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13 febbraio 2023

L'illusione viaggia in tranvai (Luis Buñuel, 1954)

L'illusione viaggia in tranvai (La ilusión viaja en tranvía)
di Luis Buñuel – Messico 1954
con Carlos Navarro, Lilia Prado, Fernando Soto
**1/2

Rivisto in DVD.

Ubriachi dopo la festa del quartiere, due impiegati dell'azienda dei trasporti di Città del Messico – Juanito (Carlos Navarro) e Tobías (Fernando Soto) – prendono "in prestito" un vecchio tram destinato allo smantellamento per compiere un'ultima scorribanda notturna per le strade della città. Ma il loro tentativo di riportarlo nell'officina la mattina seguente, prima di essere scoperti, sarà messo a repentaglio da numerosi intralci e disavventure... Presentata dalla voce narrante come "una delle tante storie semplici di persone umili e laboriose, che essi vivono nella speranza di realizzare un sogno, un desiderio, un'illusione", la pellicola racconta con toni da commedia leggera un episodio forse insignificante ma che contribuisce a tracciare un ritratto della vita cittadina attraverso le peripezie dei suoi abitanti, che siano ricchi o poveri, ignoranti o istruiti, occupati o nullafacenti, onesti o criminali. E un Buñuel che lentamente si sta affrancando dal cinema commerciale messicano per tornare ai propri interessi autoriali non si risparmia qualche sberleffo alla religione (la recita teatrale "popolare" sull'angelo caduto e la tentazione nell'Eden) e qualche accenno di carattere sociale (il contrasto fra i passeggeri benestanti del tram e quelli proletari) o economico (il professore che spiega l'inflazione al guardiano dell'officina). Lilia Prado è la bella Lupe, sorella di Tobías e oggetto del desiderio di Juanito; Agustín Isunza è Papá Pinillos, tranviere in pensione, zelante e impiccione, che minaccia di denunciare il furto del tram alla direzione.

25 gennaio 2023

Una donna senza amore (L. Buñuel, 1952)

Una donna senza amore (Una mujer sin amor)
di Luis Buñuel – Messico 1952
con Rosario Granados, Joaquín Cordero
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sposata con l'antiquario Carlos (Julio Villarreal), un uomo più anziano di lei e che non ama, Rosario (Rosario Granados) progetta di fuggire in Brasile insieme al giovane ingegnere Julio (Tito Junco): ma è costretta a rinunciare sia a lui che ai propri sogni d'amore per non abbandonare il marito malato e il figlioletto Carlitos. Vent'anni più tardi, dal Brasile giunge la notizia della morte di Julio, "amico di famiglia" che ha lasciato una cospicua eredità a Miguel (Xavier Loyá), il secondo figlio di Rosario. E Carlitos (Joaquín Cordero), che nel frattempo come il fratello minore è diventato un medico ed è già geloso nei suoi confronti perché è riuscito a conquistare Luisa, la compagna di studi di cui entrambi sono innamorati, comincia a sospettare che Miguel sia il frutto di una relazione clandestina della madre... Diviso in due parti ambientate appunto a vent'anni di distanza, un (melo)dramma famigliare ispirato al romanzo "Pierre e Jean" di Guy de Maupassant. Come molti dei primi lavori messicani di Don Luis, il film non ha quasi nulla di buñueliano, a parte forse alcune inquadrature e movimenti di macchina, nonché il tema del conflitto fra desideri personali ed esigenze sociali: il regista stesso non lo amava e anzi lo ha definito il suo film peggiore (ma secondo me "La figlia dell'inganno" e soprattutto "Gran casino" non sono poi molto meglio). Comunque, se non proprio avvincente, quantomeno nella seconda parte – in cui il punto di vista si sposta dalla madre al figlio primogenito – la vicenda si lascia seguire con un certo interesse.

26 novembre 2022

La figlia dell'inganno (Luis Buñuel, 1951)

La figlia dell'inganno (La hija del engaño)
di Luis Buñuel – Messico 1951
con Fernando Soler, Alicia Caro
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Tradito dalla moglie, e in dubbio sulla paternità della loro figlia, un uomo (Fernando Soler) ripudia la donna e affida la bambina a una coppia di contadini. Vent'anni dopo, diventato ricco (anche se misantropo) e proprietario di un locale notturno, decide di rintracciare la ragazza (Alicia Caro)... Altro film del periodo "alimentare" di Buñuel in Messico, tratto da una commedia teatrale spagnola ("Don Quintín, el amargao") di cui aveva già curato una precedente versione cinematografica, nel 1935, in Spagna (come sceneggiatore, ma non accreditato): di conseguenza, è l'unico soggetto di cui Don Luis ha lavorato a due versioni. Nonostante la trama chiaramente melodrammatica, i toni sono quelli della commedia, se non della farsa, soprattutto nella seconda parte, grazie ad alcuni personaggi secondari – come i due "sgherri" di Don Quintín (Fernando Soto e Nacho Contla), protagonisti di svariati siparietti – e alla parodia degli ambienti gangsteristici. Il finale, però, è decisamente affrettato, con l'improvvisa riconciliazione fra padre e figlia che sembra cadere un po' dal nulla. Niente dunque di memorabile o di "buñueliano", anche se il film si iscrive a buon diritto nel periodo d'oro del cinema messicano di quegli anni. Nel cast Rubén Rojo e Amparo Garrido.

7 ottobre 2022

Il grande teschio (Luis Buñuel, 1949)

Il grande teschio (El gran calavera)
di Luis Buñuel – Messico 1949
con Fernando Soler, Rosario Granados
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Per impedire all'imprenditore milionario Ramiro de la Mata (Fernando Soler), sempre circondato da parenti fannulloni e scrocconi, di dilapidare il proprio patrimonio, il fratello medico Gregorio lascia credere a tutti che l'uomo è finito sul lastrico. Costretti a vivere in povertà, in una casa popolare, e a guadagnarsi da vivere lavorando, Ramiro e i suoi familiari riscopriranno l'unità e i veri valori della vita, compresa la figlia Virginia (Rosario Granados) che trova l'amore di un giovane disinteressato (Rubén Rojo). Il secondo film "commerciale" girato da Buñuel in Messico (comunque migliore del precedente "Gran Casino", di due anni prima) è una gradevole commedia degli equivoci a sfondo morale sui temi della famiglia e dei rapporti di classe. Il soggetto (da un romanzo di Adolfo Torrado) e gli sviluppi forse non sono originalissimi né imprevedibili, ma vengono ravvivati da una buona sceneggiatura e da un gruppo di personaggi simpatici e ben caratterizzati, degni di una farsa corale (fra i più comici c'è il fratello pigro Ladislao (Andrés Soler), oltre naturalmente allo stesso Ramiro). Lo sceneggiatore Luis Alcoriza interpreta Alfredo, lo spasimante altolocato (e lui sì, interessato solo al denaro) di Virginia. Don Luis firma la regia in maniera altamente professionale, mettendosi al servizio della storia senza alcun vezzo autoriale: pare che avesse accettato di dirigerlo a condizione che il produttore Oscar Dancigers, in cambio, gli permettesse poi di realizzare – come terzo lavoro insieme – una pellicola più personale. Questa sarà "I figli della violenza", uno dei suoi capolavori, che uscirà l'anno dopo e lo riporterà sulla scena internazionale e all'attenzione della critica. Tornando a "Il grande teschio", il titolo italiano è una traduzione maldestramente letterale dallo spagnolo, ma priva di senso: avrebbe dovuto essere "Il grande scapestrato" (la testa calda in questione, naturalmente, è il protagonista Ramiro).

13 luglio 2022

Gran casino (Luis Buñuel, 1947)

Gran casino, aka En el viejo Tampico
di Luis Buñuel – Messico 1947
con Jorge Negrete, Libertad Lamarque
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il film che segna ufficialmente il ritorno di Buñuel alla regia, a quattordici anni di distanza da "Las Hurdes" (nel frattempo aveva continuato a lavorare nel cinema come produttore e supervisore del doppiaggio, ed era fuggito dalla Spagna franchista per trasferirsi prima negli Stati Uniti e poi in Messico), e che inaugura dunque il suo "periodo messicano", è una pellicola musicale realizzata per conto del produttore di origine russa Óscar Dancigers. Si tratta di un film puramente commerciale e privo della minima influenza surrealista, girato con relativa competenza ma di scarso valore dal punto di vista artistico (è forse il titolo meno interessante di tutta la filmografia buñueliana). Il suo unico punto di forza, diciamo così, risiede nei due interpreti, due divi molto popolari nel Messico degli anni Quaranta (che a quei tempi stava vivendo il periodo forse più fortunato della propria industria cinematografica): l'argentina Libertad Lamarque e il messicano Jorge Negrete, attori e cantanti protagonisti di molte commedie musicali. Si tratta di un film di genere charro, equivalente al western statunitense (il "gran casino" del titolo è praticamente un saloon, dove si beve, si gioca d'azzardo e si assiste a spettacoli musicali), ambientato in una zona di frontiera, a Tampico, durante il boom delle estrazioni petrolifere. José Enrique (Francisco Jambrina), proprietario di un giacimento che rifiuta di vendere a una potente compagnia straniera, viene ucciso dagli uomini di Don Fabio (José Baviera), il losco proprietario del casino locale: e a proteggere il pozzo di petrolio, passato ora nelle mani della sorella Mercedes (Lamarque), è il coraggioso bracciante Gerardo (Negrete), che naturalmente si innamora anche della donna. La parte più interessante della vicenda è probabilmente quella centrale, in cui Mercedes indaga in incognito sulla sorte del fratello (nessuno, nemmeno Gerardo, conosce la sua identità). Ma premesse e conclusioni sono quantomeno pretestuose, e alla fine ci si ricorda soprattutto delle numerose canzoni (alcune delle quali interrompono il flusso della storia) interpretate dai due protagonisti (Buñuel rammenta: «Li facevo cantare in continuazione, come se fossero in competizione»). Nonostante tutto, scarso il successo al botteghino: Don Luis tornerà alla regia, sempre in Messico, solo due anni più tardi.

2 aprile 2022

Terra senza pane (Luis Buñuel, 1933)

Terra senza pane (Las Hurdes: Tierra sin pan)
di Luis Buñuel – Spagna 1933
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Dopo i due film surrealisti degli esordi ("Un chien andalou" e "L'age d'or") e la rottura con Salvador Dalì, Buñuel fu invitato a Hollywood dal produttore Irving Thalberg, ma rimase in America solo pochi mesi prima di fare ritorno in Europa. Ispirato dalla lettura di un saggio accademico di Maurice Legende, decise di realizzare un documentario di "geografia umana" sulle difficili condizioni di vita nelle Hurdes, una regione montuosa della Spagna (a un centinaio di chilometri dalla "civilizzata" Salamanca) caratterizzata da estrema povertà e arretratezza. Finanziato da un amico anarchico, Ramón Acín, che aveva vinto centomila pesetas alla lotteria, il film segna solo apparentemente un forte distacco rispetto ai due lavori precedenti (le assurdità e bizzarrie oniriche cedono il passo a un realismo spinto e melodrammatico): in realtà lo sguardo del regista è sempre lo stesso, rivolto a 360 gradi verso tutto ciò che lo circonda: gli esseri umani, gli animali, il paesaggio, le usanze, la cultura, l'amore, la malattia e la morte. L'impianto è quello del documentario di viaggio: Buñuel e i suoi collaboratori partono dal villaggio di La Alberca, dove assistono a una cerimonia popolare (abbastanza cruenta: i partecipanti devono staccare la testa a un gallo appeso sulla strada), per poi attraversare la valle di Las Batuecas (dove si trova un antico monastero) e giungere infine nelle Hurdes vere e proprie, un insieme di villaggi di case di pietra diroccate e primitive, in mezzo a un territorio spoglio, inospitale e selvaggio. Qui i cineasti hanno soggiornato un paio di mesi, riprendendo lo stile di vita, la desolazione, le malattie e le sofferenze dei suoi abitanti. Un paio d'anni dopo le riprese, nel 1935, Buñuel completò il film con una narrazione in francese (la voce è quella di Abel Jacquin), che sottolinea con insistenza gli aspetti più pietosi e miseri di ciò che viene mostrato, e una colonna sonora (con estratti della quarta sinfonia di Brahms). L'insieme è senza dubbio provocatorio, con intenti sovversivi (Buñuel era un forte oppositore del governo conservatore): alcuni momenti sembrano esagerati (le sofferenze dei bambini), altri sono stati probabilmente inscenati dai cineasti (la caduta della capra dalle rocce), altri ancora ricordano sequenze dei lavori surrealisti (l'asino attaccato dalle api); ma nel complesso il film lascia un'impressione profonda e contribuì a rendere il mondo consapevole del fatto che in alcune regioni della Spagna, già allora sull'orlo della guerra civile, si viveva in maniera così incredibilmente arretrata. Il commento finale invita a uno sforzo collettivo per migliorare le condizioni sociali degli abitanti: tuttavia il film venne vietato dalla censura spagnola. Un film d'animazione del 2018 (tratto da una graphic novel), "Buñuel nel labirinto delle tartarughe", racconta il making of di "Las Hurdes". Nei quindici anni successivi, Buñuel soggiornò in Francia (dove si occupò di doppiaggio), in Spagna (dove lavorò come produttore) e infine (dal 1938) in America: solo nel 1947, dopo essersi stabilito in Messico, tornerà definitivamente alla regia.

1 aprile 2022

L'âge d'or (Luis Buñuel, 1930)

L'età dell'oro (L'âge d'or)
di Luis Buñuel – Francia 1930
con Gaston Modot, Lya Lys
***

Rivisto su YouTube.

Il secondo lavoro surrealista di Buñuel dopo "Un chien andalou" è un film di 62 minuti, stavolta parzialmente sonoro, anch'esso cominciato in collaborazione con Salvador Dalì: ma i due litigarono durante la lavorazione, per ragioni sia artistiche che politiche, e il risultato finale è da attribuirsi quasi esclusivamente al regista spagnolo (di Dalì rimangono alcuni spunti nella sceneggiatura). In seguito al clamore suscitato dal corto precedente, la pellicola (costata un milione di franchi) venne finanziata dal visconte Charles de Noailles, che ogni anno commissionava un film come regalo di compleanno per la moglie Marie-Laure, patrona delle belle arti. I due nobili però se ne pentiranno, visto che la pellicola, grottesca e dissacrante, non fu accolta con la stessa benevolenza della precedente e, anzi, suscitò scandalo, rigetto e forti controversie, al punto che i visconti furono pesantemente criticati dal resto dell'aristocrazia francese (e persino minacciati di scomunica dal Vaticano!). Dopo molte proteste e alcuni atti di teppismo verso i cinema che lo proiettavano, il film venne vietato a Parigi dalla polizia per "motivi di ordine pubblico" e sparì dalla circolazione per diversi decenni. Nonostante la sua natura surrealista e onirica, non è in effetti privo di momenti provocatori e immagini dal "brutale impatto visivo", in chiave antiborghese e anticlericale: in particolare il finale, che accosta la figura di Gesù Cristo a quelle dei protagonisti de "Le 120 giornate di Sodoma" del marchese De Sade. Anche l'incipit è spiazzante, ma per altri motivi: un documentario sugli scorpioni. Il blocco centrale racconta invece, a modo suo, un'altra storia di amore e di passione, stavolta velata di critica antiborghese, un invito a rompere gli schemi e a rifiutare le regole ipocrite e arbitrarie della "buona società", soprattutto se imposte da istituzioni politiche o astratte che ostacolano l'amore puro dei due protagonisti. Una coppia si abbraccia per terra, fra il fango, creando scompiglio e disturbando una cerimonia pubblica, tanto da essere separata a forza dagli astanti. L'uomo, ammanettato e portato via, viene infine rilasciato. Si introduce allora nel palazzo dove una famiglia aristocratica sta dando un ricevimento. Qui ritrova la sua amata, la figlia dei marchesi, appartandosi con lei nel giardino della villa. Per tutto il film vediamo l'uomo infrangere ogni regola di buon comportamento: scalcia un cagnolino, picchia un cieco, schiaffeggia la marchesa, ecc. E non mancano altri momenti provocatori: celebre, per esempio, una frase di Lya Lys: "Che gioia, che gioia aver assassinato i nostri figli!". Quanto alle sequenze più surreali, spesso di ispirazione pittorica, rimangono impressi gli scheletri degli arcivescovi che pregano fra le montagne, la mucca seduta sul letto della donna come se fosse un cagnolino, l'uomo che in preda alla rabbia getta dalla finestra – in sequenza – un albero in fiamme, un vescovo e una giraffa (!)... per non parlare degli insoliti raccordi fra una sequenza e l'altra: dalle montagne infestate dai briganti, per esempio, si passa, a volo d'uccello, a "Roma imperiale", costruita letteralmente in un giorno. Fra gli attori si riconoscono artisti come Max Ernst e Josep Llorens Artigas. La colonna sonora è composta da musica classica, con brani di Beethoven, Mendelssohn, Mozart e Schubert, mentre al ricevimento dei marchesi l'orchestra suona il Liebestod di Wagner (lo stesso brano che accompagnerà "Un chien andalou" nella sua riedizione).

30 marzo 2022

Un chien andalou (Luis Buñuel, 1929)

Un cane andaluso (Un chien andalou)
di Luis Buñuel – Francia 1929
con Pierre Batcheff, Simone Mareuil
****

Rivisto su YouTube.

Il film surrealista più celebre della storia del cinema, concepito da Luis Buñuel (alla sua prima esperienza cinematografica, dopo aver lavorato per un breve periodo come assistente di Jean Epstein) insieme all'amico Salvador Dalì, con cui firma la "sceneggiatura", è un cortometraggio di una ventina di minuti che ancora oggi, come quando uscì, non lascia indifferenti. E, soprattutto, fa pensare a cosa avrebbe potuto essere il cinema se fosse diventato (o rimasto, almeno in parte) un'arte più astratta, come la pittura o la poesia, e non avesse scelto quasi universalmente la via narrativa (e "realistica"). «Nessuna tra le arti tradizionali manifesta una sproporzione così grande tra le possibilità che offre e le proprie realizzazioni», ha detto lo stesso regista spagnolo, lamentando questa occasione perduta: forse però era già troppo tardi, visto che questa strada era stata intrapresa, probabilmente definitivamente, alla fine del primo decennio del ventesimo secolo, quando le prime grandi case di produzione (inizialmente francesi, poi soprattutto americane) tolsero lo spazio alle sperimentazioni individuali e artistiche dei pionieri degli esordi. In ogni caso, anche se ciò che "Un cane andaluso" ci mostra può apparirci onirico, stravagante, come un sogno (e molte delle immagini sono state suggerite a suggerite a Buñuel e Dalì proprio dai loro sogni: non sono mancate, di conseguenza, le interpretazioni psicanalitiche, soprattutto in chiave freudiana), in realtà il regista si è premurato di affermare in seguito che il film "non è la descrizione di un sogno". In effetti Buñuel ha sempre insistito sul lato ideologico e morale del surrealismo rispetto a quello puramente onirico («Nulla, nel film, simboleggia qualcosa. L'unico metodo di investigazione dei simboli può essere, forse, la psicanalisi»). Dopo tutto, «ciò che vi è di più meraviglioso nel fantastico – ha detto André Breton – è che il fantastico non esiste, tutto è reale». Lo dimostra l'attenzione che, sia nella sceneggiatura sia nella pellicola finale, è rivolta agli oggetti, ai luoghi, ai personaggi, alle situazioni, che ricorrono, si rispecchiano e danno l'impressione di essere stati studiati in modo ben preciso; che non si tratti cioè dell'accostamento random di elementi tanto per far numero, dove una cosa vale l'altra o potrebbe essere sostituita da qualsiasi altra, come invece capita, ed è capitato, anche in tempi recenti, nel cinema post-moderno (che infatti, una volta che si acquisisce la consapevolezza di questa sua natura, dà più fastidio che altro).

Il film racconta una storia d'amore. Nel prologo ("C'era una volta..."), un uomo (interpretato dallo stesso Buñuel), con un rasoio, taglia in orizzontale l'occhio di una ragazza, seduta e impassibile, proprio mentre una nuvola fa lo stesso con la Luna nel cielo. Innumerevoli sono state le interpretazioni di questa celeberrima prima scena: a me piace pensare al regista che incide con la propria opera lo sguardo dello spettatore, o forse lo stesso schermo cinematografico, illuminato dalla luce del proiettore. "Otto anni più tardi" un giovane (un uomo vestito con un grembiule femminile) percorre a bordo di una bicicletta le strade vuote di una città. Una donna, dalla finestra del proprio appartamento, assiste alla sua caduta, lo soccorre e lo porta in casa propria. Dispone sul letto i suoi vestiti e la scatola che portava a tracolla. Da un buco sulla mano dell'uomo escono delle formiche (il "formicolio" dell'amore?). All'esterno, una folla si raduna attorno a una mano mozzata, in mezzo alla strada. La mano viene consegnata dalla polizia a una giovane donna efebica (Fano Messan), che si perde in estasi ed è poi travolta da una macchina. Nell'appartamento scoppia la passione, o meglio il desiderio dell'uomo verso la donna. Questa si protegge dai suoi assalti brandendo una racchetta da tennis, appesa alla parete, come un crocifisso. E i sensi di colpa, ovviamente di ispirazione cristiana, si manifestano sotto forma di due corde con cui l'uomo trascina a fatica, dietro di sé, due preti (uno dei quali è interpretato da Dalì in persona), le tavole dei dieci comandamenti (!) e due pianoforti a coda (!) contenenti le carcasse di due asini in putrefazione (!). La donna si rifugia nella stanza da letto, dove la sua immaginazione "ricrea" il giovane a partire dai vestiti che aveva appoggiato sul letto. "Verso le tre del mattino" l'uomo, o meglio la sua "metà cattiva", frutto di una scissione, punisce il giovane, come mettendolo in castigo (e il ritorno all'infanzia è sottolineato, oltre da un'altra didascalia, "Sedici anni prima", dalla presenza del banco di scuola, sporco e disordinato). I due libri scolastici si trasformano in rivoltelle, con cui il giovane uccide la sua metà adulta. Questi precipita fuori dalla finestra, è raccolto e portato via da alcuni passanti. La donna e il giovane possono "consumare" (Eros e Thanatos si fondono: una farfalla con un teschio sul dorso, la bocca dell'uomo che scompare, sostituita dai peli dell'ascella di lei), si ritrovano a camminare lungo la spiaggia, rinvengono la cassetta di legno ormai distrutta (e i vestiti rovinati). Infine, "in primavera", i loro corpi sono semi-sepolti nella sabbia e divorati dagli insetti.

Girata in soli dieci giorni nel marzo del 1928, grazie a un finanziamento della madre del regista (e quando il denaro terminò, Don Luis dovette completare il montaggio personalmente nella propria cucina, senza poter ricorrere a una moviola o ad altre apparecchiature), la pellicola venne accolta con notevole successo a Parigi, dove Buñuel e Dalì si erano trasferiti nel 1925, unendosi al gruppo dei surrealisti di Breton. Fra gli spettatori illustri presenti alla "prima" c'erano, fra gli altri, Jean Cocteau, Pablo Picasso e Le Corbusier. Ma il film fu amato anche da quel pubblico "borghese" che il regista voleva invece provocare, traumatizzare e sconvolgere, al punto da fargli dichiarare, deluso di questo successo: «Cosa posso fare per le persone che adorano tutto ciò che è nuovo, anche quando va contro le loro convinzioni più profonde, o per la stampa insincera e corrotta e il gregge insensato che ha visto la bellezza o la poesia in qualcosa che in fondo non era altro che una disperata e appassionata richiesta di omicidio?». Fra gli entusiasti ci furono i visconti Charles e Marie-Laure de Noailles, che si offrirono di finanziare il lavoro successivo di Buñuel e Dalì, "L'age d'or" (che inizialmente avrebbe dovuto essere proprio un seguito di "Un chien andalou"). Non mancarono tuttavia spettatori indignati (anche per la fama del regista quale ateo e anticlericale) e richieste di censura o di divieto della pellicola. Inizialmente il film – che è muto – veniva proiettato accompagnato da musiche suonate dal vivo o con un grammofono. Soltanto nel 1960 Buñuel vi aggiungerà l'attuale colonna sonora, che comprende soprattutto brani del Liebestod dal "Tristano e Isotta" di Wagner, ma anche due tanghi argentini. Il titolo (traduzione in francese di "Un perro andaluz", una raccolta di scritti di Buñuel pubblicata nel 1927) può essere autobiografico: il "cane" sarebbe lo stesso regista. Fra gli aneddoti: l'occhio tagliato nel prologo è quello di un vitello (e non di una capra, come a lungo si è creduto: non che faccia qualche differenza). Nella pellicola ci sono riferimenti ai quadri di Vermeer, alle opere di Federico García Lorca (amico di Buñuel e Dalì, sin dai tempi in cui vivevano in Spagna) e a quelle di altri scrittori dell'epoca (si dice che le carcasse degli asini nei pianoforti rappresentino uno sberleffo verso "Platero e io" di Juan Ramón Jiménez). Vera pietra miliare del cinema (o almeno, di un certo tipo di cinema), il film è sempre entrato indelebilmente nelle menti, le memorie e le coscienze di cineasti e spettatori, influenzando, fra gli altri, molti registi di video musicali, per via del suo flusso di associazioni visive e tematiche.

29 luglio 2013

Bella di giorno (Luis Buñuel, 1967)

Bella di giorno (Belle du jour)
di Luis Buñuel – Francia 1967
con Catherine Deneuve, Michel Piccoli
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Per superare la propria frigidità e la paura del sesso, Séverine – moglie di un giovane e ricco chirurgo – opta per una "terapia d'urto" e si prostituisce in un bordello di lusso, dove è conosciuta con il nome di "Bella di giorno" (perché è disponibile solo dalle 2 alle 5 del pomeriggio). Il primo film a colori di Buñuel, scritto con Jean-Claude Carrière da un romanzo di Joseph Kessel e prodotto dai fratelli Hakim, è il lavoro più celebre e "scandaloso" del regista: rifiutato dal Festival di Cannes per supposta "scarsa artisticità", si rifarà vincendo addirittura il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia. Nella vena onirico-surrealista di Don Luis, il film mette in scena ossessioni e desideri che si confondono con la realtà: Séverine, che ha tendenze sadomasochistiche (sogna di essere frustata o umiliata dall'uomo che ama), non si prostituisce per denaro o per lussuria, ma solo per "scoprire sé stessa", come se si trattasse di sedute dallo psicanalista. Il tema pruriginoso sollevò un vespaio nei tardi anni sessanta, ma spinse anche gli incassi alle stelle (è il lavoro del regista spagnolo che ebbe il maggior successo di pubblico). E anche a rivederlo oggi il film mantiene tutta la sua forza, in un miracoloso equilibrio fra simbolismo, caratterizzazione psicologica, bizzarria delle situazioni (si pensi alla sequenza di clienti eccentrici o dalle manie "particolari": si va dal professore che gioca a fare il maggiordomo maltrattato, al duca che assolda la ragazza perché impersoni la moglie defunta) e carica erotica, pur non mostrando mai (naturalmente) scene esplicite. Una Deneuve bellissima, algida e distante (anche quando la vediamo nel tempo libero, sulla neve di una località sciistica o in completino bianco da giocatrice di tennis), dà vita a un personaggio indimenticabile, che parte dalla propria passività e sottomissione per cercare un nuovo equilibrio fra realtà e sogno (sono numerose le sequenze – introdotte dall'immagine o dal rumore della carrozza, spesso accompagnata da suoni di campanellini o da miagolii di gatti – che sono puramente frutto della sua immaginazione). Buono comunque anche il cast maschile: a svettare, più che Jean Sorel nei panni del marito, è il sornione Michel Piccoli, l'amico che la corteggia e che subdolamente la indirizza alla casa di Madame Anaïs (Geneviève Page). Pierre Clémenti è invece il giovane malavitoso che si invaghisce di lei, parzialmente ricambiato, e che cercherà di averla tutta per sé. Fra i tanti elementi introdotti per intorbidire le acque, è da ricordare la misteriosa scatoletta del cliente orientale, da cui proviene uno strano ronzio e di cui non ci viene mostrato il contenuto, che Buñuel lascia alla nostra immaginazione: è certamente un'antesignana della valigetta di "Pulp Fiction". Diverse le scene censurate dall'edizione italiana: in particolare, quella in cui Séverine, da bambina, rifiuta di ricevere la comunione, dimostrando già da allora il suo anticonformismo e il suo desiderio di trasgressione. Nel 2006 Manoel de Oliveira ne ha diretto un (brutto) sequel, "Belle toujour", con Bulle Ogier nel ruolo di Séverine (che la Deneuve aveva rifiutato di riprendere).

8 settembre 2011

Simon del deserto (L. Buñuel, 1965)

Simon del deserto (Simón del desierto)
di Luis Buñuel – Messico 1965
con Claudio Brook, Silvia Pinal
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Giovanni.

Padre Simon è uno "stilita", ovvero un eremita che si è ritirato a pregare in cima a una colonna di pietra nel bel mezzo del deserto. Qui pratica il digiuno e l'ascesi, riceve visite da parte dei religiosi di un convento vicino, compie miracoli occasionali ed è tentato più volte dal demonio. Un film particolare anche all'interno della multiforme filmografia di Buñuel, a cominciare dalla durata (solo 45 minuti): esauriti i fondi a metà lavorazione e impossibilitato a portare a termine la pellicola, il regista vi aggiunse infatti un finale ambientato ai giorni nostri (in un night club di New York) per dargli una sorta di conclusione. Sospeso, come il suo protagonista, "fra cielo e terra", il film presenta un succedersi di momenti ironici, grotteschi, stravaganti e suggestivi: il miracolo che viene accettato, da parte dell'uomo che lo riceve, come se fosse la cosa più normale del mondo; la disarmante discussione fra Simon e un monaco sul concetto di "proprietà"; i momenti in cui lo stesso Simon dimentica le parole della preghiera o si accorge di vaneggiare ("Comincio a rendermi conto che non mi rendo conto di quello che dico"); le scene con il nano pastore (interpretato da Jesús Fernández, attore già visto in "Nazarin"); e naturalmente le tentazioni da parte del maligno, che ha fattezze femminili ed è interpretato sempre da Silvia Pinal, di volta in volta abbigliata con abiti alla marinaretta, acconciatura (e barba!) da Belle Epoque, o abiti moderni (nella scena finale nella discoteca, in mezzo a giovani che ballano il rock scatenandosi come in un "sabba", un ambiente davvero agli antipodi con il silenzio e la solitudine in cui Simon si era isolato). A un intervistatore che gli chiedeva se Simon, "con la sua libertà, la sua mancanza di senso della proprietà e il suo isolamento dall'establishment", fosse come un autentico hippy, Buñuel rispose che sì, "gli hippy avrebbero potuto nominarlo loro santo patrono. Ma nella nostra epoca gli hippy hanno fallito. E molti di essi sono stati affascinati dal rumore, dal rock, dalla chitarra elettrica e da altre cose demoniache". Indicativamente, a Simon che gli/le dice "Vade retro", Satana nella scena finale risponde "Vade ultra".

7 settembre 2011

Nazarin (Luis Buñuel, 1958)

Nazarin (id.)
di Luis Buñuel – Messico 1958
con Francisco Rabal, Marga López
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Giovanni e Marisa.

Padre Nazarin, un giovane prete, vive in povertà in uno squallido tugurio di Città del Messico (siamo ai tempi della dittatura di Porfirio Díaz), accettando con rassegnazione le cattiverie che il mondo e gli uomini gettano su di lui. Per aver protetto e ospitato Andara, un prostituta che ha ucciso una cugina in una rissa, è costretto ad abbandonare la tonaca e a vagare per il paese, camminando scalzo e vivendo di elemosine. È seguito suo malgrado da due "discepole" che vedono in lui un santo: la stessa Andara e la più pura Beatrice. Ma la sua mitezza e la sua bontà d'animo, che lo rendono incapace di fare del male nonché immune da ogni tentazione sessuale (in una scena Beatrice si addormenta appoggiata sulla sua spalla, mentre Andara si lamenta perché si sente da lui trascurata: ma Nazarin non si cura delle ragazze e pensa solo a osservare una lumaca che striscia sulla sua mano), non saranno comprese. Accusato di immoralità e di una convivenza "scandalosa" con le due donne, verrà arrestato e condotto in prigione: mentre la pellicola si conclude, si possono udire in sottofondo i martellanti tamburi di Calanda (il paese natale del regista) che vengono suonati in occasione della settimana santa. È dunque evidente – ed esplicito sin dal titolo – il richiamo alla figura di Cristo, della cui vita però quella di Nazarin è una sorta di parodia o di caricatura all'insegna dell'impotenza e del fallimento. Buñuel ha adattato il romanzo di Benito Pérez Galdós ("il più grande romanziere spagnolo dopo Cervantes") perché era attirato dal personaggio, ma con la sua consueta "cattiveria" mette in luce a più riprese l'inutilità della bontà del protagonista, che in fin dei conti è destinato a fallire su tutti i fronti: un po' per colpa del mondo che lo circonda, incapace ad accogliere tanta purezza, ma anche perché lui stesso pare non rendersi conto di quello che accade intorno a lui. Non solo non comprende l'amore delle due donne che lo seguono, ma nemmeno le dinamiche sociali che attraversa: esemplare la scena in cui scatena (senza volerlo, e senza curarsi delle conseguenze) un litigio fra gli operai e il sorvegliante di un cantiere perché aveva chiesto di essere assunto in cambio del semplice vitto. Ad aprirgli gli occhi, alla fine, è un criminale che in prigione gli spiega che in fondo "lei è buono, io cattivo, ma nessuno dei due è servito a niente". Nazarin, che a dire il vero sembra poco interessato a predicare o a fare proseliti, fallisce anche ogni volta che cerca di dare consigli o indirizzi morali: non riesce a scacciare le due donne che lo hanno eletto a loro maestro, né a combattere le superstizioni (di fronte a una bambina malata suggerisce di ricorrere alla scienza e alla medicina: ma le comari del paese continuano a invocare da lui un miracolo) o a "cambiare" veramente coloro con cui entra in contatto (i suoi superiori, che lo accusano di "degradare" la dignità dell'abito talare; la donna che sta morendo di peste, che preferisce il conforto del marito a quello del prete; e nemmeno Beatrice e Andara, che in fondo terminano la loro funzione nel film allo stesso modo con cui l'avevano cominciata: la prima, sottomessa al dongiovanni Pinto; la seconda, vittima della società senza possibilità di redenzione).

3 settembre 2011

Estasi di un delitto (L. Buñuel, 1955)

Estasi di un delitto (Ensayo de un crimen)
di Luis Buñuel – Messico 1955
con Ernesto Alonso, Miroslava Stern
***1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Giovanni, Rachele, Eleonora e Marisa.

Il casuale ritrovamento di un carillon appartenuto un tempo alla madre rievoca un trauma infantile nella mente del ricco Archibaldo De La Cruz (nella versione italiana rinominato, chissà perché, Alessandro) e risveglia in lui un istinto omicida e misogino. Ma per una serie di fatalità, il protagonista non riesce mai a compiere i delitti che progetta, visto che le sue "vittime" muoiono tutte senza il suo intervento: una si suicida, un'altra perisce in un incidente, una terza viene uccisa da un altro uomo... Black comedy dai risvolti psicanalitici (il ruolo dell'analista, in maniera bizzarra, è svolto dal commissario di polizia al quale Archibaldo confessa i suoi crimini – il film è praticamente raccontato tutto in flashback – e che alla fine rifiuta di arrestarlo, spiegandogli che "se si condannassero le intenzioni, le carceri sarebbero piene", e che, comunque, "non sarà l'unico criminale a piede libero"), si tratta di un vero e proprio gioiellino all'interno della produzione messicana di Buñuel. Criminale "potenziale", il simpatico Archibaldo è continuamente frustrato nei suoi desideri di uccidere le donne che lo circondano (la voluttuosa e seducente Patricia; la sfuggente e provocante Lavinia; la virginea e pura – ma solo in apparenza – Carlotta): in un caso deve persino accontentarsi di bruciare il manichino che ritrae Lavinia, facendogli fare la fine che aveva riservato alla ragazza. Attorno a lui si dipana il solito mondo colmo di ipocrisia che il regista spagnolo ama mettere alla berlina: anche per questo motivo è facile parteggiare per il protagonista. Per alcuni critici l'intera pellicola è un'allegoria dell'impotenza sessuale, ma semmai i temi sono più quelli del feticismo (sin da piccolo vediamo Archibaldo indossare i vestiti della madre), del complesso di Edipo e della fascinazione per il binomio sesso e morte (il piccolo Archibaldo rimane impressionato dall'immagine delle gambe dell'istitutrice che si macchiano di sangue). E il film anticipa "Bella di giorno" nel presentare un personaggio alle prese con desideri inconfessati da soddisfare (evocati da richiami uditivi-visivi: qui la musica del carillon, lì l'immagine della carrozza) e che vorrebbe trasferire dal sogno alla realtà.

2 settembre 2011

Él (Luis Buñuel, 1953)

Lui (Él)
di Luis Buñuel – Messico 1953
con Arturo de Córdoba, Delia Garcés
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Rachele e Marisa, in originale con sottotitoli.

Il benestante Francisco Galván è un pilastro rispettabile della sua comunità: stimato dagli amici e dal parroco, che ne ammira la "razionalità" e la correttezza, si innamora perdutamente di una donna conosciuta in chiesa e riesce a sposarla, strappandola all'amico architetto con cui era fidanzata. Ma a causa della sua folle gelosia le renderà la vita un inferno, torturandola fisicamente e psicologicamente. Considerato dai critici (e dallo stesso Buñuel) uno dei suoi film più interessanti del periodo messicano, "Él" ("Lui") è un vero e proprio saggio sulla paranoia, al punto da essere stato usato da alcuni psichiatri durante le lezioni per illustrare i casi clinici. Oltre che condizionato dalla gelosia del marito, il rapporto fra Francisco e Gloria è venato di sadomasochismo: tanto l'uomo è imprevedibile e soggetto a repentini sbalzi d'umore (dovuti anche a preoccupazioni di carattere professionale ed economico), tanto la donna è succube della sua autorità e si dimostra incapace di lasciarlo, persino di fronte ai maltrattamenti che è costretta a subire. Francisco la picchia, minaccia di buttarla giù da un campanile, arriva addirittura a spararle con una pistola a salve, in una sequenza a sorpresa (visto che viene raccontata in prima persona da colei che ne è la "vittima"); ma supera il confine quando progetta di introdursi in camera sua, di legarla al letto e poi di cucirle la vagina, come un novello Marchese de Sade. A quel punto, anche la moglie non ne può più e fugge di casa: credendo di inseguirla, Francisco giunge fino in chiesa dove ha una visione allucinatoria in cui gli sembra che tutti i presenti – dai fedeli al parroco e al chierichetto – si stiano prendendo gioco di lui. Tratto da un romanzo semi-autobiografico di Mercedes Pinto, il film ha molti elementi buñueliani: l'ossessione senza limiti del protagonista, il suo feticismo per i piedi (si innamora della donna guardandole le scarpe), il finale ambiguo in cui cammina a zig-zag per il sentiero del convento in cui viene "ricoverato". Ottima la prova degli interpreti, avvolgente la fotografia da film noir di Gabriel Figueroa, e memorabili le scenografie, soprattutto quelle della casa in stile art noveau di Francisco, costruita da suo padre e che contrasta notevolmente con il carattere preciso e metodico dell'uomo (che chiede al cameriere di raddrizzare un quadro storto, o che mette a posto le scarpe lasciate in giro dalla moglie).

1 settembre 2011

Il bruto (Luis Buñuel, 1953)

Il bruto (El bruto)
di Luis Buñuel – Messico 1953
con Pedro Armendáriz, Katy Jurado
**1/2

Visto in DVD alla Fogona, con Rachele e Marisa, in originale con sottotitoli.

Per convincere i poveri affittuari di uno stabile ad andarsene, in modo da poter vendere il terreno, il proprietario assolda un uomo tanto ingenuo quanto forte e muscoloso, il "bruto", con l'incarico di intimidirli e di minacciarli. Ma l'uomo, che provoca anche la morte di uno di essi, si innamora proprio della figlia innocente della sua vittima. E Paloma, la bella e focosa moglie del suo padrone, non glielo perdona. Melodramma a tinte forti, forse un po' convenzionale nello sviluppo (qua e là si avvertono echi di "King Kong": vedi il finale in cui il bruto, il cui amore per la ragazza – così come il suo desiderio di redenzione – è destinato a essere frustrato e incompreso, viene inseguito e ucciso dalla polizia) ma che può contare su una sceneggiatura solida e su ottime interpretazioni (la femme fatale Jurado, il brutale ma "puro" protagonista, l'innocente Meche, i vari personaggi di contorno). Al soggetto originale, frutto di un'idea di Luis Arcoriza, un Buñuel che comincia a volersi distaccare dal cinema messicano commerciale aggiunge le divertenti scene con l'anziano (e rimbambito) padre del proprietario dello stabile, nonché alcuni tocchi angoscianti e surrealisti: l'inquadratura dell'altarino con la Vergine di Guadalupe all'interno del mattatoio, la camera che si sofferma sulla carne che brucia sul fuoco o sulla candela che si spegne in occasione degli incontri sessuali del "bruto" con le due donne, la scena finale del gallo che fissa Paloma come a volerla giudicare con lo sguardo ("i galli o le galline", ha spiegato Buñuel, "fanno parte di molte mie 'visioni', visioni a volte quasi coercitive. È inspiegabile, ma il gallo o la gallina sono per me esseri da incubo").

22 luglio 2011

L'angelo sterminatore (Luis Buñuel, 1962)

L'angelo sterminatore (El ángel exterminador)
di Luis Buñuel – Messico 1962
con Silvia Pinal, Enrique Rambal
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Paola.

Dopo una serata trascorsa al teatro dell’opera, Edmundo e sua moglie Lucia invitano a cena nella loro sontuosa dimora un gruppo di amici dell’alta borghesia. Ma qualcosa di strano sta per accadere: con l’eccezione del capocameriere, tutta la servitù si allontana da casa prima ancora che le pietanze vengano servite. Di contro gli ospiti, riunitisi nel salone per ascoltare una delle invitate che si esibisce al pianoforte, non sembrano avere alcuna intenzione di accommiatarsi. Dopo aver inspiegabilmente trascorso l’intera nottata nel soggiorno dei loro anfitrioni, in spregio alle più elementari regole di cortesia, tutti si rendono conto di essere impossibilitati a uscire dalla stanza, anche se apparentemente non c’è alcun ostacolo che lo impedisce e la porta è aperta. L’assurda situazione si protrae per giorni e giorni: accampati in pochi metri quadrati, in preda alla sete, alla fame e ai bisogni primari, quelli che erano signori eleganti e altolocati si trasformano sempre di più in selvaggi. La convivenza forzata fa scoppiare liti, insofferenze, gelosie, e non mancheranno nemmeno morti e suicidi. Il misterioso incantesimo si romperà solo quando una delle signore, l’altera “Valchiria” (la cui verginità era stata definita da un’altra invitata come “una perversione”), avrà l’idea di rimettere ciascuno dei presenti nella stessa posizione in cui si trovava nel momento in cui lo strano fenomeno aveva avuto inizio… Girato in Messico, dove era tornato dopo essere fuggito dalla Spagna franchista, e ispirato a un’opera teatrale di José Bergamin, il film è uno dei lavori più bizzarri e affascinanti di Luis Buñuel. Il grande regista spalma di tocchi surrealisti (l’orso e le pecore che si aggirano per casa, i discorsi stralunati del medico – “Fra un’ora sarà completamente calvo” – e le azioni incomprensibili di alcuni invitati) una vicenda che si snoda in un’atmosfera onirica e in un crescendo grottesco, raccontata però come se si trattasse della cosa più normale del mondo. La pellicola non fornisce spiegazioni su quanto accade né suggerisce interpretazioni, che possono comunque essere molteplici: la punizione dell’umanità borghese, paralizzata dalle proprie paure, impotente a soddisfare i propri desideri (tema che tornerà nel magnifico "Il fascino discreto della borghesia") e costretta a riflettere sulla fragilità e sulla vacuità dei propri valori, come suggerisce il titolo apocalittico? Un'allegoria sulla prigionia dell’uomo (la villa rappresenta il mondo intero) in quanto schiavo dell’ordine costituito, vittima dei riti, delle consuetudini e delle divisioni in classi (fra i convitati spiccano anche i confratelli di una loggia massonica), impossibilitato a fuggire dalle gabbie che lui stesso si costruisce? O semplicemente una satira sull’assurdità e l’imprevedibilità della vita, che si diverte a mandare all’aria progetti e sogni (vedi i due amanti che vorrebbero appartarsi)? Girato quasi esclusivamente in una sola stanza, il film brilla per regia, tecnica (la fotografia è di Gabriel Figueroa) e direzione degli attori.

20 luglio 2011

La via lattea (Luis Buñuel, 1969)

La via lattea (La voie lactee)
di Luis Buñuel – Francia 1969
con Paul Frankeur, Laurent Terzieff
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Rivisto in divx alla Fogona, con Giovanni e Rachele.

In pellegrinaggio dalla Francia verso la Spagna per raggiungere Santiago de Compostela (il termine “via lattea” è uno dei nomi tradizionalmente attribuiti al Camino de Santiago, visto che Compostela significa “campo di stelle”), due barboni chiamati Pierre e Jean – che non sembrano particolarmente devoti, a dire il vero – fanno una serie di strani incontri: il loro viaggio si intreccia con la ricostruzione di eventi storici, attraverso l’intervento di personaggi in costume (compreso il marchese de Sade, interpretato da Michel Piccoli) o con sequenze della vita dello stesso Gesù (per l’occasione, Buñuel ha selezionato alcuni dei passi evangelici più controversi e meno noti). La trama del film è un pretesto per mettere in scena una serie di episodi dove si elencano i concetti di numerose eresie (dal giansenismo al priscillianismo) o si discute della dottrina cattolica (l’eucarestia, la natura della trinità, i dogmi mariani, e così via) e di come questa sia cambiata nel corso dei secoli. La commistione fra un’ambientazione moderna (automobili, armi da fuoco) e scene ambientate nel passato, e quella fra realismo e misticismo (vedi le varie figure soprannaturali – angeliche o diaboliche – che Pierre e Jean incontrano lungo la strada), con un'immancabile spruzzata di surrealismo (memorabile, nel finale, la prostituta – Delphine Seyrig – che vuole un figlio da ciascuno dei due protagonisti, per chiamarli “Tu non sei il mio popolo” e “Non più misericordia”), lo rendono un road movie del tutto sui generis, bizzarro e stravagante, pieno di fascino e di misteri irrisolti. Anche se non mancano gli sberleffi (il curato pazzo, Jean che si immagina la fucilazione del papa, il duello fra il giansenista e il gesuita), l’anticlericale Buñuel non vuole prendersi gioco del cristianesimo in sé ma mettere in luce tutta l’assurdità di uomini che discutono, si battono o si uccidono per questioni teologiche – spesso di lana caprina – sulle quali è impossibile giungere a una conclusione certa. In ogni caso, a rassicurare gli spettatori che non si è inventato nulla, il regista conclude la pellicola con un cartello che recita “Tutto ciò che, in questo film, riguarda la religione cattolica e le eresie che essa ha suscitato, particolarmente dal punto di vista dogmatico, è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono conformi sia alle sacre scritture, sia a delle opere di teologia e di storia ecclesiastica antiche e moderne”.

28 settembre 2010

Salita al cielo (Luis Buñuel, 1952)

Salita al cielo (Subida al cielo)
di Luis Buñuel – Messico 1952
con Esteban Márquez, Lilia Prado
**1/2

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Appena sposato, il giovane Oliverio deve rinviare la luna di miele per correre al capezzale della madre malata. Per impedire ai fratelli maggiori di mettere le mani sull'eredità (che la madre vorrebbe destinare invece a un nipote), parte in corriera per raggiungere il notaio di famiglia che abita in una città distante. Il viaggio in autobus sarà lungo e irto di difficoltà, fra strade impervie e maltempo, e si rivelerà una metafora della vita: ci saranno nascite, morti e sesso (Oliverio consumerà a modo suo la prima notte di mozze tradendo la moglie con la seducente Raquel) e saranno messe in luce debolezze e fragilità umane. Come molti film del periodo messicano, anche questo è stato girato da Buñuel in poco tempo e con pochi soldi (improvvisando alcune scene, come quella del funerale della bambina, a causa di problemi organizzativi sorti all'ultimo momento), ma il risultato è di tutto rispetto. E non mancano sequenze surrealiste e tipicamente buñueliane, su tutti quella del sogno a occhi aperti in cui Oliverio fa l'amore con Raquel nell'autobus trasformato in serra, si scopre legato alla madre attraverso la buccia di un frutto che funge quasi da cordone ombelicale, e getta in acqua la moglie. Ben caratterizzati tutti i personaggi della corriera, anche quelli minori, come l'autista del bus o il politico spaccone. Molti interpreti, a partire dal protagonista, erano dilettanti o comunque non destinati a una lunga carriera. Fa eccezione la formosa Lilia Prado nei panni della mangiauomini Raquel, un tipo di personaggio al quale Don Luis guarda sempre con simpatia e senza moralismo.

11 settembre 2010

I figli della violenza (Luis Buñuel, 1950)

I figli della violenza (Los olvidados)
di Luis Buñuel – Messico 1950
con Alfonso Mejía, Roberto Cobo
****

Rivisto in DVD, con Martin.

Il terzo lungometraggio messicano di Buñuel, scritto con Luis Alcoriza, è uno dei suoi massimi capolavori non solo di quel periodo ma anche in generale. Racconta le vicende di un gruppo di bambini e ragazzi di strada a Città del Messico, delinquenti per natura o per necessità: fra i protagonisti spiccano Jaibo, il più grande e il leader del gruppo, appena fuggito dal riformatorio e pronto a ogni nefandezza pur di sopravvivere (rapinare ciechi e mendicanti, sfruttare gli amici, persino uccidere chi lo tradisce); e il giovane Pedro, che vorrebbe rimettersi sulla retta via e riconquistare l'affetto di una madre che non lo ama (anche perché è il frutto di una violenza), perennemente vittima dei colpi bassi di un destino avverso. A fianco dei bambini ci sono adulti che li sfruttano (il giostraio) o li disprezzano (il vecchio cieco), genitori che li abbandonano (il padre di Ojitos) o semplicemente li ignorano (la madre di Pedro). La durezza del film è a malapena scalfita dall'introduzione "moralista" con la voce fuori campo (probabilmente posticcia) e da un paio di battute pronunciate da personaggi che rappresentano le autorità: ma al poliziotto che dice "Forse dovremmo punire voi genitori, per come agite verso i vostri ragazzi", e al direttore del centro di rieducazione che parimenti afferma "Invece di rinchiudere i ragazzi, bisognerebbe rinchiudere la miseria", fanno da contraltare le parole di indifferenza della mamma di Pedro e quelle di disprezzo del vecchio cieco ("Dovrebbero ucciderli tutti prima che nascano"). In un crescendo di tensione e di pugni nello stomaco, si arriva a un finale terribile e non consolatorio, che non intende certo offrire soluzioni al problema della povertà e della delinquenza giovanile. Se il film appartiene di diritto al filone del realismo sociale (che Buñuel stesso aveva già approcciato con "Las hurdes") e sembra in parte debitore del neorealismo italiano, presenta però anche elementi tipicamente buñueliani, come le allucinate sequenze dei sogni (di Pedro e, nel finale, di Jaibo), quelle "feticiste" (il latte sulle gambe della giovane Maria, il pediluvio della madre di Pedro), alcuni momenti surrealisti (l'uovo tirato contro la telecamera), lo smascheramento dei vizi della borghesia (la scena, muta, del pedofilo che tenta di adescare Pedro) e la violenza sugli animali (l'uccisione dei polli). Quasi assenti, invece, temi e riferimenti religiosi. Meravigliosa, soprattutto nelle scene notturne, la fotografia in bianco e nero di Gabriel Figueroa.

13 aprile 2006

Adolescenza torbida (L. Buñuel, 1951)

Adolescenza torbida (Susana)
di Luis Buñuel – Messico 1951
con Rosita Quintana, Fernando Soler
***

Visto su Fuori Orario, in originale con sottotitoli.

Fuggita dal riformatorio, la giovane Susana trova ospitalità presso una hacienda dove viene assunta come lavorante, turbandone ben presto la tranquillità. Procace e calcolatrice, la ragazza si finge ingenua e innocente e riesce a sedurre tanto il padrone quanto il suo giovane figlio, attirando anche le attenzioni del capo dei mandriani e seminando zizzania fra tutti loro.
Questa pellicola del periodo messicano di Buñuel può sembrare un film minore rispetto a capolavori come "I figli della violenza" (realizzato lo stesso anno), ma è caratterizzata dalla consueta maestria narrativa e da una bellissima fotografia in bianco e nero. E poi Don Luis è sempre bravo a trasformare una vicenda apparentemente convenzionale in un'arguta metafora ricca di spunti sociali, sessuali o religiosi. Quella di Susana, elemento di disturbo che viene a portare il caos nell'ordine costituito, è una lotta da sola contro il mondo intero, che la ragazza combatte usando le uniche armi a sua disposizione: la bellezza e la gioventù provocante. Pur essendo la "cattiva" del film, non si può non provare simpatia più per lei che per gli altri personaggi, che credono di avere il coltello dalla parte del manico e non si accorgono di essere invece manipolati. La facilità con cui riesce nel suo intento, anzi, rivela quanto fosse fasulla e ipocrita l'armonia da "Mulino Bianco" che regnava inizialmente nella famiglia. E Buñuel, lungi da voler impartire una lezione morale, mantiene sempre uno sguardo decisamente ironico, come nelle scene in cui Susana, prima di "entrare in azione", si allarga regolarmente la scollatura. E anche con un contrasto esageratamente marcato fra i momenti drammatici, scuri e tempestosi, e quelli idilliaci, pieni di sole e di uccellini che cantano. Un po' la stessa cosa che farà John Woo nel finale di "Face/Off", sottolineato sarcasticamente come fiabesco e irreale.