfondi e animazioni eccellenti, come al solito.

19 agosto 2023

Megan (Gerard Johnstone, 2022)

Megan (M3GAN)
di Gerard Johnstone – USA 2022
con Allison Williams, Violet McGraw
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Gemma, progettista di giocattoli iper-tecnologici, mette a punto un'innovativa (e inquietante) bambola robot, M3GAN (sigla che sta per Model 3 Generative Android), dotata di intelligenza artificiale, che può essere programmata per diventare la "migliore amica" della bambina cui viene abbinata. E non solo giocare con lei, ma prendersene cura nel tempo libero come una baby sitter (di fatto sostituendo i genitori) e proteggerla da ogni possibile pericolo... Quando la donna sperimenta il prototipo facendolo abbinare alla sua nipotina Cady, di cui ha assunto la custodia dopo la morte dei suoi genitori, le cose però non vanno come previsto. Da un lato la bambola, infatti, prende alla lettera il compito di proteggere la bambina, giungendo persino a uccidere chi la minaccia (dal cane della vicina a un bullo del campo scuola), dall'altro la stessa Cady diventa talmente dipendente dalla sua nuova amica da rifiutare ogni altra interazione con il mondo esterno... L'interessante soggetto (di James Wan) non è, a ben vedere, così originale: sembra quasi un mix fra "Small Soldiers" e le tante pellicole horror sulle bambole (come "Chucky la bambola assassina"). Ma supera i limiti della convenzionalità quando preferisce concentrarsi sugli aspetti emotivi e psicologici legati alla genitorialità, alla crescita, al lutto, e anche – e qui forse sta la principale novità – all'eccessivo affidamento alla tecnologia nella vita di tutti i giorni. Delude invece sul fronte puramente horror, anche perché la regia ha quasi timore di mostrare in maniera esplicita le scene cruente, lasciandole spesso fuori campo (una caratteristica di molto cinema dell'orrore moderno, se confrontato con quello degli anni ottanta, per esempio). La prova della protagonista Allison Williams convince poco: molto meglio la bambina (Violet McGraw). Già in cantiere un sequel.

28 giugno 2023

Brood - La covata malefica (D. Cronenberg, 1979)

Brood - La covata malefica (The Brood)
di David Cronenberg – Canada 1979
con Art Hindle, Oliver Reed, Samantha Eggar
**1/2

Rivisto in divx.

Sottoposta a speciali sedute di terapia psichiatrica dal dottor Raglan (Oliver Reed), "guru" che gestisce una clinica privata in totale isolamento e ha messo a punto una speciale tecnica di ipnosi chiamata psicoplasmia, Nola Carveth (Samantha Eggar) "genera" dal proprio corpo inquietanti creature dalle fattezze di bambini che uccidono tutte le persone verso cui prova rabbia, rancore o risentimento, a cominciare dai suoi stessi genitori... Originale horror che fonde temi fantapsichiatrici e dinamiche famigliari piuttosto forti con elementi di body horror (dai terrificanti mostriciattoli assassini, alle deformità di alcuni personaggi) e che Cronenberg realizzò poco dopo un difficile divorzio dalla sua prima moglie, con la quale lottò duramente per la custodia dei figli, cosa che si riflette nel rapporto fra Nola e l'ex coniuge Frank (di fatto il protagonista del film). Nola stessa, nel suo mix di pazzia e possessione demoniaca, sarebbe stata ispirata all'ex moglie. Il regista arrivò addirittura a descrivere ironicamente il film come "la mia versione di «Kramer contro Kramer», ma più realistica". Peccato per un attore protagonista (Art Hindle) alquanto inespressivo. Nuala Fitzgerald e Henry Beckman sono i genitori di Nola, nonni della piccola Candy (Cindy Hinds). La colonna sonora, ricca di sonorità dodecafoniche, è di Howard Shore, al suo debutto nel mondo del cinema: rimarrà il compositore di fiducia del regista per il resto della sua carriera.

25 giugno 2023

High life (Claire Denis, 2018)

High life (id.)
di Claire Denis – Francia/Ger/Pol/GB/USA 2018
con Robert Pattinson, Juliette Binoche
*1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

A bordo di una navicella spaziale, uscita dal sistema solare e diretta verso un buco nero, ci sono soltanto un uomo, Monte (Robert Pattinson), e una neonata. In un lungo flashback (la narrazione non è lineare) veniamo a sapere che l'equipaggio era composto da una decina di criminali condannati a morte, cui era stata data una seconda possibilità purché accettassero di sottoporsi a esperimenti scientifici, e da una dottoressa (Juliette Binoche) ossessionata dallo studio della riproduzione umana per via artificiale. Tensioni interne e malattie hanno portato alla morte di tutti, tranne che dell'uomo e della bambina, geneticamente sua figlia, che anche a distanze così siderali continuano a ricevere trasmissioni dalla Terra. Strana pellicola di fantascienza "esistenzialista", che a tratti (e per atmosfere) ricorda certo cinema degli anni settanta e dell'Europa dell'est (e, ovviamente, "Solaris"). Alla resa dei conti, però, si resta con l'impressione che dietro l'austerità formale ci sia poca sostanza, e che i temi su cui riflettere – il senso della vita e della riproduzione, l'isolamento, la colpa e la redenzione – non siano approfonditi abbastanza. Nel cast anche André Benjamin, Mia Goth, Lars Eidinger, Claire Tran, Agata Buzek.

24 maggio 2023

Broker - Le buone stelle (H. Koreeda, 2022)

Broker - Le buone stelle (Broker)
di Hirokazu Koreeda – Corea del Sud 2022
con Song Kang-ho, Bae Du-na
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Il gestore di una lavanderia (Song Kang-ho) e un giovane orfano suo amico (Gang Dong-won) sottraggono neonati abbandonati anonimamente dalle madri nella "baby box" di una chiesa per rivenderli clandestinamente a coppie che vogliono adottarli. Una giovane prostituta (Lee Ji-eun) che aveva lasciato lì il proprio figlio scopre il loro traffico, ma accetta di unirsi a loro per vendere il proprio bambino. Per un motivo o per l'altro, però, la vendita non andrà in porto: e mentre girano per il paese, i tre – ai quali si aggiunge un altro ragazzino fuggito dall'orfanotrofio – si ritrovano a formare una sorta di "famiglia", affezionandosi nel frattempo sempre più al neonato, il tutto mentre vengono pedinati in segreto da un'agente di polizia (Bae Du-na), intenzionata ad arrestarli in flagranza di reato. Dopo la Francia (con "Le verità"), Koreeda gira un altro film all'estero, stavolta in Corea, con l'attore di "Parasite" (Song Kang-ho, premiato a Cannes). È una storia che parla di abbandono, di orfani, di "famiglia" e del sogno di ricominciare da capo, con un pizzico di retorica ma anche personaggi estremamente umani, compresa la poliziotta che, a furia di seguire e sorvegliare i trafficanti di bambini (ma loro si definiscono "broker"), finisce per comprenderne i sentimenti e le motivazioni. Forse un po' lento, soprattutto nella seconda parte, ma con tutta la profondità e l'attenzione agli aspetti relazionali, umani e sociali che caratterizzano da sempre il cinema del regista giapponese. Il tema del rapporto (non di sangue) fra genitori e figli, per esempio, era già stato affrontato in "Father and son", e quello della famiglia non convenzionale che vive ai margini della legalità in "Un affare di famiglia". Lee Joo-young è la collega di Bae Du-na, mentre diversi attori celebri per serial televisivi coreani fanno la loro apparizione in parti minori.

20 maggio 2023

La guerra ed il sogno di Momi (S. de Chomón, 1917)

La guerra ed il sogno di Momi
di Segundo de Chomón – Italia 1917
con Stellina Toschi, Alberto Nepoti
***

Visto su YouTube.

Rimasto impressionato dalla lettera inviata a casa dal padre (Alberto Nepoti), ufficiale italiano che sta combattendo al fronte contro gli austriaci nella prima guerra mondiale, il piccolo Momi (Stellina Toschi) sogna una vera e propria guerra fra i suoi giocattoli preferiti, i due burattini Trik e Trak, ciascuno dei quali è alla guida di un esercito di propri alter ego. "Remake" esteso del cortometraggio "Il sogno del bimbo d'Italia" del 1915, questo mediometraggio è uno dei capolavori del regista spagnolo Segundo de Chomón, specialista degli effetti speciali che da qualche anno si era trasferito in Italia, dove aveva collaborato anche al kolossal "Cabiria" di Pastrone. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti: nella prima, di una quindicina di minuti, viene raccontato un episodio della guerra "reale", sulle Alpi, in cui gli uomini guidati dal padre di Momi salvano un pastorello e sua madre dai nemici che avevano occupato la loro casa. L'episodio è realistico, anche grazie alle riprese in esterni sulla montagna innevata. Il pezzo forte, però, è il secondo segmento, quello del sogno di Momi, dove Chomón dà sfogo alla sua fantasia con echi del cinema di Méliès. I due eserciti di giocattoli (di fatto è un "Toy Story" ante litteram!) si scontrano nelle trincee ma danno vita anche a una guerra non convenzionale, con armi fantascientifiche (il cannone Kolossal) e chimiche (fumi di gas asfissiante, che viene risucchiato e "imbottigliato" dagli avversari), per non parlare di una battaglia aerea fra biplani e dirigibili, con tanto di bombardamento sui villaggi sottostanti e un incendio che viene spento... con una bottiglia di selz. L'animazione in stop motion (tecnica che Chomón aveva già utilizzato più volte in passato, per esempio ne "Le théâtre de petit Bob" o nel seminale "L'hotel elettrico" del 1908) è assolutamente pregevole per l'epoca, ma quello che stupisce è la portata – e la lunghezza – del segmento animato, che dura quasi mezz'ora. Il che ne fa un caposaldo imprescindibile del nascente cinema di animazione. E rispetto alle fonti di ispirazione ("Il sogno del bimbo d'Italia", ma anche l'ancor precedente "Il sogno patriottico di Cinessino", che però non prevedeva una sequenza a passo uno con i giocattoli), il libero sfogo della fantasia ha assolutamente predominanza sui temi patriottici e propagandistici, cosa curiosa se pensiamo che eravamo in pieno conflitto (ma nemmeno tanto: dopo due anni di guerra, in molti era ormai subentrata una certa disillusione e un rifiuto della retorica bellica degli inizi).

19 maggio 2023

Il sogno del bimbo d'Italia (R. Cassano, 1915)

Il sogno del bimbo d'Italia
di Riccardo Cassano – Italia 1915
con Eraldo Giunchi
*1/2

Visto su Teca Tv.

Quando il padre parte per combattere contro gli austriaci nelle trincee della Grande Guerra, il piccolo Cinessino (Giunchi) consola la madre affranta. Più tardi, giocando con i suoi soldatini, si addormenta sognando di essere un generale che li conduce alla vittoria. Il suo sogno si avvererà con il ritorno a casa del padre, ferito ma decorato per essersi fatto valere in battaglia. Distribuito a ottobre, è quasi un "remake" del precedente "Il sogno patriottico di Cinessino" (uscito ad aprile, dunque prima che l'Italia entrasse in guerra, e ambientato perciò in Libia). Oltre che per un tono leggermente meno patriottico e più focalizzato sui rapporti famigliari, questo corto si distingue dal precedente per la sequenza del sogno del bambino, in cui assistiamo a scene di battaglia animate a passo uno con soldatini, barche, treni e aerei giocattolo. L'intera sequenza dura poco più di un minuto ed è molto rozza e amatoriale, ma servirà da base per lo spagnolo Segundo de Chomón quando, nel 1917, realizzerà l'eccellente (e più sofisticato) "La guerra ed il sogno di Momi". Nel complesso, questo corto rimane interessante come documentazione dei primi modi in cui l'industria dell'intrattenimento e della cultura italiana guardava al conflitto appena scoppiato.

Il sogno patriottico di Cinessino (G. Righelli, 1915)

Il sogno patriottico di Cinessino
di Gennaro Righelli – Italia 1915
con Eraldo Giunchi
*1/2

Visto su YouTube.

Dopo aver ricevuto una lettera dal padre, soldato italiano impegnato nella campagna in Libia, il piccolo Cinessino (Giunchi, uno dei primi attori bambini del cinema italiano: il nome del suo personaggio, protagonista di numerosi film fra il 1913 e il 1915, derivava da quello della casa di produzione Cines, di cui era di fatto la mascotte) sogna di vestirsi da bersagliere e di recarsi sul fronte africano a combattere a sua volta contro gli arabi. Nel suo sogno, il bambino si batte coraggiosamente, riceve una medaglia, e riesce addirittura a salvare il padre (e la bandiera italiana) sul campo di battaglia. Breve cortometraggio propagandistico prodotto nell'aprile del 1915, il film è degno di nota per aver ispirato altre due pellicole decisamente più interessanti: "Il sogno del bimbo d'Italia", altro corto sempre con Giunchi come protagonista, uscito nell'ottobre dello stesso anno e in cui i nemici sono diventati gli austriaci (era cominciata la prima guerra mondiale!), ma soprattutto il mediometraggio "La guerra ed il sogno di Momi" del 1917, diretto dallo spagnolo Segundo de Chomón, entrambi caratterizzati da "effetti speciali" e animazione a passo uno, assente invece in questo prototipo che, dal punto di vista tecnico, non offre molto da segnalare. Rimane però un interessante documento di come il primo periodo dell'Italia colonialista veniva visto attraverso un linguaggio, quello cinematografico, nato da poco ma che stava già compiendo passi da gigante in termini di spettacolo e di trasmissione di messaggi sociali e politici.

11 febbraio 2023

A time to live, a time to die (Hou Hsiao-hsien, 1985)

Ricordi dell'infanzia (Tong nien wang shi)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1985
con Yu An-shun, Tien Feng, Mei Fang
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il piccolo Hsiao (chiamato da tutti "Ah-ha") cresce nella Taiwan degli anni cinquanta e sessanta, dove suo padre si è trasferito nel 1947 fuggendo dalla Cina continentale. Diviso in due parti, nelle quali il protagonista ha rispettivamente dieci e diciotto anni, il film è ispirato alle memorie di gioventù del regista stesso, e rappresenta il secondo tassello di una trilogia di "ricordi dell'infanzia" dopo il precedente "In vacanza dal nonno" (basato sulle memorie dello sceneggiatore Chu Tien-wen, collaboratore abituale di HHH) e prima del successivo "Dust in the wind" (basato su quelle dell'altro co-sceneggiatore Wu Nien-jen). La quotidianità di un microcosmo domestico e rurale, le difficoltà economiche e politiche, i lutti in famiglia (nelle due sezioni Hsiao perde rispettivamente il padre, malato di tubercolosi, e poi la madre, per un tumore alla gola), i rapporti con la nonna svampita (che progetta in continuazione di tornare "in patria", ovvero in Cina), la sorella maggiore, i tre fratelli, gli amici, le ragazze... tutto contribuisce a una narrazione delicata e avvolgente, con un ritmo naturale e mai noioso, dove l'insieme è la somma delle parti. E le ripetute inquadrature dei medesimi ambienti (la strada fuori dalla casa di famiglia, con il grande albero che la sovrasta; gli interni domestici, come la stanza con la scrivania del padre), lungo il trascorrere degli anni, donano un legame emotivo al tutto. Più che nostalgico o celebrativo, lo sguardo rivolto al passato è rievocativo, triste e malinconico (la crescita del protagonista va di pari passo con gli inevitabili cambiamenti e la dissoluzione famigliare), mai edulcorato (in particolare nella seconda parte, quando Hsiao finisce sulla "cattiva strada", fra ribellioni a scuola e risse fra bande rivali). Commovente il finale. Il titolo inglese (scritto a volte anche come "The time to live and the time to die") è ispirato a quello di un film di Douglas Sirk del 1958, noto in Italia come "Tempo di vivere".

4 dicembre 2022

Monsieur Lazhar (Philippe Falardeau, 2011)

Monsieur Lazhar (id.)
di Philippe Falardeau – Canada 2011
con Fellag, Sophie Nélisse, Emilien Néron
**1/2

Visto in divx.

Bashir Lazhar (Fellag), esule algerino in Canada, è assunto come nuovo insegnante in una scuola elementare di Montreal, in sostituzione di una docente che si è misteriosamente impiccata in classe. I suoi metodi sono "tradizionali", in contrapposizione con le moderne correnti pedagogiche in auge nell'istituto, ma proprio per questo riesce a stringere un rapporto più sincero e diretto con i piccoli alunni, aiutandoli a superare lo shock della morte della precedente insegnante (il cui suicidio torna continuamente nei loro ricordi e discussioni) e a "crescere" affrontando questioni importanti (come l'ingiustizia) durante le lezioni. Tratto da un monologo teatrale di Évelyne de la Chenelière e "cucito" attorno al protagonista Mohamed Saïd Fellag (comico e scrittore algerino, la cui vita ha diversi punti in comune con quella di Bashir, essendosi trasferito in Francia per le turbolenze politiche in patria), un piccolo film sulla scuola e l'insegnamento che affronta temi maturi in modo delicato. Forse è un po' dispersivo, visto che si muove in tante direzioni e affronta numerosi argomenti (i rapporti di Bashir con i bambini, i genitori, la preside e gli altri insegnanti; lo status stesso di Bashir in quanto rifugiato politico, e il passato tragico da cui è in fuga; il tema del suicidio, della morte e del superamento appunto dei lutti e delle difficoltà; lo "scontro" di culture), sempre però con garbo e sensibilità, aiutato anche dai piccoli (e ottimi) interpreti, dove spiccano l'intelligente e matura Alice (Sophie Nélisse) e il traumatizzato e introverso Simon (Emilien Néron). Le strade e i cortili innevati di Montreal fanno da sfondo alle scene ambientate in classe. Premio del pubblico al festival di Locarno e nomination agli Oscar come miglior film straniero.

25 settembre 2022

Il giardino delle streghe (Fritsch, Wise, 1944)

Il giardino delle streghe (The curse of the Cat People)
di Gunther von Fritsch, Robert Wise – USA 1944
con Ann Carter, Simone Simon
***

Rivisto in DVD.

Dopo gli eventi de "Il bacio della pantera", Oliver (Kent Smith) si è risposato con la collega Alice (Jane Randolph), ma il ricordo della prima moglie defunta, Irina (Simone Simon), lo tormenta ancora. La famiglia si è trasferita fuori città, nel villaggio di Tarrytown, dove Amy (Ann Carter), la figlia della coppia, frequenta la scuola. Solitaria, introversa e "sognatrice", la bambina ha molta fantasia e pochi amici ("c'è come un muro fra lei e la realtà", dice il padre, preoccupato perché "l'immaginazione uccide"): non stupisce, dunque, che si faccia una "amica" immaginaria, un fantasma che ha proprio le fattezze di Irina, con la quale trascorre gran parte del suo tempo... Insolito horror dalle sfumature famigliari e sospese, incentrato più sulle insicurezze e le angosce infantili, in particolare le sofferenze della solitudine, che non su un pericolo esterno e concreto. Il film può essere visto e valutato a sé stante: le correlazioni con il precedente sono deboli e spurie, quasi un'imposizione dello studio per sfruttare il cast identico a quello del successo di due anni prima, mentre il produttore Val Lewton, che vi ha riversato ricordi autobiografici, avrebbe preferito differenziare le due pellicole (e lanciare questa con il titolo "Amy and her friend"). Non ci sono uomini gatto, infatti, e nemmeno streghe, se è per questo: il giardino del titolo è quello della vecchia villa che i bambini del villaggio dicono essere maledetta e abitata da spiriti. A risiederci c'è invece una vecchia e svampita attrice di teatro, Julia Farren (Julia Dean), convinta che la propria figlia sia morta e che la donna che si prende cura di lei, Barbara (Elizabeth Russell), non sia che un'impostora. Le due vicende si incrociano più volte, quando Amy fa visita a Julia e ne diventa amica, suscitando l'invidia e il rancore di Barbara. Il risultato è un insieme di temi psicoanalitici e suggestioni inquietanti (c'è di mezzo anche la leggenda di Sleepy Hollow, visto che il racconto di Washington Irving si svolge proprio a Tarrytown), favorite dalla bella fotografia – come nel film precedente – di Nicholas Musuraca, e da una colonna sonora che nella versione italiana saccheggia ampiamente la sinfonia "Patetica" di Ciajkovskij. La pellicola era stata iniziata da Gunther von Fritsch, al suo debutto nel lungometraggio: ma non avendo rispettando le tempistiche (dopo i 18 giorni di riprese previsti aveva terminato solo metà film), venne sostituito dal montatore Robert Wise, che esordì così a sua volta nella regia. Alla sua uscita passò quasi inosservato, ma la rivalutazione successiva da parte della critica l'ha portato a diventare un piccolo cult movie.

12 settembre 2022

In vacanza dal nonno (Hou Hsiao-hsien, 1984)

In vacanza dal nonno (Dong dong de jiaqi)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1984
con Wang Chi-kuang, Li Shu-chen
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Mentre la madre è ricoverata in ospedale in città in attesa di una difficile operazione, l'undicenne Tong-tong e la sua sorellina di quattro anni Ting-ting trascorrono l'estate dal nonno in un villaggio di campagna. Qui vivranno giornate di spensieratezza, fra giochi, scherzi e amicizie con i bambini del luogo; ma assisteranno anche a piccoli e grandi drammi, momenti di vita ed enigmatiche "cose da grandi", il tutto mentre monta la tensione per la salute della madre lontana. Ispirato ai ricordi d'infanzia dello sceneggiatore Chu Tien-wen (che aveva già scritto con HHH il precedente "I ragazzi di Fengkuei", e che rimarrà un fedele collaboratore del regista per il resto della sua carriera), un film magico nella sua semplicità e nel minimalismo, che pure – nonostante il punto di vista sia quello infantile – non risulta mai banale e anzi affronta con profondità temi seri. Oltre ai giochi con gli amici (fra bagni nel fiume e scherzi con gli animali) e al rapporto con la sorellina piccola (che vorrebbe partecipare alle "avventure" dei bambini più grandi), Tong-tong è testimone del litigio fra lo zio Chang-ming, che ha messo incinta la fidanzatina Pi-yun, e il nonno Liu, medico del villaggio; delle scorribande di due ladri venuti da fuori, che trovano rifugio proprio a casa dello zio; e delle vicende legate ad Han-tzu, detta Dim-ma, la "pazza del villaggio", vittima di abusi ma che stringe un commovente sodalizio con la piccola Ting-ting (che la "adotta" come un surrogato della propria madre). Splendidi i bambini, in particolare la piccola Ting-ting con il suo sguardo corrucciato e tenero. Il soggetto ha ispirato, almeno in parte, quello de "Il mio vicino Totoro" di Hayao Miyazaki. Vincitore del premio della giuria al festival di Locarno, il film è anche il primo di una trilogia di "ricordi d'infanzia": sarà seguito infatti da "A time to live, a time to die" (basato sulle memorie dello stesso HHH) e "Dust in the wind" (basato su quelle del co-sceneggiatore Wu Nien-jen).

6 settembre 2022

La città incantata (Hayao Miyazaki, 2001)

La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2001
animazione tradizionale
****

Rivisto in TV (Netflix).

Impegnata con la famiglia in un trasloco da una città a un'altra, la piccola Chihiro si imbatte in un parco dei divertimenti apparentemente deserto in una località di campagna. In realtà il luogo non è abbandonato, ma semplicemente è riservato non agli esseri umani, bensì agli spiriti e alle divinità della natura, che vi giungono quando cala la notte. Per via della loro ingordigia, i genitori si ritrovano trasformati in... maiali e messi all'ingrasso, mentre la bambina, con l'aiuto di Haku, un misterioso ragazzo che afferma di conoscerla, riesce a farsi assumere come lavorante nel gigantesco edificio che funge da terme e bagni pubblici per gli spiriti, gestito dalla strega Yubaba. Questa, per avere potere su di lei, "ruba" il vero nome della bambina, che viene così ribattezzata Sen. Vivrà numerose avventure, prima di riuscire a riappropriarsi del proprio nome e a ottenere dalla strega il permesso di tornare al mondo degli umani, insieme ai suoi genitori. Difficile dire quale sia il capolavoro di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli (le mie preferenze personali vanno a "Laputa" e "Totoro"), ma questo va senza dubbio collocato nella lista delle sue opere migliori e forse dei film giapponesi animati più belli di sempre. Ricchissimo e affascinante, colmo di momenti, trovate e personaggi visionari, ispirati al vasto universo del folklore nipponico ma anche frutto di una rilettura personale di miti e fiabe occidentali (le "prove" che la piccola protagonista deve superare, il ruolo del cibo degli spiriti, le trasformazioni magiche, il divieto di guardarsi indietro mentre percorre il tunnel d'uscita...), il film offre immagini davvero suggestive, anche per merito della grande qualità di disegni, fondali e animazioni cui lo Studio Ghibli ci ha abituato, ma che in questo caso sembrano addirittura superiori alla media: il treno che corre sul pelo dell'acqua (popolato da spiriti: impossibile non pensare al "gatto-bus" di Totoro); le tante creature e creaturine che popolano questo universo soprannaturale, che ne siano normali abitanti o opera di magia come gli uccelli di carta; e naturalmente il gigantesco e complesso edificio termale, con i suoi interni, i ponti, i corridoi, le camere dove alloggiano i lavoranti e le grandi vasche frequentate dagli ospiti. In Giappone la cultura delle terme (onsen) è antica e radicata, e non stupisce come possa essere associata anche al mondo del mito, del folklore e degli spiriti, i cosiddetti kami: mi sovvengono, per esempio, alcune suggestive e inquietanti puntate di "Lamù" dirette da Mamoru Oshii.

Dietro la superficie e la forma, però, ci sono anche i contenuti: siamo di fronte a una storia di coming-of-age, di crescita, che mostra una ragazzina (presentata nelle prime scene come disinteressata e annoiata, oltre che gracile e sgraziata: il character design è un po' diverso da quello solito di Miyazaki) costretta ad affrontare di colpo le difficoltà della vita, senza l'appoggio dei genitori; a dover imparare cosa sono la responsabilità, l'impegno, il rispetto delle regole (tutto ciò che si collega al lavoro), ma anche l'altruismo, la disponibilità, la bontà, il perdono. E supera tutte le prove grazie alla sua rettitudine, all'intelligenza, alla mancanza di quell'avidità e ingordigia che invece ha tradito i suoi genitori (si pensi, per esempio, a come rifiuti i doni e le pepite d'oro che lo spirito Senza-Volto le offre di continuo). Attorno a lei si muovono numerosi personaggi ben caratterizzati, tanto come personalità quanto dal lato estetico, per quanto (ovviamente) spesso bizzarri: il bello e misterioso Haku, per esempio, ragazzo che assume magicamente anche l'aspetto di un dragone e la cui vera identità – una trovata magnifica! – è svelata solo nel finale; l'inserviente Lin, che prende la piccola Sen sotto la sua ala protettiva; il vecchio e "ragnesco" Kamagi, che gestisce le caldaie dei bagni pubblici con l'aiuto di tante creaturine nere che ricordano gli spiriti della fuliggine di "Totoro"; l'avida strega Yubaba e la sua sorella gemella Zeniba (chi sia la buona e chi la cattiva rimane in bilico per quasi tutto il film); il figlio di Yubaba, il gigantesco "Piccino", trasformato in topo da Zeniba; i tanti lavoranti delle terme e i pittoreschi ospiti, fra i quali spiccano il "dio putrido" (Gualtiero Cannarsi, ma che hai in testa?), che in realtà è lo spirito di un fiume, e, appunto, il timido ma goloso Senza-Volto. A condire il tutto, la splendida colonna sonora firmata da Joe Hisaishi. La versione italiana che circola attualmente (si tratta del secondo doppiaggio del film) è purtroppo mediocre, per via del brutto adattamento dei dialoghi di Cannarsi (e non è nemmeno uno dei suoi lavori peggiori), per non parlare del titolo generico e incongruente che ha ereditato dalla precedente (quale sarebbe questa "città" incantata?). Quello originale può essere tradotto come "Sen e Chihiro rapite dagli spiriti": meglio allora il titolo inglese, "Spirited away".

4 agosto 2022

Rescued from an eagle's nest (J. S. Dawley, 1908)

Rescued from an eagle's nest
di J. Searle Dawley – USA 1908
con Miss Earle, D.W. Griffith
**

Visto su YouTube.

Mentre il padre tagliaboschi è al lavoro e la madre è in casa, un bambino piccolo viene rapito da un'aquila, che lo porta nel suo rifugio fra le montagne. Avvisato dalla madre, il padre si cala con una corda lungo la parete di roccia fino al nido dell'uccello, lo affronta in combattimento (!) e lo uccide, salvando il figlio. Girato negli studi Edison di New York (alternando fondali dipinti, come la capanna fra le montagne e lo spuntone di roccia, con scene in esterni, quelle del bosco in cui i taglialegna abbattono gli alberi), questo corto è degno di nota soprattutto per due elementi: l'aquila meccanica, interessante "effetto speciale artigianale", e la presenza, nei panni del protagonista, di David Wark Griffith, all'esordio come attore cinematografico, sei mesi prima di passare alla regia e di diventare uno degli innovatori più importanti dei primi decenni della settima arte. Griffith, aspirante autore teatrale, venne scritturato quasi per caso, dopo essersi presentato da Edison come sceneggiatore. Il soggetto del film non è particolarmente originale: i rapimenti di bambini erano una costante nel cinema degli esordi (si pensi al britannico "Rescued by Rover"), e lo stesso esordio come regista di Griffith, "The adventures of Dollie", avrà una trama simile. J. Searle Dawley dirige sotto la supervisione di Edwin S. Porter, all'epoca capo di produzione degli studi Edison, talvolta accreditato anche come direttore della fotografia o addirittura come co-regista.

15 maggio 2022

Kramer contro Kramer (R. Benton, 1979)

Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer)
di Robert Benton – USA 1979
con Dustin Hoffman, Meryl Streep
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Lasciato all'improvviso dalla moglie Joanna (Meryl Streep), il pubblicitario newyorkese Ted Kramer (Dustin Hoffman) è costretto a barcamenarsi con fatica per accudire da solo il figlioletto di sette anni, sacrificando in parte proprio quel lavoro cui in precedenza dedicava tutto sé stesso, cosa che era stata all'origine della frattura con la moglie. E quando la donna, dopo più di un anno, si ripresenta per chiedere che le venga affidato il bambino, i due ex coniugi decidono di sfidarsi in tribunale. (Melo)dramma coniugale e giudiziario di grande successo (vinse cinque premi Oscar – assegnati al film, alla regia, alla sceneggiatura e ai due interpreti principali – su nove nomination), che fu apprezzato per aver messo in luce alcuni dei cambiamenti allora in atto nella società americana (i genitori single, i ruoli del padre e della madre, il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia). A dispetto del titolo, il film non è "simmetrico": il punto di vista è sempre quello del marito, di cui seguiamo le vicissitudini dall'inizio alla fine (con un lento miglioramento man mano che si impegna a vivere insieme al figlio), mentre la moglie appare misteriosa ed emotiva, ritratta come imprevedibile e inaffidabile. Il tono è realista, benché a tratti un po' forzato e privo di sottigliezze. Non mancano comunque scene assai efficaci (quella in cui Ted si procura un nuovo impiego nell'arco di poche ore, e alcune delle sequenze del processo, peraltro rappresentato come assai sgradevole, dove gli avvocati non lesinano colpi bassi), soprattutto per merito degli eccellenti attori. Alcune scene sono state improvvisate. Nel cast anche Jane Alexander (Margaret, la vicina di casa) e Howard Duff (l'avvocato di Ted). Il bambino, Billy, è interpretato da Justin Henry. Nella colonna sonora ricorre il primo movimento del concerto in do maggiore per mandolino di Vivaldi.

4 maggio 2022

Luca (Enrico Casarosa, 2021)

Luca (id.)
di Enrico Casarosa – USA 2021
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Il piccolo Luca è un mostro marino (!) che vive con i suoi simili sui fondali del Mar Ligure, e ha la capacità di assumere fattezze umane quando si trova all'asciutto. In compagnia dell'amico Alberto, esplora con curiosità il mondo degli esseri umani, stringendo amicizia con la coetanea Giulia: insieme, i tre parteciperanno a una gara (di "triathlon italiano": nuoto, bicicletta e mangiata di pasta!) nella cittadina di Portorosso. Primo lungometraggio del regista italiano Enrico Casarosa (che per la Pixar dieci anni prima aveva già realizzato il corto "La luna", sempre a tema marino), è una storia di coming-of-age sui temi dell'amicizia, venata di fantastico e con rimandi a classici disneyani come "La sirenetta" (di cui è una versione maschile e più infantile) e "Pinocchio" (di cui capovolge le dinamiche: Luca, qui, desidera andare a scuola). Un film nel complesso gradevole, anche per via dell'estetica miyazakiana, ma essenzialmente innocuo, fatto di buoni sentimenti e poca originalità. Portorosso, come gli scenari circostanti, è ispirata ai paesini delle Cinque Terre, quando erano ancora villaggi di pescatori e non località turistiche: il film si svolge infatti negli anni Cinquanta, come testimoniano anche le locandine di film d'epoca – "La strada", "Vacanze romane" – affisse sui muri (mentre in tv passa "I soliti ignoti" e su una bici campeggia una foto di Marcello Mastroianni). L'Italia che ne risulta è decisamente stereotipata, un paese fuori dal mondo e dal tempo, dove gli uomini (e i gatti!) hanno i baffi, tutti ascoltano o cantano l'opera lirica, fanno gesti con le mani, mangiano pasta (al pesto, visto che siamo in Liguria!) e vanno in Vespa (proprio una Vespa è l'oggetto del desiderio dei protagonisti, che partecipano alla gara nella speranza di potersene comprare una). Anche i temi dell'amicizia e della scoperta del mondo e di sé stessi (attraverso la trasformazione) sono abbastanza inflazionati, tanto che saranno riproposti pari pari nel successivo film Pixar, "Red". Alcuni critici hanno avanzato un (ardito) parallelo con "Chiamami col tuo nome" di Luca Guadagnino, per via dell'ambientazione estiva-vacanziera, nostalgica e italiana. Nella colonna sonora, canzoni di Mina, Gianni Morandi, Rita Pavone ed Edoardo Bennato.

30 aprile 2022

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, 1964)

Mattone e specchio (Khesht o ayeneh)
di Ebrahim Golestan – Iran 1964
con Zakaria Hashemi, Taji Ahmadi
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il tassista Hashem trova nella sua auto un neonato, lasciato lì da una passeggera velata. Dopo aver cercato inutilmente di rintracciare la donna, proverà a portare il bambino alla polizia, dove gli viene suggerito di custodirlo fino al giorno seguente e di consegnarlo all'orfanotrofio. Durante la notte, trascorsa con la compagna Taji, i due discuteranno sulla possibilità di tenerlo con sé... Il primo degli unici due film di finzione diretti dallo scrittore e documentarista Golestan, pioniere della nouvelle vague iraniana, si svolge nell'arco di 24 ore in una Teheran moderna e ostile, attraverso una serie di scene concatenate l'una nell'altra (i palazzi diroccati della periferia, il locale dove si ritrovano i tassisti alla fine del turno, il posto di polizia, la casa di Hashem, l'ospedale, il tribunale, l'orfanotrofio). Nel corso dell'odissea di Hashem, di Taji e del bambino, osserviamo vari rappresentanti di un'umanità allo sbando che, fra egoismo e disperazione, filosofeggia sulla vita e sulle relazioni fra persone: si pensi, per esempio, alla discussione fra il medico (aggredito dai parenti di una donna che ha perso il figlio) e il poliziotto, o allo scambio di battute che Hashem ha in tribunale con un uomo che con cinismo gli suggerisce di abbandonare il bambino e di pensare solo a sé stesso (salvo rivedere lo stesso uomo, nel finale, pontificare in televisione sulla necessità di una maggiore compassione verso gli altri). Il cinismo, l'ipocrisia, le paranoie (la "paura" di Hashem sull'essere osservato dai vicini di casa in compagnia di Taji) influiscono sui rapporti di amicizia e su quelli sentimentali: la relazione con Taji, in particolare, attraversa varie fasi, con la donna che lo accusa di vivere alla giornata e di non pensare al futuro (la scelta di tenere il bambino equivale a quella di voler vivere e crescere insieme). Realizzato prima della rivoluzione islamica degli anni settanta, il film colpisce per quanto è diverso da tutto ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dal cinema iraniano: la città è moderna e tentacolare (nella prima sequenza, di notte, abbondano le insegne luminose al neon, mentre alla radio sono trasmessi racconti gialli – la voce è di Golestan stesso – e messaggi pubblicitari), mentre l'elegante e avvolgente fotografia in bianco e nero (a tratti quasi da film noir), i tempi dilatati e la regia espressiva (con notevoli movimenti di macchina, ma anche sequenze statiche significative, si pensi alla telefonata "muta" dell'infermiera) ricordano il contemporaneo cinema d'autore europeo. Memorabile il finale, ambientato nell'orfanotrofio, con lunghe inquadrature silenziose sui bambini lì custoditi, abbandonati, malati e piangenti, durante le quali Taji, nonostante tutta la sua buona volontà, capisce che non può assumere su di sé tutte le sofferenze del mondo. Il significato del titolo è spiegato dallo stesso regista: «Il titolo è tratto da un verso proverbiale di una poesia di Farid al-Din Attaar, un poeta persiano ucciso in un massacro durante l’invasione mongola dell’Iran nel XIII secolo. Il verso recita: “Quello che i giovani vedono nello specchio, gli anziani lo vedono nel mattone grezzo”. La citazione è stata inserita non solo per dire che i dettagli della storia sono un riflesso della durezza della società che il film ritrae, o alla quale allude. Intende anche richiamare l’attenzione sui dettagli presenti parallelamente in una dimensione meno visibile, portatrice di un significato estraneo ma tangibile, e quasi complementare, di ciò che sta avvenendo: come due distinti strumenti musicali che, suonando note e tonalità differenti, producono un suono o un’aria compositi, da ascoltare, o da esprimere...».

7 aprile 2022

Apollo 10 e mezzo (R. Linklater, 2022)

Apollo 10 e mezzo (Apollo 10½: A Space Age Childhood)
di Richard Linklater – USA 2022
animazione rotoscope
**

Visto in TV (Netflix).

Stanley, nove anni e ultimo di sei fratelli, vive con la famiglia alla periferia di Houston: il film – il terzo di Linklater in animazione rotoscope, dopo i più artistici "Waking life" e "A scanner darkly" – rievoca in chiave nostalgica l'estate del lancio dell'Apollo 11 e della conquista della Luna, eventi (ri)visti con gli occhi dell'infanzia. Gran parte della pellicola, in effetti, è spesa a raccontare le esperienze di quei mesi: la vita in famiglia, i giochi più o meno pericolosi con i fratelli e gli altri ragazzi del quartiere, le canzoni, i film e i programmi TV dei tardi anni Sessanta, il tutto mentre il programma spaziale della NASA domina l'interesse collettivo e l'immaginario di tutti. In effetti lo stesso Stanley, nella sua immaginazione, si vede partecipare alla grande impresa, assoldato per testare il modulo lunare e poi raggiungere in segreto la Luna (con la missione Apollo 10 e mezzo) prima dei veri astronauti. Parzialmente autobiografico (e in questo molto simile come impostazione al recente "Belfast" di Kenneth Branagh, nonché a mille altri film del genere), visto che lo stesso Linklater è nato a Houston nel 1960, il lungometraggio è però nel complesso noiosetto, come quando qualcuno ti vuole raccontare per forza le sue esperienze d'infanzia, anche se sono poco interessanti. La voce narrante (di Stanley da adulto), in originale, è di Jack Black. Fra i tanti film di quegli anni citati nella pellicola, c'è "Conto alla rovescia" di Robert Altman.

25 marzo 2022

Anch'io posso (Abbas Kiarostami, 1975)

Anch'io posso (Man ham mitounam)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

In questo altro cortometraggio (dura tre minuti e mezzo) realizzato per l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, Kiarostami non sceglie apparentemente un approccio educativo o pedagogico, ma si limita a mostrare ad ampio raggio la forza dell'immaginazione di un piccolo scolaro. Quando la maestra, infatti, gli proietta un cartone animato che mostra il movimento di diversi animali (si comincia con un canguro che procede a balzi; seguono poi un bruco che striscia, un topolino, un cavallo al galoppo, un pesce che nuota, una scimmietta che penzola dai rami di un albero), il bambino risponde dopo ogni scena "Anch'io posso farlo!". E infatti assistiamo al piccolo protagonista che imita i vari animali, riproducendone il comportamento e i movimenti. L'ultimo animale mostrato nel cartone animato, però, è un piccione che vola. E il bambino rimane perplesso, rendendosi conto di non poterlo imitare. La pellicola su conclude mostrando, in dissolvenza incrociata sul suo volto, l'immagine di un aereo in volo. Come detto, stavolta non c'è un messaggio morale esplicito: forse quello di conoscere e comprendere i propri limiti? La cosa, però, non impedisce di sognare, anche perché l'ingegno umano (che ha prodotto appunto gli aeroplani) forse riuscirà sempre in qualche modo ad aiutarci a realizzare i nostri sogni. In fondo il progresso tecnologico può essere visto proprio come il tentativo dell'uomo adulto di rispondere ai desideri e agli impulsi dell'infanzia, e in quanto tale ha una componente ludica che chiunque abbia lavorato in un progetto di ricerca conosce bene. Un bambino, di fronte alla natura e agli animali, mostrerà sempre uno stupore e un desiderio di farne parte, di condividerne le qualità e le caratteristiche: e solo un adulto che non perderà del tutto tale impulso potrà far progredire la specie umana. Da notare le sequenze a cartoni animati, realizzate appositamente: l'istituto Kanun, infatti, aveva al suo interno anche un dipartimento di animazione.

24 marzo 2022

Due soluzioni per un problema (A. Kiarostami, 1975)

Due soluzioni per un problema (Dow rahehal baraye yek masaleh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
con Sahid, Hamid
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Prima di diventare un regista apprezzato nei maggiori festival internazionali, Abbas Kiarostami ha lavorato per il Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, di cui è stato il responsabile del dipartimento cinematografico. Per l'istituto ha realizzato una serie di pellicole, documentari e cortometraggi con finalità educative, che gli hanno dato la possibilità di sperimentare la propria tecnica, di imparare a dirigere gli attori (a cominciare dai bambini) e di raccontare storie senza l'assillo dei risultati commerciali o delle imposizioni di regime. Uno dei primi cortometraggi è questo "Due soluzioni per un problema", ispiratogli da un episodio accaduto davvero a uno dei suoi figli a scuola. Protagonisti sono due piccoli amici, Nader e Dara: quando il secondo restituisce al primo il libro che gli aveva prestato, ma con la copertina strappata, comincia un'altalena di dispetti reciproci: in una vera e propria escalation, i due bambini si danneggiano a vicenda libri, cartelle, righelli e capi di vestiario (sembra di assistere a una comica di Stanlio e Ollio, con i due che fanno a turno a farsi degli sgarbi!), fino ad arrivare inevitabilmente a picchiarsi. Su una lavagna, si fa il riepilogo dei danni reciprocamente inflitti. Ma poi la storia ricomincia da capo, e si sviluppa in modo diverso: Dara aggiusta il libro danneggiato, incollando la copertina, e i due bambini rimangono amici. La voce narrante, che fino a lì aveva accompagnato lo svolgersi dell'azione, non fa alcuna morale: lascia che sia il (si presume) piccolo spettatore a trarre da sé le conclusioni, ovvero a quale delle "due soluzioni per un problema" sia meglio ricorrere in casi del genere. Ma osservando il film da un punto di vista cinematografico, è divertente notare come la prima "soluzione", quella del litigio, sia infinitamente più interessante e dinamica: senza di essa, senza lo sviluppo di un conflitto, e dunque senza il contrasto fra le due soluzioni, un eventuale cortometraggio che proponesse soltanto lo scenario conciliante e pedagogico risulterebbe blando e banale. È una piccola ma vera e chiarissima lezione su come costruire un plot accattivante! E nonostante la semplicità narrativa e la povertà di mezzi, è incredibile come un corto di poco più di quattro minuti sia capace di rimandare a mondi paralleli e storie a bivi (come "Sliding doors").