Visualizzazione post con etichetta Forman. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Forman. Mostra tutti i post

9 gennaio 2019

Taking off (Miloš Forman, 1971)

Taking off (id.)
di Miloš Forman – USA 1971
con Buck Henry, Lynn Carlin
***

Rivisto su Dailymotion.

Alla ricerca della loro figlia quindicenne Jeannie (Linnea Heacock), fuggita di casa dopo aver partecipato a un'audizione per voci femminili, i coniugi Larry (Buck Henry) e Lynn Tyne (Lynn Carlin) si iscrivono alla Società Genitori Figli Scappati. E per cercare di comprendere meglio i propri figli, decidono di provare a fumarsi uno spinello... Il primo film "occidentale" di Forman, che era emigrato negli Stati Uniti dopo gli eventi della Primavera di Praga, è una divertente e caustica satira del gap generazionale nell'America degli hippy e dell'LSD, dove i genitori appaiono ancora più clueless e disgiunti dalla realtà dei loro figli. Soggetti a psicosi e paranoie, nonché a dipendenze di ogni tipo (il fumo, l'alcool, il sesso) che cercano inutilmente di tenere a freno con ogni mezzo possibile (compresa l'ipnosi), i genitori scoprono di non avere assolutamente nessun canale di comunicazione aperto con i giovani, che invece vivono la propria vita in totale libertà, nonostante le paure e le incertezze. Sceneggiato dallo stesso Forman insieme (fra gli altri) a Jean-Claude Carrière e John Guare, e vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes, il film (che ebbe scarso successo di pubblico) è una commedia leggera che sconfina spesso nella farsa, come nel finale in cui la ragazza torna a casa da sola mentre i genitori, in preda ai fumi dell'hashish, sono impegnati in una partita di strip poker con una coppia di amici. E nonostante l'ambientazione ormai un po' datata, diverte ancora parecchio. Fra le ragazze che partecipano all'audizione ci sono le (giovanissime) Kathy Bates, Jessica Harper e Carly Simon.

17 novembre 2018

Ragtime (Miloš Forman, 1981)

Ragtime (id.)
di Miloš Forman – USA 1981
con Howard E. Rollins jr., Brad Dourif
**1/2

Rivisto in TV.

Nella New York di inizio novecento si intrecciano le storie di diversi personaggi (alcuni dei quali realmente esistiti): la più importante è quella di Coalhouse Walker Jr. (Howard Rollins), pianista di colore che, per vendicarsi di un affronto subito (uno scherzo razzista che porta a tragiche conseguenze), terrorizzerà l'establishment bianco, minacciando di far saltere in aria la biblioteca privata del milionario J.P. Morgan se non gli sarà consegnato il responsabile del gesto, il pompiere volontario Willie Conklin (Kenneth McMillan). Ma c'è anche la storia della famiglia bianca e benestante di New Rochelle, appena fuori New York, che accoglie Sarah, compagna di Coalhouse e madre di suo figlio, rimanendo coinvolta nella vicenda: i suoi membri – il padrone di casa (James Olson), la sua sensibile moglie (Mary Steenburgen) e il fratello minore di lei (Brad Dourif) che, simpatizzante della causa di Walker, si unirà al gruppo di questi fornendogli armi e bombe – curiosamente non hanno nome per tutto il film. E c'è la giovane modella e attrice Evelyn Nesbit (Elizabeth McGovern), che ha posato per una statua nuda posizionata sul tetto del Madison Square Garden, cosa che fa impazzire di gelosia il suo ricco marito, l'industriale Harry Thaw (Robert Joy), il quale sparerà all'architetto Stanford White (Norman Mailer). E c'è l'artista di strada Tateh (Mandy Patinkin), migrante che farà fortuna nel mondo del cinema, scegliendo proprio Evelyn come protagonista dei suoi lavori... Un montaggio di spezzoni di cinegiornale, all'inizio della pellicola, introduce alcuni di questi e molti altri personaggi pubblici dell'epoca (Harry Houdini, Theodore Roosevelt e il suo vice Charles W. Fairbanks, Booker T. Washington, J. P. Morgan) che saranno legati, in maniera diretta o indiretta, alle vicende narrate. Ne risulta un affresco corale e "altmaniano", fra la realtà storica e la fiction, bel calato nell'atmosfera di inizio secolo: un momento in cui la società americana era in piena trasformazione, fra nuove forme di arte (il cinema, la musica, come il ragtime che dà il titolo alla pellicola), mutamenti sociali e di costume (il ruolo della donna, le minoranze razziali), l'incombere della guerra. Nel cast spicca James Cagney (nel ruolo del capo della polizia Rheinlander Waldo), di ritorno al cinema dopo vent'anni di assenza e alla sua ultima apparizione sullo schermo (a lui, per rispetto, va il primo posto nei titoli). Ultimo film anche per Pat O'Brien. Ma ci sono anche piccole parti per interpreti all'esordio come Samuel L. Jackson, Debbie Allen e Jeff Daniels. La musica è di Randy Newman. Otto nomination agli Oscar (fra cui sceneggiatura, fotografia e colonna sonora, oltre a Rollins e McGovern come attori non protagonisti) ma nessuna statuetta. Il film è tratto dall'omonimo romanzo storico di E. L. Doctorow.

20 luglio 2018

Al fuoco, pompieri! (Miloš Forman, 1967)

Al fuoco, pompieri! (Hoří, má panenko)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1967
con Jan Vostrčil, Josef Sebánek
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In una piccola cittadina fervono i preparativi per l'annuale ballo dei pompieri, al quale sono invitati gran parte degli abitanti del villaggio. Ma nulla va per il verso giusto: il comitato locale dei vigili del fuoco fa fatica a selezionare le ragazze per il concorso di bellezza per eleggere la reginetta del ballo, un incendio scoppia in paese distruggendo la casa dove vive un anziano, e i premi della lotteria che per solidarietà sarebbero dovuti andare a quest'ultimo vengono rubati prima dell'estrazione finale. E alla fine scompare anche il regalo che i pompieri avevano preparato per il loro capo in pensione. Il terzo lungometraggio di Forman, nonché il suo primo film a colori, pur ricordando in parte alcune sequenze dei lavori precedenti ("L'asso di picche" e "Gli amori di una bionda"), quelle appunto incentrate su balli e feste di paese, è nel complesso essenzialmente una farsa di impianto corale, ricolma di scenette e gag comiche che si prendono gioco in maniera anarchica un po' di tutto e di tutti. Forman dichiarò di aver voluto realizzare semplicemente una commedia, e che eventuali messaggi o metafore erano lasciati all'intepretazione degli spettatori. In effetti il film non piacque agli apparati statali, che vi lessero una cinica allegoria del paese (in balia di una classe politica incapace o disonesta), ma nemmeno ai veri vigili del fuoco, che lo videro letteralmente come una presa in giro dei propri reparti. Venne invece più apprezzato all'estero, forse perché la leggerezza e l'ironia, proveniendo da un paese dell'Europa dell'Est, furono salutati con piacere. Il titolo originale significa letteralmente "Fuoco, ragazza mia". Si tratta dell'ultimo film girato da Forman in patria: il regista si trovava a Parigi, in trattativa con alcuni distributori, quando i sovietici invasero Praga, e decise di rimanere in esilio.

22 aprile 2018

Gli amori di una bionda (M. Forman, 1965)

Gli amori di una bionda (Lásky jedné plavovlásky)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1965
con Hana Brejchová, Vladimír Pucholt
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Andula (Brejchová) lavora come operaia in una fabbrica di scarpe in un paesino di provincia nella Cecoslovacchia. Proprio per via della fabbrica, che impiega solo personale femmninile, nel paese c'è una forte sproporzione fra il numero di ragazze e quello di ragazzi, cosa che preoccupa non poco il direttore, che si adopera per far giungere nel luogo, in occasione di una festa, un drappello di militari. Andula e due sue amiche sono corteggiate da tre di questi, ma li rifiutano perché troppo vecchi e brutti (si tratta di riservisti, non di reclute). In compenso la ragazza trascorre la notte con il giovane pianista Milda (Pucholt), giunto da Praga proprio per suonare alla festa: e la settimana successiva, illusa di iniziare una relazione con lui, fa le valigie e lo raggiunge in città, presentandosi a casa dei suoi genitori senza preavviso... Il secondo lungometraggio girato in patria da Forman prosegue il discorso iniziato con il primo ("L'asso di picche"), ovvero la confusione delle giovani generazioni che si affacciano in un mondo di cui ignorano le regole (non solo perché è quello dell'età adulta e delle interazioni sociali, ma anche perché è caratterizzato da un regime politico che si affianca alle vecchie tradizioni familiari). Rispetto al film precedente, siamo più lontani dalla commedia (anche se non mancano lunghe scenette comiche o surreali, ricche di gag, come quelle che vedono protagonisti i tre soldati o i genitori di Milda) e più vicini al (neo)realismo, con toni a tratti da Nouvelle Vague. E naturalmente il film non può non concludersi con un velo di amarezza, di delusione e di disillusione. L'ottima regia di Forman, l'attenzione psicologica ai personaggi (e la simpatia verso di loro) e la concisione narrativa (l'intero film si svolge praticamente in due serate: quella della festa in paese e quella in cui Andula si reca a Praga) lo rendono un piccolo gioiellino, candidato anche all'Oscar come miglior film straniero. Nel cast perlopiù attori non professionisti (Hana Brejchová era la sorella minore della moglie di Forman, Jana, anch'essa attrice), con qualche eccezione: Vladimír Mensík è uno dei tre riservisti, mentre Vladimír Pucholt aveva già recitato nel primo film del regista.

16 aprile 2018

L'asso di picche (Miloš Forman, 1964)

L'asso di picche (Cerny Petr)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1964
con Ladislav Jakim, Pavla Martinkova
**1/2

Visto su YouTube, per ricordare Miloš Forman.

Il lungometraggio d'esordio di Forman mette in scena, fra timidezza e sfacciataggine, le prime esperienze di vita adulta del sedicenne Petr (Jakim). Assunto come sorvegliante in un supermercato per controllare che i clienti non rubino, il ragazzo fatica a soddisfare le esigenti aspettative di un padre (Jan Vostrcil) che proietta tutte le sue speranze su di lui. E nel frattempo deve destreggiarsi nei rapporti sociali, corteggiando in maniera goffa e senza successo la coetanea Paula (Martinkova) e stringendo amicizia con un ragazzo forse ancora più imbranato di lui, il muratore Cenda (Vladimír Pucholt). Forman dirige con un approccio leggero, quasi da commedia, come suggerisce anche il commento musicale (che richiama l'incipit dello "Schiaccianoci" di Tchaikovsky, senza mai andare però oltre le prime note). Fra tante scenette semi-comiche o comunque "sbarazzine" (Petr che segue per strada un cliente del negozio che sospetta di furto, o che spia le ragazze che si spogliano nei camerini), ne risulta un ritratto generazionale di giovani dalle idee confuse, lasciati a sé stessi nella scoperta del mondo da adulti incapaci di fornire le necessarie indicazioni (i genitori o i datori di lavoro sono buoni solo a rimproverare o a fare retoriche ramanzine). Il gap fra le generazioni – tema che Forman continuerà ad esplorare nei film successivi – è mostrato sotto ogni punto di vista, dalla musica all'approccio con il sesso. Il titolo originale ("Petr il nero") è il nome di un gioco di carte, corrispondente al nostro "Uomo nero".

9 marzo 2010

Man on the moon (M. Forman, 1999)

Man on the moon (id.)
di Miloš Forman – USA 1999
con Jim Carrey, Danny DeVito
***1/2

Rivisto in DVD, con Giuseppe, Giovanni e Rachele.

Andy Kaufman è stato un comico americano (anche se lui non si definiva tale, bensì showman – per la precisione "song and dance man" – e si vantava di non aver mai dovuto raccontare una barzelletta per far ridere il pubblico), divenuto celebre per la capacità di disorientare gli spettatori con comportamenti e messinscene ai limiti della provocazione e un umorismo incompreso e alternativo. Fra litigi in diretta (dove non era facile capire se gli insulti fossero fasulli o meno), spettacolari incontri di wrestling (per lo più contro donne, ma anche contro veri lottatori), sfoggio di personalità multiple (la più celebre era il cantante litigioso e volgare Tony Clifton, interpretato a volte anche dall'amico Bob Zmuda in modo da lasciar credere che si trattasse di un personaggio reale) e performance spiazzanti per l'apparente assenza di comicità (durante uno spettacolo arrivò a leggere ad alta voce "Il grande Gatsby" di Scott Fitzgerald per intero), ha diviso le platee degli anni settanta e ottanta, trovando modi sempre nuovi per sorprendere il pubblico. Artista originale ed eclettico, da lui era lecito aspettarsi di tutto, al punto che non pochi hanno dubitato della sua morte per un tumore ai polmoni nel 1984, all'età di soli 35 anni, e ritengono che sia ancora vivo e nascosto sotto una falsa identità, proprio come quell'Elvis Presley del quale faceva un'eccellente imitazione a inizio carriera. Da noi era noto per la sua partecipazione (controvoglia) alla sitcom "Taxi" nel ruolo di Latka, ingenuo meccanico immigrato che potrebbe aver ispirato il "Borat" di Sacha Baron Cohen. L'ottimo Forman, specializzato in biografie di personaggi geniali ed eccentrici (da "Amadeus" a "Larry Flint"), ne racconta la vita con un bel film che è al contempo un omaggio sincero e commovente all'artista e un ritratto dissacratorio dello show business dell'epoca, e si affida completamente all'estro di Jim Carrey: l'attore, grande fan di Kaufman e nato il suo stesso giorno, il 17 gennaio, dimostra una volta di più di essere – quando vuole – un interprete di altissimo livello.

Ma chi era il vero Kaufman e qual era la sua personalità più autentica? È difficile stabilirlo, visto che l'anticonformista Andy era una miniera di contraddizioni: oscillava tra una maschera aggressiva e l'amore per la meditazione trascendentale, e lasciava che la finzione dominasse continuamente anche la sua vita privata. E dunque la pellicola non può che incentrarsi soprattutto sulla sua carriera artistica, di cui ripropone i principali momenti clou, ricostruendoli con grande cura (provate a confrontare le scene del film con gli spezzoni del vero Kaufman su YouTube, per esempio le sue memorabili apparizioni televisive), e nel finale rende omaggio al mito della sua "finta morte" mostrando un'esibizione di Tony Clifton (che canta "I will survive"!) avvenuta un anno dopo la sua dipartita. Effettivamente, anche nella realtà Clifton è comparso in pubblico dopo il 1984, ma si suppone che sotto i suoi panni si celasse Bob Zmuda (che invece Forman inquadra tra la folla) o addirittura il fratello di Andy, Michael. Geniale anche la scena iniziale, nella quale Kaufman/Carrey annuncia che il film è venuto male perché "tutte le cose più importanti della mia vita sono state cambiate per motivi drammaturgici" e che pertanto il film è già finito, invitando gli spettatori ad andarsene mentre scorrono i titoli di coda, accompagnati dal disco con la sigla del telefilm di Lassie. Dopo alcuni secondi di schermo buio, si riaffaccia dal bordo dell'inquadratura e spiega che lo ha fatto per sbarazzarsi di coloro che comunque non lo avrebbero apprezzato: ora il film può davvero cominciare. Numerosi personaggi che hanno conosciuto Kaufman recitano nella parte di sé stessi (da David Letterman al wrestler Jerry Lawler, da Christopher Lloyd a Paul Shaffer) o in ruoli minori (l'agente George Shapiro, lo stesso Bob Zmuda). Il cast comprende anche Danny DeVito, Courtney Love e il bravissimo Paul Giamatti nei panni della spalla di Andy. Il titolo del film è lo stesso della canzone che i R.E.M. hanno dedicato a Kaufman (e alle teorie del complotto).

13 aprile 2007

L'ultimo inquisitore (M. Forman, 2006)

L'ultimo inquisitore (Goya's ghosts)
di Miloš Forman – Spagna 2006
con Stellan Skarsgård, Javier Bardem
**

Visto al cinema Plinius, con Hiromi.

Dopo sette anni Forman torna al cinema con un'altra storia basata sulla vita romanzata di un celebre artista: questa volta si tratta di Francisco Goya, il talentuoso pittore la cui esistenza si intreccia con le torbide e violente vicende della Spagna tra fine settecento e inizio ottocento. Ma come in “Amadeus”, il vero protagonista non è l’artista bensì il suo contraltare (lì Salieri, qui Lorenzo, che passa con ipocrita nonchalance dal fanatismo religioso dell’inquisizione a quello ideologico della rivoluzione francese, dalla Bibbia a Voltaire). E protagonista è soprattutto la Storia: con i suoi corsi e ricorsi, che fanno sì che i medesimi personaggi si scambino di posto e siedano di volta in volta nello scranno di giudice o di imputato; con le sue crudeltà e violenze, soprattutto nei confronti dei più deboli; con le sue ripetizioni e analogie (anche con l’oggi: le caricature dei membri del Sant’Uffizio come le vignette satiriche sull’Islam? Il tentativo di “esportare la democrazia” dei francesi in Spagna come quella degli Stati Uniti in Medio oriente? “Il popolo vi accoglierà a braccia aperte e getterà fiori sul vostro cammino”, dice un ufficiale ai suoi soldati!). In mezzo a tutto questo, Goya – come detto – rimane in disparte, funge da osservatore impotente e da semplice testimone: al limite può immortalare personaggi ed eventi con la propria arte per tramandarne il ricordo (“i fantasmi”) ai posteri. Proprio nel suo scarso approfondimento risiede il difetto principale del film, che sconta anche una certa macchinosità in alcuni passaggi cruciali dove lascia un po’ troppo mano libera al destino (la sceneggiatura è di Jean-Claude Carrière, già collaboratore di Buñuel). Bella come sempre la regia di Forman, uno dei miei autori preferiti: da brividi la scena in cui Inés esce dalle carceri dell'inquisizione. Non male gli attori: bravi Skarsgård e Natalie Portman (in un doppio ruolo: madre e figlia), ottimo Bardem. Da notare come Forman inserisca spesso nei suoi film scene ambientate in manicomi od ospedali, e anche come la Portman venga ancora imprigionata e torturata dopo "V per vendetta".

28 febbraio 2007

Amadeus (Miloš Forman, 1984)

Amadeus (id.)
di Miloš Forman – USA 1984
con F. Murray Abraham, Tom Hulce
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Tratto da un testo teatrale di Peter Shaffer e vincitore di 8 premi Oscar (tutti meritatissimi: miglior film, regista, protagonista, sceneggiatura, costumi, sonoro, trucco e scenografie), questa biografia romanzata del più grande genio musicale della storia dell'umanità, Wolfgang Amadeus Mozart (di cui racconta in particolare gli ultimi anni a Vienna, presso la corte dell'imperatore Giuseppe II, e la misteriosa morte a soli 37 anni), è uno dei miei film preferiti sin da quanto l'ho visto per la prima volta, alla sua uscita, ormai oltre vent'anni fa. Da allora l'ho riguardato così spesso da conoscerlo praticamente a memoria, ma soltanto adesso ho finalmente visto l'edizione "Director's cut" nella quale Forman ha reintegrato circa 20 minuti di sequenze a suo tempo scartate dal montaggio. La lunghezza totale del film raggiunge così quasi le tre ore, ma la soavità della musica mozartiana, le sontuose scenografie e la forza della vicenda non le fanno minimamente pesare. Le scene aggiunte, a parte alcuni piccoli frammenti, consistono in due sequenze principali: quella delle lezioni di musica e quella che prolunga la scena in cui Constanze fa visita a Salieri. La prima è tutto sommato superflua, anche se aiuta ad approfondire meglio le difficoltà economiche e sociali di Mozart, mentre la seconda è fondamentale per comprendere la reazione scostante di Constanze nel finale, quando trova Salieri in casa del marito febbricitante, oltre a gettare un'ombra ancor più negativa sul personaggio centrale del film, quello appunto interpretato da Abraham.

Anche se tutto il film ruota intorno alla figura di Mozart, il vero protagonista è infatti Antonio Salieri, il compositore di corte, tragicamente consapevole della propria mediocrità di fronte al genio del collega. Salieri, allora uno dei musicisti più apprezzati d'Europa, è caduto poi nel dimenticatoio e in un certo senso oggi è ricordato quasi solo per la sua presunta rivalità con Mozart. La teoria che sia stato lui ad avvelenare il rivale è naturalmente una leggenda mai dimostrata ma già diffusa nei secoli passati e resa celebre da un dramma scritto da Puškin nel 1830, nel quale si suggeriva l'idea (ripresa da Shaffer e da Forman) che il geloso Salieri avesse commissionato a Mozart una messa da requiem con l'intenzione poi di ucciderlo e di spacciare l'opera per propria. Alcuni critici, per sottolineare l'ingiusta fama che il testo di Puškin ha addossato al compositore italiano, scrissero "Forse Salieri non ha ucciso Mozart, ma di sicuro Puškin ha ucciso Salieri". Anche in "Amadeus", comunque, gli intenti di Salieri non giungono davvero a compimento. Lo sregolato Mozart, già debilitato nel fisico e nello spirito da una serie di problemi economici e di salute (non ultima l'angosciante presenza dello spirito del padre defunto, che si rispecchia nel Commendatore del "Don Giovanni"), sembra quasi scavarsi la fossa per proprio conto ben prima che Salieri possa intervenire di persona e soprattutto prima che il Requiem venga completato, facendo così fallire il progetto di rivalsa del compositore italiano. Ma soprattutto, l'odio di Salieri non è diretto propriamente verso Mozart in quanto persona, bensì verso Dio: a tormentarlo è l'incapacità di poter esaudire il proprio desiderio di cantarne la gloria e la potenza con la musica e di acquisire così una fama immortale. Perché, si chiede, Dio gli ha instillato l'ambizione di diventare il più grande musicista di tutti i tempi, a costo di ogni sacrificio, per poi negargli quel talento che invece ha conferito a un giovane volgare e dissoluto?

La sceneggiatura insiste ripetutamente su questo concetto: la "lotta" fra Salieri e Dio è sottolineata da innumerevoli inquadrature e commenti, mentre le vicende biografiche di Mozart restano quasi in secondo piano per tutta la prima parte del film. Ciò non impedisce a Forman di presentare scene deliziose come quella in cui l'esuberante musicista salisburghese viene ricevuto per la prima volta dall'imperatore (con la "marcetta di benvenuto" scritta da Salieri che viene trasformata nel tema dell'aria "Non più andrai, farfallone amoroso". La seconda parte del film, dopo l'introduzione del padre Leopold che raggiunge il figlio a Vienna, dedica invece più spazio alla vita privata di Mozart e culmina in una sequenza da antologia, fra le mie preferite del cinema di tutti i tempi: la "dettatura" del Confutatis maledictis a un confuso Salieri da parte di un Mozart febbricitante. Ma troppe sono le scene memorabili: dalla commovente prima rappresentazione delle "Nozze di Figaro" (con il tema del perdono della Contessa già anticipato più volte in precedenza, quando Mozart ci lavora in segreto), al ballo in maschera; così come eccellente è la scelta dei brani in colonna sonora, non sempre scontati: dalla Sinfonia n. 25 per i titoli di testa, al Concerto per piano n. 20 per quelli di coda. Un film da vedere e da rivedere, dove tutto funziona alla perfezione, ricolmo di dettagli monumentali, tragici o divertenti (come non ricordare l'imperatore Giuseppe II interpretato con grande ironia da un grande Jeffrey Jones? In generale, tutte le dinamiche e le lotte "culturali" interne alla corte, con le diffidenze verso il giovane e rivoluzionario autore salisburghese, sono da manuale, anche se non sempre fedeli – vedi proprio il carattere dell'imperatore – alla realtà storica).

Nota 1: La "Director's cut" in DVD è stata ridoppiata rispetto alla versione uscita nelle sale vent'anni prima. È una pratica non insolita per la Warner, forse per l'impossibilità di utilizzare i doppiatori originali per le sole scene inedite, o perché la vecchia traccia audio si era irrimediabilmente deteriorata. Il nuovo doppiaggio non è male, ma – anche per questioni nostalgiche – gli preferisco il vecchio. La voce di Salieri anziano, in particolare, mi pare troppo aggressiva. La traduzione dei dialoghi è quasi immutata, tranne in un paio di punti dove mi sembra meno efficace. Certo, la qualità audio (e questo è un bene per la colonna sonora) adesso è decisamente più pulita.
Nota 2: Mi ha sempre incuriosito l'assenza di un personaggio importante quale Lorenzo da Ponte, il più celebre librettista di Mozart (autore dei testi delle sue tre opere italiane, ovvero "Le nozze di Figaro", "Don Giovanni" e "Così fan tutte"), che non viene mai neppure nominato, a differenza di Emanuel Schikaneder, librettista del "Flauto magico" e primo interprete di Papageno, che invece compare in più scene.

3 gennaio 2007

Larry Flynt (M. Forman, 1996)

larry flynt

Larry Flynt – Oltre lo scandalo (The People vs. Larry Flynt)
di Miloš Forman – USA 1996
con Woody Harrelson, Courtney Love
***

Visto in DVD.

Ho sempre apprezzato i film biografici di Forman, dedicati spesso a personaggi eccentrici e controversi ("Amadeus" è fra le mie pellicole preferite, "Man on the Moon" era molto bello e attendo con fiducia il suo nuovo film su Goya). Questo è dedicato all'intraprendente e vulcanico editore della rivista Hustler, che all'erotismo patinato di Playboy contrapponeva immagini più esplicite e meno testi ("tanto nessuno li legge"): in pratica, l'inventore di una forma editoriale di pornografia più sincera e meno ipocrita.
Ma più che il mondo della pornografia (come rappresentazione del quale era forse meglio "Boogie Nights" di Paul Thomas Anderson), il cuore del film è in realtà un altro: la lotta di Flynt contro la censura e in favore della libertà di stampa, che lo trasforma suo malgrado in un paladino dei diritti civili. Flynt difende il diritto di satira, di parola e di opinione contro le imposizioni moralistiche dei gruppi religiosi e di benpensanti, magari anche attraverso atteggiamenti di sfida sempre più irriverenti e trasgressivi verso le autorità. E da questo punto di vista il film funziona e coinvolge. Bravo Harrelson e tutto sommato anche la Love nei panni di sua moglie. Edward Norton ha una piccola parte, quella del giovane avvocato di Flynt.