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29 marzo 2023

Mouchette (Robert Bresson, 1967)

Mouchette - Tutta la vita in una notte (Mouchette)
di Robert Bresson – Francia 1967
con Nadine Nortier, Jean-Claude Guilbert
***

Rivisto in divx.

La quattordicenne Mouchette (Nadine Nortier) vive con la madre malata e il padre ubriacone e violento in un villaggio nella campagna francese. Qui è ostracizzata dalle compagne, sfruttata dalla famiglia, incompresa da tutti. Dopo la morte della madre, e dopo essere stata violentata da un cacciatore in una notte di tempesta, prenderà la decisione più drastica. Tratto dal romanzo "Nouvelle histoire de Mouchette" (1937) di Georges Bernanos, un altro ottimo esempio del cinema esistenzialista e minimalista di Bresson: nonostante la sua breve durata, è estremamente intenso dal punto di vista emotivo e, soprattutto, non sfiora mai la retorica o il patetismo. Anzi, Mouchette, pur umiliata e maltrattata (tanto dagli uomini quanto dal destino), mostra sempre uno sguardo orgoglioso e non nasconde la propria rabbia, il proprio odio e disprezzo verso il mondo e le persone che la circondano. Lo si nota da mille piccoli gesti, evidenti (il lancio di fango verso le compagne di scuola) o meno (la "stonatura" dell'ultima nota durante il coro in classe: più tardi, quando canterà la stessa canzone per Arsène, sarà perfettamente intonata), spesso anche in risposta a gesti apparentemente gentili ma ipocritamente convenzionali (la rottura della tazza della negoziante, lo sporcare il tappeto dell'anziana che le regala il lenzuolo funebre per la madre). E per essere un personaggio che parla pochissimo, quando lo fa non esita a lasciarsi andare a invettive anch'esse esplicite (come quel "Merda" di ribellione verso il padre, o il "Mi fate solo schifo!", nel finale, rivolto idealmente all'intero villaggio). Curiosamente, l'unica persona verso la quale mostra una certa tenerezza ed empatia (a parte il giovane che le sorride durante il breve momento di svago al luna park, quando grazie alla gentilezza di una sconosciuta può permettersi uno giro sugli autoscontri) è proprio Arsène, l'uomo che si approfitta di lei. E la sua ribellione non può sfociare in una vera fuga se non sotto forma del suicidio che Bresson rappresenta sullo schermo in maniera originale ed esemplare, in una scena finale memorabile, quella in cui la ragazzina, avvolta nel lenzuolo, si lascia rotolare lungo la collina più volte, fino a finire dentro lo stagno. Personaggio indimenticabile, Mouchette attraversa tutta la pellicola con forza e intensità, mentre l'ambiente crudele in cui vive è descritto tramite tanti piccoli dettagli (si pensi alla "faida" fra il cacciatore di frodo Arsène e il guardiacaccia Mathieu: e i vari animaletti catturati o uccisi, uccellini e leprotti, simboleggiano l'innocenza e la gioventù). Sui titoli di testa e di coda si ode il "Magnificat" di Claudio Monteverdi. Jean-Claude Guilbert, che interpreta Arsène, aveva già recitato per Bresson nel precedente "Au hasard Balthazar": cosa rara per il regista, che quasi mai lavorava più volte con gli stessi attori.

4 marzo 2023

Il mostro dei mari (Chris Williams, 2022)

Il mostro dei mari (The sea beast)
di Chris Williams – USA/Canada 2022
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Da secoli i cacciatori di mostri solcano il mare a bordo dei loro velieri per dare la caccia alle gigantesche creature che infestano le acque, venendo ricompensati dalla famiglia reale per ogni preda uccisa, visto che la loro attività consente al commercio (e dunque al regno) di prosperare. La piccola orfana Maisie Brumble, che li ammira incondizionatamente, sogna da sempre di diventare anche lei una cacciatrice come furono i suoi genitori, spinta dalla brama di avventura e incurante dei rischi ("Vivi una grande vita e muori di una grande morte", è il loro motto). Per questo motivo si imbarca clandestinamente sull'Inevitabile, la nave del leggendario capitano Crow, da sempre ossessionato dal desiderio di catturare il mostro più grande di tutti, la crudele Furia Rossa. Accolta nell'equipaggio, la bambina finisce sotto la riluttante protezione del figlio adottivo di questi, il lanciere Jacob. Insieme, Jacob e Maisie scopriranno però che la verità sui mostri non è quella che da sempre si tramanda... Enorme successo per questo film di animazione al computer, a metà strada fra "Dragon Trainer" e "I pirati dei Caraibi", con evidenti ispirazioni da "Moby Dick" e "L'isola del tesoro". L'animazione è davvero eccellente, e la cosa non stupisce più: ma i personaggi sono alquanto stereotipati (a cominciare dalla bambina), e la storia si muove su binari prevedibili, compreso il moderno revisionismo sui temi dell'eroismo e il messaggio contro l'imperialismo (il re e la regina sono ovviamente modellati sui reali di Spagna). L'afflato avventuroso, le scene di caccia in mare e quelle dei combattimenti con i mostri (e fra i mostri stessi: lo scontro fra la Furia Rossa e il granchio gigante sembra provenire da "King Kong" o da uno dei film di Ray Harryhausen) valgono comunque la visione. Pessimo il doppiaggio italiano (inascoltabile, in particolare, Diego Abatantuono che dà la voce al capitano Crow). Un sequel, neanche a dirlo, è già in cantiere.

26 ottobre 2022

Licantropus (Michael Giacchino, 2022)

Licantropus (Werewolf by Night)
di Michael Giacchino – USA 2022
con Gael García Bernal, Laura Donnelly
**

Visto in TV (Disney+).

Alla morte di Ulysses Bloodstone, leader di una setta segreta che da secoli dà la caccia a mostri e varie creature soprannaturali, un gruppo di "cacciatori" si raduna per scegliere il suo successore, colui che deterrà il potere della Bloodstone, pietra magica in grado di influenzare la psiche dei suddetti mostri. Fra i candidati, che dovranno competere fra loro dando la caccia a una bestia catturata per l'occasione (il tutto ricorda il classico "La pericolosa partita" del 1932), ci sono anche Elsa (Laura Donnelly), figlia ripudiata di Ulysses, e Jack (Gael García Bernal), che in realtà è a sua volta un mostro, per la precisione un licantropo, un lupo mannaro che si trasforma nelle notti di luna piena, e che si è introdotto nella setta con l'unico scopo di liberare l'oggetto della caccia, il suo amico Ted (ovvero l'Uomo-Cosa!). Primo "special televisivo" per il Marvel Cinematic Universe, di un'ora scarsa di durata e pubblicato in streaming sulla piattaforma Disney+ sotto Halloween: lo stile e l'estetica sono quelli dei vecchi film di mostri della Universal, tanto da essere girato quasi tutto in bianco e nero (a parte i riflessi rossi emanati dalla Bloodstone, e il breve finale a colori che richiama "Il mago di Oz", con tanto di canzone "Somewhere over the rainbow" a sottolinearlo). Il titolo italiano, "Licantropus", è il nome con cui il personaggio dei fumetti era stato pubblicato nel nostro paese: faceva parte di un gruppo di character horror (come anche Dracula, la Mummia vivente e lo stesso Uomo-Cosa) con cui la Marvel aveva provato a differenziare la propria offerta negli anni settanta, uscendo dall'alveo dei "semplici" supereroi. Rispetto ai normali film del MCU, questo speciale è decisamente su piccola scala, alquanto esile e superficiale (le caratterizzazioni dei personaggi latitano: gli altri cacciatori di mostri, in particolare, sono macchiette senza profondità), ma quantomeno divertente da vedere per una serata fra amici. Harriet Sansom Harris è Verusa, vedova di Ulysses e matrigna di Elsa. Alla regia c'è il compositore (!) Michael Giacchino.

20 dicembre 2020

La volpe (Powell e Pressburger, 1950)

La volpe (Gone to Earth), aka Cuore selvaggio (The wild heart)
di Michael Powell, Emeric Pressburger – GB/USA 1950
con Jennifer Jones, David Farrar, Cyril Cusack
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La contadina Hazel (Jennifer Jones) vive col padre (Esmond Knight), apicoltore e fabbricante di bare, in una fattoria nello Shropshire, ai confini col Galles, nella campagna inglese di fine ottocento. Selvatica ma dalla voce angelica, e figlia di una "zingara", ha ereditato dalla madre l'amore per la natura e gli animali, tanto che ha "adottato" un cucciolo di volpe, Foxy, salvandola dai cacciatori. Ma quando incontra il nobile Jack Reddin (David Farrar), sfrontato e appassionato proprio di caccia, non saprà resistere al suo fascino, cadendo nella sua trappola nonostante l'amore più puro e innocente che prova per il giovane reverendo Edward (Cyril Cusack). Da un romanzo di Mary Webb, un melodramma romantico e fatalmente tragico, ricco di metafore (forse sin troppo esplicite, a partire dalla caccia), impreziosito dalla fotografia in Technicolor di Christopher Challis e dallo stile barocco e sopra le righe di Powell e Pressburger, anche sceneggiatori. Tutto, dalla recitazione alla musica, dalle immagini ai colori, concorre al ritratto di un amour fou e di un personaggio dominato da pulsioni irrazionali e dalla comunione con la natura (Hazel vede gli animali – non solo la volpe – come parte della propria famiglia, tanto da discutere con chi li ritiene "senza anima"), guidata solo dal proprio istinto e da una saggezza arcana (gli incantesimi lasciatile dalla madre), in aperta opposizione con la morale e il perbenismo degli altri abitanti del villaggio. In questo, se vogliamo, è simile al cacciatore, che a sua volta segue i propri istinti e non si cura di ciò che pensano gli altri. I conflitti, come si vede, sono tanti: quello fra carnalità e spiritualità (impersonificati dal sensuale nobile e dal virtuoso reverendo: Hazel concede il proprio corpo al primo, ma chiama il secondo "Mia anima"), quello fra natura e civiltà, quello fra istinto e morale. Temi forse stereotipati ma sviluppati con competenza e immersi in un ambiente ricco di colore locale. Ben caratterizzati i personaggi di contorno, dal padre di Hazel alla madre del reverendo (Sybil Thorndike), fino al signor Vessons (Hugh Griffith), il domestico di Reddin, ostile verso le avventure galanti del proprio padrone. Insoddisfatto del risultato, il co-produttore David O. Selznick (marito della Jones) fece rimontare il film con numerosi tagli e nuove scene girate da Rouben Mamoulian espressamente per il mercato americano, dove venne proiettato nel 1952 con il titolo "The wild heart" (questa versione è uscita in Italia come "Cuore selvaggio"). Il titolo originale, "Gone to Earth", si riferisce al grido dei cacciatori quando la volpe braccata si rifugia nella propria tana: un "ritorno alla terra" che segna anche l'inevitabile destino finale della protagonista.

28 aprile 2020

Moby Dick (John Huston, 1956)

Moby Dick, la balena bianca (Moby Dick)
di John Huston – USA 1956
con Gregory Peck, Richard Basehart
**

Rivisto in TV.

Comandata dal capitano Achab (Peck), ossessionato dall'odio e dal desiderio di vendetta, la baleniera Pequod viaggia per i sette mari alla ricerca di Moby Dick, la leggendaria balena bianca che anni prima aveva tranciato al capitano la gamba sinistra. La sua storia è narrata in prima persona da uno dei marinai, Ismaele (Basehart), che sarà anche l'unico sopravvissuto dell'impresa. Non la prima versione cinematografica del capolavoro di Herman Melville (c'erano già stati un film muto nel 1926, "Il mostro del mare", e uno sonoro nel 1930, "Moby Dick", entrambi con John Barrymore nel ruolo del capitano) ma senza dubbio la più celebre, anche per via dei grandi nomi coinvolti. La sceneggiatura è firmata da Ray Bradbury, la regia da un John Huston che progettava il film da dieci anni (e inizialmente pensava di affidare la parte di Achab a suo padre, Walter Huston: ma questi morì nel 1950) e che impiegò tre anni per realizzare la pellicola, girandola in esterni in Irlanda, in Galles, in Portogallo e alle Canarie (ma in alcune scene è evidente la retroproiezione) e con ampio uso di modellini di balene. Fu però un flop di pubblico e di critica: in effetti non riesce a restituire la complessità, la potenza e i significati di quello che è probabilmente il più grande romanzo della letteratura statunitense, conservandone solo gli aspetti più superficiali della trama. E nonostante il talento dei suoi realizzatori (e le ampie risorse spese), non aggiunge né fa nulla meglio del libro, di cui risulta alla fine una sorta di Bignami. Di tutta la simbologia della balena (il mitico leviatano come metafora della morte o del destino dell'uomo, il mostro "interiore" che si manifesta come forza esterna, feroce ma indifferente) e di ciò che si porta appresso (il misticismo del colore bianco, l'ossessione di Achab che diventa una lotta personale contro Dio e la natura, e dunque contro sé stesso) resta ben poco nelle scene di caccia e di avventura, nonostante le dichiarazioni dello stesso Huston ("Achab è l’uomo che odia Dio e che vede nella balena bianca la maschera della perfidia del creatore"). Fra le cose da salvare c'è senza dubbio Gregory Peck, in uno dei ruoli più celebri della sua carriera, caratterizzato dalla cicatrice che gli procura un ciuffo bianco su barba e capelli. Nel resto del cast (dove Leo Genn è il primo ufficiale Starbuck, Harry Andrews il secondo Stubb e Friedrich von Ledebur il ramponiere polinesiano Queequeg) sono da segnalare Royal Dano nel ruolo del "profeta" pazzo Elia, Joan Plowright in quello della moglie di Starbuck (nella scena in chiesa) e soprattutto Orson Welles nei panni di Padre Mapple, il parroco del villaggio di pescatori. La sua scena, nella quale predica (su Giona) da un pulpito a forma di prua di una nave su cui sale con una scaletta di corda, è però del tutto superflua nel contesto della pellicola. Da notare che l'anno precedente all'uscita del film (1955) Welles aveva scritto un testo teatrale su un gruppo di attori intenti a recitare Melville ("Moby Dick — Rehearsed"). Pur avendolo scelto personalmente, Huston entrò in conflitto con Ray Bradbury (che molti anni più tardi, nel 1992, raccontò i retroscena della lavorazione del film nel romanzo "Green Shadows, White Whale") e finì per modificarne il lavoro, facendosi poi accreditare come co-sceneggiatore.

25 settembre 2017

Temporada de caza (Natalia Garagiola, 2017)

Stagione di caccia (Temporada de caza)
di Natalia Garagiola – Argentina 2017
con Lautaro Bettoni, Germán Palacios
***

Visto al cinema Palestrina, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Espulso per una rissa dalla scuola di Buenos Aires che frequentava, il giovane Nahuel (Bettoni) – ribelle e indisciplinato – viene spedito dal patrigno ad abitare per un periodo di tempo con il suo vero padre, Ernesto (Palacios), che fa il guardacaccia in Patagonia. Il ragazzo mostra molta ostilità verso il genitore, che non ha mai veramente conosciuto, essendosi separato dalla madre quando lui era ancora piccolo. Ma pian piano il legame fra padre e figlio comincerà a forgiarsi, anche per merito delle battute di caccia (e di sorveglianza del territorio) che effettueranno insieme. Gli scenari naturali, selvaggi e remoti della Patagonia fanno da sfondo al racconto del recupero di un legame che sembrava ormai perso per sempre. E invece, passo dopo passo, Nahuel ed Ernesto impareranno a conoscersi meglio: il padre, abbandonati i primi tentativi autoritari di "domare" la ribellione del ragazzo, lo porterà a condividere il proprio mondo (la scena della prima battuta di caccia insieme, in cui l'uomo lascia addirittura che il figlio abbia la possibilità di sparargli contro, è quanto mai fondamentale); Nahuel, dal suo canto, saprà superare la rabbia e i rancori che lo divorano (per la morte della madre, e per essere stato abbandonato dal padre). Gli scenari e il paesaggio di un luogo "ai confini del mondo" fanno il resto, elevando una storia in fondo semplice a simbolo e metafora di un fondamentale passaggio esistenziale (anche la caccia, da sempre momento di crescita, è un'attività simbolica). La regia è inizialmente nervosa, con ampio uso di camera a mano, quasi a riflettere le turbolenze dell'animo del ragazzo: pian piano, anch'essa si placa. Fotografia (plumbea) e recitazione perfettamente adeguate. Curiosamente, trattandosi di una pellicola così incentrata sullo sviluppo di un legame (maschile) fra padre e figlio (da notare il contrasto con le cinque bambine – tutte femmine – che Ernesto ha dal secondo matrimonio), la regista e sceneggiatrice è una donna.

12 giugno 2017

Heart of the sea (Ron Howard, 2015)

Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick
(In the Heart of the Sea)
di Ron Howard – USA 2015
con Chris Hemsworth, Benjamin Walker
*1/2

Visto in TV.

Nel 1850, in cerca di ispirazione per il suo nuovo libro, Herman Melville (Ben Whishaw) si reca al porto di Nantucket per parlare con l'anziano Thomas Nickerson (Brendan Gleeson), che trent'anni prima era stato uno dei pochi sopravvissuti al naufragio della baleniera Essex. Inizialmente riluttante, Nickerson finisce col raccontare allo scrittore tutta l'avventura: di come la nave su cui si era imbarcato come mozzo – guidata dal capitano George Pollard (Walker) e dal primo ufficiale Owen Chase (Hemsworth) – fu distrutta da una gigantesca balena bianca e di come l'equipaggio, a bordo delle scialuppe di salvataggio, dovette ricorrere al cannibalismo pur di sopravvivere in mare aperto. Non è la storia di Moby Dick, ma quella (realmente accaduta: fu raccontata nelle memorie, fra gli altri, degli stessi Chase e Nickerson) cui Melville si ispirò in parte per il suo capolavoro. Howard la trasforma in un action movie hollywoodiano (c'è addirittura un'esplosione!) senza particolare spessore, che sfiora soltanto marginalmente temi chiave come la sfida dell'uomo a sé stesso o alla natura. La sceneggiatura affastella luoghi comuni e la caratterizzazione dei personaggi è piatta: gli unici con un po' di spessore sono i due arroganti ufficiali Pollard e Chase, in perenne rivalità fra loro, il primo un novellino proveniente da una famiglia di grande tradizione marinaresca, il secondo un esperto navigatore bollato da tutti come "campagnolo". Regia senza qualità, incapace di rendere avvincenti persino le scene di caccia in mare aperto (anche perché quasi tutto è girato in studio o in CGI). Si salva la seconda parte, quella successiva al naufragio, che mostra le privazioni dell'equipaggio e la lotta per la sopravvivenza. Nel cast anche Cillian Murphy (il secondo ufficiale) e Tom Holland (Nickerson da giovane).

20 aprile 2017

Cacciatore bianco, cuore nero (C. Eastwood, 1990)

Cacciatore bianco, cuore nero (White Hunter, Black Heart)
di Clint Eastwood – USA 1990
con Clint Eastwood, Jeff Fahey
**

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

John Wilson (Eastwood), regista hollywoodiano anticonformista e poco incline ai compromessi ("Chi fa un film deve fregarsene altamente di chi va a vederlo"), accetta di dirigere un lungometraggio in Africa, ma solo perché intende approfittare dell'occasione per soddisfare un suo personale capriccio: quello di dare la caccia a un elefante. E infatti, una volta giunto in Kenya, trascura il lavoro e pensa soltanto a organizzare un safari, coinvolgendo anche lo sceneggiatore del film, Pete Verrill (Jeff Fahey), in quella che diventa una vera e propria ossessione. Girato in Zimbabwe e tratto da un romanzo (del 1953) di Peter Viertel, che romanzava le esperienze vissute durante la lavorazione de "La regina d'Africa" (il protagonista è evidentemente ispirato a John Huston, Verrill è l'alter ego dello stesso Viertel), un film non del tutto soddisfacente: il soggetto e soprattutto l'ambientazione avevano grandi potenzialità, ma la realizzazione manca della forza necessaria per elevare la vicenda su un piano larger-than-life, come forse autori come Peter Weir o Werner Herzog sarebbero riusciti a fare (per non parlare dello stesso Huston). Così com'è, l'ossessione di Wilson per la caccia all'elefante rimane qualcosa di elusivo e inspiegabile, un suo fatto personale – conseguenza forse della sua megalomania e delle sue insicurezze – che gli impedisce di connettersi non solo con gli altri personaggi ma anche con gli spettatori. E sequenze come quella in cui si dimostra intollerante al razzismo dei bianchi colonialisti in Africa sembrano quasi dei corpi estranei (curiosità: la scazzottata con Clive Mantle, secondo alcuni, è l'unico caso in cui Clint, sullo schermo, le busca in uno scontro alla pari).

12 aprile 2017

I cinque volti dell'assassino (J. Huston, 1963)

I cinque volti dell'assassino (The list of Adrian Messenger)
di John Huston – USA 1963
con George C. Scott, Jacques Roux
**

Visto in divx.

Questo film è passato alla storia, più che per il suo reale valore (è un giallo vecchio stile, ambientato in Gran Bretagna, tratto da un romanzo di Philip MacDonald), per la trovata pubblicitaria di accreditare sulle locandine e nei titoli di testa cinque attori di punta (Tony Curtis, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Kirk Douglas e Frank Sinatra) che recitano camuffati con maschere di gomma praticamente per l'intero film. Uno di essi, in effetti, è l'assassino, che alterna numerosi travestimenti per portare a termine i suoi loschi piani, mentre gli altri sono soltanto comprimari utilizzati per intorbidare le acque: ben sapendo che lo spettatore (visti i limiti del trucco dell'epoca) si sarebbe accorto quando il volto di un personaggio era finto, Huston e i produttori pensarono di aggiungere altri personaggi mascherati, che fossero sospettabili in ugual misura. La trama vede lo scrittore inglese Adrian Messenger (John Merivale) chiedere all'amico Anthony Gethryn (George C. Scott), agente segreto ora in pensione, di indagare su una lista di nomi: si tratta di persone di varia estrazione sociale, apparentemente senza legami fra loro, rimaste tutte vittima in tempi recenti di misteriose "morti accidentali". Quando lo stesso Adrian scompare in un incidente aereo, Anthony si convince che sia all'opera un misterioso assassino. Con l'aiuto del francese Raoul Le Borg (Jacques Roux), unico sopravvissuto allo stesso disastro aereo e innamorato della cugina di Adrian, Lady Jocelyn (Dana Wynter), il detective focalizzerà i sospetti su George Brougham, "pecora nera" di una famiglia ricca e aristocratica, che prima di ereditarne il patrimonio intende cancellare ogni traccia di un misfatto da lui compiuto durante la guerra, eliminando uno a uno i possibili testimoni... Per il regista si trattò di una pellicola di poco impegno, da girare mentre era in villeggiatura nella sua casa in Irlanda, e con lunghe sequenze incentrate su una delle sue passioni: la caccia alla volpe. E infatti, se la prima parte punta tutte le sue carte sui numerosi travestimenti dell'assassino, l'ultima mezz'ora si ravviva grazie al setting nel mondo dell'aristocrazia britannica. Piccole parti per "vecchie glorie" come Clive Brook, Gladys Cooper e Herbert Marshall.

10 maggio 2016

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (S. Pollack, 1972)

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson)
di Sydney Pollack – USA 1972
con Robert Redford, Will Geer
***

Visto in TV.

A metà del diciannovesimo secolo, il trapper Jeremiah Johnson abbandona la civiltà e si trasferisce a vivere e a cacciare da solo sulle Montagne Rocciose. Dopo un primo inverno assai duro, l'uomo comincia a ambientarsi sempre meglio in un territorio selvaggio e inospitale, all'epoca ancora infestato dagli indiani. E senza volerlo, finirà per farsi una famiglia, sposando Cigno Pazzo (della tribù delle Teste Piatte) e adottando un bambino (Caleb, che con sua madre era stato l'unico sopravvissuto di un violento attacco dei Piedi Neri). Il breve momento di serenità avrà fine quando la sua casa sarà assalita dai bellicosi Corvi. Johnson giurerà vendetta al loro capo, il temibile Mano Che Segna Rosso, e diventerà una leggenda vivente, temuto e rispettato dai suoi stessi nemici. Ispirato a una storia vera – quella di John "Liver-eater" ("Mangiafegato") Johnson, la cui biografia è stata adattata dallo sceneggiatore John Milius – il film di Pollack è un'autentica pietra miliare del genere western, uno dei primi film (insieme insieme ai di poco precedenti "Soldato blu" e "Piccolo Grande Uomo") a rappresentare i nativi americani senza ricorrere a stereotipi o travisamenti, mostrandoli magari anche ostili all'uomo bianco ma non necessariamente cattivi o inferiori (sono semmai forze della natura e parte integrante di una wilderness di cui è celebrato il mito e il fascino, ma anche i pericoli e le insidie). Lo stesso protagonista dimostra a più riprese il suo rifiuto verso il modo di vivere occidentale, la politica e la guerra (si accenna al fatto che ha combattuto nel conflitto messicano-statunitense), mentre in parallelo giunge a conoscere bene gli indiani e a rispettarne le credenze e le usanze: anche per questo, nonostante la parte finale della pellicola si regga sulla faida personale fra Johnson e i Corvi, il titolo italiano è piuttosto fuorviante. Più che una trama unica, il film segue la vita di Johnson attraverso una serie di incontri, come quelli con altri cacciatori – l'anziano "Artiglio d'orso" (Will Geer) e l'eccentrico Del Gue (Stefan Gierasch) – o con le varie tribù di indiani, e naturalmente il figlio adottivo e la moglie (Delle Bolton), con i quali a lungo non parla mai (la donna perché non conosce la sua lingua, il bambino perché è diventato muto per lo shock). La fotografia di Duke Callaghan esalta gli scenari naturali e i paesaggi dello Utah attraverso le varie stagioni: dall'inverno innevato alla rinascita della primavera. La colonna sonora è opera di Tim McIntire e John Rubinstein, più noti come attori che come musicisti. Curiosità: è stato il primo western accettato in concorso al festival di Cannes. Inizialmente avrebbe dovuto essere diretto da Sam Peckinpah e interpretato da Clint Eastwood, ma i due, che non andarono d'accordo, abbandonarono il progetto. La pellicola e il suo personaggio rappresentano la principale fonte di ispirazione per la serie a fumetti "Ken Parker" di Berardi e Milazzo, il cui protagonista sfoggia infatti il volto di Robert Redford.

6 febbraio 2014

La pericolosa partita (Pichel, Schoedsack, 1932)

La pericolosa partita (The most dangerous game)
di Irving Pichel, Ernest B. Schoedsack – USA 1932
con Joel McCrea, Leslie Banks
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Il conte Zaroff, esule dalla Russia ed appassionato cacciatore di ogni specie di animale vivente, si è ritirato a vivere su un'isola privata nei Caraibi, dove sfoga la sua passione dando la caccia alla "preda più pericolosa" di tutte: l'uomo. Sfrutta infatti i numerosi naufragi che avvengono nelle acque circostanti, piene di scogli insormontabili, per procurarsi le "vittime" designate. Tratto da un racconto breve di Richard Connell che tornerà più volte a ispirare il cinema (basti ricordare la pellicola d'esordio di John Woo a Hollywood, "Senza tregua", con Jean-Claude Van Damme), un classico del genere pulp, prodotto da Schoedsack e Merian C. Cooper, i registi di "King Kong". E con il film sullo scimmione ha parecchio in comune, a partire dagli attori di contorno (Fay Wray, Robert Armstrong), gran parte della troupe e persino numerosi set (quelli della "giungla", che venivano impiegati solo di notte perché di giorno erano usati appunto per le riprese di "King Kong"). Il tema della caccia all'uomo per sport è onnipresente sin dalle prime scene del film, quando al protagonista Joel McCrea, provetto cacciatore newyorkese a bordo dello yacht che lo condurrà suo malgrado sull'isola, viene chiesto come si sentirebbe se si trovasse al posto delle tigri che solitamente affronta nelle sue battute, e lui risponde: "Non mi capiterà mai. Il mondo si divide in cacciatori e prede, e io sono un cacciatore". Viscerale e forse ingenuo, il film ha comunque un suo fascino divertente e sinistro, oltre a rappresentare archetipicamente il tema narrativo del conflitto. E il personaggio del cattivo, il conte Zaroff (interpretato alla perfezione da un Leslie Banks che nella versione originale sfoggia un magnifico falso accento russo), si staglia memorabile come uno dei malvagi più interessanti nella storia dei B-movie.

13 novembre 2013

Lake Placid (Steve Miner, 1999)

Lake Placid - Il terrore corre sul lago (Lake Placid)
di Steve Miner – USA/Canada 1999
con Bridget Fonda, Bill Pullman
**1/2

Visto in divx.

Una misteriosa creatura che vive nelle acque tranquille e immobili di un lago sperduto fra le foreste nel Maine semina morte fra i (rari) visitatori. Sulle sue tracce si mette un'improbabile squadra formata da Kelly (Bridget Fonda), paleontologa piena di fobie e in fuga da New York dopo una delusione d'amore; Jack (Bill Pullman), agente della polizia ambientale non del tutto a suo agio nel ruolo di leader; Hank (Brandon Gleeson), il burbero sceriffo locale, insofferente alla presenza degli estranei; e Hector (Oliver Platt), eccentrico milionario appassionato di mitologia e convinto che il mostro sia un coccodrillo gigante, animale che lui idolatra come una divinità. Si scoprirà che quest'ultimo ha ragione: il coccodrillo, migrato nel New England dall'Asia (!), è cresciuto grazie alle amorevoli cure di una vecchietta svampita che vive in una fattoria in riva al lago e che da anni gli dà regolarmente da mangiare le proprie mucche (!!). E i nostri eroi saranno combattuti sul da farsi: dargli la caccia, ucciderlo o catturarlo vivo? Una forte dose di ironia stempera un film horror che strizza l'occhio ai B-movie del passato, che non si prende mai sul serio (a partire dalla caratterizzazione dei personaggi, che passano il tempo a bisticciare fra loro e si rivelano l'uno più imbranato dell'altro) e che può contare su effetti speciali "artigianali" come ai vecchi tempi (il coccodrillo gigante è un animatrone realizzato dal veterano Stan Winston, e non una creatura digitale). Il tono ironico, in ogni caso, non va mai sopra le righe al punto di sfociare nel grottesco o nella parodia esplicita, e questo è sicuramente un pregio di cui va reso atto al regista Steve Miner e allo sceneggiatore (anche produttore) David E. Kelley, che prendono sì spunti da "Lo squalo" e dalla leggenda del mostro di Loch Ness ma effettuano un "downgrade" che rende il risultato finale ben più apprezzabile del previsto. In certi momenti, soprattutto nelle interazioni fra i personaggi, siamo più dalle parti della commedia screwball che dell'horror. Con tre seguiti, tutti per la tv.

28 aprile 2013

Il cacciatore (Michael Cimino, 1978)

Il cacciatore (The Deer Hunter)
di Michael Cimino – USA 1978
con Robert De Niro, Christopher Walken
***1/2

Visto in DVD, con Eleonora e Sabrina.

Michael (De Niro), Nick (Walken) e Steven (John Savage) sono tre amici di origine russa che vivono in una piccola cittadina industriale della Pennsylvania. Inseparabili al lavoro (sono operai in una fabbrica metallurgica) e nel tempo libero (trascorso insieme ad altri due colleghi, Stan e Axel, nel bar dell'amico John, o impegnandosi in battute di caccia al cervo sulle montagne della zona), si apprestano ad affrontare due fondamentali "riti di passaggio": il matrimonio di Steven con Angela, e la partenza – subito dopo – come soldati per il Vietnam (siamo nel 1967). Ma l'inferno della guerra li cambierà completamente: ci sarà chi tornerà ferito nel fisico (Steven), chi nell'animo (Mike) e chi non tornerà affatto (Nick). Pur prendendo l'argomento alla larga, come in ogni grande "epica popolare" che si rispetti (vedi la lunghissima introduzione: di fatto le scene ambientate in Vietnam costituiscono meno della metà della pellicola), il secondo lungometraggio di Cimino (nonché il suo maggior successo di critica e di pubblico) è uno dei film di maggior impatto emotivo sugli orrori della guerra e su come questi possano trasformare e trasfigurare l'essere umano: indimenticabili le controverse e tesissime sequenze della roulette russa, alla quale i tre amici, presi prigionieri, sono obbligati a giocare dai loro carcerieri vietcong ("Mao! Mao!"). Se nella realtà non ci furono casi documentati di eventi simili durante il conflitto in Vietnam, la roulette russa, con la sua violenza casuale, è una metafora della guerra intera e della pazzia dell'uomo che si trascina per tutto il film, prendendo l'avvio proprio dalle scene della caccia al cervo in Pennsylvania (con Mike che si fa vanto di uccidere gli animali "con un solo colpo", un modo per equilibrare le cose visto che i cervi non hanno un fucile) e che prosegue quando, a Saigon, Nick e Mike rimangono coinvolti nel "giro" delle scommesse clandestine in cui vengono organizzate sfide di roulette russa fra disperati (una trovata che sarà ripresa, anni più tardi, nel film georgiano "13 Tzameti").

Se non tutto nella sceneggiatura è adeguatamente spiegato o coerente (la progressiva trasformazione di Nick, che passa dall'essere il più equilibrato dei tre a quello che invece cede all'orrore e all'abitudine alla violenza, fino a non dare più significato alla propria vita, a rinunciare a tornare a casa dalla donna che ama e anzi a cercare la morte con accanimento), e il montaggio salta a volte troppo bruscamente da una scena all'altra (non mostra, per esempio, come i tre vengano catturati dai vietcong), trascinandone invece altre troppo a lungo (il matrimonio ortodosso, che dura quasi un'ora), la regia di Cimino e le eccellenti interpretazioni di un cast in stato di grazia riescono a restituire perfettamente l'atmosfera di quegli anni, ritratta peraltro in chiave elegiaca e melodrammatica. Oltre ai tre protagonisti, da ricordare anche Meryl Streep (al primo ruolo importante della sua carriera nei panni di Linda, la donna amata sia da Nick che da Mike), John Cazale (malato di tumore già durante le riprese: fu la sua ultima apparizione sullo schermo), George Dzundza e Chuck Aspegren (quest'ultimo non era un attore professionista ma un operaio della fabbrica dove è ambientata la prima parte del film). Pur sforando il budget (le scene vietnamite furono girate in Thailandia, presso il fiume Kwai), la pellicola ripagò i produttori con gli interessi e conquistò anche la critica. Vinse cinque Oscar (su nove nomination): quelli per il miglior film, regia, attore non protagonista (Walken), montaggio e suono. Il finale in cui i personaggi cantano "God Bless America" in onore del defunto Nick è stato letto da alcuni come un attacco in chiave ironica al sogno americano e al patriottismo, passato attraverso la disillusione e gli shock della guerra del Vietnam (di fatto il film fu uno dei primi a parlare di quel conflitto, che si era concluso solo pochi anni prima, mostrandone gli effetti negativi sulla psiche e la salute dell'America. L'anno dopo, naturalmente, sarebbe arrivato l'ancora più efficace "Apocalypse Now" di Coppola).

12 maggio 2012

Troll Hunter (André Øvredal, 2010)

Troll Hunter (Trolljegeren)
di André Øvredal – Norvegia 2010
con Otto Jespersen, Glenn Erland Tosterud
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Nella tradizione di "Cannibal holocaust" e "The Blair Witch Project", un film in cui si finge di mostrare materiale filmato e rinvenuto per caso (una didascalia a inizio pellicola avvisa che la casa di produzione ha ricevuto i video in un pacco anonimo) come se tutto fosse vero. Un gruppo di studenti universitari, aspiranti documentaristi, vorrebbe intervistare un presunto bracconiere di orsi: ma scopriranno che l’uomo è invece un cacciatore di troll, i celebri giganti di pietra delle fiabe e delle leggende norvegesi, e che lavora agli ordini di un’agenzia governativa segreta con il compito di sterminare i mostri che escono dai loro territori, prima che qualcuno si renda conto della loro esistenza. Girato con pochi mezzi in luoghi isolati fra i boschi e le montagne del paese (gli effetti speciali sono ben integrati con il realismo della messinscena) e con attori semisconosciuti (ma i ruoli principali sono ricoperti da alcuni noti comici norvegesi), è stato un piccolo “caso” che ha meritatamente attratto l’attenzione della critica: anche perché non punta solo sulle atmosfere horror e le scene d’azione, ma sa costruire una trama interessante e soprattutto descrivere un personaggio – Hans, il cacciatore di troll – dotato di un certo spessore. Notevole la cura dei dettagli: dalla burocrazia del TST (il Troll Security Team), per cui per ogni troll ucciso bisogna riempire un modulo e fare rapporto con tutte le informazioni su come è stato trovato, all’intervista alla veterinaria che spiega perché alla luce del sole i troll si tramutino in pietra oppure esplodano, per non parlare di questioni “religiose” (i troll fiutano la presenza di chiunque creda nel Dio cristiano: i ragazzi si affrettano a negare di essere credenti, ma uno di loro – l'operatore – mente e farà una brutta fine, lasciandoci per un po’ con l’obiettivo incrinato; verrà sostituito da un'altra cameraman, che è musulmana!). Molti di questi dettagli giocano sulle tradizioni o su vari stereotipi norvegesi o scandinavi. Le immagini sullo schermo, naturalmente, sono tutte sempre in soggettiva: vediamo solo quello che è stato registrato dalla camera a mano impugnata da uno dei ragazzi. A parte alcune incongruenze (anche nei momenti più concitati o mentre è in fuga l'operatore riesce sempre a trovare la miglior inquadratura, per non parlare del montaggio fatto direttamente “in macchina” o della ripresa di dettagli che normalmente sarebbero stati ritenuti superflui), la scelta risulta efficace per coinvolgere lo spettatore e farlo sempre sentire nel mezzo dell’azione. Nel finale c’è una divertente gaffe del primo ministro norvegese, che durante un’intervista si lascia sfuggire una conferma dell'esistenza dei troll. Sui titoli di coda, l'inevitabile Grieg ("Nella sala del re della montagna").

24 febbraio 2008

Bambi (David Hand, et al., 1942)

Bambi (id.)
di David Hand, et al. – USA 1942
animazione tradizionale
***

Visto in DVD, con Monica ed Elena.

La nascita di un cerbiatto nella foresta, i suoi primi passi, l'amicizia con il coniglio Tamburino e la puzzola Fiore, l'arrivo dell'inverno, la perdita della mamma (uccisa dai cacciatori), la scoperta dell'amore, lo scontro con un rivale, l'incendio del bosco, il cerchio che si chiude: il quinto lungometraggio disneyano (ultimo della pentalogia di capolavori iniziali) ha uno stile quasi documentaristico, se non fosse per il tipico antropomorfismo della casa di Burbank che in ogni caso non impedisce di tacere su scene crude come appunto quella della morte della madre (ma ormai sono stato rovinato per sempre: questa scena non può non farmi pensare a uno degli episodi più belli e divertenti degli "Animaniacs", quello in cui l'acida scoiattola Vera Peste porta il disperato nipotino a conoscere l'anziana attrice che interpretava la cerbiatta per dimostrargli che era solo un film). Colori, animazioni, musiche ("Pioggerella di primavera"): tutto è talmente classico da andare al di là del bene e del male. Non mancano velleità artistiche (la sequenza della pioggia, per esempio, ricorda certi segmenti di "Fantasia"), didattiche o semplicemente umoristiche. Curiosamente, molti spettatori ricordano soltanto la prima parte del film, quella dove Bambi è ancora piccolo: in effetti la seconda è meno memorabile, anche se non certo meno bella. In certe cose (la presentazione del "principino" agli altri abitanti del bosco, il tema della ciclicità della vita) ha anticipato "Il re leone". Ottima la regia (il combattimento e l'incendio della foresta sono spettacolari), ma anche la sceneggiatura che si basa più sui silenzi che sulle parole (Bambi, in particolare, ne dice ben poche!). Come già in "Biancaneve e i sette nani", il regista David Hand ha supervisionato il tutto, mentre singole sequenze sono state dirette da James Algar, Samuel Armstrong, Graham Heid, Bill Roberts, Paul Satterfield e Norman Wright.

10 gennaio 2008

Duello mortale (Fritz Lang, 1941)

Duello mortale (Man hunt)
di Fritz Lang – USA 1941
con Walter Pidgeon, Joan Bennett
***1/2

Visto in DVD.

L'inizio è folgorante: un uomo con un fucile si aggira per una foresta in Baviera, nel 1939. Si apposta nei pressi una residenza di montagna e prende di mira... nientemeno che Adolf Hitler! Ma quando preme il grilletto, non c'è nessun colpo in canna. Si tratta di Alan Thorndike, aristocratico britannico e provetto cacciatore, che dopo aver effettuato safari e battute di caccia in tutto il mondo ha deciso di dimostrare a sé stesso di essere in grado di stanare la preda più ambita, l'uomo più pericoloso del pianeta. Ma da cacciatore si trasforma a sua volta in preda quando viene inseguito dalla Gestapo e da un minaccioso ufficiale in monocolo (un grande George Sanders), a sua volta appassionato di caccia, che vorrebbe costringerlo a firmare la confessione di aver tentato di sparare a Hitler con l'approvazione del governo inglese. Il documento servirà a giustificare la dichiarazione di guerra della Germania: siamo infatti poco prima dell'invasione della Polonia. Aiutato prima da un ragazzino, mozzo su una nave, e poi da una gentile prostituta (che, in ossequio al codice Hays, Lang è costretto a spacciare per una sarta, mettendo in bella evidenza una macchina per cucire nel suo appartamento), il protagonista riesce a raggiungere la nebbiosa Londra, dove però continuerà a essere braccato dai nazisti. Dopo un inseguimento e un duello nel tunnel della metropolitana (che evocano molti film successivi), Thorndike si rifugerà in una grotta in campagna: qui, "in the wilderness" come all'inizio del film, avverrà lo scontro decisivo fra i due contendenti. Nel finale, dopo lo scoppio della guerra, Thorndike si arruolerà nella RAF e si farà paracadutare su Berlino con un fucile di precisione e l'intenzione di compiere veramente l'attentato a Hitler. Film d'avventura e thriller spionistico di alto livello, con tre ottimi interpreti (Pidgeon è simpatico, la Bennett è adorabile), offre molti spunti interessanti: Thorndike è un personaggio che crede di avere la situazione sotto controllo ma è trasportato dagli eventi, come capita spesso ai protagonisti di Lang, ed è costretto a una fuga quasi hitchcockiana. Lo scontro fra i due cacciatori, il lord e il nazista, che si scambiano continuamente i ruoli, è da antologia. Se l'inglese afferma di provare piacere soltanto nello stanare la preda e mai nell'ucciderla, il tedesco ribatte che ogni uomo "può diventare un assassino", e lo svolgersi degli eventi gli darà ragione. Fondamentale la spilla a forma di freccia che adorna il berretto della ragazza e che si rivelerà poi l'arma decisiva nella soluzione del conflitto, tornando addirittura nel finale (è dipinta sulla carlinga dell'aereo che porta Thorndike a Berlino). Ottima la fotografia in bianco e nero, fra ombre, pioggia e nebbia tipicamente europee che offrono un perfetto mix fra i film tedeschi e quelli americani del regista.

18 ottobre 2007

Animal crackers (V. Heerman, 1930)

Animal crackers (id.)
di Victor Heerman – USA 1930
con Groucho, Chico e Harpo Marx
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Anche il secondo lungometraggio dei fratelli Marx, come il precedente, è l'adattamento di un loro spettacolo teatrale. E come tale presenta numeri musicali, canti e balli che spezzettano un po' il ritmo della narrazione e annacquano il divertimento che sgorga spontaneo quando invece in scena ci sono i fratelli con le loro gag comiche. Rispetto a "The Cocoanuts", comunque, la confezione è migliore, così come le scenografie e la direzione degli attori. Groucho veste i panni dell'eccentrico esploratore Jeffrey T. Spaulding, appena ritornato da un viaggio in Africa. In suo onore si tiene un grande ricevimento nella villa della ricca Mrs. Rittenhouse (la sempre brava Margaret Dumont), durante la quale viene esibito un prezioso dipinto, "Dopo la caccia", del pittore francese Beaugard. Ma il quadro viene trafugato per ben due volte: la prima da parte di una vicina invidiosa che vuole sabotare la festa, la seconda dalla figlia della stessa signora Rittenhouse che vuole sostituirlo con una copia realizzata dal suo fidanzato per mostrare a tutti le sue capacità di artista. La presenza in qualità di musicisti di Chico (che per non suonare si fa pagare di più che per farlo) e del suo socio Harpo (solito disturbatore della quiete altrui) contribuisce ad aumentare la confusione. I personaggi dei tre fratelli sono ormai compiuti e definiti, e i rapporti fra loro (soprattutto quello fra Chico e Harpo) più affiatati: ma anche Zeppo fa un'apparizione, quella che per lui diventerà "classica" di segretario o assistente di Groucho. Da ricordare l'interminabile inno di benvenuto "Hooray for Captain Spaulding", il dialogo surreale fra Groucho e il mercante d'arte Roscoe W. Chandler, quello fra Groucho e Chico per trovare il ladro del dipinto ("Occorre domandare a chiunque si trovi in questa casa se ha preso la tela" – "Supponiamo che nessuno l'abbia presa" – "Allora possiamo chiedere nella casa accanto" – "Supponiamo che non vi siano case nei paraggi" – "Allora dobbiamo costruirne una" – ecc.), gli "strani interludi" dello stesso Groucho in cui si rivolge direttamente agli spettatori, il concerto improvvisato di Chico ("Non riesco a pensare alla fine", dice lui. "Strano, io non riesco a pensare ad altro", commenta Groucho) e soprattutto l'esilarante dettatura della lettera agli avvocati, che potrebbe aver ispirato quella di "Totò, Peppino e la malafemmina".

29 gennaio 2007

Hatari! (Howard Hawks, 1962)

Hatari!

Hatari! (id.)
di Howard Hawks – USA 1962
con John Wayne, Elsa Martinelli
***

Visto in DVD, con Martin.

Successivo di quasi 25 anni ad "Avventurieri dell'aria", che io e Martin abbiamo visto qualche settimana fa, all'inizio ne sembra quasi un remake ambientato fra i cacciatori nella savana africana anziché fra i piloti postali del Sudamerica. I temi sono gli stessi: un gruppo di uomini coraggiosi di varie nazionalità e provenienti da differenti background si ritrova in un luogo impervio e fuori dal mondo per svolgere un mestiere difficile e pericoloso; le poche donne sono oggetto di contesa, oppure destinate a conquistare il cuore del capo del gruppo (qui Wayne, lì Grant), misogino perché scottato da un'esperienza precedente; e non mancano l'amicizia virile, il senso dell'umorismo e l'iniziale diffidenza verso il nuovo venuto che poi si conquista la fiducia degli altri... Rispetto all'altro film, però, il tono si rivela molto più leggero e vira spesso verso la commedia: le scene con gli elefanti e tutto l'inseguimento finale in città, per esempio, ricordano addirittura le pellicole slapstick di Hawks come "Susanna" (anche lì, a ben pensarci, c'era un animale selvaggio, il leopardo Baby, naturalmente associato a una donna come "portatrice di guai" in un ambiente maschile). E come dimenticare la musichetta che accompagna Anna (la fotografa italiana, intepretata da Elsa Martinelli) e gli elefanti quando si recano alla pozza d'acqua, così simile al tema dei Chocobo di "Final Fantasy VII"? Il brano, composto da Henry Mancini, divenne molto popolare con il titolo "Baby Elephant Walk" ed è stato reinterpretato da molti musicisti in stili diversi: dunque non è da escludere che Nobuo Uematsu, il compositore del videogioco, vi si sia ispirato al momento di ideare la marcia dei Chocobo. Hawks, come al solito, fa un ottimo lavoro: tutte le scene con gli animali sono davvero molto belle e soprattutto realistiche, altro che la CGI di oggi! Curioso comunque come il mestiere dei protagonisti (quello di catturare gli animali selvaggi per venderli agli zoo), presentato negli anni sessanta in chiave avventurosa, affascinante e positiva, già pochi decenni dopo li avrebbe invece resi automaticamente dei cattivi per via dell'ambientalismo e del politically correct. Più volte, mentre guardavo il film, mi sono divertito a immaginare un cross-over con "Io sto con gli ippopotami"! Bud Spencer contro John Wayne: chi vincerebbe? Un'ultima nota: "Hatari!" significa "Pericolo!" in Swahili. Nel film questa parola si sente quando gli indigeni fuggono davanti al razzo costruito da Red Buttons per catturare le scimmie.