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2 agosto 2020

Good bye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003)

Good bye, Lenin! (id.)
di Wolfgang Becker – Germania 2003
con Daniel Brühl, Katrin Sass
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Colpita da infarto nell'ottobre del 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino, Christiane Kerner (Katrin Sass) finisce in coma e si risveglia otto mesi più tardi, quando la sua adorata Germania Est non esiste più. Per difenderla da uno shock che potrebbe risultarle fatale, il figlio Alex (Daniel Brühl) si ingegna allora in ogni modo per farle credere che la DDR e il socialismo siano ancora più in salute che mai, conservando il vecchio arredamento della casa, confezionando falsi telegiornali (insieme all'amico Denis, aspirante cineasta), procurandosi quotidiani e confezioni di alimenti uguali a quelli di un tempo (a partire dai cetrioli tanto amati dalla madre, ormai fuori commercio)... Enorme successo di pubblico per una pellicola che gioca con il sentimento della "Ostalgie", ovvero il nostalgico ricordo per la Germania orientale prima della riunificazione, che fra le altre cose (come il commercio di memorabilia) ha generato anche una vasta produzione culturale di cui questo film è forse il titolo più emblematico. Al di là del tema del rapporto fra madre e figlio, con questi che giunge a "creare" o a plasmare un intero mondo pur di farla vivere in una "bolla protetta" (l'inverso, cioè, di quanto accade di solito nel periodo dell'infanzia), e delle riflessioni sulla verità e sulla relatività della realtà che percepiamo (in linea con la disinformazione e l'occultamento, attività tipiche dei regimi totalitari), l'aspetto più interessante è proprio la prospettiva personale di un evento storico: e come tale il film è persino più gradevole da vedere oggi che alla sua uscita, quando i fatti narrati erano ancora troppo vicini e dunque lo si poteva considerare come una semplice commedia di costume, in fondo nemmeno così divertente (ricordo che quando lo vidi per la prima volta rimasi deluso perché non si rideva più di tanto). Interessanti i molteplici riferimenti ai "miti" dell'est (a partire dal cosmonauta tedesco Sigmund Jähn, che Alex idolatrava da bambino, passando per i cartoni animati locali, le automobili Trabant, le marche e i prodotti alimentari), e divertenti i capovolgimenti di ruoli che il ragazzo è costretto a inventare per giustificare alcuni evidenti cambiamenti agli occhi della madre (la Coca-Cola che in realtà si scopre essere una "bevanda socialista", l'arrivo continuo di "profughi dall'Ovest"). Il titolo del film si riferisce alla celebre scena in cui Christiane è salutata da una gigantesca statua di Lenin portata via da un elicottero, che richiama evidentemente l'altrettanto celebre incipit de "La dolce vita" di Fellini o forse una sequenza analoga de "La doppia vita di Veronica" di Kieślowski. Numerose anche le citazioni del cinema di Kubrick (da "2001", menzionato esplicitamente da Denis, ad "Arancia meccanica" nella scena accelerata con musica di Rossini) e di Billy Wilder (l'arrivo della Coca-Cola a Berlino Est ricorda "Uno, due, tre!"). La colonna sonora è di Yann Tiersen. Nonostante il successo di questa pellicola (uno dei maggiori del cinema tedesco), il regista Wolfgang Becker è praticamente scomparso dalle scene, e da allora ha girato solo un altro lungometraggio (nel 2015).

22 giugno 2020

Suspiria (Luca Guadagnino, 2018)

Suspiria (id.)
di Luca Guadagnino – Italia/USA 2018
con Dakota Johnson, Tilda Swinton
*1/2

Visto in TV.

Nell'autunno 1977, in una Berlino ancora divisa dal muro e sconvolta dalle azioni di terrorismo della RAF, la giovane americana Susie Bannion (Dakota Johnson) si iscrive all'accademia di danza diretta da madame Blanc (Tilda Swinton), scoprendo che la scuola fa da copertura a una congrega di streghe. Remake di uno dei film più celebri di Dario Argento (il più noto in assoluto nei paesi di lingua inglese), di cui però non è una copia pedissequa: Guadagnino, reduce dal successo di "Chiamami col tuo nome", e lo sceneggiatore David Kajganich giocano infatti ad ampliare lo scenario, introducendovi temi sociali, storici e politici che però contaminano inutilmente la natura di horror soprannaturale dell'originale. Sia i riferimenti al terrorismo sia quelli all'olocausto (attraverso la storia di un anziano psicanalista, il dottor Klemperer, che ha perso la moglie durante la seconda guerra mondiale) appaiono infatti spuri e superflui nel contesto della trama principale: e ogni tentativo di collegare la crudeltà delle streghe a quella della storia umana (c'è chi ha scomodato addirittura un paragone con il "Salò" di Pasolini!) sembra francamente pretenzioso. Cambia anche l'atmosfera, più concreta e calata nella realtà rispetto al film di Argento, dal quale rimuove stile e tensione: in particolare la fotografia perde fascino e colore, i personaggi non hanno caratterizzazione, la trama non mantiene la suspense, e il colpo di scena finale non sembra giustificare la lunga attesa con cui si presenta allo spettatore, preannunciato comunque da alcune sequenze legate al passato di Susie che enfatizzano il tema della madre. Persino le occasionali scene di (body) horror fanno più ribrezzo che paura. Nel complesso, un film di cattivo gusto, che ha diviso la critica, non ha catturato il pubblico e non è piaciuto nemmeno allo stesso Argento, il che è tutto dire (in effetti sembra più vicino a "Il cigno nero" e a "The neon demon" che non al cinema argentiano). Fra le cose positive, il modo in cui trasmette le sensazioni "corporee" della danza, descritta come una sorta di possessione demoniaca, e la scena finale del sabba, l'unica in cui la fotografia sembra prendere colore. Nel cast Mia Goth, Chloë Grace Moretz ed Elena Fokina (tre delle danzatrici), Jessica Harper (la protagonista originale, qui in un breve cameo), Angela Winkler, Sylvie Testud, Fabrizia Sacchi e Renée Soutendijk (i membri dello staff della scuola). Dakota Johnson aveva già recitato per Guadagnino in un altro remake, "A bigger splash". Tilda Swinton, habitué del regista sin dal suo primo film, "The protagonists", riveste più ruoli: oltre a madame Blanc (personaggio ispirato a Pina Bausch), è anche la mostruosa Helena Markos e soprattutto, irriconoscibile e accreditata con il falso nome di Lutz Ebersdorf, il dottor Klemperer.

5 settembre 2016

Uno, due, tre! (Billy Wilder, 1961)

Uno, due, tre! (One, Two, Three)
di Billy Wilder – USA 1961
con James Cagney, Horst Buchholz
***

Visto in DVD, con Daniela e Sabrina.

C.R. MacNamara (Cagney), direttore dello stabilimento di Berlino Ovest della Coca-Cola, viene incaricato dal presidente della società di tenere d'occhio Scarlett (Rossella nella versione italiana, per mantenere il riferimento a "Via col vento"), la sua scapestrata figlia diciassettenne, che sta visitando l'Europa e ha la tendenza a trovarsi fidanzati ovunque. Ovviamente la ragazza (Pamela Tiffin), sfuggita al controllo dell'uomo, si innamora di Otto (Horst Buchholz), giovane comunista della Germania Est, e non solo lo sposa ma si ritrova anche subito incinta. Come spiegarlo al padre? Scatenata farsa che piega le dinamiche della guerra fredda ai ritmi e alle gag dalla commedia slapstick. Cagney (al suo penultimo film: l'ultimo sarà "Ragtime", vent'anni dopo), protagonista assoluto e straordinario, manovra dietro le quinte la "trasformazione" di Otto da rivoluzionario socialista a perfetto gentiluomo capitalista, per renderlo più "accettabile" agli occhi del futuro suocero, organizzando una pantomina non dissimile da quelle dei classici film di Capra "Signora per un giorno" (1933) e "Angeli con la pistola" (uscito nello stesso 1961), anche se il cinismo di Wilder – per non parlare del ritmo frenetico della pellicola – rende il tutto molto più divertente. Fra i tormentoni, da ricordare l'orologio a cucù "patriottico" di McNamara, con lo zio Sam che esce a ogni rintocco per scandire le ore che mancano all'arrivo del padre di Rossella. Molti, e azzeccati, i personaggi di contorno: dalla bella segretaria svampita Ingeborg (Liselotte Pulver, in un ruolo che sembrava scritto apposta per Marilyn Monroe) ai tre agenti russi con i quali McNamara discute l'espansione della Coca-Cola oltre la cortina di ferro; dall'efficiente segretario Schlemmer (Hanns Lothar), con un passato nelle SS e che batte i tacchi ogni volta che riceve un ordine, alla moglie del protagonista, Phyllis (Arlene Francis), che minaccia di lasciarlo dietro le quinte (ma ci sarà un relativo lieto fine). Il soggetto è liberamente tratto da una commedia teatrale di Ferenc Molnár (anche se gli elementi di satira politica sul comunismo ricordano in parte "Ninotchka", film co-sceneggiato dallo stesso Wilder). Le gag, in ogni caso, colpiscono in ogni direzione (gli slogan del bolscevismo e le strategie delle multinazionali, il patriottismo americano e il razzismo della Georgia, le infedeltà extraconiugali e la corruzione degli impiegati statali, l'ipocrisia dell'alta società e i favoritismi sul posto di lavoro). Nella colonna sonora spicca la "Danza delle sciabole" di Kachaturian, un perfetto commento musicale alle scene più concitate (come l'inseguimento e la fuga in auto da Berlino Est). Curiosità: il film fu girato appena prima che venisse eretto il muro di Berlino, che dunque non appare sullo schermo (il passaggio fra le due parti della città è nei pressi della porta di Brandeburgo). Quando la pellicola uscì nelle sale, la costruzione del muro aveva fatto salire la tensione alle stelle e pertanto il suo tono leggero fu considerato poco appropriato da pubblico e critica.

23 gennaio 2016

Il ponte delle spie (S. Spielberg, 2015)

Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
di Steven Spielberg – USA 2015
con Tom Hanks, Mark Rylance
**

Visto al cinema Arlecchino.

Nel 1957, in piena guerra fredda, il governo degli Stati Uniti identifica e cattura a New York una presunta spia russa, Rudolf Abel (Rylance). Il malcapitato compito di difenderla al processo tocca all'avvocato James Donovan (Hanks), che fa quel che può per garantirgli quei diritti costituzionali che nessuno sembra volergli riconoscere. Ma il coinvolgimento di Donovan non termina con la condanna di Abel: l'avvocato viene infatti incaricato di negoziare la sua consegna ai sovietici in cambio di un soldato americano, il pilota Francis Gary Powers (Austin Stowell), il cui aereo è stato abbattuto dai russi. Lo scambio, che giustifica il titolo del film, avverrà sul Ponte di Glienicke, tra Berlino Ovest e Berlino Est. Da una storia vera, un film che gronda retorica spielberghiana: in primis a favore della costituzione (con Donovan solo contro tutti, in un clima di caccia alle streghe: immancabili le scene con la famiglia e i bambini del protagonista messi in pericolo a causa della sua integerrimità), e poi – quando l'azione si sposta in Germania – nel mettere in luce le fondamentali differenze fra lo stile di vita americano e quello del blocco sovietico (la scena in cui Donovan assiste alla fucilazione dei disperati che tentano di scavalcare il muro di Berlino, appena costruito, è messa a confronto con quella analoga, nel finale, in cui attraversa i quartieri di Brooklyn a bordo della metropolitana). Agiografico (Donovan, come lo definisce lo stesso Abel, è un uomo "tutto d'un pezzo"), ideologico (come in "Salvate il soldato Ryan", ogni singolo americano, persino il più umile – lì un soldato semplice, qui lo studente Frederic Pryor, catturato dalla Stasi e che Donovan insiste nell'includere nello scambio – merita di essere salvato a ogni costo, anche correndo il rischio di mettere a repentaglio l'intera missione) e appunto retorico (le due scene nel vagone del treno in cui i passeggeri riconoscono il volto dell'avvocato dai giornali, biasimandolo o ammirandolo a seconda delle circostanze). Di tutti i personaggi, quello più interessante è proprio il "colonnello" Abel, la spia sovietica, con il suo fatalismo ("Servirebbe?" risponde quando gli si chiede se è preoccupato), la sua umanità, il suo basso profilo (è quanto mai lontano dalle classiche figure di spie alla James Bond), le sue abitudini (la pittura, il fumo): a differenza delle figure che Donovan incontra a Berlino, vere e proprie macchiette, contribuisce a dare una dimensione più tragica e umana alle dinamiche dell'epoca della guerra fredda. Impeccabili, come sempre quando si tratta di Spielberg, regia, fotografia e confezione in generale. La sceneggiatura, tesa quanto basta, è di Matt Charman e dei fratelli Coen.

5 giugno 2011

L'uovo del serpente (I. Bergman, 1977)

L'uovo del serpente (Ormens ägg, aka The Serpent's Egg)
di Ingmar Bergman – USA/Germania 1977
con David Carradine, Liv Ullmann
**

Rivisto in divx, con Marisa.

Siamo a Berlino nel 1923, in piena crisi economica e sociale, un'epoca di paura e confusione. L'inflazione è alle stelle (un pacchetto di sigarette costa quattro miliardi di marchi), la povertà, la disoccupazione e il malcontento pure, e i primi germi del nazismo stanno cominciando a nascere (come nell'uovo del serpente, "attraverso la sottile membrana si intravede già il rettile che si sta formando"). L'acrobata ebreo Abel Rosenberg, alcolizzato e rimasto solo dopo l'inspiegabile suicidio del fratello Max, viene accolto insieme a Manuela (già moglie di suo fratello e ora ballerina in un cabaret nonché prostituta part-time) dall'ambiguo medico Hans Vergerus, che offre loro un appartamento e un lavoro nella propria clinica. Ma scoprirà che la catena di delitti e di suicidi che sta funestando la città è provocata proprio dai folli esperimenti di Vergerus su cavie umane. Sullo sfondo del putsch (fallito) di Hitler a Monaco, Bergman realizza – su richiesta del produttore Dino De Laurentiis e senza troppa ispirazione (si trovava in un momento difficile della propria carriera: aveva problemi con il fisco e soffriva di depressione) – un film inquietante e claustrofobico che fonde in sé diversi elementi senza trovare un pieno equilibrio fra le sue tante anime (si passa dal dramma esistenziale all'inchiesta poliziesca, dalla rappresentazione socio-politica del periodo storico a inutili sottotrame romantiche), con un'ispirazione che guarda a Kafka e a Fritz Lang.

Se alla fine il film riesce a trasmettere la sensazione di paura e di cambiamento che caratterizzava quell'epoca (ma forse prendendosi qualche libertà: troppe cose sembrano mostrate o dette "con il senno di poi"), fallisce invece sul piano narrativo, complici anche personaggi poco riusciti: il protagonista Abel, in particolare, è troppo elusivo e distante dallo spettatore. Rimangono più impressi i character di contorno, a cominciare dal proto-nazista Vergerus con i suoi crudeli e folli esperimenti (Heinz Bennent), o l'anziana padrona di casa di Manuela (Edith Heerdegen), ma anche il corpulento ispettore di polizia Bauer (interpretato da uno straordinario Gert Fröbe), che cita esplicitamente "M, il mostro di Düsseldorf" quando dice che il suo collega Lohmann sta lavorando a un caso insolito: Lohmann era proprio il nome dell'ispettore del film di Lang, anche se quest'ultimo si svolgeva nel 1931. Un po' ridicolo, invece, come tutti i personaggi si sentano in dovere di giustificare il fatto di parlare in inglese (in italiano nella versione tradotta) anziché in tedesco. Da notare che il nome Vergerus era già stato utilizzato da Bergman per un personaggio ne "Il volto" (e tornerà a usarlo in "Fanny e Alexander"). Le scenografie sono di Rolf Zehetbauer, che aveva realizzato anche quelle di "Cabaret" con Liza Minelli: ma i due film, pur ambientati nello stesso paese e nello stesso periodo storico (e parlando in fondo dello stesso argomento), hanno stili e anime profondamente diverse. Più che il cabaret dove si esibisce Manuela, comunque, colpisce il labirintico (e kafkiano) archivio della clinica. Dell'atmosfera generale si ricorderanno forse Steven Soderbergh per "Delitti e segreti" e Lars von Trier in certi passaggi della sua trilogia d'esordio (per esempio ne "L'elemento del crimine" ed "Europa").

25 novembre 2009

Scandalo internazionale (B. Wilder, 1948)

Scandalo internazionale (A foreign affair)
di Billy Wilder – USA 1948
con Jean Arthur, John Lund, Marlene Dietrich
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Una delegazione di politici degli Stati Uniti giunge nella Berlino dell'imminente dopoguerra per far visita alle truppe d'occupazione alleate. Nel gruppo c'è anche una parlamentare repubblicana, integerrima e moralista, che non vede di buon occhio le relazioni sentimentali fra i soldati americani e le ragazze del posto: per distrarla ed evitarle di indagare sulla sua compagna tedesca (una cantante di cabaret che durante il regime si era compromessa con importanti gerarchi), un capitano maneggione e trafficone comincia a corteggiarla e conquista rapidamente il suo cuore... Girando direttamente a Berlino (nella prima parte del film c'è anche una sorta di "gita turistica" fra le macerie della città, all'epoca tagliata dalla versione italiana) e senza risparmiare riflessioni – nemmeno tanto fra le righe – su questioni del momento come i problemi pratici della ricostruzione, i delicati compiti delle forze alleate o le responsabilità morali dei civili coinvolti con il regime nazista, Wilder sviluppa una spumeggiante e originale commedia romantica che fonde il classico "triangolo" con il giallo a sfondo spionistico. Se il personaggio interpretato da Jean Arthur – l'inflessibile e rigida conservatrice che si dimostra vulnerabile e si lascia contagiare pian piano dalle gioie dell'amore – può ricordare la "Ninotchka" di Lubitsch, a farle da contraltare c'è una Marlene Dietrich come al solito seducente e altera, disinvolta e amoralmente cinica, che passa da un uomo all'altro a seconda delle convenienze. Ottimo cinema: d'altronde Wilder è uno di quei registi capaci di brillare anche nei lavori apparentemente minori.

Una curiosità: il motivo che John Lund fischietta la prima volta che si reca da Marlene è "Isn't it romantic?", canzone di Richard Rodgers e Lorenz Hart tratta dal bellissimo film "Amami stanotte" di Rouben Mamoulian, che Wilder evidentemente amava molto: la melodia si sentiva anche in una delle prime scene di "Frutto proibito" e la canzone verrà riutilizzata in "Sabrina".

26 aprile 2007

Così lontano, così vicino (W. Wenders, 1993)

Così lontano, così vicino (In weiter Ferne, so nah!)
di Wim Wenders – Germania 1993
con Otto Sander, Horst Buchholz
**

Rivisto in DVD, con Martin.

Raro caso di sequel di un film "d’autore", "Così lontano, così vicino" riprende da dove "Il cielo sopra Berlino" si era fermato: dopo Damiel, anche il suo compagno Cassiel cessa di essere un angelo per acquistare forma umana. Ma non lo fa per amore, bensì per desiderio di conoscenza. E si dimostra ancora più ingenuo del suo amico, cadendo facilmente vittima delle manipolazioni del misterioso Emit Flesti (un "mefistofelico" – letteralmente – Willem Dafoe), dello spettro dell’alcool, della malavita organizzata. Meno riuscito del precedente, ha i suoi buoni momenti soprattutto nella parte centrale, mentre molti spunti e personaggi (quelli di Nastassja Kinski o di Rüdiger Vogler, per esempio) non mi sono sembrati molto approfonditi. Wenders ha dichiarato di aver voluto realizzare il film per "aggiornare" il precedente al clima mutato dopo il crollo del muro. Ma curiosamente la città di Berlino, stavolta, è molto meno protagonista e la vicenda si snoda attraverso storie parallele (legate anche al passato e ai giorni della seconda guerra mondiale) che lasciano un po’ il tempo che trovano. Rispetto al primo film, torna ancora Peter Falk nei panni, autoironici, di sé stesso, affiancato stavolta da Lou Reed e da Mikhail Gorbaciov (che fa una breve comparsata all'inizio).

11 marzo 2007

Intrigo a Berlino (S. Soderbergh, 2006)

Intrigo a Berlino (The good german)
di Steven Soderbergh – USA 2006
con George Clooney, Cate Blanchett
**

Visto al cinema President, con Martin.

Soderbergh non mi piace, ma devo riconoscergli di essere un regista che non ha paura di sperimentare e di uscire dagli schemi dell'industria mainstream, anche se sempre a scapito di un certo intellettualismo. Questo "Intrigo a Berlino" è un tentativo, evidente sin dalla locandina e dalla scelta della fotografia in b/n, di realizzare qualcosa nello stile dei thriller politici e noir degli anni '40. Ambientato nella capitale tedesca semidistrutta alla fine della guerra, divisa dagli alleati nelle rispettive zone d'occupazione, dove si attende l'esito della conferenza di Potsdam e si avviano le prime indagini sui crimini di guerra, è un intricato giallo che soffre purtroppo per una sceneggiatura decisamente imperfetta, molto confusa e persino un po' presuntuosa (citare nel finale la scena di "Casablanca" sulla pista dell'aeroporto è decisamente troppo!). La vicenda, che vede protagonista un reporter militare alle prese con il misterioso omicidio del suo autista e i segreti del passato della donna che ama, risulta inutilmente complicata. Il tema di fondo è però enunciato con chiarezza (già dal titolo originale) e riguarda l'eventuale innocenza o colpevolezza di un intero popolo: esistevano anche "tedeschi buoni" oppure l'intera popolazione era nazista e corresponsabile delle malefatte di Hitler? Ma alla fine il film non prende una vera posizione, e i vari personaggi sostengono l'una o l'altra tesi a seconda del proprio tornaconto personale. Dopo "Good night e good luck", Clooney interpreta ancora un giornalista in un film in bianco e nero. Brutto il doppiaggio italiano, in particolare la voce della Blanchett.

19 febbraio 2007

Il cielo sopra Berlino (W. Wenders, 1987)

Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin)
di Wim Wenders – Germania 1987
con Bruno Ganz, Otto Sander
***1/2

Visto in DVD, con Martin.

Con questo celebre film si può dire che cominci una seconda fase della carriera di Wim Wenders. La prima, culminata con "Paris, Texas", era più "concreta" e calata nel mondo reale (si pensi al finale di "Lo stato delle cose"), nonché caratterizzata dal tema del viaggio, dell'eterna ricerca, del passato. Da questa pellicola in poi, invece, i suoi film si fanno decisamente più eterei, filosofici e – in un certo senso –astratti e "tecnologici", per certi versi quasi new age. Non a tutti il cambiamento è piaciuto: se il pubblico che accorre a vedere i suoi film è aumentato, il buon Wim ha probabilmente perso il favore di parte di quella critica che lo aveva incensato negli anni settanta.
Il film è completamente ambientato in una Berlino della quale Wenders non esista a mostrare i lati più squallidi (le periferie, le zone adiacenti al Muro, una Potsdamerplatz che prima della seconda guerra mondiale era una delle piazze più belle d'Europa ma che nel 1987 era ridotta in rovina). Proprio la città è la vera protagonista delle vicende, assieme a Damien (Ganz) e Cassiel (Sander), due dei numerosi angeli che si aggirano invisibili per i cieli e le strade di Berlino, appoggiando di quando in quando la mano sulla spalla delle persone per confortarle o semplicemente per leggerne i pensieri. Quando si innamora della trapezista di un circo, Damien – già stanco di assistere in eterno alle vicende degli esseri umani e curioso di sperimentarne le esperienze in prima persona – decide di rinunciare alla propria immortalità e alla propria natura angelica per diventare uno di loro. Da allora il suo mondo, fino allora impalpabile e in bianco e nero, diventa a colori e ricco di sensazioni. Caratterizzato da uno stile lento e avvolgente e dall'insolita prospettiva del punto di vista degli angeli, il film si lascia ricordare anche per la partecipazione speciale di Peter Falk: il "tenente Colombo" interpreta se stesso nel corso di un viaggio a Berlino, dove rivela di essere a sua volta un ex angelo che aveva scelto, una trentina di anni prima, di vivere in mezzo agli uomini. Ma c'è anche Nick Cave, con la sua musica: proprio a un concerto dei Bad Seeds, Damien ritroverà la ragazza che ama (Solveig Dommartin, poi compagna di Wenders e protagonista di "Fino alla fine del mondo", scomparsa circa un mese fa). Molto bella e affascinante l'alternanza fra b/n (ottenuto tramite un filtro) e colore, così come il flusso dei pensieri delle persone per la strada e nelle case, trasmesso telepaticamente agli angeli e allo spettatore. Alcune note: il film è internazionalmente noto con il titolo "Wings of Desire", che lo stesso Wenders ha dichiarato di preferire all'originale; Peter Handke ha collaborato alla sceneggiatura di alcune scene. Wenders, comunque, afferma che il film è parzialmente ispirato alle poesie di Rainer Maria Rilke, che parlano spesso di angeli; nel 1987 non era stato possibile girare nei pressi del Muro di Berlino, così quello che si vede in numerose scene della pellicola è un fac simile, costruito per l'occasione; il film, del quale Wenders dirigerà poi un seguito ("Così lontano, così vicino"), nel 1998 ha avuto anche il discutibile onore di un remake americano, "City of Angels", di Brad Silberling con Nicolas Cage e Meg Ryan, che fino ad adesso non ho mai visto.

5 ottobre 2006

Cabaret (Bob Fosse, 1972)

Cabaret (id.)
di Bob Fosse – USA 1972
con Liza Minnelli, Michael York
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Berlino, 1931: durante la repubblica di Weimar, una ballerina di un teatro di varietà sogna di diventare una grande attrice e intanto conosce un giovane inglese che si guadagna da vivere dando lezioni private. Le loro vicende, che si intrecciano con quelle di un amico che si innamora di una ricca ebrea e con quelle di un frivolo nobile, si dipanano leggere su uno sfondo ben più cupo: lentamente, infatti, assistiamo alla presa del potere del partito nazista, quasi silenziosa e sottovalutata dai più. Il valore del film (che peraltro vinse ben 8 premi Oscar) sta proprio in questo contrasto fra un mondo di divertimenti incoscienti e le tragedie che strisciano sullo sfondo. Tratto da un musical di Broadway, non ne conserva la struttura: anziché far cantare i personaggi principali, le canzoni e i numeri da ballo restano confinati agli spettacoli di varietà, sporadici siparietti fra una scena e l'altra. Molto bello registicamente (una scena per tutte: quella del canto dei nazisti in un locale all'aperto, che comincia dolce e accattivante e termina pieno di tensione e impeto bellicoso), con una brava interprete che tratteggia un personaggio egocentrico e sognatore.