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2 luglio 2023

Un uomo tranquillo (H. P. Moland, 2019)

Un uomo tranquillo (Cold pursuit)
di Hans Petter Moland – USA/GB/Canada 2019
con Liam Neeson, Tom Bateman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per vendicare la morte del figlio, ucciso da una banda di trafficanti di droga, Nels Coxman (Liam Neeson), autista di spazzanevi che tiene pulite le strade in una località sciistica vicino a Denver, comincia a uccidere tutti i membri della banda, risalendo man mano nella catena di comando fino al boss Trevor Calcole, detto "Il Vichingo" (Tom Bateman). Remake americano del film norvegese "In ordine di sparizione" di cinque anni prima, diretto dallo stesso regista dell'originale. A parte alcuni dettagli dovuti al cambio di ambientazione (il Colorado innevato al posto del Circolo Polare Artico), come per esempio il fatto che la banda "rivale" sia composta da nativi americani anziché da serbi, la sceneggiatura è praticamente identica a quella del film precedente, compresi i tocchi di humour nero che rendono la pellicola quasi una black comedy: rimangono invariati, per esempio, i "necrologi" a tutto schermo ogni volta che un personaggio muore, l'ironia sui soprannomi da gangster e la caratterizzazione eccentrica ma accattivante di tutti i personaggi minori, che risultano così memorabili anche se il loro ruolo nella storia è minimo (la guardia del corpo gay del cattivo, il fratello ex gangster di Nels e la sua amante asiatica, la poliziotta giovane e idealista, il capo della gang di indiani, e molti altri). Neeson è perfetto nella parte, e regge il confronto con il protagonista dell'originale, Stellan Skarsgård. Ottimo anche Bateman nel ruolo del boss salutista, con figlioletto a carico. Nel cast anche Laura Dern (la moglie di Coxman), Tom Jackson, Emmy Rossum. Musiche di George Fenton. Il generico titolo italiano è identico a quello di un classico di John Ford del 1952 con John Wayne. Naturalmente, trattandosi di una copia in tutto e per tutto, anche se non certo malvagia, tanto vale (come in altri casi simili) guardarsi direttamente l'originale.

24 marzo 2023

Gang (Robert Altman, 1974)

Gang (Thieves like us)
di Robert Altman – USA 1974
con Keith Carradine, Shelley Duvall
***

Visto in divx.

Tre ergastolani – i gangster veterani ed esperti Chicamaw (John Schuck) e T-Dub (Bert Remsen) e il pivello Bowie (Keith Carradine), condannato per un omicidio commesso quando aveva sedici anni – evadono dai lavori forzati e decidono di mettersi insieme a rapinare banche nel Mississippi alla fine degli anni trenta. Tra un colpo e l'altro si rifugiano presso parenti o amici che li ospitano di malavoglia. Bowie si innamora della giovane Keechie (Shelley Duvall) e sogna di mettere su famiglia con lei. Ma la polizia è sulle loro tracce... Tratto dal romanzo "Ladri come noi" (1937) di Edward Anderson, lo stesso che aveva ispirato il classico "La donna del bandito" di Nicholas Ray (di cui pertanto è di fatto un remake), il film è girato da Altman focalizzandosi più sui momenti di quiete e di quotidianità dei banditi in fuga fra un colpo e l'altro che non sulle rapine vere e proprie (quasi mai rappresentate in diretta), e in questo guarda – senza nasconderlo – al "Gangster story" di Arthur Penn del 1967, che aveva portato sullo schermo la vera storia di Bonnie & Clyde. La ricostruzione d'epoca, sia pure realizzata con pochi mezzi (essenzialmente le automobili e l'ampio ricorso ai programmi radiofonici) è eccellente: gli aspetti sociali di un paese da poco uscito dalla Grande Depressione si riflettono nei discorsi di T-Dub ("Avrei dovuto fare il commercialista, e rapinare la gente con il cervello, non con la pistola"), che ricorda ai complici come alle banche, essendo assicurate, quasi conviene essere rapinate. Interessante anche l'uso diegetico della colonna sonora e delle trasmissioni radiofoniche, come nella scena in cui Bowie e Keechie amoreggiano mentre la radio trasmette un adattamento del "Romeo e Giulietta", o in quelle in cui, durante una rapina, si ode un discorso del presidente Franklin Delano Roosevelt. La narrazione appare a tratti un po' disgiunta, dando quasi la sensazione di essere improvvisata scena per scena: ma è una caratteristica del cinema di Altman. Notevole la quantità di product placement della Coca-Cola. Il cast di contorno comprende Louise Fletcher (Mattie), Ann Latham (Lula) e Tom Skerritt (Dee).

17 marzo 2023

Serafin Geronimo (Lav Diaz, 1998)

Serafin Geronimo: The criminal of Barrio Concepcion
(Serafin Geronimo: Ang kriminal ng Baryo Concepcion)
di Lav Diaz – Filippine 1998
con Raymond Bagatsing, Angel Aquino
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il contadino Serafin Geronimo (Bagatsing) si reca a Manila in cerca di una giornalista (Aquino) alla quale raccontare la sua storia: tre anni prima, spinto dalla necessità di guadagnare denaro per curare la giovane moglie malata di tumore (Ana Capri), aveva fatto parte di una banda di rapitori che aveva sequestrato la moglie e la figlia neonata di un importante uomo d'affari cinese, rapimento poi finito in maniera cruenta... Il film d'esordio del filippino Lav Diaz è forse ancora un po' grezzo nello stile e presenta alcune caratteristiche mainstream che in seguito il regista abbandonerà, come una durata tutto sommato "normale" (poco più di due ore) e la fotografia a colori, ma già mette in mostra molti dei suoi punti di forza: una storia intensa, che si dipana con lentezza ma catturando lo spettatore nei suoi rivoli e meandri, e uno studio dei personaggi attraverso il loro vissuto e il rapporto con la realtà circostante. La sceneggiatura fa ampio ricorso all'uso dei flashback, mediante il lungo racconto di Serafin alla giornalista e anche i suoi continui ricordi, in diversi casi anche sfasati temporalmente (ma alla fine tutto sarà chiaro, compresi sentimenti e motivazioni). Alla fine della visione, si scopre di essere rimasti catturati e scossi, come la giornalista, dal racconto di Serafin. E quella che poteva sembrare una convenzionale storia di gangster e criminalità si colora di toni umanistici e sfiora a tratti anche la denuncia sociale.

21 gennaio 2023

The outfit (Graham Moore, 2022)

The Outfit (id.)
di Graham Moore – GB/USA 2022
con Mark Rylance, Zoey Deutch
**

Visto in TV (Now Tv).

Nella Chicago degli anni cinquanta, un sarto di origine inglese (Mark Rylance) consente a una banda di gangster di usare la propria bottega come copertura per lo scambio di messaggi e informazioni. Ma quando la banda, impegnata in un regolamento di conti con un gruppo rivale, viene informata che fra di loro si nasconde una spia, le cose si complicano. E i vari banditi cominciano a sospettarsi fra di loro, mentre il sarto, umile e sottovalutato da tutti, nonché dal passato misterioso, inizia a manipolarli dietro le quinte, sfruttandone le rivalità sotterranee... Ambientato tutto in una notte e tutto all'interno del negozio del sarto (anzi, "tagliatore", come lui si definisce), il film segna l'esordio come regista di lungometraggi per Graham Moore, già sceneggiatore ("The imitation game"). Nonostante la collocazione spaziale e temporale così ridotta, i twist e i colpi di scena non mancano: ma la pellicola, pur dall'aspetto elegante, comincia ben presto ad apparire meccanica e persino prevedibile, senza vere emozioni. Non aiutano le caratterizzazioni semplicistiche e il fatto che le innumerevoli svolte e le decisioni dei personaggi non siano sempre credibili, e pure i continui riferimenti metaforici al mestiere di sartoria sembrano girare a vuoto. Alla fine l'impressione è quella di aver assistito a un "Le iene" dei poveri: ma in fondo ci si può accontentare, basta non attendersi di essere scossi da qualcosa di epocale. Zoey Deutch è la segretaria del sarto. Nel cast Dylan O'Brien (il figlio del boss), Johnny Flynn (il suo braccio destro), Simon Russell Beale (il boss irlandese), Nikki Amuka-Bird (il capo della gang rivale). Il titolo non si riferisce a un capo di vestiario, ma al nome di un'organizzazione criminale, una sorta di sindacato globale, fondata nientemeno che da Al Capone. Curiosamente, nel 1973 era uscito un altro gangster movie con il medesimo titolo (in italiano "Organizzazione crimini").

27 giugno 2022

La stangata (George Roy Hill, 1973)

La stangata (The sting)
di George Roy Hill – USA 1973
con Robert Redford, Paul Newman
***

Rivisto in TV (Now Tv).

Nella Chicago del 1936, fra crimine, gioco d'azzardo e l'onda lunga della Grande Depressione, due "artisti della truffa" – il giovane Johnny Hooker (Robert Redford) e il più esperto Henry Gondorff (Paul Newman) – organizzano una complessa "stangata" ai danni del gangster Doyle Lonnegan (Robert Shaw), anche per vendicare un amico comune (Robert Earl Jones) che questi ha fatto ammazzare. Da una sceneggiatura quasi perfetta di David S. Ward, ispirata fra l'altro alle imprese dei "veri" fratelli Fred e Charley Gondorff, forse il più celebrato caper movie (film di truffe) di tutti i tempi, vincitore di sette premi Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, scenografie, costumi, montaggio e colonna sonora, più altre tre nomination). La complessità dell' "imbroglio del telegrafo" che Johnny e Henry mettono in scena (allestendo una finta sala scommesse per le corse dei cavalli, con decine di comparse e di complici, fra i quali quelli interpretati da Ray Walston, Harold Gould, Jack Kehoe) va di pari passo con altri colpi di scena, anche ai danni dello spettatore (vedi il twist sull'identità del misterioso killer che Lonnegan ha sguinzagliato sulle tracce di Johnny, o quello – indimenticabile – nel finale, che conclude degnamente la "stangata"). Da ricordare inoltre la partita a poker sul treno. Le ottime interpretazioni (nel cast anche Eileen Brennan, Dimitra Arliss, Charles Dierkop e Charles Durning nei panni del poliziotto corrotto Snyder) e tanti piccoli dettagli (come l'iconico cenno di complicità, con le dita lungo il naso, che i truffatori si scambiano a distanza) favoriscono la caratterizzazione dei personaggi. Bella anche la ricostruzione d'epoca, accompagnata peraltro da una memorabile colonna sonora (seppur leggermente anacronistica) a base di ragtime di Scott Joplin, fra cui il celeberrimo "The entertainer" che ritrovò così una nuova e inattesa popolarità. Efficaci ma anacronistici anche i tanti rimandi al cinema muto, come i cartelli dipinti che intervallano le varie sezioni della pellicola, e le iridi circolari usate nelle transizioni da scena a scena, o per sottolineare determinati particolari dell'inquadratura. A ben pensarci, anche la colonna sonora richiama la spigliatezza e la leggerezza di certe comiche del periodo muto: in altri momenti, comunque, il film non si risparmia una certa tensione, che sfocia in autentica suspense. Alcune critiche che lo accusano di essere un po' monotono e meccanico, comunque, non sono del tutto campate in aria. George Roy Hill aveva già diretto la coppia Redford/Newman quattro anni prima nel western "Butch Cassidy".

3 giugno 2022

In ordine di sparizione (H.P. Moland, 2014)

In ordine di sparizione (Kraftidioten)
di Hans Petter Moland – Norvegia/Svezia 2014
con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Quando una banda di trafficanti di droga gli uccide il figlio, il tranquillo Nils Dickman (Stellan Skarsgård), autista di spazzaneve e abitante di una cittadina isolata nel nord della Norvegia, decide di sgominare da solo l'intera banda. La trama non è dissimile da quelle di tanti revenge movie: a fare la differenza sono l'ambientazione innevata e i toni quasi astratti e assurdisti, conditi da un sottilissimo black humour, che ricordano di volta in volta il Kitano di "Outrage", le commedie criminali di Guy Ritchie, e persino il Jarmusch di "Ghost dog" e il McDonagh di "In Bruges". Un nutrito gruppo di "cattivi" dotati di personalità – dal capo della banda, il "Conte" (Pål Sverre Hagen), ai suoi vari sottoposti, ai membri della banda rivale serba, guidata dal vecchio "Papa" (Bruno Ganz) – è vittima della vendetta lenta, fredda e metodica del protagonista: ogni morte è accompagnata, a mo' di necrologio, dal nome del deceduto sullo schermo nero, il che giustifica il titolo italiano. Tyos, la cittadina dove si svolge la storia, è immaginaria. Nel 2019 lo stesso regista ne ha diretto il remake americano, "Un uomo tranquillo", con protagonista Liam Neeson.

21 aprile 2022

La Gomera (Corneliu Porumboiu, 2019)

La Gomera - L'isola dei fischi (La Gomera)
di Corneliu Porumboiu – Romania/Fra/Ger 2019
con Vlad Ivanov, Catrinel Marlon
***

Visto in divx.

A La Gomera, isola delle Canarie, esiste una bizzarra lingua fatta solo di fischi, simili quelli degli uccelli, sviluppata dai pastori locali per comunicare a grandi distanze. Cristi (Vlad Ivanov), poliziotto corrotto della squadra narcotici di Bucarest, immanicato con Zsolt (Sabin Tambrea), imprenditore che lavora per conto di una banda di trafficanti di droga, vi si reca per impararla: gli servirà infatti per comunicare con i complici dell'uomo e organizzarne la fuga, senza farsi intercettare dai colleghi che ormai sospettano di lui. Ma intrighi e doppi giochi sono in agguato... Insolito e interessante thriller/neo-noir poliziesco, sfaccettato e complesso, con una struttura narrativa costruita su una serie di flashback e divisa in otto capitoli – ciascuno intitolato a un diverso personaggio – non in ordine cronologico. Il tema del linguaggio e della comunicazione, a partire dalla strana lingua dei fischi (il "silbo gomero", che esiste realmente), si appoggia su una vicenda caratterizzata da una ragnatela di relazioni fra i vari personaggi, tutti con una notevole dose di ambiguità e dove il bene e il male si fondono fra loro: dal protagonista stesso, poliziotto corrotto ma "buono" (e soprattutto silenzioso e impenetrabile: non abbiamo mai accesso ai suoi pensieri), alla bella Gilda (Catrinel Marlon), femme fatale amante/complice di Zsolt, di cui anche Cristi si innamora; dalla spregiudicata procuratrice Magda (Rodica Lazar), superiore di Cristi, che non esita a usare metodi discutibili pur di raggiungere i propri scopi, al boss della droga Paco (Agustí Villaronga) e al suo sottoposto Kiko (Antonio Buíl), fino all'inquietante concierge (István Teglas), appassionato di opera e proprietario di un motel al centro di diverse scene. Linguaggio, infatti, non significa solo parole, o fischi: è anche musica (fra i brani ricorrenti ci sono "Casta Diva" dalla "Norma", l'aria di Barbarina dalle "Nozze di Figaro", e la Barcarola dai "Racconti di Hoffmann" di Offenbach), e naturalmente cinema (innumerevoli le citazioni (meta)filmiche: il nome stesso di Gilda, lo spezzone di "Sentieri selvaggi" in cui viene usata un'altra lingua dei fischi!, il fatto che lo showdown finale avvenga in uno stabilimento cinematografico abbandonato, l'allusione alla scena di "Psyco" nella doccia). Citazione anche per un classico del cinema noir rumeno, "Un commissario accusa" di Sergiu Nicolaescu. Il finale forse è un po' disgiunto e trascinato. Anche se perfettamente guardabile a sé stante, il film è di fatto un sequel/spin-off del precedente "Politist, adjectiv" (2009) di Porumboiu, in cui Cristi aveva conosciuto il giovane Zsolt.

7 gennaio 2022

Jackie Brown (Quentin Tarantino, 1997)

Jackie Brown (id.)
di Quentin Tarantino – USA 1997
con Pam Grier, Samuel L. Jackson
***

Rivisto in TV (Netflix).

Ordell Robbie (Samuel L. Jackson), piccolo trafficante d'armi, fa uscire di prigione l'hostess Jackie Brown (Pam Grier), che sfrutta per trasferire all'estero il denaro da lui guadagnato, con l'intenzione di eliminarla come ha appena fatto con un altro complice, il sempliciotto Beaumont (Chris Tucker). Ma la donna, fiutata l'antifona, si allea con Max Cherry (Robert Forster), il prestanome che ha pagato la sua cauzione, per mettere lei stessa le mani sul bottino di Ordell. Il terzo lungometraggio di Quentin Tarantino è (almeno apparentemente) un film "minore" rispetto ai due capolavori che l'hanno preceduto (ovvero "Le iene" e "Pulp fiction"), anche se ha diverse cose in comune con quelli, a partire ovviamente dallo stile (i dialoghi sono il punto di forza, ma non mancano piani sequenza, split screen e altri virtuosismi di regia), dal cast corale e da una narrazione in parte decostruita (vedi la scena nel negozio di abbigliamento dove avviene lo scambio di denaro, mostrata più volte dal punto di vista dei diversi personaggi). La trama è tratta da un romanzo di Elmore Leonard, "Punch al rum" (il che ne fa l'unico film di Tarantino basato dichiaratamente su un soggetto non originale), di cui cambia però l'ambientazione (da Miami a Los Angeles) e alcuni dettagli, e l'intera operazione diventa così un omaggio alla blaxploitation, il genere cinematografico degli anni settanta di cui proprio Pam Grier era stata una delle protagoniste (con film come "Coffy" e "Foxy Brown", quest'ultimo citato persino attraverso il medesimo font nel titolo). Alla Grier, tornata così alla ribalta, Quentin affianca come suo solito un nutrito cast di stelle: Robert De Niro (Louis Gara, il complice di Ordell), Bridget Fonda (Melanie, una delle ragazze del gangster), Michael Keaton e Michael Bowen (i due poliziotti). Ogni personaggio o gruppo di personaggi persegue i propri interessi, spesso in contrasto fra di loro, ma alla fine i "buoni" sono quelli interpretati dalla Grier e da Forster. Pur dilungandosi un po', il film risulta più che gradevole, anche perché realizzato quando l'estrema derivatività, il citazionismo e l'incartocciarsi su sé stesso del buon Quentin erano ancora più un pregio che un difetto. Fra le mille citazioni: l'incipit sul rullo trasportatore all'aeroporto ricorda quello de "Il laureato"; Jackson e De Niro parlano di cinema di Hong Kong (ma il doppiaggio italiano traduce maldestramente "The killer" di John Woo come "L'assassino"); e diverse scene (come la visuale dal portabagagli dell'auto) richiamano gli stessi lavori precedenti di Tarantino. La trasmissione televisiva "Chicks who love guns" non esiste in realtà, ed è stata ideata apposta per il film. Nella colonna sonora spiccano i brani dei Delfonics. Curiosità: l'anno seguente Michael Keaton interpreterà lo stesso personaggio (l'agente Ray Nicolette) in un altro film tratto da un romanzo di Leonard, "Out of sight". Anche Ordell e Louis torneranno in un'altra pellicola, prequel di questa, "Scambio a sorpresa" del 2013.

17 novembre 2021

Regeneration (Raoul Walsh, 1915)

Regeneration
di Raoul Walsh – USA 1915
con Rockliffe Fellowes, Anna Q. Nilsson
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Il gangster Owen (Fellowes, che assomiglia incredibilmente a un Marlon Brando da giovane!), cresciuto nei bassifondi di New York dopo essere rimasto orfano a soli dieci anni, medita di cambiare vita per amore della bella Marie (Nilsson), che gestisce un istituto di beneficienza nel quartiere. Ma il senso di lealtà verso uno dei suoi complici gli complicherà le cose. Primo importante film di Walsh come regista, dopo alcune esperienze come attore e come assistente di D.W. Griffith (in "Nascita di una nazione"): e la lezione di quest'ultimo è evidente nell'uso consapevole del linguaggio cinematografico, in particolare nel montaggio alternato (si pensi alla scena in cui assistiamo contemporaneamente alla lotta nel covo dei banditi e alla polizia che arriva dall'esterno), nella regia dinamica e nella varietà delle inquadrature, che mescolano campi lunghi e primi piani (occasionalmente anche con la camera in movimento). Di fatto, nonostante i limiti del muto, è un cinema già moderno, caratterizzato fra l'altro da un significativo realismo nella messa in scena. Il soggetto (adattato da Walsh e Carl Harbaugh) è tratto dal libro autobiografico di Owen Kildare, "My Mamie Rose", che lo stesso autore (insieme a Walter C. Hackett) aveva anche trasposto in un dramma teatrale, intitolato appunto "The Regeneration". Notevole per l'uso degli esterni (fu interamente girato nel Lower East Side di New York) e per la recitazione, che comprende anche veri abitanti del quartiere usati nelle scene di massa (gangster, prostitute, senzatetto), il film è stato la prima produzione importante dei neonati studi Fox, che vent'anni dopo, fondendosi con un'altra compagnia, daranno vita alla 20th Century Fox. I critici lo considerano uno dei primi gangster movie della storia (almeno nel campo del lungometraggio). Da sottolineare la spettacolare sequenza dell'incendio a bordo della nave che ospita l'evento di beneficienza, con la fuga dei passeggeri in preda al panico: si ispira all'incendio e all'affondamento della General Slocum nell'East River, nel 1904, in cui (a differenza che nel film) morì un migliaio di persone. A lungo creduta perduta, la pellicola è stata ritrovata negli anni Settanta.

7 settembre 2021

Lo spione (Jean-Pierre Melville, 1962)

Lo spione (Le doulos)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1962
con Jean-Paul Belmondo, Serge Reggiani
**1/2

Rivisto su YouTube, per ricordare Jean-Paul Belmondo.

Appena uscito di prigione, e dopo aver regolato i conti con un ex complice, lo scassinatore Maurice (Serge Reggiani) tenta un nuovo colpo ma viene sorpreso sul posto dalla polizia, che qualcuno aveva prontamente avvertito. In fuga, e convinto che a tradirlo sia stato l'amico Silien (Jean-Paul Belmondo), medita vendetta: ma è proprio lui l'informatore? Da un romanzo di Pierre Lesou, un noir d'atmosfera con una trama intricata e una ragnatela di misteri e ambiguità. Per gran parte della pellicola, infatti, seguiamo le mosse di Silien – che trama, mente, inganna – senza che sia mai chiaro da che parte stia, se sia effettivamente uno "spione" o se sia rimasto fedele all'amico. Solo alla fine si spiegherà ogni cosa, prima che il destino, in un ulteriore e inevitabile controfinale, concluda a modo suo la vicenda. Un giovane Belmondo è sfacciato, carismatico e sornione, sempre sicuro di sè e capace di muoversi in un sottobosco di criminali legati da forti rapporti di amicizia, che però possono incrinarsi di fronte al minimo sgarbo. E non mancano piccoli e grandi colpi di scena, che talvolta giungono inaspettati come improvvisi scatti di violenza quando meno ce li si aspetta (la didascalia introduttiva recita: "Bisogna scegliere. Morire... o mentire?"). Bella la fotografia in bianco e nero di Nicolas Hayer, che tratteggia una Parigi notturna e piovosa. Belmondo aveva già recitato per Melville l'anno prima in "Léon Morin, prete" (e tornerà l'anno seguente ne "Lo sciacallo"). Nel cast anche Michel Piccoli, Jean Desailly, René Lefèvre, Philippe March, Monique Hennessy e Fabienne Dali. Musiche di Paul Misraki. Volker Schlöndorff è l'aiuto regista, Bertrand Tavernier ha collaborato alla produzione. Il titolo originale, un termine gergale che significa "cappello", indica un informatore della polizia.

17 agosto 2021

Flic story (Jacques Deray, 1975)

Flic story (id.)
di Jacques Deray – Francia 1975
con Alain Delon, Jean-Louis Trintignant
***

Visto in TV (Prime Video).

Nella Parigi del dopoguerra (siamo nel 1947), il giovane e brillante ispettore della Sûreté Roger Borniche (Alain Delon) viene incaricato di acciuffare un criminale appena evaso di prigione, il feroce e pericoloso Emile Buisson (Jean-Louis Trintignant). Tratto dalle memorie autobiografiche del vero Borniche (il cui personaggio apre e chiude infatti la pellicola in una sorta di narrazione), è forse il miglior film di Deray, la storia di una caccia all'uomo raccontata in maniera asciutta e lineare, con i poliziotti che passano di traccia in traccia mentre il bandito elimina dietro di sé spie e informatori, e con un'eccellente caratterizzazione dei personaggi. È una sorta di sfida fra due uomini per molti versi l'uno all'opposto dell'altro, e non solo perché si trovano su due lati della barricata, ma anche per le loro idee politiche e i loro trascorsi (Borniche è un ex partigiano, Buisson un reazionario) nonché, ovviamente, per il carattere e l'indole: Borniche è un poliziotto "buono", uno "sbirro con la coscienza" che non tollera gli eccessi e le violenze dei suoi colleghi; Buisson un criminale spietato e paranoico, che uccide a sangue freddo anche gli innocenti e i propri complici che sospetta di essere traditori, a ragione – come il barista Raymond (Mario David) – o a torto – come l'autista italiano Mario (Renato Salvatori). Ciò nonostante, fra i due (che si ritroveranno faccia a faccia solo alla fine), scatta una sorta di sintonia, tanto da definirsi "se non amici, almeno compagni di viaggio" e finire quasi per comprendersi a vicenda (a un certo punto Borniche dice addirittura: "Certi giorni mi farebbe quasi piacere essere Buisson"). La scena della cattura del criminale, con la tensione che monta nella locanda dove buoni e cattivi mangiano fianco a fianco, mi ha ricordato alcuni classici film hongkonghesi ("Dragon Inn" e "Bullets over summer"). Ottimo Delon, sempre con l'immancabile sigaretta in bocca, ma soprattutto Trintignant, dallo sguardo gelido e impenetrabile. Nel cast anche Claudine Auger, André Pousse, Paul Crauchet.

13 luglio 2021

Gangster story (Arthur Penn, 1967)

Gangster story (Bonnie and Clyde)
di Arthur Penn – USA 1967
con Warren Beatty, Faye Dunaway
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Alberto, Eva, Elena, Andrea.

La storia vera di Bonnie Parker e Clyde Barrow, celebre coppia di rapinatori di banche che all'inizio degli anni trenta, quando l'America doveva ancora riprendersi dalla Grande Depressione, scorrazzò e terrorizzò gli stati del sud con le loro imprese, accattivandosi peraltro la simpatia dei molti contadini e abitanti locali che erano stati "rovinati" proprio dagli istituti di credito. Con una regia vivace e nervosa, un ritmo scatenato e una colonna sonora che ricorda le commedie slapstick (soprattutto nelle scene delle scorribande e degli inseguimenti in auto fra i campi di grano), il film ne traccia un ritratto romantico e simpatetico, come di personaggi in cerca d'amore e di libertà, pur non edulcorando le scene violente e di sangue, e mette di converso in cattiva luce le forze dell'ordine che danno loro la caccia, tanto da suscitare le proteste della famiglia dello sceriffo Frank Hamer (Denver Pyle), rappresentato come inetto e vendicativo. Si parte dall'incontro casuale fra i due protagonisti, quando Bonnie (Faye Dunaway), cameriera che sogna una vita migliore, incontra Clyde (Warren Beatty), reduce da un paio d'anni di galera per alcune rapine precedenti, e non esita a seguirlo per accompagnarlo nelle sue imprese criminali. La banda – cui si unirà il meccanico-autista Clarence Moss (Michael J. Pollard), il fratello maggiore di Clyde, Buck (Gene Hackman), e la moglie di quest'ultimo, Bianca (Estelle Parsons) – metterà a segno numerosi colpi e diventerà talmente "popolare" e mediatica (grazie anche alle numerose fotografie che essi stessi si scattavano, o agli scritti che Bonnie inviava talvolta ai giornali) da attirare l'attenzione su di sé come "nemici pubblici numeri uno". Il che si tradurrà non solo nel grande dispiego di poliziotti sulle loro tracce ma anche nell'elevato numero di “imitatori”, altri criminali che approfitteranno del nome della banda Darrow per attribuire loro anche le proprie rapine. Inevitabile, in ogni caso, il finale tragico, che contribuirà a portare i personaggi nella storia (o nella leggenda) americana, al pari di altri celebri bande criminali del passato (come quelle di Jesse James o di Butch Cassidy). Ottimi gli interpreti, giovani e carismatici. In un ruolo minore e semi-comico (l'uomo cui viene rubata la macchina), sorprende di vedere il volto di Gene Wilder. Nonostante qualche polemica per la presupposta glorificazione del crimine e della violenza, la pellicola ottenne un grande successo di pubblico e di critica, con dieci nomination ai premi Oscar (fra cui quelle per il miglior film, la regia, la sceneggiatura, i costumi, e ben cinque riservate agli attori), vincendo le statuette per l'attrice non protagonista (Parsons) e per la fotografia (di Burnett Guffey). Al cinema Bonnie e Clyde avevano già ispirato più o meno indirettamente altri film, come "La donna del bandito" di Nicholas Ray, "Sono innocente" di Fritz Lang e "La sanguinaria" di Joseph H. Lewis.

19 giugno 2021

7 psicopatici (Martin McDonagh, 2012)

7 psicopatici (Seven Psychopaths)
di Martin McDonagh – GB/USA 2012
con Colin Farrell, Sam Rockwell
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Martin (Colin Farrell), sceneggiatore irlandese trapiantato a Hollywood, non riesce a scrivere la sceneggiatura del film "7 psicopatici" che gli è stata commissionata. Gli giunge in aiuto l'amico Billy (Sam Rockwell), che gli suggerisce le storie di alcuni dei possibili protagonisti, a cominciare dal misterioso giustiziere mascherato "Jack di quadri", che va in giro a uccidere gangster e mafiosi, senza però rivelargli che si tratta proprio di lui. In effetti la realtà e la finzione si intrecciano a più riprese, e così la sceneggiatura di Martin finisce col diventare il film che noi stessi stiamo guardando. Surreale e grottesca, questa black comedy sopra le righe (nella vena di un Tarantino) è di fatto il making of di sé stessa. I personaggi eccentrici, le tante sottotrame incrociate, i colpi di scena e le esplosioni di violenza e di gore si succedono senza sosta, così come i riferimenti cinematografici (si citano Kitano, Kieslowski, Melville, Woo) e soprattutto l'autoreferenzialità: il film contiene infatti anche la propria critica, dai punti di forza (la stratificazione) a quelli deboli (i personaggi femminili), e si diverte a decostruire i cliché delle pellicole a base di gangster, sparatorie e vendette, stravolgendone tutti gli elementi cardine (l'amicizia, il tradimento, lo scontro finale con il nemico). Il rischio, come sempre con questo tipo di approccio, è quello di svuotare gli eventi di significato. Quantomeno il relativismo post-moderno e l'eccessivo citazionismo sono qui proposti in maniera consapevole e in chiave praticamente parodistica. McDonagh (anche sceneggiatore: il protagonista è in tutto e per tutto un suo alter ego), al primo film "americano", si ripeterà poi con "Tre manifesti a Ebbing, Missouri". Grande il cast: oltre a Farrell e a Rockwell hanno un ruolo centrale Christopher Walken (che, insieme a Billy, rapisce cani per poi incassare le ricompense per il loro ritrovamento) e Woody Harrelson (boss mafioso, il rapimento del cui shih tzu di nome Bonny scatena la sua vendetta). Ma ci sono anche Harry Dean Stanton, Tom Waits, Željko Ivanek, Abbie Cornish e Olga Kurylenko (più Michael Pitt e Michael Stuhlbarg in un cameo all'inizio).

28 marzo 2021

RocknRolla (Guy Ritchie, 2008)

RocknRolla (id.)
di Guy Ritchie – GB 2008
con Gerard Butler, Tom Wilkinson
**1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

One-Two (Gerard Butler), Mumbles (Idris Elba) e Bob il bello (Tom Hardy), piccola banda di criminali londinesi, rubano a più riprese – grazie alla complicità della contabile Stella (Thandie Newton) – il denaro che il mafioso russo Yuri (Karel Roden) dovrebbe consegnare al gangster Lenny (Tom Wilkinson) per "ungere" i politici locali e ottenere così i permessi per una grande speculazione edilizia (i riferimenti sono a oligarchi come Roman Abramovich, da qualche anno proprietario del Chelsea: non a caso le riunioni d'affari di Yuri avvengono nei salottini di uno stadio di calcio). Questo complica la vita a Lenny, che Yuri sospetta di essere implicato nei furti, già nei guai perché il russo gli ha prestato un prezioso dipinto "portafortuna" che a sua volta gli è stato sottratto dal figliastro Johnny (Toby Kebbell), rocker ribelle e tossicodipendente... L'intera vicenda ci viene narrata da Archy (Mark Strong), braccio destro tuttofare di Lenny. Con una miriade di personaggi, sottotrame intrecciate e fazioni di vario genere in contrasto fra di loro, Guy Ritchie torna ai canovacci che lo hanno reso celebre (come in "Lock & Stock" e "Snatch"), ovvero storie improbabili e semi-comiche di criminali di diversa estrazione, da delinquenti di piccolo calibro a gangster inseriti nella società, da sicari armati a sbandati improvvisati, fornendo un concitato ritratto di un sottobosco di malviventi dominato da amicizie e tradimenti, regole non scritte e relazioni che corrono sul filo. Nonostante la densità di eventi (o forse proprio per questo), a tratti si ha la sensazione che si improvvisi man mano che si va avanti. Non mancano comunque bei momenti (il rapporto fra i tre ladri, in particolare dopo la rivelazione che uno di loro è gay; quello fra Johnny e il padre; la sottotrama sul misterioso "informatore" che si annida nella malavita) e alcune indovinate scene d'azione (tutta la sequenza della rapina ai danni dei due sicari russi), ma anche svolte forzate e improbabili. Curiosità: il dipinto ambito da tutti non si vede mai (è un MacGuffin, come il contenuto della valigetta di "Pulp Fiction"). Piccoli ruoli per Jeremy Piven e Gemma Arterton. Prima dei titoli di coda, una scritta annuncia che i personaggi sopravvissuti torneranno in un seguito che non è mai stato realizzato (l'intenzione di Ritchie era quella di filmare una trilogia, con Jason Statham pronto a subentrare come nuovo antagonista).

10 marzo 2021

Time to hunt (Yoon Sung-hyun, 2020)

Time to hunt (Sanyangui sigan)
di Yoon Sung-hyun – Corea del Sud 2020
con Lee Je-hoon, Choi Woo-shik
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In una Corea economicamente in bancarotta, in preda al caos sociale e funestata da povertà e criminalità, il giovane ladruncolo Jun-seok (Lee Je-hoon), appena uscito di prigione, sogna di fuggire verso un paradiso tropicale e a questo scopo organizza una rapina a una casa da gioco clandestina insieme agli amici Ki-hoon (Choi Woo-shik), Jang-ho (Ahn Jae-hong) e Sang-soo (Park Jung-min). Ma i gangster che gestivano il locale scatenano sulle loro tracce un killer solitario e implacabile, l'ex poliziotto Han (Park Hae-soo), che darà la caccia ai ragazzi giocando con loro come il gatto con i topi... Solido crime movie che ha nelle scene di tensione e nell'umanità dei personaggi il suo punto di forza. Senza velleità autoriali (anche se il contesto sociale semi-distopico è un ingrediente inatteso e che arricchisce la vicenda) ma comunque ben diretto e interpretato, il film si lascia seguire con interesse fino a un finale, a dire il vero, un po' deludente nella sua incapacità di essere del tutto risolutivo. Nonostante alcune svolte improbabili (come i due mercanti d'armi gemelli interpretati da Jo Sung-ha), il tono di fondo è piuttosto realistico: i personaggi commettono errori o cedono all'emozione, tutti ovviamente tranne l'inarrestabile e misterioso killer, una sorta di "uomo nero" o di Babau, sempre pronto a uscire dall'ombra (o dai sogni) per avventarsi sui protagonisti, la cui fuga diventa una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

17 gennaio 2021

La grande razzia (Henri Decoin, 1955)

La grande razzia (Razzia sur la chnouf)
di Henri Decoin – Francia 1955
con Jean Gabin, Magali Noël
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'esperto gangster Henri "Le Nantais" (Jean Gabin) torna dall'America in Francia per dirigere un lucroso traffico di droga per conto del boss Paul Liski (Marcel Dalio), sostituendone il luogotenente che è stato eliminato in un regolamento di conti. Sotto la copertura della gestione di un ristorante – della cui giovane cassiera, Lisette (Magali Noël), si innamora – Henri supervisiona l'arrivo della merce in Francia, la sua consegna, la lavorazione, la distribuzione ai corrieri e lo spaccio nei locali o ai singoli consumatori, mentre nel contempo deve far fronte alle indagini e alle retate della polizia e tenere a bada gli scagnozzi di Liski, Roger "Le Catalan" (Lino Ventura) e Bibi (Albert Rémy), due tirapiedi dal grilletto facile, sempre pronti a intimidire o ad ammazzare chi non rispetta le regole o vuole abbandonare l'organizzazione. La trama (tratta da un romanzo di Auguste Le Breton, anche sceneggiatore nonché presente in un cameo nel ruolo del giocatore d'azzardo) pare a tratti quasi un pretesto per un viaggio documentaristico negli ambienti della "mala" e nell'organizzazione dello spaccio di droga: ma la curiosità e la meticolosità di Henri nel voler conoscere ogni dettaglio della struttura che dirige avrà una sua giustificazione nel finale a sorpresa. Ottima l'atmosfera, le interpretazioni, la fotografia in bianco e nero di un mondo sordido e inesorabile: si pensi a figure tragiche come la tossicodipendente Léa (Lila Kedrova). Paul Frankeur è il commissario Fernand, Roland Armontel il chimico Birot, Michel Jourdan il fattorino con la bici. Gran parte del cast (Gabin, Ventura, Frankeur e Jourdan) aveva recitato insieme pochi mesi prima nel "Grisbi" di Jacques Becker. La parola "chnouf" presente nel titolo originale indica in gergo le droghe pesanti.

16 gennaio 2021

The gentlemen (Guy Ritchie, 2019)

The Gentlemen (id.)
di Guy Ritchie – GB/USA 2019
con Matthew McConaughey, Charlie Hunnam
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Mickey Pearson (Matthew McConaughey), "boss" della marijuana in Gran Bretagna, intende ritirarsi a vita privata con la moglie Rosalind (Michelle Dockery) e vendere il proprio impero, vivai e infrastrutture comprese, al "collega" Matthew Berger (Jeremy Strong). Ma questi, per abbassare il prezzo, gli scatena contro l'ambizioso cinese Dry Eye/Occhio Asciutto (Henry Golding), per far fronte al quale Mickey dovrà ricorrere all'aiuto di un eccentrico coach di lotta e "maestro di vita" (Colin Farrell) e ai suoi "Toddlers". Contemporaneamente, il giornalista prezzolato Fletcher (Hugh Grant), incaricato dal suo direttore Big Dave (Eddie Marsan) di indagare sui loschi affari di Mickey, contatta il braccio destro di quest'ultimo, Raymond (Charlie Hunnam), per ricattarlo: quasi l'intero film, di fatto, è narrato attraverso la ricostruzione di Fletcher, che ne espone le vicende come se fosse una sceneggiatura cinematografica. Con un ottimo cast corale e un soggetto intricato, nel quale si giostra con disinvoltura, Ritchie torna sulle orme dei suoi primi successi (come "Snatch" e "Lock & Stock"): storie di gangster di grande e di piccolo calibro, oltre che dei variopinti personaggi che ruotano loro intorno, raccontate con brio, umorismo, adrenalina e soprattutto consapevolezza dei generi (in chiave post-moderna). Il divertimento non manca, ma forse è un po' fine a sé stesso: non ci si attenda chissà quale messaggio o significato recondito, anche se lo scenario è al passo con i tempi (i giovani teppisti che fanno ampio uso dei social media, per esempio), la vicenda tocca un po' tutti gli ambienti sociali (dai ricchi lord agli sbandati di strada) e i personaggi sono ben caratterizzati attraverso particolarità e idiosincrasie. L'aspetto forse più interessante è la fusione fra le solite lotte di potere fra i gangster e un approccio più da "business" che comprende trattative e negoziati, anche se spesso portati avanti con metodi sporchi: a questo proposito, nel calderone non mancano citazioni colte, come quelle allo Shakespeare del "Mercante di Venezia".

10 gennaio 2021

Atlantic City, U.S.A. (Louis Malle, 1980)

Atlantic City, U.S.A. (Atlantic City)
di Louis Malle – Canada/Francia 1980
con Burt Lancaster, Susan Sarandon
***

Visto in TV, con Sabrina.

In una città in declino, che ha conosciuto tempi migliori (il boom turistico all'inizio del Novecento e il periodo del proibizionismo, quando fu sede delle attività di celebri bande di gangster), l'anziano Lou Pasco (Burt Lancaster), ex delinquente di mezza tacca, sogna l'occasione di riscatto quando entra per caso in possesso di una partita di droga che Dave (Robert Joy), un giovane ladruncolo, ha sottratto a una banda di spacciatori. Quando questi ultimi si presenteranno per riprendersela, Lou dovrà proteggere l'ex moglie di Dave, l'aspirante croupier Sally (Susan Sarandon), di cui è innamorato, dalla loro vendetta. Gangster movie minimalistico, intimo e romantico, malinconico ritratto di un mondo allo sbando, che guarda al passato mentre sta per essere spazzato via dall'imminente futuro (la demolizione dei vecchi edifici per fare posto alla costruzione di nuovi alberghi e casinò, come quelli di Donald Trump). Prigioniero di un personaggio che forse non è mai stato, Lou (come la città stessa) si illude di tornare agli antichi splendori al fianco di Sally, giovane ragazza che vuole viaggiare e fare esperienze, anche se alla fine si renderà conto che il proprio posto è insieme alla coetanea Grace (Kate Reid), vedova di un suo vecchio amico, al cui servizio si è dedicato. Nel cast anche Michel Piccoli (il mentore di Sally, che oltre a guidarla nel corso da croupier le insegna il francese e le fa ascoltare "Casta diva") e Hollis McLaren (la sorella hippie della ragazza, incinta di Dave). Scritta da John Guare, la pellicola ebbe un ottimo riscontro critico: vinse il Leone d'Oro a Venezia (ex aequo con "Gloria" di Cassavetes) e fu candidata a cinque premi Oscar (nelle cinque maggiori categorie: film, regia, sceneggiatura, attore e attrice).

19 dicembre 2020

Green fish (Lee Chang-dong, 1997)

Green fish (Chorok mulkogi)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 1997
con Han Suk-kyu, Shim Hye-jin, Moon Sung-keun
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Tornato a casa dopo il servizio militare, il ventiseienne Mak-dong (Han) trova la propria famiglia e l'intero mondo intorno a sé nel caos più completo. I fratelli si sono allontanati l'uno dall'altro e vivono allo sbando e in difficoltà economica, il quartiere si sta trasformando in peggio, e dove c'erano vasti campi stanno per sorgere moderni palazzoni. L'incontro con la misteriosa Mi-ae (Shim), cantante in un cabaret e "pupa" del boss locale Bae Tae-gon (Moon), porta Mak-dong in contatto col sottobosco della malavita: preso in simpatia dal boss per via del suo coraggio e del suo carattere schietto, ne diventa presto uno degli uomini più fidati, occupandosi dei lavori più pericolosi nella speranza di guadagnare il denaro necessario a riunire i propri parenti e aprire un ristorante a gestione familiare... L'opera prima di Lee Chang-dong, il futuro regista di "Peppermint candy" e "Poetry", è un film intenso e ricco di ingredienti, forse fin troppi: la famiglia di Mak-dong, le faide fra bande di gangster, il rapporto con Mi-ae, la società coreana che cambia, il desiderio di rivalsa e quello, parallelo, del ritorno alla felicità dell'infanzia (il titolo fa riferimento a un pesce preso da Mak-dong da ragazzo, simbolo – come la slitta di "Quarto potere" – della spensieratezza di gioventù e di un momento in cui la famiglia era unita). Il tutto si colloca in una società corrotta (poliziotti e politici prendono le mazzette) e un mondo violento, dove c'è poco scampo per i puri, per chi agisce solo in base ai propri istinti o sentimenti, e per chi insegue un sogno: quello del protagonista verrà infatti realizzato solo dopo la sua morte, e a rendersi conto del suo sacrificio sarà chi gli è sopravvissuto, come Mi-ae (incinta forse di lui): la scena in cui viene uccisa la gallina per preparare la zuppa per lei richiama in un certo senso proprio il sacrificio di Mak-dong. Bella e già matura la regia (Lee, anche sceneggiatore, aveva lavorato come assistente in un paio di pellicole, prima di decidere di fare il gran salto dietro la macchina da presa), bravi gli attori e interessante la colonna sonora melodica (che richiama a tratti il Morricone di "C'era una volta in America" e il Bernard Herrmann di "Taxi driver"). Alcune sequenze (quella nei bagni pubblici e quella nella cabina telefonica, improvvisata da Han) sono entrate nella memoria collettiva dei cinefili coreani.

7 luglio 2020

C'era una volta in America (Sergio Leone, 1984)

C'era una volta in America (Once upon a time in America)
di Sergio Leone – Italia/USA 1984
con Robert De Niro, James Woods
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina, per ricordare Ennio Morricone.

L'ultimo film di Sergio Leone, prodotto dopo una gestazione di oltre dieci anni e realizzato insieme ai suoi collaboratori più fidati (il direttore della fotografia Tonino Delli Colli, il montatore Nino Baragli e naturalmente il compositore Ennio Morricone, che firma qui una delle sue colonne sonore più belle), è una lunga – quasi quattro ore – e sofisticata gangster story, il cui titolo "fiabesco" sembra voler riecheggiare l'altro suo capolavoro "C'era una volta il west". Per la prima e unica volta, se non contiamo i peplum degli esordi, il regista romano si allontana dal territorio che ha frequentato con successo per tutta la sua carriera, ovvero il western: ma non dall'epica americana, di cui racconta a ben vedere un'altra sfaccettatura, affidandosi al secondo genere per eccellenza del cinema statunitense (il gangster movie, appunto) e realizzandone un titolo imprescindibile, che potremmo considerare il punto d'arrivo di un percorso che parte da "Nemico pubblico" e "Piccolo Cesare", passando per "Scarface" e "Il padrino". E anche in questo caso il titolo è programmatico: con esso Leone intende andare alle origini di un mondo vasto e legato all'immaginario culturale attraverso tanti film, romanzi e fumetti, ma soprattutto raccontare l'essenza dell'America, quegli Stati Uniti che sono una nazione giovane ("Questo è un paese in crescita, e certe malattie è meglio farle subito, da piccoli") e costruite sulla violenza, il tradimento e la sopraffazione. Il soggetto è ispirato al romanzo semiautobiografico "The Hoods" (1952) di Harry Grey, con una trama che Leone e i suoi sceneggiatori (Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli, Franco Ferrini) rendono complessa e articolata mediante l'incrocio di più piani temporali, con il continuo passaggio dal passato al presente attraverso una serie di flashback e flashforward. Si inizia in media res, nel 1933, alla fine del proibizionismo, quando il gangster David Aaronson detto "Noodles" (Robert De Niro) è costretto a fuggire da New York dopo la morte dei suoi tre soci, nonché più cari amici, "Max" Bercovicz (James Woods), "Patsy" Goldberg (James Hayden) e "Cockeye" Stein (William Forsythe). Tornerà nella Grande Mela soltanto trentacinque anni dopo, nel 1968 ("Che hai fatto in tutti questi anni?" - "Sono andato a letto presto", risponde, citando l'incipit de "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust), richiamato da una lettera anonima e da qualcuno che vuole assoldarlo per un ultimo misterioso lavoro...

Siamo a trenta minuti di film, e ancora non sappiamo nulla dei retroscena. Ma la storia fa ora un improvviso tuffo all'indietro, portandoci nei ruggenti anni Venti, quando un giovane Noodles cresceva in libertà e spensieratezza per le strade del quartiere ebraico del Lower East Side di Manhattan, con gli inseparabili amici Patsy, Cockeye e Dominic, guadagnandosi da vivere con furtarelli o piccoli "lavoretti" per il boss della zona, altercando con il poliziotto locale e spiando di nascosto la bella Deborah, aspirante ballerina e sorella dell'amico Fat Moe, il locale della cui famiglia funge da base e punto di aggregazione dell'intera comitiva. Quando Noodles e compagni stringono amicizia con il nuovo arrivato Max, le loro sorti iniziano a sollevarsi, cosa che non fa piacere a Bugsy (James Russo), il galoppino che prima di loro gestiva gli affari della malavita nel quartiere: a cadere vittima della sua vendetta sarà il più piccolo del gruppo, il simpatico monello Dominic, ancora soltanto un bambino. La sua morte rappresenta la fine improvvisa dell'infanzia, in tutti i sensi. Per vendicarlo, Noodles pugnalerà Bugsy e finirà in prigione, dalla quale uscirà solo all'inizio del decennio successivo, trovando i restanti tre amici ormai ben avviati nell'ambiente della malavita, visto che gestiscono di fatto il commercio illegale di alcolici nel quartiere dal locale di Fat Moe (Larry Rapp). Attraverso contatti con boss di maggior calibro, come l'italo-americano Frankie Monaldi (Joe Pesci), i quattro faranno ulteriore strada e acquisiranno sempre più potere, non disdegnando di interferire nelle dinamiche sociali e politiche della loro epoca, per esempio sostenendo (con la forza, naturalmente) le attività del sindacalista James O'Donnell (Treat Williams). E nel frattempo Noodles riallaccia i contatti con l'amata Deborah (Elizabeth McGovern), che però lo lascia per andare a Hollywood in cerca di fama. Intanto il sempre più ambizioso Max non intende fermarsi, nemmeno di fronte alla fine del proibizionismo: e nella speranza di salvargli la vita Noodles decide di denunciarlo alla polizia, causando senza volerlo la morte sua e degli altri due amici. O almeno questo è quanto ha creduto nei trentacinque anni successivi, vissuti nel rimorso, prima di scoprire che a essere tradito era stato proprio lui...

Il tema, come dicevamo, è quello dell'America che cresce come nazione (dopo che in "C'era una volta il west" si era celebrata la fine dell'età della frontiera). Ne è metafora non solo Max con la sua sfrenata ambizione, per la quale non esita a tradire gli amici, ma anche e soprattutto Noodles che, pur senza essere davvero cattivo, non può che agire sopraffacendo gli altri, rovinando le cose belle e prendendosi quello che vuole con la forza (emblematica la scena dello stupro ai danni di Deborah), proprio come l'America si è storicamente presa la terra e ha sfruttato la natura, per poi cercare di dimenticare le proprie colpe (magari attraverso l'oppio, di cui Noodles è un avido consumatore). Un'America che ha costruito il proprio potere e la propria fortuna sulla legge del più forte, sul tradimento, sulla corruzione, sulla connivenza fra malavita e politica. E che pure non può fare a meno di guardare a sé stessa nello specchio o a ripensare al proprio passato con una certa nostalgia, respirando nuovamente il fascino degli inizi, le botteghe di quartiere, i ragazzi e le ragazze che giocavano per le strade o amoreggiavano per le scale, i sogni di gloria e le piccole gioie della vita. Nella sua lunga esposizione, il film attraversa tutte queste fasi e accatasta situazioni e dialoghi indimenticabili, passando da momenti di poesia e di tenerezza ad altri in cui scoppia improvvisa la violenza (l'ultimo appuntamento fra Noodles e Deborah ne è un perfetto esempio). Lo fa anche grazie alla sua complessa struttura a incastro, che "ingarbuglia" la vicenda come in un gioco di scatole cinesi. E cinese è anche il teatro di ombre che ospita la fumeria d'oppio dove Noodles trova rifugio più volte, compresa la scena conclusiva del film, ambientata nel 1933. Non è chiaro se si svolga dopo lo stupro di Deborah, dopo la morte di Max o in un'altra occasione: ma il sorriso che De Niro rivolge agli spettatori nell'inquadratura ferma sui titoli di coda, immerso nella nebbia della dimenticanza e della confusione mentale, ha sempre affascinato critici e spettatori, spingendoli alle interpretazioni più azzardate, molte delle quali (come quella per cui tutto ciò che avviene in seguito non è altro che il frutto dell'immaginazione del personaggio) ben poco fondate.

La lavorazione del film fu assai lunga: le riprese durarono quasi un anno (dal giugno 1982 all'aprile 1983) e si svolsero per lo più a Brooklyn (in molte sequenze si può seguire la progressiva costruzione del ponte sullo sfondo: celebre per esempio quella della morte del piccolo Dominic), ma anche in New Jersey, in Florida, a Cinecittà e al Lido di Venezia. Fondamentale come sempre, nell'economia della pellicola, la musica di Morricone: meravigliosi in particolare il tema principale, lento, melodico e struggente; quello con il flauto di pan (suonato da Gheorghe Zamfir) legato ai ricordi d'infanzia dei protagonisti; e il tema di Deborah, che ricorre in più varianti, spesso diegetiche, sulle note del quale la bambina danza davanti a Noodles. Ottimi gli interpreti, che recitavano per la prima volta con Leone (naturalmente molti di loro, come De Niro o Pesci, non erano nuovi ai film di gangster!). Oltre a quelli già citati, sono da ricordare gli attori che interpretano i personaggi da ragazzi/bambini (per oltre un'ora di film!): Scott Tiler (Noodles), Rusty Jacobs (Max), Brian Bloom (Patsy), Adrian Curran (Cockeye), Noah Moazezi (Dominic), Mike Monetti (Fat Moe) e una Jennifer Connelly al suo esordio (Deborah). Nel cast anche Tuesday Weld (Carol, la donna di Max), Darlanne Fluegel (Eve), Danny Aiello (il poliziotto), Burt Young (Joe) e il produttore israeliano Arnon Milchan (l'autista di Noodles). Pur con un buon riscontro, la pellicola è stata rivalutata soprattutto negli anni successivi alla sua uscita: oggi è considerata uno dei capolavori del regista. Ironia della sorte, ebbe successo ovunque tranne che negli Stati Uniti, dove venne pesantemente tagliata dai produttori, che ne rimontarono anche le sequenze in ordine cronologico, alterandone così l'equilibrio ed eliminando gran parte del fascino e del mistero. In occasione dell'uscita in DVD del 2003, il film è stato completamente ridoppiato (cosa vergognosa, visto che il doppiaggio originale era stato curato dallo stesso Leone, come quelli di tutti i suoi film). Nel 2012, per fortuna, la pellicola è stata restaurata (con l'aggiunta di piccole scene inedite) e il doppiaggio originale è stato ripristinato. Leone morirà nel 1989 senza fare più altri film, anche se stava lavorato a un progetto sulla battaglia di Stalingrado. Il sorriso di De Niro nel freeze frame finale rappresenta dunque anche il commiato del grande regista dal cinema e da noi spettatori.