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8 aprile 2023

Il mio profilo migliore (Safy Nebbou, 2019)

Il mio profilo migliore (Celle que vous croyez)
di Safy Nebbou – Francia/Belgio 2019
con Juliette Binoche, François Civil
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Gelosa dal tempo che il suo compagno Ludo (Guillaume Gouix) dedica all'amico e collega Alex (François Civil), sottraendolo a lei, la cinquantenne Claire (Juliette Binoche), professoressa di letteratura francese all'università, crea un falso profilo social su internet per mettersi in contatto con quest'ultimo, spacciandosi per un'affascinante ventiquattrenne di nome Clara. L'esperienza di fingersi una donna più giovane la galvanizzerà (al punto da cominciare a usare anche in pubblico un linguaggio più "giovanile"). E pur comunicando solo online, "Clara" e Alex finiranno per innamorarsi. La cosa però sfocerà in tragedia, con due possibili finali opposti (uno "reale" e uno soltanto immaginato da Claire in un suo scritto). L'intera storia è narrata in flashback dalla donna alla sua psichiatra (Nicole Garcia). Dal romanzo "Quella che vi pare" di Camille Laurens, una torbida vicenda alla Haneke su identità e apparenza, verità e menzogna, con un finale intricato che offre alcuni colpi di scena, narrata in modo freddo e tagliente ma anche – e purtroppo – a tratti implausibile e artificioso. Poco convincente – e in fondo pretestuoso – anche il rapporto con la psichiatra. Brava la Binoche, ma il suo personaggio non sempre appare credibile.

24 febbraio 2023

#IoSonoQui (Eric Lartigau, 2019)

#IoSonoQui (#Jesuislà)
di Eric Lartigau – Francia/Belgio 2019
con Alain Chabat, Bae Du-na
**

Visto in TV (Now Tv).

Stéphane (Alain Chabat), chef e proprietario di un ristorante a conduzione famigliare nella campagna basca, divorziato e in crisi di mezza età, prende per la prima volta nella sua vita una decisione d'impulso e parte in aereo per Seul per conoscere di persona una pittrice coreana (Bae Du-na) con cui era in corrispondenza via internet. La donna però non si presenterà al suo arrivo, e lui trascorrerà diversi giorni all'aeroporto ad attenderla, pubblicando nel frattempo immagini su Instagram: la sua "storia" lo trasformerà senza saperlo in una piccola celebrità e lo aiuterà a riconnettersi con sé stesso e con la famiglia, in particolare con i due figli (Jules Sagot, Ilian Bergala) che vengono a "recuperarlo". Aggiornato all'era dei social media (i messaggi e le immagini che Stéphane posta e riceve compaiono tutti sullo schermo), una sorta di "Lost in translation" franco-coreano, con un protagonista che per ritrovare sé stesso deve volare all'altro capo del mondo ed entrare in contatto con una cultura così differente dalla sua, esemplificata dal concetto del "nunchi", ovvero la capacità di comprendere i sentimenti altrui senza che questi vengano detti esplicitamente, indice di intelligenza emozionale. La parte migliore è quella centrale, ovvero quella ambientata nell'aeroporto di Incheon. Alain Chabat aveva già recitato per Lartigau nella commedia romantica "Prestami la tua mano", che (come questo) avevo scelto di vedere solo per gli interpreti.

16 novembre 2020

La Terra è piatta (Daniel J. Clark, 2018)

La Terra è piatta (Behind the curve)
di Daniel J. Clark – USA 2018
con Mark Sargent, Patricia Steere
***

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Documentario sui complottisti americani della Flat Earth Society, personaggi squinternati che credono ancora oggi che la Terra sia piatta e che comunicano fra loro (rinforzandosi le convinzioni a vicenda) attraverso internet e i social media. Lungi dal volerli mettere in ridicolo (ci riescono da soli!), dal disprezzarli o da additarli al pubblico ludibrio, il film ne mostra il lato più umano ed affabile, chiarendo che in fondo si tratta di un problema psicologico prima ancora che culturale o scientifico. Anche se l'oggetto della loro credenza sembra innocuo, in realtà l'atteggiamento antiscientifico, la rinuncia al pensiero critico (fidandosi solo del proprio intuito) e il rigetto verso ogni informazione fornita dall'establishment (a partire dalla scuola) potrebbe condurre sempre più persone a comportamenti con conseguenze ben più pericolose per la società (come il rifiuto dei vaccini o la negazione dei cambiamenti climatici). Non a caso di solito chi crede a un'ipotesi di complotto finisce col credere anche alle altre. I variopinti personaggi che vengono intervistati e seguiti durante le loro attività (podcast, incontri, conferenze, elucubrazioni personali) sembrano a tratti persone normali, anche se sempre sole e con un forte complesso di vittimismo o inferiorità, convinte di combattere una battaglia contro il resto del mondo per ristabilire una verità che solo loro vedono (se davvero ci fosse un complotto, coinvolgerebbe una quantità enorme di individui!). Fra gli aspetti più buffi (o tragici), ci sono i tentativi di effettuare esperimenti "scientifici" per dimostrare che la Terra è piatta, scartando immediatamente i risultati che vanno contro la loro teoria: in questo agiscono, si noti bene, proprio al contrario di come fa la scienza, che parte invece dall'esperimento e dai dati per poi trarne una teoria coerente. Altro momento chiave è quello in cui una complottista, Patricia Steere, è attaccata dai "colleghi" perché sospettata di essere un'infiltrata della CIA (per via delle ultime tre lettere del suo nome!): di fronte a questa deformazione della realtà le viene il dubbio che anche lei si sbagli... ma dura lo spazio di un attimo ("Sono così anch'io? Ma so di non esserlo"). Fra divisioni in fazioni che si accusano a vicenda, metafore campate per aria, e tanta volontà di "non sentirsi soli", i complottisti fanno quasi tenerezza e compassione, e il regista Clark è bravo nel non inserirsi mai con il proprio commento o la propria voce, e lasciare che il (desolante) panorama si mostri da solo in tutto il suo significato antropologico.

9 febbraio 2020

Men, women & children (J. Reitman, 2014)

Men, Women & Children (id.)
di Jason Reitman – USA 2014
con Adam Sandler, Rosemarie DeWitt
**

Visto in divx.

Le relazioni sociali, l'approccio al sesso e i rapporti familiari all'epoca della dipendenza da internet e dai social media, per un gruppo di studenti liceali (di una scuola del Texas) e dei loro genitori. La pellicola, di impostazione corale, fonde le storie di diversi personaggi, teenager e adulti, i cui mondi sono divisi dall'incomprensione ma legati in fondo dalle stesse problematiche. Don (Adam Sandler) e Helen (Rosemarie DeWitt), i genitori di Chris (Travis Tope), grande consumatore di pornografia online, hanno perso da tempo l'intesa sessuale e cercano conforto fuori dal contesto familiare grazie a internet, rispettivamente con una escort e con amanti conosciuti su un sito di incontri. Il giovane Tim (Ansel Elgort), stella della squadra di football della scuola, lascia lo sport per tuffarsi in un gioco di ruolo online, con costernazione di suo padre Kent (Dean Norris), preoccupato che la vita virtuale sostituisca quella reale, resa problematica dall'abbandono della madre. Ma ignora che Tim una vita reale ce l'ha, cementata dall'amicizia con Brandy (Kaitlyn Dever), la cui madre Patricia (Jennifer Garner) è ossessionata dal dover proteggere la figlia controllando ogni dettaglio della sua presenza online, dalle chat ai messaggi sui social network. Tutto il contrario di Joan (Judy Greer), madre di Hannah (Olivia Crocicchia), che invece incoraggia la figlia a postare foto ammiccanti di sé stessa su un sito personale e a inseguire il sogno di diventare modella o attrice. Infine c'è Allison (Elena Kampouris), innamorata di Brandon (Will Peltz) e tormentata dal proprio aspetto fisico. Sullo schermo, a fianco dei personaggi, compaiono messaggi, chat, screenshot, ricerche e digitazioni online, come per illustrare un universo che ormai passa più attraverso i dispositivi elettronici che non la comunicazione faccia a faccia. Ma fra menzogne e incomprensioni, alla fine i nodi vengono al pettine: e le tragedie sfiorate faranno comprendere a molti i propri errori. Forse il film più pretenzioso di Reitman, nonché il suo primo vero flop di pubblico e di critica: un ambizioso tentativo di analisi sociale che, pur presentando diversi spunti interessanti (e con un buon cast che mescola giovani attori sconosciuti e volti affermati: in piccoli ruoli ci sono anche Timothée Chalamet – al debutto sul grande schermo – e J. K. Simmons), sfocia in una serie di cliché e di banalità, con alcuni personaggi (come quello intepretato da Jennifer Garner) ai limiti della bidimensionalità. Il mix fra esistenzialismo adolescenziale ("Se sparissi domani, l'universo non se ne accorgerebbe"), crisi di mezza età, problemi di autostima, il rapporto delle diverse generazioni con il sesso, e la denuncia dell'invadenza dei dispositivi online nella vita di tutti i giorni mette fin troppa carne al fuoco, eppure la struttura corale contribuisce a alleggerire il peso melodrammatico delle singole vicende, alcune delle quali si lasciano seguire con interesse. Anche per questo, pur senza mostrare traccia della leggerezza, dell'ironia e del cinismo dei lavori precedenti del regista, la pellicola riesce comunque a dipingere un ritratto profondo dei rapporti fra genitori e figli nell'era di internet. La voce narrante, in originale, è di Emma Thompson.

14 gennaio 2019

Ralph spacca Internet (Johnston, Moore, 2018)

Ralph spacca Internet (Ralph breaks the Internet)
di Phil Johnston, Rich Moore – USA 2018
animazione digitale
**

Visto al cinema CityLife Anteo, con Sabrina.

Sequel di "Ralph Spaccatutto", realizzato (e ambientato) sei anni dopo l'originale. Per recuperare un pezzo di ricambio per il videogioco "Sugar Rush", in vendita soltanto su eBay, Ralph e la sua amica Vanellope abbandonano la comfort zone della loro sala giochi per tuffarsi online nello sconfinato (e sconosciuto) mondo di Internet. Qui, fra novità e pericoli di ogni tipo, allargheranno i propri orizzonti e la loro amicizia sarà messa a dura prova quando Vanellope si lascerà affascinare da un gioco di corse assai più realistico (e cupo) del proprio, "Slaughter Race". Raramente i sequel di film-gioiello sono all'altezza del prototipo, e questa ne è l'ulteriore conferma. La pellicola originale era perfetta nel suo mix di avventura, kawaii, citazionismo e nostalgia per gli anni ottanta: questa vuole allargare il campo all'universo della rete che ci circonda, citando i siti e i servizi più disparati (ma ben pochi, come appunto eBay, hanno un ruolo nella trama) nonché alcuni degli aspetti più affascinanti e deleteri al tempo stesso (i video acchiappaclick, lo spam, i commenti degli hater, il dark web), ma lasciando intendere che il fulcro di tutto devono rimanere i rapporti umani. E infatti il climax della pellicola ruota attorno al concetto di amicizia, a rischio di scomodare cliché e di suscitare sbadigli. Anche perché i due protagonisti, estrapolati dal loro ambiente naturale, sembrano di colpo molto più convenzionali e meno interessanti. Fra le scene migliori (anche se si tratta di una strizzatina d'occhio autoreferenziale, essendo la pellicola prodotta dalla casa di Burbank), quella dell'incontro di Vanellope con le principesse Disney, che le insegnano la loro filosofia e l'utilizzo delle canzoni per esprimere i propri sentimenti. Una cosa, però, lasciatemela dire: "Sugar Rush" era molto più divertente di "Slaughter Race".

6 novembre 2018

Anon (Andrew Niccol, 2018)

Anon (id.)
di Andrew Niccol – USA 2018
con Clive Owen, Amanda Seyfried
**

Visto in TV.

In un futuro prossimo in cui tutti gli esseri umani sono "connessi" a un sistema centrale, l'Ether, che registra ogni cosa che vedono con i loro occhi (e le registrazioni possono essere trasmesse telepaticamente ad altri come fossero dei file, o riviste in qualsiasi momento, facilitando per esempio le indagini della polizia ma anche eliminando del tutto il concetto di privacy), un detective della polizia (Owen) indaga su una misteriosa hacker (Seyfried) che non solo sembra aver cancellato la propria identità ed essere in grado di eliminare, sostituire o addirittura alterare i ricordi e le percezioni degli altri, ma è anche sospettata di uccidere i propri clienti. Uno spunto sicuramente interessante, che ripropone in chiave distopica e cyberpunk il tema dell'anonimato e della diffusione dei dati personali all'interno dei social media, per una pellicola che perde via via la sua forza, adagiandosi nei cliché dei polizieschi d'azione e non sfruttando fino in fondo le tante potenzialità di partenza. A parte i due attori protagonisti, sembra anche girata al risparmio (gli effetti speciali si limitano a veloci scritte in sovrimpressione nelle scene in soggettiva, che mostrano come gli impianti per la realtà aumentata forniscano informazioni ai vari personaggi, rilevando le "impronte digitali" di cose e persone). Bella comunque l'atmosfera fredda e paranoica di una società dove tutto è catalogato e nessuno può avere segreti per nessuno.

20 settembre 2018

Il gioco delle coppie (Olivier Assayas, 2018)

Il gioco delle coppie, aka Non-fiction (Doubles vies)
di Olivier Assayas – Francia 2018
con Guillaume Canet, Juliette Binoche
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Pellicola corale con cui Assayas riflette sulle trasformazioni del panorama editoriale – e culturale in generale – ai tempi di internet e del digitale. Alain (Guillaume Canet) è il curatore di una storica e prestigiosa casa editrice. Leonard (Vincent Macaigne) è uno scrittore che basa tutti i suoi romanzi su episodi autobiografici. Selena (Juliette Binoche), la moglie di Alain, è un'attrice che recita da anni in una fortunata serie televisiva. Valérie (Nora Hamzawi), la compagna di Leonard, è un'attivista politica che si dà da fare per sostenere un candidato populista. La giovane Laure (Christa Théret) viene assunta per occuparsi dello "sviluppo digitale" della casa editrice. Alta densità di dialoghi (è un film essenzialmente parlato, con una successione di scenette dall'impianto quasi teatrale) e vicende che si incrociano (con molti tradimenti: Alain diventa l'amante di Laure, Selena lo è di Leonard da anni), presentate con toni leggeri e spigliati, una forte ironia di fondo che scherza sugli intellettuali (e il modo di atteggiarvisi: vedi Leonard che nel suo romanzo finge di aver avuto un'esperienza sessuale durante la proiezione de "Il nastro bianco" di Haneke, quando invece è accaduto durante un film di "Star Wars") e affronta i temi del cambiamento nella comunicazione, presentando i punti di vista di tutti senza prendere posizione (il che può essere un pregio ma anche un difetto). Non tutti i personaggi sono sviluppati adeguatamente (bene Leonard, anche se è una figura un po' caricaturale e macchiettistica; meno convincente Alain, che pure è l'alter ego del regista): in fondo sono tutti intellettuali superficiali in ogni cosa che fanno (persino nell'amore e nei tradimenti, che non sfocieranno mai in tragedia). In ogni caso un film garbato e simpatico, ironico e mai gridato, benché alla resa dei conti abbia forse le polveri bagnate e non dica nulla di veramente interessante o sconvolgente sulla rivoluzione digitale in atto. Tante le strizzatine d'occhio (l'autocitazione di Juliette Binoche) e i riferimenti letterari, cinematografici o culturali (da "Luci d'inverno" di Bergman al "Gattopardo").

5 gennaio 2018

Tron: Legacy (Joseph Kosinski, 2010)

Tron: Legacy (id.)
di Joseph Kosinski – USA 2010
con Garrett Hedlund, Jeff Bridges
*1/2

Visto su Netflix, con Monica, Alberto, Eva e Marisa.

Sequel del primo "Tron", ambientato (in tempo reale) quasi trent'anni dopo. Alla ricerca del padre Kevin Flynn (Bridges), misteriosamente scomparso, suo figlio Sam (Hedlund) scopre che l'uomo è rimasto intrappolato "nella rete", prigioniero di Clu (codified likeness utility), un software da lui creato e che nel ciberspazio (dove i programmi sono entità viventi) ha le sue stesse fattezze. Lo salverà con l'aiuto di Quorra (Olivia Wilde), programma sviluppatosi spontaneamente. Il concetto alla base del film, quello di uomini risucchiati in un mondo di programmi viventi, poteva sembrare assurdo nei primi anni ottanta, ma l'ingenuità e il fascino dei primi videogiochi contribuiva allora a renderlo suggestivo: l'attuale sviluppo della tecnologia e di internet avrebbe potuto offrire la possibilità di renderlo più credibile, eppure i cineasti non si sono nemmeno sforzati per dare senso alla trama. Di buono c'è il fatto che si tratta di un sequel e non di un reboot come oggi va di moda (con Bridges e Bruce Boxleitner che riprendono i personaggi originali, invecchiati di trent'anni, e il doppiaggio italiano che riutilizza le scelte di adattamento di allora, a partire dal termine "user" tradotto con "creativo"), e soprattutto l'estetica algida ed "elettronica" (praticamente tutto il film è in computer grafica, ma il look di scenari e personaggi, caratterizzati da linee luminose e ambienti asettici e futuristici, ha una sua coerenza e una sua freddezza encomiabile: fra le probabili fonti di ispirazione, oltre naturalmente al primo film, anche "Blade runner", "THX 1138" e "2001: Odissea nello spazio"). Interessanti anche i riferimenti religiosi (al cristianesimo e al buddhismo), benché si sfiori pericolosamente la filosofia new age. Fra i contro, invece, la pellicola è lunga e noiosa, con una trama alquanto confusa e un giovane protagonista del tutto anonimo, che sfigura in confronto al vecchio Bridges, assai più carismatico e centrale nella vicenda. Anche Tron, il programma che dà il titolo alla serie, compare solo fugacemente, così come l'iconica corsa con le motociclette che lasciano una scia solida (sostituita, nel finale, da una battaglia aerea). Personalmente, sono rimasto deluso dal fatto che le moto non sterzassero più ad angolo retto. Nel cast anche Michael Sheen (il programma Castor, ispirato a David Bowie) e Beau Garrett (una delle "Sirene", addette a preparare i contendenti dei giochi). Colonna sonora dei Daft Punk.

16 ottobre 2016

Lo and Behold (Werner Herzog, 2016)

Lo and Behold - Internet: il futuro è oggi
(Lo and Behold - Reveries of the Connected World)
di Werner Herzog – USA 2016
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Daniela.

Dopo tanti documentari su luoghi, fatti e personaggi remoti o ai margini della nostra civiltà, Herzog si occupa di un argomento che invece è ormai quanto di più vicino e presente intorno a noi, nella vita di tutti i giorni: internet. Non lo fa con una tesi da dimostrare, un discorso da portare avanti o un approccio didattico, ma spinto dalla pura curiosità di esplorare un mondo che si è ormai sovrapposto a quello reale e minaccia di prenderne il posto (già ora lo influenza in maniera pervasiva, dall'economia alla politica: si dice che se le telecomunicazioni venissero bloccate all'improvviso, per esempio a causa di un enorme brillamento solare, la nostra civiltà potrebbe non sopravvivere). Diviso in dieci capitoli, il documentario è esaustivo ed equilibrato: esamina gli aspetti positivi e quelli negativi della rete (fra questi ultimi: la dipendenza, gli abusi, i problemi sociali, la criminalità), ne ripercorre le origini (con interviste ai "pionieri") e il presente, e prova a immaginarne il futuro (molte le ipotesi sui possibili sviluppi, in particolare quelli legati alla robotica e all'IoT, l'internet delle cose). Certo, alcuni argomenti restano fuori (i social media, per esempio) e a volte si va fuori tema (i robot che giocano a calcio), ma a rendere affascinante il documentario c'è il fatto che, nonostante l'argomento, esso non perde mai di vista la dimensione umana: quello che internet può fare per le persone, nel bene e nel male, ha sempre la precedenza sui discorsi puramente tecnici o scientifici. Forse perché è l'opera di un cineasta settantacinquenne, che ben si ricorda di come era il mondo prima dell'avvento della rete. Fra i momenti più memorabili, quelli in cui Herzog da semplice intervistatore passa a interagire con le persone che stanno parlando: come quando, davanti a Elon Musk, si dichiara disposto ad andare personalmente su Marte e a restarci (non che ci fossero dubbi!).

14 novembre 2010

The social network (D. Fincher, 2010)

The social network (id.)
di David Fincher – USA 2010
con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Il film racconta la storia della nascita di Facebook, social network ideato in un campus dell'Università di Harvard e che conta oggi 500 milioni di iscritti in tutto il mondo per un valore di circa 25 miliardi di dollari (come recitano le didascalie alla fine della pellicola), attraverso i dissidi e le due cause legali che ne hanno opposto il creatore Mark Zuckerberg al suo ex miglior amico Eduardo Saverin (finanziatore e socio iniziale dell'impresa, poi estromesso da Mark per motivi mai del tutto chiariti) e a un terzetto di studenti che lo avevano accusato di aver rubato loro l'idea. Lo stile classico e senza fronzoli di Fincher, l'incisiva sceneggiatura a flashback di Aaron Sorkin e la fotografia fredda e scura di Jeff Cronenweth mettono la figura di Mark – molto più che la sua creatura, della quale in realtà si parla pochissimo – al centro dell'attenzione, presentandolo come un nerd inespressivo e con scarse capacità comunicative e relazionali (il che è ironico, se si pensa che il suo sito serve proprio a coltivare le relazioni sociali). Forse perché si occupa di persone ancora in vita e di eventi così recenti, per giunta oggetto di controversie in tribunale, il film non si azzarda a spiegare i "tradimenti" di Mark nei confronti dei suoi compagni, lasciandoli solo intuire (la frustrazione e una rivalsa contro il mondo esclusivo – come le confraternite di Harvard – che lo teneva a distanza?). Il personaggio rimane distante e impenetrabile, e i soli momenti in cui qualcosa sembra accendersi nei suoi occhi sono quelli in cui trova una sorta di anima gemella in Sean Parker (interpretato da Justin Timberlake), fondatore di Napster e a sua volta giovane genio dell'informatica, l'unico con il quale sembra trovarsi in sintonia di idee. Il finale mette comunque in luce la profonda solitudine in cui si trova prigioniero "il più giovane miliardario del mondo", rimasto senza un vero amico al di fuori del suo mondo virtuale: forse chi ha ironicamente ribattezzato il film "Sesto potere" non ha tutti i torti. A Fincher non interessa dunque analizzare il fenomeno dei social network o l'impatto che hanno sui loro utenti: non approfondisce le spinose questioni relative alla perdita della privacy, alla profilazione a fini di marketing cui gli utilizzatori di Facebook si consegnano volontariamente, o al distacco dal mondo reale, argomenti ai quali la maggior parte degli aficionados del sito presta sconsideratamente poca attenzione. Pur ripercorrendo le varie tappe della crescita del social network (che inizialmente era riservato solo agli studenti di Harvard e di pochi altri college americani), queste per la sceneggiatura sono soltanto un pretesto per illustrare la frustrazione e la personalità complessata del protagonista. Allo stesso modo, non viene spiegato il motivo del successo di Facebook ("è fico", si limitano a dire i ragazzi: ma cosa lo distingue da altri siti simili se non l'aver raggiunto più velocemente una "massa critica" di utenti?), e nemmeno quello del suo valore commerciale (anzi, uno dei punti chiave della pellicola è proprio l'opposizione di Mark allo sfruttamento pubblicitario della sua creazione, perseguito invece da Eduardo). Dove il film brilla, oltre che sul versante formale, è invece nella rappresentazione di un ambiente dominato dalle disfunzioni sociali (le personalità problematiche di Mark e di Sean, il rapporto fra Mark ed Eduardo, quello patologico con le ragazze). Bella, ma sostanzialmente fuori posto, la sequenza della gara di canottaggio sulle note (riarrangiate) di Grieg: è l'unico momento in cui il film perde di vista l'oggetto del racconto e si concede una divagazione che forse poteva risparmiarsi.

12 giugno 2010

Chatroom (Hideo Nakata, 2010)

I segreti della mente (Chatroom)
di Hideo Nakata – GB/Giappone 2010
con Aaron Johnson, Imogen Poots
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Cinque adolescenti londinesi si ritrovano a conversare in una chat privata (chiamata "Chelsea Teens!") su internet. Tutti hanno problemi, principalmente con i genitori, percepiti come distanti e assenti, e cercano conforto negli altri. William detesta il mondo che lo circonda e soprattutto la madre, scrittrice di una popolare serie di libri per l'infanzia (ogni riferimento a J.K. Rowling è probabilmente voluto); Jim, abbandonato dal padre quando aveva solo sette anni, è timido, senza amici e prende antidepressivi; Emily si sente trascurata e oppressa dai genitori; Eva fa la modella ma non sopporta né l'ambiente né le sue amiche snob; Mo è innamorato della sorella minore del suo miglior amico, anche se ha solo undici anni. Il subdolo e manipolativo William, inizialmente con la complicità di Eva, si diverte a elargire agli amici falsi consigli, incitandoli a comportamenti aggressivi o (auto)distruttivi. Ma quando cercherà di spingere il fragile Jim al suicidio in diretta via webcam, gli altri si alleeranno contro di lui per fermarlo prima che sia troppo tardi. Girato in Gran Bretagna dal giapponese Nakata, "Chatroom" non è un horror come i lavori che hanno reso celebre il regista ("The ring", "Dark water") ma un interessante thriller psicologico che riesce a raffigurare visivamente sullo schermo, in modo azzeccato e potente, l'ambiente virtuale della rete: i siti, i social network e le chatroom sono mostrati come luoghi e stanze "reali" che si aprono su un lungo e spettrale corridoio, affollato e dai muri scrostati (che rappresenta l'intero world wide web). La fotografia aiuta a distinguere le scene ambientate nella realtà (caratterizzate da tonalità fredde e smunte) e quelle nel mondo virtuale (con colori caldi e forti), mentre anche situazioni come l'utilizzo di false identità o l'accesso con password vengono trasposte fisicamente. La sceneggiatura (adattata da un testo teatrale di Enda Walsh) si basa sui meccanismi di interazione su internet, così diversi da quelli della vita reale, che consentono a individui senza scrupoli di manipolare e sottomettere quelli più fragili. I temi della solitudine e dei suicidi giovanili si sarebbero sposati perfettamente anche con un'ambientazione giapponese, ma tutto sommato lo scenario di Londra non stona. Da segnalare l'inserimento di alcune animazioni a passo uno, in plastilina. Bravi gli attori e buona la caratterizzazione dei personaggi: una piacevole (e inaspettata) sorpresa!

2 febbraio 2009

Level Five (Chris Marker, 1997)

Level Five (id.)
di Chris Marker – Francia 1997
con Catherine Belkhodja, Kinjo Shigeaki
**1/2

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Una donna, Laura (chiamata così per via del film "Vertigine" di Preminger), cerca di completare un videogioco di strategia realizzato dal marito scomparso e ispirato alla battaglia di Okinawa, il maggiore scontro nel Pacifico durante la seconda guerra mondiale. Ma ogni suo tentativo di cambiare l'esito storico della battaglia sembra destinato al fallimento. Fra lunghi monologhi con il marito morto e l'utilizzo di una misteriosa rete telematica parallela a internet, ricostruisce i retroscena dell'evento bellico attraverso filmati e testimonianze dei sopravvissuti. Film strano, confuso, che parla della vita e della morte, decisamente interessante quando prende il sopravvento il lato documentaristico (molto d'impatto, per esempio, le sequenze in cui si parla dei suicidi rituali che anche gli abitanti civili dell'isola si sentivano obbligati a compiere per non cadere nelle mani del nemico) e un po' più pesante quando è in scena la protagonista, che si rivolge (sempre in primo piano) alla macchina da presa. Nei giorni successivi alla visione, mi è un po' cresciuto. Marker, di cui avevo visto in precedenza solo il celebre "La jetée", frequenta spesso il Giappone ed è ossessionato – come Wenders – dalle immagini elettroniche, dalla memoria e dalla tecnologia. Nel montaggio vengono usate alcune sequenze girate a Okinawa da Nagisa Oshima (che compare anche in alcune brevi interviste).

28 aprile 2006

All about Lily Chou-Chou (S. Iwai, 2001)

All about Lily Chou-Chou (Riri Shushu no subete)
di Shunji Iwai – Giappone 2001
con Hayato Ichihara, Shugo Oshinari
***1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli in inglese.

Di alcuni film a volte ci si innamora senza un motivo apparente. Ovviamente non parlo di quei capolavori che non si possono non amare, ma di opere misconosciute per le quali il colpo di fulmine scatta all'improvviso e magari a prescindere dai loro meriti puramente cinematografici. Si tratta di una passione intima e personale che spesso agli altri, anche agli amici più affiatati, può risultare inspiegabile e che può essere innescata da un piccolissimo dettaglio colto durante la visione: un'inquadratura ardita, uno sguardo in camera di un attore o, come in questo caso, una particolare colonna sonora.

Devo ancora vedere altri film di Iwai, ma mi sento di scommettere su questo regista: diamogli il tempo di vincere il primo premio a qualche festival e magari i suoi film verranno recuperati anche da noi, come è stato con Kitano e come sta accadendo adesso a Miike. La storia, complessa, caledoiscopica, sperimentale e sofferta, ruota attorno ai tormentati rapporti di un ragazzino con i suoi amici, i compagni di scuola, la durezza della vita e soprattutto la passione per una cantante, Lily Chou-Chou appunto, di cui è un grande fan e a proposito della quale chatta frequentemente in internet. Molte delle discussioni "virtuali" su Lily compaiono nel film senza che lo spettatore possa sapere chi sono i personaggi che si nascondono dietro i nickname, anche se qualcosa si riesce a intuire prima della rivelazione finale. Lo stile registico è strabiliante: Iwai usa tutti i metodi e tutte le tecniche disponibili (digitale, pellicola, home video, cartelli e sovrimpressioni) per comporre un vertiginoso mosaico di sensazioni. Molte storie si intrecciano, alcune leggere (le prime vacanze estive "da soli"), altre drammatiche (i riti adolescenziali di iniziazione), altre sordide (violenze, gelosie e prevaricazioni) ma sempre tratteggiate con poesia e delicatezza, attraverso personaggi tridimensionali e in continua evoluzione. Una pellicola affascinante che, come se non bastasse, è condita come dicevo da una colonna sonora fenomenale. Le canzoni di Lily Chou-Chou sono scritte da Takeshi Kobayashi e interpretate da Salyu, una cantante nipponica dalla voce impagabile e quasi esoterica: secondo i suoi fan, infatti, essa proviene dall'Etere, una sorta di mondo celestiale cui appartengono pochissimi spiriti eletti, fra i quali Mozart, John Lennon, Bjork e Shiina Ringo (!). Le mie tracce preferite del CD della colonna sonora sono "Ai no jikken", "Erotic" e "Glide". Una delle canzoni è stata usata anche da Tarantino in "Kill Bill, vol. 1", nella scena in cui Hattori Hanzo mostra le sue spade alla Sposa.

Nota: il film è stato concepito da Iwai dopo aver assistito a un concerto di Faye Wong a Hong Kong. Inizialmente aveva cominciato a scriverlo sotto forma di romanzo, poi lasciato incompiuto, e in seguito lo ha pubblicato su un sito web i cui utenti hanno contribuito allo sviluppo interattivo del progetto fino alla sua forma finale.