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17 settembre 2020

L'uomo ombra (W. S. Van Dyke, 1934)

L'uomo ombra (The thin man)
di W. S. Van Dyke – USA 1934
con William Powell, Myrna Loy
***

Visto in divx.

L'ex detective di polizia Nick Charles (William Powell), ritiratosi a vita privata dopo aver sposato l'ereditiera Nora (Myrna Loy), viene convinto a indagare sulla misteriosa scomparsa di un eccentrico scienziato, Clyde Wynant (Edward Ellis), la cui segretaria – ed amante – Julia Wolf (Natalie Moorhead) è ritrovata morta pochi mesi dopo. Dall'omonimo romanzo di Dashiell Hammett, una pellicola che mescola i classici temi gialli con quelli della commedia screwball e sofisticata degli anni trenta. Grazie anche alla coppia di eccezionali attori a disposizione (che spesso improvvisavano sul set, incoraggiati in questo dal regista), W. S. Van Dyke e gli sceneggiatori Albert Hackett e Frances Goodrich (anch'essi marito e moglie) ampliarono infatti a dismisura i siparietti sulla vita coniugale dei protagonisti, che scherzano e battibeccano con contagiosa complicità, rendendoli personaggi indimenticabili e unici all'interno di un genere dove raramente si era vista una tale sintonia fra coniugi, entrambi arguti, brillanti, intuitivi e con la battuta pronta. L'enorme successo darà origine a una vera e propria franchise: nonostante Hammett non avesse mai pensato a scrivere un sequel, Nick e Nora Charles (indistinguibili nell'immaginario popolare dai loro due interpreti) diventeranno protagonisti di ulteriori film (in tutto sei, fino al 1947), serie radiofoniche (1941-50), televisive (1957-59), musical e commedie teatrali, nonché oggetto di omaggi e parodie (vedi "Invito a cena con delitto"). Anche il loro simpatico cagnolino Asta (interpretato dal fox terrier Skippy, star canina che reciterà anche in "L'orribile verità" e "Susanna") diventerà una celebrità. La struttura del film, come di quelli che seguiranno, è quella del classico whodunit, con una marea di sospettati che nella scena finale vengono riuniti (forzatamente) a tavola tutti insieme, quando Nick svelerà l'identità del colpevole (naturalmente quello che in precedenza non era mai stato preso in considerazione). Fra essi ci sono Mimi (Minna Gombell), l'avida ex moglie di Wynant, e i suoi figli Dorothy (Maureen O'Sullivan) e Gilbert (William Henry), ma anche i personaggi interpretati da Henry Wadsworth (Tommy, il fidanzato di Dorothy), Cesar Romero (Jorgenson), Edward Brophy (il gangster Morelli), Porter Hall (MacCaulay), Cyril Thornton (Tanner), Harold Huber (Nunheim). Nat Pendleton è l'ispettore Guild. Una curiosità: girata appena un anno dopo la fine del proibizionismo, la pellicola si caratterizza per il consumo smodato e disinvolto di alcol da parte dei due protagonisti. Il titolo "The thin man" (letteralmente "L'uomo magro, sottile", ma in gergo la traduzione è corretta, e in effetti nella prima scena vediamo la sua ombra proiettata su una parete) non si riferisce a Nick Charles (come i seguiti da un certo punto in poi faranno intendere), ma allo scienziato scomparso, che viene descritto con le suddette parole.

3 novembre 2019

Cappello a cilindro (Mark Sandrich, 1935)

Cappello a cilindro (Top hat)
di Mark Sandrich – USA 1935
con Fred Astaire, Ginger Rogers
***

Rivisto in divx.

Il ballerino americano Jerry Travers (Fred Astaire), a Londra per uno spettacolo organizzato dall'impresario teatrale Orazio Hardwick (Edward Everett Horton), si innamora della modella Dale Tremont (Ginger Rogers) e le fa la corte. Ma per un equivoco lei lo scambia proprio per Orazio, e dunque lo crede già sposato con la sua amica Madge (Helen Broderick). Dopo una lunga serie di fraintendimenti, la verità verrà a galla nel corso di una romantica trasferta a Venezia. Quarto film girato in coppia da Fred e Ginger, il secondo come protagonisti assoluti, e forse il migliore e il più popolare di tutti: una commedia degli equivoci (basata su uno spunto in fondo esile, e simile al precedente "Cerco il mio amore", da cui ritornano diversi comprimari) che è una summa del brio e della leggerezza che caratterizza tutti i film del duo. Merito non solo dell'eccellente alchimia fra gli attori, protagonisti di diversi numeri di ballo ma anche di schermaglie amorose tipiche della commedia screwball, ma pure della colonna sonora di Irving Berlin, con canzoni come "Cheek to cheek" (su tutte), "No Strings (I'm Fancy Free)", "Isn't This a Lovely Day?" e la titolare "Top Hat, White Tie and Tails". Ginger Rogers canta inoltre "The piccolino", con un gran numero di parole italiane nel testo. Da non sottovalutare poi l'apporto dei comprimari, a partire dal comicissimo Edward Everett Horton, perenne vittima delle circostanze e degli scambi di persona, coadiuvato da Eric Blore nei panni del valletto che parla di sé al plurale e da Erik Rhodes in quelli dello stilista geloso (il cui motto è "Per le donne il bacio, e per gli uomini la spada!"): tutti habitué di questo tipo di film e già visti nelle pellicole precedenti di Fred e Ginger. Alla miscela, infine, vanno aggiunte le fantastiche e fintissime scenografie (si pensi all'albergo italiano e alla Venezia ricostruita in studio, dove tutto è bianco come se ci trovassimo in Paradiso: d'altronde i testi della canzone più famosa del film cominciano proprio con "Heaven, I'm in Heaven...") e le raffinate coreografie dei numeri di ballo (di Hermes Pan), entrambe nominate all'Oscar (insieme al film stesso e alla canzone "Cheek to cheek"). Il famigerato abito di piume indossato dalla Rogers fu disegnato personalmente da lei.

3 giugno 2019

Cerco il mio amore (M. Sandrich, 1934)

Cerco il mio amore (The gay divorcee)
di Mark Sandrich – USA 1934
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**1/2

Visto in TV.

Appena giunto in Inghilterra, il ballerino americano Guy Holden (Fred Astaire) si innamora di Mimì (Ginger Rogers). Di lei ignora ogni cosa, a partire dal fatto che è (infelicemente) sposata. Dopo averla cercata per tutta Londra, la ritroverà casualmente in un resort balneare, dove verrà scambiato da lei per l'amante "fasullo" con cui vorrebbe farsi sorprendere dal marito per spingerlo a chiedere il divorzio... Primo film da protagonisti per Fred e Ginger (i due avevano già recitato insieme in "Carioca", ma lì erano comprimari), una coppia che entrerà nella storia del cinema con la loro gradevole (e un po' goffa) esuberanza, l'allegria contagiosa, l'impagabile complicità e soprattutto i trascinanti numeri di canto e di ballo, al servizio di garbate commedie degli equivoci perfettamente in linea con il tono delle pellicole romantiche o screwball degli anni trenta. In questa, la cui sceneggiatura riesce a rendere leggero ed esilarante anche un argomento dalle forte connotazioni morali, sono attorniati da un nutrito gruppo di caratteristi, molti dei quali saranno presenze fisse nei film della coppia: Edward Everett Horton (Egbert, l'avvocato di Mimì nonché amico di Guy), Alice Brady (la zia impicciona Ortensia), Erik Rhodes (Tonetti, il finto amante italiano), Eric Blore (il cameriere). Fra le ragazze ospiti dell'albergo c'è anche una Betty Grable a inizio carriera (è lei che danza con Horton). Premio Oscar (il primo della storia in questa categoria) per la canzone "The Continental", eseguita da un ensemble: ma il brano musicale più bello è "Night and day" di Cole Porter, danzata suggestivamente da Fred e Ginger. Nel musical di Broadway originale da cui il film è tratto (intitolato "Gay divorce" e interpretato dallo stesso Astaire) erano presenti anche altri brani di Porter, eliminati dalla versione filmata. Da notare che il "gay" nel titolo originale non significa omosessuale ma semplicemente "allegro".

9 maggio 2019

Una donna in gabbia (R. Walsh, 1937)

Una donna in gabbia (Hitting a New High)
di Raoul Walsh – USA 1937
con Lily Pons, Edward Everett Horton, Jack Oakie
**

Visto in TV.

Per convincere il ricco e bizzoso mecenate Lucius Blynn (Edward Everett Horton) a scritturarla, la cantante Suzette (Lily Pons) finge di essere una selvatica "donna uccello", riverita dagli indigeni africani, facendosi catturare dallo stesso Blynn durante un safari con la complicità del suo agente di pubblicità, lo scaltro Corny Davis (Jack Oakie). Condotta a New York per essere esibita davanti ai microfoni e in teatro, la ragazza avrà però il suo gran da fare nel gestire una doppia identità: quella appunto di Ooga-hunga, la donna uccello che Blynn vuole trasformare in una grande cantante d'opera, e quella di Suzette, stella dell'orchestra jazz diretta dal suo fidanzato (e in questa veste "scoperta" da un rivale di Blynn, il direttore del teatro locale). Buffa commedia degli equivoci costruita su una trovata francamente assurda, ma che si dipana in modo divertente, grazie soprattutto alla verve comica dei due protagonisti maschili (Horton e Oakie). La Pons era un celebre soprano di coloratura dell'epoca: questo è il terzo di tre film che girò per la RKO. Oltre alle canzoni "Let's Give Love Another Chance", "I Hit a New High" e "This Never Happened Before", canta brani da Mignon ("Je suis Titania") e Lucia di Lammermoor (la scena della pazzia).

4 aprile 2017

Lo sport preferito dall'uomo (H. Hawks, 1964)

Lo sport preferito dall'uomo (Man's Favorite Sport?)
di Howard Hawks – USA 1964
con Rock Hudson, Paula Prentiss
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

Impiegato ai grandi magazzini Abercrombie & Fitch nel reparto di articoli sportivi, Roger Willoughby (Rock Hudson) elargisce ai clienti preziosi consigli sulla pesca ed è considerato da tutti un vero esperto nel campo, avendo anche scritto un popolare libro sull'argomento. Ma in realtà non ha mai pescato in vita sua (e non solo: è totalmente inetto in qualsiasi sport, non sa nemmeno nuotare!). Quando il suo principale (John McGiver), per fare pubblicità al negozio, lo iscrive a un importante torneo di pesca che si terrà al lago Wakapoogie, l'imbarazzato Roger è costretto a confessare la verità alle due organizzatrici, Abigail Page (Paula Prentiss) ed "Easy" Muller (Maria Perschy), che se ne prendono a cuore le sorti, cercando di insegnargli a pescare prima che la gara cominci... La presenza delle due ragazze (e in particolare di Abigail, verso la quale nutre un vero e proprio amore-odio) si rivela una fonte di guai continui per Roger, che pure – per una serie incredibile di colpi di fortuna – in qualche modo riesce a vincere il torneo... Recuperando gli stilemi della commedia screwball, in particolare quella di pellicole come "Susanna" (che lui stesso aveva diretto nel 1938), Hawks torna su temi a lui cari come la lotta fra i sessi e l'irruzione devastatrice di una donna nel mondo ordinato (sia pure soltanto in apparenza) di un uomo, il cui machismo viene crudelmente demolito. E per molti versi sembra di assistere a una commedia degli anni trenta, con un Hudson autoironico in un ruolo che allora sarebbe stato di Cary Grant: da "Susanna" tornano pure molte gag slapstick (una, quella del vestito strappato di Maria Perschy, è praticamente identica a quella del film con Katharine Hepburn), mentre altre (più deboli, come tutte quelle relative al finto capo indiano, o surreali, come quelle con l'orso) garantiscono comunque una robusta dose di divertimento. Charlene Holt è Tex Connors, la fidanzata di Roger, Norman Alden è John "Aquila Urlante". La canzone sui titoli di testa (che esplicita il doppio senso nel titolo, spiegando che "Man's favorite sport... is girls!") è di Henry Mancini.

17 maggio 2016

La signora di mezzanotte (M. Leisen, 1939)

La signora di mezzanotte (Midnight)
di Mitchell Leisen – USA 1939
con Claudette Colbert, Don Ameche
***

Visto in divx.

La cantante e ballerina americana Eve Peabody (Colbert), senza un soldo e senza bagaglio, giunge a Parigi allo scoccare della mezzanotte con il treno proveniente da Montecarlo, dove ha perso al casinò tutti i suoi averi. L'unica cosa che le è rimasta è il vestito elegante e dorato che indossa. In cerca di un lavoro, stringe amicizia con il tassista di origine ungherese Tibor Czerny (Ameche), che naturalmente se ne innamora, ricambiato, ma presto i due si perdono di vista. Introdottasi clandestinamente a una festa dell'alta società, Eve si spaccia per la “baronessa Czerny”, prendendo a prestito il nome del tassista, e conquista il cuore di Jacques Picot (Francis Lederer), un ricco gigolò. Il suo segreto è scoperto dall'aristocratico George Flammarion (John Barrymore), che però le copre il gioco perché ha tutto l'interesse che Picot – che è l'amante di sua moglie – metta la testa a posto. Le cose si complicano quando Czerny, avendo rintracciato Eve, si presenta nella lussuosa dimora dei Flammarion, dove Eve è ospite, fingendo a sua volta di essere un barone nonché il marito della ragazza... Sceneggiato da Charles Brackett e Billy Wilder, in uno dei loro primi lavori cinematografici, un classico della commedia screwball anteguerra, assai divertente e a tratti esilarante (come nella scena della finta telefonata fra i “coniugi” Czerny e la loro figlioletta, cui presta la voce l'anziano Flammarion). Sul canovaccio della commedia degli equivoci (personaggi che mentono e fingono di essere quello che non sono) e di quella romantica (il modello è ovviamente “Accadde una notte” di Frank Capra) si appoggiano la satira dell'alta società, quella dell'arrivismo e dei conflitti di classe, e quella dei rapporti coniugali (memorabile il processo per il divorzio fra Eve e Tibor, che non sono nemmeno sposati!). Il ruolo della Colbert doveva andare inizialmente a Barbara Stanwyck, che vi rinunciò perché impegnata nelle riprese di un altro film. Insoddisfatto delle modifiche apportate alla sceneggiatura durante le riprese, Wilder decise di diventare a sua volta regista per avere il controllo completo sui propri copioni.

30 ottobre 2015

Nulla sul serio (William A. Wellman, 1937)

Nulla sul serio (Nothing sacred)
di William A. Wellman – USA 1937
con Carole Lombard, Fredric March
***

Visto in divx.

Per un errore, alla giovane Hazel Flagg (Lombard), abitante in un paesino del Vermont, viene diagnosticato un avvelenamento da radio che le lascerebbe solo sei mesi di vita. Presto scopre la verità, ma nel frattempo la stampa si è già interessata a lei. Il giornalista Wally Cook (March), infatti, decide di portarla a New York per farle trascorrere in maniera felice i suoi ultimi giorni, fra feste, balli, ricevimenti e apparizioni in pubblico, trasformando il suo triste caso in un fenomeno mediatico. Hazel accetta, pur sapendo di non essere affatto in fin di vita: per lei, ragazza di campagna, sarà un'opportunità di visitare la Grande Mela e di concedersi quei divertimenti che ha sempre sognato. Di fronte al "coraggio" con cui affronta il suo "tragico destino", le istituzioni e i normali cittadini la celebrano come un modello e una fonte di ispirazione, rendendola una celebrità. Le cose però si complicano quando Hazel si innamora di Wally, ricambiata, e decide di rivelargli che in realtà la sua salute è di ferro, proprio mentre l'uomo sta addirittura organizzandole un funerale in grande stile e ad alto impatto mediatico. Da una sceneggiatura di Ben Hecht, una commedia che fa satira sul cinismo e l'ipocrisia, sulla morbosa attrazione del pubblico per i casi drammatici e sull'impatto manipolatorio dei mass media nella vita privata delle persone. A New York tutti fingono: da un lato si spargono lacrime per il destino della povera ragazza, dall'altro le pagine di giornale con poemi ispirati a lei vengono usati, la mattina dopo, per incartare il pesce. Simbolica la scena in cui Hazel e Flagg si recano ad assistere a un incontro di wrestling, e le viene spiegato che quella dei lottatori è solo una messinscena a beneficio del pubblico, che pure ne è al corrente ma finge che sia tutto vero. La regia di Wellman è dinamica e inventiva, e gioca con il tema della verità nascosta anche con inquadrature in cui è ostruita dagli oggetti, come nelle scene in cui i volti dei personaggi sono coperti da rami o da vasi di fiori (per non parlare del bacio, celato fra gli scatoloni lungo il molo). Memorabile in particolare "l'incontro di boxe" fra Hazel e Wally nella camera d'albergo, allo scopo di farle salire la temperatura prima che il medico la visiti (mai la "battaglia fra i sessi" è stata rappresentata in maniera così esplicita sullo schermo!). Curiosità: il burbero direttore del giornale, interpretato da Walter Connolly, si chiama Oliver Stone. Charles Winninger è il medico di campagna, Sig Ruman è il luminare tedesco. Dal punto di vista tecnico, il film è rilevante per essere stato la prima commedia screwball girata a colori (nonché l'unica apparizione della Lombard in technicolor). Rifatto nel 1954 da Norman Taurog ("Più vivo che morto"), con Jerry Lewis, Dean Martin e Janet Leigh.

22 agosto 2015

La costola di Adamo (George Cukor, 1949)

La costola di Adamo (Adam's rib)
di George Cukor – USA 1949
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn
***

Visto in divx alla Fogona.

I coniugi Adam (Tracy) e Amanda Bonner (Hepburn), entrambi avvocati newyorkesi, si scoprono avversari in tribunale quando si ritrovano a dibattere una causa sui lati opposti della barricata. Lui, procuratore distrettuale, è incaricato dell'accusa di una donna (Judy Holliday) che ha tentato di uccidere il marito fedifrago (Tom Ewell); lei, legale di parte e fervente femminista, intende difenderla in nome della parità dei diritti per le donne, sostenendo che a parti invertite un uomo che avesse tentato di vendicare il proprio onore riceverebbe molta più comprensione dalla giuria. I bisticci fra i due coniugi in tribunale, ampliati dalla crescente risonanza mediatica del caso, rischiano di trasferirsi anche in ambito domestico, mettendo a repentaglio quel matrimonio che all'inizio li vedeva filare d'amore e d'accordo. E come se non bastasse ci si mette anche un vicino di casa, giovane cantante di successo, che approfitta dell'occasione per fare la corte alla donna (dedicandole persino una canzone, “Farewell, Amanda”, scritta in realtà da Cole Porter). Cukor e la coppia Tracy-Hepburn (al sesto film insieme) fanno ciò che sanno fare meglio, ovvero la commedia romantica all'insegna della battaglia fra i sessi, arricchendo la ricetta con un pizzico di courtroom drama e accese discussioni sul femminismo e l'uguaglianza davanti alla legge (memorabile la sequenza in cui i tre protagonisti del fatto di cronaca – Holliday, Ewell e l'amante di quest'ultimo – appaiono davanti alla giuria “trasformati” ciascuno in un membro del sesso opposto). Ne nasce un “teatrino” (come suggeriscono gli interludi che separano la giornata in tribunale dalle serate casalinghe) di battibecchi ed equivoci. E se a turno si vince e si perde, non manca naturalmente il lieto fine. Come spesso capita con i film di quegli anni, il doppiaggio “italianizza” tutti i nomi propri di persona (a partire da Adam = Adamo).

23 giugno 2015

L'orribile verità (Leo McCarey, 1937)

L'orribile verità (The awful truth)
di Leo McCarey – USA 1937
con Cary Grant, Irene Dunne
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

I ricchi coniugi Jerry e Lucy Warriner (Cary Grant e Irene Dunne), sospettandosi reciprocamente di infedeltà (e non è detto che non ci sia qualcosa di vero: la sceneggiatura "glissa" abilmente sull'argomento), decidono di divorziare. Nei novanta giorni di attesa prima che la sentenza diventi operativa, però, fanno di tutto per sabotare i rispettivi tentativi di imbastire nuove relazioni. E naturalmente, proprio allo scoccare della mezzanotte della fatidica data, torneranno insieme, riconoscendo di provare quell'amore che testardamente continuavano a negare. Classico della screwball comedy e del cosiddetto sottogenere del "rimatrimonio" (quello in cui i due protagonisti divorziano per poi risposarsi, in ossequio al codice Hays che proibiva ai cineasti di rappresentare sullo schermo l'adulterio, e dunque imponeva agli sceneggiatori di "separare" marito e moglie prima di esplorare eventuali scappatelle), un film che non si prende sul serio e che ha consentito a Grant di caratterizzare per la prima volta quel tipo di personaggio che interpreterà numerose altre volte in commedie leggere negli anni a venire. Le dinamiche sono quelle solite, fra controllati battibecchi verbali e imprevisti momenti slapstick, anche se, rispetto ad altri film del genere, questo risulta forse un po' datato. La prima parte è vivacizzata dal... cagnolino della coppia, Mr. Smith, conteso fra i due coniugi e protagonista di vivaci siparietti che mettono in crisi i tentativi di Lucy di barcamenarsi fra l'ex marito, il maestro di canto Armand Duvalle (Alexander D'Arcy), con cui Jerry sospetta che abbia una relazione, e il nuovo promesso sposo, il rozzo mandriano e petroliere dell'Oklahoma Dan Leeson (Ralph Bellamy). L'ultima mezz'ora, invece, è puro screwball, con la donna che – spacciandosi per la sboccata e svampita sorella del marito – manda a monte il fidanzamento di Jerry con l'ereditiera Barbara Vance (Molly Lamont), e poi demolisce l'auto per spingerlo a passare la notte con lei nel suo cottage di montagna. Cecil Cunningham è la zia Patsy, Esther Dale è la madre di Dan, Joyce Compton è la ballerina del night club, mentre il fox terrier che "interpreta" Mr. Smith, Skippy, era una celebrità dell'epoca, apparso in decine di film (fra cui "Susanna" e la serie de "L'uomo ombra"). Il soggetto è tratto da una commedia teatrale già adattata per il cinema nel 1925 (muto) e nel 1929. McCarey, esperto di commedie (lo ricordiamo per aver diretto "Duck Soup", il capolavoro dei fratelli Marx), vinse l'Oscar come miglior regista.

5 maggio 2015

Sciarada (Stanley Donen, 1963)

Sciarada (Charade)
di Stanley Donen – USA 1963
con Audrey Hepburn, Cary Grant
***

Visto in TV.

Dopo la misteriosa morte di Charles Lampert, buttato giù da un treno mentre cercava di lasciare la Francia con 250.000 dollari, la sua inconsapevole moglie americana Regina (Audrey Hepburn) – che del marito ignorava quasi tutto, a cominciare dal passato da spia – inizia ad essere perseguitata a Parigi da quattro individui, convinti che lei abbia il denaro con sé. Tre di questi (James Coburn, George Kennedy e Ned Glass) erano stati commilitoni di Charles durante la guerra, e insieme a lui avevano avevano sottratto il bottino ai servizi segreti americani; il quarto (Cary Grant) è un enigmatico ma affabile individuo dalle molteplici identità: Regina ne è attratta, ma si potrà fidare di lui? Mescolando abilmente il film di spionaggio tanto in voga a quei tempi (con venature di giallo alla Hitchcock, se non addirittura alla Agatha Cristie: i personaggi cominciano a morire uno a uno, senza sapere chi di loro è l'assassino) con la commedia screwball (di cui Grant è stato il campione per eccellenza), Donen realizza una pellicola come non se ne fanno più, e forse già in ritardo anche sui suoi tempi (o al limite in zona Cesarini), ma sorretta da una sceneggiatura piena di dialoghi spumeggianti (le schermaglie amorose e i botta e risposta fra Grant e la Hepburn valgono da soli il prezzo del biglietto), da una riuscitissima commistione fra suspense e leggerezza, da interpreti in gran forma (benché la differenza di età fra Grant, 59 anni, e la Hepburn, 33, si noti al punto da essere rimarcata più volte nei dialoghi), nonché da numerosi colpi di scena fino al finale. Walther Matthau è l'impiegato del consolato americano, Jacques Marin è l'ispettore di polizia. A parte l'apertura a Megève, fra le Alpi francesi, tutto il resto del film si svolge a Parigi, fra alberghi, parchi, metropolitane e una crociera romantica sulla Senna. Audrey cambia abito in ogni scena (i vestiti sono di Givenchy), nonostante all'inizio si dica che abbia perso l'intero guardaroba. A un certo punto i due protagonisti citano "Un americano a Parigi", che Donen stesso aveva coreografato. Il regista e lo sceneggiatore Peter Stone compaiono in un cameo, nell'ascensore dell'ambasciata. La scena del venditore di francobolli ispirerà forse Kieslowski per l'ultimo episodio del suo "Decalogo".

4 luglio 2013

Accadde una notte (Frank Capra, 1934)

Accadde una notte (It happened one night)
di Frank Capra – USA 1934
con Clark Gable, Claudette Colbert
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

La giovane e ricca Ellen Andrews (Colbert) fugge dallo yacht del padre, ormeggiato a Miami, con l'intenzione di raggiungere New York e sposare – nonostante il genitore sia contrario (anzi, proprio per questo) – l'aviatore King Westley. Il giornalista Peter Warne (Gable), che l'ha riconosciuta a bordo di un autobus della linea Greyhound, accetta di accompagnarla fino a destinazione in cambio di un'esclusiva sulla pubblicazione della sua storia. Ma durante il viaggio, a causa dell'intimità forzata e delle numerose avventure, finiranno per innamorarsi l'uno dell'altra. Questa commedia romantica ancor oggi freschissima (grazie anche alla felice sintonia fra i protagonisti), considerata un prototipo della "screwball comedy", presenta per la prima volta numerosi elementi che diventeranno cliché del genere, innestando su una struttura da road movie il tema della crescita e del riscatto dei due protagonisti. Ellen, inizialmente una ragazzina capricciosa e viziata che intende sposare l'avventuriero King solo per fare un dispetto al padre, impara a riconoscere il vero amore e ad adattarsi a situazioni diverse da quella bambagia in cui è sempre vissuta. E Peter ("Pietro" nel doppiaggio italiano), giornalista fallito e incapace di concludere alcunché nella vita, riacquista il proprio orgoglio e una ragion d'essere, accattivandosi le simpatie del padre di Ellen quando rifiuta la lauta ricompensa che questi aveva offerto per chi avesse contribuito a rintracciare la figlia. Molte le scene memorabili: dalle "mura di Gerico" (una coperta appesa a una corda) che dividono in due le stanze d'albergo dove Ellen e Peter dormono fingendosi marito e moglie, allo striptease di Clark Gable che lo consacrò come un sex symbol (pare che la scena in cui rimane a torso nudo, mostrando di non indossare nulla sotto la camicia, fece crollare le vendite di canottiere negli Stati Uniti); da Claudette Colbert che ferma un automobilista facendo l'autostop con la gamba scoperta, alla sua fuga dal matrimonio in abito da sposa. Fu il primo film nella storia a vincere i cinque premi Oscar più importanti (miglior film, regia, sceneggiatura, attore e attrice), un'impresa ripetuta in seguito soltanto due altre volte (nel 1975 da "Qualcuno volò sul nido del cuculo" e nel 1991 da "Il silenzio degli innocenti"). Eppure, pare che durante la lavorazione gli attori (soprattutto la Colbert) si dichiararono più volte scontenti dello script. Lo strepitoso successo di pubblico contribuì a rendere la Columbia Pictures (allora uno studio minore) una delle major di Hollywood. Fra le curiosità legate al film: pare che fosse uno dei preferiti sia di Adolf Hitler che di Joseph Stalin. La scena in cui Clark Gable mangia le carote avrebbe ispirato in parte la nascita del personaggio di Bugs Bunny. La versione italiana, oltre a tagliare diverse scene (fra cui quella in cui i passeggeri cantano in autobus) e ad "italianizzare" il nome del protagonista, si segnala per l'eliminazione di un "piccolo" dettaglio: Ellen e King si sono già sposati e il padre della ragazza ha fatto annullare il loro primo matrimonio (all'epoca, nel nostro paese, il divorzio non era contemplato).

25 luglio 2012

Susanna (Howard Hawks, 1938)

Susanna (Bringing Up Baby)
di Howard Hawks – USA 1938
con Cary Grant, Katharine Hepburn
***1/2

Rivisto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il timido paleontologo David Huxley (Grant), in procinto di sposarsi e alla disperata ricerca di un finanziamento per il proprio museo, viene coinvolto dalla svagata e capricciosa ereditiera Susan (Hepburn, la “Susanna” del titolo italiano) in una serie di guai senza fine, soprattutto a causa di un leopardo addomesticato, Baby, che è stato inviato alla ragazza dal fratello, cacciatore in Africa, e che deve essere trasportato fino alla fattoria di famiglia nel Connecticut. A complicare le cose si aggiungono una zia impicciona, un cagnolino che trafuga un prezioso osso di dinosauro, una fidanzata da sposare e un altro leopardo fuggito dallo zoo (a differenza di Baby, tutt’altro che mansueto). Se si dovesse eleggere il film che più di ogni altro esemplifica cos'è la "screwball comedy", ovvero quel particolare sottogenere di commedia romantica all'insegna del ritmo incalzante, delle situazioni eccentriche e della "guerra fra i sessi", non pochi sceglierebbero proprio questa pellicola. Fra gag e sottili allusioni sessuali imposte dal codice Hays (i dialoghi frizzanti della prima parte, la scena al ristorante in cui si strappano gli abiti, il travestitismo di Grant), eventi che si concatenano l’uno nell’altro in maniera sublimamente lineare, il comportamento stravagante e sopra le righe della Hepburn che ignora o travalica le leggi e le regole sociali (esilarante la sua performance, nell’ufficio dello sceriffo, quando si cala nei panni di una poco di buono), gli equivoci e gli scambi di persona, e ovviamente il classico tema dello scontro fra due personaggi che, attraverso peripezie di ogni tipo, finiranno con l’innamorarsi, il film si snoda con pochi attimi di tregua (giusto le ripetute scene della caccia al leopardo nella seconda parte si dilungano un po’ troppo) fino all’immancabile – e “catastrofico” – lieto fine. Meravigliosi i due interpreti (ma ottimi anche i comprimari, da Charles Ruggles a May Robson) e indimenticabili i due animali: il leopardo Baby, che si calma soltanto udendo la canzone “I can’t give you anything but love, Baby”, e il cagnolino George (Skippy, ovvero l'Asta de "L'uomo ombra"), che Grant insegue in continuazione nella speranza di recuperare il suo prezioso osso. Il film ebbe scarso successo alla sua uscita (contribuendo alla momentanea fama della Hepburn come “box office poison”, anche se al contempo la liberò dalla gabbia dei “drammoni melodrammatici” lanciandola verso la commedia sofisticata) ma venne rivalutato in seguito, fino a conquistare un posto di prestigio nella storia della commedia cinematografica americana. Da vedere, se possibile, in lingua originale: il ridoppiaggio italiano altera infatti i dialoghi (per esempio eliminando quello che passò alla storia come il primo utilizzo sullo schermo della parola "gay" nel senso di omosessuale, quando Grant – interrogato sul perché indossi una vestaglia femminile – sbotta in un "Perché sono diventato gay tutto d’un tratto!") e appiattisce il tono generale, riducendo il divertimento.

31 dicembre 2011

Scandalo a Filadelfia (G. Cukor, 1940)

Scandalo a Filadelfia (The Philadelphia Story)
di George Cukor – USA 1940
con Katharine Hepburn, Cary Grant, James Stewart
****

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra.

Due anni dopo il divorzio dal precedente marito C. K. Dexter Haven (Cary Grant), la bella e ricca ereditiera Tracy Lord (Katherine Hepburn) se lo ritrova in casa proprio alla vigilia delle sue seconde nozze con l'aspirante politico George Kittredge (John Howard). E con lui arriva anche il giornalista Mike Connor (James Stewart), incaricato di realizzare un servizio sulla cerimonia per una rivista scandalistica. Fra un risveglio di fiamma per Dexter, l'insorgere dei primi dubbi su George e la scoperta degli insospettati lati positivi di Mike, Tracy si ritroverà con i sentimenti parecchio confusi e in preda a una crisi personale (tutti la vedono come una "divinità" da adorare a distanza, mentre lei vorrebbe essere amata come un normale essere umano). Capolavoro della commedia sofisticata del periodo d'oro di Hollywood, di cui fonde gli elementi romantici, brillanti e screwball, il film valse a James Stewart il suo unico premio Oscar come miglior attore, oltre a conquistare quello per la sceneggiatura (di Donald Ogden Stewart, da una commedia teatrale di Philip Barry scritta appositamente per la Hepburn). Appartiene a un sottogenere che il filosofo Stanley Cavell, nel suo libro "Alla ricerca della felicità", ha battezzato la commedia del rimatrimonio, particolarmente frequentato dal cinema statunitense negli anni trenta e quaranta (si pensi, fra gli altri, ad "Accadde una notte" di Capra, "La signora del venerdì" di Hawks, "Lady Eva" di Sturges e "La costola di Adamo" dello stesso Cukor): poiché all'epoca il codice Hays proibiva categoricamente di affrontare il tema dell'adulterio, gli sceneggiatori erano obbligati a mettere in scena un divorzio per consentire ai protagonisti di vivere storie sentimentali con altre persone e, infine, di sposarsi nuovamente. Oltre alla regia elegante e alle grandi prove degli attori, proprio la sceneggiatura è il punto di forza della pellicola, perfetta nel caratterizzare i protagonisti (Tracy, altera ed altezzosa ma in realtà fragile e sensibile, punto di riferimento con cui si misurano tutti gli altri personaggi; Mike, che dietro l'atteggiamento cinico e disilluso nasconde un animo da poeta e da gentleman; Dexter, ex alcolizzato, un tempo incapace di venire incontro alle aspettative troppo elevate dell'intransigente Tracy ma ora pronto a ricominciare la relazione su basi nuove e paritarie), nel mettere alla berlina le eccentricità e i difetti dell'alta società, nell'accusare la stampa scandalistica di invadere con mezzi leciti e illeciti la privacy dei personaggi pubblici (settant'anni prima dei tabloid di Murdoch!), nel dare vita a situazioni esilaranti (a partire dal breve e impareggiabile incipit muto con la rottura della mazza da golf di Grant da parte della Hepburn, senza dimenticare l'ubriacatura alla festa e il tuffo notturno in piscina) e soprattutto a dialoghi brillanti e battute memorabili ("Tu sei di gran lunga la tua persona preferita"; "Avrei dovuto restare con te tutta la vita, ma poi il giudice mi ha fatto la grazia"; "Pensavo che gli scrittori bevessero tutti e picchiassero le mogli: una volta anch'io volevo fare lo scrittore"). Prodotto dal futuro regista Joseph L. Mankiewicz, il film rilanciò in particolare la carriera di Katharine Hepburn, reduce da diversi flop al botteghino: fu proprio l'attrice a scegliere come regista George Cukor, che l'aveva già diretta in "Febbre di vivere" e "Piccole donne". Per i ruoli maschili, Grant e Stewart rimpiazzarono all'ultimo momento quelli che erano le prime scelte, ovvero Clark Gable e Spencer Tracy. Da segnalare, nel meraviglioso cast, anche la fotografa Liz Imbrie (Ruth Hussey), i genitori di Tracy (John Halliday e Mary Nash), l'impicciona sorellina Dinah (Virginia Weidler) e il gaudente zio Willie (Roland Young). Rifatto in chiave di musical nel 1956 ("Alta società", con Bing Crosy, Grace Kelly e Frank Sinatra).

6 gennaio 2011

Donne (George Cukor, 1939)

Donne (The women)
di George Cukor – USA 1939
con Norma Shearer, Joan Crawford
***1/2

Visto in DVD.

Mary Haines, dama dell'alta borghesia di Manhattan, viene a sapere dalla manicure di un salone di bellezza che il marito la tradisce con la commessa di un negozio di profumi (cosa di cui tutte le sue amiche erano già al corrente). Inizialmente cerca di far finta di nulla, continuando la sua vita di tutti i giorni; ma dopo uno "scontro" con la rivale nei camerini di uno stilista di moda, con lo scandalo finito ormai sui giornali, non ha altra scelta che recarsi a Reno (la città del Nevada dove si ritrovano tutte le donne nella sua condizione) per chiedere il divorzio. Pentita, riuscirà a riconquistare il marito strappandolo dalle grinfie dell'arrivista contendente. Acido e ironico ritratto della vita sociale dell'epoca, tratto da un lavoro teatrale di Clare Boothe Luce (scrittrice satirica che divenne poi ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia!) e sceneggiato da Anita Loos (l'autrice de "Gli uomini preferiscono le bionde"), il film è passato alla storia per il cast non solo vasto e stellare, ma esclusivamente femminile: benché di uomini si parli in continuazione, nella pellicola non compare un solo attore maschio, nemmeno nelle scene ambientate in esterni. I produttori dichiararono che persino gli animali che compaiono sullo schermo (cagnolini, cavalli) sono rigorosamente di sesso femminile! Fra le brillanti interpreti spiccano, oltre alla protagonista Norma Shearer (Mary) e alla sua rivale Joan Crawford (Crystal), l'amica impicciona Rosalind Russell (Sylvia), che a sua volta si fa "soffiare" il marito dalla disinvolta Paulette Goddard (Miriam); la più giovane e ingenua Joan Fontaine (Peggy); la "navigata" contessa Mary Boland (Flora); la cronista mondana Hedda Hopper (che interpreta sé stessa); e decine di altri personaggi. Sofisticato ed elegante, il film è dominato dall'ambiente frivolo ma frenetico dell'alta società newyorkese dell'epoca, con i personaggi che si aggirano in continuazione fra negozi, saloni di bellezza, centri per dimagrire o per fare ginnastica, tutti luoghi di aggregazione dove la principale attività consiste nel gossip alle spalle delle amiche. Memorabile, in particolare, la lunga sequenza della sfilata di moda (girata in Technicolor, mentre il resto del film è in bianco e nero), culmine visivo di una pellicola che in ogni scena consente di ammirare centinaia di capi di vestiario, di gioielli, di acconciature femminili dell'epoca. Nonostante le apparenze, comunque, non si tratta di una pellicola "femminista", visto che delle donne vengono messi in luce anche i numerosi difetti e la contraddittoria lotta fra emancipazione e dipendenza (anche e soprattutto economica) dagli uomini. Indicativo, al riguardo, un incisivo scambio di battute: a una signora che sbotta in un "Gli uomini, che mascalzoni, vogliono una cosa sola!", una ragazza replica "Che altro abbiamo da offrire?". Parecchi i remake o le pellicole che vi si sono ispirate: fra i primi, la commedia musicale "Sesso debole?" (1956) di David Miller con June Allyson, Joan Collins e Dolores Gray (che però prevedeva la presenza di uomini nel cast) e il recente "The Women" (2008) di Diane English con Meg Ryan, Annette Benning ed Eva Mendes; fra le seconde, "Donne – Waiting to Exhale" (1995) di Forest Whitaker con Whitney Houston e Angela Bassett. Naturalmente il film ha contribuito a cementare ancora di più la reputazione di Cukor quale "regista di attrici".

14 maggio 2010

L'impareggiabile Godfrey (G. La Cava, 1936)

L'impareggiabile Godfrey (My man Godfrey)
di Gregory La Cava – USA 1936
con William Powell, Carole Lombard
***

Visto in DVD.

Un classico della screwball comedy anni trenta. Un barbone viene assunto come maggiordomo nella villa di una famiglia ricca ed eccentrica, dopo che ha aiutato la figlia minore a vincere una specie di "caccia al tesoro" organizzata fra i membri dell'alta società (i partecipanti dovevano condurre con sé un derelitto). Qui il misterioso Godfrey, che si rivelerà sorprendentemente all'altezza (è garbato, intelligente e ironico), insegnerà ai viziati abitanti della casa i veri valori della vita, come l'umiltà e il rispetto, ma anche come ritrovare equilibrio e felicità. E grazie alle sue competenze finanziarie rimetterà persino in sesto i conti in rosso della famiglia. Fra satira sociale (i ricchi vengono ritratti come fuori di testa, bizzarri, insensibili) e riferimenti realistici all'attualità (come quelli alla grande depressione: fra i "colleghi" di Godfrey ci sono anche banchieri caduti in rovina), il film è condito da squarci surreali e tocchi di melodramma romantico. Powell e la Lombard (nei panni dell'ingenua e stupida Irene, che finisce con l'innamorarsi di Godfrey) nella vita reale erano stati sposati dal 1931 al 1933, e questo forse spiega la tensione palpabile in alcune scene. Grandioso il cast di contorno, che comprende Eugene Pallette (il placido capofamiglia, ormai rassegnato a sopportare le stravaganze della consorte e delle indisciplinate figlie), Alice Brady (la moglie svampita e smemorata), la bella Gail Patrick (l'orgogliosa e arrogante figlia maggiore), Jean Dixon (la cameriera sensibile), Alan Mowbray (il vecchio amico di Godfrey) e Mischa Auer (l'irresistibile musicista scroccone, protetto dalla padrona di casa, che imita un gorilla e suona al piano "Oci Ciornie"). Molto belli anche i titoli di testa, con le insegne luminose sui tetti. Il film ricevette sei nomination agli Oscar: per regia, sceneggiatura e tutte le quattro riservate agli attori (per Powell, Lombard, Auer e Brady). Nel 1957 ne è stato fatto un remake con David Niven.

28 aprile 2010

A qualcuno piace caldo (B. Wilder, 1959)

A qualcuno piace caldo (Some like it hot)
di Billy Wilder – USA 1959
con Jack Lemmon, Tony Curtis, Marilyn Monroe
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra e Courtney.

"Nessuno è perfetto", recita la celeberrima battuta di Joe E. Brown che conclude il film: eppure, dopo averlo rivisto per l'ennesima volta, viene la tentazione di affermare che siamo proprio di fronte a qualcosa di perfetto. Merito della regia frizzante di Billy Wilder, naturalmente, e della sceneggiatura da lui scritta insieme al fidato I.A.L. Diamond, che non risparmia battute e gag "ardite" per l'epoca e ancora oggi, ma anche dell'interpretazione del trio di protagonisti di quella che è una delle migliori commedie della storia del cinema: la deliziosa Marilyn, nei panni di Zucchero Kandiski, svampita suonatrice di ukulele a caccia di milionari, e l'affiatata coppia formata da Jack Lemmon e Tony Curtis, spiantati suonatori di jazz (rispettivamente contrabbasso e sassofono), costretti a fuggire in tutta fretta da Chicago dopo essere stati testimoni involontari del massacro di San Valentino (siamo nel 1929) e travestitisi da donna per infiltrarsi in un'orchestra femminile diretta in Florida. Laggiù, Curtis ("Josephine") cambierà ancora travestimento, indossando i panni di un raffinato e occhialuto magnate del petrolio (che colleziona le conchiglie della Shell) per far colpo su Marilyn, mentre Lemmon ("Daphne") dovrà fare i conti con l'ostinato corteggiamento da parte dell'attempato Osgood (Brown), lui sì milionario per davvero. Gag strepitose, battute fulminanti, equivoci a sfondo sessuale e l'irresistibile simpatia di tutti i personaggi rendono la pellicola un vero capolavoro nel suo genere, mentre l'ambientazione negli anni del proibizionismo e la cornice da film di gangster (che giustifica la scelta della fotografia in bianco e nero: inizialmente il film avrebbe dovuto essere girato a colori, ma il regista cambiò idea a causa del pesante make-up necessario per truccare da donna Lemmon e Curtis) aggiungono la necessaria tensione. La sensualissima Marilyn canta alcuni dei suoi brani più famosi: "Runnin' wild", "I'm through with love" e soprattutto "I wanna be loved by you". Il titolo della pellicola (che si riferisce al jazz) proviene da un verso di una filastrocca per bambini, "Pease porridge hot".

28 maggio 2009

L'erba del vicino è sempre più verde (S. Donen, 1960)

L'erba del vicino è sempre più verde (The grass is greener)
di Stanley Donen – GB 1960
con Cary Grant, Deborah Kerr
**

Visto in divx, con Marisa.

Una coppia di nobili inglesi (Grant e la Kerr), in ristrettezze economiche, ha trasformato il proprio castello in un museo aperto al pubblico. Un giorno, fra i turisti in visita, giunge un miliardario americano (Robert Mitchum) che si innamora della lady, ricambiato. Il marito, senza perdere il suo aplomb britannico, cercherà di riconquistare la consorte con l'aiuto di una vecchia amica (Jean Simmons) e del fedele maggiordomo (Moray Watson). Commedia alla Noël Coward, chiaramente ispirata a un lavoro teatrale (di Hugh Williams e Margaret Vyner), visto che è estremamente verbosa e si svolge (quasi) sempre fra le quattro mura del castello. Mi è parsa un po' scontata e non particolarmente avvincente, a dire il vero, nonostante gli interpreti. Ma probabilmente era da guardare in lingua originale, visto che molti giochi di parole si basano sulle differenze fra l'inglese britannico e americano. Divertenti i titoli di testa, con i protagonisti e la troupe impersonati da alcuni neonati.

4 febbraio 2009

La signora del venerdì (H. Hawks, 1940)

La signora del venerdì (His girl friday)
di Howard Hawks – USA 1940
con Rosalind Russell, Cary Grant
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

La giornalista d'assalto Hildy Johnson comunica al suo capo (ed ex marito) Walter Burns che intende licenziarsi per convolare a nozze con uno scialbo assicuratore (Ralph Bellamy). Ma prima di partire Burns riesce a convincerla a occuparsi di un ultimo fatto di cronaca, l'imminente esecuzione di un uomo accusato di aver ucciso un poliziotto. L'evolversi della vicenza (il condannato riesce ad evadere e si nasconde proprio nella sala stampa dove Hildy e i suoi colleghi stanno lavorando) e gli intrighi di Burns riusciranno a fare cambiare idea a Hildy e a farle capire che in fondo ama troppo il giornalismo per rinunciarvi: un mestiere che richiede molti sacrifici ma che è capace di grandi gratificazioni, come la soddisfazione di smascherare la corruzione dei potenti. Caratterizzato da dialoghi vivacissimi e da un ritmo frizzante, il film è tratto dalla commedia teatrale "The Front Page" di Ben Hecht e Charles MacArthur (all'epoca giornalisti, poi brillanti sceneggiatori), già portata sullo schermo nel 1931 da Lewis Milestone (ma la versione più celebre sarà quella di Billy Wilder del 1974, "Prima pagina", con Jack Lemmon e Walter Matthau) e ne modifica notevolmente alcuni aspetti, in particolare trasformando il protagonista da uomo a donna: in questo modo i suoi battibecchi con il direttore del quotidiano assumono i toni della classica battaglia fra sessi, e il film diventa anche una commedia romantica (oltre che lottare per farla restare al giornale, Grant vuole anche riconquistarla). La Russell è dinamica e spigliata, unica reporter donna in un mondo di uomini, mentre Grant veste il suo solito ruolo da simpatica canaglia, pronto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi. Da sottolineare una battuta metacinematografica: per descrivere l'aspetto del promesso sposo di Hildy, Burns dice che "assomiglia a quell'attore... a Ralph Bellamy". Il titolo italiano traduce alla lettera un'espressione gergale, derivata dal romanzo "Robinson Crusoe": girl friday significa "assistente tuttofare".

7 dicembre 2008

L'ottava moglie di Barbablù (E. Lubitsch, 1938)

L'ottava moglie di Barbablù (Bluebeard's eighth wife)
di Ernst Lubitsch – USA 1938
con Gary Cooper, Claudette Colbert
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Il ricchissimo magnate americano Brandon incontra a Nizza la graziosa Nicole, figlia di un nobile decaduto, e se ne innamora immediatamente. Ma il giorno stesso delle nozze, la ragazza scopre che lui ha già avuto sette mogli e che ha divorziato da tutte entro pochi mesi. Fa allora inserire nel contratto di nozze una clausola che le farà guadagnare un cospicuo vitalizio in caso di un nuovo divorzio e comincia a rendergli la vita difficile in ogni modo per spingerlo a rompere il matrimonio... Movimentata commedia sulla guerra dei sessi e sul dualismo fra interessi e sentimenti, sceneggiata da Charles Brackett e Billy Wilder con dialoghi veloci e scoppiettanti: in molte cose sembra in effetti una pellicola quasi più wilderiana che lubitschiana (anche se naturalmente proprio Lubitsch è stato il maestro e il faro illuminante di Wilder). Fra gag-tormentoni basate su frasi, oggetti o situazioni che sembrano spuntare da contesti assurdi (come il pigiama a righe che fa incontrare i due protagonisti, la vasca da bagno di Luixi XIV che il padre di Nicole vuol vendere a Brandon, la parola "Cecoslovacchia" da compitare all'indietro per addormentarsi), l'utilizzo della musica come commento sonoro ai movimenti dei personaggi, o il gioco di gelosie e di ripicche che i due coniugi mettono in atto l'uno nei confronti dell'altro, la storia si dipana in maniera a tratti sorprendente. L'unica cosa che non mi ha convinto sono stati i due attori protagonisti: non ho mai trovato Cooper particolarmente adatto ai ruoli comici, mentre la Colbert mi è un po' antipatica. Nel cast ci sono anche Edward Everett Horton (il marchese de Loiselle, padre di Nicole) e un giovane David Niven (amico e spasimante di Nicole, nonché impiegato di Brandon, in un ruolo alla Charles Ruggles). Proprio all'inizio c'è una delle gag migliori: un cartello nella vetrina di un negozio di Nizza recita "Si parla l'inglese, si capisce l'americano".

12 ottobre 2007

Ero uno sposo di guerra (H. Hawks, 1949)

Ero uno sposo di guerra (I was a male war bride)
di Howard Hawks – USA 1949
con Cary Grant, Ann Sheridan
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Nella Germania del dopoguerra, fra bisticci e litigate di ogni tipo, un capitano dell'esercito francese (Grant) e un tenente dell'esercito americano (la Sheridan) scoprono di essere innamorati e decidono di sposarsi. Il problema sorge quando intendono trasferirsi negli Stati Uniti: per ottenere il permesso di soggiorno, il marito è costretto a far ricorso alla legge che regola l'immigrazione dei coniugi dei militari all'estero, la norma sulle cosiddette "spose di guerra", che però nessuno prevedeva di dover applicare a un uomo. Dopo una prima parte basata sul conflitto fra i sessi (tema abituale per il regista), la seconda metà del film gioca invece sul ribaltamento dei ruoli, con Grant che giunge a doversi travestire da donna pur di averla vinta sulla burocrazia e sull'ottusità delle forze armate. Divertente ma un po' datato, non è uno degli Hawks migliori anche se qualche risata, soprattutto nel finale, la strappa.