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29 novembre 2017

Planet of the apes (Tim Burton, 2001)

Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie
(Planet of the Apes)
di Tim Burton – USA 2001
con Mark Wahlberg, Tim Roth
*1/2

Rivisto in DVD.

A causa di una tempesta magnetica, l'astronauta americano Leo Davidson (Mark Wahlberg) si ritrova nel futuro e su un pianeta sconosciuto, popolato da scimmie senzienti che schiavizzano gli esseri umani. Con l'aiuto della simpatetica scimpanzé Ari (Helena Bonham Carter), guiderà una rivolta contro il guerrafondaio generale Thade (Tim Roth). Remake del leggendario film del 1968 con Charlton Heston (che qui fa una breve apparizione nei panni di una scimmia, il padre morente di Thade: ma se non lo si sa in anticipo, non ci se ne accorge, visto che è praticamente irriconoscibile sotto il make up), purtroppo inferiore ad esso in tutto e per tutto. Anzi, il minimo di appeal che presenta è dovuto, oltre che ai buoni costumi, alle scenografie e al trucco (di Rick Baker), quasi solo ai ricordi di chi ha visto la versione originale. Lo sceneggiatore William Broyles Jr. compie tutte le mosse sbagliate, a partire dal fatto che il protagonista non è l'unico essere umano in grado di parlare o di mostrare intelligenza, e quindi non si capisce perché gli uomini siano trattati come animali dalle scimmie: diventa una questione di razzismo o, al limite, di politica, e non c'è più il capovolgimento dei punti di vista che era la chiave anche del romanzo originale di Pierre Boulle. Non solo: spariscono pure il conflitto fra scienza e religione (Ari è la figlia ribelle di un senatore, anziché una curiosa ricercatrice) e soprattutto il messaggio contro la proliferazione degli armamenti, ovvero tutti i temi che rendevano memorabile il materiale di partenza. Al loro posto abbiamo generiche scene di fuga e di azione, nonchè una battaglia conclusiva che rende la pellicola un popcorn movie come mille altri (anche la mano di Burton, nel bene o nel male, è irriconoscibile). Quasi tutti i personaggi – protagonista compreso – sono privi di caratterizzazione o ce l'hanno a un livello basilare: i compagni umani di Leo, in particolare, sembrano messi lì soltanto per fare numero (anche per colpa degli attori: Kris Kristofferson è sprecato, Estella Warren sarà bella ma non sa recitare). Quanto alle scimmie, gli unici in parte riconoscibili sotto il make up sono Tim Roth e Paul Giamatti (nei panni dell'infido mercante Limbo). E visto che tutti conoscono il colpo di scena finale (proprio tutti, dai, anche chi non ha mai visto il lungometraggio originale!) e lo si aspetta per tutto il film, i cineasti mescolano le carte con una conclusione "diversa": Leo, cercando di tornare indietro, finisce in un universo parallelo: la cosa ha poco senso (non che i viaggi nel tempo ce l'abbiano), ma avrebbe potuto aprire le porte per un sequel. Che purtroppo (o per fortuna) non c'è stato: la saga ricomincerà da capo nel 2011.

3 luglio 2017

L'altra faccia del pianeta delle scimmie (Ted Post, 1970)

L'altra faccia del pianeta delle scimmie
(Beneath the Planet of the Apes)
di Ted Post – USA 1970
con James Franciscus, Linda Harrison
*1/2

Visto in divx.

Il successo del film tratto dal romanzo di Pierre Boulle fece sì che "Il pianeta delle scimmie" divenisse una vera e propria franchise cinematografica (anche se questo primo sequel, uscito due anni dopo il prototipo, sembrò quasi voler porre subito termine alla saga, distruggendo il pianeta con tutti i personaggi). Il canovaccio è lo stesso del lungometraggio precedente. Un altro astronauta del ventesimo secolo, Brent (Franciscus), sulle tracce di Taylor (Charlton Heston, in un ruolo ridotto rispetto al primo film: essenzialmente compare solo all'inizio e alla fine), giunge a sua volta sulla Terra dell'anno 3955 ed entra in contatto con la nuova civiltà delle scimmie. Con l'aiuto di Nova (Harrison) e degli scimpanzé Zira e Cornelius, sfugge alla cattura e si rifugia nella "zona proibita", alla ricerca di Taylor. Scoprirà che fra le rovine di una New York sepolta nel sottosuolo vive una razza di esseri umani evoluti, sfigurati dalle radiazioni ma dotati di poteri telepatici, che venerano una bomba atomica come se fosse una divinità ("una sacra arma di pace") e progettano di usarla contro le scimmie, anche perché il bellicoso generale gorilla Ursus intende invadere le loro terre. Se la satira sociale lascia il posto a una fantascienza più generica (vedi i mutanti telepatici), rispetto al primo capitolo il messaggio antibellico si fa ancora più esplicito (c'è persino una scena con gli scimpanzé che protestano contro la guerra, che richiama le marce contro l'impegno militare degli USA in Vietnam) e le metafore perdono ogni sottigliezza (la "messa" per la bomba è inquietante ma alquanto ridicola). Se ci aggiungiamo una sceneggiatura che ripropone in maniera derivativa le situazioni del primo film (a partire da un protagonista assai simile: a proposito, che incredibile coincidenza che Brent precipiti nello stesso luogo – e nello stesso tempo! – in cui era finito Taylor) o che le diluisce, rendendole meno suggestive (una cosa è trovare i resti della Statua della Libertà; un'altra è rinvenire sepolta l'intera città di New York, dalla metropolitana agli edifici pubblici), ecco che la stessa esistenza dei sequel inizia ad annacquare la potenza del concetto iniziale. Il finale (voluto, pare, da Heston) è sbrigativo e nichilista, all'insegna di un pessimismo apocalittico. E dal successivo episodio, "Fuga dal pianeta delle scimmie", la saga proverà a prendere strade diverse. Alla colonna sonora Leonard Rosenman sostituisce Jerry Goldsmith. Fra i mutanti si riconosce il grasso Victor Buono. Sotto le maschere delle scimmie, ancora opera di John Chambers, ritroviamo Kim Hunter (Zira) e Maurice Evans (Zaius), mentre Ursus è James Gregory (la produzione voleva Orson Welles!) e Cornelius è interpretato da David Watson anziché da Roddy McDowall, che tornerà l'anno seguente nel terzo film.

30 giugno 2017

Il pianeta delle scimmie (Franklin J. Schaffner, 1968)

Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes)
di Franklin J. Schaffner – USA 1968
con Charlton Heston, Roddy McDowall
***1/2

Visto in divx.

Dopo un lungo viaggio nello spazio, l'astronauta George Taylor (Charlton Heston) precipita con la sua navetta su un pianeta desertico e sconosciuto. Scoprirà che è popolato da scimmie evolute che dominano su uomini che invece vivono in uno stato primitivo, considerati animali e trattati come tali. Ispirato a un romanzo di satira sociale del 1963 del francese Pierre Boulle, adattato da Michael Wilson e Rod Serling, un caposaldo della fantascienza speculativa, il cui successo di pubblico (ma anche di critica) porterà alla nascita di una vera e propria franchise: quattro sequel nel giro di pochi anni (Heston farà una comparsata solo nel secondo film) e una serie televisiva negli anni settanta, un remake e una serie di reboot nel nuovo millennio. La pellicola originale resta però ineguagliata: nonostante alcune ingenuità da B-movie e il budget limitato (ma il make-up delle scimmie fu ampiamente lodato e valse al truccatore John Chambers un premio Oscar onorario), la ricchezza delle metafore e dei messaggi sulla scienza, la religione e la natura (violenta) dell'uomo (oltre agli estemporanei riferimenti al '68 e alla contestazione giovanile) la rendono ben più di una bizzarra avventura sci-fi. Per non parlare di uno dei finali più shockanti e memorabili di tutti i tempi, divenuto a suo modo iconico. Heston (a petto nudo per la quasi totalità del film) e Linda Harrison (nel ruolo muto di Nova) sono praticamente gli unici due personaggi umani della pellicola (i compagni astronauti di Taylor escono di scena quasi subito, gli altri uomini sono solo delle comparse), che per il resto si dedica a rappresentare le dinamiche della società delle scimmie, divise fra oranghi (la classe dirigente), gorilla (militari e manodopera) e scimpanzé (intellettuali pacifisti), sotto le cui maschere si celano attori come Roddy McDowall, Kim Hunter e Maurice Evans. Proprio due scienziati scimpanzé (la psicologa-veterinaria Zira e l'archeologo Cornelius), la cui curiosità è stimolata dall'intelligenza e dalla capacità di parlare di Taylor (che chiamano "Occhi vivi"), diventeranno suoi alleati: ma la loro teoria sull'evoluzione è rifiutata ostinatamente come "eretica" dalle altre scimmie, e in particolare dal professor Zaius, un orango che al tempo stesso è ministro della scienza e "difensore della fede". Nel finale (insieme a un Taylor sconvolto dalla folle capacità di autodistruzione dell'uomo: "Maledetti per l'eternità, tutti!" è il suo grido rabbioso che conclude il film) comprenderemo meglio le ragioni del rifiuto di Zaius di lasciare che la scienza progredisca troppo. Ma per gran parte della pellicola, la relazione fra scienza e religione è portata avanti con evidenti intenti di tracciare analogie polemiche con il nostro mondo (ovviamente invertendo i rapporti di forza fra uomini e animali). Come non ricordare, durante il processo-farsa a Taylor, la scena in cui i tre giudici, pur di non ascoltare le ragioni di Zira, giocano a fare le "tre scimmiette" coprendosi occhi, orecchie e bocca? Fondamentale, innovativa e straniante la colonna sonora di Jerry Goldsmith, che usa insoliti strumenti a percussione e tecniche di composizione dodecafonica per dar vita a suoni disturbanti ed eterei (ma sui titoli di coda c'è solo il rumore delle onde). Le riprese furono effettuate nei canyon del Colorado e dell'Arizona.

15 settembre 2015

Tombstone (George P. Cosmatos, 1993)

Tombstone (id.)
di George Pan Cosmatos – USA 1993
con Kurt Russell, Val Kilmer
*1/2

Visto in TV.

Rilettura del mito di Wyatt Earp (Kurt Russell) e di "Doc" Holliday (Val Kilmer), già celebrato in tante pellicole western (fra le quali "Sfida infernale" di John Ford e "Sfida all'O.K. Corral" di John Sturges). La storia è nota: l'ex sceriffo Earp, insieme ai fratelli Virgil (Sam Elliott) e Norman (Bill Paxton) e all'amico Holliday, giocatore d'azzardo malato di tisi, si trasferisce a Tombstone in cerca di fortuna. Qui nascerà una faida con i Cowboy, gruppo di banditi che spadroneggia nella regione: dopo il celebre duello all'O.K. Corral, nel corso del quale tre Cowboy restano uccisi, e la rappresaglia di questi ultimi, che porterà alla morte di Norman e al ferimento di Virgil, Wyatt organizzerà una "posse" per dare la caccia ai banditi rimasti e al loro capo, Johnny Ringo (Michael Biehn). Nonostante la cura nell'ambientazione (anche se non basta far sputare per terra i personaggi ogni cinque minuti per ottenere una buona ricostruzione storica!) e nella confezione (peraltro di maniera tipicamente hollywoodiana, con tanto di commento sonoro onnipresente, soprattutto nei momenti drammatici), il film difetta di ritmo e pure di equilibrio a livello di sceneggiatura e di dialoghi. Alla buona caratterizzazione dei due personaggi principali e della loro amicizia, e all'efficace resa degli scontri a fuoco, si affianca un'eccessiva dispersione narrativa: la sottotrama romantica con l'attrice Josephine (Dana Delany), destinata a diventare la terza moglie di Wyatt, è stucchevole e distoglie l'attenzione dello spettatore senza aggiungere granché al protagonista, mentre sono molti, forse troppi, i personaggi minori (i fratelli di Wyatt, le donne, lo sceriffo della contea, l'attore, gli altri membri della posse, e persino i cattivi) gettati lì senza spessore o approfondimento. L'ultimo terzo di film (quello della resa dei conti dopo l'O.K. Corral), risulta infine compresso e anticlimatico. Il migliore del cast è Kilmer, ma solo nella versione originale. Piccole parti per Charlton Heston, Powers Boothe, Harry Carey Jr., Thomas Haden Church, Billy Bob Thornton e Billy Zane, mentre Robert Mitchum è il narratore che introduce e conclude la storia. All'epoca "Tombstone" ingaggiò una sorta di sfida a distanza con il "Wyatt Earp" di Lawrence Kasdan con Kevin Costner, uscito sei mesi dopo, di taglio biografico e più attento alla verosimiglianza storica. Gli spettatori preferirono il primo, i critici il secondo.

16 febbraio 2015

Sierra Charriba (Sam Peckinpah, 1965)

Sierra Charriba (Major Dundee)
di Sam Peckinpah – USA 1965
con Charlton Heston, Richard Harris
**1/2

Rivisto in DVD.

Per dare la caccia al sanguinario capo indiano Sierra Charriba e alla sua tribù di Apache, responsabili di svariate incursioni e massacri in territorio yankee (nonché della cattura di alcuni bambini bianchi), il maggiore di cavalleria Amos Dundee (Charlton Heston) non esita a sconfinare nel Messico (ai tempi sotto il dominio francese) a capo di una truppa improvvisata, composta – oltre che da alcuni criminali e da un pugno di volontari – da un nutrito gruppo di prigionieri sudisti (siamo infatti nel bel mezzo della guerra di secessione). Questi, guidati dal capitano Tyreen (Richard Harris), un tempo amico di Dundee e ora suo acerrimo rivale, hanno infatti promesso di obbedire ai suoi ordini "fino a quando Charriba non sarà stato catturato o ucciso". Il terzo film di Peckinpah, il primo che poteva contare su un forte budget, doveva essere nelle intenzioni un'epica ad ampio respiro che fonde temi storici, politici e sociali su grande e piccola scala. Ma gli infiniti dissidi con la produzione allontanarono di parecchio il risultato dalla visione originaria del regista. A un certo punto Peckinpah, che spesso si presentava ubriaco sul set, fu minacciato di licenziamento, anche perché pretendeva diversi giorni di lavorazione in più rispetto al previsto: e solo le insistenze di Heston, che aveva molto apprezzato il precedente film di Sam ("Sfida nell'alta sierra") e che giunse addirittura a rinunciare al proprio compenso (un gesto che fece scalpore, senza precedenti a Hollywood), convinsero le alte sfere della Columbia a permettere al regista di portare a termine le riprese. Si vendicarono però in fase di montaggo: la versione predisposta da Peckinpah, di circa 160 minuti, fu ridotta senza il suo consenso dapprima a 136 (eliminando in particolare le scene più cruente e alcune battaglie girate al ralenti, nello stile de "I sette samurai" di Kurosawa) e poi a 123 minuti, tanto che il regista disconobbe il risultato (anche per l'inserimento di una colonna sonora agli antipodi di quella che lui aveva scelto). Per dirne una, nel finale i personaggi dovevano morire tutti. Solo recentemente, per l'edizione in DVD, almeno la versione di 136 minuti è stata restaurata. Nella visione di Sam, che aveva fortemente modificato il mediocre soggetto originale di Harry Julian Fink (in cui il punto di vista centrale era quello del giovane trombettiere Ryan, testimone di tutti gli eventi) aumentando a dismisura le tensioni e le psicosi dei personaggi principali, la pellicola avrebbe dovuto essere una rilettura in chiave western del "Moby Dick" di Melville, con Dundee nei panni del capitano Achab e Sierra Charriba in quelli della balena bianca. La perdita di numerosi raccordi ha però reso il film un po' sbilanciato (oltre a danneggiare l'approfondimento di parecchi personaggi). Fra gli episodi che sono stati mantenuti c'è quello della permanenza dei soldati nel villaggio messicano che hanno liberato dai francesi, dove Dundee e Tyreen si innamorano della donna austriaca interpretata da Senta Berger: un episodio che – come peraltro molti altri elementi – Peckinpah rielaborerà quattro anni più tardi per il suo capolavoro, "Il mucchio selvaggio", per molti versi una versione più cinica e nichilista proprio di "Sierra Charriba". Col senno di poi, oltre a echi del Peckinpah che verrà, si colgono anche anticipazioni di alcuni western leoniani (su tutti "Il buono, il brutto e il cattivo", che sarà girato poco dopo). Il ricco cast comprende anche James Coburn (la guida Samuel Potts), Jim Hutton (l'inesperto tenente artigliere Graham), Michael Anderson Jr. (il trombettiere Ryan), Mario Adorf (il sergente Gomez), Brock Peters (il nero Aesop), Warren Oates (il disertore sudista) e Ben Johnson (il sergente Chillum). Curiosamente il titolo italiano, anziché il nome del protagonista come nella versione originale, utilizza quello della sua preda (che sullo schermo si vede pochissimo, giusto all'inizio e alla fine).

28 maggio 2013

True lies (James Cameron, 1994)

True lies (id.)
di James Cameron – USA 1994
con Arnold Schwarzenegger, Jamie Lee Curtis
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

All'insaputa della moglie Helen e della figlia Dana, che lo credono un noioso rappresentante di computer, Henry Tasker (Schwarzy, al terzo film con Cameron dopo i due "Terminator") è in realtà un agente segreto che combatte in mezzo mondo contro il terrorismo. Ispirato a un film francese di tre anni prima ("La Totale!" di Claude Zidi), una commedia che mescola gli stereotipi del cinema d'azione (il riferimento diretto è 007: si pensi soltanto all'incipit, con la "mini-missione" in Svizzera, l'intrusione alla festa e la fuga sulla neve) con gli equivoci coniugali in stile hawskiano (tutta la parte centrale, quella in cui Henry sospetta dell'infedeltà di Helen, è sicuramente la migliore del film), e cui non manca nemmeno una punta di ironica misoginia. Se Schwarzy per una volta si sforza di recitare, a rubargli la scena è una strepitosa Jamie Lee Curtis nei panni di Helen, contemporaneamente comica e sexy: indimenticabile, per esempio, il suo spogliarello impacciato ma sensuale nella stanza d'albergo, davanti a un uomo che – a sua insaputa – è proprio suo marito. Spettacolari, comunque, le scene d'azione, talmente "cariche" nel comparto acrobazie, spari ed esplosioni (la sparatoria nei bagni, l'inseguimento fra il cavallo e la moto che culmina sulla terrazza dell'hotel, la fuga dalla base dei terroristi – così esagerata da sembrare una sequenza di "Commando" – e l'attacco finale con il jet contro il palazzo) da poter passare quasi per una parodia del genere come "Last Action Hero". Al momento della sua uscita si trattava di uno dei film più costosi mai prodotti (oltre 100 milioni di dollari), anche se a rivederla oggi si potrebbe definirla come la pellicola meno ambiziosa di Cameron, quasi una pausa di "leggerezza" fra un "Terminator 2" e un "Titanic". Il tema portante, annunciato sin dal titolo, è quello delle bugie: se uno dei talenti di una spia è proprio quello di saper mentire, per condurre la sua "doppia vita" Henry deve farlo tanto con i nemici che con la sua famiglia. Mente però anche Helen, che sogna una vita avventurosa a fianco del "belloccio" Simon (Bill Paxton); mente quest'ultimo, venditore di auto usate che si spaccia per spia pur di conquistare le sue prede femminili; e mentono, prima o poi, quasi tutti i personaggi. Ma le bugie si ritorcono più volte contro di loro, come quando Henry, per mettere alla prova la moglie e verificare se lei lo ama davvero, le fa credere di essere stata assoldata a sua volta come agente segreto, finendo però per coinvolgerla veramente nella sua lotta contro i terroristi arabi (a proposito: il muro di Berlino era crollato da poco, e dunque al posto dei soliti russi ecco che i cattivi sono islamici; ai tempi ci furono critiche per questa scelta, ma con il senno di poi il film – uscito sette anni prima dell'11 settembre – seppe davvero cogliere o anticipare i tempi; e proprio dopo l'attentato delle Torri Gemelle, Cameron mise da parte il progetto di realizzare un sequel, affermando che il terrorismo non era più un argomento da affrontare in maniera leggera). Battute memorabili: Helen che, dopo aver visto Schwarzy in azione, commenta: "Ho sposato Rambo!". Ed Henry che, alla moglie che gli chiede se abbia mai ammazzato qualcuno, risponde candidamente: "Sì, ma erano tutti cattivi". Nel cast anche Charlton Heston (il capo dell'agenzia segreta per cui lavora Henry), Art Malik (il capo della "Crimson Jihad"), Eliza Dushku (Dana, la figlia di Henry ed Helen) ma soprattutto la bella Tia Carrere (l'infida trafficante d'arte che lavora per i terroristi).

18 aprile 2013

L'infernale Quinlan (Orson Welles, 1958)

L'infernale Quinlan (Touch of Evil)
di Orson Welles – USA 1958
con Charlton Heston, Orson Welles
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli, con Giovanni, Rachele, Paola, Marco, Eleonora, Ginevra, Florian e Sabine.

Una bomba fa esplodere l'auto di un ricco industriale, proprio sul confine fra Messico e Stati Uniti. A indagare è il detective americano Hank Quinlan (Orson Welles), con il collega messicano Mike Vargas (Charlton Heston) a fare da osservatore. I due non potrebbero essere più diversi: al primo interessa soltanto mandare in galera l'assassino, anche a costo di falsificare le prove, mentre per il secondo è fondamentale soprattutto rispettare la legge. Lo scontro fra i due poliziotti finisce per coinvolgere anche la moglie di Vargas, Susan (Janet Leigh), che viene sequestrata da Joe Grandi (Akim Tamiroff), capo della banda che Vargas sta mandando sotto processo in Messico... Da un mediocre romanzo giallo di Whit Masterson ("Badge of Evil": pare che Welles avesse chiesto ai produttori lo script peggiore che avessero a disposizione, in modo da dimostrare di essere in grado di trarre un bel film da qualsiasi materiale) un capolavoro del cinema noir, considerato da molti critici come il canto del cigno del genere ("l'epoca d'oro" del noir classico, in effetti, va dai primi anni quaranta ai tardi anni cinquanta). Ai tempi Welles era caduto in disgrazia presso i produttori hollywoodiani e da una decina di anni lavorava per lo più in Europa (sfornando, fra l'altro, capolavori come "Othello"): la possibilità di tornare alla regia (e alla sceneggiatura) gli venne data per insistenza dello stesso Charlton Heston (che qui interpreta il protagonista messicano, con un pesante trucco che sarà oggetto di ironia anche a distanza di anni, come in un celebre scambio di battute in "Ed Wood"). Welles ne approfittò per riunire molti tecnici (dall'operatore Russell Metty al truccatore Maurice Siederman) e attori (Akim Tamiroff, Joseph Cotten) con cui aveva collaborato in passato. Alcuni ruoli furono dati ad amici che venivano a trovarlo sul set (ed ecco spiegati i camei di Zsa Zsa Gabor e soprattutto di Marlene Dietrich, la cui parte – quella della chiromante Tanya – fu girata in un solo giorno ma crebbe a tal punto che è proprio lei a pronunciare la frase finale della pellicola, una sorta di epitaffio per Quinlan: "Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era un grand'uomo"). Joseph Calleia, amico di lunga data di Welles, interpreta Menzies, il fedele collega di Quinlan, mentre Dennis Weaver è il guardiano notturno, mentalmente disturbato, del motel in cui viene rinchiusa Susie (tutta la sequenza dell'albergo sembra anticipare "Psycho", che Alfred Hitchcock avrebbe girato solo due anni dopo, guarda caso sempre con Janet Leigh come protagonista femminile). A riprese terminate, però, i produttori rimontarono il materiale già girato da Welles, eliminarono alcune scene o le sostituirono con altre fatte dirigere da Harry Keller, nell'intento di rendere più chiari alcuni passaggi della trama. Quando vide il risultato, il regista scrisse un celebre "appunto" di 58 pagine su come migliorare il montaggio finale. Non tutti i suoi suggerimenti vennero accolti, e il film uscì (pubblicizzato come un B-movie) nella versione voluta dallo studio. Nel 1978 la pellicola venne rieditata in una versione più lunga, ma solo nel 1998 uscì finalmente la cosiddetta "director's cut" che accoglieva gran parte dei suggerimenti di Welles (non tutte le scene da lui girate poterono però essere recuperate): fra questi, l'eliminazione dei titoli di testa, la presenza dei rumori ambientali nella sequenza iniziale e il montaggio parallelo delle vicende di Vargas e Susie.

Il film si apre con quello che è probabilmente il piano sequenza più celebre e citato di tutta la storia del cinema. Comincia con la ripresa ravvicinata di una bomba, tenuta in mano da un misterioso individuo che la innesca e poi la colloca in un'automobile, appena prima che un uomo e una giovane donna bionda salgano a bordo (da notare anche la corsa del misterioso attentatore, di cui si vede solo l'ombra proiettata su un muro). L'auto con la bomba si dirige verso la barriera doganale, per entrare negli Stati Uniti: lungo il suo tragitto si ferma più volte, per far passare il traffico o i pedoni, fra i quali ci sono anche Vargas e Susie, freschi sposini. La macchina da presa sale in cielo per oltrepassare un palazzo, si aggira rasoterra fra la folla e il traffico, si muove in orizzontale e in verticale con grande maestria. E nel frattempo la tensione sale, perché noi spettatori sappiamo che l'esplosione avverrà da un momento all'altro: anche la bionda sull'auto ne avverte l'imminenza ("Ho un ticchettio nella testa"), ma lo scoppio si verificherà solo quando la vettura avrà passato la frontiera, e in corrispondenza con il bacio fra Vargas e Susie. Menzionato e omaggiato in numerose pellicole (da "I protagonisti" di Robert Altman a "Boogie Nights" di Paul T. Anderson, da "Il fantasma del palcoscenico" di Brian De Palma a "Breaking News" di Johnnie To), questo sfoggio di abilità registica non è affatto fine a sé stesso, visto che mette in moto la vicenda e contemporaneamente presenta i personaggi principali, ed è graziato dalla colonna sonora di Henry Mancini, il cui ritmo richiama proprio il ticchettio della bomba. Ma il resto del film non è da meno, e alterna momenti sublimi (i duetti con la Dietrich, sempre ripresa in primissimo piano) ad altri forse imperfetti (la sottotrama di Susie nel motel si trascina francamente un po' a lungo). Il suo cuore, naturalmente, più che il protagonista Vargas è il personaggio di Hank Quinlan (d'altronde, da sempre nei noir i veri protagonisti sono i cattivi e i perdenti): laido e corrotto capitano di polizia, grasso a dismisura, provato nel fisico e nell'animo, ossessionato dal passato (la moglie fu assassinata e lui non riuscì a far condannare l'omicida), ex alcolizzato e ora goloso di dolci, razzista (non si contano le frecciate contro i messicani), costretto dalla zoppia a camminare con un bastone, interpretato da un Welles che anche nella vita reale cominciava a essere fortemente sovrappeso e a soffrire problemi di salute (qui, comunque, è spesso inquadrato dal basso per accentuare il girovita, o da vicino per metterne in risalto il sudore e lo sporco). Al contrario di Vargas, Quinlan non ha alcun rispetto per la legge; e anziché alla deduzione, nelle indagini si affida solo alle sue "intuizioni", che si rivelano peraltro infallibili: anche se le prove che utilizza per incastrare gli assassini sono false, riesce sempre e comunque a individuare il vero colpevole. In questo modo la lotta fra i due si innalza rispetto al "semplice" scontro fra una canaglia e un idealista: diventa una battaglia fra giustizia e legalità, dove in fondo ciascuno dei due contendenti ha le sue ragioni, e il male si confonde con il bene. Anche lo scenario di frontiera in cui Vargas e Quinlan si aggirano è altrettanto confuso e ambiguo: si tratta di un mondo caotico e abitato da criminali, spogliarelliste, chiromanti, bande di drogati, che vivono fra topaie, discariche di rifiuti e alberghi equivoci, mirabilmente reso dalla fotografia in bianco e nero che accentua le ombre e le ruvidità, e da una regia barocca, stilizzata ed espressionista che ricorre spesso a inquadrature sghembe o dal basso, a sottolineare come anche l'azione non sia mai lineare. Proprio l'ambientazione "di confine" si rispecchia nei rapporti fra i personaggi: siamo in una sorta di "terra di nessuno" fra due paesi così vicini e legati fra loro, eppure così diversi e ostili l'uno con l'altro, che a volte riescono ad amarsi (Vargas e Susie) e a volte si scontrano irrimediabilmente (Vargas e Quinlan).

7 aprile 2008

2022: i sopravvissuti (R. Fleischer, 1973)

2022: i sopravvissuti (Soylent green)
di Richard Fleischer – USA 1973
con Charlton Heston, Edward G. Robinson
***1/2

Rivisto in VHS.

Periodo di lutti, questo: è scomparso anche Charlton Heston, che voglio ricordare attraverso una delle sue interpretazioni più memorabili in uno dei miei film di fantascienza preferiti. Tratto da un romanzo di Harry Harrison noto in Italia con il titolo "Largo! Largo!", la pellicola offre il disperato ritratto di una società futura in cui la sovrappopolazione ha distrutto tutte le risorse disponibili, inquinato irrimediabilmente il mondo e sterminato la vita animale e vegetale, anche con il contribuito di un riscaldamento globale che ha annullato le stagioni dando vita a un'estate torrida che dura tutto l'anno. Il film è ambientato in una New York con 40 milioni di abitanti (che all'epoca sembravano tantissimi... e dire che oggi ci sono megalopoli, soprattutto in Asia, le cui aree metropolitane si stanno avvicinando a grandi passi a quella cifra!), dove l'aria è inquinatissima (Fleischer applica un filtro verde all'obiettivo), l'energia e il cibo sono razionati e non si produce più nemmeno cultura: i libri non vengono più stampati e le conoscenze sono affidate a biblioteche umane, i cosiddetti "uomini-libro"; di cinema e televisione non c'è traccia, mentre solo i più ricchi possono permettersi svaghi come vetusti videogiochi (che forse nei primi anni settanta non sembravano così vetusti!); soltanto a chi sceglie una nobile forma di eutanasia è permesso di godersi gli ultimi istanti della propria vita con un filmato che mostra le meraviglie ormai scomparse che il pianeta offriva un tempo ai suoi abitanti. Gli uomini si nutrono essenzialmente di soylent, un concentrato di alghe e plancton ad alto potere nutritivo, e l'azienda che lo produce e distribuisce governa praticamente il mondo. Heston, nei panni dell'agente di polizia Thorn, indaga sul misterioso omicidio di un potente politico (il film è strutturato quasi come un giallo), scoprendo poco a poco una terribile verità. Il grande Edward G. Robinson, al suo ultimo film, interpreta Sol Roth, "uomo-libro" di fiducia di Thorn e protagonista della scena più toccante del film, quella in cui si "reca al tempio". Leigh Taylor-Young è invece la giovane ragazza "in dotazione" all'appartamento in cui viveva l'uomo assassinato, della quale Thorn si innamora. L'uso di tutti questi eufemismi ("andare al tempio", in originale "going home", per l'eutanasia; "ragazza in dotazione" per la prostituzione, e così via) contribuisce alla descrizione di una società distopica non poi così diversa dalla nostra: e proprio la paura che il tragico mondo descritto dal film possa in fondo un giorno avverarsi rende la pellicola così avvincente. Bello l'incipit, con fotografie che seguono il percorso dell'umanità, dei consumi e dell'urbanizzazione dalla fine dell'800 fino ai giorni nostri, e grandioso il finale.