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16 maggio 2023

Cry Macho (Clint Eastwood, 2021)

Cry Macho - Ritorno a casa (Cry Macho)
di Clint Eastwood – USA 2021
con Clint Eastwood, Eduardo Minett
*1/2

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

L'attempato Mike Milo (Eastwood), un tempo stella dei rodei, viene convinto dal suo ex capo a recarsi in Messico per prevelare il suo figlio tredicenne Rafael (Eduardo Minett) e condurlo in Texas, dove intende usarlo come "merce di scambio" in una trattativa economica con la moglie. Durante il viaggio attraverso il deserto messicano, però, il vecchio cowboy e il giovane ribelle impareranno a conoscersi e svilupperanno una sorta di rapporto padre-figlio. Da un romanzo dello sceneggiatore N. Richard Nash (che circolava a Hollywood sin dagli anni settanta: fu proposto a diverse case di produzione, registi ed attori, e lo stesso Eastwood giunse vicino a interpretare il protagonista alla fine degli anni ottanta), un road movie che arriva – in tutti i sensi – fuori tempo massimo. Schematico nella sceneggiatura e già visto troppe volte nel soggetto, trasuda stereotipi e banalità. Il brutto doppiaggio italiano non aiuta. Macho è il nome del gallo da combattimento che il giovane Rafa porta sempre con sé. Per l'ultranovantenne Eastwood è il 39° film da regista.

26 febbraio 2021

L'uomo dalla cravatta di cuoio (D. Siegel, 1968)

L'uomo dalla cravatta di cuoio (Coogan's Bluff)
di Don Siegel – USA 1968
con Clint Eastwood, Lee J. Cobb
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Coogan (Eastwood), vicesceriffo dai modi spicci, viene inviato dall'Arizona a New York per prelevare un detenuto (Don Stroud). Ma questi, grazie alla sua ragazza (Tisha Sterling) e a un complice, gli scappa di mano mentre lo sta portando all'aeroporto. E a Coogan, pesce fuor d'acqua poco abituato al modo di fare e di vivere nella grande città dell'Est, non resterà che tentare di ritrovarlo, con l'aiuto involontario di una graziosa assistente sociale (Susan Clark) e nonostante l'ostilità del capo della polizia locale (Lee J. Cobb). Il primo dei cinque film che Siegel ha girato con Clint Eastwood è un thriller poliziesco che sembra in parte un prototipo dell'ispettore Callaghan (per il protagonista duro e violento), ma con il valore aggiunto dato dal contesto: lo spaesamento del personaggio che deve muoversi in un ambiente diverso dal suo, senza la pazienza necessaria a comprendere che a New York vigono regole e stili di vita (la burocrazia, la corruzione, gli hippie!) differenti da quelli del deserto del west (non aiuta il fatto che tutti, buoni e cattivi, lo sfottano per il suo aspetto e i suoi atteggiamenti: la "cravatta di cuoio" del titolo italiano fa parte del suo abbigliamento da cowboy, insieme al cappello e agli stivali; il titolo originale è invece un gioco di parole fra il nome del protagonista e quello di un promontorio a Manhattan). Buona la prova di Clint, al secondo film americano dopo l'esperienza con gli spaghetti western di Sergio Leone.

29 novembre 2020

Brivido nella notte (Clint Eastwood, 1971)

Brivido nella notte (Play Misty for me)
di Clint Eastwood – USA 1971
con Clint Eastwood, Jessica Walter
**1/2

Visto in TV.

Dave Garner (Eastwood), DJ radiofonico che conduce una trasmissione notturna in una piccola emittente californiana, scopre che la sua affezionata ascoltatrice Evelyn (Jessica Walter), che telefona ogni sera per chiedere la canzone "Misty" di Erroll Garner, è una stalker psicopatica innamorata di lui. E dopo un incontro casuale di una notte, non riesce più a togliersela di dosso: dapprima la donna porta scompiglio nella sua sfera privata e professionale, e poi cerca addirittura di attentare alla sua vita. Il film che segna l'esordio alla regia per Eastwood è un thriller psicologico che in certe cose sembra anticipare "Misery": come nel classico di Stephen King e Rob Reiner, a renderlo memorabile è l'antagonista, una donna ossessiva e fanatica, violenta e senza inibizioni, magistralmente interpretata da una Jessica Walter che fu anche nominata ai Golden Globe. Pur con qualche calo di ritmo e qualche ingenuità sopra le righe, alla prima esperienza dietro la macchina da presa Clint si dimostra un regista già solido e capace di sfruttare bene sia gli attori (compreso sé stesso!) sia le scenografie (le coste frastagliate della penisola di Monterey: la sceneggiatura di Jo Heims era ambientata inizialmente a Los Angeles, ma Eastwood volle spostarne il setting per dare alla vicenda uno sfondo più particolare e realistico, vedi anche le scene girate durante il festival jazzistico). Donna Mills è la fidanzata ufficiale di Dave, Don Siegel (che lo stesso anno aveva diretto l'amico Clint nel primo "Ispettore Callaghan") è il barista, John Larch è il detective della polizia.

22 luglio 2019

Il corriere - The mule (C. Eastwood, 2018)

Il corriere - The mule (The Mule)
di Clint Eastwood – USA 2018
con Clint Eastwood, Bradley Cooper
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Giunto all'età di novant'anni, il floricultore Earl Stone (Eastwood, che torna a recitare in un suo film a dieci anni di distanza da "Gran Torino") deve fare i conti con i propri fallimenti: per pensare al lavoro ha sempre trascurato la famiglia, finendo con l'alienarsela. E l'avvento della concorrenza su internet ha portato comunque alla chiusura la sua attività, lasciandolo in mezzo ai debiti. Disperato, accetta dunque la proposta di diventare corriere per un cartello messicano della droga, trasportando la merce a bordo del proprio pickup dal Texas fino a Chicago. Insospettabile per via della sua età e dei suoi modi, diventerà così uno dei corrieri più affidabili e redditizi del cartello, sfuggendo per lungo tempo alle strette maglie delle indagini dell'agente della DEA Colin Bates (Bradley Cooper). Da una storia vera, una pellicola se vogliamo semplice e lineare, ma con il valore aggiunto dato dalla capacità di Clint (tanto come regista quanto come attore) di costruire un personaggio unico e interessante: Earl è incredibilmente disinibito a livello morale (non gli sorgono mai dubbi o scrupoli che quello che sta facendo sia sbagliato, ed è sempre perfettamente consapevole della situazione), dai modi grezzi ma in fondo buono (sempre pronto ad aiutare o a fare amicizia con chiunque, nonostante le venature razziste del personaggio), non tanto dissimile dunque da altre figure da lui portate sullo schermo in passato (a cominciare, appunto, dal protagonista di "Gran Torino"). E anche se qualche passaggio della vicenda è un po' inverosimile (possibile che Earl non si renda conto fino al terzo viaggio di cosa stia davvero trasportando?) o schematico (i rapporti del protagonista con la propria famiglia, il comportamento ottuso degli uomini che il cartello invia a sorvegliarlo durante i viaggi), il ritratto della vecchiaia (con tutte le sue idiosincrasie, come quelle per la tecnologia) e della capacità di "reinventarsi" che ne consegue è a suo modo affascinante, rendendo facile allo spettatore partecipare emotivamente ai lunghi viaggi sulle strade polverose che conducono dal Texas all'Illinois. Perfetto il finale. Nel cast anche Dianne Wiest (la moglie), Alison Eastwood (la figlia), Taissa Farmiga (la nipote), Andy García (il boss del cartello messicano), Laurence Fishburne (il capo della DEA) e Michael Peña (l'agente Trevino).

5 agosto 2018

Space cowboys (C. Eastwood, 2000)

Space cowboys (id.)
di Clint Eastwood – USA 2000
con Clint Eastwood, Tommy Lee Jones
**

Visto in TV.

Quattro vecchi piloti collaudatori (Clint Eastwood, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland e James Garner), che negli anni '50 avevano dovuto mettere la parte il sogno di andare sulla Luna, vengono contattati dalla NASA per una missione di emergenza. Si tratta di partire con lo Space Shuttle per recuperare un vecchio satellite russo per le comunicazioni, uscito dall'orbita per un guasto ai sistemi di guida, e di ripararlo prima che rientri nell'atmosfera. Nonostante l'età avanzata e i tanti acciacchi (uno di loro è addirittura malato di cancro), i quattro amici dimostreranno di essere ancora in forma, nonché di cavarsela meglio di tanti astronauti giovani di fronte alle immancabili difficoltà. Con un occhio al cinema d'azione (in chiave... gerontologica!) e un altro ai classici dell'esplorazione spaziale (da "Uomini veri" ad "Apollo 13"), un divertissement senza troppe pretese ma decisamente gradevole, nonostante il ricorso a numerosi luoghi comuni e la struttura tradizionale dello spettacolo hollywoodiano. I buoni effetti speciali, il mestiere di Eastwood nel costruire la tensione e il carisma degli attori (impagabili soprattutto Tommy Lee Jones e Donald Sutherland) fanno il resto. Nel cast si riconoscono James Cromwell (il capo del progetto alla NASA), Marcia Gay Harden (l'astrofisica) e Rade Šerbedžija (l'ufficiale russo).

26 maggio 2017

La notte brava del soldato Jonathan (Don Siegel, 1971)

La notte brava del soldato Jonathan (The Beguiled)
di Don Siegel – USA 1971
con Clint Eastwood, Geraldine Page
***

Visto in divx.

Durante la guerra civile americana, in territorio confederato, un soldato yankee ferito – il caporale McBurney (Clint Eastwood) – viene accolto e curato dalle ragazze di un collegio femminile isolato nei boschi, con l'intenzione di consegnarlo alle truppe sudiste una volta che si sarà ripreso. Ma la sua presenza accende la curiosità e i desideri di tutte le donne della casa: dall'anziana direttrice Miss Martha (Geraldine Page) alla giovane insegnante Edwina (Elizabeth Hartman), dalla serva di colore Hallie (Mae Mercer) alle sei alunne, che vanno dall'età di diciassette anni – l'intrigante Carol (Jo Ann Harris) – a quella di dodici – l'innocente Amy (Pamelyn Ferdin). A sua volta McBurney approfitta della situazione, compiacendo con bugie le varie donne e lasciandosi "sedurre" da loro... fino a quando il gioco gli sfuggirà di mano. Insolita pellicola, tratta da un romanzo di Thomas P. Cullinan appartenente al cosiddetto genere "Southern Gothic". Le atmosfere torbide, mescolate a quelle fiabesche (la bambina che si avventura nel bosco in cerca di funghi, la casa isolata), che a tratti sfociano nell'horror, lo rendono un film dai toni più europei che americani (e infatti piacque parecchio in Francia e fu un flop in patria). Ed è strano vedere Eastwood uscire dai suoi soliti ruoli per calarsi in quello di vittima, in balia di tante donne, per di più diretto dallo stesso regista con cui pochi mesi più tardi sfornerà il primo film dell'ispettore Callaghan (ma i due erano già alla terza collaborazione, dopo i western "L'uomo dalla cravatta di cuoio" e "Gli avvoltoi hanno fame"). Con una caratterizzazione psicologica più raffinata (soprattutto delle figure femminili), ne sarebbe potuto uscire un capolavoro. Secondo Siegel, il film parla del "desiderio latente delle donne di castrare gli uomini". Da notare la simbologia scoperta (il corvo con l'ala ferita, legato a una corda, che alla fine è trovato morto) e i sottotesti incestuosi (fin troppo espliciti) riguardo Miss Martha. Nel 2017 è in arrivo un remake a opera di Sofia Coppola, con Colin Farrell e Nicole Kidman.

20 aprile 2017

Cacciatore bianco, cuore nero (C. Eastwood, 1990)

Cacciatore bianco, cuore nero (White Hunter, Black Heart)
di Clint Eastwood – USA 1990
con Clint Eastwood, Jeff Fahey
**

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

John Wilson (Eastwood), regista hollywoodiano anticonformista e poco incline ai compromessi ("Chi fa un film deve fregarsene altamente di chi va a vederlo"), accetta di dirigere un lungometraggio in Africa, ma solo perché intende approfittare dell'occasione per soddisfare un suo personale capriccio: quello di dare la caccia a un elefante. E infatti, una volta giunto in Kenya, trascura il lavoro e pensa soltanto a organizzare un safari, coinvolgendo anche lo sceneggiatore del film, Pete Verrill (Jeff Fahey), in quella che diventa una vera e propria ossessione. Girato in Zimbabwe e tratto da un romanzo (del 1953) di Peter Viertel, che romanzava le esperienze vissute durante la lavorazione de "La regina d'Africa" (il protagonista è evidentemente ispirato a John Huston, Verrill è l'alter ego dello stesso Viertel), un film non del tutto soddisfacente: il soggetto e soprattutto l'ambientazione avevano grandi potenzialità, ma la realizzazione manca della forza necessaria per elevare la vicenda su un piano larger-than-life, come forse autori come Peter Weir o Werner Herzog sarebbero riusciti a fare (per non parlare dello stesso Huston). Così com'è, l'ossessione di Wilson per la caccia all'elefante rimane qualcosa di elusivo e inspiegabile, un suo fatto personale – conseguenza forse della sua megalomania e delle sue insicurezze – che gli impedisce di connettersi non solo con gli altri personaggi ma anche con gli spettatori. E sequenze come quella in cui si dimostra intollerante al razzismo dei bianchi colonialisti in Africa sembrano quasi dei corpi estranei (curiosità: la scazzottata con Clive Mantle, secondo alcuni, è l'unico caso in cui Clint, sullo schermo, le busca in uno scontro alla pari).

22 agosto 2016

Una calibro 20 per lo specialista (M. Cimino, 1974)

Una calibro 20 per lo specialista (Thunderbolt and Lightfoot)
di Michael Cimino – USA 1974
con Clint Eastwood, Jeff Bridges
**1/2

Visto in divx.

Un giovane vagabondo che si fa chiamare Caribù (Bridges), forse in omaggio agli indiani d'America, fa la conoscenza occasionale dell'Artigliere (Eastwood), rapinatore di banche e veterano della guerra di Corea, in fuga dai suoi complici che lo sospettano di aver sottratto il bottino di un precedente colpo. I due diventano presto amici, e decidono di provare un nuovo "lavoro" insieme, con l'aiuto dei due uomini che davano la caccia all'Artigliere (George Kennedy e Geoffrey Lewis) e che si sono finalmente convinti della sua innocenza. Ma la rapina a una banca del Montana (l'intero film è girato nello stato nord-occidentale degli Usa, fra canyon, natura e spazi sterminati) non andrà come previsto... Al suo primo film, anche sceneggiatore, Michael Cimino mette in scena molti degli elementi che gli staranno a cuore fino alla fine: l'America rurale e dei grandi spazi incontaminati, il desiderio di libertà, l'amicizia maschile e il conflitto. Nella prima metà, la pellicola si poggia sul rapporto fra i due protagonisti, assai diversi fra loro (Bridges è giovane, esuberante e dongiovanni, agisce senza riflettere ed è aperto a ogni nuova esperienza, mentre Eastwood è più anziano, cauto e riservato), all'insegna dell'irriverenza e dell'anarchia (si pensi a incontri comico-surreali come il cacciatore pazzo che dà loro un passaggio), mentre la seconda mostra la preparazione e lo svolgimento della rapina in banca (anche qui non mancano tocchi ironici, come i lavoretti che i quattro uomini accettano per finanziarsi la rapina – da gelatai a operai – e la scena in cui Caribù si veste da donna per "distrarre" un addetto alla sorveglianza). Fra il buddy movie e l'on the road, una pellicola un po' incerta e sconclusionata ma non priva di un suo fascino, dove il carisma degli attori e gli scenari dell'America più profonda si combinano con efficacia. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerla lo stesso Eastwood, ma l'attore fu colpito dall'entusiasmo del giovane Cimino, fino ad allora soltanto sceneggiatore, gli affidò la macchina da presa. Grande successo di pubblico (il secondo più grande nella carriera del regista, dopo "Il cacciatore") e nomination all'Oscar per Bridges. Cimino ha dichiarato di essersi ispirato a un film degli anni '50, "Il ribelle d'Irlanda" (in originale, "Captain Lightfoot") con Rock Hudson. Il titolo italiano, completamente fuori registro (quello originale sarebbe stato da tradurre in "L'Artigliere e Caribù", dai soprannomi dei due personaggi), fa pensare a un poliziesco e probabilmente venne scelto per richiamare i fan di Eastwood (solo l'anno prima era uscito "Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan", co-sceneggiato fra l'altro dallo stesso Cimino). Temi e panorami simili si rivedranno nell'ultimo film del regista americano, "Verso il sole".

16 dicembre 2015

Le streghe (Visconti, Pasolini, De Sica, et al., 1967)

Le streghe
di Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi, Vittorio De Sica – Italia 1967
con Silvana Mangano, Totò, Clint Eastwood
**

Visto in divx.

Film ad episodi sul tema della "donna strega". Dei cinque segmenti, due (quelli di Bolognini e Rossi) sono brevissimi, poco più che degli sketch di quattro-cinque minuti, mentre gli altri tre si estendono più a lungo, sui trenta minuti. Il migliore è senza dubbio quello di Pasolini (una fiaba fuori dal tempo con Totò e Ninetto Davoli, quasi un sequel di "Uccellacci e uccellini"), anche se qualcosa di interessante, seppure evanescente o datato, si trova anche negli episodi di De Sica (con un Eastwood "imborghesito") e di Visconti. Il filo conduttore è Silvana Mangano (all'epoca moglie del produttore Dino De Laurentiis), protagonista di tutti gli episodi, in seguito una presenza ricorrente nei film di Pasolini ("Edipo Re", "Teorema", "Il Decameron") e Visconti ("Morte a Venezia", "Ludwig", "Gruppo di famiglia in un interno"). I titoli di testa, in stile cartoon, sono di Pino Zac. Piero Piccioni realizza la colonna sonora per quattro dei cinque episodi (in quello di Pasolini, la musica è di Ennio Morricone).

"La strega bruciata viva", di Luchino Visconti (*1/2), con Silvana Mangano, Annie Girardot
Una diva di Hollywood, in visita a un'amica nella sua casa di Kitzbühel per le vacanze invernali, è al centro dell'attenzione di tutti: le donne ne ammirano la bellezza, gli uomini vorrebbero portarsela a letto. In un'atmosfera superficiale e svagata, fra tediosi giochi di società e goffi tentativi di adulterio, la diva fa preoccupare tutti sul suo stato di salute a causa di un lieve mancamento. Ma quando scopre di essere incinta, tenta inutilmente di convincere il marito (che è rimasto a New York) di lasciarle abbandonare il cinema per uno o due anni, scagliandosi contro l'ipocrisia di produttori, cineasti e pubblico. Il conformismo, i vizi e le virtù dell'(alta) borghesia, in un episodio – scritto da Giuseppe Patroni Griffi e Cesare Zavattini – dove la vena "decadentista" di Visconti sfiora quella intellettuale di Antonioni sull'incomunicabilità. Rivisto oggi, appare francamente datato. Nel cast, piccoli ruoli per Francisco Rabal, Clara Calamai, Marilu Tolo ed Helmut Berger (quest'ultimo alla prima collaborazione con Visconti).

"Senso civico", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano, Alberto Sordi
Una donna carica sulla sua macchina un camionista rimasto ferito in un incidente stradale, affermando di volerlo portare in ospedale. In realtà se ne serve per avere il via libera in tutti gli incroci e giungere così più rapidamente all'appuntamento con il suo amante. Sketch squallido e per nulla divertente, servito da una regia monotona.

"La terra vista dalla luna", di Pier Paolo Pasolini (**1/2), con Totò, Ninetto Davoli, Silvana Mangano
Proseguendo nel filone comico-surreale inagurato l'anno prima con "Uccellacci e uccellini" (un mini-ciclo con Totò e Ninetto Davoli che sarebbe poi proseguito con un altro cortometraggio, "Che cosa sono le nuvole?", e che avrebbe dovuto concludersi con il film "Re magio randagio", mai realizzato a causa dell'improvvisa morte dell'attore napoletano), Pasolini propone una vera e propria fiaba "stralunata" (vedi il titolo!) e "contro il senso comune". Protagonisti sono Ciancicato Miao (Totò) e suo figlio Baciù (Davoli), in cerca di una donna che possa fare da moglie per l'uno e da madre per l'altro. Dopo un'estenuante ricerca durata un anno, la trovano in Assurda Caì (Mangano), fata sordomuta da capelli verdi, che porterà serenità e bellezza nella loro povera casa. E soprattutto, tornerà magicamente e inspiegabilmente dalla morte, dopo essere caduta dal Colosseo per un incidente. La morale, come recita la didascalia finale: "essere morti o essere vivi è la stessa cosa". Lontano dai sottotesti ideologici e satirici di "Uccellacci e uccellini", un episodio innocente e leggero, ambientato in un mondo dove passato, presente e futuro coesistono, così come l'allegria e la tristezza, la realtà e la sua caricatura, la ricchezza interiore e la desolazione esteriore. L'intento di PPP, in effetti, stavolta non era quello di lanciare un messaggio sociale o politico (il cartello iniziale spiega che "visto dalla Luna, questo film [...] non è niente e non è stato fatto da nessuno") ma di sviluppare un nuovo e personale linguaggio fimico (fra i modelli, oltre naturalmente alle fiabe, i fumetti – si pensi alle didascalie, ma anche ai colori di acconciature e abiti – e le comiche di Chaplin – omaggiato in un ritratto appeso in casa Maio, nonché dal mutismo di Assurdina), più universale e archetipico, che caratterizzerà i successivi lavori del regista.

"La siciliana", di Franco Rossi (*1/2), con Silvana Mangano
In un paesino della Sicilia, uno sgarbo di poco conto a una donna è la scintilla che dà il via a una faida sanguinosa a base di vendette a catena. Nonostante alcuni accenni satirici sul concetto di onore e il suo stereotipo nel Sud, il maggior pregio dell'episodio è quello di essere veloce e brevissimo.

"Una sera come le altre", di Vittorio De Sica (**), con Silvana Mangano, Clint Eastwood
Una moglie soffre perché la sua relazione con il marito, dopo dieci anni di matrimonio, è precipitata nella monotonia e nelle abitudini. Se l'uomo è stanco e svogliato, la donna è repressa e frustrata: nelle sue fantasticherie, immagina di ribellarsi, di insultarlo e di maltrattarlo, di farsi corteggiare da altri – dapprima dai personanaggi dei fumetti e poi da una folla immensa – e di suscitare così la sua passione o la sua gelosia. Su sceneggiatura (fra gli altri) di Zavattini, De Sica mette in scena la noia di una coppia borghese, in un episodio che non manca di momenti onirici e visionari (gli scenari completamente bianchi, o tutta la sequenza finale), ma tirata un po' troppo per le lunghe. Interessante vedere Eastwood in un ruolo così lontano dalla sua immagine di pistolero western (aveva appena girato la trilogia del dollaro con Sergio Leone), anche se, in alcuni momenti del sogno ad occhi aperti della moglie, usa effettivamente la pistola.

12 marzo 2014

Lo straniero senza nome (C. Eastwood, 1973)

Lo straniero senza nome (High Plains Drifter)
di Clint Eastwood – USA 1973
con Clint Eastwood, Verna Bloom
***

Rivisto in TV.

Un misterioso pistolero giunge a Lago, sperduto avamposto di frontiera, i cui abitanti lo assoldano per sbaragliare tre criminali che stanno dirigendosi fin lì per vendicarsi. I tre, un tempo al soldo della compagnia mineraria, erano stati infatti arrestati un anno prima per aver ucciso lo sceriffo locale. L'uomo accetta l'incarico, ma lo svolge a modo suo: e i suoi metodi sembrano diretti non soltanto a sconfiggere i banditi, ma a punire gli stessi cittadini. Archetipico, essenziale (persino nelle scenografie: il villaggio consiste in poche case di legno – alcune non ne mostrano che lo scheletro – collocate come modellini in mezzo al deserto e sulle rive del lago), dai toni surreali e visionari (memorabile il paese tutto dipinto di rosso e ribattezzato Hell, "inferno", per accogliere nel migliore dei modi i tre banditi): il primo western diretto da Eastwood (e il suo secondo lungometraggio da regista in assoluto dopo "Brivido nella notte") da un lato si rifà esplicitamente agli stilemi delle pellicole italiane che lo avevano reso una star (in particolare nelle caratterizzazioni dei personaggi, che sembrano davvero uscire da uno spaghetti western; e anche l'idea del protagonista senza nome sembra provenire più da "Per un pugno di dollari" – e di converso da "La sfida del samurai" di Kurosawa – che non da prototipi a stelle e strisce più o meno celebri), ma dall'altro presenta una propria e precisa identità, dai toni lugubri ed espressionisti, evidenti non solo nelle scene di violenza improvvisa e stilizzata quanto soprattutto nella costruzione dell'attesa (si pensi ai flashback che mostrano la morte dello sceriffo, accompagnati dalla musica spettrale di Dee Barton), al punto da sospettare che fra le fonti di ispirazione ci sia non solo l'ovvio "Mezzogiorno di fuoco" (il cui assunto è ribaltato: qui tutti i cittadini sono coinvolti e costretti a collaborare) ma anche il teatro dell'assurdo di Beckett. L'esile ma intensa sceneggiatura è di Ernest Tidyman (già responsabile di quella de "Il braccio violento della legge"), autore anche del soggetto. Nella scena finale il doppiaggio italiano chiarisce la vera identità del protagonista, che in originale rimaneva ambigua e velata di soprannaturale: al nano Mordecai, che afferma di non conoscere il suo nome, Clint risponde "Yes, you do" (da sottolineare come l'attore che interpreta il defunto sceriffo Duncan sia Buddy Van Horn, da sempre la controfigura di Eastwood). Sempre nel finale, al cimitero sarebbero presenti due tombe con i nomi di Sergio Leone e Don Siegel: un tributo di Clint ai suoi due registi di riferimento.

25 febbraio 2014

L'uomo nel mirino (Clint Eastwood, 1977)

L'uomo nel mirino (The Gauntlet)
di Clint Eastwood – USA 1977
con Clint Eastwood, Sondra Locke
**

Visto in TV.

Il poliziotto Ben Shockley (Eastwood) viene incaricato di scortare da Las Vegas a Phoenix una prostituta, "Gus" Mally (Locke), che dovrà testimoniare in un processo contro il capo della polizia Blakelock (William Prince), accusato di collusioni con la mafia. Ma questi farà di tutto per impedire che i due giungano a destinazione, scatenando contro di loro l'intero corpo di polizia dell'Arizona. Poliziesco on the road piuttosto convenzionale e prevedibile, con un soggetto stereotipato e implausibile al tempo stesso: si salva per la viscerale interpretazione di Clint, per una sottile ironia di fondo (gli scommettitori clandestini di Las Vegas che "quotano" il mancato arrivo della testimone al processo, dandola 100 a 1) e per il visionario finale in cui l'autobus corazzato con a bordo i due protagonisti viaggia per le strade deserte di Phoenix ed è preso di mira da centinaia di poliziotti che lo crivellano di colpi (pare che in tutta la pellicola siano stati sparati diecimila proiettili, allora un record degno di figurare persino nel Guinness dei Primati). Shockley, nonostante il coraggio e l'eroismo, è ritratto come un personaggio mediocre, alcolizzato (numerosi i product placement di una nota marca di whisky) e che non brilla per intelligenza (ci mette un bel po' a capire quello che è evidente a tutti gli altri, compresa la prostituta, ovvero che la "mela marcia" è il suo capo). La Locke, al secondo film con Eastwood dopo "Il texano dagli occhi di ghiaccio", era al tempo la compagna di Clint. La locandina originale, che mostra il protagonista in una posa eroica alla "Conan il barbaro", è opera di Frank Frazetta.

4 dicembre 2012

Potere assoluto (Clint Eastwood, 1997)

Potere assoluto (Absolute Power)
di Clint Eastwood – USA 1997
con Clint Eastwood, Gene Hackman
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Impegnato a svaligiare una lussuosa villa, un anziano ladro di gioielli (interpretato dallo stesso Eastwood) si nasconde dietro un falso specchio ed è testimone dell'assassinio di una donna, amante del Presidente degli Stati Uniti (Gene Hackman), da parte degli agenti addetti alla sua sicurezza. Costretto alla fuga (i servizi segreti cercano infatti di addossare a lui la responsabilità), lotterà per dimostrare la propria innocenza, e nel frattempo proverà a recuperare il rapporto con la figlia, giovane avvocatessa che disapprova il suo stile di vita. Un thriller teso e appassionante, sceneggiato da William Goldman a partire da un romanzo di James Baldacci, in cui il cattivo è nientemeno che la massima carica dello stato, ritratto come un uomo ipocrita e corrotto, mentre l'eroe è un fuorilegge che dimostra però molta più integrità morale del suo rivale: una situazione simile (con il "buono" che è un bandito e il "cattivo" che in teoria è il tutore della legge) a quella proposta cinque anni prima, in chiave western, nel capolavoro di Clint, "Gli spietati", dove pure il nostro eroe se la vedeva con Hackman. Certo, la sospensione dell'incredulità è necessaria, alcuni snodi sono un po' forzati, la risoluzione è troppo improvvisa, e al tema della riconciliazione famigliare viene dato a tratti uno spazio eccessivo (anche se la figura del padre che si tramuta nell'angelo custode della figlia, a insaputa di lei, è perfettamente in linea con il cinema di Eastwood), ma Clint dimostra per l'ennesima volta di conoscere bene le regole del gioco e di saper sfornare una pellicola d'intrattenimento con i fiocchi, seppur forse meno ambiziosa di altri suoi lavori. Nell'ottimo cast, anche Ed Harris (l'ostinato detective che indaga sul caso), Laura Linney (la figlia di Luther), Judy Davis (il capo dello staff presidenziale), Scott Glenn (uno degli agenti segreti) ed E.G. Marshall (l'anziano "nume tutelare" del presidente, alla sua ultima apparizione sul grande schermo). Eastwood, come suo solito, è anche autore delle musiche.

24 gennaio 2012

Il buono, il brutto, il cattivo (S. Leone, 1966)

Il buono, il brutto, il cattivo
di Sergio Leone – Italia 1966
con Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef
****

Rivisto in Blu-ray con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra, Eleonora e Costanza.

Sullo sfondo della sanguinosa guerra di secessione americana, tre uomini che vivono ai margini della legge (un giustiziere senza nome soprannominato "il Biondo"; il fuorilegge messicano Tuco; e il killer a pagamento chiamato "Sentenza") si mettono sulle tracce di una cassa con duecentomila dollari in oro, sottratta all'esercito sudista e nascosta in un cimitero. La "trilogia del dollaro" di Sergio Leone, che ha dato il via alla stagione dei western all'italiana, si conclude con il film forse più celebre e importante dell'intero filone, una pellicola epica e avventurosa, ambiziosa e divertente, ironica e spettacolare. Se Clint Eastwood era stato il protagonista assoluto del primo film ("Per un pugno di dollari"), affiancato poi da Lee Van Cleef nel secondo ("Per qualche dollaro in più"), qui i personaggi centrali diventano tre (come indica già il titolo della pellicola, fra l'altro ben più azzeccato e significativo di quelli dei due film precedenti, che in fondo avrebbero potuto essere appioppati a qualsiasi spaghetti western): il terzo incomodo è il formidabile Eli Wallach, nel ruolo più celebre di una carriera che pure lo ha visto recitare in compagnia di divi come Marilyn Monroe ("Gli spostati") e in pellicole come "I magnifici sette" e "La conquista del west". Proprio il suo personaggio, "il brutto" Tuco, è il più simpatico e "umano" dei tre protagonisti, non solo perché gli sono riservati i momenti più tipicamente comici ma anche e soprattutto perché è quello meglio caratterizzato (basti pensare al background che gli forniscono sequenze come quella dell'incontro con il fratello prete). Clint Eastwood, che naturalmente è "il buono", interpreta ancora una volta il ruolo dell'eroe senza nome (il fatto che soltanto nel finale giunga a indossare il celebre poncho che vestiva nei film precedenti suggerisce che questo possa essere – almeno idealmente – il prequel degli altri due). Van Cleef, invece, stavolta è "il cattivo" (e per ringiovanirlo rispetto al colonnello Mortimer, Leone gli ha fatto tingere i baffi e i capelli di nero): al contrario degli antagonisti nevrotici e spietati interpretati in precedenza da Gian Maria Volontè, però, la sua non è una cattiveria pura, bensì sempre controllata e finalizzata a un obiettivo.

Nonostante la monumentale durata (quasi tre ore), la storia che il film racconta è piuttosto semplice e il canovaccio è quello della caccia al tesoro, con ciascuno dei tre personaggi in possesso di solo una parte delle informazioni che consentono di trovare il bottino, il che li costringe a dar vita ad alleanze forzate che si formano e si disfano a seconda degli eventi. Sullo sfondo, come detto, c’è uno scenario storico preciso, quello della guerra civile americana, che non solo dona a tutta la vicenda un maggior respiro epico e quell’universalità che mancavano nei film precedenti ma ne accentua il continuo senso di morte imminente (che accompagna i personaggi dalla prima all'ultima sequenza: non a caso il climax del film si svolge in un cimitero). E di fronte agli orrori di un conflitto insensato ("Non ho mai visto morire tanta gente, tanto male", commenta il Biondo osservando una battaglia), anche gli inganni e le violenze dei tre protagonisti si fanno più piccoli e passano quasi in secondo piano, lasciandoli impegnati a battersi fra loro nella più totale indifferenza del resto del mondo, comprese le autorità o la legge. Pare che quest’idea sia stata suggerita a Leone da "Monsieur Verdoux", in cui Chaplin si chiedeva quanto contino i delitti "artigianali" di un singolo di fronte ai massacri voluti dai potenti del mondo. Il lungo viaggio dei tre personaggi incrocia dunque più volte la guerra, dalla quale entrano ed escono in continuazione: sono costretti a vestire divise, a interagire con i soldati, a evitare cannonate e battaglie, a superare trincee e linee nemiche, a evadere dai campi di prigionia... Non prendono posizione: che indossino o meno una divisa, rimangono del tutto indifferenti alle ragioni e agli ideali della guerra e non parteggiano per una parte o per l'altra: ma d'altronde lo stesso sembra valere per i soldati e i loro comandanti, ritratti come disperati o fatalisti (esemplare la toccante sequenza di Aldo Giuffrè, il capitano nordista che sogna di far saltare il ponte che è stato incaricato di proteggere), che reputano la guerra qualcosa di sporco e di inutile a prescindere dalle parti in causa. E non contiamo quanti di loro sono mutilati, senza arti o con cicatrici.

Girato come i precedenti in Almeria (la regione della Spagna che storicamente ha sempre fornito le ambientazioni per gli spaghetti western: un debito riconosciuto in pellicole-omaggio come "800 bullets" di Alex de la Iglesia), con la partecipazione dell'esercito franchista (che ha fornito i soldati per le scene di massa) e prodotto ancora da Alberto Grimaldi (con un ricco finanziamento della United Artists, che lasciò però carta bianca agli italiani), il film è il primo western ad alto budget di Leone, visto che le due pellicole precedenti – soprattutto la prima – erano state girate in economia. Recitato in una babele di lingue (inglese per i tre protagonisti, italiano per gli attori secondari, spagnolo per le comparse), venne poi doppiato in occasione delle varie uscite in sala. Non esiste dunque una vera e propria versione originale: alcuni attori (come Al Mulock) sul set recitavano addirittura parole senza senso o sequenze di numeri, sapendo che comunque sarebbero stati doppiati. Troppe sono le scene significative per ricordarle tutte: si dovrebbe raccontare, sequenza per sequenza, l’intero film. Vorrei però sottolinearne un paio che sono legate agli oggetti più iconici del western, le pistole. Innanzitutto la sequenza in cui Tuco, appena uscito dall’inferno del deserto, si presenta nel negozio di un venditore di armi e si "assembla" una pistola personalizzata scegliendo gli elementi ideali di ciascun modello che il commesso gli propone (la scena si conclude poi con uno sberleffo, la rapina al negoziante); e poi quella in cui il Biondo, dopo aver sconfitto Sentenza, avrà cura di farlo raggiungere nella tomba proprio dalla pistola e dal cappello: come scrive Francesco Minnini, si tratta di "accessori simbiotici del cowboy, che neppure un nemico oserebbe separare dal padrone, anche se morto". Quanto al "triello" finale, un celebre enigma di logica basato sulla teoria dei giochi suggerisce che al più "scarso" dei tre tiratori convenga sparare a vuoto: qui per Tuco ci pensa il Biondo, scaricandogli la pistola prima dello scontro (il che gli consente di vincere il duello con Sentenza perché a differenza del rivale sa già di doversi concentrare su un solo avversario).

Tornando al titolo (che pare sia stato ideato da Luciano Vincenzoni, co-sceneggiatore del film), non manca in esso una punta di ironia. I tre soprannomi, "il buono", "il brutto" e "il cattivo" (che compaiono scritti sullo schermo – a fianco dei rispettivi personaggi – sia all'inizio che alla conclusione del film) sembrano etichettare i personaggi in maniera netta e manichea, il che è naturalmente fuorviante: il Biondo è sì "buono", nel senso che "salva la vita" a Tuco sparando alla corda che lo sta impiccando (i due sono in realtà d'accordo: il primo consegna il secondo alle autorità per riscuotere la taglia, e poi lo libera) e dimostra più volte una spiccata sensibilità nei confronti di chi soffre (esaudisce l'ultimo desiderio del capitano nordista, offre il proprio sigaro al soldato sudista morente, e così via), ma in fondo anche lui è mosso dal desiderio di mettere le mani sull'oro e non certo da nobili ideali come quelli degli eroi del western classico; Sentenza è sì "cattivo", nel senso che non sembra porsi alcuno scrupolo nel tradire e uccidere pur di raggiungere i propri scopi, ma segue comunque un proprio codice d'onore ("Quando uno mi paga gli porto sempre a termine il lavoro"), non uccide se non è davvero necessario (risparmia la prostituta Maria, nonché la moglie e il figlio minore dell'uomo che rintraccia all'inizio: ne uccide invece il figlio maggiore, ma solo perché questi aveva tentato di aggredirlo con un fucile; dona una bottiglia al soldato ferito nell'ospedale di campo, e due monete a quello menomato che gli fornisce informazioni) e anche nel duello finale si batte secondo le regole; e Tuco, "brutto" sì ma fino a un certo punto (i suoi rivali, come i bounty killer che gli danno la caccia a inizio film – uno dei quali, quello che lo rintraccerà a metà pellicola, è interpretato dallo stesso Al Mulock che rivedremo nell'incipit di "C'era una volta il west" – hanno volti molto più sgradevoli del suo!), è un character talmente vivo e stratificato da non poter essere facilmente inquadrato nello stereotipo della macchietta comica, nonostante l'aspetto sia quello del messicano sporco, basso e grassottello, agli antipodi rispetto all'iconografia dell'eroe alto, bello e muscoloso.

Oltre a segnare un punto d'arrivo fondamentale nello stile di Sergio Leone (i tempi ampi e dilatati, i primissimi piani, l’attenzione ai dettagli, l’integrazione con il paesaggio, la cura nell’inquadratura e nel montaggio) – il film trascende il genere western e presenta molti chiavi di lettura: di quella della storia e della violenza abbiamo detto; abbiamo poi una connotazione fiabesca, evidente da scene come quella in cui Tuco segue – come Pollicino! – le tracce del Biondo che ha disseminato il suo cammino di sigari sempre più caldi (l’ultimo, infatti, è ancora acceso), o da elementi surreali come il vezzoso ombrellino rosa nel deserto; c’è il tema della religione: quello di Leone è un west senza Dio, dove un frate può essere meno misericordioso di un bandito (vedi ancora una volta l’incontro di Tuco e suo fratello) e un bounty killer è "l'angelo custode" di un fuorilegge, dove i riti religiosi sono caricaturizzati (il buffo segno della croce che si fa Tuco) e i valori cristiani distorti (Sentenza che divide la cena con l’uomo che sta per uccidere, e che in seguito fa lo stesso con Tuco prima di torturarlo); c’è poi il tema del gioco (la caccia al tesoro è una sorta di gioco dell’oca, con i tre personaggi come pedine e il cimitero finale – che Tuco percorre in una folle corsa circolare, fino a ritrovarsi nello spiazzo centrale – come tabellone; e come nel tiro dei dadi, è spesso il caso o il destino a decidere le sorti dei giocatori: si pensi alle cannonate che cadono dal cielo e che in un paio di occasioni, come veri deus ex machina, consentono ai personaggi di scampare alla morte o agli agguati). La natura ludica della vicenda è sottolineata anche dal diffuso sense of humour che sfocia in un autentico florilegio di frasi memorabili. Solo per citarne qualcuna:

– "La tua faccia somiglia a quella di uno che vale duemila dollari." – "Già, ma tu non somigli a quello che li incassa."
– "Quando si spara si spara, non si parla!"
– "Sei... il numero perfetto" – "Non era tre il numero perfetto?" – "Sì, ma io ho sei colpi qui dentro."
– "Dormirò tranquillo, perché so che il mio peggior nemico veglia su di me."
– "Dio è con noi, perché anche lui odia gli yankee!" – "No, Dio non è con noi, perché anche lui odia gli imbecilli."
– "Levati la pistola e mettiti le mutande."
– "Vado, l'ammazzo e torno."
– "Il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava. Tu scavi."
– "Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu? Sei figlio di una grandissima puttaaa-aaa-aaa..."
(da sfumare sul tema musicale di Ennio Morricone)

E a proposito di Morricone, raramente una colonna sonora (diretta da Bruno Nicolai) si è rivelata così fondamentale per la buona riuscita della pellicola (una delle poche accoppiate regista/compositore che mi sentirei di paragonare a quella formata da Leone e Morricone – per la qualità del risultato filmico – è quella di Takeshi Kitano e Joe Hisaishi). Oltre al celeberrimo e riconoscibilissimo tema principale (con gli "ululati dei coyote"), i brani indimenticabili comprendono la ballata "La storia di un soldato" (che a dire il vero è un po’ troppo lenta per risultare credibile con l'utilizzo che ne fa Sentenza nel film, ossia quello di "coprire" le grida dei prigionieri che sta torturando), la musica quasi spettrale che accompagna la traversata nel deserto, il tema trascinante che fa da sfondo alla folle corsa di Tuco nel cimitero ("L'estasi dell'oro") e naturalmente quello del "triello" finale (che in parte riecheggia il carillon di "Per qualche dollaro in più"). Quest’ultima scena è un capolavoro anche di regia e di montaggio, con i suoi tempi dilatati che sembrano prolungare all’infinito l’attesa e la tensione, prima che i personaggi mettano finalmente mano alle pistole (Leone spesso regolava la durata delle scene proprio in base a quella dei brani musicali che Morricone componeva in anticipo). Ma il merito dell'eccezionale resa visiva di quella e di altre sequenze è anche dello spettacolare widescreen (e pensare che un tempo il film veniva proposto in tv in versione pan & scan: un vero delitto!) e della superba fotografia di Tonino Delli Colli. Al di là ai tre protagonisti, il cast offre poco spazio ad altri personaggi, ma comprende comunque buone e intense prove di Aldo Giuffré (il capitano nordista di cui si è detto), Luigi Pistilli (padre Ramirez, il fratello di Tuco), Mario Brega (il caporale Wallace, con una vistosa cicatrice che passa da un occhio all’altro!). Spicca invece la quasi totale assenza di figure femminili (se ne ricordano essenzialmente due, la moglie di Stevens e la prostituta Maria, che compaiono soltanto in una manciata di inquadrature), mancanza cui Leone rimedierà nel film successivo, "C'era una volta il west", dove Claudia Cardinale avrà un ruolo centrale.

10 gennaio 2012

Per qualche dollaro in più (S. Leone, 1965)

Per qualche dollaro in più
di Sergio Leone – Italia/Spa/Ger/USA 1965
con Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra.

Il "monco" e il Colonnello Douglas Mortimer sono due bounty killer sulle tracce dell'Indio, un criminale infido e senza scrupoli, da poco evaso di prigione, che sta progettando di compiere una spettacolare rapina alla ricca banca di El Paso. Dopo le iniziali incomprensioni, i due decidono di allearsi per sgominare la banda dell'Indio: ma se il primo è mosso soltanto dal desiderio di mettere le mani sulle taglie dei banditi, il Colonnello ha motivazioni diverse e più profonde. Lo scontro finale avverrà nel villaggio di frontiera dove l'Indio e i suoi uomini si sono rifugiati dopo aver portato a termine la rapina. Tornato al western dopo l'inatteso e straordinario successo di "Per un pugno di dollari" (del cui titolo fa un ironico upgrade: stavolta i dollari sono ben di più di un "pugno"), Leone cambia produttori (si affida ad Alberto Grimaldi, ma nell'operazione vengono coinvolti anche gli americani della United Artists), assolda lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni (già collaboratore di Germi e Monicelli) e sforna quello che a posteriori sarà ricordato come il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia del dollaro": se nel primo film il protagonista unico e assoluto era Clint Eastwood, qui gli si affianca un secondo personaggio, il freddo cacciatore di taglie nerovestito e interpretato da Lee Van Cleef (scelto a pochi giorni dall'inizio delle riprese, dopo che Henry Fonda, Charles Bronson e Lee Marvin non si erano resi disponibili), che rimane impresso nella memoria dello spettatore persino più del compagno, anche perché – a differenza dell'"uomo senza nome" – possiede un background e ha dunque delle motivazioni più concrete per affrontare l'antagonista di turno (il cui ruolo, come nella pellicola precedente, è ricoperto dall'ottimo Gian Maria Volontè); nel terzo film della trilogia, "Il buono, il brutto, il cattivo", da due protagonisti si passerà a tre, con Eli Wallach che si affiancherà a Eastwood e a Van Cleef.

La trama è più complessa rispetto a quella – stilizzata e lineare – di "Per un pugno di dollari", con continui colpi di scena, capovolgimenti e cambi di situazione, e anche i legami fra i personaggi vengono analizzati con maggiore profondità: oltre al rapporto fra i due protagonisti/rivali, uno giovane e uno anziano, è da segnalare la marcata caratterizzazione del "cattivo", intelligente e calcolatore, traditore al punto da voler ingannare i suoi stessi uomini, ma anche tossicodipendente e a sua volta ossessionato da un delitto commesso in passato che torna di frequente a far capolino nei suoi sogni e nella sua memoria. Alcuni personaggi minori restano a livello di macchiette (la proprietaria dell'albergo dove alloggia Clint Eastwood, il bambino che gli dà informazioni, il vecchio "profeta"), mentre fra i membri della banda di Gian Maria Volontè spicca il "gobbo" interpretato da Klaus Kinski (d'altronde fra i coproduttori figurava anche una società tedesca). Meravigliose le location: dalla chiesa sconsacrata che funge da rifugio alla banda dell'Indio, agli scenari messicani (in realtà anche questo film venne girato in Spagna). Anche lo stile di Leone si affina, culminando in sequenze di grande impatto come quella della rapina alla banca e naturalmente nel duello finale fra Van Cleef e Volontè nel piazzale del pueblo, scandito dal suono del carillon dell'orologio da tasca che lega tragicamente il passato dei due personaggi (davvero memorabile, a questo proposito, la musica di Ennio Morricone, che parte proprio dal semplice campanello del carillon per ricamarci su un tema trascinante). Non mancano, infine, sequenze ciniche e umoristiche: su tutte la conta dei cadaveri nella scena finale.

26 novembre 2011

Per un pugno di dollari (S. Leone, 1964)

Per un pugno di dollari
di Sergio Leone – Italia/Spagna 1964
con Clint Eastwood, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola ed Eleonora.

Uno "straniero senza nome" e senza passato (chiamato Joe, per praticità, dagli altri personaggi), vestito con un caratteristico poncho, giunge nel villaggio di San Miguel – nei pressi del confine fra Stati Uniti e Messico – dove spadroneggiano due famiglie rivali: i messicani Rojo, che trafficano in armi con i ribelli oltre il confine, e i gringos Baxter, che commerciano in liquori. Offrendo i propri servigi come pistolero alternativamente agli uni e agli altri, riuscirà a fare in modo che le due bande si eliminino a vicenda, per poi andarsene dal villaggio così come vi era arrivato. Il film che ha dato origine al fortunatissimo filone del western all'italiana (noto anche come "spaghetti western"), trascendendo e rinnovando i canoni del genere cinematografico americano per eccellenza, nasce quasi per caso quando Sergio Corbucci, dopo aver visto al cinema "La sfida del samurai" di Akira Kurosawa, suggerisce all'amico Sergio Leone che sarebbe stato assai semplice adattarlo per ricavarne un western. La pellicola giapponese, d'altronde, aveva già tutto quello che serviva: il setting, i personaggi, i temi, persino il duello finale nella main street. Bastava soltanto sostituire il samurai con un pistolero, aggiungervi una colonna sonora adeguata, modificare qualche piccolo dettaglio, e il gioco era fatto. Convinti che la pellicola non sarebbe mai uscita al di là dei propri confini e che all'estero sarebbe passata sotto silenzio, i produttori italiani non si presero nemmeno il disturbo di chiedere ai giapponesi il permesso di realizzare il remake (e in fondo, come ha spiegato lo stesso Leone, lo spunto era vecchio come il mondo: da "Arlecchino servitore di due padroni" di Carlo Goldoni ai romanzi noir di Dashiell Hammett, la cui influenza è stata riconosciuta anche da Kurosawa). Ma quando il successo arrise a livello internazionale, la Toho fece causa in tribunale e ottenne i diritti per lo sfruttamento dell'opera sul mercato giapponese.

In precedenza non erano mancati altri western girati in Italia, così come molti se ne producevano in Spagna e in altri paesi europei, ma si trattava di imitazioni pedisseque se non di copie sputate dei film americani (al punto che i cineasti erano soliti firmarsi con pseudonimi che non lasciavano trapelare l'origine europea delle pellicole: lo stesso Leone, inizialmente, era ricorso al nome d'arte Bob Robertson, poi eliminato in occasione della riedizione del film). Con "Per un pugno di dollari", invece, per la prima volta non si guarda più al cinema americano classico come unico modello ma si cercano nuove strade, appoggiandosi anche alla lezione del cinema popolare italiano (e aprendo a propria volta nuove prospettive per il western statunitense: dai film dello stesso Eastwood fino a Tarantino). Fra le grandi novità rispetto al cinema dei Ford e degli Hawks c'è soprattutto l'elevazione al rango di protagonista di un personaggio più ironico, cinico e amorale del tradizionale eroe senza macchia. Ma qualche legame con gli eroi del passato rimane: proprio come lo Shane del classico "Il cavaliere della valle solitaria", di Joe non sappiamo nulla: da dove viene, dove va, quali sono le sue reali motivazioni (solo a metà pellicola il taverniere Silvanito capisce – e noi con lui – che non si tratta di un semplice mercenario). "Più che un personaggio con una precisa caratterizzazione psicologica", ha scritto un critico, "Joe è un simbolo, che viene dal nulla e nel nulla ritorna. È il destino, il deus-ex-machina", e non a caso nel descrivere questo film si è fatto riferimento anche al mondo della tragedia classica, a Eschilo e agli autori greci. Fuori dalle parti, apparentemente disinteressato a tutto quello che negli altri smuove passioni sfrenate (l'oro, le donne: significativo il momento in cui – come aveva fatto Mifune nel film di Kurosawa – dona il proprio denaro alla donna che ha liberato dalla prigionia, lasciandola libera di fuggire in compagnia del marito e del figlioletto), "l'uomo senza nome" è un personaggio assoluto e universale, mitologico ma anche calato nella realtà, privo di interessi personali se non quello di restituire la libertà ai più deboli e capace di esprimere amare considerazioni sociali o politiche ("Devo ancora trovare un posto dove non ci siano padroni").

Il film venne girato con un budget bassissimo in Spagna, per la precisione in Almeria, la regione che diventerà lo scenario tipico di gran parte delle pellicole del filone. Il protagonista Clint Eastwood (doppiato da Enrico Maria Salerno), allora semisconosciuto, era stato notato da Leone nel telefilm "Rawhide" (sì, quello la cui sigla è cantata dai Blues Brothers!). La sua scelta, con il senno di poi, è stata fondamentale per il successo della pellicola: freddo e imperturbabile ("Clint ha solo due espressioni: con il cappello e senza cappello", dichiarò il regista), contrasta nettamente con il principale rivale Gian Maria Volontè, esagitato e nevrotico, che interpreta il più giovane dei tre fratelli Rojo, quello con il fucile (equivalente del personaggio armato di pistola nel film di Kurosawa): indimenticabile, nel duello finale, Clint che lo invita a sparare "al cuore, Ramon, al cuore!" e, con la sua provocazione, riesce a fargli scaricare tutti i proiettili contro la lastra di metallo che indossa come protezione sotto il poncho. Negli anni seguenti Leone proseguì la cosiddetta "trilogia del dollaro" con lungometraggi via via più ambiziosi e personali: "Per qualche dollaro in più" (dove ad affiancare Eastwood – e Volontè – arriva Lee Van Cleef) e "Il buono, il brutto e il cattivo", tutti film dove a ben vedere quello interpretato da Clint è sempre lo stesso personaggio. Fondamentale la colonna sonora di Ennio Morricone, qui alla sua prima collaborazione con il regista (che era stato suo compagno di scuola), ispirata ai lavori di Dimitri Tiomkin (il tema principale con il fischio ricorda "Sfida all'O.K. Corral", mentre quello con la tromba è simile al celebre Deguello). Resosi conto di quanto sarebbe stato importante il suo contribuito per il risultato finale, Leone allungò apposta alcune scene per evitare di dover tagliare anzitempo il tema musicale: anche da questo è nata la sua tendenza a un ritmo lento e a inquadrature prolungate sugli attori o sui paesaggi! Tuttavia, pur essendo già indubbiamente un film tipicamente "leoniano", a partire dalla rappresentazione esplicita e realistica della violenza, molti degli elementi che caratterizzeranno lo stile del regista nei lavori successivi non sono ancora così marcati: i primissimi piani sui volti dei protagonisti, il florilegio di frasi ironiche e celebri (anche se non ne mancano: la più memorabile è "Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto"), l'insistenza su particolari "sporchi" o dettagli insignificanti. Fra le innumerevoli citazioni e gli omaggi che successivamente sono stati tributati al film, ricordo con piacere quelli nel secondo e nel terzo episodio di "Ritorno al futuro".

19 marzo 2009

Gran Torino (Clint Eastwood, 2008)

Gran Torino (id.)
di Clint Eastwood – USA 2008
con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

La "Gran Torino" del titolo è una storica automobile della Ford (il modello di "Starsky & Hutch", per intenderci) che fa bella mostra di sé nel polveroso garage dell'anziano Walt Kowalski, reduce della guerra in Corea, metalmeccanico in pensione e vedovo da poco. L'anacronistico Walt vive ora da solo in compagnia del cane Daisy in una villetta nei sobborghi di Detroit: il quartiere è ormai degradato e invaso da immigranti del sud-est asiatico, che il burbero protagonista poco sopporta. Ma il suo razzismo è solo apparenza (non molto diverso dal tono sfrontato, di facciata, con cui si rivolge agli amici, come il barbiere italiano): scoprirà di avere molto più in comune con i nuovi vicini che con la sua stessa famiglia (i rapporti con i figli sono infatti ai minimi termini), e si prenderà a cuore le sorti del giovane Thao, introverso e poco propenso a entrare a far parte della gang di teppisti del quartiere che lo ha preso di mira. In fondo Walt è "solo" xenofobo, non razzista (e lo rimane fino alla fine del film, non c'è cambiamento, nonostante le apparenze): detesta il figlio perché compra auto straniere e "adotta" Thao non in quanto immigrato ma perché è un giovane in grado di adeguarsi ai valori americani (casa, ragazza, lavoro onesto e naturalmente auto americana). L'intero film – "piccolo" e intimo, tutto ambientato in un microcosmo (una casetta con giardino, un isolato e poco altro) che riflette l'intero pianeta, e girato con stile classico anche se a tratti caricaturale – è un elogio dell'integrazione all'american way of life, non certo dell'apertura al diverso e del rispetto delle culture straniere. Attento al contesto sociale e indulgente con la sua retorica e gli stereotipi, Eastwood riesce a coinvolgere lo spettatore senza rinunciare a molti dei suoi temi preferiti (il rapporto con la religione, quello fra genitori e figli, l'individualismo, l'uso e i limiti della violenza, la difficoltà del compiere una scelta drastica). Ma in un mondo che sta cambiando e che ha ormai perso la propria identità (la crisi economica, la globalizzazione, la microcriminalità, l'immigrazione), anche l'ispettore Callaghan deve aggiornare i propri metodi e modificare le sue prospettive. Peccato solo per una certa prevedibilità (dopo dieci minuti di film, è facile immaginare come proseguirà). Il valore aggiunto della pellicola, naturalmente, è Clint stesso, con il suo volto rugoso, i grugniti e lo sguardo tagliente: se veramente questo sarà il suo ultimo ruolo da protagonista sul grande schermo, come avrebbe fatto trapelare, non sarà stato in fondo un cattivo epitaffio. E con un finale davvero ironico se riportato alla sua intera carriera.

7 ottobre 2008

Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo (Don Siegel, 1971)

Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo (Dirty Harry)
di Don Siegel – USA 1971
con Clint Eastwood, Andy Robinson
**

Rivisto in DVD alla Fogona, con Monica e Marisa

Il tarrissimo "Harry la carogna" Callaghan, ispettore della polizia di San Francisco, è sulle tracce di un pazzo assassino che si firma "Scorpio" e che ha minacciato di uccidere una persona al giorno se la città non gli pagherà una grossa cifra. Ispirato al vero caso di Zodiac, il serial killer la cui storia è stata brillantemente portata sullo schermo di recente da David Fincher, il primo episodio delle avventure di "Dirty Harry" è un thriller poliziesco che ha fatto storia e ha influenzato l'intero genere del poliziottesco all'italiana, a base di tutori della legge che mal sopportano le regole e che spesso si scontrano con i propri superiori o si fanno giustizia da soli. Ma a parte il personaggio interpretato da Eastwood e l'atmosfera urbana anni settanta, non è che la pellicola offra poi molto: mi è sembrata datata e poco coinvolgente, e lo testimonia il fatto che non ricordavo assolutamente di averla già vista non più di tre-quattro anni fa! Molti sono i personaggi inutili (come l'aiutante messicano) e le scene tirate per le lunghe (come l'inseguimento notturno). Alla fine del film, Callaghan getta via il distintivo (un omaggio a "Mezzogiorno di fuoco"?): evidentemente ci ripenserà, visto che sarà poi protagonista di ben altre quattro pellicole, nessuna delle quali girata però da Siegel. Com'è noto, il personaggio in originale si chiama Callahan (senza la "g").

3 marzo 2008

Fuga da Alcatraz (Don Siegel, 1979)

Fuga da Alcatraz (Escape from Alcatraz)
di Don Siegel – USA 1979
con Clint Eastwood, Patrick McGoohan
***

Visto in DVD, con Martin.

Trasferito nella rocciosa isola che funge da carcere nella baia di San Francisco, il criminale Frank Lee Morris riuscirà ad evadere insieme a due compagni. Poco dopo, la prigione verrà chiusa per sempre. Ispirandosi a una storia vera (i tre evasi furono le prime e le uniche persone a essere mai fuggite da Alcatraz: le loro tracce non furono più trovate, e rimase il dubbio che fossero annegati nella baia), Siegel gira con uno stile asciutto e controllato un film pieno di atmosfera che sembra voler integrare al proprio interno tutti gli stereotipi e gli elementi classici del "prison movie": il direttore crudele che instaura un regime di dura disciplina, la solidarietà fra detenuti, il prepotente che prende di mira il nuovo venuto, l'immancabile periodo trascorso in isolamento. Ma la poca originalità non pesa affatto e anzi rende il film ancora più piacevole e familiare, perché tutto funziona alla perfezione (grazie anche al carisma di Clint) e perché regista e sceneggiatore non vanno mai sopra le righe, al punto da ricorrere molto raramente a scene d'azione o di violenza. Il riferimento cinematografico – mi è sembrato evidente – è "Un condannato a morte è fuggito" di Robert Bresson, con il quale il film ha in comune la lunga e metodica preparazione dell'evasione e la tesa e muta sequenza della fuga notturna.