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30 agosto 2020

Manon delle sorgenti (Claude Berri, 1986)

Manon delle sorgenti (Manon des sources)
di Claude Berri – Francia/Italia 1986
con Emmanuelle Béart, Yves Montand, Daniel Auteuil
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Seconda parte del dittico iniziato con "Jean de Florette" e tratto dai romanzi di Marcel Pagnol (nonché dal suo film, omonimo di questo, del 1952). È trascorsa una decina d'anni, durante i quali Ugolin Soubeyran (Auteuil) ha coltivato garofani nella tenuta acquistata dalla vedova di Jean, sfruttando la ricca sorgente d'acqua che era nascosta al suo interno. Suo zio, il vecchio patriarca "Papet" (Montand), giunto in tarda età senza eredi, vorrebbe che il nipote si sposasse per garantire la sopravvivenza della famiglia. E in effetti Ugolin si innamora di... Manon (una giovanissima e luminosa Béart), la figlia di Jean, che vive quasi allo stato selvatico fra le colline, nei pressi della fattoria che era appartenuta al padre, portando al pascolo un gregge di capre e cacciando lepri e uccellini. La ragazza sospetta dell'inganno che Ugolin e lo zio ordirono dieci anni prima, e viene ora a sapere che anche gli altri abitanti del villaggio erano a conoscenza della sorgente. Decide allora di vendicarsi, bloccando in una grotta l'afflusso che alimenta tutte le fontane della regione. Di fronte all'improvvisa mancanza d'acqua, gli abitanti del paese vanno in crisi. E quando nemmeno un ingegnere statale riesce a risolvere il problema, si rivolgono alla religione... Oltre a fungere da sequel a "Jean de Florette" (portando a compimento le traiettorie di tutti i personaggi, a partire da una Manon protagonista di una vendetta che, nel suo piccolo, ricorda quella di celebri figure della letteratura francese vittime di ingiustizie altrui, da "Il Conte di Montecristo" in poi), il film ne eleva i temi a proporzioni “mitologiche” e universali: è una vera e propria tragedia greca, con tanto di punizione che il destino riserva a coloro che si sono macchiati di colpe (il riferimento esplicito a Tebe, nella predica del parroco, richiama il mito di Edipo): quanto mai azzeccato, dunque, il tema musicale da "La forza del destino" di Verdi. Altri aspetti mitologici sono legati all'ambientazione agreste e alla stessa Manon, pastorella in simbiosi con la natura (come in fondo sognava di fare il padre) e "ninfa" che fa il bagno nuda nelle acque delle colline. Colpisce anche l'approfondimento di tutti i personaggi, persino i "cattivi" (Ugolin e Papet), che sono quasi i veri protagonisti e a cui non mancano tratti umani ed empatici. Entrambe le pellicole hanno ricevuto un grande consenso da parte della critica (con premi, in particolare, per Auteuil e Béart) e del pubblico.

Jean de Florette (Claude Berri, 1986)

Jean de Florette (id.)
di Claude Berri – Francia/Italia 1986
con Gérard Depardieu, Daniel Auteuil, Yves Montand
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Prima parte di un dittico di pellicole che comprende anche "Manon delle sorgenti": girati di seguito e ambientati a dieci anni di distanza l'uno dall'altro, i due film raccontano in realtà un'unica storia, nelle sue premesse (in questo film) e nelle sue conseguenze (il successivo). Nella Provenza di inizio Novecento, il gobbo Jean Cadoret (Depardieu), contabile di città, eredita dallo zio una fattoria sulle colline, composta da una casa e da un ampio terreno, e vi si trasferisce con la famiglia – la moglie Aimée e la figlioletta Manon – con l'intenzione di vivere in modo naturale, allevando conigli e coltivando zucche. I suoi metodi "scientifici" sono visti con scetticismo dagli agricoltori locali, ma la difficoltà principale è data dalla mancanza di acqua, condizione peggiorata da un'estate particolarmente arida. Nella tenuta si trova in realtà una ricca sorgente, ma Jean lo ignora, anche perché è stata tappata dai suoi vicini Ugolin (Auteuil) e César "Papet" Soubeyran (Montand), ai quali fa gola il terreno e che sperano di constringerlo a venderlo a poco prezzo... Il valore della terra ma soprattutto dell'acqua come bene più prezioso dell'oro, le fatiche della vita rurale e contadina, le piccole e grandi meschinerie dell'animo umano, la chiusura delle comunità verso chi viene dall'esterno, la crudeltà della natura che si rispecchia nell'avidità dell'uomo sono i temi (peraltro svolti in maniera mai pesante) di un film dall'ambientazione quasi "mitica" e fuori dal tempo. Pur ambientato subito dopo la fine della Grande Guerra, infatti, la vicenda potrebbe svolgersi in ogni periodo e da qualsiasi parte del mondo. E il sequel, con le sue rivelazioni, amplificherà ancora di più la portata della tragedia che si svolge fra le spoglie colline di quest'angolo di terra. Ottime le interpretazioni di tre autentici mostri sacri del cinema francese, da un Montand a fine carriera nel ruolo del patriarca dei Soubeyran, famiglia un tempo ricca e numerosa e ridotta ora sulla via dell'estinzione, ai giovani Auteuil (imbruttito con un naso finto) e Dépardieu (la cui moglie è interpretata dalla sua reale consorte, Élisabeth), e bella e avvolgente la fotografia calda e luminosa di Bruno Nuytten che rende "magiche" le località e i paesaggi in cui si svolge la storia. Il dittico è tratto dal ciclo di romanzi "L'eau des collines" di Marcel Pagnol, primo regista eletto nell'Académie française, che a sua volta li scrisse dopo la delusione per i tagli imposti dai produttori al suo "Manon des sources", lungometraggio di quattro ore del 1952, al quale Berri rende dunque in qualche modo giustizia. A fare da filo conduttore musicale c'è il tema de "La forza del destino" di Giuseppe Verdi: per ora un semplice motivetto intonato da Jean con l'armonica e ripreso dalla figlia, ma in seguito un segno premonitore e impressionante dell'ineluttabilità dal dato.

2 marzo 2020

Quasi nemici (Yvan Attal, 2017)

Quasi nemici - L'importante è avere ragione (Le brio)
di Yvan Attal – Francia 2017
con Camélia Jordana, Daniel Auteuil
**1/2

Visto in divx.

Neïla Salah (Jordana), giovane e impulsiva immigrata di seconda (o terza?) generazione, sogna di emanciparsi dalla banlieue in cui vive iscrivendosi alla facoltà di legge in una delle più prestigiose università di Parigi. Qui si "scontra" subito, e a più riprese, con il professor Pierre Mazard (Auteuil), docente dal carattere schietto e controverso, che non si premura di nascondere le proprie idee scioviniste, lanciando agli studenti, durante le lezioni, punzecchiamenti razzisti e battute politicamente scorrette a getto continuo. Ma i due saranno costretti a collaborare da vicino (e a comprendersi meglio a vicenda) quando a Mazard, per evitare un procedimento disciplinare, viene ordinato di preparare personalmente Neïla affinché partecipi all'annuale "concorso di retorica" riservato agli studenti del primo anno di varie università del paese. Se il primo insegnamento dell'uomo è: "Quello che conta è solo avere ragione, della verità chi se ne frega", l'ultimo sarà invece "Quando si parla bene si dimentica come dire le cose in modo semplice" (avvalorato da una frase di Mounir, l'amico d'infanzia di cui Neïla è innamorata: "Lo sai, parlo male ma almeno dico quello che penso"). E mentre la ragazza si fa sempre più raffinata nell'esprimersi e anche nel presentarsi (per esempio, nel modo di vestire), con il suo "pigmalione" (siamo infatti dalle parti di "My fair lady") che la vede trarre profitto dell'arte dell'eloquenza per farsi strada nella vita, diventando progressivamente capace di controllare le proprie emozioni anche in pubblico (come quando è costretta a recitare in metropolitana il monologo del "Giulio Cesare"), anche lei capisce che le provocazioni dell'uomo sono, in un certo senso, la messa in atto di quegli artifici di retorica (compreso l'insulto) che le insegna, spesso mirati a suscitare reazione e indignazione nell'uditorio. Costruito su una struttura di impostazione classica, alla fine il film è forse più innocuo di quanto le premesse avessero fatto intendere, ma comunque garantisce una visione piacevole. Il titolo italiano vuole riecheggiare quello di un'altra pellicola francese, il fortunato (al botteghino) "Quasi amici".

30 aprile 2017

Niente da nascondere (M. Haneke, 2005)

Niente da nascondere (Caché)
di Michael Haneke – Francia/Aut/Ger/Ita 2005
con Daniel Auteuil, Juliette Binoche
***1/2

Rivisto in divx.

Georges e Anne Laurent (Auteuil e Binoche), coniugi colti e benestanti – lui conduce un programma di letteratura in tv, lei lavora in una casa editrice – che vivono a Parigi con il figlio dodicenne Pierrot, ricevono una misteriosa videocassetta che mostra una ripresa, dall'esterno, della porta della loro casa. Ulteriori cassette nei giorni successivi, accompagnate da telefonate anonime e da inquietanti disegni infantili, non fanno che accrescere la tensione, seminando anche dubbi e incomprensioni nella coppia. Fino a quando Georges non comincia a sospettare che il mistero possa essere legato a un lontano episodio della sua infanzia, quando da bambino fece cacciare dalla fattoria di famiglia un giovane orfano algerino che i suoi genitori pensavano di adottare... Da uno spunto di partenza (ma solo quello) che ricorda l'incipit di "Strade perdute" di David Lynch, uno dei film più significativi di Michael Haneke e in generale della cinematografia europea degli anni Duemila. Dietro l'apparenza da thriller familiare e borghese (in superficie, una vita tranquilla è disturbata dal solo fatto di sentirsi osservati), il vero punto centrale è una lettura politica-sociale del rapporto fra la Francia e il suo violento passato coloniale, segnatamente durante la guerra d'Algeria (i genitori di Majid morirono proprio nel massacro dei manifestanti alegrini a Parigi nel 1961, per lungo tempo negato dalle autorità). Georges ha praticamente rimosso non solo l'episodio in cui, da bambino, negò a Majid la possibilità di un futuro adeguato, ma anche i suoi stessi sensi di colpa. Persino il suicidio di Majid, davanti ai suoi occhi ("Volevo che tu fossi presente"), non basta a fargli assumere le proprie responsabilità, così come la successiva visita del figlio dell'uomo. Se a livello cosciente la rimozione è evidente, così non è nei sogni, anche se il regista si mantiene ambiguo: nel finale, Georges prende del sonnifero per addormentarsi, come a voler continuare nel suo "sonno della coscienza"; la scena successiva, che mostra l'allontamento di Majid dalla fattoria, potrebbe essere un sogno così come un flashback reale (curiosamente ripreso in quello stesso campo lungo che caratterizzava le immagini registrate nelle videocassette). Eccellente sotto ogni aspetto la confezione, dalla regia misurata di Haneke (che come sempre predilige i piani sequenza) alle interpretazioni degli attori (curiosamente, Auteuil è nato proprio in Algeria). Annie Girardot è la madre di Georges. Privo di accompagnamento musicale, il film è coprodotto anche dall'Italia (nei telegiornali che come di consueto Haneke fa scorrere sullo sfondo dei suoi film, spicca uno spezzone del TG3 sull'intervento militare in Iraq). E a proposito delle misteriose videocassette: il film non rivela apertamente la loro provenienza (sia Majid che suo figlio negano di esserne i responsabili), ma la scena sui titoli di coda mostra, davanti alla scuola, il dodicenne Pierrot incontrarsi e parlare proprio con il figlio di Majid, suggerendo una possibile complicità fra i due ragazzi. D'altronde, che Pierrot manifesti una ribellione contro i genitori è chiaro (la sequenza della sua sparizione da casa, che si rivela essere un falso allarme, è seguita da un atto d'accusa nei confronti della madre). Che si tratti di un semplice segnale di riavvicinamento fra le nuove generazioni, o forse sono proprio queste a voler inchiodare quelle vecchie alle loro responsabilità negate?

22 aprile 2016

Le confessioni (Roberto Andò, 2016)

Le confessioni
di Roberto Andò – Italia/Francia 2016
con Toni Servillo, Daniel Auteuil
*1/2

Visto al cinema Apollo.

Il presidente del Fondo Monetario Internazionale (Daniel Auteuil) e i ministri dell'economia del G8 si riuniscono in un albergo di lusso sulla costa della Germania per deliberare una manovra segreta contro la crisi economica. Al summit, a sorpresa, sono invitati anche tre elementi esterni: una rock star, una scrittrice per bambini (Connie Nielsen, ispirata evidentemente a J.K. Rowling) e un monaco certosino votato al silenzio (Servillo). A quest'ultimo, a sera inoltrata, il presidente chiede inaspettatamente di essere confessato nella privacy della propria stanza. Ma quando la mattina dopo l'uomo viene trovato morto, si scatenano dubbi e panico: si è suicidato? è stato ucciso (con il monaco come primo sospettato)? Ma soprattutto, ha rivelato nella sua confessione il segreto della manovra finanziaria che sta per essere varata, e che avrà conseguenze pesanti per i paesi più deboli e già in difficoltà? Dopo "Viva la libertà", Andò – con l'aiuto di Servillo – prosegue la sua riflessione sul potere, centrando meglio l'attenzione da quello politico a quello economico. Ma lo fa con un film sì elegante (e che può contare su un ricco cast internazionale: ci sono anche Pierfrancesco Favino, Lambert Wilson, Marie-Josée Croze, Togo Igawa e Moritz Bleibtreu) ma anche freddo, fumoso e qualunquista nelle sue riflessioni a vasto raggio (oltre a politica ed economia, si sfiorano anche arte e religione). L'aggancio all'attualità (la crisi economica, l'austerity, il default della Grecia) si perde in generalizzazioni tanto superficiali quanto discutibili, mentre il gioco dei contrasti (il monaco umile in abito bianco che si aggira nei corridoi di un hotel lussuoso e asettico, i politici e gli economisti che devono prendere decisioni disumane e che frattanto mostrano vizi e virtù quanto più umane possibili) lascia il tempo che trova. Quanto all'aspetto giallistico, Andò ha dichiarato di essersi voluto rifare a maestri come Polanski e Hitchcock (di cui si cita esplicitamente "Io confesso"): ma evidentemente non sembra aver compreso la lezione di sir Alfred secondo cui la suspense va costruita "titillando" il pubblico: qui lo spettatore è tenuto all'oscuro di quasi tutti i dettagli della vicenda, i segreti dei personaggi rimangono tali anche per lui, il monaco è sempre enigmatico e impenetrabile, e dunque vengono a mancare gli appigli per costruire la tensione e rendere avvincente il thriller. Aggiungiamovi la caratterizzazione mal riuscita o inesistente di gran parte dei personaggi (alcuni dei quali, come il cantante, francamente inutili), la stereotipazione dei "buoni" e dei "cattivi" (i soli a manifestare dubbi sulla manovra economica sono il ministro italiano e l'unica donna, la canadese, mentre fra i "duri" ci sono ovviamente il tedesco, l'americano e il russo: le simpatie e le antipatie del regista sono fin troppo evidenti), i luoghi comuni sul potere delle banche, sul cinismo del capitalisti e sulla disumanità di potenti che non ascoltano la propria coscienza. A rendere un po' più gradevole il tutto non bastano sporadici momenti surreali o poetici (gli uccelli, il cane, il vecchio ricco con l'alzheimer, il finale semi-comico che però giunge fuori tempo massimo in un film che si è preso troppo sul serio) o la bravura degli interpreti (alcuni però, come Auteuil o la Nielsen, affossati dal doppiaggio). Nella colonna sonora di Nicola Piovani c'è spazio per Lou Reed ("Walk on the wild side") e Schubert ("Winterreise").

28 novembre 2013

La ragazza sul ponte (P. Leconte, 1999)

La ragazza sul ponte (La fille sur le pont)
di Patrice Leconte – Francia 1999
con Daniel Auteuil, Vanessa Paradis
***

Rivisto in divx, con Paola, Marta, Beatrice, Esther, Costanza, Florian e Sabine.

La giovane Adèle sta per suicidarsi gettandosi in acqua da un ponte di Parigi, stufa di un'esistenza fatta di rapporti sentimentali tanto frequenti quando sfortunati. A salvarla è Gabor, lanciatore di coltelli che "recluta" le proprie partner fra coloro che non sembrano aver più nulla da chiedere alla vita. Nel corso del loro tour per l'Europa, fra circhi ambulanti e spettacoli sulle navi da crociera, scopriranno di portarsi reciprocamente fortuna: insieme si completano, come una banconota strappata che torna ad avere valore solo unendo le due metà. E proprio il tema della fortuna, del rischio e del gioco d'azzardo (e cosa c'è di più "azzardato" del lancio di coltelli?) fa da sfondo a una storia d'amore quasi metafisica che Leconte gira con estro e sensibilità, aiutato da un'espressiva fotografia in bianco/nero che riveste tutto di un'aura romantica e fuori dal tempo. La magia unisce i due protagonisti anche nel finale, quando si separano momentanemante ma continuano a "comunicare" fra di loro anche a distanza di chilometri l'uno dall'altra: una sorta di entanglement quantistico? Per tutta la pellicola sembra quasi di assistere a un incrocio fra il "realismo poetico" del cinema francese d'anteguerra (che in fondo si tratti di una fiaba è suggerito da diversi elementi: a un certo punto Gabor si autodefinisce "una fata") e la surrealità di certi lavori di Fellini (impressione rinforzata dall'ambiente circense e dal mood delle scene girate in Italia), anche se non manca – soprattutto nella parte iniziale – una certa dose di sarcasmo quasi da black comedy. La raggiante Paradis brilla di luce propria, ma anche il bravo Auteuil non è mai stato così bello e fascinoso. Ottima la colonna sonora, dove spiccano le canzoni "Who will take my dreams away" di Marianne Faithfull (usata durante il lancio dei coltelli), "I'm Sorry" di Brenda Lee e il classico "Sing, Sing, Sing" di Benny Goodman. Da segnalare in particolare due scene dove la musica aggiunge qualcosa di più a sequenze già magnificamente girate, recitate e montate: quella dello shopping a Montecarlo (dove Vanessa Paradis sfoggia per la prima volta il taglio corto di capelli) e quella del lancio dei coltelli "in privato", in un capannone dietro la stazione, quasi il surrogato di un atto sessuale. Ovviamente, il ponte stesso è una metafora dell'amore (qualcosa che unisce due elementi altrimenti separati). Il finale, ambientato su un altro ponte (stavolta a Istanbul), chiude il cerchio in maniera forse prevedibile, ma non era possibile terminare altrimenti.

9 aprile 2010

L'avversario (Nicole Garcia, 2002)

L'avversario (L'adversaire)
di Nicole Garcia – Francia/Svizzera 2002
con Daniel Auteuil, Géraldine Pailhas
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Eva e Marisa.

"C'è qualcosa di peggio che essere scoperti: non esserlo". Ispirato alla tragica storia vera di Jean-Claude Romand, che per oltre quindici anni riuscì a ingannare la famiglia e gli amici fingendo di essere un medico e un ricercatore impiegato a Ginevra presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità, "L'avversario" è un film terribile e angosciante. Auteuil interpreta Jean-Marc Faure, un personaggio la cui intera vita è una colossale menzogna, un crescendo di bugie cominciato quando all'Università aveva mentito sul fatto di aver superato un esame e che poi si è ampliato come una valanga, fino al punto di non ritorno: ormai integrato in una comunità che lo ammira e lo rispetta per la sua posizione, e con una famiglia che pretende un tenore di vita adeguato, non può più rivelare di essere in realtà un impostore e persino disoccupato. Abita in una tranquilla cittadina di montagna francese, al confine con la Svizzera: ogni mattina esce di casa fingendo di andare al lavoro, ma in realtà trascorre le giornate senza far nulla; a volte simula addirittura viaggi internazionali per recarsi a conferenze e dibattiti scientifici, tornando poi con regali "comprati in aeroporto" per la moglie e le figlie. Il suo "successo professionale" è visto con orgoglio soprattutto dai genitori, anziani contadini il cui conto in banca, da lui gestito e continuamente saccheggiato, è una delle sue principali fonte di sostentamento: un'altra sono i risparmi che parenti, amici e conoscenti gli affidano affinché lui li investa per conto loro, denaro che naturalmente non riavranno mai indietro. Ma pian piano la finzione inizia a farsi insostenibile, il castello di inganni sembra sul punto di crollare e anche la moglie comincia ad avere qualche dubbio. Dapprima Jean-Marc cercherà di costruirsi finalmente qualcosa di "reale", imbastendo una relazione clandestina a distanza con un'amica (interpretata da Emmanuelle Devos); ma poi, messo con le spalle al muro, non gli resterà che la scelta più radicale. L'ambientazione (l'Alta Savoia), la recitazione (ottimo, come sempre, Auteuil), la regia misurata e la fotografia algida contribuiscono allo sviluppo di un film lento e freddo (forse anche troppo), che descrive bene la perenne sospensione di un'esistenza virtuale e una situazione senza sbocco. Anche la destrutturazione cronologica della vicenda, con ampio uso di flashback e di una "confessione" in video girata ma poi non usata da Jean-Marc, è efficace. Dalla stessa vicenda, ma prendendosi maggiori libertà, Laurent Cantet aveva tratto l'anno prima un altro film, "A tempo pieno".

5 marzo 2009

36 Quai des Orfèvres (O. Marchal, 2004)

36 Quai des Orfèvres (id.)
di Olivier Marchal – Francia 2004
con Daniel Auteuil, Gérard Depardieu
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Cupo, teso, avvincente polar ambientato nel mondo della polizia parigina (il titolo non è altro che l'indirizzo della sede principale della police judiciaire), con cui il regista e sceneggiatore Marchal (a sua volta ex poliziotto) mette in scena dinamiche violente e personaggi che sembrano quasi i protagonisti di una tragedia greca (o, ancora meglio, di un romanzo d'appendice: nel finale i rimandi a "Il conte di Montecristo" sono evidenti). Ne risulta un film di genere riuscito e avvincente, che mi ha lasciato soddisfatto sotto ogni aspetto. La pellicola si incentra sulla forte rivalità fra Léo Vrinks (Auteuil) e Denis Klein (Depardieu), commissari un tempo amici ma ora in guerra fra di loro sul lavoro (sono a capo di divisioni contrapposte, fra le quali non corre buon sangue), in carriera (sono entrambi in lizza per succedere al capo della polizia) e in amore (la moglie di Vrinks è stata la donna di Klein). Pur di mettere le mani su una banda di sanguinosi rapinatori che assaltano furgoni blindati, Vrinks accetta di scendere a patti con uno dei suoi informatori e di lasciarsi coinvolgere in un delitto: l'ambizioso Klein approfitterà del suo errore ma a sua volta si macchierà di parecchie nefandezze. Una sceneggiatura eccellente, nella quale tutti i particolari si incastrano alla perfezione (vedi il coltello che Titi, Francis Renaud, sottrae all'inizio al malcapitato Bruno, e che tornerà nel finale); personaggi al confine fra il bene e il male (i poliziotti non esitano a usare mezzi illeciti, a dedicarsi a vendette private o a calpestare in continuazione il codice deontologico; e a volte sono più legati da amicizia o rispetto ai rappresentanti del sottobosco, come malviventi o prostitute, che ai propri colleghi); sviluppi inaspettati o inesorabili; colpi bassi di ogni genere e senza concessioni: già a metà film non si tratta più di uno scontro fra poliziotti e criminali, bensì di un duello tutto interno alla polizia. Se Auteuil è intenso e convincente come sempre, Depardieu è bravo a dare vita a un personaggio piuttosto inedito per lui, una vera canaglia. Nel cast ci sono anche André Dussolier (il capo della polizia) e Valeria Golino (la moglie di Vrinks). L'attrice che interpreta alla fine la figlia di Vrinks è la vera figlia di Auteuil, mentre Catherine Marchal (la poliziotta) è la moglie del regista.

6 maggio 2008

L'ultima missione (O. Marchal, 2008)

L'ultima missione (MR 73)
di Olivier Marchal – Francia 2008
con Daniel Auteuil, Olivia Bonamy
***

Visto al cinema Odeon, con Hiromi.

Marchal si riconferma degno erede della lunga tradizione francese del cinema polar e mette in scena una storia cupa, violenta e disperata, caratterizzata da un'atmosfera opprimente grazie anche alla fotografia notturna e contrastata e alla recitazione di un Auteuil, bravissimo come al solito, nei panni di un poliziotto fallito, ubriaco, vendicativo, perennemente con la barba incolta e gli occhiali da sole. Il film è forse meno perfetto del precedente e la sceneggiatura si sfilaccia un po' nella seconda parte, ma Marchal riesce comunque a comunicare emozioni e tensione senza concedere nulla alle aspettative dello spettatore e dunque gli si perdona più che volentieri qualche difetto nella narrazione. Il finale, poi, è magistrale ed evoca sia Coppola ("Il padrino") sia Kitano ("Hana-bi"), mentre la prima parte mi ha invece riportato alla mente le due pellicole di David Fincher sui serial killer, peraltro diversissime fra loro: "Seven" per l'efferatezza degli omicidi e la crudeltà della natura umana, "Zodiac" per l'indagine poliziesca meticolosa ma infruttuosa. Il protagonista, che ci viene subito presentato come un uomo a pezzi psicologicamente dopo che un incidente stradale gli ha distrutto la famiglia, viene sollevato da ogni incarico investigativo ma ciò nonostante non rinuncia a proseguire personalmente le indagini sull'autore di una serie di brutali omicidi. La sua storia, ambientata in una Marsiglia grigia e piovosa, si interseca – e per lungo tempo non capiremo perché – con quella di una giovane ragazza che attende con indignazione che il brutale assassino dei suoi genitori esca dal carcere per buona condotta. Fra poliziotti corrotti, superiori disposti a coprire ogni sorta di nefandezza, rivalità fra colleghi, false piste e frammenti di ricordi angoscianti, Marchal conduce lo spettatore in un mondo oscuro e decisamente non consolatorio, pur riservandosi di mostrare nel finale la nascita di una nuova speranza, con un parto vissuto in diretta e in contemporanea a una morte annunciata. Catherine Marchal, che intepreta Marie, la bionda amante di Auteuil e che si era già vista in "36, Quai des Orfèvres", nella realtà è la moglie del regista. Il titolo originale (quello italiano è invece completamente anonimo) si riferisce al modello di pistola che il protagonista utilizza contro i suoi nemici.

7 dicembre 2006

Il mio migliore amico (P. Leconte, 2006)

Il mio migliore amico (Mon meilleur ami)
di Patrice Leconte – Francia 2006
con Daniel Auteuil, Dany Boon
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Giuliana.

Una commovente pellicola sull'amicizia: Auteuil (bravissimo come sempre) interpreta un arido mercante d'arte che all'improvviso si rende conto che, quando giungerà il momento del suo funerale, nessuno si presenterà in chiesa poiché non ha nessun vero amico. Complice una scommessa si impegna a presentare ai suoi soci il proprio "miglior amico" entro dieci giorni. Dopo molte delusioni, forse lo troverà in un tassista estroverso e appassionato di quiz televisivi. Introspettivo e minimalista, è un film i cui toni a tratti agrodolci sono espressi in maniera delicata e leggera, con tutta la grazia di cui i francesi sono maestri. Come spesso capita nei film di Leconte ("L'uomo del treno", "Confidenze troppo intime", "La ragazza sul ponte"), due soli personaggi sostengono il peso di quasi tutta la vicenda. Stavolta la struttura è un po' meno "simmetrica", visto che l'attenzione è concentrata più su Auteuil che sul secondo personaggio, ma il risultato è comunque bello e equilibrato. Curioso lo spazio dedicato al quiz "Chi vuol essere milionario", naturalmente nella versione francese.