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20 ottobre 2023

Il sol dell'avvenire (Nanni Moretti, 2023)

Il sol dell'avvenire
di Nanni Moretti – Italia 2023
con Nanni Moretti, Silvio Orlando
***

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

Il regista Giovanni (Moretti) si appresta a girare il suo nuovo film, ambientato negli anni cinquanta e incentrato sulla crisi di coscienza di Ennio (interpretato dall'attore Silvio Orlando), segretario di una sezione del partico comunista italiano, di fronte alla brutale repressione sovietica della controrivoluzione ungherese. E nel frattempo Giovanni deve fare i conti con la volontà di Paola (Margherita Buy), sua compagna e produttrice da quarant'anni, di lasciarlo, sia personalmente sia professionalmente. Moretti torna a recitare sé stesso, in un film con tutti i suoi vezzi, le ossessioni e le caratteristiche: le nevrosi, le difficoltà relazionali, i turbamenti politici, l'amore per la canzone italiana (con brani di Battiato, Tenco, De André, ma anche "Think" di Aretha Franklin), la cinefilia un po' snob (si mostrano scene da "Lola" di Demy e da "La dolce vita", si citano nei dialoghi Kieslowski, Cassavetes, i Taviani) che si accoppia al disagio di fronte al cinema moderno (le frecciatine a Netflix, con i suoi rappresentanti che continuano a ripetere che "i nostri prodotti sono visti in centonovanta paesi" e che nella pellicola di Giovanni manca "il momento what the fuck"), evidente anche nella scena in cui il protagonista contesta a un giovane regista emergente (Giuseppe Scoditti) di essere troppo "innamorato della violenza" ("La scena che stai girando fa male al cinema!") e di usarla come intrattenimento, "senza peso", e chiama a dargli manforte personaggi come Renzo Piano, Chiara Valerio e Corrado Augias (nei panni di sé stessi), una sequenza che ricorda quella di Woody Allen con Marshall McLuhan in "Io e Annie". Aggiungiamoci la consapevolezza del tempo che passa: il distacco dalla modernità, la decisione di voler girare più spesso (e non solo "un film ogni cinque anni"), e ovviamente l'idea della morte che si avvicina: il soggetto del film nel film prevedeva in effetti una conclusione cupa (un nichilismo che però piace ai produttori coreani), poi cambiata all'ultimo momento e trasformata in un'utopia socialista, con una "felliniana" sfilata del circo, cui partecipano tutti i personaggi (e anche alcuni volti noti extra, ovvero i protagonisti di molti film precedenti di Moretti, fra cui Alba Rohrwacher, Jasmine Trinca, Giulia Lazzarini, Lina Sastri e Renato Carpentieri) e che si conclude con lo stesso Moretti che saluta lo spettatore. Chi ama il regista si troverà di sicuro a suo agio, come di fronte a un vecchio amico di cui conosce pregi e difetti. Barbora Bobulova è l'attrice che recita insieme a Orlando. Nel cast di contorno si riconoscono Mathieu Amalric (il produttore francese, che gira insieme a Giovanni per le strade di Roma di notte in monopattino elettrico), Valentina Romani (Emma, la figlia di Giovanni, autrice delle musiche del film), Jerzy Stuhr (il suo fidanzato, ambasciatore polacco), Teco Celio (lo psicoanalista da cui va Paola) e Zsolt Anger (il direttore del circo). Nella scena iniziale, il titolo del film viene dipinto a grandi lettere rosse sul muro delle arcate di un ponte sul Tevere.

18 settembre 2020

Herzog incontra Gorbaciov (W. Herzog, 2018)

Herzog incontra Gorbaciov (Meeting Gorbachev)
di Werner Herzog [e André Singer] – Germania/GB/USA 2018
con Werner Herzog, Mikhail Gorbaciov
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Documentario sulla vita e l'esperienza politica di Mikhail Gorbaciov, l'ultimo presidente dell'URSS, che contribuì in maniera fondamentale alla fine della Guerra Fredda con le sue riforme incentrate sulla perestrojka ("ristrutturazione") e la glasnost ("trasparenza"). Queste, basate sull'innovazione dell'economia e dell'agricoltura, sulla maggior apertura al mondo e alla democrazia, sullo smantellamento dell'arsenale nucleare, non si concretizzarono fino in fondo, però, per via della dissoluzione dell'Unione Sovietica, che avvenne con tempi molto più rapidi di quanto lui aveva previsto, estromettendolo di fatto da ogni carica nel 1991, quando tutte le ex repubbliche sovietiche dichiararono l'indipendenza. Il regista tedesco Werner Herzog lo ha incontrato in tre occasioni nell'arco di sei mesi per intervistarlo: e dalle loro lunghe chiacchierate, integrate con video e materiali di repertorio, nasce questo ritratto a 360 gradi che illustra l'intera vita dell'uomo politico, dalle umili origini in un villaggio di campagna alla scalata nei ranghi del partito comunista (dove si differenziava da tutti gli altri per le idee innovative, la visione allargata e le capacità di cogliere lo spirito del tempo), dal periodo delle riforme (in cui trasformò il rapporto dell'URSS con l'Occidente e gli Stati Uniti, lavorando al dialogo e al disarmo nucleare) a momenti chiave come la catastrofe di Chernobyl o il colpo di stato dell'agosto 1991, fino a un bilancio del panorama odierno, a proposito del quale l'ex capo di stato non nasconde una certa amarezza per il ritorno dei nazionalismi e l'attuale ricrescita della tensione fra USA, Russia e Cina. Herzog – che ammira Gorbaciov anche perché si deve in gran parte a lui, in fondo, la riunificazione della Germania – si fa quasi da parte, lasciando i riflettori all'ex segretario del PCUS (il titolo originale, a differenza di quello italiano, non menziona il regista) e lo rende protagonista di un ritratto che scava nell'uomo più che nel politico, tratteggiandolo come una "figura tragica": il risultato è una pellicola narrativa e umanistica prima che documentaristica o giornalistica, che ne celebra le gesta ma ne sottolinea anche il dolore per la morte della moglie o il rammarico e il pentimento per alcuni errori di valutazione commessi.

1 settembre 2020

Opera senza autore (F. Henckel von Donnersmarck, 2018)

Opera senza autore (Werk ohne Autor)
di Florian Henckel von Donnersmarck – Germania 2018
con Tom Schilling, Sebastian Koch
***

Visto in divx alla Fogona.

La vita di un giovane pittore, Kurt Barnert (Schilling), raccontata attraverso le trasformazioni della Germania nell'arco di 30 anni: dalla Dresda del 1937 durante l'ascesa nazista, alle tragedie della seconda guerra mondiale, all'avvento della DDR socialista, alla fuga nella BRD del boom economico. La sua vicenda si intreccia con quella del professor Carl Seeband (Koch), primario di ginecologia che si compromette con il regime nazista, entra nelle SS e collabora al programma di eugenetica, per poi riciclarsi durante il comunismo. Ma al centro della lunga pellicola (tre ore), ancora più degli eventi storici (che fanno solo da sfondo, fornendo il contesto – la tela – sulla quale dipingere) c'è il concetto di arte e il suo legame con l'identità, la ricerca dell'espressione artistica del proprio "io", temi che mi hanno fatto pensare a un'altra pellicola che – nonostante lo stile completamente diverso – affronta lo stesso argomento, "Achille e la tartaruga" di Takeshi Kitano. Al terzo film e dopo il passo falso di "The tourist", Henckel von Donnersmarck torna, se non ai livelli del suo lavoro d'esordio, "Le vite degli altri" (da cui riprende uno degli interpreti, Sebastian Koch), quantomeno alle stesse ambizioni e alla sua qualità nel ritrarre alcuni periodi delicati ma importanti della storia tedesca. Incoraggiato nelle proprie velleità artistiche sin da piccolo dalla giovane zia Elisabeth (che, per la sua pazzia, verrà internata e poi "soppressa" in un campo di concentramento), il protagonista si interessa all'arte moderna, considerata "degenerata" dai nazisti perché mostra un lato deforme e perturbante della realtà. "Questo sapresti farlo anche tu", dice – davanti a un Kandinsky – una guida tedesca a un Kurt ancora bambino. Le cose non migliorano sotto il comunismo, quando Kurt comincia a frequentare l'accademia di belle arti: ogni personalismo è scoraggiato e l'unico stile che è permesso seguire è il realismo socialista, una forma che celebra il popolo ma annulla l'individuo, rendendo gli artisti indistinguibili gli uni dagli altri. Sarà anche per sfuggire a quella che ritiene "pura decorazione", e alla ricerca della verità artistica, che Kurt – con la sua novella sposa Ellie (Paula Beer), figlia di Seeband – fuggirà all'ovest poco prima della costruzione del muro, nel 1961. Si stabilirà a Düsseldorf, epicentro delle correnti più innovative dell'arte moderna tedesca, ma anche qui farà fatica a trovare la propria strada. Dopo molti tentativi sempre più forzatamente originali e bizzarri, tornerà alle basi, ispirandosi a quelle fotografie amatoriali che, a loro modo, esprimono più "verità" di ogni dipinto artificioso e programmatico. E curiosamente troverà il proprio "io" in uno stile artistico in cui i critici, invece, vedono una semplice copia del mondo, la rinuncia a esprimere la personalità del pittore e il suo vissuto autobiografico, creando così "opere senza autore" (e lui glielo lascia credere, mentendo spudoratamente durante la conferenza stampa di presentazione della sua prima esposizione). Il soggetto è ispirato alla vita reale del pittore Gerhard Richter e alla sua biografia firmata da Jürgen Schreiber. Oliver Masucci interpreta l'eccentrico insegnante d'arte Antonius van Verten, a sua volta ispirato a Joseph Beuys. Ottime la regia e la confezione, anche se la fotografia di Caleb Deschanel (peraltro nominata all'Oscar) pecca forse per un eccesso di correzione digitale.

2 agosto 2020

Good bye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003)

Good bye, Lenin! (id.)
di Wolfgang Becker – Germania 2003
con Daniel Brühl, Katrin Sass
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Colpita da infarto nell'ottobre del 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino, Christiane Kerner (Katrin Sass) finisce in coma e si risveglia otto mesi più tardi, quando la sua adorata Germania Est non esiste più. Per difenderla da uno shock che potrebbe risultarle fatale, il figlio Alex (Daniel Brühl) si ingegna allora in ogni modo per farle credere che la DDR e il socialismo siano ancora più in salute che mai, conservando il vecchio arredamento della casa, confezionando falsi telegiornali (insieme all'amico Denis, aspirante cineasta), procurandosi quotidiani e confezioni di alimenti uguali a quelli di un tempo (a partire dai cetrioli tanto amati dalla madre, ormai fuori commercio)... Enorme successo di pubblico per una pellicola che gioca con il sentimento della "Ostalgie", ovvero il nostalgico ricordo per la Germania orientale prima della riunificazione, che fra le altre cose (come il commercio di memorabilia) ha generato anche una vasta produzione culturale di cui questo film è forse il titolo più emblematico. Al di là del tema del rapporto fra madre e figlio, con questi che giunge a "creare" o a plasmare un intero mondo pur di farla vivere in una "bolla protetta" (l'inverso, cioè, di quanto accade di solito nel periodo dell'infanzia), e delle riflessioni sulla verità e sulla relatività della realtà che percepiamo (in linea con la disinformazione e l'occultamento, attività tipiche dei regimi totalitari), l'aspetto più interessante è proprio la prospettiva personale di un evento storico: e come tale il film è persino più gradevole da vedere oggi che alla sua uscita, quando i fatti narrati erano ancora troppo vicini e dunque lo si poteva considerare come una semplice commedia di costume, in fondo nemmeno così divertente (ricordo che quando lo vidi per la prima volta rimasi deluso perché non si rideva più di tanto). Interessanti i molteplici riferimenti ai "miti" dell'est (a partire dal cosmonauta tedesco Sigmund Jähn, che Alex idolatrava da bambino, passando per i cartoni animati locali, le automobili Trabant, le marche e i prodotti alimentari), e divertenti i capovolgimenti di ruoli che il ragazzo è costretto a inventare per giustificare alcuni evidenti cambiamenti agli occhi della madre (la Coca-Cola che in realtà si scopre essere una "bevanda socialista", l'arrivo continuo di "profughi dall'Ovest"). Il titolo del film si riferisce alla celebre scena in cui Christiane è salutata da una gigantesca statua di Lenin portata via da un elicottero, che richiama evidentemente l'altrettanto celebre incipit de "La dolce vita" di Fellini o forse una sequenza analoga de "La doppia vita di Veronica" di Kieślowski. Numerose anche le citazioni del cinema di Kubrick (da "2001", menzionato esplicitamente da Denis, ad "Arancia meccanica" nella scena accelerata con musica di Rossini) e di Billy Wilder (l'arrivo della Coca-Cola a Berlino Est ricorda "Uno, due, tre!"). La colonna sonora è di Yann Tiersen. Nonostante il successo di questa pellicola (uno dei maggiori del cinema tedesco), il regista Wolfgang Becker è praticamente scomparso dalle scene, e da allora ha girato solo un altro lungometraggio (nel 2015).

11 marzo 2020

Le straordinarie avventure di Mr. West... (Lev Kuleshov, 1924)

Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi
(Neobychainye priklyucheniya mistera Vesta v strane bolshevikov)
di Lev Kuleshov – URSS 1924
con Porfiri Podobed, Vsevolod Pudovkin
**1/2

Visto su YouTube.

In viaggio in Unione Sovietica per conto della YMCA (la Young Men’s Christian Association, non ancora resa celebre per altri motivi dai Village People!), il ricco americano Mr. West (Porfiri Podobed) si porta come guardia del corpo il cowboy Jed (Boris Barnet) affinché lo protegga dai "terribili bolscevichi", che i giornali di New York dipingono come barbari assetati di sangue. Ma questo non gli impedirà di finire nelle grinfie di una banda di criminali, guidata dallo scaltro Shban (Vsevolod Pudovkin), che sfruttando la sua ingenuità lo circuirà e fomenterà le sue paure pur di spillargli dollari su dollari. A salvarlo, oltre al fido Jeddie e all'americana Elly (Vera Lopatina), saranno proprio i poliziotti russi. E quando vedrà le meraviglie del comunismo e assisterà a una parata militare dei "veri bolscevichi", cambierà finalmente idea sul loro conto (telegrafando alla moglie, rimasta in America, e chiedendole di appendere un ritratto di Lenin nello studio!). Pellicola dai toni semi-comici che ironizza sugli stereotipi con cui gli americani e l'occidente intero (il nome del protagonista, West, è significativo) guardavano alla Russia post-rivoluzionaria. A parte il finale smaccatamente propagandistico (in un'inquadratura, durante la parata, compare Trotsky!), lo stile è da commedia e parodizza con sarcasmo le paure, le diffidenze e le percezioni errate dell'ingenuo yankee e del suo cowboy, senza tralasciare gli aspetti negativi della banda di criminali russi, fra i quali, oltre a Pudovkin (allievo di Kuleshov e in procinto di diventare regista a sua volta), spicca la buffa e seducente "Contessa" interpretata da Aleksandra Khokhlova, moglie del regista, senza dimenticare il "Dandy" (Leonid Obolensky) e l'uomo con la benda sull'occhio (Sergei Komarov). Quanto a West, con gli occhiali rotondi ricorda il classico personaggio comico di Harold Lloyd. Movimentato e rocambolesco (da segnalare l'inseguimento che vede protagonista Jed, in slitta, e la polizia russa), il film ha oggi dunque un interesse storico e politico che va anche al di là dei suoi meriti cinematografici, comunque di buon livello (Kuleshov è stato un pioniere e il primo teorico della scuola sovietica del montaggio). Curiosamente, potrebbe aver ispirato la prima avventura a fumetti del Tintin di Hergé, pubblicata nel 1929 e intitolata appunto "Tintin nel paese dei soviet".

31 marzo 2019

Youth (Feng Xiaogang, 2017)

Youth (Fang hua)
di Feng Xiaogang – Cina 2017
con Huang Xuan, Miao Miao
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Trent'anni di storia della Cina (dalla Rivoluzione Culturale alla morte di Mao, dalla guerra sino-vietnamita ai cambiamenti sociali e le riforme del paese) raccontate attraverso la vita, le amicizie, il cameratismo, gli amori, i tradimenti, i sacrifici e le sofferenze di un gruppo di giovani artisti (musicisti e ballerine) della "troupe artistica" dell'esercito cinese, una speciale compagnia di canto e danza incaricata di esibirsi in occasione di eventi e manifestazioni propagandistiche. La voce narrante è quella di Suizi (Zhong Chuxi), alter ego della scrittrice Yan Geling (dal cui romanzo – da lei stessa sceneggiato e parzialmente autobiografico – è tratto il film). E nonostante l'impostazione corale, la pellicola segue in particolare le vicende di due personaggi: Liu Feng (Huang Xuan), soldato modello, gentile e ammirato da tutti, che però soffrirà per amore, finirà a combattere in prima linea e diventerà un invalido di guerra; e He Xiaoping (Miao Miao), giovane ballerina figlia di un intellettuale esiliato durante la rivoluzione culturale, bullizzata e maltrattata dalle compagne, ma dotata di una grande forza di volontà. Fra colossal e melodramma, il film è forse un po' enfatico, nostalgico e patinato (da notare, per esempio, il lungo ed elaborato piano sequenza dell'assalto alla carovana durante la guerra): ma riesce comunque a descrivere in maniera equilibrata un passato ricco di idealismo ed entusiasmo (quello della gioventù, appunto), mettendolo a confronto con le amarezze e la disillusione del presente (e della maturità).

10 dicembre 2018

Il proiezionista (Andrei Konchalovsky, 1991)

Il proiezionista (The Inner Circle)
di Andrei Konchalovsky – Russia/Italia/USA 1991
con Tom Hulce, Lolita Davidovich
**1/2

Visto in divx.

Nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Ivan Sanchin (Tom Hulce) diventa il proiezionista privato di Iosif Stalin al Kremlino, dove avrà l'occasione di conoscere da vicino tutti gli "eroi della rivoluzione" che tanto ammira e idolatra. Rimarrà a far parte di questa "cerchia ristretta" fino al 1953, anno della morte di Stalin, quando finalmente si renderà conto della reale portata di quel "culto della personalità" che ha caratterizzato il suo paese (lui stesso, in un misto di ingenuità politica e furore patriottico, fino a poco prima affermava di amare Stalin più della propria moglie). Ispirata alla storia vera di Aleksander Ganshin, ancora vivo all'epoca in cui il film fu girato, la pellicola intreccia le vicende personali con quelle storiche, portando sullo schermo tutta l'atmosfera di paranoia e di delazione, dove ogni scusa era buona per denunciare un vicino di casa, un collega o persino un ufficiale come traditore o "nemico del popolo" (esemplare la scena iniziale in cui i Gubelmann, vicini di casa di Sanchin e della moglie Anastasia, vengono arrestati solo perché ebrei: la loro figlioletta Kayja, rinchiusa in un orfanotrofio, diventerà la ragione di vivere di Anastasia, e più avanti l'ancora di salvezza dello stesso Ivan). L'ottima ricostruzione storica e l'intensa prova di Hulce reggono fino in fondo un film al quale si può perdonare un pizzico di melodramma di troppo (nelle scene con la bambina), e che ha il merito di offrire uno sguardo inedito, umano e intimista, sulla dittatura e gli uomini che l'hanno guidata. Aleksandr Zbruyev è Stalin, Bob Hoskins è Beria, il capo del KGB. Fra i film che Stalin e gli altri membri del governo si fanno proiettare in privato da Sanchin, oltre a cinegiornali e pellicole di propaganda, ci sono soprattutto musical e commedie occidentali (come "Il grande valzer" di Duvivier).

12 settembre 2017

The teacher (Jan Hrebejk, 2016)

The Teacher - Una lezione da non dimenticare (Ucitelka)
di Jan Hřebejk – Slovacchia/Rep. Ceca 2016
con Zuzana Mauréry, Peter Bebjak
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina e Chiara.

In una scuola di Bratislava, nella (Ceco)slovacchia dei primi anni ottanta, ancora in pieno regime comunista, giunge una nuova insegnante di letteratura e di russo. Costei, vedova che vive da sola, comincia a farsi fare piccoli favori domestici dai genitori dei ragazzi cui insegna (ciascuno in base alla propria professione: lavoretti e riparazioni in casa, forniture di cibarie, e così via), in cambio di aiuti e "spintarelle" ai ragazzi. I pochi genitori che rifiutano vedono i risultati scolastici dei loro figli crollare inesorabilmente. Ma a rimetterci, paraddosalmente, non sono soltanto gli studenti da lei sfavoriti ma anche quelli avvantaggiati, la cui preparazione scolastica – che non dipende più dai loro meriti nello studio – inizia a decadere... Un piccolo film incentrato su un paradossale caso di "socialismo reale" applicato, con cui la coppia Jan Hřebejk (regista) e Petr Jarchovský (sceneggiatore), sodali da lungo tempo, vuole far riflettere sulla corruzione, l'abuso di potere e i paradossi di un sistema in cui lo scambio di favori a vicenda (qualcosa che apparentemente sembra a fin di bene) finisce col scardinare i reali valori e alterare il benessere delle persone. La struttura narrativa ricorda in parte il classico "La parola ai giurati" di Lumet (l'intera storia è ricostruita durante un'assemblea dei genitori, durante la quale i pochi che si ribellano al sistema cercano di convincere i restanti a unirsi a loro nel firmare un reclamo contro l'insegnante), ma anche il recente film del rumeno Mungiu "Un padre, una figlia" (nell'esplorare i limiti morali di quello che i genitori sono disposti a fare per ottenere vantaggi per i propri figli). Peccato che proprio la figura centrale della vicenda, l'insegnante, sia poco approfondita. È il tipico film in cui l'idea alla base, decisamente interessante, sovrasta l'esecuzione. Gradevole la colonna sonora "da camera" di Michal Novinski. Incomprensibile come l'edizione italiana di un film slovacco abbia il titolo in inglese.

21 ottobre 2016

La fine di San Pietroburgo (V. Pudovkin, 1927)

La fine di San Pietroburgo (Konec Sankt-Peterburga)
di Vsevolod Pudovkin – URSS 1927
con Ivan Šuvelev, Aleksandr Ċistjakov
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli sottotitolati in inglese.

Spinto dalla fame, un giovane contadino lascia la campagna per cercare lavoro a San Pietroburgo. Qui entrerà in contatto con i rivoluzionari che si ribellano allo sfruttamento degli operai da parte dei padroni delle fabbriche. E nel 1917, dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale, parteciperà all'assalto al Palazzo d'Inverno che consegnerà il potere ai soviet. Commissionato per celebrare il decimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, "La fine di San Pietroburgo" è il secondo film, dopo "La madre" e prima di "Tempeste sull'Asia", della celebre trilogia di Pudovkin sul tema della presa di coscienza sociale. L'attenzione è decisamente incentrata più sul contesto storico e politico che non sulle vicende individuali del protagonista: come tale, la pellicola affascina visivamente, grazie a immagini potenti e comunicative, all'uso di luci e ombre, e naturalmente al montaggio (l'elemento chiave nel cinema di Pudovkin e in generale in quello sovietico dell'epoca), ma risulta assai semplicistica nella trama, smaccatamente propagandistica, e nella caratterizzazione dei personaggi, che non hanno nemmeno un nome e servono solo a rappresentare delle categorie sociali (le grandi masse vittime del potere, i rivoluzionari che guidano alla libertà, i capitalisti sfruttatori). A restare impressi sono invece scenari e ambienti: la città di San Pietroburgo, all'inizio, è dominata dalla grandiosità delle statue equestri degli zar, dai palazzi, dalle chiese con i tetti d'oro, dai camini da cui esce il fumo delle fabbriche (che si contrappongono ai mulini a vento delle campagne). Il montaggio, come detto, risalta per la sua rapidità in alcune sequenze chiave (l'irruzione nell'ufficio del padrone della fabbrica) o per gli accostamenti (le battaglie al fronte durante la guerra sono intervallate con scene degli uomini d'affari che speculano al mercato azionario). I cartelli riportano frasi, slogan e singole parole a caratteri cubitali. L'ultimo recita: "San Pietroburgo è morta, lunga vita a Leningrado". Ma sarebbe sbagliato bollare il film solo come propagandistico e celebrativo: in Pudovkin l'umanismo non viene mai meno, e lo dimostrano sequenze – più efficaci di qualsiasi slogan – come quella finale, in cui la donna in cerca del marito divide il proprio cibo con i soldati stanchi, affamati o feriti dopo la battaglia. In precedenza, nella rievocazione degli eventi storici, c'era stato spazio anche per un accorato messaggio antibellico (la guerra che devasta le campagna e distrugge le vite "in nome dello zar, della patria e del denaro"; e persino i soldati tedeschi non sono descritti come nemici ma come vittime, a loro volta, degli interessi dei potenti). Il film è stato restaurato nel 1969 con l'aggiunta di una colonna sonora.

5 settembre 2016

Uno, due, tre! (Billy Wilder, 1961)

Uno, due, tre! (One, Two, Three)
di Billy Wilder – USA 1961
con James Cagney, Horst Buchholz
***

Visto in DVD, con Daniela e Sabrina.

C.R. MacNamara (Cagney), direttore dello stabilimento di Berlino Ovest della Coca-Cola, viene incaricato dal presidente della società di tenere d'occhio Scarlett (Rossella nella versione italiana, per mantenere il riferimento a "Via col vento"), la sua scapestrata figlia diciassettenne, che sta visitando l'Europa e ha la tendenza a trovarsi fidanzati ovunque. Ovviamente la ragazza (Pamela Tiffin), sfuggita al controllo dell'uomo, si innamora di Otto (Horst Buchholz), giovane comunista della Germania Est, e non solo lo sposa ma si ritrova anche subito incinta. Come spiegarlo al padre? Scatenata farsa che piega le dinamiche della guerra fredda ai ritmi e alle gag dalla commedia slapstick. Cagney (al suo penultimo film: l'ultimo sarà "Ragtime", vent'anni dopo), protagonista assoluto e straordinario, manovra dietro le quinte la "trasformazione" di Otto da rivoluzionario socialista a perfetto gentiluomo capitalista, per renderlo più "accettabile" agli occhi del futuro suocero, organizzando una pantomina non dissimile da quelle dei classici film di Capra "Signora per un giorno" (1933) e "Angeli con la pistola" (uscito nello stesso 1961), anche se il cinismo di Wilder – per non parlare del ritmo frenetico della pellicola – rende il tutto molto più divertente. Fra i tormentoni, da ricordare l'orologio a cucù "patriottico" di McNamara, con lo zio Sam che esce a ogni rintocco per scandire le ore che mancano all'arrivo del padre di Rossella. Molti, e azzeccati, i personaggi di contorno: dalla bella segretaria svampita Ingeborg (Liselotte Pulver, in un ruolo che sembrava scritto apposta per Marilyn Monroe) ai tre agenti russi con i quali McNamara discute l'espansione della Coca-Cola oltre la cortina di ferro; dall'efficiente segretario Schlemmer (Hanns Lothar), con un passato nelle SS e che batte i tacchi ogni volta che riceve un ordine, alla moglie del protagonista, Phyllis (Arlene Francis), che minaccia di lasciarlo dietro le quinte (ma ci sarà un relativo lieto fine). Il soggetto è liberamente tratto da una commedia teatrale di Ferenc Molnár (anche se gli elementi di satira politica sul comunismo ricordano in parte "Ninotchka", film co-sceneggiato dallo stesso Wilder). Le gag, in ogni caso, colpiscono in ogni direzione (gli slogan del bolscevismo e le strategie delle multinazionali, il patriottismo americano e il razzismo della Georgia, le infedeltà extraconiugali e la corruzione degli impiegati statali, l'ipocrisia dell'alta società e i favoritismi sul posto di lavoro). Nella colonna sonora spicca la "Danza delle sciabole" di Kachaturian, un perfetto commento musicale alle scene più concitate (come l'inseguimento e la fuga in auto da Berlino Est). Curiosità: il film fu girato appena prima che venisse eretto il muro di Berlino, che dunque non appare sullo schermo (il passaggio fra le due parti della città è nei pressi della porta di Brandeburgo). Quando la pellicola uscì nelle sale, la costruzione del muro aveva fatto salire la tensione alle stelle e pertanto il suo tono leggero fu considerato poco appropriato da pubblico e critica.

24 agosto 2016

La madre (Vsevolod Pudovkin, 1926)

La madre (Mat)
di Vsevolod Pudovkin – URSS 1926
con Vera Baranovskaya, Nikolai Batalov
***

Visto su YouTube, con cartelli sottotitolati in inglese.

Quando il figlio Pavel, che lavora come operaio, viene arrestato per aver partecipato a uno sciopero (nel corso del quale il marito, al soldo dei padroni della fabbrica, rimane ucciso negli scontri con i rivoltosi), pur di salvargli la vita la madre lo consegna alle autorità. Questo non risparmia a Pavel un processo farsa che lo condanna ai lavori forzati. Pentitasi di averlo tradito, la donna si unirà ai rivoluzionari in marcia il Primo Maggio verso la prigione per liberare il figlio e gli altri operai incarcerati, sfidando anche i colpi dell'esercito dello zar. Dal romanzo di Maksim Gorkij ambientato durante la rivoluzione russa del 1905, il primo capolavoro muto di Pudovkin, capitolo iniziale di una trilogia sul tema dello sviluppo di coscienza sociale da parte del popolo (i film successivi saranno "La fine di San Pietroburgo" e "Tempeste sull'Asia"). Pudovkin era allievo di Lev Kuleshov, teorico che vedeva nel montaggio l'elemento fondamentale del linguaggio cinematografico, in contrapposizione a coloro che invece ritenevano che il cinema dovesse mantenere una visione naturale e documentaristica, senza manipolare le immagini o il flusso della narrazione. Qui la scelta e l'abbinamento delle inquadrature, l'espressività degli attori, le suggestioni e le metafore (si pensi alla marcia dei rivoltosi, alternata con immagini della banchina ghiacciata che si scioglie o va in frantumi, simbolo della "primavera" che avanza) concorrono nel portare avanti una comunicazione diretta con lo spettatore. Memorabile, in generale, tutto il finale, con la cavalcata dei soldati dello zar che travolge la folla e la bandiera rossa che, agli occhi della madre, sventola in cima al palazzo. Si trattava soltanto del secondo film di Pudovkin, ma tecnicamente è già ad altissimi livelli. Restaurato dalla Mosfilm nel 1968, con l'aggiunta di una colonna sonora di Tikhon Khrennikov.

8 febbraio 2010

Il concerto (Radu Mihaileanu, 2009)

Il concerto (Le concert)
di Radu Mihaileanu – Francia/Romania 2009
con Aleksei Guskov, Mélanie Laurent
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Il regista di "Train de vie" ci riprova con un altro film simpatico e furbetto, divertente e inverosimile, incentrato su un "travestimento collettivo" e popolato da personaggi variopinti e pittoreschi. Come il precedente, è calibrato alla perfezione per piacere a tutti ed è sicuramente destinato a essere sopravvalutato da pubblico e critica. Questa volta i protagonisti sono un gruppo di scalcinati ex musicisti russi in cerca di riscatto, che approfittando dell'invito di un teatro francese (di cui hanno intercettato il fax) volano a Parigi spacciandosi per l'orchestra ufficiale del Bolshoi. Fra di loro ci sono diversi suonatori di origine ebrea o zingara, altri ormai alcolizzati o malandati e in cerca di nuove occasioni, un impresario nostalgico del comunismo e soprattutto un direttore d'orchestra, caduto in disgrazia, che vede nella tournée l'occasione per riannodare le fila con il proprio passato. Tutte le difficoltà (burocratiche, organizzative, artistiche) vengono risolte con intraprendenza, molta faccia tosta e il sorriso sulle labbra; e dopo tante peripezie il gruppo riesce finalmente a suonare in compagnia di una giovane e acclamata violinista (la Laurent, vista di recente in "Bastardi senza gloria" di Tarantino), alla quale il direttore è legato da un doloroso segreto. La pellicola, al quale non sono estranei un tocco di umanismo, velleità melodrammatiche, l'elogio della musica come esperienza collettiva ed emozionale e accenni di satira contro istituzioni passate e presenti (dai vecchi apparati sovietici ai nuovi oligarchi), è una commedia implausibile e commovente, con tocchi di comicità grottesca e sopra le righe (soprattutto nel finale), uno scontato lieto fine e parecchia ruffianeria, persino nella scelta del programma musicale (il concerto per violino e orchestra di Tchaikovsky, bellissimo ma anche ideale per accattivarsi facilmente le simpatie del pubblico). Fastidioso il doppiaggio italiano, che traduce nella nostra lingua sia i dialoghi in francese che quelli in russo (aggiungendovi un accento comico anche quando i personaggi moscoviti parlano fra loro, il che non ha senso), anziché lasciare uno dei due idiomi in originale con i sottotitoli come il buon senso avrebbe suggerito di fare.

22 settembre 2009

Cosmonauta (S. Nicchiarelli, 2009)

Cosmonauta
di Susanna Nicchiarelli – Italia 2009
con Marianna Raschillà, Pietro Del Giudice
**1/2

Visto al cinema Eliseo (rassegna di Venezia)

Primi anni sessanta: la giovane Luciana, cresciuta sin da bambina nel mito del comunismo ma affascinata – come il fratello maggiore Arturo – più dai successi sovietici nella conquista dello spazio che dalle tematiche sociali, si barcamena in un quartiere alla periferia di Roma fra i primi turbamenti amorosi, le tensioni familiari e l'impegno politico a livello giovanile. Pur con diversi difetti (una regia ordinaria, una sceneggiatura che cerca sempre la soluzione più facile, una colonna sonora ruffiana), resta il migliore dei quattro film italiani che ho visto alla rassegna di Venezia. La militanza politica e il fascino per le conquiste spaziali si riducono ben presto a far solo da sfondo a disagi e turbamenti del tutto personali e comuni a ogni adolescente: amori, amicizie, risentimenti, frustrazioni, conflitti familiari. E il fatto che ci siano episodi e situazioni non risolte (come il rapporto con il patrigno, interpretato da Sergio Rubini) non va a discapito di un film che ha i suoi pregi nella leggerezza e nella naturalezza con cui viene seguito il personaggio principale e il suo rapporto con il mondo che la circonda. Bravi i giovani attori, mentre fra gli adulti spicca Claudia Pandolfi nel ruolo della madre di Luciana. La regista, al suo esordio, interpreta invece il ruolo della sensibile militante Marisa. Una nota: "cosmonauta" è il termine che designa i viaggiatori spaziali russi; il termine "astronauta" è invece riservato agli americani. Il film è preceduto da un breve corto d'animazione a passo uno dedicato alla prima missione spaziale (la Sputnik 5, del 1960) che ha mandato nello spazio e poi riportato vivi a terra degli esseri viventi (topi, cagnolini e insetti).

6 settembre 2009

Reds (Warren Beatty, 1981)

Nota: facendo bene i conti, pare che questo sia il 1000° film di cui scrivo su questo blog!

Reds (id.)
di Warren Beatty – USA 1981
con Warren Beatty, Diane Keaton
***

Visto in divx, con Marisa.

In una pellicola lunga (quasi tre ore), epica e intima allo stesso tempo, Beatty racconta gli ultimi cinque anni di vita (dal 1915 al 1920) del giornalista americano John "Jack" Reed, militante socialista e comunista, convinto pacifista e autore del libro "I dieci giorni che sconvolsero il mondo", nel quale descrisse i momenti salienti della rivoluzione bolscevica del 1917, vissuti in prima persona durante la sua permanenza in Russia. La sceneggiatura mescola abilmente le vicende pubbliche di Reed (il supporto ai sindacati operai, il coinvolgimento nelle lotte politiche e nella fondazione del primo partito comunista d'America, i viaggi in Russia, la partecipazione al secondo congresso dell'Internazionale Comunista) con quelle personali (soprattutto il rapporto romantico e tumultuoso con la moglie Louise Bryant, giornalista come lui), e lascia che i dialoghi, i discorsi, i dibattiti, i litigi e le riflessioni fluiscano in totale libertà, con le voci che a volte si sovrappongono come in un film di Altman. Se la prima ora del lungometraggio – quella che descrive la vita di Jack e Louise a New York nel quartiere bohémienne di Greenwich Village – ha qualche lungaggine di troppo ed è a tratti forse un po' noiosetta, quando l'attenzione si sposta sui grandi eventi storici della prima guerra mondiale e della rivoluzione d'ottobre la pellicola riesce a comunicare in maniera convincente il senso di cambiamento, le speranze, le illusioni (e le successive, quasi immediate, disillusioni) di un momento fondamentale nella storia del ventesimo secolo. Beatty (anche produttore, oltre che regista, interprete e co-sceneggiatore) affronta inoltre la questione della memoria, inserendo a più riprese – a mo' di documentario – spezzoni con le testimonianze di persone più o meno celebri (fra le quali Henry Miller e Scott Nearing) che conobbero i coniugi Reed o che vissero a modo loro gli eventi di quegli anni, nonché la questione delle lingue, come indicano le difficoltà di traduzione di cui è vittima Jack durante i dibattiti in Russia. Jack Nicholson impersona con cinismo il commediografo Eugene O'Neill, con cui Louise ha una breve relazione. Il film ebbe ben 12 nomination agli Oscar, e ne vinse tre (per la miglior regia, per la fotografia di Vittorio Storaro e per Maureen Stapleton come attrice non protagonista).

11 giugno 2009

Racconti dell'età dell'oro (aavv, 2009)

Racconti dell'età dell'oro (Amintiri din epoca de au)
di Hanno Höfer, Razvan Marculescu, Cristian Mungiu, Constantin Popescu, Ioana Uricaru – Romania 2009
con Vlad Ivanov, Diana Cavallioti
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

"L'età dell'oro" era la definizione che la propaganda del partito comunista attribuiva al periodo in cui la Romania era governata da Ceausescu. Questo film a episodi è ambientato appunto negli anni ottanta e racconta cinque "leggende urbane" sullo sfondo della dittatura, con toni che vanno dal grottesco al malinconico, dal sarcastico al (finto) nostalgico. Più che sui personaggi storici, il film si sofferma su figure minori più o meno significative, dai piccoli lavoratori che si arrangiano per sbarcare il lunario a una miriade di funzionari e ispettori troppo solerti o incapaci che si affannano a compiacere i propri superiori, dando vita a un quadro tragicomico e surreale ma a suo modo realistico ed efficace nel rappresentare l'assurdità di quel periodo. Non a caso quasi tutte le storie, più o meno verosimili, sono ambientate in cittadine e province ben lontane dai veri centri di potere e non affrontano temi politici, preferendo divertire lo spettatore con una sorta di commedia degli errori. Fra i registi il più noto è Mungiu, già vincitore della Palma d'Oro con "Quattro mesi, tre settimane e due giorni". Nei vari episodi assistiamo alla mobilitazione di un intero paesino di campagna che si prepara al passaggio di un corteo politico ufficiale, ma le cose andranno storte e tutti i responsabili si ritroveranno (letteralmente e metaforicamente) a girare su una giostra che non può essere fermata; alla stravagante trovata di un ragazzo e una ragazza che si trasformano in imbottigliatori di aria per impadronirsi di una grande quantità di bottiglie vuote da rivendere; alle peripezie di due fotografi incaricati di ritoccare le foto ufficiali di Ceausescu prima che vadano in stampa; alla toccante vicenda di un camionista che trasporta pollame e che pensa bene di rubare le uova che gli animali depongono durante il viaggio; alle vicissitudini di un poliziotto di quartiere al quale il cognato di campagna regala un maiale vivo: non potendo macellare l'animale senza richiamare l'attenzione dei vicini, decide di ucciderlo con il gas, facendolo però esplodere nell'appartamento!

15 novembre 2008

Sole ingannatore (N. Michalkov, 1994)

Sole ingannatore (Utomlyonnye solntsem)
di Nikita Michalkov – Russia/Francia 1994
con Nikita Michalkov, Oleg Menshikov
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa e altra gente.

Nel 1936 il colonnello Kotov, leggendario eroe della rivoluzione sovietica, trascorre una calda estate in una dacia di campagna insieme alla giovane moglie Marusia e alla figlioletta Nadja, circondato da una serie di parenti e di bizzarri amici in un'atmosfera di convivialità: ma l'inatteso arrivo del "cugino" Mitja, un tempo innamorato di Marusia e cresciuto in sua compagnia prima di essere misteriosamente allontanato, fa crescere la tensione e precipitare gli eventi. La struttura del film, che inizia presentando numerosi personaggi e situazioni che sembrano accumularsi caoticamente (come indica anche il sonoro, con dialoghi, rumori e musiche che si sovrappongono), si fa via via più ordinata ed essenziale, lasciando emergere poco a poco i veri temi della pellicola: le purghe staliniane, spesso usate come strumenti per vendette o rese dei conti private, e le contraddizioni di un'epoca dove a slanci di entusiasmo per il futuro si sovrapponevano il rimpianto per un passato "che aveva più aroma" e le tristi parabole personali dei protagonisti della rivoluzione stessa. Fra squarci surreali o grotteschi (le esercitazioni con le maschere antigas, l'effige di Stalin che vola nel cielo appesa a un pallone aerostatico, il "sole" che si aggira per la casa e che annuncia inevitabili tramonti), esibizioni narcisistiche (Kotov a petto nudo o che cavalca nei campi di grano per fermare da solo la colonna dei carri armati), passatempi edonistici (la sauna, la gita al fiume, la partita a pallone), canzoni nostalgiche (quella che dà il titolo al film) e momenti comici (il camionista che non trova la strada, la cameriera ipocondriaca che si protegge con il vassoio di metallo), la pellicola mostra un dramma familiare in cui le pulsioni private si fondono con il contesto pubblico: le celebrazioni (per la costruzione dei dirigibili di Stalin), le parate, le esercitazioni non sembrano aver intaccato più di tanto lo stile di vita privilegiato della famiglia del compagno Kotov, caratterizzato dal culto per l'arte (il ballo, il canto, la musica) e da quel sapore cechoviano tanto caro al regista. Ma la violenza e le sopraffazioni fanno il loro ingresso sotto mentite spoglie: e i giochi e gli scherzi di Mitja si rivelano alla fine per quello che realmente sono, un modo per coprire le bugie e i reali progetti dell'uomo. Ottimi tutti gli attori, ma bravissima e simpaticissima la bambina di sei anni che interpreta Nadja, anche nella realtà figlia del regista. La pellicola ha vinto il premio della giuria a Cannes e l'Oscar come miglior film straniero. Attualmente Michalkov ne sta girando un seguito, ambientato durante la seconda guerra mondiale.

29 marzo 2008

Schiava d'amore (N. Michalkov, 1975)

Schiava d'amore (Raba ljubvi)
di Nikita Michalkov – URSS 1975
con Elena Solovéj, Rodion Nachapetov
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

È il secondo lungometraggio di Michalkov, ma il primo ad aver avuto una certa notorietà in occidente. Basato su una sceneggiatura del fratello Andrei Konchalovsky (il futuro regista di "A trenta secondi dalla fine" che – a differenza di Nikita – ha scelto di usare il cognome della madre), a sua volta rimaneggiamento di un film dallo stesso titolo che era rimasto incompiuto per dissidi fra il precedente regista e la casa di produzione, è ambientato a Odessa e in Crimea nell'ottobre del 1918, ossia quando il paese era scosso dalla guerra civile. Ma gli eventi storici sembrano lontani, confinati a Mosca, mentre a Odessa – nonostante la mobilitazione dell'esercito contro i sovversivi rivoluzionari – l'attrice Olga Voznesenskaja (Elena Solovéj) e la troupe del film muto che sta girando (un melodramma esotico e strappalacrime intitolato appunto "Schiava d'amore") sembrano immersi in un'atmosfera onirica ed estraniante. Pur frivola e capricciosa, l'attrice però si annoia e sogna di impegnarsi attivamente in qualcosa di concreto: e riesce ad soddisfare la propria coscienza sociale aiutando un operatore di cui è innamorata e che è compromesso con i bolscevichi. Il film, piuttosto piacevole, non punta tanto le sue carte sulla ricostruzione storica quanto su barlumi di quell'atmosfera conviviale e "cechoviana" che diventerà il marchio di fabbrica del regista russo (si pensi per esempio al successivo "Partitura incompiuta per pianola meccanica"). I personaggi sembrano quasi lasciarsi trasportare dagli eventi ed essere in perenne attesa che il destino decida per loro quale sia la giusta direzione da prendere. La protagonista Olga è ispirata alla diva del cinema muto russo Vera Cholodnaja.

18 gennaio 2008

Sorelle della scena (Xie Jin, 1965)

Sorelle della scena (Wutai jiemei, aka Two stage sisters)
di Xie Jin – Cina 1965
con Xie Fang, Cao Yindi
**1/2

Visto in VHS, in originale con sottotitoli.

Mi sono finalmente visto questo film che avevo registrato da "Fuori orario" anni fa e poi lasciato da parte. Si tratta di uno dei più celebri e importanti esempi di cinema di propaganda della Cina comunista, e racconta la storia di due giovani attrici e cantanti dell'Opera di Shanghai dagli anni trenta fino agli anni cinquanta. Le due protagoniste non sono veramente sorelle: Yuehong, che interpreta ruoli maschili, fa parte di una compagnia di attori itineranti che si esibiscono presso fiere e villaggi, mentre Chunhua, che interpreta ruoli femminili, fugge dal suo destino di "sposa-bambina" e si rifugia presso la stessa compagnia, che era di passaggio nel suo paese. Ben presto le due ragazze diventano inseparabili, sulle scene come nella vita (c'è persino chi ha azzardato una lettura della pellicola in chiave lesbica, che mi pare francamente esagerata). Ma devono fare i conti con un mondo di ingiustizie, una società oppressiva e lo sfruttamento da parte di padroni e impresari, che giocano a piacimento con le vite e le carriere degli artisti (indicativo, in tal senso, l'episodio dell'anziana attrice – della quale prendono il posto come star – che finisce col suicidarsi). Nella seconda parte, il film passa dal melodramma alla politica. Mentre cominciano a sentirsi le prime avvisaglie della guerra civile, le due sorelle si separano e prendono strade differenti: la frivola Yuehong, attratta dal lusso e dall'agiatezza, sposa il crudele impresario e abbandona le scene, mentre l'impegnata Chunhua scopre la lotta di classe e si dedica alla rappresentazione di opere a sfondo sociale che denunciano la condizione delle donne contadine e lo sfruttamento delle masse. "Il vero palcoscenico è la società", spiega. "Ora abbiamo un teatro composto da migliaia di contadini, soldati e operai". Nemmeno minacce e attentati riusciranno a farla tacere: unirà tutte le compagnie del paese ("miglioreremo noi stesse e canteremo sempre opere rivoluzionarie") e nel finale, ovviamente, l'infelice Yuehong non potrà che pentirsi e riconoscere di aver fatto la scelta sbagliata. Narrativamente meccanico ma registicamente scorrevole e interpretato da due buone attrici che si prodigano in scene caricatissime e melodrammatiche, spesso recitando con gli occhi umidi di lacrime, è un film forse più interessante dal punto di vista storico-sociale che bello artisticamente. Ha qualche similarità con "Vivere!" di Zhang Yimou, che ho visto pochi giorni fa, anche se naturalmente il fatto che sia stato girato negli anni '60 fa una certa differenza: questo è decisamente più schierato. Inizialmente le attrici, soprattutto quella che interpreta Chunhua, mi sono sembrate troppo adulte per la parte, e infatti non c'è bisogno di trucco ma solo di un cambio di acconciatura per mostrarle invecchiate, vent'anni dopo. Il regista, che era in sentore di "scomunica" da parte del regime, fu costretto ad accentuare i toni propagandistici della seconda parte del film rispetto alle sue intenzioni originali. Ma nonostante questo, il film venne vietato e lui addirittura incarcerato durante i primi anni della Rivoluzione Culturale.

7 gennaio 2008

Vivere! (Zhang Yimou, 1994)

Vivere! (Huozhe, aka To live)
di Zhang Yimou – Cina/Hong Kong 1994
con Ge You, Gong Li
**1/2

Visto in VHS.

Le vicissitudini di una coppia di coniugi, fra i drammi privati e i grandi eventi pubblici che hanno segnato le tappe della Cina moderna (dal "Grande balzo in avanti" alla Rivoluzione Culturale), raccontate attraverso quarant'anni di storia del paese e sullo sfondo della diffusione del comunismo: pur essendo il film più "patriottico" e inquadrato della carriera di Zhang Yimou, è però tutt'altro che un film di propaganda e presenta un personaggio, quello di Ge You, per il quale le ideologie contano poco, sicuramente meno dell'amore per la vita e per la sua famiglia, il che potrebbe spiegare come mai la pellicola (pur presentando un tono quasi agiografico nei confronti delle istituzioni) sia stata vietata in patria. Fra le righe, inoltre, non mancano accuse verso le epurazioni degli intellettuali, le condanne sommarie dei dissidenti, e il culto della personalità di Mao. La storia inizia negli anni '30, quando il ricco possidente Fugui dissipa il patrimonio di famiglia con il gioco d'azzardo. Rimasto povero e dovendo mantenere la figlioletta e la moglie incinta, si trasforma in artista di strada dedicandosi al tradizionale "teatro delle ombre cinesi". Lo scoppio della guerra civile lo costringe all'arruolamento forzato: prima nelle fila dell'esercito nazionalista, poi in quello popolare di Mao: grazie al suo nuovo stato di "povero", che lo protegge dalle condanne a morte che vengono comminate ai capitalisti, lui e la moglie si integrano facilmente nella nuova Cina comunista, e fra alti e bassi riescono a sopravvivere con una sempre immutata fiducia nel futuro, nonostante la tragica perdita di entrambi i figli. La pellicola si chiude con la certezza che "la vita diventerà ancora migliore". Curiosamente il titolo è lo stesso di un celebre film neorealista di Kurosawa (anche se in italiano c'è un punto esclamativo in più). La volontà di vivere e di sopravvivere a ogni costo è in effetti la molla che spinge il protagonista ad andare avanti e a superare le molte difficoltà, adattandosi alle circostanze dopo aver superato le debolezze del passato.