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20 aprile 2021

Spirits of the air, gremlins of the clouds (A. Proyas, 1989)

Spirits of the air, gremlins of the clouds
di Alex Proyas – Australia 1989
con Michael Lake, Rhys Davis, Norman Boyd
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il misterioso Smith (Norman Boyd), in fuga da qualcuno, attraversa il deserto fino a giungere alla fattoria sperduta dove vivono i fratelli Felix (Michael Lake) e Betty (Rhys Davis). Mentre la donna teme l'arrivo dello straniero che ritiene essere un demone e progetta di mandarlo via, l'uomo, inventore paralitico e ossessionato dal volo, chiede l'aiuto di Smith per costruire una "macchina volante", necessaria per superare l'alta muraglia di montagne invalicabili che circondano il deserto verso nord. L'opera prima (dopo alcuni cortometraggi) di Alex Proyas, per lungo tempo quasi irreperibile (ma è stata restaurata e riproposta in home video nel 2018), è una bizzarra pellicola con soli tre personaggi, visionaria e ricca di suggestioni, a partire dalla fotografia colorata e ipersatura di David Knaus che sembra anticipare certi lavori di Darius Khondji (come i primi film di Jeunet). Lo scenario è quasi un incrocio fra il mondo post-apocalittico di "Mad Max" (sempre di deserto australiano si tratta, in fondo), un western e un manga (vedi anche il trucco e gli abiti eccentrici ma di stampo "nipponico" della sciroccata Betty), con notevoli sottotesti onirici e religiosi (la fattoria dei due fratelli è letteralmente tappezzata di croci), dominato dal tema del volo. Interessante anche la colonna sonora di Peter Miller. Nel complesso è un film originale e fumettoso, interessante anche se dall'andamento lento e statico, che Proyas ha scritto, diretto e prodotto con un budget limitato prima di fare il gran salto a Hollywood dove realizzerà "Il corvo" e "Dark city".

27 maggio 2019

Sully (Clint Eastwood, 2016)

Sully (id.)
di Clint Eastwood – USA 2016
con Tom Hanks, Aaron Eckhart
**1/2

Visto in TV.

Biopic sul capitano Chesley "Sully" Sullenberger, pilota civile che il 15 gennaio 2009 fece ammarare con successo sul fiume Hudson un aereo di linea con 155 passeggeri a bordo, appena decollato dall'aereoporto La Guardia di New York, i cui motori erano stati messi entrambi fuori uso dall'impatto con uno stormo di uccelli. Più che sull'evento in sé – ottimamente ricostruito in un paio di flashback a metà pellicola – il film si concentra sui giorni immediatamente successivi, quelli in cui Sully, benché acclamato come un eroe (l'episodio fu soprannominato "il miracolo sull'Hudson", visto che tutte le persone coinvolte sopravvissero, e contribuì a riportare un po' di serenità in una New York ancora ferita dall'attentato delle Torri Gemelle e nel bel mezzo di una grave crisi economica), è costretto a fare i conti da un lato con l'improvvisa attenzione e la pressione mediatica, cui non è abituato (e la consapevolezza che monta poco a poco è spesso interrotta da dubbi e persino da incubi, più o meno a occhi aperti), e dall'altro con l'inchiesta delle autorità dell'aviazione civile per determinare se la sua decisione fu davvero quello più corretta e meno rischiosa possibile. La sceneggiatura (ispirata al libro di memorie dello stesso Sully) e la regia solida di Eastwood, insieme al concreto realismo degli effetti speciali, permettono di evitare il rischio dell'agiografia fine a sé stessa: pur celebrando l'eroismo del protagonista e di tutti i soccorritori impegnati successivamente per recuperare i passeggeri ("Il meglio di New York"), l'enfasi rimane sull'uomo prima che sull'eroe (un merito qui anche alla recitazione controllata di Tom Hanks) e il tema della collaborazione e della competenza durante le operazioni di salvataggio genera il senso di ottimismo che traspare dal finale. Grande successo di pubblico, con qualche polemica in patria per il ruolo eccessivamente "antagonistico" con cui è stato ritratto il board della sicurezza dell'aviazione civile.

5 gennaio 2019

Le ali (Larisa Shepitko, 1966)

Le ali (Krylya)
di Larisa Shepitko – URSS 1966
con Maya Bulgakova, Zhanna Bolotova
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Pilota decorata durante la seconda guerra mondiale, Nadezhda Petruchina (Maya Bulgakova) non si è mai sposata, fa ora parte del consiglio cittadino ed è la direttrice della casa dello studente. Ma nonostante le numerose attività e l'intensa vita sociale, per la quale è benvoluta da tutti, scopre di non avere punti di contatto con le giovani generazioni: né con gli studenti della sua scuola – fra i quali spicca Bystryakov (Sergei Nikonenko), un ragazzo da lei espulso per via di una banale lite e che orgoglisamente aveva rifiutato di chiedere scusa – né con la sua stessa figlia (adottiva) Tanya (Zhanna Bolotova), che ha deciso di vivere una vita indipendente e lontano da lei. Opera prima (dopo un film studentesco) di una brillante cineasta che realizzerà solo quattro lungometraggi (fra cui il celebre "Ascensione") prima di morire in un incidente stradale, "Le ali" è una pellicola intensa e significativa, ritratto agrodolce (e ricco di sfumature) di un personaggio che si ritrova a tracciare un fallimentare bilancio della propria esistenza, fra delusioni, rimpianti e presa di coscienza: il finale aperto e "libero", nel quale Nadezhda prende il volo a bordo di uno degli aeroplani, può essere interpretato come reale (un suicidio?) o simbolico. Tutto il film, in effetti, si mantiene in equilibrio fra il realismo e l'onirico, attraverso un personaggio che fatica a conciliare i propri sentimenti (e i sogni di gioventù, simboleggiati dal desiderio di volare) con il mondo che lo circonda (e la repressione del presente). Accolto con qualche perplessità in patria: non solo per aver rappresentato un'eroina di guerra come "un'anima smarrita" ma anche e soprattutto per aver evidenziato per la prima volta la presenza in Russia di un "gap generazionale".

5 agosto 2018

Space cowboys (C. Eastwood, 2000)

Space cowboys (id.)
di Clint Eastwood – USA 2000
con Clint Eastwood, Tommy Lee Jones
**

Visto in TV.

Quattro vecchi piloti collaudatori (Clint Eastwood, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland e James Garner), che negli anni '50 avevano dovuto mettere la parte il sogno di andare sulla Luna, vengono contattati dalla NASA per una missione di emergenza. Si tratta di partire con lo Space Shuttle per recuperare un vecchio satellite russo per le comunicazioni, uscito dall'orbita per un guasto ai sistemi di guida, e di ripararlo prima che rientri nell'atmosfera. Nonostante l'età avanzata e i tanti acciacchi (uno di loro è addirittura malato di cancro), i quattro amici dimostreranno di essere ancora in forma, nonché di cavarsela meglio di tanti astronauti giovani di fronte alle immancabili difficoltà. Con un occhio al cinema d'azione (in chiave... gerontologica!) e un altro ai classici dell'esplorazione spaziale (da "Uomini veri" ad "Apollo 13"), un divertissement senza troppe pretese ma decisamente gradevole, nonostante il ricorso a numerosi luoghi comuni e la struttura tradizionale dello spettacolo hollywoodiano. I buoni effetti speciali, il mestiere di Eastwood nel costruire la tensione e il carisma degli attori (impagabili soprattutto Tommy Lee Jones e Donald Sutherland) fanno il resto. Nel cast si riconoscono James Cromwell (il capo del progetto alla NASA), Marcia Gay Harden (l'astrofisica) e Rade Šerbedžija (l'ufficiale russo).

16 giugno 2018

Tra le nuvole (Jason Reitman, 2009)

Tra le nuvole (Up in the air)
di Jason Reitman – USA 2009
con George Clooney, Anna Kendrick
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Ryan Bingham (un ottimo George Clooney) è un "tagliatore di teste", ovvero ha il compito di effettuare licenziamenti per conto di altre aziende, comunicando di persona – e con un certo tatto – la brutta notizia ai malcapitati. Per questo motivo si sposta di continuo da capo all'altro degli Stati Uniti, effettuando lunghi voli su aerei di linea e trascorrendo quasi tutto il suo tempo in aeroporti e stanze d'albergo. La cosa non gli dà fastidio, anzi gli piace, essendo in linea con la sua filosofia di vita che si traduce nella metafora dello "zaino vuoto": non attaccarsi mai a nulla e non portare niente di superfluo con sé, che siano oggetti materiali o relazioni interpersonali. Ma cambierà idea quando incontrerà Alex (Vera Farmiga), una donna con cui sarà tentato di instaurare un rapporto serio e duraturo. E nel frattempo la giovane manager Natalie (Anna Kendrick) cerca di convincere il suo capo ad ottimizzare il sistema dei licenziamenti, effettuandoli a distanza attraverso lo schermo di un computer, il che comporterebbe per Ryan dire addio ai voli (e al suo sogno di raggiungere 10 milioni di miglia, un obiettivo peraltro del tutto fine a sé stesso). Il regista di "Thank you for smoking" e "Juno" fa centro ancora una volta con una commedia originale e d'attualità, che ha il grande pregio di catturare una realtà sociale contemporanea senza sacrificare lo studio psicologico dei personaggi, anche se dopo una prima parte cinica e brillante rischia di sfilacciarsi e di sconfinare nel romanticismo (ma per fortuna si ferma appena prima di un mieloso lieto fine). Il tema dei licenziamenti, della crisi economica e dell'alienazione resta comunque sullo sfondo rispetto ai dilemmi esistenziali dei personaggi (non solo Ryan, ma anche Natalie) e al confronto fra i rispettivi stili di vita. Accusato di voler evitare ogni sorta di impegno, Ryan finirà per scornarsi proprio quando sembra voler scegliere per una volta la "vita vera"; e d'altro canto la sua stessa sorella, che sta per sposarsi, ha il proprio sogno d'evasione, quando chiede a parenti e amici di fotografare una sua sagoma di cartone in giro per la nazione (una citazione-omaggio a "Il favoloso mondo di Amélie"). Ottimo il riscontro critico in patria, e sei nomination agli Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura e i tre interpreti principali). Fra i "licenziati" si riconoscono Zach Galifianakis e J.K. Simmons.

26 novembre 2017

The Falls (Peter Greenaway, 1980)

The Falls (id.)
di Peter Greenaway – GB 1980
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il primo lungometraggio di Greenaway, dopo numerosi corti, rappresenta l'inevitabile punto d'arrivo del percorso intrapreso fino ad allora, all'insegna di mappe immaginarie, insolite catalogazioni, formali compilazioni di materiale bizzarro e apparentemente senza senso, legato solo da fili conduttori al tempo stesso pretestuosi e fortemente focalizzati. Si tratta di un (falso) documentario che raccoglie le biografie di 92 personaggi fittizi (il numero 92 è da sempre ricorrente nell'opera del regista inglese, una delle sue tante ossessioni: si tratta, ovviamente, del numero atomico dell'uranio, l'elemento più pesante che si possa trovare in natura), tutti con nomi improbabili e con cognomi che cominciano con "Fall". Alcuni di essi sono particolarmente significativi, come il numero 88, Erhaus Bewler Falluper, ricercatore e sondaggista che aveva intervistato alcuni degli altri soggetti; oppure intere famiglie, come i Fallbutus (40-45) e i Fallcaster (48-54). Ci sono anche due italiani, il 30, Coppice Fallbatteo, e il 56, il "mitico" Appropinquo Fallcatti. Qui l'elenco completo. In comune, i personaggi hanno il fatto di essere fra le 19 milioni di vittime del VME, il Violento e Misterioso Evento (Violent Unknown Event, o VUE, in inglese) che ha colpito l'intero pianeta e ha provocato in loro strane malattie e misteriose mutazioni, per lo più associate al volo e agli uccelli. Inoltre, parlano tutti nuove e strane lingue (come regesto, curdino, agreeto, karnash, allow, capistano, abcadefgano, hartileas B, le cui caratteristiche vengono accuratamente descritte da esperti linguisti) e hanno sviluppato una vera ossessione per l'ornitologia (non che in precedenza non avessero strani hobby o interessi, o non conducessero esistenze insolite). Fra gli aspetti più controversi del VME c'è inoltre il dono dell'immortalità ("congelando" le vittime all'età che avevano al momento di esserne colpite) e lo sviluppo di una sorta di "quadrimorfismo sessuale" (alcune di loro vengono descritte come "uomo di sesso femminile", "donna di sesso femminile", ecc.). Ciascuna delle 92 biografie dura dai 2 ai 4 minuti, per un totale che supera le tre ore (alcune delle biografie mancano o sono state secretate per vari motivi), e i personaggi sono presentati in rigoroso ordine alfabetico (si tratta della catalogazione di un registro, pubblicato ogni tre anni da un fantomatico comitato che indaga sulle vittime del Violento e Misterioso Evento).

Il lavoro di montaggio (opera dello stesso Greenaway, che ha realizzato la pellicola nell'arco di cinque anni) è incredibile: interviste, brevi filmati, fotografie, disegni e immagini di repertorio si succedono in modo sempre diverso, raccontando le bizzarre esistenze di figure davvero improbabili. E quella che all'inizio pare soltanto una stravaganza nonsense, si fa man mano misteriosamente ipnotizzante e stranamente coinvolgente, con il suo corpus massiccio ed enciclopedico di informazioni random o surreali. Pian piano, anche allo spettatore sembra di cominciare a trovare un ordine nel caos e nella folle complessità del mondo, notando correlazioni (nomi, luoghi e oggetti ricorrenti: fra questi la Torre Eiffel, teatro dei tentativi di volo dei primi pionieri) e riconoscendo schemi di fondo o semplicemente risonanze da una biografia all'altra. Greenaway riutilizza parte del materiale già visto nei suoi corti precedenti (e anticipa anche lavori che devono ancora venire): ricompaiono così i nomi dei personaggi che fanno parte del suo corpus immaginario, come l'ubiquo Tulse Luper (di cui si leggono alcuni racconti, naturalmente a tema ornitologico), il suo "rivale" Van Hoyten, e ancora Cissie Colpitts, Gang Lion, il cineasta H.E. Carter, J.J. Audubon... I dettagli sul VME vengono centellinati, ma tutto questo non fa che rendere ancora più affascinante il suo mistero (legato a una data, il 12 giugno, e ad alcuni particolari luoghi: il "frutteto delle rocce", la clinica di Goldhawk Road a Londra, la penisola di Lleyn in Galles). Della mitologia fanno parte anche le strane malattie (fra cui il petagium fellitis), le nuove lingue (anch'esse in numero di 92), strane organizzazioni (buone e cattive, come l'enigmatica FOX, o VOLPE, "società per lo sterminio ornitologico"), e diverse teorie accademiche (una delle più controverse è quella della "Responsabilità degli Uccelli"). Tutto questo può non avere senso, naturalmente, oppure trovarlo proprio nella sua natura di catalogo o di enciclopedia di un mondo immaginario, parallelo ma immerso nella nostra realtà. Fra le tante suggestioni e fonti di ispirazione, vengono citati il film "Gli uccelli" di Alfred Hitchcock e il romanzo "Il ponte di San Luis Rey" di Thornton Wilder. Il titolo, oltre a richiamare la radice comune del cognome dei personaggi, può essere tradotto come "I casi" o, affine al tema del volo, "Le cadute". La musica è di Michael Nyman, e comprende anche una sorta di "inno del VME" (cantato da Pollie Fallory, numero 74 della lista), il cui testo comprende esclusivamente nomi di uccelli: "Capercaillie, lammergeyer, cassowary...".

8 giugno 2017

Uomini veri (Philip Kaufman, 1983)

Uomini veri (The right stuff)
di Philip Kaufman – USA 1983
con Sam Shepard, Ed Harris
**1/2

Visto in TV.

Tratto da un saggio di Tom Wolfe, il film racconta la storia dei primi sette astronauti americani, i piloti collaudatori delle missioni Mercury con cui la NASA, dal 1959 al 1963, inviò per la prima volta delle capsule nello spazio, dapprima senza equipaggio (o con uno scimpanzé) e poi con un uomo a bordo, nel tentativo di reggere il passo dei sovietici che nel frattempo, aveva mandato in orbita il primo satellite artificiale (lo Sputnik nel 1957) e poi il primo uomo (Yuri Gagarin nel 1961). La pellicola prende l'avvio nel 1949, quando il pilota dell'aeronautica Chuck Yeager (Sam Shepard), volando sopra il deserto della California, superò per la prima volta il muro del suono; e si conclude nel 1963, quando Gordon Cooper (Dennis Quaid), stabilendo il record di 22 orbite attorno alla Terra, fu l'ultimo astronauta ad andare nello spazio da solo (le successive missioni Gemini e Apollo prevederanno tutti equipaggi di almeno due membri). Pur caratterizzata da toni epici e agiografici nel celebrare il coraggio di questi moderni eroi americani (ancor più che i successi tecnologici della NASA), la lunga pellicola (oltre tre ore di durata, senza peraltro risultare mai noiosa) non è una semplice ricostruzione documentaristica dei voli Mercury ma si prende il suo tempo per caratterizzare i vari astronauti fra pregi e difetti, testosterone e spirito di squadra, orgoglio e spacconate, così come il supporto delle loro famiglie (essenzialmente mogli e compagne), le rivalità interne (fra piloti dell'aeronautica, della marina o semplici collaudatori), gli screzi con gli scienziati e i politici (rappresentati a volte in maniera irridente: particolarmente negativo è il ritratto di Lyndon Johnson, allora vicepresidente) e naturalmente il rapporto con la stampa (un elemento fondamentale delle missioni, anche in chiave di guerra fredda, fu infatti quello mediatico). Anche se manca un vero protagonista (il film è corale), fra le figure che risaltano di più ci sono quelle di Cooper, di John Glenn (Ed Harris), di Alan Shepard (Scott Glenn) e di Virgil "Gus" Grissom (Fred Ward). Gli altri astronauti sono Wally Schirra (Lance Henriksen), Kent Slayton (Scott Paulin) e Scott Carpenter (Charles Frank). Fra mogli e fidanzate figurano Barbara Hershey, Mary Jo Deschanel, Veronica Cartwright e Pamela Reed. Harry Shearer e Jeff Goldblum sono i due reclutatori della NASA. Dal punto di vista dell'accuratezza storica, alcuni passaggi hanno sollevato qualche perplessità (in particolare l'episodio dell'ammaraggio di un Gus Grissom in preda al panico), ma la potenza e il significato degli eventi restano intatti, veicolati in maniera efficace da una regia che pur mantenendo una certa ambizione va dritta al sodo, senza perdersi in svolazzi e divagazioni. Quattro premi Oscar (colonna sonora, montaggio, sonoro e montaggio sonoro) più altre quattro nomination (fra cui miglior film).

15 aprile 2017

Oltre le nuvole, il luogo promessoci (M. Shinkai, 2004)

Oltre le nuvole, il luogo promessoci
(Kumo no muko, yakusoku no basho)
di Makoto Shinkai – Giappone 2004
animazione tradizionale
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Sergio.

In una realtà parallela in cui il Giappone, a partire dagli anni settanta, è diviso in due parti (l'Hokkaido, rinominato Ezo, è sotto il dominio di una fantomatica "Unione" – che si tratti dell'Unione Sovietica? l'adattamento italiano non lo conferma – mentre il resto del paese è ancora controllato militarmente dagli americani), due ragazzi – Hiroki e Takuya – progettano di costruire un velivolo per raggiungere l'enorme e affascinante torre eretta dai nemici nel centro del loro territorio. I due promettono alla compagna di classe Sayuri, di cui Hiroki è innamorato, di portarla con loro: ma gli eventi lo impediranno. Tre anni più tardi, mentre si addensano venti di guerra (e dopo che Sayuri è caduta in un misterioso coma), mantenere finalmente quella promessa potrebbe rivelarsi l'unico modo per salvare il mondo dalla distruzione... Il primo lungometraggio cinematografico di Makoto Shinkai, in precedenza autore di alcuni corti e di vari filmati per videogiochi, è anche il primo suo lavoro che vedo: francamente non mi ha fatto una grande impressione. Tanto ambizioso e stratificato (un presente alternativo, giovani scienziati in erba, un amore che supera le dimensioni, un'atmosfera di nostalgica malinconia) quanto distante e noioso, getta nel calderone molti temi e luoghi comuni del cinema d'animazione e del fumetto giapponese (gli amori scolastici, la guerra, la tecnologia), ammantandoli di un vuoto poeticismo e di un astratto romanticismo, e si trascina stancamente senza mai ravvivare l'interesse di uno spettatore lasciato alla deriva in una storia confusa, con protagonisti anonimi e dalla caratterizzazione poco originale (qui la colpa in parte è anche del character design). Sia il world building sia il rapporto fra i sogni e le realtà parallele non sfociano in nulla se non in una serie di banalità sull'amore e il destino, mentre gli elementi fantascientifici si rivelano un'inutile zavorra. Evidente, in ogni caso, una certa influenza da Miyazaki (a partire dal tema del volo). Nulla di eccezionale l'animazione. Pessimo il doppiaggio italiano (per non parlare del titolo, con quel "promessoci", che sia fedele o meno).

8 ottobre 2015

Nausicaä della valle del vento (H. Miyazaki, 1984)

Nausicaä della valle del vento (Kaze no tani no Nausicaä)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1984
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina, Monica, Roberto e Claudio.

Il secondo lungometraggio di Miyazaki (dopo "Lupin III: Il castello di Cagliostro"), realizzato un anno prima della nascita dello Studio Ghibli (che sorse proprio in seguito a questa esperienza), è un'affascinante fiaba post-apocalittica che presenta già tutti i temi e le caratteristiche dei futuri lavori del regista giapponese: l'ecologia, il pacifismo, una forte protagonista femminile e la passione per il volo. Siamo in un mondo futuro in cui la civiltà è regredita e gran parte del pianeta è contaminato per gli effetti di una guerra nucleare avvenuta mille anni prima. A parte poche oasi felici, come la Valle del vento in cui abita la protagonista, la Terra è ricoperta da deserti e da una foresta di alberi tossici che emettono spore velenose (il "Mar Marcio"), in continua espansione e popolata da feroci insetti giganti. In mezzo a tutto ciò, la bellicosa nazione di Torumekia tenta di mettere le mani su un "soldato titano", ovvero l'ultima sopravvissuta delle macchine da guerra che avevano portato alla distruzione del mondo, attualmente in possesso del regno di Pejite. lo scontro fra le due nazioni coinvolgerà anche i pacifici abitanti della Valle del vento. Nausicaä, avventurosa principessa che comprende la natura e sa comunicare con gli insetti (in particolare con i terribili Ohm, giganteschi animali corazzati i cui occhi cambiano colore, da azzurro a rosso, quando sono inferociti), scopre il vero segreto del Mar Marcio: il compito della foresta tossica è in realtà quello di assorbire il veleno presente nel terreno, purificando così il mondo inquinato dagli uomini. Il lungometraggio è tratto da un manga disegnato dallo stesso Miyazaki (ancora in corso di pubblicazione al momento dell'uscita del film, tanto che sarebbe proseguito per altri dieci anni, espandendo la vicenda in diverse direzioni). Nonostante il suo nome, Nausicaä non ha nulla a che vedere con il personaggio dell'Odissea (se non l'essere una principessa e avere un animo gentile).

La trama è particolarmente densa di eventi (con complessi intrighi di guerra e geopolitica) e di personaggi minori, quasi tutti ottimamente caratterizzati (dall'avventuriero vagabondo Yupa, anziano mentore di Nausicaä, agli abitanti della Valle del vento, fra i quali ci sono il vecchio re Jill, l'anziana profetessa cieca e il capo delle guardie Mito; dai soldati di Torumekia – fra cui spiccano la cinica principessa Kushana e il suo disincantato braccio destro Kurotova – a quelli di Pejite, in primo piano il giovane principe Asbel, che finisce con l'allearsi con Nausicaä; senza dimenticare gli animali, come le cavalcature di Yupa o lo scoiattolino di Nausicaä, e persino gli insetti, come gli indimenticabili Ohm). Eccellente anche il design "vintage" di edifici (i mulini della valle), aeronavi (dai grandi veicoli da guerra di Torumekia alle agili "ali" della Valle del vento), abiti e armature. Quanto all'ambientazione, il tocco magico di Miyazaki riesce a rendere poetico anche uno scenario di insetti, muffe e funghi! Da rimarcare la bella colonna sonora di Joe Hisaishi, di cui – oltre al tema principale – rimane in mente l'inquietante canzoncina infantile legata ai sogni di Nausicaä (e, poi, all'avverarsi della profezia). Il film è uscito nelle sale italiane a 31 anni di distanza dalla sua realizzazione, con un doppiaggio differente rispetto a quello con cui era stato trasmesso dalla Rai nel 1987: la traduzione è più fedele all'originale, ma decisamente meno suggestiva (niente più "giungla tossica", "ala" o "mostrotarli"), mentre l'indecente adattamento di Gualtiero Cannarsi rovina come al solito gran parte dell'esperienza dello spettatore con l'abuso di termini desueti e il mantenimento della costruzione giapponese delle frasi. Certo, essendo ambientato in un mondo futuro ma medievale, si può immaginare che il modo di parlare e l'insolita scelta di parole da parte dei personaggi siano dovute al tempo trascorso: ma l'effetto non è certo voluto, visto che Cannarsi adatta i dialoghi in questa ignobile maniera anche nelle pellicole ambientate ai giorni nostri.

14 settembre 2014

Si alza il vento (Hayao Miyazaki, 2013)

Si alza il vento (Kaze tachinu)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2013
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Il giovane Jiro Horikoshi, appassionato di aviazione nel Giappone di inizio secolo, sogna (letteralmente!) di diventare progettista di aeroplani. Grazie al sostegno morale del conte Caproni, pioniere dell'aviazione italiana che appare di frequente nei suoi sogni, riuscirà a realizzare il suo obiettivo: assunto presso le industrie Mitsubishi di Nagoya, progetterà per conto dell'esercito i rivoluzionari caccia Zero, i velivoli leggeri più usati dal Giappone durante la seconda guerra mondiale (celebri anche per essere stati, nelle fasi finali della guerra, gli aerei dei kamikaze). Biografia romanzata di un personaggio realmente esistito (così come sono esistiti altri personaggi che appaiono nella pellicola, a partire da Gianni Caproni e Hugo Junkers), di cui segue le vicende da quando era bambino alla fine degli anni '10 fino al termine della seconda guerra mondiale, l'ultimo poetico film di Hayao Miyazaki (l'autore ha annunciato che si ritirerà dalla regia, anche se a dire il vero aveva già fatto lo stesso annuncio più volte in precedenza) può essere considerato il suo "testamento spirituale", visto che torna su temi comuni a quasi tutte le pellicole del grande maestro dell'animazione, in primis il volo, che qui assume anche connotazioni metaforiche. Anche se il protagonista (maschile, cosa rara per Miyazaki) si limita a progettare aeroplani e non ne piloterà mai nessuno per via della sua miopia, il librarsi nei cieli (come fa di frequente nei suoi sogni in compagnia di Caproni) è un evidente modo per sfuggire alla pesantezza e alle difficoltà del mondo reale: la malattia della giovane moglie Nahoko, le difficoltà sul lavoro (con i tanti prototipi di aerei che falliscono durante il collaudo) e la frustrazione per le divisioni fra le nazioni, che conducono a una guerra insensata e senza speranza. Nonostante le vicende della vita di Jiro siano state in parte romanzate, notevole è la cura del setting storico, che rende il film il più "realistico" e adulto e forse il meno fiabesco (ma non il meno poetico, attenzione!) fra tutti i film di Miyazaki: memorabili, per esempio, le sequenze che mostrano il grande terremoto del Kanto (1923) con la susseguente distruzione di Tokyo, così come il soggiorno di Jiro e dell'amico Honjo in Germania per visitare le industrie Junkers di Dessau, o la permanenza all'albergo di campagna dove il protagonista ritrova Nahoko (proprio il vento favorirà la loro love story!) e fa la conoscenza di un dissidente tedesco. Toccante e commovente anche tutta la sottotrama sentimentale, con il matrimonio improvvisato fra Jiro e Nahoko quando lei è già malata di tubercolosi, per non parlare della morte della ragazza fuori scena. Il film è tratto da un manga dello stesso Miyazaki, pubblicato sulla rivista di modellismo "Model Graphix" (la stessa su cui apparve il manga di "Porco Rosso"), a sua volta ispirato da un racconto del 1937 di Tatsuo Hori. Peccato che l'edizione italiana sia in parte rovinata dalla traduzione e dal (non) adattamento di Gualtiero Cannarsi, che come suo solito, in nome di un'eccessiva fedeltà all'originale giapponese, riempie i dialoghi di termini formali o desueti e li rende ridicoli e astrusi. Il titolo proviene da un verso di Paul Valéry, recitato anche nel film: "Le vent s'elève, il faut tenter de vivre" ("Si alza il vento, bisogna provare a vivere").

27 maggio 2013

Il paziente inglese (A. Minghella, 1996)

Il paziente inglese (The english patient)
di Anthony Minghella – USA/GB 1996
con Ralph Fiennes, Juliette Binoche
**

Rivisto in TV.

Mentre gli alleati avanzano in Italia durante gli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, un uomo gravemente ferito, dal volto sfigurato e privo di memoria (Ralph Fiennes), viene affidato alle cure della giovane infermiera canadese Hana (Juliette Binoche), che se ne prende cura fra i ruderi di un monastero abbandonato nella campagna toscana. Conosciuto solo come "il paziente inglese", l'uomo riacquista pian piano i suoi ricordi: si tratta in realtà di un avventuriero ungherese, il conte Laszlo de Almásy, che prima della guerra lavorava come cartografo e pilota per la Reale Società Geografica nel deserto del Sahara. La sua vicenda, dominata dalla tragica passione per Katherine (Kristin Scott Thomas), moglie dell'agente inglese Geoffrey Clifton (Colin Firth), viene narrata alternandola in parallelo con le sequenze ambientate in Italia, nelle quali a far compagnia al ferito e alla sua infermiera giungono il misterioso ladro morfinomane Caravaggio (Willem Dafoe), che aveva già conosciuto Almásy al Cairo e lo sospetta di essere una spia tedesca, e l'artificiere sikh Kip (Naveen Andrews), di cui Hana si invaghisce. Da un romanzo di Michael Ondaatje (che ha collaborato alla sceneggiatura), un polpettone patinato che, nonostante la bellezza dei luoghi in cui è girato (l'entroterra senese – il monastero si trova presso Pienza – e il deserto egiziano), l'intensità dei personaggi e la drammaticità degli eventi, alla resa dei conti si rivela abbastanza... palloso. Potrà non dispiacere ai cultori del romanticismo tragico e disperato (dove le vicende private e sentimentali si intrecciano inevitabilmente con quelle della guerra, e i tradimenti coniugali fanno passare in secondo piano quelli nazionalisti), e ha di certo le sue buone carte da giocare dal lato della tecnica cinematografica (più la fotografia – che nelle scene egiziane si rifà pedissequamente allo Storaro de "Il tè nel deserto" – e il montaggio che la regia, abbastanza piatta), ma è francamente difficile sostenerne una seconda visione, anche perché è fin troppo lungo per la storia che racconta. Fra gli spunti da ricordare: il libro di Erodoto (colmo di lettere, appunti e disegni) da cui Almásy non si separa mai; e la bellezza della "caverna dei nuotatori" che gli esploratori scoprono nel deserto del Sahara, che fa da contraltare alle pareti della chiesa toscana che Kip porta Hana ad esplorare ("imbragandola" con delle funi e facendola ondeggiare lungo le pareti alla luce di una torcia: la scena più bella e memorabile del film) durante la loro permanenza in Italia. Fiennes recita per metà film con il volto sfigurato, anticipando in un certo senso quello che sarà il suo aspetto nei panni di Voldemort nei film di Harry Potter. Vincitore di ben nove premi Oscar, incluso quelli per miglior film, regia e attrice non protagonista (la Binoche).

27 dicembre 2011

Fandango (Kevin Reynolds, 1985)

Fandango (id.)
di Kevin Reynolds – USA 1985
con Kevin Costner, Judd Nelson
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ginevra e Costanza.

Texas, 1971. Cinque amici appena diplomati al college – due dei quali hanno da poco ricevuto la cartolina di leva e dovranno dunque partire per il Vietnam – intraprendono un ultimo e spensierato viaggio on the road verso il confine messicano, che comincia come un tuffo nei ricordi e nel disimpegno dei loro giorni di adolescenti, ma strada facendo si trasforma in una presa di coscienza delle responsabilità e dei doveri dell'età adulta. E così Kenneth (Sam Roberts) decide di sposare la sua ragazza Debbie prima di partire per la guerra, mentre Gardner (Kevin Costner) – dopo aver organizzato per l'amico una cerimonia improvvisata in un paese sul confine, nonostante proprio Debbie fosse stata la ragazza che aveva amato e che tuttora ritorna nei suoi sogni (e come dice lui stesso, "se tu pensi a una donna, allora la ami") – preferisce farsi da parte (il finale non rivela se diserterà, attraversando il confine con il Messico come aveva dichiarato di voler fare, oppure se andrà ad arruolarsi). Film d'esordio del giovane regista Kevin Reynolds, ispirato a un suo precedente lungometraggio e prodotto dalla Amblin Entertainment di Steven Spielberg (che però, insoddisfatto del risultato finale, volle togliere il proprio nome dalla pellicola), è un piccolo "cult" che – come molti road movie – si snoda attraverso una serie di sequenze slegate l'una dall'altra ma di grande impatto: la battaglia al cimitero con i fuochi artificiali (che nel giro di pochi istanti si trasforma da un gioco divertente a un inquietante presagio sugli orrori della guerra); il delirante salto dall'aereo di Phil (Judd Nelson), costretto dagli amici a prendere una lezione di paracadutismo dallo scalcinato istruttore hippie Truman (Marvin McIntyre), per dimostrare di avere quel coraggio che a parole pretendeva dagli altri; e infine il matrimonio, durante il quale Gardner ballerà con Debbie il fandango del titolo (un ballo spagnolo che, come dichiarano i titoli di testa, può essere usato come metafora per indicare "un gesto folle e bizzarro"). Il bizzarro roster di personaggi è completato dal massiccio e taciturno seminarista Dorman (Chuck Bush), che legge Hesse, Sartre, Gibram e... l'incredibile Hulk, e dal comatoso Lester (Brian Cesak), che dorme per quasi tutta la pellicola e si sveglierà solo nel finale, rivelando di lavorare alla Arthur Andersen di Dallas. Tema importante è quello dell'amicizia, che dietro le goliardate, le risate e il ricordo delle imprese passate è il collante che tiene insieme i personaggi negli anni della gioventù: nell'età adulta prenderanno strade diverse, e chissà se si rivedranno mai. Gli attori Sam Robards (figlio di Jason e di Lauren Bacall) e Suzy Amis si sposarono lo stesso anno anche nella vita reale. Costner, amico di lunga data di Reynolds, ai tempi era ancora sconosciuto (proprio nel 1985 aveva recitato nel film che lo ha portato per la prima volta alla ribalta, "Silverado"): il regista lo dirigerà altre due volte, in "Robin Hood: principe dei ladri" e "Waterworld".

23 novembre 2011

I medici volanti dell'Africa orientale (W. Herzog, 1969)

I medici volanti dell'Africa orientale
(Die fliegenden Ärzte von Ostafrika)
di Werner Herzog – Germania 1969
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il "Flying Doctors Service" è un'organizzazione internazionale che si occupa del soccorso medico nelle zone più isolate e impervie dell'Africa orientale (Kenya, Tanzania e Uganda). Partendo dalla base centrale di Nairobi, i "medici volanti" si muovono in aereo per recare assistenza alle popolazioni locali in caso di emergenza. Il documentario di Herzog ne mostra l'attività, i rischi (spesso si tratta di atterrare su piste di fortuna, in luoghi i cui abitanti non hanno mai visto prima un aereo da vicino: "Per loro è un'esperienza paragonabile all'atterraggio di una navicella Apollo per noi"), i problemi (la scarsità di mezzi e di risorse, ma anche le difficoltà di comunicazione), la lotta contro l'ignoranza e la superstizione (i genitori che non rivogliono indietro il bambino che è stato operato, i guerrieri Masai che guardano con timore la scaletta dell'ambulatorio), la "concorrenza" degli stregoni (anche se i medici li considerano "complementari" a loro, più psicologi che curatori). Ciò nonostante, il tono della pellicola è piuttosto ottimista: viene spiegato che "la fiducia degli africani nella nostra medicina è sorprendente. Una volta conquistata, è più assoluta che da noi". E di fronte agli sforzi e tante difficoltà che questi "missionari della medicina" affrontano per portare aiuto, vaccinazioni, prevenzione e informazioni medico-scientifiche a queste popolazioni, mi viene rabbia a pensare che invece nei paesi sviluppati come il nostro c'è ancora tanta gente che crede in truffe come l'omeopatia o alla relazione fra vaccini e autismo (salvo naturalmente ricorrere ipocritamente alla "medicina ufficiale" quando davvero ne hanno bisogno). Girato praticamente su commissione (lo ha ammesso lo stesso Herzog: "Mi era stato chiesto di realizzarlo da alcuni colleghi degli stessi medici; e anche se il risultato finale mi piace, non è un film che sento particolarmente come 'mio'. In effetti non lo chiamerei nemmeno un film, quanto più un reportage"), offre comunque momenti assai interessanti, come quelli in cui si indagano le differenze di pensiero e di percezione attraverso una serie di poster che rappresentano parti del corpo umano o animali ("Da noi non ci sono mosche così grandi", dice una donna del posto).

28 marzo 2011

Porco Rosso (Hayao Miyazaki, 1992)

Porco Rosso (Kurenai no buta)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1992
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Paola.

"Un maiale che non vola è solo un maiale".

Siamo negli anni venti, nel periodo di crisi economica e politica fra le due guerre mondiali. L'italiano Marco Pagot (il nome è lo stesso del figlio dell'animatore Nino Pagot, con cui Miyazaki aveva collaborato ai tempi de "Il fiuto di Sherlock Holmes"), già eroico pilota di caccia durante la Grande Guerra, è stato misteriosamente trasformato in un maiale e ora è noto come "Porco Rosso", dal colore dell'idrovolante che pilota nei cieli sopra il Mar Adriatico, nei pressi delle coste croate, dove si guadagna da vivere come cacciatore di taglie ai danni dei pirati che assaltano le navi di passaggio. Come questi, frequenta abitualmente l'Hotel Adriano, dove risiede e lavora la bella Gina, di cui è amico di lunga data ed è forse innamorato. L'arrivo di un nuovo rivale, l'americano Donald Curtis, lo costringerà ad accettare una difficile sfida, proprio mentre la polizia segreta italiana è sulle sue tracce per arrestarlo come traditore ("Meglio essere un maiale che un fascista!"). Al suo fianco ci sarà anche la giovane meccanica Fio, che ha rimesso a punto il suo aereo.

Di tutti i film di Miyazaki, "Porco Rosso" (che, come "Il mio vicino Totoro", è uscito nelle sale italiane con vent'anni di ritardo, cosa assurda e incomprensibile se si pensa che la pellicola è addirittura ambientata in gran parte nel nostro paese) è quello con la genesi più bizzarra e improvvisata. Il maestro, grande appassionato di velivoli e veicoli d'epoca, collaborava da tempo con una rivista nipponica di modellismo, "Model Graphix", realizzando illustrazioni ad acquarello e brevi fumetti nei quali inseriva spesso dei buffi maialini antropomorfi nei panni di piloti e meccanici. Proprio ispirandosi a uno di questi manga, su richiesta della Japan Airlines, mise in cantiere quello che avrebbe dovuto essere un cortometraggio da proiettare a bordo degli mezzi di linea della compagnia aerea (e questo spiega anche l'introduzione con le scritte in più lingue). Solo successivamente il film è stato gonfiato fino alle dimensioni di un lungometraggio che, oltre a offrire spettacolari duelli aerei, sfiora anche temi socio-politici e persino riflessioni sulla morte e l'aldilà (indimenticabile e di grande impatto la sequenza in cui Marco ricorda lo scontro aereo in cui ha visto cadere tutti i suoi compagni, e in seguito al quale ha probabilmente perduto la sua "umanità"). Apparentemente più scanzonato e leggero di altri lavori del regista, in realtà è quello meno "fantastico" e più legato alla realtà: maiali e scene comiche a parte, sembra davvero ambientato nel nostro mondo, in un momento di passaggio in cui la gioia di vivere (le folle festanti, le donne eleganti, il piacere del volo e dell'avventura) stava lasciando il passo a uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità.

A differenza della maggior parte delle pellicole del regista giapponese, il protagonista qui è maschile e non femminile: duro e romantico, cinico e disilluso come il miglior Humphrey Bogart. E nelle divertenti baruffe contro i pirati rivali si ritrovano echi di lavori miyazakiani precedenti, come "Lupin III" e, appunto, "Sherlock Holmes". Ma c'è anche spazio per l'amore, l'amicizia, la nostalgia e per spettacolari evoluzioni aeree all'insegna dell'avventura e dell'azione. Notevole, come sempre, la cura di sfondi, scenari e ambientazioni (e dispiacciono, pertanto, alcuni piccoli errori nelle scritte in italiano, come il "Non si fo credito" che spicca sul muro di un ufficio). Fra le scenografie rimangono impresse le coste del Mar Adriatico (probabilmente quelle della Dalmazia), l'isolotto su cui sorge l'Hotel Adriano (che ricorda certe località del Lago Maggiore) e la fabbrica sui Navigli di Milano (dove l'aereo di Porco viene ricostruito da un gruppo di donne operaie). Perfettamente caratterizzati anche i vari comprimari, dal vanesio Curtis (che aspira a diventare attore a Hollywood e poi presidente degli Stati Uniti, come farà Ronald Reagan) all'affascinante Gina (che canta, in francese, "Le temps des cerises"), dalla piccola Fio (un'adolescente simpatica e ostinata) ai pittoreschi pirati dell'aria (con il leader della banda Mammaiuto che assomiglia al Bruto di "Popeye"!). E se lo si guarda in versione originale, non si può non sorridere quando si sentono i personaggi chiamare il protagonista, in un misto di italiano e giapponese, "Porco Rosso-san!"

26 marzo 2011

Dragon trainer (D. DeBlois, C. Sanders, 2010)

Dragon trainer (How to Train Your Dragon)
di Dean DeBlois, Chris Sanders – USA 2010
animazione digitale
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Una tribù di vichinghi è in lotta con i draghi che regolarmente attaccano il villaggio, razziando bestiame e provviste. I guerrieri vivono solo per abbattere le bestie alate, e persino i bambini vengono addestrati sin da piccoli a diventare uccisori di draghi. Ma il sensibile Hiccup, figlio del capo tribù, ne catturerà uno (il più temibile di tutti: una Furia Buia!), diventerà segretamente suo amico, imparerà a cavalcarlo e insegnerà a tutti che si può vivere in armonia (coalizzandosi, per di più, contro un nemico comune). Dopo "Kung Fu Panda", un altro segnale che la DreamWorks ha finalmente imparato a fare film d'animazione come si deve, rinunciando a competere con la Pixar sul piano delle ambizioni e della complessità e ispirandosi invece all'approccio più diretto al pubblico che ha reso grande la Disney, senza tralasciare la cura delle ambientazioni e del character design. "Dragon trainer" ha tutti gli ingredienti al posto giusto: ciascun personaggio ricopre un ruolo prestabilito ai fini della trama (non particolarmente originale, a dire il vero) e ogni cosa scorre via liscia e prevedibile, ma proprio per questo in fondo gradevole. Molto kawaii, in particolare, il drago che diventa amico del protagonista (notevoli, nell'aspetto del mostro come nella trama, le somiglianze con "Lilo & Stitch", diretto dagli stessi registi). Il film è uscito nelle sale in 3D, ma io l'ho visto in sole due dimensioni sul televisore di casa e non mi pare di essermi perso qualcosa (provate invece a vedere un film sonoro senza l'audio, e capirete quanto sia pretestuoso il paragone che i paladini del 3D fanno con la fine del cinema muto!).

13 luglio 2010

The aviator (Martin Scorsese, 2004)

The aviator (id.)
di Martin Scorsese – USA 2004
con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett
**1/2

Rivisto in DVD, con Ilaria, Ginevra ed Eleonora.

Nel raccontare la vita del magnate Howard Hughes, e in particolare gli anni che vanno dal 1927 al 1947 (Hughes morì poi nel 1976), Scorsese realizza uno dei suoi film più "grandi", programmaticamente parlando, e bigger-than-life. Come "Quarto potere", è un monumento alla genialità, alla megalomania e alla follia di un personaggio straordinario, tipicamente americano, che – fra le altre cose – ha lasciato la sua impronta indelebile nei campi dell'aviazione militare e civile e della produzione cinematografica (e non è facile immaginare che proprio il suo ruolo in quest'ultimo settore sia stato il motivo che ha attirato in primo luogo l'interesse del regista, da sempre innamorato del cinema statunitense classico degli anni trenta e quaranta, come sa bene chi ha visto lo splendido documentario "Viaggio nel cinema americano"). Industriale, ingegnere, pilota, appassionato di film (da produttore – "Scarface" di Howard Hawks – e da regista – "Gli angeli dell'inferno" e "Il mio corpo ti scalderà": tutte pellicole eccessive e di forte impatto) e di volo (oltre ad aver stabilito numerosi recordi di velocità, ha costruito apparecchi innovativi – come il mastodontico "Hercules" – ed è stato il proprietario della TWA, che ha aperto alle rotte internazionali), Hughes è diventato celebre presso il grande pubblico per i suoi numerosi flirt con grandi dive del cinema (su tutte Katharine Hepburn e Ava Gardner, nel film interpretate rispettivamente da Cate Blanchett e Kate Beckinsale; ma pare che abbia frequentato anche Bette Davis, Gene Tierney, Faith Domergue, Linda Darnell, Joan Fontaine, Olivia De Havilland e altre ancora: un uomo fortunato!), e successivamente per il suo stile di vita eccentrico: ossessionato dall'igiene, finì con l'isolarsi dal mondo e trascorse i suoi ultimi anni da recluso nelle proprie tenute, in preda a disturbi di natura ossessiva-compulsiva. L'episodio in cui rimane chiuso per quattro mesi nella sala proiezioni del suo studio è realmente accaduto. L'ottimo DiCaprio interpreta il personaggio calandosi nella parte senza freni ed esibendone tutte le manie di grandezza e di protagonismo, ma anche la sincera passione per quello che fa e l'inarrestabile ostinazione che lo spinge a battersi in prima persona contro ogni ostacolo (esemplari le scene in cui si impegna a far valere le proprie ragioni prima contro la commissione di censura cinematografica e poi contro il senatore che vuole impedirgli di espandere l'attività delle sue linee aeree). L'abile regia di Scorsese, dal canto suo, si sbizzarrisce con le spettacolari scene di volo (notevole quella dell'incidente durante il collaudo dell'aereo-spia, che quasi costò la vita a Hughes) e con una ricostruzione storica piena di fascino e di amore per un periodo "mitico" della storia di Hollywood e degli Stati Uniti in generale (basti citare, su tutte, la scena dell'incontro fra Hughes e la Hepburn sul set di "Il diavolo è femmina", con una brevissima apparizione di Cukor e Grant). Fra le numerose partecipazioni all'interno di un cast vasto ed eterogeneo, sono da segnalare quelle di Gwen Stefani (nei panni della platinata Jean Harlow), Jude Law (in quelli di Errol Flynn), Ian Holm (l'anziano meteorologo, costretto da Hughes a dimostrare "matematicamente" ai censori come le tette di Jane Russell non fossero più oltraggiose di quelle di attrici che l'avevano preceduta), John C. Reilly (il tuttofare di Hughes), Alec Baldwin (il presidente della Pan Am, suo acerrimo rivale per i voli transcontinentali), Alan Alda (il senatore Brewster, che lo mette sotto inchiesta), Willem Dafoe (un giornalista scandalistico), Brent Spiner (il presidente della Lockheed). Una scena in cui sarebbe dovuta apparire anche l'aviatrice Amelia Erhart (interpretata da Jane Lynch) è stata tagliata in fase di montaggio.

5 maggio 2010

Laputa (Hayao Miyazaki, 1986)

Laputa - Il castello nel cielo (Tenku no shiro Laputa)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1986
animazione tradizionale
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Paola e Ilaria.

Il terzo lungometraggio d'animazione diretto da Miyazaki (dopo "Il castello di Cagliostro" e "Nausicaä della valle del vento"), nonché il primo prodotto dall'allora neonato Studio Ghibli, è sicuramente uno dei miei preferiti. Sin dai magnifici titoli di testa, disegnati come se fossero vecchie stampe e accompagnati dalla dolcissima colonna sonora di Joe Hisaishi, "Laputa" è un'affascinante avventura colma di sense of wonder e suggestioni steampunk, ambientata in un'Europa verniana e fittizia di inizio secolo, fra miniere, treni, automi, macchine volanti e dirigibili. Il nome Laputa, che compare anche ne "I viaggi di Gulliver" di Swift, è quello di una leggendaria isola volante che secoli prima aveva ospitato un mitico e potentissimo regno, dotato di un elevato livello di conoscenza tecnologica. Abbandonata dai suoi abitanti e popolata ormai soltanto dai robot che continuano a prendersi cura dei giardini e dei palazzi, l'isola vaga nei cieli protetta dalle nuvole e dalle tempeste che tengono lontani i curiosi. Coloro che vorrebbero raggiungerla per mettere le mani sui suoi tesori sono molti, e in conflitto fra loro: i pirati dell'aria, l'esercito e i servizi segreti, questi ultimi guidati da Muska, un misterioso individuo che intende utilizzare il suo immenso potere distruttivo per dominare il mondo. A custodire il ciondolo di "gravipietra", l'unico oggetto in grado di rivelare la posizione di Laputa, è una bambina di nome Sheeta: con l'aiuto del giovane e coraggioso minatore Pazu, e dopo molte avventure, riuscirà a sbarcare sull'isola e scoprirà di essere la discendente dell'antica stirpe reale.

La pellicola, dalla trama complessa ma lineare, è ricca di dettagli e di ambientazioni curatissime: fra queste spiccano il villaggio minerario dove vive Pazu, per il quale Miyazaki si è ispirato ai paesaggi del Galles; la vallata con le case costruite a ridosso dei fianchi delle montagne; le oscure miniere e i tunnel dove le pietre "cantano"; la fortezza dell'esercito in cui viene rinchiusa Sheeta; l'aeronave dei pirati dell'aria, un'indimenticabile "famiglia" (che ricorda la Banda Bassotti o, meglio ancora, i cattivi de "I Goonies") guidata dalla matriarca Dola, rude piratessa dal cuore d'oro; e naturalmente Laputa stessa, con i suoi raffinati giardini e le imponenti strutture che custodiscono terribili segreti. I magnifici disegni e l'animazione morbida si mettono al servizio di una storia in continuo movimento, di personaggi simpatici e carismatici e di paesaggi splendidi, dove risaltano i prati, i cieli, le nuvole (le migliori mai viste in un film d'animazione!) e gli aeromezzi (bellissimi, per esempio, i piccoli velivoli con ali da libellula utilizzati dai pirati). Oltre che di siparietti comici (come quando viene mostrata la vita a bordo dell'aeronave pirata) e di momenti "barksiani" (la scena in cui i soldati saccheggiano i tesori di Laputa mi ha fatto pensare alle Sette Città di Cibola), il film è anche infarcito di piccoli riferimenti e citazioni ai precedenti lavori di Miyazaki: i robot di Laputa ricordano quello apparso in un celebre episodio di Lupin III ("I ladri amano la pace"), gli scoiattoli che vivono sull'isola volante sono identici all'animaletto di Nausicaä, e molte scene, personaggi e atmosfere fanno tornare con la mente a "Conan" (Pazu e Sheeta sono quasi dei cloni di Conan e Lana) e persino a "Heidi": per non parlare dei temi tipicamente miyazakiani come l'antimilitarismo, l'ecologia, l'amicizia, il fascino per il volo. E naturalmente c'è la metafora dell'albero gigante, che con le sue radici tiene insieme quel che resta di Laputa, i cui abitanti forse si sono estinti proprio perché hanno voluto abbandonare le proprie radici, staccandosi dalla Terra per dominare il mondo dall'alto ma perdendo così il necessario contatto con la natura.

21 marzo 2010

Kiki's delivery service (H. Miyazaki, 1989)

Kiki - Consegne a domicilio (Majo no takkyubin)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1989
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Rachele e Ilaria.

Come tutte le streghe, all'età di tredici anni la piccola Kiki deve abbandonare la propria casa e lasciare la famiglia per stabilirsi in una lontana città con il suo "familiare" (un simpatico gatto nero) e compiere un anno di noviziato, imparando a cavarsela da sola e mettendo a frutto in qualche modo la propria magia. La bambina trova così dimora in una grande città costiera (che Miyazaki ha ideato fondendo insieme scorci di diverse metropoli europee: è possibile riconoscervi per esempio Monaco, Stoccolma, Marsiglia): e visto che l'unica cosa che sa fare è volare sulla sua scopa, decide di fornire agli abitanti un servizio di consegna di pacchi a domicilio. Ospite di una gentile fornaia, che le consente di abitare nel sottotetto in cambio di un aiuto in negozio, la bambina supererà difficoltà e incertezze, si farà degli amici (una pittrice che vive in una baita nel bosco; un ragazzino appassionato di volo; alcune simpatiche clienti) e imparerà a farsi apprezzare dall'intera comunità. Vero e proprio racconto di formazione e "coming-of-age", il quinto lungometraggio di Miyazaki (nonché quello con la gestazione più breve: è apparso un solo anno dopo il precedente, "Il mio vicino Totoro") è uno dei film più "semplicemente" deliziosi del regista giapponese. Ha un tono intimista e realistico (se si eccettua la sequenza finale, quella con il dirigibile, l'unico momento in cui l'azione psicologica si traduce in azione drammatica vera e propria) e, nonostante si parli di streghe e di magia, è probabilmente il suo lavoro maggiormente calato nel concreto e dove c'è meno spazio per i voli pindarici e di fantasia. Non che questo sia un difetto: anzi, l'approccio quotidiano, episodico e minimalista dona un particolare fascino alla pellicola, grazie anche alla consueta cura per i dettagli, allo studio dei personaggi, all'ambientazione retrò, alle magnifiche scenografie e all'animazione morbida. Piacevole anche la colonna sonora di Joe Hisaishi, ricca di sonorità mediterranee. Peccato che nell'edizione italiana (uscita solo in DVD) le due canzoni originali siano state sostituite con quelle – meno belle – della versione americana. Dagli abiti, le automobili e la tecnologia (come il dirigibile), il film parrebbe collocato negli anni cinquanta, benché Miyazaki abbia dichiarato che si tratta di un mondo alternativo in cui non sono mai scoppiate le due guerre mondiali. Il filone delle "streghette" (majokko) è molto popolare nel fumetto e nell'animazione giapponese: ma Miyazaki fugge dagli stereotipi delle serie nipponiche, preferendo rifarsi all'iconografia europea e realizzando un melange di immagini e di temi particolarmente suggestivo.

16 gennaio 2010

Arizona dream (Emir Kusturica, 1992)

Arizona dream (id.)
di Emir Kusturica – USA 1992
con Johnny Depp, Faye Dunaway
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il giovane Axel (Johnny Depp), introverso sognatore che dopo la morte dei genitori si è trasferito a New York a lavorare come catalogatore di pesci, viene richiamato in Arizona dallo zio Leo Sweetie (un sorprendente Jerry Lewis) per fare da testimone al suo imminente matrimonio. Lo zio, che agli occhi di Axel è l'incarnazione del successo e del sogno americano, vorrebbe che il nipote si stabilisse lì definitivamente per vendere cadillac nel suo salone di automobili: ma quando il ragazzo fa la conoscenza di due eccentriche donne che vivono in una casa nel deserto – la stravagante vedova Elaine (Faye Dunaway), appassionata di macchine volanti, e la sua gelosa e irrequieta figliastra Grace (Lili Taylor), allevatrice di tartarughe e aspirante suicida – si trasferisce da loro, innamorato della prima nonostante la differenza d'età. Dopo gli iniziali successi in Jugoslavia, Kusturica ha realizzato questo film insolito e surreale negli Stati Uniti per raccontare l'incontro fra una serie di personaggi bizzarri, vivaci o malinconici, alle prese con sogni e desideri che naturalmente non possono avverarsi, visto che sono fuorvianti, semplicemente assurdi o indice di scarsa maturità. Axel, infatti, è proprio come l'halibut, il pesce che – nei suoi sogni – gli eschimesi pescano dal ghiaccio e che da giovane ha entrambi gli occhi da un solo lato del corpo: solo quando raggiunge l'età adulta uno dei suoi occhi si sposta dall'altro lato, consentendogli così di avere una visione completa del mondo (ma, allo stesso tempo, perdendo qualcosa di sé). La pellicola, comunque, tocca di sfuggita molti altri temi, come l'amore, la morte e il rapporto con i genitori (metaforicamente, visto che in realtà né Axel né Grace sono davvero figli di Leo e di Elaine). Soffre però anche per una certa anarchia narrativa, per una caratterizzazione dei personaggi confusa e caotica e per la scarsa linearità della storia, i cui sviluppi si accavallano senza un vero senso logico, proprio come in un sogno: è un film da prendere o lasciare. Magnifica la colonna sonora di Goran Bregovic (con la collaborazione di Iggy Pop) e grandioso il cast. Fra le scene più memorabili, quella in cui Paul (uno straordinario Vincent Gallo), aspirante attore, appassionato cinefilo e commesso nel salone dello zio di Axel, sale sul palco durante l'ora del debuttante per mimare la sequenza di "Intrigo internazionale" in cui Cary Grant è alle prese con l'aereo che lo attacca nel deserto. Molto belle, comunque, anche le sequenze ambientate in Alaska fra gli eschimesi (in quella finale, Jerry Lewis e Johnny Depp sembrano esprimersi in una lingua inuit, ma in realtà sono parole inventate). In Italia la pellicola è uscita con qualche anno di ritardo, dopo essere stata inizialmente annunciata con il titolo "Il valzer del pesce freccia", e solo quando Kusturica era ormai noto presso il grande pubblico per i suoi capolavori "Underground" e "Gatto nero, gatto bianco". Depp, che avrebbe recitato con la Dunaway anche in "Don Juan DeMarco", viene citato nei dialoghi quando Paul lo nomina insieme ad altri grandi attori, chiedendo "Credi che qualcuno si permetta di toccare Johnny Depp in faccia?".

18 giugno 2009

Gli amori folli (Alain Resnais, 2009)

Gli amori folli (Les herbes folles)
di Alain Resnais – Francia 2009
con André Dussollier, Sabine Azéma
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Mi ha un po' deluso questo nuovo film dell'ottantaseienne Resnais: gradevole ma davvero esile, e con un finale che lascia parecchio a desiderare. La storia è quella di Georges, un uomo che in passato ha avuto qualche problema di natura psicologica e/o giudiziaria (la cui esatta natura è lasciata nel dubbio, ma tutto lascia intendere che sia stato un maniaco sessuale) e che trova in un parcheggio il portafoglio di una donna sconosciuta, Marguerite, alla quale era stata appena rubata la borsa. Pur non conoscendola, ne rimane incuriosito e attratto (anche perché scopre che ha un brevetto di pilota d'aereo, e lui è appassionato proprio di aviazione). E così, anche dopo che il portafoglio è tornato nelle mani della donna, cerca continuamente di contattarla attraverso lettere e appostamenti che prefigurano un vero e proprio "stalking". Alla fine l'incontro avverrà: con quali conseguenze? I temi sono gli stessi degli ultimi lungometraggi di Resnais (le regole del caso, le interazioni fra sconosciuti, la nascita di strane storie d'amore), così come la leggerezza e l'intelligenza dei dialoghi, ma in qualche modo il film non mi ha conquistato come invece avevano fatto "Parole, parole, parole" e "Cuori". Forse mi aspettavo qualcosa di più, e mi è quasi sembrato senza né capo né coda. Nel cast, oltre ai soliti habituè di Resnais (Azéma e Dussollier), anche Mathieu Amalric (il poliziotto), Anne Consigny (la moglie di Georges) ed Emmanuelle Devos (la collega dentista di Marguerite).