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18 novembre 2017

Il boss (Fernando Di Leo, 1973)

Il boss
di Fernando Di Leo – Italia 1973
con Henry Silva, Richard Conte
**1/2

Visto in divx, per ricordare Luis Bacalov.

Nick Lanzetta (Henry Silva, doppiato da Sergio Rossi) è un sicario della mafia, al servizio del potente boss palermitano Don Corrasco (Richard Conte), la cui "famiglia" è minacciata dalla ambizioni del "calabrese" Cocchi (Pier Paolo Capponi). Questi rapisce Rina (Antonia Santilli), figlia del braccio destro di Carrasco, Don Giuseppe Daniello (Claudio Nicastro). E Lanzetta è incaricato non solo di salvarla, ma anche di eliminare lo stesso Daniello. In effetti, nonostante i molti discorsi sull'onore e sul rispetto, all'interno delle famiglie mafiose ci sono continui tradimenti, doppi giochi e cambi di campo. E la corruzione coinvolge anche la polizia, con il commissario Torri (Gianni Garko) che passa informazioni a Don Carrasco perché convinto che sia l'unico in grado di "mantenere l'ordine" in Sicilia, e soprattutto la politica, con i boss che vengono di fatto manovrati a distanza dai parlamentari di Roma attraverso l'infido avvocato Rizzo (Corrado Gaipa). Non a caso regista e produttore subirono una querela per diffamazione da parte dell'allora ministro Giovanni Gioia, palermitano, che si sentì chiamato in causa. Al termine dei tanti ribaltoni, tradimenti incrociati e regolamenti di conti, anziché con la parola "Fine" il film si conclude con un inquietante "Continua". Nel cast anche Marino Masé, Hoard Ross, Gianni Musy, Mario Pisu e Vittorio Caprioli (il questore). Molte le scene memorabili: dalla sparatoria iniziale nella piccola saletta cinematografica, a quelle che mostrano il rapporto fra Lanzetta e Nina (ninfomane e drogata, che dopo essere stata liberata da Nick se ne innamora). Tratto dal romanzo "Il mafioso" di Peter McCurtin (che però era ambientato a New York), il film è particolarmente violento, cinico e nichilista, anche se confrontato ad altri titoli del genere noir-poliziottesco cui appartiene. La regia di Di Leo è solida e intensa, uno dei suoi lavori migliori, aiutato dalla fotografia cupa e notturna e dalla colonna sonora di Luis Bacalov. È considerato il terzo capitolo della "trilogia del milieu" (dopo "Milano calibro 9" e "La mala ordina"), ma a parte i temi del tradimento, della vendetta e della violenza, ha poco a vedere con gli altri due, che si svolgevano a Milano ed erano tratti da racconti di Scerbanenco.

21 ottobre 2017

Roma a mano armata (Umberto Lenzi, 1976)

Roma a mano armata
di Umberto Lenzi – Italia 1976
con Maurizio Merli, Tomas Milian
**1/2

Rivisto in divx, per ricordare Umberto Lenzi.

Il commissario Tanzi della squadra mobile di Roma, un duro dai modi spicci e che mal digerisce le attenuanti sociali e i cavilli legali che riportano in libertà i criminali che arresta (paradossalmente, o forse non tanto, la sua compagna Anna (Maria Rosaria Omaggio) fa la consulente psicologica per il tribunale dei minori, e proprio le sue perizie svolgono un ruolo chiave nel rimettere in liberta i giovani delinquenti), dà disperatamente la caccia al gangster "marsigliese" Ferrender. Per rintracciarlo, tiene d'occhio alcuni dei suoi complici, come il rapinatore Savelli (Biagio Pelligra) e soprattutto il "gobbo" Moretto (Tomas Milian), che si rivelerà essere l'avversario più pericoloso. Ispirato a "Roma violenta" di Marino Girolami, uscito l'anno prima e di cui riprende lo schema e i temi (oltre che il protagonista, il commissario interpretato da Maurizio Merli, anche se qui si chiama Tanzi e non Betti), è il film che ha lanciato Lenzi come uno dei maestri del poliziottesco all'italiana (anche se il regista aveva già girato thriller e noir urbani come "Milano odia: la polizia non può sparare" e "Il giustiziere sfida la città"), nonché la summa di tutto il genere: un film violento e dall'atmosfera tesa, ben girato (sin dalla sequenza di apertura, una soggettiva in auto per le strade di Roma, con la macchina da presa che si sofferma sulle insegne delle banche e gli istituti di credito, per proseguire con scene d'azione e inseguimenti spettacolari), che sfrutta ampiamente l'ambientazione capitolina (di cui mostra vari scorci e quartieri periferici), un buon cast (Giampiero Albertini è Caputo, il vice di Tanzi; Arthur Kennedy è il questore; Luciano Catenacci è il faccendiere Gerace; e ci sono anche Ivan Rassimov e Gabriella Lepori). Il plot a tratti pare sfilacciarsi, con diversi episodi – molti dei quali ispirati a fatti di cronaca reali – e sottotrame non strettamente legate fra loro (Tanzi, che a un certo punto per via dei suoi metodi viene "retrocesso" dai superiori all'ufficio licenze, continua a ritrovarsi "per caso" sempre in mezzo all'azione, opposto a giovani delinquenti, bande di violentatori, pazzi drogati o spietati rapinatori), anche se il finale riesce poi a tirare le fila di tutto. Fondamentale la presenza di Tomas Milian (che con Lenzi, quello stesso anno, creerà il personaggio di "Er Monnezza"), indimenticabile criminale proletario e deforme, dissacrante e carismatico, che lavora al mattatoio e ha sempre la battuta pronta, anche per merito del doppiaggio di Ferruccio Amendola. Per gran parte del pubblico, nel vederlo contrapposto a un commissario inflessibile e giustizialista, veniva spontaneo fare il tifo per lui (forse anche per questo fra Merli e Milian, sul set, c'era una forte rivalità). Nonostante qui muoia, il personaggio ricomparirà nel successivo "La banda del gobbo", dove si rivelerà essere il fratello der Monnezza. Il commissario Tanzi, invece, tornerà ne "Il cinico, l'infame, il violento" (sempre insieme a Milian). Belle le musiche di Franco Micalizzi. Il nome del marsigliese Ferrender è ispirato a quello di un vero gangster dell'epoca, Jacques Berenguer.

7 maggio 2017

La banda del trucido (Stelvio Massi, 1977)

La banda del trucido
di Stelvio Massi – Italia 1977
con Tomas Milian, Luc Merenda
*1/2

Visto in divx.

Sequel de "Il trucido e lo sbirro", il film che aveva introdotto il personaggio di Er Monnezza. Il regista della prima pellicola, Umberto Lenzi, rimase deluso dal fatto che Milian avesse scelto di farsi dirigere da Massi, ma lo stesso anno realizzò a sua volta un proprio sequel, "La banda del gobbo". Pur restando un poliziottesco con tutti i crismi (per lunghi tratti il vero protagonista è il commissario Ghini, interpretato da Luc Merenda, a capo dell'unità anticrimine dopo che un suo collega è rimasto ucciso in un attentato), ambientato nel sottobosco della criminalità romana, il film comincia a spostare i toni del personaggio sul versante della commedia, rendendolo protagonista di una serie di scenette di vita "familiare", slegate da tutto il resto, che francamente sembrano improvvisate e lasciano il tempo che trovano. Monnezza, infatti, ha apparentemente abbandonato il crimine per aprire un ristorante ("Alla pernacchia", dove si accolgono i clienti a suon di parolacce), e ha pure un figlioletto, "Monnezzino", che è costretto ad accudire perché la madre è sempre assente per recitare in scalcinati film demenziali (qua e là non mancano frecciatine al cinema italiano: vedi la ragazza di Ghini che, invitata al cinema, replica: "Purché sia un film divertente, e non un orribile poliziesco all'italiana"). Nel frattempo, però, addestra all'arte del borseggio un gruppo di giovani taccheggiatori (la banda del titolo), molti dei quali abbastanza negati. La sceneggiatura è sfilacciata ed episodica, con i due protagonisti che non si incontrano praticamente mai, se non brevemente nel finale, quando Monnezza entra in scena di persona per vendicare l'amico Ranocchia (Paolo Bonetti), uno dei suoi protetti, ucciso dal siciliano Belli (Elio Zamuto), rapinatore senza scrupoli a cui Ghini dà da tempo la caccia. Nel cast anche Franco Citti, Mario Brega, Massimo Vanni e Nicoletta Piersanti. Milian, come sempre doppiato da Ferruccio Amendola, ha scritto da sé le sue battute, particolarmente sboccate. Le musiche di Bruno Canfora sono riciclate dal film precedente.

24 marzo 2017

Il trucido e lo sbirro (Umberto Lenzi, 1976)

Il trucido e lo sbirro
di Umberto Lenzi – Italia 1976
con Tomas Milian, Claudio Cassinelli
**

Rivisto in divx, per ricordare Tomas Milian.

Per rintracciare una bambina di dodici anni che è stata sequestrata, il commissario Antonio Sarti (Cassinelli) fa evadere di prigione il ladruncolo di borgata Sergio Marazzi detto "Er Monnezza" (Milian), che ben conosce l'ambiente della malavita romana. Insieme i due, con l'aiuto più o meno spontaneo di altri tre rapinatori e lavorando al di fuori delle regole, riusciranno a rintracciare il capo della banda, il pericoloso Brescianelli (Henry Silva), che si è fatto una plastica facciale per non essere riconosciuto, e a salvare la bambina. Il film con cui Milian ha dato vita a uno dei suoi personaggi più iconici nasce come uno dei tanti poliziotteschi all'italiana, pieno di azione e di violenza (sparatorie, pestaggi, inseguimenti, agguati, rapine) e di riferimenti ai fatti di cronaca dell'epoca (i sequestri di persona, il terrorismo, lo spaccio di droga), contaminandolo però con una dose di sarcasmo e di ironia che in seguito (proprio come era accaduto con gli spaghetti western) diventerà preponderante. Se la parte iniziale del film – a parte lo spiazzante incipit che per un attimo fa credere allo spettatore di assistere proprio a un western: ma è soltanto una pellicola proiettata nel cinema della prigione! – sembra imbastire le carte per un (in)solito buddy movie, con lo scontro di personalità fra lo "sbirro" (un commissario di polizia dai modi spicci e dall'attitudine "scomoda", tanto da essere stato trasferito dai suoi superiori in Sardegna e richiamato nella Capitale solo perché non sanno più quali pesci prendere) e il "trucido" (il delinquentello rozzo e volgare ma simpatico, pieno di risorse, di buon cuore e sempre con la battuta pronta), il prosieguo cambia leggermente le carte in tavola e fa lentamente emergere il personaggio del "Monnezza" come protagonista assoluto, mentre il poliziotto si rivela un character di poca originalità e spessore. Meglio di lui i comprimari, dai tre ambigui alleati della coppia – il Calabrese (Biagio Pelligra), il Cinico (Claudio Undari/Robert Hundar) e Vallelunga (Giuseppe Castellano) – ai vari cattivi (su tutti Henry Silva, naturalmente, il cui volto sembra davvero il frutto di una plastica facciale; ma ci sono anche una serie di caratteristi, come Ernesto Colli, Tano Cimarosa, Massimo Bonetti, e naturalmente Nicoletta Machiavelli nei panni di Mara, la donna di Brescianelli). Mediocre nel soggetto (la bambina rapita è pure malata!) e nella sceneggiatura (che si sviluppa attraverso una serie di episodi poco collegati fra loro, anche se il ritratto della malavita romana che ne esce – dove tutti i delinquenti hanno soprannomi coloriti, come "Il roscietto", "Il tunisino", ecc. – è comunque suggestivo), il film è riscattato dalla regia energetica di Lenzi (che aveva già diretto Milian nel seminale "Milano odia: la polizia non può sparare"), dalla solida confezione (compresa la colonna sonora di Bruno Canfora) e dal carisma dell'attore cubano. In ogni caso, alla popolarità del personaggio principale, che diventerà un'icona del cinema italiano di genere e tornerà in altri tre sequel (progressivamente meno gialli e più comici), dona un contributo non indifferente lo scoppiettante doppiaggio di Ferruccio Amendola.

21 luglio 2016

La mala ordina (Fernando Di Leo, 1972)

La mala ordina
di Fernando Di Leo – Italia 1972
con Mario Adorf, Adolfo Celi
**

Visto in TV.

Due sicari newyorkesi (Henry Silva e Woody Stroode) giungono a Milano con l'incarico di eliminare Luca Canali (Mario Adorf), un magnaccia siciliano che gestisce la prostituzione al Parco Lambro. Luca, delinquente di piccolo calibro che ha sempre badato a non pestare i piedi a nessuno, si interroga sul perché gli americani lo vogliano morto. E quando il boss locale, don Vito Tressoldi (Adolfo Celi), gli fa uccidere la moglie e la figlioletta per spingerlo ad uscire dal suo nascondiglio, scatenerà la propria vendetta. Dopo l'ottimo "Milano calibro 9", Di Leo ricorre nuovamente ai racconti di Giorgio Scerbanenco per girare un altro poliziottesco – anche se di poliziotti non ce ne sono – ambientato nella capitale lombarda, di cui però a stento si riconoscono un paio di location (la Darsena, la Stazione Centrale). Fra dialoghi didascalici, personaggi tagliati con l'accetta e tante donnine seminude (fra cui Femi Benussi e Francesca Romana Coluzzi), il film fatica a uscire dai limiti del suo genere e risulta decisamente meno interessante del lavoro precedente, di cui riprende l'ambientazione ma non i personaggi. Da salvare la prova energetica di Adorf (doppiato da Stefano Satta Flores) e l'intensità di un paio di scene d'azione (la morte dei familiari di Luca, con successivo inseguimento al loro killer lungo i Navigli; e lo scontro finale con i due americani nel cimitero delle auto, con il gattino bianco che simboleggia tutti gli innocenti – e sono tanti! – vittime collaterali dei gangster). Luciana Paluzzi è l'hostess dei due sicari, Sylva Koscina la moglie di Luca, mentre Renato Zero fa un breve cameo. Musiche di Armando Trovajoli. Quentin Tarantino ha dichiarato di essersi ispirato alla coppia formata da Henry Silva e Woody Stroode per i due protagonisti di "Pulp Fiction". La cosiddetta "Trilogia del milieu" sarà completata da Di Leo l'anno seguente con "Il boss".

12 luglio 2013

Milano calibro 9 (Fernando Di Leo, 1972)

Milano calibro 9
di Fernando Di Leo – Italia 1972
con Gastone Moschin, Mario Adorf
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Marco, Eleonora e Sabrina.

Uscito da San Vittore dopo aver scontato tre anni per una rapina, Ugo Piazza (Gastone Moschin) si ritrova braccato dagli uomini dell'"Americano", il gangster per cui lavorava, convinto che proprio lui sia il responsabile della misteriosa sparizione di trecentomila dollari avvenuta esattamente tre anni prima. Ugo proclama la sua innocenza, ma nessuno gli crede: né i suoi ex compagni (fra cui il siciliano Rocco, interpretato da Mario Adorf), né la polizia né tantomeno la sua ex ragazza (Barbara Bouchet); tuttavia l'Americano accetta di riprenderlo al proprio servizio, forse per controllarne meglio le mosse. Fra tradimenti, raggiri e colpi di scena, seguirà una sanguinosa resa dei conti. Ispirato all'omonima raccolta di racconti di Giorgio Scerbanenco (adattati dallo stesso Di Leo), è uno dei più begli esempi di noir all'italiana degli anni settanta (il termine "poliziottesco", in questo caso, è riduttivo), ammirato e citato – fra gli altri – da Quentin Tarantino e Robert Rodriguez. Il personaggio di Ugo Piazza, ambiguo e sfaccettato, ricorda i protagonisti dei noir americani degli anni quaranta e cinquanta, così come gli intrighi e l'aura di nichilismo e di cinismo che pervadono la pellicola e che riescono a mantenere la tensione fino in fondo, superando i limiti e le ingenuità del genere. Queste si notano forse soltanto nelle scenette fra il commissario di polizia (Frank Wolff) e il vicecommissario Mercuri (Luigi Pistilli), che affrontano in maniera alquanto schematica tematiche sociali come l'immigrazione dal meridione, la fuga dei capitali in svizzera, gli anni di piombo. Memorabile invece il vibrante finale, con Rocco (acerrimo rivale di Ugo per tutto il film, ma in fondo un uomo della stessa pasta e che ne riconosce il valore) che si scaglia contro il giovane Luca: "Tu uno come Ugo Piazza non lo devi toccare! Tu quando vedi uno come Ugo Piazza il cappello ti devi levare!". Nell'ottimo cast (con Moschin – che dopo i tanti ruoli nelle commedie all'italiana dimostra qui tutta la sua poliedricità – e Adorf su tutti) figurano anche Philippe Leroy (il killer Chino, amico di Ugo) e Lionel Stander (l'Americano). L'ambientazione milanese, livida e brumosa, fa da ottimo sfondo a una trama ben orchestrata e che la regia di Di Leo vivacizza con inventiva e dinamismo (da ricordare per esempio le inquadrature, ruotate di 90 gradi, della danza sui tavoli di Barbara Bouchet). La bella colonna sonora è di Luis Bacalov, in collaborazione con il gruppo di progressive rock Osanna. Il film è considerato come il primo capitolo della "trilogia del milieu" del regista (gli altri due sono "La mala ordina" e "Il boss").

8 giugno 2009

Il grande racket (E. G. Castellari, 1976)

Il grande racket
di Enzo G. Castellari – Italia 1976
con Fabio Testi, Vincent Gardenia
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

L'ispettore Palmieri è alle prese con una banda di violenti ricattatori che semina il terrore fra i negozianti di Roma, violentando e uccidendo i familiari di chi osa ribellarsi. Sospetta che i balordi facciano parte di un'organizzazione che intende prendere il controllo della città, ma le sue indagini vengono frustrate, oltre che dalla scarsa collaborazione dei cittadini minacciati, dalle ingerenze delle alte sfere. Sospeso dal servizio, farà giustizia con le proprie mani radunando un gruppo di vittime-vendicatori e sterminando tutti i malviventi in un feroce conflitto a fuoco. Forse il migliore dei tre poliziotteschi di Castellari, cruento, sadico, stilizzato e con un'ottima sceneggiatura senza momenti di stanca, sia pure a tratti un po' ingenua ed esagerata: pur non rinunciando a molti cliché del genere (il poliziotto dai modi bruschi e refrattario alle regole; il fedele assistente e guardaspalle; i superiori incompetenti o corrotti; il ladro napoletano di buon cuore), il film non lesina colpi di scena e nemmeno un certo approfondimento delle figure minori (come i vari componenti del commando di vigilantes messo insieme da Palmieri, per esempio il ristoratore che si trasforma in un vendicatore psicopatico dopo la morte della figlia). Anche la regia mostra alcuni tocchi di classe: restano impresse sequenze come quella dell'auto che rotola dalla scarpata (inquadrata dall'interno dell'abitacolo) o del tiratore al piattello che immagina che i suoi bersagli siano i criminali che hanno ucciso la moglie. Ottimo il cast, composto da molti volti noti del cinema italiano di genere (da Renzo Palmer a Orso Maria Guerrini, da Sal Borgese a Glauco Onorato).

29 maggio 2009

Il cittadino si ribella (E. G. Castellari, 1974)

Il cittadino si ribella
di Enzo G. Castellari – Italia 1974
con Franco Nero, Giancarlo Prete
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

La città di Genova è scossa da un'ondata di crimini senza precedenti (molto bella la sequenza dei titoli di testa, con un susseguirsi frenetico di furti, effrazioni, rapimenti e sparatorie). Durante una rapina in banca, un tranquillo professionista (l'ingegner Carlo Antonelli) viene preso come ostaggio, umiliato e malmenato dai malviventi prima di essere rilasciato. Sconvolto dall'inerzia della polizia, che sospetta addirittura di collusione con i banditi, decide di indagare in prima persona, intrufolandosi nell'ambiente della criminalità per rintracciare i tre rapinatori. Ci riuscirà con l'aiuto di un giovane ladruncolo, ma attirerà su di sé la vendetta dei criminali e ne seguirà un bagno di sangue. Il secondo poliziottesco di Castellari dopo "La polizia incrimina, la legge assolve" è ovviamente è un film a tema che si iscrive a pieno titolo nel filone del cittadino che sceglie (o è costretto) di farsi giustizia da solo. Ma a differenza del "Giustiziere della notte" o di titoli simili, il protagonista è presentato come debole, maldestro e non privo di lati negativi, un benpensante borghese che si rivela violento e sanguinario quanto i criminali e riceve lezioni morali, di civiltà e di amicizia dal ladro che si sacrifica per lui. La scena in cui il mondo stesso della criminalità si attiva per rintracciare i tre rapinatori, colpevoli di aver attirato troppo l'attenzione della polizia, riecheggia addirittura "M" di Fritz Lang. La compagna del protagonista è Barbara Bach, il commissario è Renzo Palmer, mentre la colonna sonora, come in quasi tutti i film di Castellari, è dei fratelli De Angelis. Buona la regia, con inquadrature curate e un utilizzo espressionistico di ralenti, montaggio e movimenti di macchina.

21 maggio 2009

La polizia incrimina, la legge assolve (E. G. Castellari, 1973)

La polizia incrimina, la legge assolve
di Enzo G. Castellari – Italia 1973
con Franco Nero, Fernando Rey
**

Visto in DVD, con Martin.

Il vicecommissario Belli indaga a Genova su una banda di spacciatori di droga, i cui capi si annidano fra gli industriali più ricchi e potenti della città. I gangster non esitano ad ammazzare a sangue freddo i superiori e persino i familiari di Belli, ma questi trova un alleato nel boss di un'altra banda di Marsiglia che usa metodi più "vecchio stile". Considerato uno dei capostipiti del poliziottesco all'italiana, di cui ha contribuito a codificare gli stereotipi, non è altro che un onesto film di genere, piuttosto cruento ma senza particolari motivi di interesse. Se la sceneggiatura non eccelle, il cast però è soddisfacente (James Whitmore dà vita a un caparbio commissario, Duilio Del Prete e Silvano Tranquilli sono i "cattivi" fratelli Griva, mentre Fernando Rey è stato ingaggiato probabilmente per la sua interpretazione di un gangster marsigliese ne "Il braccio violento della legge") e alcune soluzioni di regia anche, come le inquadrature riflesse negli specchi d'acqua o nelle lenti degli occhiali dei cattivi, oltre all'uso cospicuo, nel montaggio, di frasi e immagini in funzione di flashback. Bello anche l'inseguimento iniziale sulle strade della riviera ligure. Fuorviante invece il titolo, visto che di aspetti o temi giudiziari nella sceneggiatura non c'è proprio traccia. La traccia audio del dvd K-storm è piuttosto rovinata.

29 gennaio 2008

I padroni della città (F. Di Leo, 1976)

I padroni della città
di Fernando Di Leo – Italia 1976
con Harry Baer, Al Cliver, Vittorio Caprioli
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Il giovane Tony, che riscuote crediti per conto del padrone di una bisca, scatena con una bravata l'ira del malavitoso Jack Palance, detto "lo sfregiato". Ma con l'aiuto di un anziano e saggio rapinatore e quello di un misterioso individuo che ha un conto da regolare con il boss, riuscirà a sgominare l'intera banda. Forse non all'altezza dei migliori film di Di Leo (il capolavoro "Milano calibro 9" resta inarrivabile), è un onesto e divertente poliziottesco (senza poliziotti, però) ambientato nel sottobosco della mala romana e caratterizzato da un tono spensierato e simpatico, che non a caso è piaciuto molto a Quentin Tarantino. Bella l'atmosfera, gli ambienti, le donne, la musica di Bacalov. Inutile, troppo lunga e anticlimatica, invece, la sequenza finale.

21 maggio 2007

La polizia sta a guardare (R. Infascelli, 1973)

La polizia sta a guardare
di Roberto Infascelli – Italia 1973
con Enrico Maria Salerno, Lee J. Cobb
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Il dottor Cardone (Salerno), trasferito come nuovo questore di una città del Nord Italia (mai nominata esplicitamente, ma si tratta di Brescia), deve vedersela con una banda di rapitori che prendono di mira i rampolli di ricchi industriali ma soprattutto con un procuratore (Jean Sorel) secondo il quale è meglio pagare il riscatto e non indagare troppo per non mettere in pericolo le vite dei sequestrati. Quando a essere rapito sarà il suo stesso figlio, il questore dovrà decidere se tener fede alle proprie convinzioni di non trattare con i delinquenti o se cedere al ricatto. Un poliziottesco bello e vibrante, incentrato su un personaggio caparbio e umano, seconda e ultima regia del produttore Roberto Infascelli (deceduto pochi anni dopo in un incidente stradale e padre dell'odierno regista Alex Infascelli). Non mancano, come capitava spesso in quegli anni e in questo tipo di film, accenni a cospirazioni eversive e agli incroci fra politica e terrorismo. Bella anche la colonna sonora di Stelvio Cipriani (che mi sembra però di aver già sentito in qualche altro film simile). Nell'interessante cast ci sono anche Lee J. Cobb (il questore che Cardone ha sostituito), Luciana Paluzzi, Claudio Gora, Gianni Bonagura e Laura Belli. Il figlio di Salerno è interpretato dal suo vero figlio Giambattista.

12 luglio 2006

La polizia chiede aiuto (M. Dallamano, 1974)

La polizia chiede aiuto
di Massimo Dallamano – Italia 1974
con Claudio Cassinelli, Giovanna Ralli, Mario Adorf
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Indagando sull'apparente suicidio di una studentessa di provincia, la polizia (Cassinelli e Adorf) e un sostituto procuratore (Ralli) si trovano ad affrontare un misterioso assassino armato di mannaia che intende eliminare i testimoni e le tracce che conducono ai veri responsabili. Inutile dire che l'indagine si allargherà fino a rivelare il coinvolgimento di "alti papaveri", e che punire i colpevoli si rivelerà più arduo del previsto. Un bel poliziottesco che a una solida struttura da giallo aggiunge venature da thriller alla Dario Argento e alcune sequenze quasi da slasher. Ben diretto e recitato, e con ottime musiche (di Stelvio Cipriani), presenta le migliori caratteristiche del cinema italiano di genere di quegli anni, compresi lievi accenni di denuncia sociale e un ambientazione metropolitana realistica e curata.