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19 marzo 2023

Butterflies have no memories (Lav Diaz, 2009)

Butterflies have no memories (Walang alaala ang mga paru-paro)
di Lav Diaz – Filippine 2009
con Dante Perez, Willy Fernandez, Lois Goff
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il villaggio dove abita Mang Ferding (Perez), che dipendeva dalle estrazioni minerarie, si è svuotato e impoverito dopo la chiusura della miniera. L'uomo, un tempo direttore della sicurezza e ora rimasto senza lavoro, trascorre le giornate a ubriacarsi con l'amico Santos ed è fra quelli che rimpiangono il passato (nonostante la terra sia stata devastata, inquinata, e infine abbandonata al proprio destino). Quando la bella Martha (Goff), un'abitante che aveva lasciato le Filippine per trasferirsi in Canada all'età di nove anni, torna in vacanza nel paese, attira rapidamente le attenzioni di tutti, compreso il suo amico d'infanzia Willy (Fernandez). Ferding propone a quest'ultimo e a Santos di rapire la ragazza per chiedere un riscatto, ma gli scrupoli di coscienza sono troppo forti... Mediometraggio (40 minuti la versione ufficiale, 60 la director's cut) realizzato per il Jeonju Digital Project (brevi film finanziati dal festival del cinema di Jeonju, in Corea del Sud) con cui Diaz affronta temi a lui cari, quelli della memoria, del passato del proprio paese, della continua trasformazione del mondo rurale (che per alcuni è in meglio, per altri in peggio), e del difficile confronto fra l'uomo e l'ambiente circostante, che può sfociare nella depressione o nella diaspora. La breve durata (almeno rispetto alle abitudini del regista) non impedisce di caratterizzare i personaggi attraverso lunghe sequenze lente e mute, immersi in un bianco e nero che sembra riflettere le ansie e le angosce dell'animo stesso dei protagonisti. Interessante il personaggio di Martha, ormai scollegata dalla sua realtà natale (parla soltanto inglese, gira come una turista con una macchina fotografica per catturare nuovi ricordi, non si rende conto dell'effetto che il suo aspetto esercita su chi è rimasto). Il finale brusco lascia quasi l'impressione che si tratti solo della bozza di un film che avrebbe potuto essere più lungo e svilupparsi ulteriormente, ma in ogni caso la pellicola è compiuta e soddisfacente anche così com'è. "Il senso è sospeso su un battito d’ali", ha detto il regista, quello delle farfalle che portano via i ricordi e si librano al di sopra della vegetazione, circondando i tre uomini camuffati con i loro mascheroni da Moriones.

29 gennaio 2023

Vital (Shinya Tsukamoto, 2004)

Vital - Autopsia di un amore (Vital)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2004
con Tadanobu Asano, Nami Tsukamoto, Kiki
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Dopo aver perso la memoria in seguito a un incidente stradale nel quale è rimasta uccisa la sua compagna Ryoko (Nami Tsukamoto), il giovane Hiroshi (Tadanobu Asano) decide di riprendere gli studi di medicina all'università. E durante le lezioni di anatomia, si ritrova sul tavolo operatorio proprio il cadavere di Ryoko, la quale comincia anche ad apparirgli in una serie di visioni: che si tratti dei ricordi del passato che stanno tornando, o soltanto di sogni bizzarri? Sceneggiato dallo stesso Tsukamoto, un film sul tema della memoria e dell'elaborazione del lutto. L'ossessione di Hiroshi per la dissezione anatomica va infatti di pari passo con il tentativo di recuperare i ricordi del suo rapporto con Ryoko, mentre la figura della donna si confonde (o si sovrappone) con quella di Ikumi (Kiki), sua compagna di corso con cui instaura una relazione alquanto morbosa (con i tentativi di auto-asfissia che riecheggiano le suggestioni di suicidio di Ryoko). Regia, recitazione, atmosfere sono fredde e "sospese", come devono essere, risultando inquietanti e cronenberghiane, ma senza sfociare nell'horror puro o tenere troppo a distanza lo spettatore, anche perché qualcosa di concreto (si parla di cadaveri, dopo tutto) mantiene sempre sulla terra i personaggi alienati. Analizzando il corpo morto di Ryoko, è come se Hiroshi volesse scavare nell'inconscio, alla ricerca dell'anima, tanto in quella della donna (che per lui è un mistero) tanto nella propria (recuperando i ricordi perduti). Dopo tutto, come gli spiega un docente all'inizio, sono proprio alcune aree del cervello a essere responsabili di personalità e memoria. Nel cast Ittoku Kishibe (il professore di anatomia), Kazuyoshi Kushida (il padre di Hiroshi) e Jun Kunimura (il padre di Ryoko).

27 aprile 2022

La camera verde (François Truffaut, 1978)

La camera verde (La chambre verte)
di François Truffaut – Francia 1978
con François Truffaut, Nathalie Baye
***

Rivisto in divx.

Reduce dagli orrori della prima guerra mondiale, e dopo aver perso la moglie in giovane età, il giornalista Julien Davenne (Truffaut stesso, alla sua ultima prova come attore) ha sviluppato un vero e proprio culto ossessivo per i morti: è convinto i defunti possano "continuare a vivere, dentro di noi", purché non vengano dimenticati e non se ne tradisca la memoria. Per questo disapprova l'amico che, pochi mesi dopo la morte della moglie, è già pronto a risposarsi di nuovo; e per questo rinuncia a una promozione, che implica trasferirsi a Parigi in un giornale più grande, pur di continuare a lavorare nel piccolo paese dove è sempre vissuto e dove può commemorare amici, conoscenti e lettori ormai scomparsi. Pian piano si "ritira dalla vita", chiuso in sé stesso (con la sola compagnia di una vecchia domestica e di un bambino sordomuto), e diventa un "virtuoso della necrologia", scrivendo annunci funebri con una passione e una personalità senza pari (senza mai ripetere le stesse frasi di cordoglio: in una delle scene iniziali, se la prende con le parole di circostanza di un prete a un funerale). Per commemorare nel modo migliore la moglie, ma anche tutte le persone che hanno "contato" nella sua vita, restaura un'antica cappella funebre nel cimitero locale, raccogliendo lì tutti i ritratti e gli oggetti loro appartenuti. E quando conosce la giovane Cécilia (Nathalie Baye), innamorata di lui, le chiede di condividere insieme l'onere di custodire la cappella e di vegliare sui rispettivi defunti, nonostante la ragazza sia convinta invece che si debba dimenticare il passato e andare avanti. Ambientato nel 1928 e ispirato ad alcuni racconti di Henry James ("L'altare dei morti", "Gli amici degli amici" e "La tigre nella giungla"), un film che riflette in modo profondo sul senso del lutto e sul rapporto fra i vivi e i morti, ma soprattutto sull'importanza del ricordo e sul rifiuto dell'oblio, visto come sinonimo di superficialità a livello di sentimenti ("Sono scandalizzato dalla facilità con cui si dimenticano i morti"). In un certo senso, la pellicola prosegue nel percorso autobiografico che Truffaut ha sempre seguito durante tutta la sua filmografia (a partire da "I quattrocento colpi", per continuare in "Effetto notte" e "L'uomo che amava le donne"): qui l'attenzione si sposta alla vecchiaia e all'approccio alla morte, con la sua presenza incombente ("Metà delle persone che ho conosciuto sono già morte", diceva il regista in un'intervista pubblicata quello stesso anno), annunciata talvolta dalla degradazione del corpo (le foto degli insetti, ma anche dei corpi dei soldati sventrati dalla guerra, che Julien mostra al piccolo Georges). Nonostante il titolo, che si riferisce alla stanza che Julien ha dedicato come memoriale alla moglie, la fotografia della pellicola è cupa e quasi priva di colori. Jean Dasté è l'anziano caporedattore del giornale. La moglie di Julien, che appare solo in ritratto, è Laurence Ragon, mentre fra le foto degli altri defunti della cappella si riconoscono Marcel Proust, Oscar Wilde, Henry James, Jean Cocteau, Honoré de Balzac, Raymond Queneau, Henri-Pierre Roché, Maurice Jaubert (autore della colonna sonora) e Oskar Werner. Il fatto che uno dei pochi personaggi con cui Julien cerca di comunicare sia un ragazzino sordomuto (Patrick Maléon) ci ricorda naturalmente "Il ragazzo selvaggio", un altro film di Truffaut che aveva anche interpretato come protagonista. Piccole citazioni anche per Hitchcock (la scena del bambino in fuga e poi arrestato, un'esperienza biografica che il regista inglese aveva raccontato al collega in una delle sue interviste) e Buñuel (il manichino con le fattezze della moglie, che ricorda una sequenza di "Estasi di un delitto").

27 ottobre 2021

Io ti salverò (Alfred Hitchcock, 1945)

Io ti salverò (Spellbound)
di Alfred Hitchcock – USA 1945
con Ingrid Bergman, Gregory Peck
***

Visto in TV (Prime Video).

La dottoressa Costanza Petersen (Ingrid Bergman), giovane psicoanalista che lavora in un istituto psichiatrico, si innamora a prima vista del nuovo primario, il dottor Edwardes (Gregory Peck). E quando si scoprirà che costui è un impostore amnesico, che ha preso il posto del vero Edwardes (probabilmente da lui ucciso), decide di fuggire insieme a lui, nel tentativo di "curarlo", aiutandolo a recuperare la memoria e, si spera, a scagionarlo. Sceneggiato da Ben Hecht a partire da un romanzo di Francis Beeding, un thriller romantico imperniato sul tema della psicoanalisi, di cui vengono spiegate le basi (fu coinvolto persino uno "psychiatric advisor"). La pellicola si apre infatti con una didascalia che ne illustra le fondamenta scientifiche, oltre che con una frase dal "Giulio Cesare" di Shakespeare ("La colpa non è nelle stelle, ma in noi stessi"). Certo, a ben vedere la vicenda è a tratti improbabile per la semplicità con cui mette in scena i meccanismi dell'amnesia, della rimozione e del complesso di colpa: diciamo che si tratta di un'approssimazione a fini hollywoodiani (e in futuro si vedrà ben di peggio, con la psicoanalisi spesso oggetto di ridicolo). Da segnalare la sequenza del sogno, che fu immaginata da Salvador Dalì (con evidenti influssi dei dipinti di De Chirico) e diretta da William Cameron Menzies anziché da sir Alfred, per via di contrasti con il produttore David O. Selznick che portarono, fra le altre cose, a tagliare la suddetta sequenza riducendola a soli due minuti (secondo alcune fonti, in originale erano venti: il resto pare sia andato perduto). Proprio il sogno rivelatore contribuirà a risolvere la trama gialla, rivelando l'identità del vero colpevole. Ottimi i due protagonisti, in particolar modo la splendida Bergman nei panni di una donna considerata fredda e razionale che scopre per la prima volta l'amore, cosa che la discredita agli occhi dei colleghi ("Una donna innamorata occupa l'ultimo posto nella scala dei valori intellettuali"), al che lei replica "Ma il cuore vede più lontano della mente, a volte" e, parlando del finto Edwardes, "Non potrei amarlo così tanto se fosse malvagio". L'attrice è al primo di tre film girati con Hitchcock (gli altri due saranno "Notorious" e "Il peccato di Lady Considine"). Anche Peck tornerà a lavorare con il regista inglese ne "Il caso Paradine". Curiosità: la domanda che Costanza gli rivolge, "Sei mai stato a Roma?" sembra prefigurare "Vacanze romane"!

Molti temi ed elementi sono tipicamente hitchcockiani (l'uomo in fuga, la donna salvifica, la location risolutiva – in questo caso la montagna innevata). Notevole il capovolgimento dei ruoli di forza fra i due sessi rispetto alle consuetudini (qui l'eroina è la protagonista impavida e l'uomo è l'elemento sperso, in difficoltà e da salvare). Nel cast anche Leo G. Carroll (il dottor Murchison, il vecchio primario della clinica), Rhonda Fleming (all'esordio sul grande schermo: è la ninfomane violenta) e soprattutto Michael Čechov, nipote del drammaturgo Anton Čechov, nei panni del vecchio dottor Brulov, il mentore di Costanza. Allievo di Stanislavskij e insegnante di recitazione, Čechov contava fra i suoi allievi a Hollywood proprio Peck e la Bergman. La regia di Hitchcock (che si concede il consueto cameo: è l'uomo che esce dall'ascensore dell'albergo fumando un sigaro) è elegante, con tanti zoom e primi piani e un uso espressionistico della luminosa fotografia di George Barnes. Da sottolineare la resa delle immagini del subcosciente (come il corridoio con le porte che si aprono per lasciare entrare la luce, nel momento del bacio fra i due protagonisti), l'ossessione di Peck per le righe nere su fondo bianco (che gli riportano alla mente lo shock subito), la sequenza dell'arresto e della condanna dell'uomo (attraverso una serie di primi piani della Bergman), la soggettiva da dentro il bicchiere di latte e soprattutto quella, nel finale, della pistola dell'assassino, che ruota di 180 gradi e che consentì alla produzione di superare il divieto della censura nel mostrare un suicidio sullo schermo. Dopo lo sparo, per due fotogrammi la pellicola è colorata di rosso. La bella colonna sonora di Miklós Rózsa (che vinse l'Oscar: il film ricevette anche le candidature come miglior pellicola, regista, attore non protagonista (Čechov), fotografia ed effetti visivi) fa ampio uso del theremin, all'epoca una novità: ma anch'essa fu oggetto di contrasti fra il regista e il produttore. Cosa non rara nei lungometraggi di quegli anni, il film si apre con una "overture" di quattro minuti (su immagine fissa) e si chiude con una "exit music" di oltre due (manca invece l'"intermission"). L'edizione italiana presenta come al solito nomi "italianizzati" (Costanza, Antonio, Alessio, ecc., al posto degli originali Constance, Anthony, Alex...).

3 gennaio 2021

The whispering star (Sion Sono, 2015)

The whispering star (Hiso hiso boshi)
di Sion Sono – Giappone 2015
con Megumi Kagurazaka
***

Visto in TV (Prime Video).

In un universo popolato all'80% da macchine, e dove il genere umano è ormai in via di estinzione, l'androide Yoko Suzuki lavora come "corriere spaziale", viaggiando con la sua astronave vintage da un pianeta all'altro per consegnare misteriosi pacchi. Soltanto gli umani si affidano ancora a questo vetusto servizio di consegna, che richiede anni per essere portato a termine, anziché al più pratico teletrasporto, forse per un'atavica paura del moderno. Reclusi e isolati in pianeti semidistrutti e morenti (il film è stato girato nei luoghi colpiti dal disastro nucleare di Fukushima), gli uomini vivono ormai di ricordi del passato, aggrappandosi ad oggetti e a cose perdute, apparentemente insignificanti ma ultime testimonianze del loro mondo di un tempo. Un film molto diverso da tutti quelli di Sion Sono che finora avevo visto: malinconico e meditativo anziché provocatorio e sopra le righe, con atmosfere di tristezza e solitudine veicolate anche dalla fotografia in bianco e nero (o seppia: una sola brevissima scena è invece a colori), dagli interni retrò della piccola astronave di Yoko (che riproduce un antiquato tinello, con tanto di rubinetto gocciolante, lampada al neon, tavolino, dispensa e vecchie prese elettriche, spazio che l'androide condivide con l'altrettanto vetusto – e talvolta malfunzionante – computer di bordo, la cui voce è la sua unica compagnia durante il lungo viaggio), dalla cifra surreale (vedi per esempio lo scorrere del tempo, scandito da cartelli che indicano i giorni della settimana, che pure hanno ben poco significato per un androide capace di restare inattivo anche per mesi o per anni) e dalle sequenze ambientate sui pianeti dove risiedono gli ultimi umani (come quello, che dà il titolo al film, in cui è vietato produrre rumori superiori ai 30 decibel, perché risulterebbero letali per gli abitanti). È una fantascienza esistenziale e minimalista, che da un lato ricorda quella di Andrej Tarkovskij ("Solaris" e "Stalker"), o in generale dell'Europa dell'Est (cui si rifanno spesso i registi giapponesi, si pensi anche a Mamoru Oshii), e dall'altra il "Dark star" di John Carpenter (compresi gli echi kubrickiani del dialogo con il computer di bordo). Trovate come il diario dell'androide registrato su nastro o la lattina incastrata sotto la scarpa perché "fa un bel rumore" contribuiscono a stimolare la narrazione, mentre Yoko si interroga (e noi con lei) su cosa significhi essere umani. Al fianco della protagonista assoluta, Megumi Kagurazaka, recitano in brevi scene (come dicono i titoli di testa) "le persone che ancora vivono nelle unità abitative temporanee di Namie, Tomioka e Minami Soma" nella prefettura di Fukushima, zone evacuate dopo il disastro nucleare del 2011 (altro parallelo con "Stalker").

31 dicembre 2020

Strange days (Kathryn Bigelow, 1995)

Strange days (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 1995
con Ralph Fiennes, Angela Bassett
***1/2

Rivisto in DVD.

Nella Los Angeles del 1999, caotica, violenta e alla vigilia del nuovo millennio, l'ex poliziotto Lenny Nero (Ralph Fiennes) si guadagna da vivere come spacciatore di "memorie virtuali", ovvero registrazioni clandestine di esperienze altrui che, tramite un apposito circuito neuronale, possono essere trasmesse al cervello di un fruitore che le guarda in tempo reale come se fossero sue: si tratta di una tecnologia illegale e diffusa solo sul mercato nero, perché – proprio come una droga – può provocare dipendenza e alienazione dalla realtà. Quando la prostituta Iris, prima di essere uccisa da un misterioso killer, gli chiede aiuto perché è entrata in possesso di una clip che svela la complicità della polizia nell'assassinio del popolarissimo rapper nero Jeriko One (rivelazione che rischia di far esplodere ancora di più la violenza nelle strade), Nero si preoccupa che anche la sua ex fidanzata Faith (Juliette Lewis) possa essere in pericolo: Faith ora sta infatti con Philo Gant (Michael Wincott), l'ambiguo manager di Jeriko One, che potrebbe essere implicato nel suo omicidio... Scritta e prodotta da James Cameron (che all'epoca era sposato con la Bigelow), ma più dark e "adulta" dei suoi soliti film, una pellicola cyberpunk originale e potente, fra le migliori a portare sullo schermo il tema degli innesti di memoria artificiale (la si paragoni per esempio al contemporaneo "Johnny Mnemonic", di maggior successo al botteghino ma complessivamente meno riuscito) all'interno di una vicenda che fonde il giallo-thriller (l'identità dell'assassino rimane in dubbio fino alla fine) con i temi sociali (le rivolte per le strade si ispirano alle proteste dopo il caso di Rodney King), passando per l'introspezione esistenziale fino a un finale spettacolare e liberatorio. Il film si svolge infatti nell'arco di sole 24 ore, quelle che precedono il capodanno del 2000 e l'inizio di un nuovo millennio ("il 2K") che è atteso con toni apocalittici, quasi fosse "la fine del mondo". E le sequenze conclusive, con la pioggia di coriandoli colorati che ricopre la folla in festa per le strade, non si dimenticano facilmente. Da apprezzare il world building cupo e distopico, la fotografia colorata, la regia (con le numerose "soggettive" delle memorie virtuali) ma anche la costruzione dei personaggi, in particolare quelli di contorno, che rivestono ruoli non stereotipati: fra questi Mace (Angela Bassett), la tostissima autista di colore che aiuta Nero nella sua indagine, e l'amico Max (Tom Sizemore), suo ex collega "sballato". Vincent D'Onofrio e William Fichtner sono i due poliziotti cattivi. Flop di pubblico alla sua uscita, forse anche per i sottotesti pornografici, il film – complice anche una difficile reperibilità – ha lentamente conquistato un'aura da cult movie: rimane tuttora il miglior lavoro della Bigelow, insieme a "Point Break". Il look di Ralph Fiennes con il giubbotto nero ha ispirato il personaggio di Harlan Draka nella serie a fumetti "Dampyr" della Sergio Bonelli Editore. Il titolo della pellicola proviene dall'omonima canzone dei Doors: ma sui titoli di coda spicca "While the Earth sleeps" di Peter Gabriel e dei Deep Forest.

20 novembre 2020

Dark city (Alex Proyas, 1998)

Dark city (id.)
di Alex Proyas – USA/Australia 1998
con Rufus Sewell, William Hurt
***

Rivisto in divx (director's cut).

In una città dove il sole non sembra sorgere mai, John Murdoch (Rufus Sewell) si risveglia in una camera d'albergo senza ricordare alcunché del proprio passato. Inseguito da misteriose creature che somigliano a pallidi Nosferatu vestiti di pelle, si dà alla fuga con l'aiuto di un bizzarro medico (Kiefer Sutherland) che sembra sapere molte cose sulla sua situazione. Nel frattempo sulle sue tracce si lanciano anche l'ispettore di polizia Frank Bumstead (William Hurt), convinto che si tratti di un killer di prostitute, e sua moglie Emma (Jennifer Connelly), cantante in un cabaret. L'ambientazione neo-noir non deve ingannare: si tratta di un singolare e cupo film di fantascienza, nel quale Proyas (autore anche del soggetto) recupera le atmosfere notturne e soprannaturali del precedente "Il corvo", mettendole al servizio di una vicenda avvolgente, metaforica e ricca di colpi di scena. Se le ispirazioni – pur nell'originalità dell'insieme – sono molte ed evidenti ("Metropolis" di Fritz Lang e in generale l'espressionismo tedesco, "Brazil" di Terry Gilliam per la distopia kafkiana e surreal-esistenziale, e l'immancabile "Blade runner" con la sua contaminazione di noir e fantascienza su tutte, ma anche "Dracula", satire come "Il tunnel sotto il mondo" e "Truman show", e persino "Lamù: Beautiful dreamer" di Mamoru Oshii), la pellicola a sua volta rappresenterà un indiscutibile punto di riferimento estetico e contenutistico per il "Matrix" degli allora fratelli Wachowski, che uscirà l'anno successivo, e per "Inception" di Christopher Nolan. Concetti come la volatilità o la relatività delle memorie, temi come l'umanità usata come cavia per esperimenti da misteriosi alieni, e immagini come la città che si modifica ogni giorno (con palazzi che sorgono o cambiano di posto, riplasmando di fatto la realtà a ogni mezzanotte) o che viaggia nello spazio su un disco-astronave (letteralmente una "Flat Earth"!) prendono vita sullo schermo all'interno di un lungometraggio che passa rapidamente dal noir all'horror gotico, dalla fantascienza alla pellicola di supereroi (vedi lo scontro finale a base di superpoteri), con una sceneggiatura ben servita da attori carismatici e in parte. Fra gli "stranieri" ci sono il Richard O'Brien di "Rocky Horror" (Mr. Hand), Ian Richardson (Mr. Book) e Bruce Spence (Mr. Wall). L'ambientazione notturna, urbana e retrò, deve ovviamente molto ai film noir degli anni Quaranta e Cinquanta: la fotografia cupissima è di Dariusz Wolski, mentre le scenografie sono di Patrick Tatopoulos (l'intera città è costruita in studio). Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Lem Dobbs e David S. Goyer (quest'ultimo reclutato da Proyas grazie al suo "Blade"). Consiglio la visione della director's cut uscita nel 2008, che amplia numerose scene (rendendo più toccante la love story e approfondendo i personaggi di contorno) ed elimina la voce fuori campo che all'inizio anticipa un po' troppe cose.

10 settembre 2020

Sto pensando di finirla qui (C. Kaufman, 2020)

Sto pensando di finirla qui (I'm thinking of ending things)
di Charlie Kaufman – USA 2020
con Jessie Buckley, Jesse Plemons
**1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Sotto una fitta nevicata, in un paesaggio vuoto e desolato, Lucy (Buckley) si sta recando in auto con il fidanzato Jake (Plemons) a conoscere i genitori di lui, che vivono in una fattoria fuori città. Incerta e piena di dubbi, la ragazza sta meditando (con le parole che danno il titolo alla pellicola) di troncare la relazione, o forse la propria vita, che va avanti solo per inerzia ed abitudine. Ma non tutto è come sembra... e non potrebbe essere altrimenti, visto che stiamo parlando di un film di Charlie Kaufman, il cerebrale sceneggiatore di pellicole altamente oniriche e metafisiche come "Essere John Malkovich" e "Se mi lasci ti cancello", che qui ha adattato un romanzo di Iain Reid. Lucy e l'intero mondo che la circonda sono infatti il prodotto della mente di Jake, anziano bidello e inserviente in un liceo, che al culmine di un'esistenza grigia e solitaria si costruisce un passato basato sui rimpianti e sulle svolte che non ha saputo cogliere. "Bisogna ricordarsi che il mondo è più grande dell'interno della tua testa". "Lucy" è dunque il simulacro di una ragazza che ha conosciuto fugacemente, ma con cui non si è davvero fidanzato, sulla quale l'uomo proietta tutti i suoi interessi, le sue aspirazioni e le sue conoscenze (è di volta in volta una biologa, una fisica, una poetessa, una pittrice, una critica cinematografica), discute di argomenti culturali, esistenziali, filosofici, ne cerca l'approvazione (la necessità di essere compreso e approvato è forte in lui) e quella soddisfazione che nella vita (o dai genitori) non ha mai avuto. I contenuti dei lunghi dialoghi fra i due personaggi riecheggiano episodi o elementi del mondo esterno, legati al passato o al presente di Jake. E l'atmosfera, irreale e ambigua (è quasi subito evidente che ci sia qualcosa di strano, come un mondo che viene creato e modificato sul momento), si fa a tratti surreale o inquietante come in un film di David Lynch (vedi la breve sosta al negozio di gelati). Nel finale, la forma filmica fa ricorso anche al balletto, all'animazione e al musical ("Oklahoma"). Ma in questa riflessione surreale ed esistenziale non tutto è riuscito: la visione del film potrebbe risultare snervante per le sue lungaggini, l'insistenza sui dettagli rivelatori e una certa pretenziosità. Ottimi gli attori. Toni Collette e David Thewlis (attraverso vari gradi di invecchiamento) interpretano i genitori, Guy Boyd è il vecchio bidello. Come a voler suggerire che ci troviamo in un luogo ristretto (ovvero la mente di Jake), la pellicola è girata in 4:3. Citazioni metacinematografiche per Robert Zemeckis (di cui si mostra uno pseudo-film) e John Cassavetes (si discute di "Una moglie").

2 settembre 2020

Demoni e dei (Bill Condon, 1998)

Demoni e dei (Gods and Monsters)
di Bill Condon – GB/USA 1998
con Ian McKellen, Brendan Fraser
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Alla fine degli anni cinquanta, James “Jimmy” Whale (McKellen), il leggendario regista del "Frankenstein" con Boris Karloff, trascorre la vecchiaia da recluso nella sua villa con piscina a Hollywood. Reduce da un ricovero in ospedale, è in fase di declino mentale, in preda a un fiume di ricordi incontrollati che si mescolano con i sogni e le allucinazioni legate al suo passato e alla sua arte (come i primi amori o le esperienze vissute in trincea durante la prima guerra mondiale). Omosessuale dichiarato, sembra attratto dal nuovo giardiniere della villa, il giovane e prestante Clayton Boone (Fraser), al quale chiede di posare per un ritratto e con cui stringe una singolare amicizia, essendo i due diversi in ogni cosa (per età, esperienze e vissuto: l'uno troppo legato al passato, l'altro senza apparente futuro). In realtà Jimmy sta progettando il proprio suicidio, e spera che proprio Clayton possa esserne l'artefice. Ispirato agli ultimi anni di vita del vero James Whale e alle sue creature più celebri, forse il più bel film di Condon: una riflessione sulla vita, l'amicizia e la tolleranza, attraverso la metafora del mostro più famoso della storia della settima arte: un "cattivo" che in realtà era soltanto un incompreso, con cui a tratti si identificano sia Jimmy che Clayton. Bello anche l'omaggio al cinema del passato: dai vecchi film degli anni trenta che ora fanno più ridere che paura (anche se Whale afferma che questo era l'intento sin da allora), alla dorata Hollywood dove vecchi relitti si tengono a galla con feste frivole ma sontuosissime. Il titolo della pellicola deriva da una frase de “La moglie di Frankenstein”, anche se la traduzione italiana è imprecisa (in originale era: "Dei e mostri"). E anche i titoli di coda richiamano quelli dei film che omaggia (con la dicitura “A good cast is worth repeating”). Ottimo Ian McKellen, in un ruolo particolarmente sentito. Fraser, con i capelli squadrati da marine, richiama in silhouette proprio il mostro di Frankenstein (e la cosa è naturalmente voluta). Bello anche il personaggio di Hanna, la fedele governante di casa Whale, interpretato da Lynn Redgrave. Il film vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (che Condon trasse dal romanzo "Father of Frankenstein" di Christopher Bram), oltre a ricevere nomination per le interpretazioni di McKellen e Redgrave.

28 agosto 2020

Atto di forza (Paul Verhoeven, 1990)

Atto di forza (Total Recall)
di Paul Verhoeven – USA 1990
con Arnold Schwarzenegger, Rachel Ticotin
**1/2

Rivisto in TV.

Operaio in un’industria di costruzioni e sposato con un’avvenente bionda (Sharon Stone), Douglas Quaid (Schwarzy) ha ricorrenti incubi notturni in cui sogna di essere un agente segreto su Marte. Quando si rivolgerà alla Rekall, un’agenzia di viaggi virtuali specializzata in innesti di memorie fasulle, scoprirà che proprio quella era la sua vita reale, e che il ricordo dell’esistenza quotidiana sulla Terra (con tanto di finta moglie) gli è stato impiantato artificialmente per scopi misteriosi… Da un racconto di Philip K. Dick (“Ricordiamo per voi”), da cui prende però solo lo spunto e modifica gli sviluppi e il finale, un action movie fantascientifico che unisce ottime trovate (su tutte il tema dei ricordi virtuali, che lascia sospettare a più riprese che anche quello che vediamo sullo schermo sia solo frutto dell’immaginazione del protagonista: la pellicola si chiude addirittura con Douglas che si domanda: “E se fosse stato tutto un sogno?”) a scene d’azione non particolarmente innovative o memorabili, soprattutto quando la storia si trasferisce su Marte. Ed è un vero peccato che una Sharon Stone così cattiva, bellissima e supersexy, esca di scena dopo poco più di una ventina di minuti: farà ancora una comparsata più avanti, ma non c’è proprio confronto fra lei e la co-protagonista Rachel Ticotin. I cattivi sono Ronny Cox, Michael Ironside e Mel Johnson Jr. Niente di speciale le scenografie (gli ambienti su Marte, i costumi e i veicoli sembrano provenire da un film degli anni settanta), bene invece il trucco e gli effetti visivi (di Rob Bottin, premiato con l’Oscar): oltre ai vari “mutanti” e mostriciattoli vari (come Kuato, il capo della ribellione contro il governatore marziano), è rimasto iconico il travestimento da “signora grassa” di Schwarzy al suo sbarco sul pianeta rosso. Al netto della veste fantascientifica, il soggetto è praticamente hitchcockiano, con un “uomo qualunque” (perché è questo che Douglas è, senza le memorie del suo autentico alter ego Hauser) in fuga e invischiato in un intrigo internazionale (anzi, interplanetario!) di cui non conosce i dettagli. E se all’inizio alcune cose ci sembrano strane (perché i cattivi lo vogliono vivo?), tutto poi tornerà, grazie anche a qualche colpo di scena non proprio prevedibile. Nel complesso il mix fra futuro (con ologrammi e schermi giganti), trip mentali e filosofici (tipici di Dick) e l’estrema violenza del cinema di Verhoeven (in abbinamento con i muscoli di Schwarzy, vero e proprio “Maciste nello spazio”) funziona. I produttori giocarono con l’idea di farne un sequel (ispirandosi a un altro racconto di Dick, “Rapporto di minoranza”), prima di rinunciare e lasciare tale racconto a Spielberg (che nel 2002 vi trarrà “Minority report”). Un remake nel 2012.

31 ottobre 2019

L'anno scorso a Marienbad (A. Resnais, 1961)

L'anno scorso a Marienbad (L'année dernière à Marienbad)
di Alain Resnais – Francia/Italia 1961
con Delphine Seyrig, Giorgio Albertazzi, Sacha Pitoëff
***1/2

Rivisto in divx.

In un gigantesco e lussuoso albergo (il film è stato girato nei palazzi reali di Monaco di Baviera e dintorni, con immensi giardini annessi), uno sconosciuto (Albertazzi) afferma di aver già incontrato l'anno prima una donna (Seyrig) – "È stato a Friedrichsbad? O forse a Marienbad?" (tutte celebri località termali) – e cerca di convincerla a fuggire con lui, abbandonando il marito (Pitoëff). Lui ricorda ogni dettaglio del loro precedente incontro, lei invece no (o fa finta di aver dimenticato?). Scritto da Alain Robbe-Grillet (che si ispirò, pare, al romanzo "L'invenzione di Morel" di Adolfo Bioy Casares), il secondo lungometraggio – e secondo capolavoro – di Resnais dopo "Hiroshima mon amour" è un lento ed enigmatico tuffo in un mondo sospeso, misterioso e senza tempo: vediamo spesso i personaggi "congelati" come statue, o immersi in un flusso di dialoghi o di frammenti di conversazioni che si ripetono in continuazione, senza senso o senza contesto. Spersi fra i saloni, i corridoi e le gallerie di questo albergo sontuoso e barocco ma vetusto, ricolmo di specchi, stucchi, statue e marmi, i ricchi avventori sembrano anime smarrite in un limbo da cui è impossibile uscire, in balia del destino o della morte. I lenti movimenti di camera, le eleganti inquadrature, il montaggio sofisticato, la letterarietà dei dialoghi, l'incessante musica organistica completano un'esperienza che per lo spettatore può risultare, a seconda dei gusti, vacua e snervante oppure onirica e ipnotica. E le riflessioni sul tempo e sui ricordi acquistano una certa qualità ultraterrena, surreale o metafisica. Di fatto, non è chiaro quanto di quello che avviene sullo schermo (o che i personaggi ricordano) sia reale, oppure frutto di un sogno o dell'immaginazione. Leone d'Oro a Venezia, il film fu anche candidato all'Oscar per la miglior sceneggiatura. Affascinante, fra i tanti spunti, il giochino (con le carte o i fiammiferi) che Sacha Pitoëff propone agli altri ospiti dell'albergo: una variante del Nim in cui il giocatore che toglie l'ultimo elemento (partendo da file di 1, 3, 5 e 7) perde la partita: Pitoëff afferma di vincere sempre, inesorabile – anch'egli – come la morte. Personalmente adoro il gioco e lo faccio spesso ai miei amici!

13 maggio 2019

Lo specchio (Andrej Tarkovskij, 1975)

Lo specchio (Zerkalo)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1975
con Margarita Terechova, Ignat Daniltsev
***

Rivisto in DVD.

Attraverso una serie di sogni e di ricordi, il quarantenne Aleksei (del quale da adulto non vediamo mai il volto, ma udiamo solo la voce: è evidentemente un alter ego di Tarkovskij) rievoca la propria infanzia e in particolare il rapporto con la madre (Margarita Terechova), che dopo la partenza del padre per la seconda guerra mondiale ha cresciuto da sola lui e la sorellina nella cascina di famiglia, una casa di legno in campagna, circondata da campi e da boschi. Da adulto, lo stesso Aleksei ha un figlio, Ignat (Ignat Daniltsev), e la sua ex moglie Natalya ha lo stesso volto della madre nei suoi sogni. Il quarto film di Tarkovskij è il suo lavoro più intimo e personale, e forse anche quello più difficile da raccontare e da decifrare dopo una sola visione (andrebbe rivisto più volte, anche perché se la narrativa non è lineare, visivamente è uno dei più ricchi e belli): una collezione di immagini, reali od oniriche, che rievocano il passato e lo mettono a confronto con il presente, un intricato dedalo di ricordi e di simboli che guardano all'arte (opere e dipinti del rinascimento, in particolare con Leonardo da Vinci che ricorre, la musica di Bach, Pergolesi e Purcell, le citazioni di Dante, Čechov, Puškin e Dostoevskij) e agli elementi della natura: l'acqua (la pioggia, la madre che si lava i capelli), il fuoco (gli incendi del cascinale e del cespuglio), l'aria (il vento che muove la vegetazione, quasi un respiro della natura stessa) e la terra (il fango). Alternando sequenze a colori ad altre in bianco e nero (o color seppia: i colori del passato), filmati di repertorio legati a eventi storici e scene surrealmente ricostruite, il film ripercorre episodi dell'infanzia del protagonista (legati sempre alla madre o, in alcuni casi, al padre che fa un breve ritorno a casa dopo la guerra) alternandoli alle difficoltà del presente. Il risultato è molto suggestivo, per quanto a tratti enigmatico, legato com'è a un vissuto individuale (lo "specchio" del titolo equivale a guardare dentro di sé). E come i ricordi, i volti e i personaggi si confondono (al pari della madre e la moglie, anche Aleksei da giovane è interpretato dallo stesso attore cha fa suo figlio Ignat). Che il film sia autobiografico è reso evidente da parecchi elementi: in casa di Aleksei è visibile un poster di "Andrej Rublev", le poesie recitate dalla voce fuori campo sono scritte dal padre del regista, Arsenij Tarkovskij, mentre nel finale, quando la madre appare con il suo reale volto invecchiato, è interpretata dalla sua vera madre, Marija Višnjakova Tarkovskaja. Per il doppio ruolo di Margarita Terechova, Tarkovskij aveva inizialmente pensato a Bibi Andersson.

24 febbraio 2019

Mr. Holmes (Bill Condon, 2015)

Mr. Holmes - Il mistero del caso irrisolto (Mr. Holmes)
di Bill Condon – GB/USA 2015
con Ian McKellen, Milo Parker
**

Visto in TV.

Nel 1947, uno Sherlock Holmes novantatreenne (Ian McKellen), che si è ritirato a vivere in campagna da quasi trent'anni, si diletta di apicoltura e soffre di amnesia senile, cerca di ricordare i dettagli dell'ultimo caso a cui aveva lavorato e che aveva coinvolto l'infelice Ann Kelmot (Hattie Morahan). Ad aiutarlo a rimettere insieme i pezzi del puzzle c'è Roger (Milo Parker), il figlio della sua domestica Mrs. Munro (Laura Linney). Il bravo McKellen torna a recitare per Bill Condon dopo "Demoni e dei", e la sua presenza è il principale pregio di un film delicato che cerca di mostrare uno Sherlock Holmes diverso da tutti quelli che abbiamo visto sullo schermo: non solo anziano (anzi, decrepito: anche gli eroi immortali e più classici invecchiano!) e con problemi di memoria, ma anche idiosincratico rispetto alle sue caratteristiche "mediatiche" (cappello, pipa, ecc.), che afferma essere invenzioni o "licenze poetiche" del dottor Watson per abbellire i suoi racconti. C'è persino una scena in cui si reca al cinema per assistere alla versione filmata del romanzo ispirato al caso cui sta lavorando (l'attore protagonista è Nicholas Rowe, che aveva interpretato il detective in "Piramide di paura"). La trama gialla, invece, è solo un pretesto: i veri temi sono appunto la memoria e la vecchiaia, capace di cancellare anche i sensi di colpa. Suggestivi i bei paesaggi della costa meridionale della Gran Bretagna (con le bianche scogliere di Dover), anche se la fotografia è patinata e convenzionale. La sottotrama dedicata alla trasferta in Giappone (nel cast c'è anche Hiroyuki Sanada), invece, sembra un riempitivo e lascia il tempo che trova.

10 gennaio 2019

Mirage (Edward Dmytryk, 1965)

Mirage (id.)
di Edward Dmytryk – USA 1965
con Gregory Peck, Diane Baker
**1/2

Visto in TV.

In seguito a un improvviso blackout nel grattacielo newyorkese dove lavora, il perito contabile David Stillwell (Peck) scopre di non ricordare più gran parte del proprio passato, al di là degli ultimi due anni. E in contemporanea con una serie di strani accadimenti (il suicidio di un importante filantropo e attivista politico, che si getta dalla finestra del proprio ufficio; misteriosi individui che lo seguono e lo prendono di mira, forse perché lo scambiano per qualcun altro), completamente disorientato, si rivolge dapprima a uno psichiatra e poi a uno scalcinato detective privato (Walter Matthau) affinché lo aiutino a far luce sulla vicenda... Interessante thriller nella vena di "Sciarada" e dai toni hitchcockiani (ci sono tutti gli ingredienti cari al maestro del brivido: l'uomo comune al centro di un intrigo internazionale, il MacGuffin cui tutti danno la caccia, la donna misteriosa e fatale), calato nell'attualità (è in gioco la pace nel mondo, attraverso il disarmo nucleare) e con accenni satirici verso la "grottesca modernità" (l'automazione dei servizi, come gli ascensori). La sceneggiatura forse non è del tutto oliata, e la storia è un po' confusa e stiracchiata (anche lo spettatore è lasciato all'oscuro di tutto, come il protagonista, fino al finale che spiega ogni cosa), ma la regia di Dmytryk la vivacizza occasionalmente con il montaggio di frasi e momenti precedenti come improvvisi lampi di memoria nel flusso del racconto. Nel cast anche Walter Abel, George Kennedy e Kevin McCarthy.

3 ottobre 2018

Poveri milionari (Dino Risi, 1958)

Poveri milionari
di Dino Risi – Italia 1958
con Maurizio Arena, Renato Salvatori
**

Visto in TV.

Terzo episodio delle avventure di Romolo (Arena) e Salvatore (Salvatori), cominciate con "Poveri ma belli" e proseguite con "Belle ma povere". A questo giro manca la co-protagonista Marisa Allasio, sostituita da Sylva Koscina in un ruolo piuttosto stereotipato, e cambia anche il setting della vicenda: ma senza l'ambientazione proletaria (che diventa piccolo borghese) si perde molto dell'atmosfera che rendeva speciali i primi due film. Freschi di nozze l'uno con la sorella dell'altro – Marisa (Lorella De Luca) e Anna Maria (Alessandra Panaro) – dopo una problematica luna di miele i giovani si trasferiscono a vivere in un appartamento ancora in costruzione (mancano persino i vetri alle finestre). Investito dall'auto della ricchissima ed eccentrica Alice (Koscina), Salvatore perde la memoria e viene accolto in casa da questa, che se ne innamora e lo nomina direttore generale dei grandi magazzini di cui è proprietaria. Si tratta degli stessi negozi dove Romolo lavora come commesso, e dove Salvatore farà assumere anche Marisa, di cui si invaghisce senza sapere che è già sua moglie... Non più bulli di borgata, i due personaggi sembrano ora uscire da una commedia degli equivoci americana o dalle pagine di un fumetto comico (la trovata dell'amnesia è quanto di più riciclato ci possa essere), e la pellicola risulta assai lontana dal realismo precedente, oltre che prevedibile e debole sia come trama che come gag (un'altra botta in testa farà guarire Salvatore). Ma la verve dei due attori (che battibeccano di continuo), oltre al buon ritmo della regia di Risi, tiene a galla la baracca e garantisce un innocuo divertimento. Dei due interpreti, che con questa trilogia ottennero un'improvvisa popolarità, quello che farà poi la carriera migliore è Salvatori (lo ricordiamo, per esempio, ne "I soliti ignoti", "Rocco e i suoi fratelli" e "Queimada"). Cameo per Fred Buscaglione.

30 luglio 2018

Solaris (Andrej Tarkovskij, 1972)

Solaris (id.)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1972
con Donatas Banionis, Natalya Bondarchuk
***1/2

Rivisto in divx.

Lo psicologo Kris Kelvin (Donatas Banionis) viene inviato a bordo della stazione spaziale che orbita attorno a Solaris, pianeta ricoperto per intero da un misterioso oceano i cui vortici e le cui correnti lo fanno somigliare a un gigantesco cervello (tanto che c'è chi suppone che sia "pensante"). Gli scarsi progressi ottenuti nel corso degli anni dalla "solaristica", la scienza che studia le strane proprietà del pianeta, stanno spingendo i burocrati verso lo smantellamento della stazione, che dalle decine di scienziati che ospitava un tempo è ora ridotta a soli tre occupanti, Sartorius (Anatolij Solonitsyn), Snaut (Jüri Järvet) e Gibarian (Sos Sargsyan). E in effetti il compito di Kelvin è proprio quello di valutare l'opportunità di mantenerla in funzione. Ma l'uomo scoprirà che nei suoi corridoi e nelle sue stanze appaiono strane presenze, che il pianeta materializza dai ricordi e dalla coscienza dei suoi occupanti. Kelvin ritrova così Hari (Natalya Bondarchuk), la sua giovane moglie che si era avvelenata dieci anni prima... Tratto dal romanzo omonimo di Stanislaw Lem, il terzo lungometraggio di Tarkovskij è un film di fantascienza, sì, ma decisamente sui generis. Pubblicizzato in occidente come "la risposta sovietica a '2001: Odissea nello spazio'", appartiene – come il capolavoro di Kubrick – al genere della fantascienza filosofica, ed è una pellicola che esplora i temi della conoscenza, della memoria, dell'inconscio e del significato stesso di umanità. In Italia venne "adattato" da Dacia Maraini, che lo mutilò di quasi un'ora, compresi i quaranta minuti introduttivi, aggiunti da Tarkovskij rispetto al romanzo originale e ambientati sulla Terra, in cui Kelvin – alla vigilia della sua partenza – riceve nella casa del vecchio padre (Nikolai Grinko) la visita di Benton (Vladislav Dvorzhetsky), pilota in pensione che anni prima aveva riferito strani avvistamenti sopra l'oceano di Solaris. Questa prima parte è importante perché in essa Kelvin, che si mostra scettico di fronte alle parole di Benton, lascia intendere che non vedrà più il padre, evidentemente troppo vecchio per essere ancora lì ad aspettarlo al suo ritorno (i tempi dei viaggi spaziali, si sa, possono essere lunghi: non viene mai specificato quando distante sia il pianeta, né i dettagli della tecnologia dei voli interstellari). E tutto ciò darà un particolare significato alla scena finale. Le parti tagliate in Italia saranno poi reintegrate (con sottotitoli) nel DVD.

L'oceano di Solaris è un'entità vivente, che si nutre dei ricordi degli uomini della stazione e comunica con loro generando dei simulacri immortali, "fantasmi" o "ospiti" (come vengono definiti) che in alcuni casi – come in quello di Hari – possono arrivare a ritenersi essi stessi umani. Lento ma ragionato, misterioso e metafisico, il film avvolge lo spettatore con le sue immagini legate all'acqua e alla vita (dalla prima inquadratura, quella delle alghe sommerse nello stagno, alle ripetute sequenze del vasto oceano di Solaris, con i suoi vortici, le onde e la schiuma), le riflessioni sui ricordi e la nostalgia (i sogni di Kelvin di sé stesso bambino, che gioca nella neve in compagnia della madre (Olga Barnet), una donna bellissima che finisce col confondersi con la stessa Hari), quello della conoscenza (che risalta dalla contrapposizione di vedute fra gli scienziati: c'è chi è disposto a distruggere l'oggetto studiato pur di comprenderlo, come lo sprezzante e arido "razionalista" Sartorius, e chi invece preferisce distruggere sé stesso, come fa Gibarian, che si suicida prima dell'arrivo di Kelvin; chi vuole proseguire nella sua eterna ricerca rivolta all'esterno, ancora Sartorius, e chi, come lo smarrito Snaut, afferma che prima di tutto "l'uomo deve conoscere l'uomo. Non abbiamo bisogno del cosmo ma di uno specchio", citando non a caso il titolo del film successivo del regista). Prima di studiare pianeti extrasolari, non sarebbe meglio proteggere e contemplare il nostro, con i suoi miracoli legati alla vita (umana, animale, vegetale)? Alcuni critici hanno parlato di "riflessione sui limiti del razionalismo e del cognitivismo umano". Di certo la sceneggiatura si domanda anche cosa significhi essere umani (Hari prova dolore ed amore, e sviluppa una sensibilità e una coscienza che gli altri simulacri non avevano mostrato, tanto che Kelvin si innamora nuovamente di lei ed è tentato di rimanere sulla stazione per sempre, forse anche per espiare i sensi di colpa dovuti al suo suicidio: dei tre scienziati Kelvin è l'unico che accetta il mistero di Solaris, quasi come un atto di fede). A differenza del romanzo, invece, Tarkovskij non sembra interessato più di tanto a una questione assai cara a Lem, quella del tentativo degli uomini di comunicare con una forma di vita aliena (di cui certifica la totale incapacità e inadeguatezza).

Se dunque come contenuti è tutt'altro che una pellicola di fantascienza convenzionale, anche stilisticamente "Solaris" è un film con un ritmo e un linguaggio tutto suo. La fotografia alterna in continuazione scene in bianco/nero e a colori, in maniera apparentemente casuale (ma non sono forse così anche i ricordi?), così come fonde immagini della realtà e quelle prodotte dalla coscienza (memorie, sogni, emozioni). Tarkovskij lo considerava un fallimento perché non era stato in grado di "trascendere il genere" (come farà, invece, con "Stalker") a causa della necessità di inserire frasi di dialogo "tecnologico" ed effetti speciali. Eppure il cuore della pellicola non sta in queste: le spiegazioni scientifiche sulla natura dei "fantasmi" creati dall'oceano sono ridicole (sarebbero composti di neutrini anziché di atomi, stabilizzati dal campo magnetico del pianeta), e le scenografie della stazione spaziale mostrano un ambiente decadente, degradato, tutt'altro che all'avanguarda tecnologica. I veri temi del film sono esistenzialisti, psicologici e soprattutto tarkovskiani fin nel profondo, al punto che molte scene o immagini evocano o addirittura anticipano elementi di tutte le altre pellicole del regista, passate e future (il bambino fra gli alberi nella neve ricorda "L'infanzia di Ivan"; a un certo punto si intravede l'icona della Trinità di Andrej Rublev, per non parlare del cavallo al galoppo; l'oceano di Solaris legge i pensieri e l'anima degli uomini, e ne esaudisce i desideri nascosti, come la Zona di "Stalker", tanto che Kelvin si domanda cosa accadrebbe se inconsciamente desiderasse che Hari muoia; il flusso di ricordi d'infanzia, la fusione di opere d'arte e immagini della famiglia evocano "Lo specchio" e "Nostalghia", senza contare che Snaut afferma esplicitamente "Non abbiamo bisogno del cosmo ma di uno specchio", ovvero di studiare e riflettere su noi stessi; in Hari, che si sacrifica per amore, c'è infine in nuce quel tema del sacrificio che darà il titolo all'ultimo film del regista). Ed è da ricordare la sala centrale della stazione, ricolma di libri, quadri, statue ed esempi dell'arte e della cultura umana, molti dei quali rimandano alle memorie o alle esperienze dei suoi occupanti: in particolare il "Don Chisciotte" di Cervantes e i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio (soprattutto "I cacciatori nella neve" con il suo paesaggio invernale, che riflette i ricordi d'infanzia di Kelvin e che sarà ripreso anche ne "Lo specchio").

A parte le scenografie della stazione spaziale (disegnata da Mikhail Romadin) e le immagini dell'oceano, gli effetti speciali si limitano alla bella ma brevissima sequenza dell'assenza di peso a gravità zero. Per evocare una città futuristica, nella lunga scena in cui Benton guida in autostrada, il regista ha fatto ricorso a immagini girate in Giappone, nel distretto di Akasaka a Tokyo, evidentemente considerate sufficientemente all'avanguardia per l'epoca (il progetto originale era di riprendere le strutture dell'Expo del 1970 a Osaka, ma non si fece in tempo). Sia la confusa e moderna città che l'asettica stazione spaziale contrastano visivamente e tematicamente con la campagna e i dintorni della casa paterna (lo stagno, le alghe, il cane, il cavallo). Sarà proprio questo ambiente che ritroveremo nel suggestivo ed enigmatico finale. Dapprima sembra che Kelvin sia tornato sulla Terra, ritrovando al tempo stesso il padre, il proprio passato e sé stesso, un ritorno che simboleggia la fine di un viaggio (forse anche a questo si deve il paragone con "2001"? quella di Kelvin è una vera e propria "odissea nello spazio") e la riappropriazione di tutto ciò cui aveva detto addio (dimenticando la moglie morta o bruciando le proprie cose nel falò prima di partire per la stazione). Ma c'è qualcosa di strano: piove all'interno della casa, e in precedenza un dialogo con il padre ci aveva lasciato intendere che il lungo viaggio interstellare gli avrebbe impedito di tornare in tempo per vedere il genitore ancora vivo. Le immagini ci rivelano poi che questo ambiente è riprodotto, come una sorta di microcosmo da preservare, su una delle isole che sorgono spontaneamente nell'oceano di Solaris ("la coscienza galleggia sull'inconscio collettivo come un'isola sul mare", ha scritto Jung). Una forma di esilio volontario, per espiare le proprie colpe, o per abbracciare fino in fondo il mistero del pianeta? Al fascino generale esercitato dal film contribuisce anche la colonna sonora, che oltre alla musica elettronica di Eduard Artemyev (poco più di un rumore ambientale) comprende il preludio corale "Ich ruf' zu dir, Herr Jesu Christ" di Johann Sebastian Bach. Nel cast, dove Tarkovskij ricorre ad alcuni attori con cui aveva già lavorato in "Andrej Rublev" e "L'infanzia di Ivan" (Solonitsyn e Grinko), spicca la bella Natalya Bondarchuk – dal volto enigmatico e dalle pose leonardesche – nel ruolo di Hari, per il quale il regista aveva inizialmente pensato a sua moglie Irma Raush, e poi alla bergmaniana Bibi Andersson. Il film vinse il Gran Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes. Nel 2002 Steven Soderbergh ne ha realizzato un remake americano, più breve e meno complesso e affascinante, con George Clooney come protagonista.

2 giugno 2018

Florentina Hubaldo, CTE (Lav Diaz, 2012)

Florentina Hubaldo, CTE
di Lav Diaz – Filippine 2012
con Hazel Orencio, John Elbert Ferrer
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Florentina Hubaldo, che vive nella campagna filippina con il nonno e il padre (il film si svolge nella regione rurale di Bicol), è maltrattata da ques'ultimo, che la fa prostituire, la picchia e la incatena al letto. La sua storia è narrata in parallelo a quella di due giovani, Manoling e Juan, ritornati da poco in campagna, che scavano a lungo nei terreni di proprietà del primo alla ricerca di un fantomatico tesoro. Le due vicende sono collegate, ma scopriremo in che modo (e che sono temporalmente sfasate) soltanto dopo quattro delle sei ore del film: Hector, il fratello maggiore di Manoling, è colui che tempo prima ha accolto nella propria casa Florentina, quando la ragazza è finalmente riuscita a fuggire, e che ora si prende cura della figlia che lei portava in grembo, Loleng, gravemente malata ai polmoni. Curatissimo nella confezione (dall'immagine, con la luminosa fotografia in bianco e nero, al sonoro, con forte attenzione ai rumori ambientali), quello di Diaz è un cinema fatto di tempi dilatati e lentissimi, di long take di svariati minuti (anche oltre la decina) con la camera ferma, di dialoghi rarefatti e di silenzi (non mancano sequenze completamente mute, legate ai sogni o ai ricordi). Allo spettatore è richiesta non solo molta pazienza (anche se, grazie all'approccio naturalista, la lentezza non è snervante bensì quasi rilassante) ma anche la disponibilità ad immergersi completamente nel mondo ritratto, entrandone a far parte in tutti i sensi (al punto che, nelle scene in cui Florentina chiede aiuto, estendendo le braccia fuori dallo schermo, sembra quasi che si rivolga proprio al pubblico). L'esperienza è senza dubbio ripagante, anche se il film – per quanto potente – mi è parso meno ricco di temi rispetto alle altre pellicole del regista filippino che ho visto finora, non giustificando appieno la lunghissima durata (in alcune sequenze si attendono minuti prima che i personaggi compaiano sullo schermo). In mezzo a tanta crudezza non mancano però squarci esistenzialisti (Hector che si interroga sulla natura della violenza e della cattiveria dell'uomo, chiedendosi perché esistano la sofferenza e il dolore e quale sia il significato della vita di Florentina e di sua figlia), surreali (tutta la sottotrama del geco, animale sfuggente cui Juan dà la caccia anziché continuare a cercare il tesoro) o onirici (le figure dei "Giganti", mascheroni di cartapesta usati nelle sagre popolari che la protagonista, dopo aver visto da piccola, continua a incontrare nei propri sogni). La sigla CTE nel titolo sta per encefalopatia traumatica cronica, la malattia degenerativa di cui soffre Florentina (che infatti afferma di avere sempre dolore alla testa) per i ripetuti colpi ricevuti dal padre, e che le cancella progressivamente la memoria: al punto che, nel tentativo di non dimenticare il proprio nome e la propria storia, periodicamente recita a beneficio dello spettatore quel discorso che infine farà a Hector, proprio nell'ultima scena del film, una volta riuscita a scappare.

9 aprile 2018

Pioggia di ricordi (Isao Takahata, 1991)

Pioggia di ricordi (Omohide poro poro)
di Isao Takahata – Giappone 1991
animazione tradizionale
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli, per ricordare Isao Takahata.

Mentre sta lasciando Tokyo per trascorrere una vacanza di dieci giorni in campagna, l'impiegata trentenne Taeko si ritrova sommersa dai ricordi di quanto aveva dieci anni ed era in quinta elementare. Il secondo lungometraggio realizzato da Isao Takahata per lo Studio Ghibli (di cui era il co-fondatore), dopo "Una tomba per le lucciole", ha atmosfere quiete e nostalgiche. Tratto da un manga di Hotaru Okamoto e Yūko Tone, alterna scene ambientate nel presente (il viaggio di Taeko alla riscoperta della natura e di uno stile di vita più equilibrato) e altre nel passato (con tutta una serie di episodi della propria infanzia: una gita alle terme con la nonna, la prima volta che ha mangiato l'ananas, le dinamiche a scuola e in famiglia, il primo amore, la scoperta del ciclo mestruale, le difficoltà in matematica, i litigi con le sorelle, i piccoli capricci, la recita scolastica). Lungo (due ore) e meditato, il film è decisamente unico nel suo genere come pellicola di animazione (le parti con Taeko adulta, soprattutto, sono estremamente realistiche e avrebbero potuto benissimo essere filmate in live action: anzi, spesso c'è il sospetto che si tratti di animazione rotoscope). Forse un po' troppo programmatico e costruito, ma anche sincero e coinvolgente nel restituire le sensazioni e le emozioni della protagonista, nel ritrarre la vita scolastica (nei flashback) e un angolo di Giappone rurale e agricolo (nella prefettura di Yamagata, dove la famiglia del marito della sorella di Taeko coltiva il cartamo, da cui si trae un colorante usato in cosmetica), la cui semplicità si pone in netta contrapposizione con la frenesia della vita in città. In ogni caso, la qualità artistica è assai alta. Nella colonna sonora ci sono brani folk di varia origine (ungheresi, rumeni, italiani). E sui titoli di coda, una versione in giapponese della bellissima canzone "The Rose". Nota: l'ho visto in lingua originale con sottotitoli perché non sopporto più i non-adattamenti di Gualtiero Cannarsi.

2 aprile 2017

Ghost in the shell (R. Sanders, 2017)

Ghost in the shell (id.)
di Rupert Sanders – USA 2017
con Scarlett Johansson, Pilou Asbæk
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Sabine.

Versione in live action dell'iconico manga cyberpunk di Masamune Shirow, dal quale nel corso degli anni sono già stati tratti diversi film animati e serie televisive (da ricordare in particolare le due pellicole dirette da Mamoru Oshii). In una città futuristica, dove gran parte degli esseri umani è stata "potenziata" con innesti cibernetici, il Maggiore è invece un androide interamente artificiale tranne che per il cervello umano: il titolo fa infatti riferimento alla sua mente o psiche (il ghost) imprigionata in un corpo meccanico (lo shell). Assegnata alla speciale Sezione 9 delle forze di pubblica sicurezza, incaricata di dare la caccia ad hacker e terroristi cibernetici, il Maggiore ricorda pochissimo della sua vita precedente. E proprio il mistero della sua identità sarà la chiave della pellicola. Colorato e affascinante dal punto di vista visivo (con le strade e i palazzi di una Hong Kong futuristica, sovrastata da immensi ologrammi, comunque in parte derivativa da "Blade Runner" come già il manga originale) e con un cast tanto ricco quanto insolito (dove spiccano due "mostri sacri" come Takeshi Kitano – non doppiato, e che a Hollywood aveva già recitato in un altro film cyberpunk, "Johnny Mnemonic" – e Juliette Binoche, nei panni rispettivamente del capo della Sezione 9 e dello scienziato che ha creato il Maggiore; Michael Pitt è invece l'enigmatico terrorista Kuze), il film non raggiunge forse le complesse (e contorte) profondità del prototipo, che si interrogava sulla natura dell'essere umano, sul rapporto fra realtà e finzione, sull'autocoscienza e l'intelligenza artificiale, ma riesce comunque a fonderne alcuni temi (le riflessioni sull'identità, l'invadenza della tecnologia) con le esigenze del blockbuster d'azione, e complessivamente dà sfoggio di una propria anima, stratificata e multiculturale (l'atmosfera giapponese è ben presente, nonostante le critiche ricevute per il fatto che la protagonista non sia asiatica: ma avendo un corpo artificiale, la questione è in fondo priva di senso). Tutto sommato, mi aspettavo di peggio. Sui titoli di coda si può udire un brano dell'iconica colonna sonora scritta da Kenji Kawai per il primo film di Oshii.

31 dicembre 2016

Blade runner (Ridley Scott, 1982)

Blade Runner (id.)
di Ridley Scott – USA 1982
con Harrison Ford, Rutger Hauer
****

Rivisto in DVD.

Nella Los Angeles del 2019, una città cupa, multietnica e perennemente sferzata dalla pioggia, l'ex poliziotto Rick Deckard (Harrison Ford) viene richiamato in servizio per dare la caccia e "ritirare" – ovvero uccidere, in un modo o nell'altro – quattro "replicanti" (sofisticati androidi del tutto identici all'uomo, progettati per lavorare in condizioni estreme nelle colonie spaziali), tornati illegalmente sulla Terra. Il gruppo, guidato da Roy Batty (Rutger Hauer), vuole entrare in contatto con l'uomo che li ha progettati, il dottor Eldon Tyrell (Joe Turkel), per conoscere lo scopo della propria esistenza e la durata della propria vita. I replicanti sono infatti programmati per "spegnersi" dopo quattro anni, vista la pericolosa tendenza a sviluppare emozioni e diventare così umani in tutto e per tutto. Nel corso delle sue indagini, Deckard – coadiuvato dall'ambiguo Gaff (Edward James Olmos) – fa la conoscenza di Rachael (Sean Young), ultimo prototipo ideato da Tyrell, una replicante che non sa di essere tale (per via dei falsi ricordi in lei innestati), e se ne innamora. Tratto dal romanzo di Philip K. Dick "Do Androids Dream of Electric Sheep?", pubblicato in Italia come "Il cacciatore di androidi" (ma gli sceneggiatori Hampton Fancher e David Webb Peoples, nell'adattarlo, si prendono le loro libertà), una pellicola di fantascienza filosofica, seminale e incredibilmente influente (anche a livello estetico), capostipite di quel filone cyberpunk che con il suo mood e il suo stile retrò da neo-noir ha formato gran parte dell'immaginario SF cinematografico (e non solo: pensiamo ai fumetti o ai videogiochi) dei decenni successivi. Si dice che William Gibson, l'autore di "Neuromante" (il libro al quale si fa risalire la nascita del cyberpunk letterario), guardando il film mentre era ancora impegnato nella stesura del suo romanzo, rimase talmente scosso nel ritrovare sullo schermo quelle stesse immagini e atmosfere che stava tentando di portare sulla carta da pensare addirittura di abbandonare l'impresa (il libro sarebbe stato pubblicato poi nel 1984, con il suo celebre incipit: "Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto").

"Non era previsto che i replicanti avessero sentimenti, e nemmeno i cacciatori di replicanti", commenta Deckard (nella prima versione cinematografica, quella con la voce narrante). Anziché semplici "robot cattivi", come nelle più stereotipate pellicole di fantascienza, i "lavori in pelle" – come li chiama il superiore di Rick, il capitano Bryant – sono personaggi complessi e sfaccettati, vero fulcro (ancor più del protagonista) della storia narrata. Lo sviluppo di emozioni li porta a indagare su sé stessi e sulla propria esistenza, fino al desiderio di conoscere il proprio creatore. Se noi potessimo incontrare Dio, cosa gli diremmo e cosa gli chiederemmo? Roy Batty spiega a Tyrell di avere paura della morte e che desidera "più vita". Lo scienziato risponde che tutti devono avere dei limiti, come è giusto che sia (e inoltre: "La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo. E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti, Roy"). Da quel momento, la pellicola è diretta verso l'inevitabile conclusione: certo, deve ancora mostrarci lo scontro finale fra Deckard e Batty (ma non è più uno scontro fra il bene e il male, se mai lo era stato), ma anche questo si rivela fuori dagli schemi, lontano da tutto ciò che si era mai visto fino ad allora in un film di fantascienza. Anche se violenta e piena d'azione, la battaglia è quasi esistenzialista, e a vincerla non è l'eroe ma il "cattivo" (persino noi spettatori, in certi punti, ci ritroviamo a tifare per lui: quando prima Leon e poi Roy domandano a Rick "Com'è vivere nel terrore?", ci stupiamo del fatto che due androidi comprendano più degli umani il valore della vita). Non a caso la scena più celebre del film è quella del monologo finale di Roy, sulla terrazza e sotto la pioggia, a petto nudo e con una colomba bianca in mano, mentre aspetta di morire dopo aver salvato la vita al suo avversario: "Io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi...". Un monologo che tutti gli appassionati di SF cinematografica hanno probabilmente imparato a memoria, e che talvolta amano recitare nei momenti più opportuni. I replicanti hanno un passato artificiale, con innesti di ricordi fasulli ("Hanno bisogno di ricordi": o forse hanno bisogno di umanità), ma quello che hanno vissuto in prima persona è ancora più unico dei falsi ricordi, più prezioso e più difficile da abbandonare: "E tutti questi momenti andranno perduti, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire".

Com'è noto, la versione uscita nelle sale cinematografiche nel 1982 fu rimaneggiata dai produttori che inserirono, contro il volere di Scott e di Ford, la voce narrante di Deckard (su testi scritti da Roland Kibbee, non accreditato) e il "lieto fine" in cui Rick e Rachael fuggono da Los Angeles (con la voce che spiega che la ragazza non ha nessuna "data di scadenza"): le immagini di quest'ultima sequenza, che mostrano la natura incontaminata al di fuori della città, facevano parte delle panoramiche aeree girate (e poi non utilizzate) per lo "Shining" di Stanley Kubrick. Un'altra modifica fu quella di eliminare una sequenza in cui Deckard sognava un unicorno: questa scena, se collegata con quella nel finale in cui Deckard trova un origami a forma di unicorno lasciatogli da Gaff, suggeriva che lo stesso Rick potesse essere un androide (in quanto il suo sogno sarebbe stato innestato artificialmente, tanto che Gaff e altri ne sarebbero a conoscenza). Le versioni del film uscite nel 1991 ("Director's Cut") e nel 2007 ("Final Cut") ristabiliscono – in particolare la seconda – la visione originale di Ridley Scott. Personalmente, però, sono rimasto affezionato alla prima edizione, al punto da preferirla: mi pare che la voce narrante accentui mirabilmente l'atmosfera da film noir, anche grazie all'ottimo doppiaggio italiano (in quella inglese, Harrison Ford fu accusato di aver volutamente "recitato male" durante le sessioni di registrazione, nella speranza che i produttori cambiassero idea e rinunciassero a inserire il voice-over). Le versioni successive reintroducono anche un paio di scene violente che mancavano dall'edizione americana (ma già presenti in quella internazionale) e correggono inoltre alcuni errori di continuity. Bryant, all'inizio, spiega che i replicanti evasi sono sei e che uno è "rimasto folgorato" tentando di introdursi nella Tyrell Corporation: ma poi quelli cui Deckard darà la caccia sono solo quattro (Roy, Leon, Pris e Zhora)! Nello script era inizialmente previsto lo scontro con un'altra replicante, Mary (che sarebbe stata interpretata da Stacey Nelkin), poi eliminato per problemi di budget. Solo nella "Final Cut" l'errore è stato corretto, e ora quelli che si sono "folgorati" sono due. A proposito dell'unicorno, infine: costretto ad eliminarlo da "Blade Runner", Scott si rifece inserendone uno, tre anni più tardi, nel suo lavoro successivo, il fantasy "Legend".

Il mondo in cui si svolge "Blade Runner" (a proposito, il titolo – preso in prestito dall'omonimo romanzo di Alan E. Nourse e dal suo trattamento scritto da William S. Burroughs, di cui Scott acquistò i diritti pur di poterlo usare – si riferisce ai membri dell'unità di polizia incaricati di rintracciare e "ritirare" i replicanti) è urbano, distopico, perennemente al buio e sotto una pioggia incessante. Richiama in maniera evidente quello dei film noir, anche se virato in chiave fantascientifica: e il personaggio di Deckard, con la sua professione, il suo impermeabile, la sua misantropia, la sua aura di perdente, sembra uscire da un romanzo hard boiled (la voce narrante con cui si rivolge allo spettatore, come detto, accentua questa atmosfera: "Non cercano killer nelle inserzioni sui giornali..."). Se nulla ci viene mostrato delle cosiddette "colonie extra-mondo", quelle dove lavorano i replicanti e verso le quali martellanti annunci spingono i disperati in cerca di "una nuova vita", tutto l'impegno profuso dai cineasti nel world building è rivolto alla città di Los Angeles: una distesa di palazzi scuri, illuminati dalle insegne al neon, dagli schermi pubblicitari sempre accesi e dai fiotti di fuoco che si innalzano verso il cielo, dove le suggestioni architettoniche richiamano al tempo stesso il futuro e il passato (le piramidi – ispirate ai disegni dell'architetto futurista Antonio Sant'Elia – e gli arredi "egiziani"). A breve distanza convivono affollate chinatown, caotici quartieri-bazar, locali edonistici, distretti tecnologici (la Tyrell Corporation) e zone invece disabitate (il palazzo dove vive J.F. Sebastian, che sarà lo scenario dello scontro finale fra Deckard e Roy). "La cosa più semplice e radicale che Ridley Scott ha fatto – ha commentato Gibson – è stata quella di mettere archeologia urbana in ogni fotogramma. Nelle città, il passato, il presente e il futuro possono essere totalmente adiacenti". La sua Los Angeles è anche un coacervo di culture e di etnie – occidentali e orientali, arabi ed europei, cinesi e giapponesi – che si riflette anche nella lingua parlata: si pensi allo slang di Gaff ("Un guazzabuglio di giapponese, spagnolo, tedesco e chi più ne ha..."). La mescolanza di stili e di epoche torna infine nella moda, nelle acconciature, nel look dei suoi abitanti, che a volta ricordano gli anni trenta o gli anni cinquanta: un esempio su tutti è la capigliatura a pompadour di Rachael. Ma persino la colonna sonora di Vangelis, elettronica e fuori dal tempo, è completata da brani (come la canzone "One more kiss, dear") che guardano chiaramente al passato e al music hall.

Fra le fonti alle quali Scott e Syd Mead (il concept artist) si sono ispirati per la creazione del paesaggio urbano (a costo di ripetermi, uno dei punti di forza della pellicola, tanto che molti critici l'hanno paragonata in questo al "Metropolis" di Fritz Lang) ci sono i quadri di Edward Hopper e soprattutto i fumetti francesi degli Humanoïdes Associés (in particolare le opere di Moebius e degli altri autori pubblicati sulla rivista "Métal Hurlant"). Proprio Moebius venne avvicinato per collaborare al film in fase di pre-produzione, ma il disegnatore declinò l'invito (per poi pentirsene). Il regista ha anche citato "il paesaggio di Hong Kong in una brutta giornata" (a proposito, fra i finanziatori del film figura Run Run Shaw, uno dei leggendari Shaw Brothers, produttori cinematografici dell'ex colonia inglese) e quello industriale del Nord-Est dell'Inghilterra, dove lo stesso Scott è nato e ha vissuto per diversi anni. Gli effetti speciali, stupefacenti se si pensa che furono realizzati senza il ricorso al digitale, sono supervisionati da Douglas Trumbull (già responsabile di quelli di "2001: Odissea nello spazio" e "Incontri ravvicinati del terzo tipo") e Richard Yuricich. Il casting non fu facile: per il ruolo di Deckard, lo sceneggiatore Hampton Fancher aveva pensato a Robert Mitchum (altra suggestione noir, visto che Mitchum è uno dei volti per eccellenza del Marlowe di Raymond Chandler), mentre Scott e i produttori avrebbero preferito Dustin Hoffman. Harrison Ford fu scelto solo all'ultimo momento, forse perché collegato all'immaginario fantascientifico per via della sua presenza in "Guerre stellari". Sul set, però, attore e regista non andarono d'accordo e si scontrarono a più riprese (uno dei pochi punti in comune fu l'opposizione all'inserimento della voce narrante). Più semplice fu il casting di Rutger Hauer ("il Batty perfetto: freddo, ariano, senza difetti", disse Dick). Sean Young era relativamente sconosciuta, così come Daryl Hannah (Pris). Il ricco cast è completato da Brion James (Leon), Joanna Cassidy (Zhora: memorabile la sequenza in cui fugge fra la folla, seminuda e coperta solo con un giubbotto di plastica trasparente), M. Emmet Walsh (il capitano Bryant), William Sanderson (J.F. Sebastian). A Morgan Paull, che interpretava il ruolo di Deckard durante i provini per gli altri attori, fu poi riservata la parte di Holden, il "Blade Runner" che viene ucciso da Leon nella prima scena.

Pur trovandoci in un futuro dove esistono androidi sofisticatissimi e automobili volanti, anche la tecnologia appare "antica", arrugginita. Gli schermi televisivi (a tubi catodici) sono piccoli e di bassa qualità, i computer o i telefoni sono ingombranti e rumorosi, per non parlare delle armi (la pistola di Deckard) e degli oggetti di uso comune (gli ombrelli con il manico al neon). L'aspetto "tecnologico" più affascinante, auto volanti a parte, è senza dubbio quello legato alla robotica. Oltre ai replicanti (il modello più avanzato, cui appartengono Roy e gli altri obiettivi di Rick, è il Nexus-6), la cui presenza sulla Terra è illegale, gli organismi artificiali più diffusi sono gli animali. Ci troviamo infatti in un mondo futuro in cui (per via dell'inquinamento o della sovrappopolazione?) le specie viventi sono quasi del tutto estinte, e dunque chi desidera un animale da compagnia non può che ricorrere a un duplicato cibernetico. Questo elemento (che riecheggia nel titolo originale del romanzo di Dick) si riflette nella natura "psicologica" del test Voight-Kampff, studiato per provocare reazioni emotive e dunque individuare gli androidi in mezzo agli esseri umani: gran parte delle domande che gli agenti Blade Runner pongono agli individui sospetti riguardano proprio gli animali. Una versione più "limitata" di questa avanzatissima tecnologia è quella che fa mostra di sé nella dimora di J.F. Sebastian. Costui, progettista genetico che lavora per Tyrell (è attraverso lui che Roy riesce a entrare in contatto con il proprio artefice), si costruisce dei "giocattoli" (poco più che burattini) come amici. In un certo senso non siamo lontano dal concetto degli animali artificiali, anche se in questo caso si tratta per lo più di figure antropomorfe (benché talvolta deformi, o affette da nanismo), poco più che soldatini a molla con l'unica funzione di camminare per le vaste stanze della sua casa vuota e di salutarlo quando torna dal lavoro. Sintomo di un disperato bisogno di avere compagnia, di qualcuno che gli mostri affetto (anche se artificiale): Sebastian è un personaggio tragico e patetico (soffre anche di una sindrome di invecchiamento precoce), che cade facilmente – e forse consapevolmente – nella tela di Pris ("modello base di piacere") e di Roy. Proprio la sua malattia, che gli preannuncia una vita breve, lo porta forse a empatizzare con loro. La stessa Pris, mascherata da procione (con la pelle bianca e l'iconica striscia di vernice nera sugli occhi) si mescolerà facilmente fra le bambole e gli altri robot-giocattolo di J.F. al momento dell'irruzione di Rick nell'edificio.

Visivamente splendido nella sua mescolanza di suggestioni "alte" e "basse", il film è esteticamente notevolissimo, graziato dalla stupefacente fotografia di Jordan Cronenweth, che gioca in più modi con la luce (la fotografia è spesso uno dei principali punti di forza delle pellicole di Scott, che ha imparato a curarla in modo particolare per via del suo background di regista pubblicitario), e dalla sublime colonna sonora di Vangelis, che combina l'uso di melodie classiche (cui contribuiscono la voce di Demis Roussos e il sassofono tenore di Dick Morrissey) con le sonorità futuristiche della musica elettronica. Nonostante tutto, però, alla sua uscita fu accolto freddamente dalla critica e dal pubblico americano (all'estero invece andò meglio), e solo con il passare del tempo assunse lo status di cult movie di cui gode tuttora. Il lungometraggio era il terzo della carriera di Ridley Scott, un altro capolavoro di fantascienza (sicuramente il genere a lui più congeniale, col senno di poi) dopo "Alien": ai tempi, di fronte a tre film di livello così elevato (il primo era stato "I duellanti"), il regista britannico sembrava destinato all'olimpo dei più grandi cineasti, e molti già lo collocavano sul piedistallo al fianco di Kubrick e Spielberg. In seguito, purtroppo, sono state più le delusioni che non le conferme (anche se ottimi film, occasionalmente, li ha comunque realizzati, da "Thelma & Louise" al recente "The Martian"). Il successo della pellicola ha portato inoltre l'opera di Philip K. Dick all'attenzione dei produttori di Hollywood, e da allora non sono stati pochi i film ispirati ai lavori dello scrittore americano ("Total Recall" e "Minority Report", per citarne un paio: addirittura, un film per la tv uscito nel 1999, "Total Recall 2070", è quasi una rilettura dello stesso "Blade Runner"). Dick morì in quello stesso 1982, poco prima dell'uscita della pellicola (che è a lui dedicata), dopo averle dato il suo endorsement. Negli anni seguenti, diversi romanzi e fumetti si sono proposti come "seguito" della storia originale. E nel 2017 uscirà finalmente un sequel ufficiale: "Blade Runner 2049", diretto dal canadese Denis Villeneuve, nel quale Harrison Ford tornerà a interpretare il ruolo di Deckard dopo trentacinque anni (anche se il titolo lascia intendere che dal primo film ne sono trascorsi "solo" trenta).