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10 agosto 2023

Breakfast club (John Hughes, 1985)

Breakfast Club (The Breakfast Club)
di John Hughes – USA 1985
con Molly Ringwald, Judd Nelson
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Messi in punizione per motivi diversi, cinque studenti liceali appartenenti a "circoli" molto differenti fra loro – la "principessa" Claire (Molly Ringwald), l'"atleta" Andrew (Emilio Estevez), il "ribelle" John (Judd Nelson), il "secchione" Brian (Anthony Michael Hall) e la "disadattata" Allison (Ally Sheedy) – sono costretti a trattenersi di sabato nella biblioteca della scuola, per l'intera giornata, a scrivere un tema su sé stessi. Inizialmente scoccano scintille: ma col passare delle ore, man mano che parlano e si "confessano" l'uno con l'altro, i cinque ragazzi cominciano a scoprirsi più simili di come pensavano, accomunati dalle barriere di incomprensione che li separano dal mondo adulto, dal difficile rapporto con i genitori (c'è chi pretende troppo da loro, e chi invece li ignora) e con i professori (come il tirannico vice-preside Vernon (Paul Gleason), che li sorveglia durante la loro punizione), e in generale da una forte disillusione verso il mondo e il proprio futuro. Aperto da una citazione di David Bowie ("E questi ragazzi sui quali sputate, mentre cercano di cambiare il loro mondo, sono immuni dai vostri giudizi. Sono perfettamente consapevoli di quello che stanno attraversando...", da "Changes") e ambientato tutto fra le quattro mura scolastiche e praticamente con solo sette attori (oltre ai cinque ragazzi e al professore, c'è anche il bidello Carl (John Kapelos)), il secondo film di John Hughes è una riflessione prima di tutto sull'identità e su come definire sé stessi di fronte alle aspettative o ai pregiudizi esterni, in particolare quelli della generazione precedente. Ma rappresenta anche un grido di ribellione verso il sistema scolastico, che incasella gli studenti e frustra le loro reali ambizioni, nonché un'espressione del desiderio di vivere in maniera autonoma e individuale. I personaggi sono forse un po' troppo costruiti e stereotipati nella loro diversità, e i dialoghi sono a tratti esistenzialisti e poco realistici ("Finiremo per somigliare ai nostri genitori?" "È inevitabile. Quando cominci a crescere il tuo cuore muore"), ma il film ha lasciato una forte impronta culturale, soprattutto negli Stati Uniti, dove è diventato un cult movie e il simbolo di una generazione, quella dei teenager anni ottanta. Sui titoli di apertura e di chiusura c'è la canzone "Don't You (Forget About Me)" dei Simple Minds.

27 luglio 2023

Close (Lukas Dhont, 2022)

Close (id.)
di Lukas Dhont – Belgio/Fra/Ola 2022
con Eden Dambrine, Gustav de Waele
***

Visto in TV (Sky Cinema).

L'amicizia fra i tredicenni Léo (Dambrine) e Rémi (de Waele) è talmente stretta che a scuola i compagni suggeriscono che siano innamorati l'uno dell'altro. La cosa turba Léo, che cerca di prendere le distanze dall'amico, allontanandosi da lui – da cui in precedenza era inseparabile – per frequentare altri circoli. E quando Rémi, improvvisamente, si suiciderà, Léo sarà tormentato dai sensi di colpa. Secondo film per il regista Lukas Dhont e il suo co-sceneggiatore Angelo Tijssens: come il precedente "Girl", con cui ha molto in comune, esplora il vissuto intimo di personaggi giovanissimi alla prese con la scoperta di sé e dei propri sentimenti, qualcosa di assai difficile in un'età in cui non solo non si hanno le idee chiare, ma non si è nemmeno abbastanza forti da resistere all'influenza dell'ambiente circostante, anche quando questo non è necessariamente negativo o tossico (i genitori dei due bambini approvano la loro amicizia, i compagni di classe si limitano a scherzarci sopra). E che, per questi motivi, scelgono di cambiare strada per paura dei propri sentimenti o per il timore di essere giudicati. La maggior parte della pellicola si svolge dopo la morte di Rémi, e dunque il film parla più di elaborazione del lutto e dei sensi di colpa (quando la vita "va avanti") che di consapevolezza queer o di coming out (anzi, non è nemmeno detto che Léo sia gay: la sua amicizia con Rémi può essere semplicemente questo, un'amicizia), come invece accadeva, per esempio, in "Fucking Åmål". Rispetto a "Girl", il film è forse un po' più costruito, ma non meno intenso. Grand Prix a Cannes, e nomination all'Oscar come miglior film straniero.

22 giugno 2023

Selvaggina di passo (R. W. Fassbinder, 1973)

Selvaggina di passo (Wildwechsel)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1973
con Eva Mattes, Harry Baer
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Quando la quattordicenne Hanni (Eva Mattes) inizia a frequentare il diciannovenne Franz (Harry Baer), i genitori di lei (Jörg von Liebenfelß e Ruth Drexel) non la prendono bene. Il ragazzo finisce addirittura in carcere per aver fatto l'amore con una minorenne, ma una volta uscito, pochi mesi dopo, i due ricominciano a vedersi e a fare progetti per il futuro. Dopo aver scoperto di essere rimasta incinta, e nel timore che il padre denunci di nuovo il ragazzo e lo faccia tornare in prigione, Hanni convince Franz a uccidere il suo genitore a colpi di pistola nel bosco... Tratto da un testo teatrale di Franz Xaver Kroetz, ispirato a sua volta a un fatto reale di cronaca (del 1967), un film girato per la televisione (ma poi uscito anche nelle sale, persino in Italia, dove peraltro fu ritirato dopo pochi giorni per via dell'argomento così scabroso) con cui Fassbinder mette in scena in maniera realista, lucida e quasi astratta un cupo fatto di cronaca e, soprattutto, la distanza siderale fra le diverse generazioni. Tanto il padre vive nel passato (parla spesso di quando era giovane, resta attaccato ai propri valori piccolo-borghesi, rimpiange addirittura l'epoca del nazismo) tanto la figlia pensa solo al futuro e mai al presente (al punto da non preoccuparsi affatto dei problemi o delle conseguenze di ciò che fa). Il contrasto si vede anche nella pragmaticità del padre ("Senza soldi non c'è amore, e senza lavoro non c'è moglie", dice, peraltro aggiungendo "soprattutto se è mia figlia") rispetto alla noncuranza con cui si muove la figlia, quasi sempre inespressiva (anche nella recitazione), che mostra un disinteresse totale di fronte alla famiglia e all'amore stesso, con l'unico faro del contrasto generazionale (del padre dice che "deve andarsene perché noi abbiamo bisogno di spazio"), il che fa del film un anello di congiunzione fra le opere che trattavano del disagio e della delinquenza giovanile (come "I vinti" di Antonioni) e quelle sui parricidi (come "Creature del cielo" di Peter Jackson). Presi in mezzo a Hanni e suo padre, Franz e la madre fanno quasi la figura dei vasi di coccio. La colonna sonora minimalista fa ripetutamente ricorso ad estratti dal secondo movimento (l'adagio) del quinto concerto di Beethoven per piano e orchestra. Piccole parti per Hanna Schygulla (la ginecologa) e Kurt Raab (il direttore della fabbrica).

12 giugno 2023

The Fabelmans (Steven Spielberg, 2022)

The Fabelmans (id.)
di Steven Spielberg – USA 2022
con Gabriel LaBelle, Michelle Williams
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Dalla prima volta che va al cinema (nel 1952, a vedere "Il più grande spettacolo del mondo" di Cecil B. DeMille), Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle) si innamora della settima arte e decide di voler diventare un regista. Trascorrerà l'infanzia e poi l'adolescenza a girare film amatoriali, mentre cresce dapprima nel New Jersey, poi in Arizona e infine in California, dove il padre (Paul Dano), ingegnere informatico, si è trasferito per lavoro. Ma sarà soprattutto il rapporto con la madre (Michelle Williams), pianista problematica, a segnare i suoi primi anni di vita. Pellicola semi-autobiografica con cui Spielberg ha inteso omaggiare soprattutto i suoi genitori. È l'ennesimo film nostalgico e autobiografico che si vede negli ultimi anni, sintomo di un cinema che ormai è sempre più ripiegato su sé stesso e guarda con preoccupante frequenza al passato. Colmo di retorica famigliare (ma da Spielberg c'era da aspettarselo), cinematograficamente didascalico, lungo, autoindulgente, e pieno di cliché (i bulli a scuola!) e scene madri, è noioso, mal scritto e mal recitato, nonostante una certa critica remissiva (ben sette candidature agli Oscar, fra cui miglior film e regia) l'abbia pensata diversamente. La cosa peggiore, ovviamente, è che "normalizza" e banalizza la stessa magia che vorrebbe raccontare, quella del cinema, che spesso passa in secondo piano rispetto ai melodrammi famigliari, salvo far capolino qua e là (come nel finale, quando Sammy arriva finalmente a Hollywood e incontra un John Ford – interpretato da David Lynch – che gli elargisce un consiglio). Seth Rogen è lo "zio" Bennie, Judd Hirsch il bizzarro prozio Boris.

8 giugno 2023

Weathering with you (Makoto Shinkai, 2019)

Weathering with you - La ragazza del tempo (Tenki no ko)
di Makoto Shinkai – Giappone 2019
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Netflix).

In una Tokyo sferzata da una pioggia incessante e innaturale, il sedicenne Hodaka, liceale scappato da casa e in cerca di lavoro, conosce Hina, una ragazza in grado di "portare il sereno" attraverso le sue preghiere al cielo. I due decidono di sfruttare la cosa, offrendo a pagamento le capacità di Hina a chiunque desideri qualche ora di sole. Ma il continuo ricorso ai poteri della ragazza – che è l'equivalente moderno delle antiche "sacerdotesse atmosferiche", destinate a sacrificarsi per il bene della comunità – fa sì che lei, lentamente, cominci a scomparire... Il soggetto sembra tratto da una light novel, ma è farina originale del sacco di Shinkai, con tutti i suoi pregi e difetti: una suggestiva fusione fra il realismo del quotidiano, il timido romanticismo adolescenziale e suggestioni mistiche o fantastiche, ma anche situazioni forzate, poetismo d'accatto, personaggi stereotipati o non molto caratterizzati, e uno sviluppo che procede a tentoni, perdendo interesse man mano che si va verso il finale. Di contro, la fattura tecnica è ottima, in particolare l'animazione e gli sfondi (per quanto fin troppo fotorealistici), mentre il character design resta un po' anonimo. Mediocri e di maniera anche le (non necessarie) canzoni. Un film da godersi e poi dimenticare a stretto giro di posta. Brevi cameo per i protagonisti di "Your name.", il precedente (e più fortunato) lavoro di Shinkai.

4 giugno 2023

La promesse (Jean-Pierre e Luc Dardenne, 1996)

La promesse (id.)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio/Francia 1996
con Jérémie Renier, Olivier Gourmet
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il quindicenne Igor (Jérémie Renier) aiuta il padre Roger (Olivier Gourmet) nello sfruttamento degli immigrati clandestini, ai quali fornisce una stanza in affitto e un lavoro (in nero). Un giorno Amidu, immigrato dal Burkina Faso, rimane gravemente ferito cadendo da un'impalcatura in un cantiere. Per impedire che i suoi affari vengano scoperti, Roger impedisce al figlio di portare l'uomo in ospedale: prima di morire, però, Amidu si fa promettere dal ragazzo che si prenderà cura della moglie (Assita Ouédraogo) e del figlio neonato. Un po' per tener fede alla promessa, un po' per i sensi di colpa, Igor inizia a prendersi a cuore le sorti della donna, anche a costo di mettersi contro il padre... Il terzo lungometraggio dei fratelli Dardenne fu anche il primo a dar loro notorietà: è una pellicola intensa, drammatica, dai toni asciutti e realistici, assai cupa ma nobilitata da un fondo di speranza, come l'empatia che può svilupparsi anche nei contesti più disagiati. Renier (che anche dopo essere cresciuto continuerà a recitare nei film dei due fratelli, per esempio in "L'enfant" e "Il matrimonio di Lorna") dà vita a un personaggio stratificato e complesso, nonostante la giovane età, mentre la denuncia dello sfruttamento e delle difficili condizioni degli immigrati illegali in Belgio (o in generale in Europa) è affrontata senza demagogia o retorica. In più c'è il rapporto fra padre e figlio, conflittuale e problematico (l'uomo è tutt'altro che un bravo maestro di vita per il ragazzo), ma a tratti guarnito da slanci di sincero affetto reciproco. Anche Gourmet reciterà ancora per i Dardenne in un altro film dai temi simili ("Il figlio"). Piccoli tocchi di colore e di caratterizzazione includono la passione di Igor per le automobili (costruisce un go-kart artigianale con gli amici) e le tradizioni magico-sciamaniche che gli immigrati portano con sé anche in un altro continente.

2 aprile 2023

Ragazze a Beverly Hills (Amy Heckerling, 1995)

Ragazze a Beverly Hills (Clueless)
di Amy Heckerling – USA 1995
con Alicia Silverstone, Paul Rudd
***

Rivisto in divx.

L'egocentrica e narcisista sedicenne Cher Horowitz (Alicia Silverstone), figlia di un ricco e burbero penalista californiano, frequenta un prestigioso liceo di Beverly Hills, guarda alle supermodelle come unico stile di vita ed è convinta di saperne più di tutti su ogni argomento. Per migliorare i propri voti scolastici, ha la pensata di rendere "più felici" i suoi insegnanti, catalizzando una love story fra due di essi. E visto il successo, insieme all'amica Dionne (Stacey Dash), decide di continuare a "fare del bene", educando e "restaurando" a proprio modo una compagna di classe appena arrivata, la nerd Tai (Brittany Murphy), spingendola anche fra le braccia del belloccio Elton. Ma ne seguiranno solo disastri, e nel frattempo complicherà anche la propria stessa vita sentimentale, inseguendo inutilmente l'amore di un ragazzo gay (Justin Walker) e ignorando l'attrazione per il fratellastro Josh (Paul Rudd). Rilettura moderna e spigliata di "Emma" di Jane Austin, un film fondamentale nel mettere in scena l'estetica, le frivolezze, il materialismo e i valori di un certo tipo di adolescenti degli anni novanta, intercettando inoltre certe tendenze che si svilupperanno sempre più in seguito, come l'avvento dei telefonini. Ricordo che quando lo vedi per la prima volta, alla sua uscita, scoppiai a ridere nella scena in cui tutti i personaggi seduti a cena attorno a un tavolo, sentendo lo squillo di un telefono, tirano fuori il proprio cellulare per rispondere. E in un'altra scena, il cordless di Emma è paragonato al monolito di "2001: Odissea nello spazio" (con tanto di musica di Richard Strauss). La regista, anche sceneggiatrice, si prende gioco dei suoi personaggi (e di Cher soprattutto, visto che è di fatto la narratrice in prima persona della storia, attraverso la voce fuori campo) ridicolizzandone il comportamento e i pensieri, dall'ossessione per lo shopping all'appassionato ma superficiale interesse per le questioni sociali, ma al tempo stesso guarda a loro con tenerezza ed empatia, spingendo anche gli spettatori a partecipare alla loro confusione mentale alla scoperta di sé. L'ambientazione anni novanta è sottolineata dai cartoni di Beavis & Butthead e di Ren & Stimpy ("Sono molto esistenzialisti") in televisione, dai riferimenti ad attori, cantanti e modelle, e dalla colonna sonora. Da segnalare la scena della fontana, quando Cher si rende conto di essere innamorata di Josh, con la cover di "All by myself" di Jewel in sottofondo: è un omaggio a "Gigi". Dan Hedaya è il padre, Wallace Shawn e Twink Caplan i professori, Breckin Meyer e Jeremy Sisto gli altri compagni di classe. Lo script originale era stato pensato per una serie televisiva: l'anno successivo sarà realizzata proprio una serie, durata tre stagioni, in cui ritornano parecchi personaggi. No comment sul titolo italiano.

29 marzo 2023

Mouchette (Robert Bresson, 1967)

Mouchette - Tutta la vita in una notte (Mouchette)
di Robert Bresson – Francia 1967
con Nadine Nortier, Jean-Claude Guilbert
***

Rivisto in divx.

La quattordicenne Mouchette (Nadine Nortier) vive con la madre malata e il padre ubriacone e violento in un villaggio nella campagna francese. Qui è ostracizzata dalle compagne, sfruttata dalla famiglia, incompresa da tutti. Dopo la morte della madre, e dopo essere stata violentata da un cacciatore in una notte di tempesta, prenderà la decisione più drastica. Tratto dal romanzo "Nouvelle histoire de Mouchette" (1937) di Georges Bernanos, un altro ottimo esempio del cinema esistenzialista e minimalista di Bresson: nonostante la sua breve durata, è estremamente intenso dal punto di vista emotivo e, soprattutto, non sfiora mai la retorica o il patetismo. Anzi, Mouchette, pur umiliata e maltrattata (tanto dagli uomini quanto dal destino), mostra sempre uno sguardo orgoglioso e non nasconde la propria rabbia, il proprio odio e disprezzo verso il mondo e le persone che la circondano. Lo si nota da mille piccoli gesti, evidenti (il lancio di fango verso le compagne di scuola) o meno (la "stonatura" dell'ultima nota durante il coro in classe: più tardi, quando canterà la stessa canzone per Arsène, sarà perfettamente intonata), spesso anche in risposta a gesti apparentemente gentili ma ipocritamente convenzionali (la rottura della tazza della negoziante, lo sporcare il tappeto dell'anziana che le regala il lenzuolo funebre per la madre). E per essere un personaggio che parla pochissimo, quando lo fa non esita a lasciarsi andare a invettive anch'esse esplicite (come quel "Merda" di ribellione verso il padre, o il "Mi fate solo schifo!", nel finale, rivolto idealmente all'intero villaggio). Curiosamente, l'unica persona verso la quale mostra una certa tenerezza ed empatia (a parte il giovane che le sorride durante il breve momento di svago al luna park, quando grazie alla gentilezza di una sconosciuta può permettersi uno giro sugli autoscontri) è proprio Arsène, l'uomo che si approfitta di lei. E la sua ribellione non può sfociare in una vera fuga se non sotto forma del suicidio che Bresson rappresenta sullo schermo in maniera originale ed esemplare, in una scena finale memorabile, quella in cui la ragazzina, avvolta nel lenzuolo, si lascia rotolare lungo la collina più volte, fino a finire dentro lo stagno. Personaggio indimenticabile, Mouchette attraversa tutta la pellicola con forza e intensità, mentre l'ambiente crudele in cui vive è descritto tramite tanti piccoli dettagli (si pensi alla "faida" fra il cacciatore di frodo Arsène e il guardiacaccia Mathieu: e i vari animaletti catturati o uccisi, uccellini e leprotti, simboleggiano l'innocenza e la gioventù). Sui titoli di testa e di coda si ode il "Magnificat" di Claudio Monteverdi. Jean-Claude Guilbert, che interpreta Arsène, aveva già recitato per Bresson nel precedente "Au hasard Balthazar": cosa rara per il regista, che quasi mai lavorava più volte con gli stessi attori.

15 marzo 2023

Fucking Åmål (Lukas Moodysson, 1998)

Fucking Åmål - Il coraggio di amare (Fucking Åmål)
di Lukas Moodysson – Svezia 1998
con Alexandra Dahlström, Rebecka Liljeberg
***1/2

Rivisto in divx.

La sedicenne Agnes (Liljeberg), intelligente e introversa, è segretamente innamorata della compagna di classe Elin (Dahlström), bella e popolare ma annoiata e insoddisfatta della propria vita. All'apparenza le due non potrebbero essere più diverse: ma in qualche modo faranno amicizia, e proprio il loro coraggioso "coming out" lesbico le aiuterà a rivendicare orgogliosamente la propria identità. Ambientata nella piccola cittadina di Åmål, che ingiuriano in continuazione e da cui sognano di fuggire (e i cui abitanti, inizialmente, se la presero con il titolo dissacrante), l'opera prima del regista svedese Lukas Moodysson è un credibile e realistico ritratto dei tormenti dell'adolescenza alla scoperta di sé e dei propri sentimenti, in un contesto caratterizzato dalla crudeltà e dai pregiudizi dei coetanei, dall'angoscia del non sentirsi (ri)amati, dalla vergogna per le proprie emozioni, dalle esigenze di rispondere alle aspettative degli altri (la famiglia in primis, ma anche gli amici e i compagni di scuola). Pur guardando stilisticamente a Lars von Trier (estetica povera, camera a mano, immagini sgranate, quasi come un film Dogma), Moodysson gira in maniera più leggera e sincera, focalizzandosi sui suoi personaggi e sul loro microcosmo sociale-scolastico senza inutili sovrastrutture, aiutato dall'ottima prova dei giovani interpreti (solo le due protagoniste erano attrici professioniste). E il lieto fine, in cui le due ragazze si incamminano orgogliosamente mano nella mano per i corridoi della scuola, sfidando ogni giudizio, scalda il cuore. Il film è noto anche con il titolo "Show me love", dalla canzone di Robyn sui titoli di coda.

16 febbraio 2023

Matinee (Joe Dante, 1993)

Matinee (id.)
di Joe Dante – USA 1993
con John Goodman, Cathy Moriarty
***

Rivisto su YouTube.

Nell'ottobre del 1962, mentre le paure della guerra fredda e di un conflitto nucleare prendono sempre più piede negli Stati Uniti (sono i giorni della crisi dei missili di Cuba), il produttore cinematografico Lawrence Woolsey (John Goodman), specializzato in B-movie horror e di fantascienza, giunge nella cittadina di Key West in Florida per presentare la sua ultima pellicola, "Mant!" (l'assurda storia della fusione fra un uomo e una formica, innescata – neanche a dirlo – dalla radioattività), che sarà proiettata in anteprima con straordinari "effetti speciali" realizzati direttamente in sala ("in Atomo-vision e Rombo-rama!"). Fra gli spettatori ci sono soprattutto ragazzini, appassionati di film di mostri (formiche giganti, in questo caso), come Gene Loomis (Simon Fenton), figlio di un soldato della vicina base militare, il cui padre è stato mandato in missione ad attuare il blocco navale attorno a Cuba. Le paure degli adulti fuori dal cinema (la guerra nucleare sembra ormai imminente) si riflettono così in quelle dei ragazzi al suo interno (provocate ad arte da Woolsey, con i suoi trucchi "pubblicitari"), mentre una serie di problemi tecnici mette a repentaglio la proiezione ma la rende al tempo stesso ancora più memorabile. Oltre a ritrarre sullo schermo un delicato momento della storia americana, la pellicola è dunque anche un omaggio alla magia del cinema e a quei film così ingenui ma visceralmente capaci di stimolare l'immaginario collettivo. Dopo tutto, "la paura aiuta ad apprezzare di essere vivi". Il personaggio di Lawrence Woolsey è ispirato a William Castle (anche se molti lo scambiano per Alfred Hitchcock). Cathy Moriarty interpreta la compagna di Woolsey nonché l'attrice di "Mant!". Particina per un'allora sconosciuta Naomi Watts (è l'attrice del film sul "carrello della spesa"). Dick Miller e John Sayles, frequenti collaboratori di Dante, sono i due uomini che protestano davanti al cinema.

11 febbraio 2023

A time to live, a time to die (Hou Hsiao-hsien, 1985)

Ricordi dell'infanzia (Tong nien wang shi)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1985
con Yu An-shun, Tien Feng, Mei Fang
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il piccolo Hsiao (chiamato da tutti "Ah-ha") cresce nella Taiwan degli anni cinquanta e sessanta, dove suo padre si è trasferito nel 1947 fuggendo dalla Cina continentale. Diviso in due parti, nelle quali il protagonista ha rispettivamente dieci e diciotto anni, il film è ispirato alle memorie di gioventù del regista stesso, e rappresenta il secondo tassello di una trilogia di "ricordi dell'infanzia" dopo il precedente "In vacanza dal nonno" (basato sulle memorie dello sceneggiatore Chu Tien-wen, collaboratore abituale di HHH) e prima del successivo "Dust in the wind" (basato su quelle dell'altro co-sceneggiatore Wu Nien-jen). La quotidianità di un microcosmo domestico e rurale, le difficoltà economiche e politiche, i lutti in famiglia (nelle due sezioni Hsiao perde rispettivamente il padre, malato di tubercolosi, e poi la madre, per un tumore alla gola), i rapporti con la nonna svampita (che progetta in continuazione di tornare "in patria", ovvero in Cina), la sorella maggiore, i tre fratelli, gli amici, le ragazze... tutto contribuisce a una narrazione delicata e avvolgente, con un ritmo naturale e mai noioso, dove l'insieme è la somma delle parti. E le ripetute inquadrature dei medesimi ambienti (la strada fuori dalla casa di famiglia, con il grande albero che la sovrasta; gli interni domestici, come la stanza con la scrivania del padre), lungo il trascorrere degli anni, donano un legame emotivo al tutto. Più che nostalgico o celebrativo, lo sguardo rivolto al passato è rievocativo, triste e malinconico (la crescita del protagonista va di pari passo con gli inevitabili cambiamenti e la dissoluzione famigliare), mai edulcorato (in particolare nella seconda parte, quando Hsiao finisce sulla "cattiva strada", fra ribellioni a scuola e risse fra bande rivali). Commovente il finale. Il titolo inglese (scritto a volte anche come "The time to live and the time to die") è ispirato a quello di un film di Douglas Sirk del 1958, noto in Italia come "Tempo di vivere".

20 dicembre 2022

Tuo, Simon (Greg Berlanti, 2018)

Tuo, Simon (Love, Simon)
di Greg Berlanti – USA 2018
con Nick Robinson, Logan Miller
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Simon (Nick Robinson), all'ultimo anno di liceo, è segretamente gay: ma non ha il coraggio di dichiararlo né alla famiglia né agli amici. Il suo segreto verrà alla luce quando le mail che si scambia anonimamente con un compagno di scuola, gay come lui ma di cui ignora l'identità, verranno rese pubbliche da una terza persona... Tratto da un romanzo (di Becky Albertalli) di coming-of-age, un teen movie sui tormenti interiori di un adolescente alle prese con un mondo "eteronormale", in cui deve bilanciarsi fra le amicizie (che iniziano a colorarsi di sentimenti più forti), gli affetti familiari, la scuola e le emozioni non espresse. Una regia di stampo televisivo e giovani attori dai medesimi trascorsi tengono un po' a freno il risultato, ed è un peccato, visto che la sceneggiatura (inevitabile lieto fine "hollywoodiano" a parte) riesce a caratterizzare bene i personaggi e a mantenere l'attenzione dello spettatore entro i livelli di guardia, evitando tra l'altro le trappole dell'eccesso di sensazionalismo e quelle dell'estetica pop o fumettistica (ma non quelle del messaggio educativo o idealistico). Josh Duhamel e Jennifer Garner sono i genitori di Simon; Katherine Langford, Alexandra Shipp e Jorge Lendeborg Jr i suoi amici; Logan Miller il "nerd"; Tony Hale il vicepreside impiccione. In seguito al buon successo di pubblico, è stato realizzato un sequel sotto forma di serie tv ("Love, Victor"). La traduzione del titolo non è coerente con il film, durante il quale il modo in cui Simon firma le sue mail è reso sempre come "Con amore, Simon".

6 dicembre 2022

Licorice pizza (Paul T. Anderson, 2021)

Licorice pizza (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 2021
con Alana Haim, Cooper Hoffman
**

Visto in TV (Prime Video).

L'intraprendente quindicenne Gary Valentine (Cooper Hoffman) e la giovane fotografa Alana Kane (Alana Haim) si conoscono a Encino, in California, all'inizio degli anni settanta. La loro relazione, un po' d'amicizia e un po' romantica, si sviluppa lentamente fra alti e bassi. Episodico, nostalgico, semi-biografico (le vicende narrate si ispirano ai ricordi e agli episodi vissuti da un amico di Anderson, Gary Goetzman, attore bambino e poi imprenditore e produttore cinematografico), il film si iscrive in quel filone del cinema americano che da "American graffiti", passando per le pellicole di Linklater fino a "C'era una volta a Hollywood" di Tarantino, rivolge lo sguardo all'indietro verso un "passato dorato" che ultimamente si identifica appunto negli anni settanta. Fra gli episodi narrati ci sono le esperienze di Gary come attore teenager in programmi televisivi (come quelli di Lucille Ball), come venditore di materassi ad acqua (fugace "moda" negli Stati Uniti di quegli anni) e come gestore di una sala giochi (cioè di flipper: i video arcade erano di là da venire), mentre la più adulta Alana prova invece a gettarsi nell'attivismo politico. Ma il risultato è pretenzioso (come tutto il cinema di PTA) e caotico (si salta di palo in frasca), poco accattivante e dai toni altalenanti (momenti grotteschi e personaggi caricaturali si alternano ad altri che vorrebbero essere più intensi e sinceri). Francamente, questo tipo di cinema comincia a stufare: da un lato si guarda continuamente all'indietro, dall'altro accatasta – all'insegna del post-moderno – situazioni ed episodi in maniera random, prolungandone alcuni senza motivo e lasciando l'impressione di un'improvvisazione narrativa. Buona comunque la ricostruzione d'epoca, che rende bene l'atmosfera di quegli anni (grazie anche alla fotografia calda, alla colonna sonora, ai costumi e alle scenografie: quanti maglioncini a righe e carte da parati!). Mediocre l'adattamento italiano, che in realtà adatta ben poco, lasciando termini in inglese e nomi e riferimenti culturali non spiegati. Cooper Hoffman è il figlio di Philip Seymour Hoffman, Alana Haim una giovane musicista: per entrambi è l'esordio come attori. Piccole parti (per lo più macchiette) per Sean Penn (il divo Jack Holden, ispirato a William Holden), Tom Waits (il suo amico Rex Blau), Bradley Cooper (il produttore Jon Peters) e Benny Safdie (il politico gay Joel Wachs). Lo strano titolo (due ingredienti apparentemente inconciliabili?) non viene citato né spiegato durante il film: era il nome di una catena di negozi di dischi presente all'epoca nella California del Sud, che secondo Anderson ricorderebbe all'istante (solo a chi era lì, però) l'atmosfera di quei giorni. Flop al botteghino, ma apprezzato dalla critica (con tre nomination agli Oscar, per il film, la regia e la sceneggiatura).

17 maggio 2022

Fish tank (Andrea Arnold, 2009)

Fish tank (id.)
di Andrea Arnold – GB 2009
con Katie Jarvis, Michael Fassbender
***

Visto in divx.

La quindicenne Mia (Katie Jarvis) è una ragazza ribelle e problematica, solitaria e arrabbiata, che vive con la madre (Kierston Wareing) e la sorella minore Tyler (Rebecca Griffiths) alla periferia di Londra, in un ambiente alquanto degradato. A parte l'amore per gli animali, la sua unica passione è la danza, ma nessuno sembra prenderla sul serio. Riceverà però un inatteso incoraggiamento da Connor (Michael Fassbender), il nuovo ragazzo di sua madre, che la prende in simpatia... Uno spaccato di realtà difficile e alienazione adolescenziale, girato in maniera coinvolgente con camera a mano e piani sequenza, e con uno scenario familiare e sociale disagiato a fare da sfondo a una protagonista che parla poco ma riesce a esprimersi attraverso le azioni, gli sguardi e l'apparente rigetto di tutto ciò che la circonda. E non mancano colpi scena e momenti drammatici, vissuti però con la leggerezza e l'inconscienza tipica dell'adolescenza. Nella colonna sonora (tutta diegetica) spicca la cover di "California Dreamin'" cantata da Bobby Womack, la canzone preferita da Connor, sulle cui note Mia prepara la sua audizione come danzatrice in un locale. La cavalla che viene uccisa perché "malata" e vecchia, avendo sedici anni, è una metafora del cambiamento e dell'arrivo dell'età adulta: sedici anni è infatti la stessa età a cui Mia, ormai maturata, decide finalmente di andarsene di casa. Molto bello il rapporto di amore/odio con la madre e la sorella (con cui litiga in continuazione, ma che alla fine saluta con affetto: "Ti odio", "Ti odio anch'io"), esemplificato dalla scena in cui le tre ballano insieme. Ottime le interpretazioni (Jarvis non è un'attrice professionista) e la regia. Harry Treadaway è il "fidanzatino" Billy. Premio della giuria al festival di Cannes.

12 aprile 2022

Il vestito per il matrimonio (A. Kiarostami, 1976)

Il vestito per il matrimonio (Lebasi baraye arusi)
di Abbas Kiarostami – Iran 1976
con Hassan Darabi, Mehdi Nekoueï, Massoud Zand
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ali, Hossein e Mamad sono tre giovani amici che lavorano negli esercizi commerciali che si affacciano sul cortile interno di un palazzo. Ali fa il garzone nella bottega di un sarto: quando una cliente benestante commissiona un vestito su misura per il figlio, da indossare il giovedì seguente al matrimonio della sorella, Hossein chiede all'amico di prestarglielo la sera di mercoledì, promettendo di riportarglielo indietro prima che la donna venga a ritirarlo la mattina dopo. Ma anche Mamad vuole sfoggiare il vestito, e convince Hossein a cederglielo... L'abito che dà il titolo a questo mediometraggio è l'oggetto del desiderio dei giovani protagonisti, un autentico status symbol (simbolo di ricchezza ed eleganza, come quella dei modelli che appaiono nel catalogo nel negozio del sarto) da sfoggiare, anche solo per una sera, per uscire con una ragazza (nel caso di Hossein) o per andare a teatro ad assistere allo spettacolo di un prestigiatore (nel caso di Mamad) e potersi permettere di salire sul palco come volontario. E mentre i genitori e gli adulti non comprendono questo desiderio ("Io indosso lo stesso vestito da nove anni!"), i ragazzi (e lo spettatore con loro) si interrogano se l'abito tornerà nel negozio sano e salvo prima che la cliente giunga a reclamarlo (soprattutto perché Mamad ha una reputazione per farsi coinvolgere nelle risse e tornare a casa con gli abiti strappati). Incentrato in fondo su un "piccolo" episodio, come altri lavori di Kiarostami il film si apre a un respiro più ampio grazie alla simpatica caratterizzazione dei tre amici e del luogo in cui lavorano, un microcosmo dove l'arte del commercio e delle transazioni si espande alle relazioni di tutti i giorni (si veda come i ragazzi "contrattino" ogni favore reciproco). In fondo, anche in questo caso, i problemi dell'infanzia o dell'adolescenza non sono altro che un simulacro, più ingenuo e innocente, di quelli dell'età adulta. Nota: Hassan Darabi, che interpreta Ali, era già stato il protagonista del precedente lungometraggio di Kiarostami, "Il viaggiatore".

10 aprile 2022

Donnie Darko (Richard Kelly, 2001)

Donnie Darko (id.)
di Richard Kelly – USA 2001
con Jake Gyllenhaal, Jena Malone
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Liceale con problemi psichiatrici, Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) riceve una notte la visita soprannaturale di "Frank", un individuo con un (mostruoso) costume da coniglio, che gli annuncia che la fine del mondo è prossima: mancano solo 28 giorni, 6 ore e spiccioli... La notte stessa, il motore di un aereo di linea piomba misteriosamente giù dal cielo, schiantandosi sulla casa dei Darko, e precisamente sulla stanza del ragazzo. E nei giorni che seguono, nel corso di un progressivo "distacco dalla realtà", il traumatizzato Donnie – che si è salvato soltanto perché era fuori di casa, in preda a un consueto sonnambulismo – compie una serie di atti vandalici (istigato da "Frank") ai danni della scuola e degli adulti ipocriti che lo circondano, si innamora di Gretchen (Jena Malone), una ragazza appena arrivata nel quartiere, e si lascia ossessionare dal concetto dei viaggi nel tempo, che potrebbe spiegare molte delle cose strane che gli accadono intorno... Da una sceneggiatura scritta dal regista stesso (all'esordio) subito dopo essersi diplomato alla scuola di cinema, un film bizzarro e unico nel suo genere: un thriller enigmatico che innesta suggestioni e angosce disturbanti, alla David Lynch, su uno scenario da tipica commedia scolastica liceale, con tanto di rapporti con gli amici, i famigliari, gli insegnanti in una piccola cittadina (in Virginia). Passato quasi inosservato alla sua uscita, si conquisterà rapidamente la fama di cult movie per il fascino che esercita su uno spettatore al quale vengono forniti numerosi elementi che sembrano acquistare significato soltanto con il senno di poi, al termine del "loop" temporale, o con una seconda visione (altamente ripagante: è un film che andrebbe certamente visto più di una volta). Eccezionale il comparto attoriale: Jake Gyllenhaal era quasi agli esordi, sua sorella Maggie interpreta la sorella maggiore dello stesso Donnie, i genitori sono Holmes Osborne e l'ottima Mary McDonnell, mentre fra i comprimari troviamo nomi noti come Drew Barrymore (l'insegnante di letteratura), anche produttrice, e Patrick Swayze (il "guru" del pensiero attitudinale), oltre a Katharine Ross (la terapista), Beth Grant (l'insegnante bigotta) e Jolene Purdy (la compagna introversa). Nella colonna sonora di Michael Andrews, anche canzoni dei Tears for Fears (compresa una cover di "Mad World"), Joy Division, Echo & the Bunnymen. Curiosità: il film si svolge nell'arco di 28 giorni (dal 2 ottobre 1988 al 30, Halloween): lo stesso periodo di tempo impiegato da Kelly prima per scriverlo e poi per girarlo. Nel 2009, senza il contributo del regista originale, è uscito "S. Darko", un sequel dedicato alla sorella minore di Donnie, Samantha.

3 aprile 2022

Red (Domee Shi, 2022)

Red (Turning Red)
di Domee Shi – USA 2022
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Quando entra nella pubertà, la tredicenne Mei – ragazzina di origine cinese, ma residente con la famiglia a Toronto – scopre di trasformarsi in un gigantesco panda rosso ogni volta che è in preda a forti emozioni. Si tratta di una "maledizione" che da sempre colpisce le donne della sua famiglia, ma che è possibile eliminare con un complicato rituale: peccato che questo debba essere eseguito nella stessa sera di plenilunio in cui la ragazzina progettava di andare con le amiche (e di nascosto dai genitori) al concerto della loro boy band preferita... I temi della crescita, dell'improvviso e inaspettato ingresso nell'età adulta ("Sono un orribile mostro rosso", esclama Mei dopo la prima trasformazione, con un esplicito riferimento alle prime mestruazioni), della ribellione ai genitori (una sfida mossa dalle difficoltà di essere all'altezza delle aspettative della madre, una tipica e terribile asian mom, ingombrante e protettiva, che controlla ogni aspetto della vita della figlia e si attende da lei l'eccellenza in ogni campo) e del "non nascondere il lato negativo di sé, ma trovargli posto e conviverci" (il messaggio di "non reprimere la bestia, ma darle sfogo" fa inevitabilmente volare il pensiero al "Dottor Jekyll e Mister Hyde" di Stevenson, di cui la pellicola è praticamente una rilettura, magari ispirata anche a "Ranma 1/2" e "Totoro") sono al centro di un film simpatico, benché semplicistico e un po' troppo piacione e giovanilistico. Targato Pixar, sembra quasi strizzare gli occhi più alla televisione che al cinema. In effetti, come i precedenti "Soul" e "Luca", è uscito direttamente sulla piattaforma di streaming Disney+, anziché nelle sale. È il primo lungometraggio diretto dalla sino-canadese Domee Shi (anche sceneggiatrice), dopo il corto "Bao" del 2018.

28 marzo 2022

Noi siamo infinito (Stephen Chbosky, 2012)

Noi siamo infinito (The perks of being a wallflower)
di Stephen Chbosky – USA 2012
con Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller
***

Visto in TV (Prime Video).

Adolescente intelligente ma introverso, depresso e con tendenze suicide, Charlie (Logan Lerman) inizia il liceo senza amici e bullizzato dagli alunni più grandi. Ma tutto cambia quando conosce lo spigliato Patrick (Ezra Miller) e la sua sorellastra Sam (Emma Watson), studenti dell'ultimo anno, che lo introducono nella loro cerchia. Grazie ai nuovi amici, peraltro non esenti a loro volta da problemi e tormenti, Charlie uscirà dal guscio e saprà fare in qualche modo i conti con un tragico passato. Dal suo omonimo romanzo, Chbosky scrive e dirige una storia di coming-of-age che parte come una commedia scolastica adolescenziale ma si fa quasi subito dark ed esistenziale, mostrando il lato più oscuro dei personaggi e del loro difficile passaggio verso l'età adulta, fra piccoli e grandi drammi che solo il sostegno reciproco può aiutare a superare. L'amicizia con Patrick e l'amore verso Sam accompagnano Charlie durante il primo anno di liceo, insieme alle vicende scolastiche (la passione per la letteratura, incoraggiata dal professore di inglese), quelle famigliari (i rapporti con i fratelli) e ai traumatici ricordi del passato. Strutturata come un romanzo epistolare (Charlie scrive a un amico senza nome, raccontandogli le proprie vicende), la pellicola è ambientata all'inizio degli anni Novanta ed è accompagnata da una bella colonna sonora a base di rock (dove spicca "Heroes" di David Bowie, il brano che gli amici ascoltano mentre passano in macchina attraverso il tunnel) e da vari riferimenti culturali (come il "Rocky Horror Picture Show", alle cui rappresentazioni "dal vivo" – simbolo di apertura alla diversità e alla consapevolezza di sé stessi – il gruppo di amici partecipa in costume). Bravo e intenso il cast di giovani attori: Lerman e Miller sono ottimi, la Watson sorprende in un ruolo al di fuori della bolla di Harry Potter. Il titolo italiano è forse un po' troppo "mocciano" (o "mucciniano"?), ma si rifà alla battuta finale del film.

12 marzo 2022

West Side Story (Steven Spielberg, 2021)

West Side Story (id.)
di Steven Spielberg – USA 2021
con Ansel Elgort, Rachel Zegler
**

Visto in TV (Disney+).

Nel West Side newyorkese, durante gli anni Cinquanta, due bande giovanili (i Jets, bianchi, e gli Sharks, immigrati portoricani) si contendono un territorio in rovina, un pugno di isolati soggetti allo sgombero o alla demolizione. Nemmeno l'amore fra Tony (Elgort) e Maria (Zegler) potrà impedire che il circolo dell'odio e della vendetta sfoci in tragedia. Nuova versione cinematografica del celebre (e bellissimo) musical di Leonard Bernstein (con testi di Stephen Sondheim), rilettura quasi esplicita di "Romeo e Giulietta", questo film è forse un esempio perfetto di remake del tutto inutile: non solo non innova praticamente nulla rispetto alla pellicola di Robert Wise del 1961, di cui riprende mood, messa in scena e persino coreografie (tanto da rendere obbligatorio accreditare nei titoli di coda il coreografo originale, Jerome Robbins, al fianco di quelli moderni), ma risulta anche inferiore a essa sotto ogni aspetto, a partire dagli interpreti (meglio comunque la Zegler, che almeno sa cantare, del mediocre Elgort). Nonostante il regista dal nome importante, dunque, non c'è praticamente nessun motivo per preferire la visione di questa versione rispetto a quella di sessant'anni prima. Anziché attualizzare l'ambientazione (sarebbe stata un'idea niente male), il film riprende il setting degli anni '50 dell'originale, enfatizzando quanto meno l'aspetto del conflitto razziale, che risulta così predominante rispetto alla trama romantica o al tema della delinquenza giovanile. Fra una canzone e l'altra, lo sceneggiatore Tony Kushner aggiunge lunghi e inutili dialoghi che suonano però didascalici, fasulli o fuori registro rispetto al resto (non mancano anacronismi, anche per colpa del doppiaggio italiano, con termini come "eyeliner" o "distruzione reciproca assicurata" che mai avrebbero potuto essere usati da teenager degli anni Cinquanta) e soprattutto che fanno smarrire l'organicità dell'insieme, scollegando le parti musicali le une dalle altre. A tratti si ha addirittura l'impressione che al film interessino poco le canzoni, tanto che per paradosso potrebbero essere eliminate e la trama avrebbe ancora senso. Da notare come (non una o due, ma almeno una decina di volte!) i personaggi portoricani si dicano per i motivi più svariati che non devono parlare fra loro in spagnolo, come se i cineasti volessero giustificarsi davanti al pubblico (che paranoia!) del fatto che parlino e cantino in inglese. Per chi non avesse visto il film di Wise, comunque, la visione può risultare piacevole, visto che le canzoni ovviamente sono sempre molto belle, da "America" a "Tonight", da "Maria" a "Somewhere". Quest'ultima non è cantata da Tony e Maria, ma da un personaggio introdotto appositamente (e che sostituisce Doc), Valentina, proprietaria del negozio dove lavora Tony e interpretata da Rita Moreno, che nel film del 1961 era Anita. Ampliato anche lo spazio per il tenente Schrank (Corey Stoll) e per l'agente Krupke (Brian d'Arcy James). Ariana DeBose è Anita, Mike Faist è Riff, David Alvarez è Bernardo, Josh Andrés Rivera è Chino. Sette nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia e la fotografia).

22 gennaio 2022

Your name. (Makoto Shinkai, 2016)

Your name. (Kimi no na wa.)
di Makoto Shinkai – Giappone 2016
animazione tradizionale
***

Visto in TV (Netflix).

La diciassettenne Mitsuha, che abita in una cittadina di campagna, e il coetaneo Taki, che risiede invece nella grande Tokyo, pur non conoscendosi, si risvegliano di frequente nel corpo l'uno dell'altra, "vivendo" così le rispettive giornate come fossero dei sogni ad occhi aperti. Quando si rendono conto che invece è la realtà, cercano in qualche modo di comunicare fra di loro e poi di incontrarsi. Ma le cose non saranno così semplici... Al quinto lungometraggio (tratto da un suo romanzo), Makoto Shinkai finalmente fa centro, conquistando un notevole successo di pubblico e di critica anche internazionale. Non che la pellicola sia esente da alcuni difetti già presenti nei lavori precedenti: l'eccesso di intellettualismo e di ambizioni, unito a una sopravvalutata originalità (in fondo tutta la prima parte non è altro che l'ennesima variazione di "Tutto accadde un venerdì" o, per restare in Giappone, di "Tenkosai" di Nobuhiko Obayashi, regista anche de "La ragazza che saltava nel tempo", di cui vent'anni dopo sarà realizzato un remake/sequel a cartoni animati che ha molto in comune con questo film). Ma Shinkai sembra anche aver raggiunto un maggiore equilibrio e una certa maturità nel caratterizzare i suoi personaggi, quelli che stanno loro attorno e l'ambiente in cui vivono. E se tutta la prima metà, quella relativa appunto ai misteriosi "scambi" e al modo in cui i due protagonisti cercano di farvi fronte (nonostante la rispettiva goffaggine nel trovarsi e doversi muovere in un corpo diverso), ha le caratteristiche della tipica commedia adolescenziale (con echi di "Ranma 1/2"), la seconda cambia repentinamente registro, diventando quasi un thriller catastrofico, quando si scopre che le loro esistenze sono in realtà temporalmente sfasate e che l'impatto di una cometa minaccia di distruggere anzitempo il mondo di Mitsuha. Il contrasto fra vita di campagna e di città, fra antiche tradizioni (con riti e cerimonie religiose) e modernità fantascientifiche, si sposa così con quel romanticismo astratto che permeava anche gli altri film di Shinkai, con i due ragazzi (innamoratisi pur senza incontrarsi) legati dal "filo rosso" del destino, qui rappresentato dal nastro fra i capelli di lei. Un filo intrecciato che indica anche lo scorrere del tempo, non per forza lineare. Il mix fra commedia, dramma, fantascienza e poesia, nel complesso, funziona: bello anche l'epilogo. Il titolo comprende anche il punto finale. Il nome del ristorante italiano dove lavora Taki, "Il giardino delle parole", è lo stesso del precedente film del regista.