Visualizzazione post con etichetta Western. Mostra tutti i post
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4 agosto 2023

Gli avventurieri (Michael Curtiz, 1939)

Gli avventurieri (Dodge City)
di Michael Curtiz – USA 1939
con Errol Flynn, Olivia de Havilland
**

Visto in TV (RaiPlay).

Negli anni successivi alla guerra civile americana, Dodge City, nuova città di frontiera e centro del commercio di bestiame della regione, è funestata dal crimine, dalla violenza e dall'illegalità. Il mandriano Wade Hatton (Errol Flynn) viene perciò assunto come sceriffo per ripulirla dai banditi che vi spadroneggiano. E con l'aiuto del fedele Rusty (Alan Hale) e della bella Abbie (Olivia de Havilland), di cui è innamorato, saprà sgominare la banda dell'infido Surrett (Bruce Cabot). Esordio nel western per Flynn, attore fino ad allora celebre per le pellicole di cappa e spada, sin dai tempi di "Capitan Blood", film che aveva fra l'altro segnato la prima delle sue numerose collaborazioni con la De Havilland e il regista Michael Curtiz. Sceneggiato da Robert Buckner, è un western solido e con tutte le carte in regola (carovane di pionieri, treni in fiamme, sparatorie in strada, risse nei saloon...), anche se gli manca il guizzo che lo renda memorabile. Al fianco dell'affabile Flynn ci sono una serie di caratteristi che danno vita a personaggi simpatici, e non mancano momenti inaspettatamente drammatici, ma tutto è un po' all'acqua di rose, finalizzato a uno spettacolo hollywoodiano che celebra, oltre che la storia del paese, soprattutto sé stesso.

16 giugno 2023

Gli inesorabili (John Huston, 1960)

Gli inesorabili (The Unforgiven)
di John Huston – USA 1960
con Burt Lancaster, Audrey Hepburn
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Quando un misterioso straniero, un vecchio militare con l'occhio di vetro (Joseph Wiseman), si presenta alle porte della loro fattoria, accusando la loro sorella adottiva Rachel (Audrey Hepburn) di essere una trovatella di sangue indiano, sottratta in tenera età alla stessa tribù Kiowa da cui provenivano i guerrieri che hanno ucciso loro padre, i tre fratelli Ben (Burt Lancaster), Cash (Audie Murphy) e Andy (Doug McClure) Zachary devono fare i conti con l'ostracismo e l'ostilità dell'intera comunità di allevatori cui appartengono, soprattutto dopo che una tribù di indiani giunge sulle loro terre per reclamare a forza la ragazza. Da un romanzo di Alan Le May (lo stesso autore di "Sentieri selvaggi", con cui ha molti temi in comune), un epocale western a sfondo melodrammatico e famigliare, che non lesina pugni nello stomaco e temi scottanti (dal razzismo diffuso – anche fra i protagonisti – verso gli indiani, che raramente era assurto così in primo piano in una pellicola per il grande pubblico, a scene di morte e di linciaggio), pur nell'ingenuità tipica dei grandi spettacoloni hollywoodiani, che spesso evitavano le controversie. Notevole il cast, che in ruoli minori comprende Lillian Gish (la vedova Zachary), John Saxon, Charles Bickford e Albert Salmi. Qualcuno ha accusato la Hepburn di non essere del tutto credibile come pellerossa (per non parlare del "whitewashing", la pratica – allora diffusa – di assegnare ad attori bianchi e celebri anche ruoli di altre etnie), ma il punto è proprio quello: lo sarà davvero, o si tratta solo delle calunnie di un vecchio rancoroso? Prodotto dallo stesso Lancaster, il film ebbe una lavorazione travagliata, a cominciare dalla sostituzione del regista e dello sceneggiatore inizialmente previsti (alla regia, in particolare, Delbert Mann fu rimpiazzato da Huston, che peraltro si scontrò a più riprese con la produzione perché voleva enfatizzare ancora di più il tema del razzismo). Inoltre la Hepburn cadde da cavallo durante le riprese, costringendo la troupe a un'interruzione di qualche mese e l'attrice stessa a stare lontana dalle scene per più di un anno (tornerà nel 1961 con "Colazione da Tiffany").

8 marzo 2023

Una pistola per cento bare (U. Lenzi, 1968)

Una pistola per cento bare
di Umberto Lenzi – Italia/Spagna 1968
con Peter Lee Lawrence, John Ireland
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Jim (Peter Lee Lawrence), testimone di Geova refrattario per fede all'uso della violenza, si trasforma in pistolero per vendicare la morte dei suoi genitori, uccisi nel loro ranch da un gruppo di quattro assassini. Dopo aver rintracciato ed eliminato i primi tre, scopre che il quarto, il texano Corbett (Piero Lulli), è a capo di una banda che progetta di rapinare la banca di un villaggio. Si trasferisce dunque lì, in attesa dei banditi, e viene incaricato di difendere la città insieme a un misterioso predicatore itinerante (John Ireland). Spaghetti western (il secondo di Lenzi, dopo "Tutto per tutto") piuttosto convenzionale, nonostante le premesse particolari che però non hanno grande rilevanza nel resto della storia. Nei primi minuti gli eventi si succedono molto in fretta (persino sui titoli di testa), per poi rallentare nella parte centrale. I personaggi sono stereotipati e senza una grande personalità, e molti elementi sembrano introdotti tanto per far numero (il gruppo di pazzi incarcerati, per esempio). Franco Pesce è il vecchietto cassamortaro. Inutile la figura femminile (Gloria Osuna). Qualche (non certo imprevedibile) colpo di scena nel finale.

8 dicembre 2022

Sangue sulla luna (Robert Wise, 1948)

Sangue sulla luna (Blood on the Moon)
di Robert Wise – USA 1948
con Robert Mitchum, Barbara Bel Geddes
***

Rivisto in TV (RaiPlay).

Richiamato dall'amico Riling (Robert Preston), che ha bisogno del suo aiuto nella faida con l'allevatore Lufton (Tom Tully), il mandriano vagabondo Jim Garry (Robert Mitchum) scende dalle montagne per unirsi a lui, ma si rende presto conto che è l'amico a essere dalla parte del torto. Fingendo di battersi per i diritti dei contadini, infatti, Riling sta usando metodi criminali per costringere il rivale a cedergli il suo bestiame. In preda agli scrupoli di coscienza, e innamoratosi della figlia di Lufton, Emma (Barbara Bel Geddes), Jim cambia perciò campo... Tratto da un romanzo di Luke Short, un western archetipico e passato alla storia per le evidenti commistioni con il genere noir, da cui prende numerosi aspetti: sia visivi (la fotografia di Nicholas Musuraca, molto cupa e scura, spesso in controluce, che si esalta nelle numerose scene notturne) sia contenutistici (l'ambiguità dei personaggi, a partire da un protagonista anti-eroe e perdente, passando per comprimari come la femme fatale – la sorella di Emma, Carol (Phyllis Thaxter), segretamente alleata coi banditi – e il criminale carismatico, il tutto al servizio di dilemmi morali e riflessioni sull'amicizia e l'integrità personale). Ne risulta un mondo sporco, "fangoso", complicato e realistico (vedi anche la rissa nel locale fra Jim e Riling, che lascia anche il primo, pur vincitore, malconcio e sanguinante: richiese tre giorni di riprese). Il complesso intreccio è ricco di momenti e personaggi interessanti – come il vecchio agricoltore Kris (Walter Brennan), che perde il proprio figlio nella faida, o l'infido agente indiano Morgan (Frank Faylen), in combutta con Riling – ed è sostenuto dalla solida regia di Wise, al debutto nel western. L'espressione indiana "c'è sangue sulla luna" indica aria di tempesta. In Italia il film è noto anche con il titolo "Vento di terre selvagge".

13 febbraio 2022

Il potere del cane (Jane Campion, 2021)

Il potere del cane (The power of the dog)
di Jane Campion – GB/Australia/NZ/Canada 2021
con Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Montana, 1925: quando suo fratello George (Jesse Plemons) si sposa con Rose (Kirsten Dunst), locandiera vedova con un figlio studioso e delicato (Kodi Smit-McPhee), il ranchero Phil (Benedict Cumberbatch) fa di tutto per rendere loro la vita difficile con il suo atteggiamento aggressivo, rozzo e scostante, apparentemente infastidito soprattutto dai modi gentili ed effemminati del ragazzo. Ma forse c'è qualcosa di più, e il rapporto fra Phil e il giovane Peter riecheggia in qualche modo quello fra l'uomo e il suo mentore di un tempo, l'enigmatico Bronco Henry... Da un romanzo di Thomas Savage, una pellicola che si svolge sul filo dell'ambiguità dei sentimenti, mai esplicitati fino in fondo oppure nascosti sotto la patina dei ruoli e delle maschere che ciascuno indossa. Un western (moderno) incentrato sulle finezze psicologiche sembrerebbe manna dal cielo, e infatti la critica ha gradito parecchio (ben 12 nomination agli Oscar, con la forte probabilità di portare a casa i premi più importanti!). Eppure, sin dai tempi di "Lezioni di piano", c'è sempre qualcosa nei film della Campion che non mi va a genio e che mi lascia la sensazione di aver perso il mio tempo a guardarli: l'impressione di un mondo artefatto e fasullo, che sotto l'apparente ambiguità nasconde psicologie da romanzo Harmony, con una confezione patinata e manierista, emozioni e sentimenti artificiali e caratterizzazioni di carta velina. Il risultato è un film in gran parte noioso, trascinato e manierista, che si ravviva però nel finale, quando lo "scontro" fra gli unici due personaggi che contano davvero nella storia (ovvero Phil e Peter: Rose e George invece, nonostante il lungo tempo di esposizione sullo schermo, restano figure marginali e, nel caso di lei, patetiche) si fa più diretto e persino esplicito. Rimane dentro anche una buona atmosfera, veicolata dalla bella colonna sonora (di Jonny Greenwood dei Radiohead) e dai paesaggi malickiani (il "cane" del titolo è legato alla conformazione dei monti che circondano le pianure in cui si svolge la storia). Ottimi gli interpreti. La Campion non dirigeva un film cinematografico da 12 anni, ovvero dall'orribile "Bright star".

22 ottobre 2021

Sette spose per sette fratelli (S. Donen, 1954)

Sette spose per sette fratelli (Seven Brides for Seven Brothers)
di Stanley Donen – USA 1954
con Jane Powell, Howard Keel
***

Rivisto in TV (Now Tv).

I sette fratelli Pontipee, rudi boscaioli che vivono in solitudine fra le montagne dell'Oregon, meditano di prendere moglie. Il primo a riuscirci è Adamo (Howard Keel), il maggiore, che conquista l'amore di Milly (Jane Powell), la cui presenza ingentilisce subito la casa. Ma per trovare la propria sposa, gli altri sei dovranno ricorrere a un rapimento, ispirandosi al "ratto delle Sabine". Per fortuna le ragazze rapite, costrette a trascorrere l'inverno nella capanna fra le montagne, finiranno per innamorarsi dei loro rapitori... Fortunata commedia western musicale, sceneggiata da Albert Hackett, Frances Goodrich e Dorothy Kingsley a partire da un racconto di Stephen Vincent. I toni sono leggeri e disimpegnati, come in una fiaba (impossibile, per esempio, non vedere un parallelo con "Biancaneve e i sette nani" nelle sequenze in cui Milly riordina la casa e insegna le buone maniere ai cognati attaccabrighe, sporchi e incolti), il che aiuta a passare sopra a una trama da non prendere alla lettera, altrimenti sarebbe in fondo estremamente maschilista (le donne sono oggetti da rapire, ben contente di mettersi al servizio degli uomini e sfornare bambini), come dimostrerà Sam Peckinpah trasfigurandola in "Sfida nell'Alta Sierra". Le canzoni, i balli, le coreografie e i costumi colorati (ognuno dei fratelli ha un colore che lo identifica, in contrasto con i "rivali" pretendenti delle ragazze, tutti vestiti di grigio, nella sequenza forse più bella e dinamica di tutte, quella del ballo del paese) contribuiscono alla gradevolezza dell'insieme. Notevole anche la canzone malinconica "Lonesome polecat", girata da Donen in un unico piano sequenza. Il cast, di cui fanno parte ballerini professionisti, comprende Jeff Richards, Matt Mattox, Marc Platt, Jacques d'Amboise, Tommy Rall e Russ Tamblyn (i fratelli di Adamo: Beniamino, Caleb, Daniele, Efraim, Filidoro e Gedeone, tutti rigorosamente in ordine alfabetico) e Julie Newmar, Nancy Kilgas, Betty Carr, Virginia Gibson, Ruta Lee e Norma Doggett (le sei ragazze rapite). Premio Oscar alla colonna sonora di Adolph Deutsch e Saul Chaplin (la pellicola ricevette altre quattro nomination, fra cui quelle per il miglior film e la miglior sceneggiatura). Nel 1978 ne è stato tratto un musical teatrale.

3 luglio 2021

Preparati la bara! (Ferdinando Baldi, 1968)

Preparati la bara!
di Ferdinando Baldi – Italia 1968
con Terence Hill, José Torres
**

Visto in TV (RaiPlay).

Tradito dall'amico David (Horst Frank), ambizioso politico corrotto e senza scrupoli, Django (Terence Hill) vede uccisa la propria moglie e viene a sua volta creduto morto. Cinque anni più tardi organizzerà la propria vendetta, radunando una banda di "impiccati" (uomini condannati ingiustamente e che proprio lui, in qualità di boia, aveva finto di giustiziare, salvandoli in realtà dalla morte) per affrontare i banditi che, al soldo del proprietario terriero Lucas (George Eastman), rapinano le diligenze cariche d'oro per conto di David. Ma dovrà vedersela anche con Garcia (José Torres), uno degli "impiccati", deciso a tenere tutto l'oro per sé. Pseudo-sequel (o meglio, prequel) del "Django" di Sergio Corbucci, messo in cantiere dopo l'enorme successo del prototipo che aveva dato vita a una pletora di finti seguiti. Questo invece avrebbe dovuto essere uno dei rari film che coinvolgeva davvero i responsabili del film originale: ma con la sostituzione del regista, anche Franco Nero rinunciò a interpretarlo, e allora venne scelto un giovane Terence Hill non ancora reso celebre da "Lo chiamavano Trinità" (il cui regista, Enzo Barboni alias E.B. Clucher, è qui il direttore della fotografia). La trama alterna spunti senza troppa originalità (la vendetta) ad altri invece accattivanti (la banda degli impiccati), così come personaggi stereotipati (Lucas, David) ad altri più complessi e ambigui (Garcia, insolito alleato e antagonista al tempo stesso). A parte l'aspetto del protagonista (enigmatico e vestito di nero), un rimando al Django originale c'è solo nel finale, quando tira fuori la mitragliatrice da una cassa per sterminare gli avversari. Nel complesso, però, la pellicola è meno potente e più innocua del film di Corbucci, interessante giusto per ripercorrere gli inizi della carriera di un Terence Hill qui ancora in versione "seria" e privo del compagno Bud Spencer (anche se alle pistolettate si affiancano comunque numerose scazzottate).

3 giugno 2021

Reach (James Cameron, 1988)

Reach
di James Cameron – USA 1988
con Bill Paxton, Kathryn Bigelow
**

Visto su YouTube.

Mentre era impegnato nella preparazione di "The abyss" (1989), James Cameron girò questo video musicale per Bill Paxton, attore che era apparso in piccoli ruoli nei suoi film precedenti (era uno dei punk presenti all'arrivo di Schwarzy in "Terminator", nonché uno dei marines spaziali in "Aliens") e che tornerà anche nei lavori successivi (da ricordare, su tutti, il cacciatore di tesori sottomarini nel prologo di "Titanic"). Qualche anno prima Paxton aveva fondato con l'amico Andrew Todd Rosenthal una band musicale chiamata Martini Ranch, che nel 1988 produsse il suo primo e unico album, "Holy Cow". Per il videoclip del singolo "Reach", Cameron pensò a un'ambientazione western polverosa e anacronistica (i cavalli sono sostituiti da moto di grossa cilindrata), in qualche modo reminiscente del mondo post-apocalittico di "Mad Max". All'inizio vediamo un biker giungere in un villaggio di frontiera, mentre una serie di flashback ci rivela che si tratta di un rapinatore in fuga. Sulle sue tracce c'è infatti una banda di cacciatrici di taglie, tutte donne, che non avranno problemi ad acciuffarlo. I marchi di fabbrica di Cameron (le donne forti, toste o muscolose: Paxton coinvolse tre bodybuilder che conosceva) si intrecciano con citazioni esplicite degli spaghetti western (anche musicali: nel brano si ode chiaramente il fischio morriconiano de "Il buono, il brutto, il cattivo"), all'insegna dell'ironia e delle strizzatine d'occhio. I membri della band (compreso il tastierista Robert O'Hearn) appaiono vestiti da mariachi messicani. Camei per diversi volti noti, da Kathryn Bigelow (che Cameron stava per sposare) agli attori Lance Henriksen, Paul Reiser, Jenette Goldstein, Bud Cort, Judge Reinhold, Adrian Pasdar e Brian Thompson. Quanto alla canzone, non è niente di che, ma è comunque gradevole.

23 febbraio 2021

Il cacciatore di indiani (A. De Toth, 1955)

Il cacciatore di indiani (The Indian Fighter)
di André De Toth – USA 1955
con Kirk Douglas, Elsa Martinelli
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'esperto scout Johnny Hawks (Kirk Douglas), reduce dalla guerra civile, guida un convoglio di coloni verso l'Oregon, attraverso i territori dei Sioux di Nuvola Rossa, della cui figlia Onahti (Elsa Martinelli, all'esordio a Hollywood e scelta personalmente da Douglas, anche produttore) è innamorato. Ma la fragile tregua con gli indiani è messa a repentaglio da due avventurieri senza scrupoli (Walter Matthau e Lon Chaney Jr.), alla ricerca di un giacimento d'oro che è nascosto nella regione. Western classico con un inedito taglio – nonostante il titolo, dovuto alla "fama" di Johnny – a favore degli indiani e contro lo sfruttamento e l'espansionismo dei bianchi (il protagonista dice esplicitamente che preferirebbe che il Far West non venisse "civilizzato"). Pur non trattandosi di un capolavoro, fa parte di quel trend che lentamente ha aggiunto spessore, complessità e sfumature all'approccio con cui venivano rappresentati sullo schermo i conflitti fra i coloni e i nativi americani, superando la divisione manichea e superficiale in buoni e cattivi. L'ampio cinemascope, che valorizza i paesaggi, e la regia competente, spettacolare soprattutto nelle sequenze dell'assalto al forte, fanno il resto. Alla sceneggiatura ha collaborato Ben Hecht. Nel cast, in piccoli ruoli, anche Elisha Cook Jr. (il fotografo Briggs), Diana Douglas (Susan, la vedova che corteggia Johnny: l'attrice era l'ex moglie di Kirk), Walter Abel e Harry Landers. Musiche di Franz Waxman.

24 gennaio 2021

Django (Sergio Corbucci, 1966)

Django
di Sergio Corbucci – Italia/Spagna 1966
con Franco Nero, Loredana Nusciak
**1/2

Rivisto in TV (Prime Video).

L'enigmatico Django (Franco Nero), ex soldato yankee che attraversa il deserto trascinandosi dietro una cassa da morto, giunge in un villaggio nei pressi del confine fra Stati Uniti e Messico, dove è in corso una faida fra gli scagnozzi del maggiore sudista Jackson (Eduardo Fajardo), che ha dato vita a una vera e propria setta razzista caratterizzata dai cappucci rossi, e la banda di rivoluzionari messicani in esilio guidati dal generale Hugo (José Bódalo). Intenzionato a perseguire una sua misteriosa vendetta, dopo aver salvato la prostituta Maria (Loredana Nusciak) dalle grinfie di entrambi i gruppi, il protagonista sgominerà gli uomini del maggiore grazie alla mitragliatrice che nasconde nella bara. Iperviolento, astratto, sporco e cinico, un film che fece scalpore e contribuì a indirizzare il filone degli spaghetti western verso gli stilemi che lo connoteranno negli anni a venire. Non gli mancano i difetti: la trama sembra quasi improvvisata man mano che procede, con cambio di focus e scarsa caratterizzazione del protagonista. La prima parte è sicuramente la migliore, ricca di sorprese, mentre la sezione centrale (quando Django si allea con i messicani per rapinare il forte) è più convenzionale, così come lo sono gran parte dei comprimari (a cominciare dal personaggio femminile). Resta certamente impressa la violenza, con ampi spargimenti di sangue, il sadismo (si pensi alla scena dell'orecchio tagliato, di cui si ricorderà Tarantino ne "Le iene", ma anche alle mani fratturate), gli spazi fangosi, le sabbie mobili: siamo lontani anni luce dalle ambientazioni pulite e dalle atmosfere dei classici western hollywoodiani. Persino Sergio Leone, che ai tempi aveva diretto soltanto i primi due film della sua trilogia del dollaro (e verso il cui "Per un pugno di dollari", e quindi di riflesso verso Akira Kurosawa e Dashiell Hammett, il soggetto mostra qualche debito) non si era ancora spinto a tanto. Alla sceneggiatura hanno contribuito Bruno Corbucci (fratello di Sergio), Franco Rossetti e, non accreditato, Fernando Di Leo. Ruggero Deodato è l'aiuto regista, Enzo Barboni il direttore della fotografia, Luis Bacalov l'autore delle musiche (e della title song "Django"). Nonostante le riserve della critica per l'eccessiva violenza, la pellicola riscosse un grande successo: negli anni a venire uscirono numerosi sequel "apocrifi", o film che richiamavano Django nel titolo – o reintitolati come tali quando venivano distribuiti all'estero – pur avendo poco o nulla a che fare con l'originale (se ne contano almeno una trentina!), se non il tema generico del misterioso pistolero vendicatore, spesso in lotta contro bande di razzisti. Fra gli omaggi e le rivisitazioni, sono ovviamente da ricordare "Sukiyaki Western Django" di Takashi Miike (2007) e "Django Unchained" di Quentin Tarantino (2012): in quest'ultimo appare anche Franco Nero in un divertente cameo ("La D è muta"). Citazioni del personaggio che si trascina dietro una bara si ritrovano anche in parecchi anime giapponesi, da "Ken il guerriero" a "Cowboy Bebop".

14 gennaio 2021

Lo straniero della valle oscura (A. Prochaska, 2014)

Lo straniero della valle oscura - The Dark Valley (Das finstere Tal)
di Andreas Prochaska – Austria/Germania 2014
con Sam Riley, Paula Beer
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il fotografo itinerante Greider (Sam Riley) giunge in una valle inospitale dove spadroneggia la famiglia Brenner, che gestisce la legge in maniera feudale, con tanto di ius primae noctis imposto agli abitanti. In effetti Greider è lì per vendicare la madre, che vent'anni prima fu vittima della famiglia. Ambientato fra le nevi delle Alpi, un cupissimo e insolito "western" europeo, dai toni gravi e opprimenti, anche nella fotografia gelida e nella colonna sonora ricca di bassi (se si eccettua una canzone pop che c'entra come i cavoli a merenda). Per quanto i temi siano inflazionati (lo straniero, la vendetta) e il contesto sia implausibile dal punto di vista storico, l'atmosfera (anche grazie alla regia e alla fotografia) è notevole: il terrore imposto dai Brenner al villaggio, la rabbia repressa della giovane Luzi, il ritmo lento ma elegante, le sparatorie nella neve... sono tutti elementi che affiorano concretamente dalle immagini sullo schermo. Meglio sorvolare invece sulla struttura narrativa (il poco mistero che c'è all'inizio sull'identità dello straniero e su quella di colui che uccide i fratelli Brenner, ovvero se coincidano o meno, viene subito svelato) e su alcune scelte inspiegabili dei personaggi (come quando Greider, pur avendo i suoi nemici a portata di fucile, li risparmia). E naturalmente, a parte gli scenari montuosi, non c'è nulla di europeo o tantomeno di alpino nei personaggi, negli abiti e nelle scenografie, tanto che – se non fosse per alcuni accenni nei dialoghi – sembrerebbe di trovarsi fra le montagne del Nord America. Tratto da un romanzo del tedesco Thomas Willmann, il film è stato girato in Alto Adige, per la precisione in Val Senales.

26 agosto 2020

I cavalieri dalle lunghe ombre (W. Hill, 1980)

I cavalieri dalle lunghe ombre (The Long Riders)
di Walter Hill – USA 1980
con James Keach, David Carradine
***

Visto in TV.

Negli anni successivi alla guerra civile, in un Missouri che cova ancora rancore verso i vincitori yankee, la banda guidata dai fratelli Jesse e Frank James rapina banche, treni e diligenze. Sono rispettati e protetti dalla loro stessa comunità, ma gli uomini dell'agenzia Pinkerton sono sulle loro tracce: e dopo una sanguinosa imboscata, i membri sopravvissuti decidono di separarsi... Forse il miglior film su Jesse James, personaggio che al cinema (insieme alla sua banda) è stato portato innumerevoli volte (da "Jess il bandito" di Henry King, con il suo sequel di Fritz Lang, al recente "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" di Andrew Dominik). I toni sono al contempo epici, avventurosi, intimi e quotidiani, e la fedeltà storica (che sconfina nel mito) non manca, compresi i dettagli dell'assassinio a tradimento di Jesse. Ma a rendere particolare questa versione è un'insolita caratteristica: tutti i gruppi di fratelli che compaiono nella storia sono interpretati da fratelli anche nella vita reale. E così Stacy e James Keach impersonano Frank e Jesse James; David, Keith e Robert Carradine sono i fratelli Younger (rispettivamente Cole, Jim e Bob); Dennis e Randy Quaid sono i fratelli Miller (Ed e Clell); Christopher e Nicholas Guest sono i fratelli Ford (Charlie e Robert). Il tutto contribuisce a donare alla pellicola un'atmosfera "familiare" e idilliaca, che rende al meglio i momenti di quiete fra un colpo e l'altro della banda, i battibecchi fra i personaggi, l'amicizia, gli innamoramenti e le tentazioni di una vita più tranquilla. In effetti l'idea di realizzare il film fu proprio dei fratelli Keach, che scrissero la sceneggiatura a partire da un testo teatrale dello stesso James, coinvolgendo poi i Carradine e i Quaid, e infine individuando in Walter Hill il regista più adatto (dopo che George Roy Hill aveva rifiutato). La regia è sempre in controllo della materia, alternando scene dal ritmo compassato ad altre più energiche e violente: l'intera sequenza della rapina a Northfield, in particolare, con il suo montaggio frammentato, ricorda il cinema di Sam Peckinpah, mentre l'impianto corale della pellicola e la struttura narrativa "libera" sono quasi altmaniane. Il cast è molto ampio, al punto che è difficile considerare Jesse James il protagonista del film. James Whitmore Jr. è Rixley, l'agente della Pinkerton, Pamela Reed è la prostituta Belle Starr. Ruoli anche per Harry Carey Jr., James Remar, Kevin Brophy e Felice Orlandi. Bella la colonna sonora di Ry Cooder, alla prima di molte collaborazioni con Hill.

12 luglio 2020

Solo sotto le stelle (David Miller, 1962)

Solo sotto le stelle (Lonely are the brave)
di David Miller – USA 1962
con Kirk Douglas, Gena Rowlands
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il mandriano Jack W. Burns (Kirk Douglas) è un uomo fuori dal suo tempo: ama le praterie, i grandi spazi e la libertà, non ha domicilio, si sposta a cavallo come i cowboy di una volta e senza documenti, e ovviamente mal sopporta il mondo moderno con le sue regole e limitazioni. Quando viene a sapere che il suo più caro amico Paul (Michael Kane), colui che ha sposato la donna che anche lui amava (Gena Rowlands), è stato chiuso in prigione per aver sfamato e protetto degli immigrati clandestini, si fa arrestare apposta per poterlo incontrare in carcere. Da lì, naturalmente, non perde tempo a evadere (“Non ci resto in questo posto: impazzirei, ucciderei qualcuno!”) per fuggire verso il Messico, in sella alla sua cavalla Whisky. Ma sulle sue tracce si lancia la polizia, guidata dallo sceriffo locale, Morey Johnson (Walter Matthau), che con tanto di elicotteri e camionette lo bracca sul fianco della montagna che si frappone fra lui e la libertà... Sceneggiato da Dalton Trumbo (con cui Douglas aveva già lavorato due anni prima in "Spartacus") da un romanzo di Edward Abbey, un western di ambientazione contemporanea che lo stesso attore considerava il suo preferito fra tutti i film che aveva interpretato. Avventuroso e intenso, sembra quasi l'anello di congiunzione fra "Una pallottola per Roy" e il primo "Rambo" – con la caccia all'uomo sulle montagne o in mezzo alla natura da parte di forze dell'ordine che non possono condonare il suo innato desiderio di libertà – naturalmente passando per film (come "L'ultimo buscadero" di Sam Peckinpah) che hanno raccontato il tramonto di un cowboy ormai trapiantato nel mondo moderno. Ottimo Douglas, alle prese come suo solito con un messaggio progressista e ancora d'attualità (da sottolineare l'amico intellettuale che si batte per i diritti degli immigrati). George Kennedy è il secondino “carogna”. Interessante vedere Matthau in un ruolo non comico, il simpatetico e comprensivo sceriffo cui fa da spalla William Schallert nella parte dell'assistente-telefonista.

4 giugno 2020

Il mio nome è Nessuno (T. Valerii, 1973)

Il mio nome è Nessuno
di Tonino Valerii – Italia/Fra/Ger 1973
con Terence Hill, Henry Fonda
**

Rivisto in TV.

Alla fine dell'Ottocento, l'ormai anziano e stanco giustiziere Jack Beauregard (Henry Fonda) è pronto a partire per l'Europa e abbandonare così per sempre il vecchio West. Ma il giovane e scanzonato Nessuno (Terence Hill), che si professa suo grande ammiratore, lo spingerà suo malgrado a un'ultima leggendaria impresa: affrontare, solo contro 150 uomini, il temibile "Mucchio selvaggio". Da un'idea di Sergio Leone, che diresse anche alcune sequenze, una strana pellicola che sembra voler mettere a confronto due idee diverse di western: quello classico, impersonato da Fonda (che, dopo la parentesi da cattivo in "C'era una volta il west", torna a incarnare l'eroe tutto d'un pezzo con cui si è sempre identificato), e quello comico e "all'italiana", rappresentato da un Terence Hill reduce dai successi di "Trinità". La frizione è evidente, tanto che i due personaggi (e le sequenze che li vedono protagonisti) sembrano davvero appartenere a due generi diversi. Forse proprio per la recente popolarità di Hill, però, l'insieme è sbilanciato verso il comico, con lunghe sequenze-barzelletta (come la sfida nel saloon, con tanto di duello a schiaffi come quello di "Trinità") in mezzo alle quali il pur bravo Fonda si trova come un pesce fuor d'acqua, miope e malinconico, in balìa delle manovre del compagno e senza un'idea ben precisa di come reagire alla sua ironia decostruttiva, dissacratoria e burlesca. Abituato a un mondo più violento e concreto, Beauregard viene proiettato dall'enigmatico Nessuno (il cui nome è fonte di numerose battute) in uno invece irrealistico e favolistico, dove nulla si prende sul serio e dove i cattivi non sono mai veramente minacciosi. Manca dunque la tensione o l'epicità dei lavori di Sergio Leone, se non a brevi tratti (per esempio nelle scene in cui la musica di Morricone, che ingloba anche la "Cavalcata delle Valchirie", accompagna le apparizioni del Mucchio selvaggio, posse di banditi senza volto che formano un'unica presenza collettiva). Fra i comprimari si riconosce Mario Brega (uno dei tre balordi che danno la caccia a Beauregard). Bud Spencer non è presente, ma è evocato dal pupazzo girevole che Terence Hill sfrutta per affrontare un avversario. Leone, che sostituì Valerii sul set per un giorno, avrebbe diretto parte della scena del saloon, quella della fiera e quella dell'orinatoio.

16 maggio 2020

Fievel conquista il west (Nibbelink, Wells, 1991)

Fievel conquista il west (An American Tail: Fievel Goes West)
di Phil Nibbelink, Simon Wells – USA 1991
animazione tradizionale
*1/2

Rivisto in TV.

In cerca di nuove opportunità, la famiglia Toposkovich si trasferisce ulteriormente, lasciando New York per raggiungere il selvaggio west. Ancora una volta il piccolo Fievel viene separato dai suoi parenti durante il viaggio (stavolta in treno), e ancora una volta salverà tutti dal complotto dei gatti che stanno mettendo a punto una trappola per catturare i topi nella polverosa cittadina di frontiera dove si sono insediati, Green River. Messo in cantiere sull'onda del successo del primo film ("Fievel sbarca in America"), ma senza il coinvolgimento del suo creatore Don Bluth che aveva interrotto la collaborazione con il produttore Steven Spielberg, questo sequel appare semplice e derivativo, e vive di luce riflessa del prototipo, di cui ripropone la struttura senza aggiungervi molto di nuovo (stavolta, anziché di immigrati, si parla di coloni). Dei tanti comprimari che gravitavano attorno a Fievel, a parte la sua famiglia (con un ruolo maggiore per la sorella Tanya, aspirante cantante), ne ritorna solo uno, il gatto "buono" Tigre, spalla comica eletta quasi a co-protagonista. Per il resto, da segnalare il gatto latifondista Mr. Crudelio (che in originale ha la voce di John Cleese), la soubrette Miss Kitty e lo sceriffo canino Wylie Burp (doppiato in inglese da James Stewart, al suo ultimo lavoro per il cinema). La trama, oltre che poco originale, è sfilacciata, non ha senso (perché i gatti non si mangiano subito i topi?), e punta troppo sulla parodia dei luoghi comuni del western. Anche le poche canzoni sono bruttarelle, ma in una sequenza c'è "Rawhide" nella versione dei Blues Brothers. Assai dinamica invece l'animazione, mentre il mood, forse per l'assenza di Bluth, ricorda più i corti della Warner Bros, ricchi di azione e capitomboli, che non i film classici della Disney, caratteristica del lungometraggio originale. D'altronde nel frattempo era esploso il fenomeno "Chi ha incastrato Roger Rabbit", molti dei cui animatori furono messi al lavoro qui (si tratta del primo titolo prodotto dalla spielberghiana Amblimation). Uscita al cinema nello stesso giorno del disneyano "La bella e la bestia", la pellicola ebbe comunque un discreto riscontro, anche se non pari al capitolo precedente: negli anni a venire la franchise genererà una serie tv e altri due film ("Il tesoro dell'isola di Manhattan" e "Il mistero del mostro della notte"), collocati cronologicamente fra il primo e il secondo episodio, e distribuiti direttamente in home video.

15 maggio 2020

Dove la terra scotta (Anthony Mann, 1958)

Dove la terra scotta (Man of the West)
di Anthony Mann – USA 1958
con Gary Cooper, Lee J. Cobb
**1/2

Visto in TV.

L'ex bandito Link Jones (Gary Cooper), che da anni si è rifatto una vita onesta sotto falso nome, si trova malauguratamente a bordo di un treno che viene assaltato dagli uomini del suo capobanda di un tempo, il vecchio "zio" Dock Tobin (Lee J. Cobb), l'uomo che lo ha cresciuto e da cui era fuggito anni prima. Costretto a riunirsi al gruppo, ma guardato con sospetto dai nuovi complici, dovrà ingegnarsi per proteggere la giovane cantante Billie (Julie London), passeggera che è rimasta insieme a lui, facendola passare per la sua donna... Sceneggiato da Reginald Rose da un romanzo di Will C. Brown, un western sul tema della redenzione, diretto dall'esperto Mann con mano solida. Se i personaggi di contorno non sembrano particolarmente originali (il baro, la cantante, i banditi), lo stesso non si può dire per il protagonista e l'antagonista, legati da un passato comune (Dock è praticamente la figura paterna da cui Link ha voluto prendere le distanze), che li imprigiona ancora in un modo o nell'altro con catene che è difficile rompere. Link vive per espiare le colpe che ha commesso in gioventù, Dock insegue ancora sogni e obiettivi irrealizzabili (come la rapina alla banca di una cittadina ormai fantasma e abbandonata da tutti). Ignorato alla sua uscita negli Stati Uniti, il film fu molto amato in Francia da Jean-Luc Godard e con il passare del tempo ha acquisito una fama da cult movie. James Stewart, che aveva già recitato in otto film di Anthony Mann (fra cui cinque western), ci rimase male quando la parte del protagonista andò invece a Cooper, che i produttori avevano già sotto contratto. Il buon Gary aveva ben 57 anni, dieci in più di Lee J. Cobb: quest'ultimo dovette essere truccato per farlo sembrare più anziano del suo "figlioccio". Da non confondere con "L'uomo del west", film del 1940 con lo stesso Cooper.

21 aprile 2020

Sukiyaki western Django (T. Miike, 2007)

Sukiyaki Western Django (id.)
di Takashi Miike – Giappone 2007
con Hideaki Ito, Kaori Momoi
*1/2

Visto in TV.

Un misterioso pistolero solitario (Hideaki Ito) giunge in un villaggio conteso fra il clan degli Heike e quello dei Genji (rispettivamente vestiti di rosso e di bianco), in guerra fra loro ed entrambi alla ricerca di un fantomatico tesoro nascosto. Il titolo del film esplicita già tutto: siamo di fronte a una rilettura degli spaghetti western in salsa nipponica ("Sukiyaki" è un tipico piatto giapponese), con la presenza di Quentin Tarantino nel cast (nel ruolo del narratore) a condire il tutto con una pennellata di post-modernismo. E infatti si sguazza nel regno del pop e del citazionismo, spesso fine a sé stesso. La fotografia iperfiltrata, le esplosioni di violenza e di splatter, l'atteggiamento dei personaggi, la mancanza di realismo (con costumi e quinte teatrali) svelano il desiderio del cineasta di esibire soprattutto il proprio stile (anzi, un miscuglio di stili, alla "Kill Bill") e i propri interessi, anziché raccontare una storia. La trama è infatti esile, incoerente, poco originale, e i personaggi hanno una caratterizzazione risibile o inesistente. Nell'azione violenta e ipercinetica e nella confusione narrativa e visiva si mescolano suggestioni storiche e moderne, occidentali e orientali: cowboy armati di pistola (o di mitragliatrici!) si battono con samurai con la spada, case e saloon da villaggio western ospitano paraventi e dipinti orientali, yakuza con i tatuaggi citano Shakespeare (il capo degli Heike si fa chiamare Enrico IV, i genitori del piccolo Heihachi sono di fatto Giulietta e Romeo). Una commistione che all'inizio può divertire, ma a lungo andare stanca. Anche perché la narrazione non offre appigli, gli eventi appaiono quasi random e lo stesso protagonista non fa praticamente nulla prima del finale (quando si batte con l'ultimo nemico rimasto, sotto la neve). Persino i molti rimandi agli spaghetti western (di Leone e Corbucci) sono appunto filtrati da un approccio pop e citazionista, alla Tarantino, che guarda solo in superficie (ed è un peccato: in fondo "Per un pugno di dollari" era già una rilettura de "La sfida del samurai" di Kurosawa, anch'esso qui citato, quindi si sarebbe potuti tornare al punto di partenza). Il tutto resta pertanto un'esperienza vuota, a differenza di altre pellicole di Miike che, pur estreme o bizzarramente "folli" anche più di questa, un sottotesto sociale o psicologico ce l'avevano ("Visitor Q", "Ichi the killer", "Audition"...). Quanto all'esperienza straniante di vedere attori asiatici vestiti da cowboy, non è nulla che non si fosse già fatto (meglio) in passato, per esempio nel thailandese "Le lacrime della tigre nera". Il legame col "Django" di Corbucci viene spiegato sui titoli di coda (cinque anni più tardi, lo stesso Tarantino firmerà una sua rilettura del personaggio, "Django unchained"). I clan Heike e Genji sono esistiti veramente (chiamati anche Taira e Minamoto, si batterono alla fine del dodicesimo secolo), ma quelli che si vedono sullo schermo, a parte i nomi, non hanno alcun legame con la realtà storica (e i loro colori, il bianco e il rosso, non recano nessun riferimento politico, pur essendo gli stessi – per esempio – delle fazioni della guerra civile russa). Nel cast anche Koichi Sato, Yusuke Iseya, Yoshino Kinora e Masanobu Ando. Kaori Momoi è la pistolera Ruriko, detta "Bloody Benten" (dal nome di una dea guerriera). Teruyuki Kagawa è lo sceriffo che parla con sé stesso.

19 marzo 2020

Se sei vivo spara (Giulio Questi, 1967)

Se sei vivo spara, aka Oro Hondo
di Giulio Questi – Italia/Spagna 1967
con Tomas Milian, Marilù Tolo
**1/2

Rivisto in divx.

Tradito dai suoi stessi complici dopo una rapina e lasciato a morire nel deserto, il messicano Hermano (Tomas Milian) viene salvato da due sciamani indiani ed esce dalla tomba per vendicarsi. Ma i banditi che insegue sono già stati uccisi tutti dagli abitanti della cittadina dove si erano rifugiati: tutti tranne il capo, Oaks (Piero Lulli), di cui fa giustizia proprio Hermano con i suoi proiettili d'oro (!). Tormentato e disilluso, il messicano decide di rimanere nel villaggio (che gli indiani chiamano "Il campo dell'angoscia"!) e si ritrova così in mezzo alle faide incrociate che scoppiano fra i suoi abitanti per entrare in possesso del bottino, "gente onesta" che di fronte all'oro si dimostra crudele e spietata, come il proprietario del saloon Tembler (Milo Quesada) e il negoziante Hagerman (Francisco Sanz). Opera prima (dopo alcuni episodi di film collettivi) di Giulio Questi e del suo co-sceneggiatore (e montatore) Franco Arcalli, con cui forma un sodalizio destinato a durare per il resto della sua (poco prolifica) carriera, è un western atipico e nichilista che gode di molta fama fra i cultori del genere per via della sua atmosfera inquietante e della sua violenza, con scene estremamente cruente e scabrose (su cui si scagliò la censura italiana): si pensi al bandito scempiato dagli abitanti del paese per recuperare le pallottole d'oro, ad alcune morti atroci, o alla sequenza in cui si lascia intendere che il giovane Evan (Raymond Lovelock) sia stato violentato dagli uomini del ranchero Sorrow (Roberto Camardiel). Per alcuni di questi episodi, il regista si sarebbe ispirato agli orrori di cui era stato testimone in guerra, quando aveva fatto parte della resistenza partigiana. Al netto di tutto ciò, però, temi e situazioni sono in fondo simili a quelli di molti altri spaghetti western (dal capostipite "Per un pugno di dollari" in poi), con il forestiero che rimane implicato nelle dinamiche di un villaggio sconvolto da tensioni sotterranee. E la pellicola, forse un po' lunga e compiaciuta, si trascina cambiando focus più volte: di certo le parti sono superiori all'insieme. Marilù Tolo e Patrizia Valturri interpretano i due unici personaggi femminili, rispettivamente l'amante di Tembler (che lo manipola come Lady Macbeth) e la moglie di Hagerman, fatta credere pazza e reclusa nella sua stanza dal marito geloso. Interessanti la fotografia di Franco Delli Colli (cugino del più celebre Tonino) e la colonna sonora di Ivan Vandor. Gianni Amelio è aiuto regista. Sequestrato pochi giorni dopo la sua uscita e poi ridistribuito con diversi tagli, il film è stato riproposto nelle sale nel 1975 con il titolo "Oro Hondo". In diversi paesi (come USA e Germania) è stato spacciato come un capitolo della saga di Django.

15 febbraio 2020

Quel treno per Yuma (Delmer Daves, 1957)

Quel treno per Yuma (3:10 to Yuma)
di Delmer Daves – USA 1957
con Glenn Ford, Van Heflin
***1/2

Visto in TV.

L'allevatore Dan Evans (Van Heflin) si offre volontario per aiutare a scortare il fuorilegge Ben Wade (Glenn Ford) al treno delle 3:10 che dovrà condurlo alla prigione di Yuma, prima che la sua banda giunga a liberarlo. Ma al momento della verità, si ritroverà solo contro tutti. Da un racconto di Elmore Leonard, un western che ha fatto storia, anche per via del celebre tema musicale di George Duning (che nel film viene cantato e riproposto in più salse, e persino fischiettato da Ford). Alcuni aspetti della trama possono ricordare "Mezzogiorno di fuoco" e "Un dollaro d'onore" (l'atmosfera di attesa e di sospensione, il ritrovarsi da soli contro un nemico preponderante), mentre del tutto originale è la caratterizzazione del "cattivo", affabile e sempre in controllo della situazione, e il rapporto di rispetto e quasi di amicizia che stringe con il "buono". Quest'ultimo, che si era offerto per la missione soltanto per intascare la ricompensa e salvare così la sua fattoria in crisi per via della siccità, viene poi spinto dalla propria coscienza e dall'integrità morale a rischiare la vita (per "difendere il diritto di vivere in pace e nell'ordine") quando tutto gli suggeririrebbe di lasciar perdere: ad aiutarlo, alla fine, sarà addirittura il bandito stesso. Molti momenti memorabili, una bella fotografia in bianco e nero e una buona caratterizzazione di tutti i personaggi, compresi quelli di contorno – l'ubriacone Alex Potter (Henry Jones), che si riscatterà; il ricco possidente Butterfield (Robert Emhardt); Alice (Leora Dana), la moglie di Dan; Emmy (Felicia Farr), l'ex cantante e ora commessa del saloon, corteggiata da Ben Wade; Charlie (Richard Jaeckel), il giovane complice di Ben – lo rendono uno dei western più incisivi e gradevoli degli anni cinquanta, giustamente diventato un classico. Un remake nel 2007, con Russell Crowe e Christian Bale.

7 febbraio 2020

Il grande cielo (Howard Hawks, 1952)

Il grande cielo (The Big Sky)
di Howard Hawks – USA 1952
con Kirk Douglas, Dewey Martin
***

Rivisto in DVD, per ricordare Kirk Douglas.

Nel 1832, l'avventuriero Jim Deakins (Kirk Douglas) e la giovane testa calda Boone – "Bill" nel doppiaggio italiano – Caudill (Dewey Martin) vengono ingaggiati come cacciatori nella spedizione guidata da Zeb Calloway (Arthur Hunnicutt) e finanziata da un mercante francese (Steven Geray). L'obiettivo: risalire il fiume Missouri a bordo di un barcone per oltre 3000 chilometri, da Saint Louis fino ai territori inesplorati del Montana, per commerciare in pellicce con gli indiani Piedi Neri. A bordo dell'imbarcazione c'è anche una donna, una giovane pellerossa chiamata Occhio d'Anitra (Elizabeth Threatt), figlia di un capo tribù da cui fu rapita anni prima: la speranza dei mercanti è che, riportandola a casa, possa aiutarli a convincere gli indigeni a trattare con loro. Pellicola epica e avventurosa di ambientazione fluviale (come il precedente "Il fiume rosso", sempre di Hawks) che racconta, in maniera romanzata e avvincente (e con qualche concessione al gusto hollywoodiano), la prima spedizione di uomini bianchi nei vasti e sconosciuti territori del Nord-Ovest ("È un territorio immenso. La sola cosa che c'è di più grande è il cielo", spiega Calloway). Durante il lungo viaggio i nostri eroi dovranno fronteggiare le forze della natura, gli attacchi di indiani ostili (i Corvi, nemici dei Piedi Neri) e gli agguati degli uomini della rivale Compagnia delle Pellicce, oltre che appianare le tensioni interne (dovute soprattutto alla presenza "tentatrice" della giovane e orgogliosa Occhio d'Anitra). Ma saranno ricompensati. La vicenda è narrata in prima persona dall'esperta guida indiana Zeb, zio di Bill: e per un western dell'epoca, mostra un'insolita simpatia verso i pellerossa (Calloway spiega che essi temono una sola cosa: la "malattia" dell'uomo bianco, ovvero l'avidità). La pellicola fu girata quasi interamente in esterni, nel Parco Nazionale di Grand Teton. Buddy Baer è il gigantesco Romaine (che potrebbe aver ispirato il personaggio di Gros-Jean nei fumetti di Tex), Hank Worden è l'indiano alcolizzato Poordevil (Pelleeossa), Jim Davis è il "cattivo" Streak (Stoker nell'edizione italiana). Due nomination agli Oscar (per Hunnicutt e per la fotografia di Russell Harlan). Esiste una versione colorizzata.