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23 dicembre 2022

Pinocchio (Guillermo del Toro, 2022)

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro's Pinocchio)
di Guillermo del Toro, Mark Gustafson – USA 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver perso il figlio Carlo in un bombardamento durante la prima guerra mondiale, il falegname Geppetto lo "ricrea" con le fattezze di un burattino di legno, Pinocchio, al quale una fata infonde magicamente la vita. Inizialmente capriccioso e indisciplinato, Pinocchio – grazie anche ai consigli di Sebastian, il grillo parlante – saprà dimostrare generosità, coraggio e altruismo. Appassionato da sempre alla fiaba di Carlo Collodi (con cui era entrato in contatto in giovane età, come molti, attraverso la celebre versione animata della Disney), Del Toro ha voluto realizzarne una rilettura personale che, pur mantenendo l'impianto narrativo di base, se ne discosta in parecchi aspetti. Innanzitutto l'ambientazione è spostata agli anni del fascismo, con tanto di breve apparizione (per quanto caricaturale) di Mussolini stesso. Anche Lucignolo diventa il figlio del podestà locale, e lui e Pinocchio sono costretti ad arruolarsi in un campo di addestramento per soldati bambini. Ne conseguono toni dark, adulti e quasi horror, che si alternano ai momenti comici (come quelli che vedono protagonista il grillo), a quelli avventurosi (la lotta contro il mostro marino) e ad altri addirittura metafisici (l'aldilà dove Pinocchio si ritrova dopo ogni sua "morte": la Morte stessa, impersonificata da una sorta di chimera, è la sorella della fata dei boschi), oltre naturalmente al complesso rapporto fra padre e figlio che lega Geppetto al burattino. L'altalena di registri può lasciare perplessi, a dire il vero, visto che la pellicola non è sempre coerente nei suoi toni (e nel pubblico di riferimento: adulto o infantile?), ma è quantomeno da apprezzare la scelta di non fare l'ennesimo remake identico di una storia di cui il cinema ha ormai abusato allo sfinimento (la bella versione di Matteo Garrone, per esempio, risale a solo tre anni fa). Se molti degli aspetti più "oscuri", a ben vedere, non tradiscono il materiale originale (la fiaba di Collodi sapeva essere parecchio cupa e angosciante già di suo), Del Toro sorprende – ma nemmeno troppo – nel rifuggire le letture più moraliste e pedagogiche della vicenda, come la tentazione di "imbrigliare" il protagonista nell'obbedienza, nel conformismo e nel rispetto delle regole, qui simboleggiate dal fascismo. Anche il finale, in cui si rinuncia alla canonica trasformazione in un bambino in carne e ossa, suggerisce come questa non sia necessaria per diventare "un bambino vero": bastano le azioni che si compiono. Fra i personaggi minori spiccano il Conte Volpe, imbonitore del circo che "recluta" Pinocchio come attrazione, e il suo assistente-schiavo, la scimmia Spazzatura. Molti, invece, gli episodi e i personaggi iconici assenti, come il Gatto e la Volpe (fusi con Mangiafuoco nella figura del suddetto imbonitore) e il paese dei balocchi. L'animazione in stop motion è di ottima fattura, arricchita comunque dagli effetti visivi della fotografia digitale. Del tutto dimenticabile invece la colonna sonora di Alexandre Desplat, (brutte) canzoni comprese.

21 settembre 2022

La fiera delle illusioni (Guillermo del Toro, 2021)

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (Nightmare Alley)
di Guillermo del Toro – USA/Messico 2021
con Bradley Cooper, Cate Blanchett
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

All'inizio degli anni quaranta, il truffatore Stan Carlisle (Bradley Cooper) mette a frutto le tecniche di mentalismo e chiaroveggenza che ha appreso negli anni trascorsi come imbonitore in un circo itinerante per spillare soldi ai membri dell'alta società, proponendosi come medium e spiritista, con la complicità di una subdola psicanalista (Cate Blanchett) che gli rivela i segreti dei suoi ricchi clienti. Ma quando tenterà il colpo grosso ai danni di Grindle (Richard Jenkins), un milionario recluso che soffre di sensi di colpa per la morte della ragazza che ha amato in gioventù, le cose non andranno come previsto... Il nuovo film di Del Toro, dopo il successo de "La forma dell'acqua", è un originale thriller psicologico tratto dal classico romanzo di William Lindsay Gresham che era già stato portato sul grande schermo da Edmund Goulding nel 1947 con Tyrone Power (la cui figlia Romina ha qui un breve cameo nella scena dell'esibizione di Stan al ristorante). Il protagonista, ambizioso imbonitore da fiera con un misterioso e tragico passato (svelato poco a poco), è al centro di una vicenda in cui è convinto di poter manipolare facilmente le persone intorno a sé – che si tratti delle sue "vittime", della ragazza che ama, Molly (Rooney Mara), fuggita con lui dal circo, o della subdola femme fatale Lilith (una Blanchett in versione dark lady) – salvo infilarsi in una spirale di autodistruzione che lo porterà, tormentato a sua volta dai sensi di colpa, a finire nel peggiore dei modi, in un cerchio che si chiude. Ben recitato e molto bello visivamente, il film è purtroppo debole narrativamente: la storia e le sue svolte non lasciano incantati come il precedente (e più romantico) "La forma dell'acqua", né stupefatti come un altro film su truffe e illusioni per certi versi simile, quale "The prestige" di Nolan. Da elogiare però l'ottima confezione, con regia, fotografia e scenografie all'altezza degli altri lavori di Del Toro, e un'accattivante ricostruzione ambientale, tanto nella parte legata alla fiera (la prima ora di film), tanto in quella negli ambienti più altolocati (la seconda ora). Il ricco cast comprende anche Willem Dafoe (Clem, il direttore del circo), Toni Collette e David Strathairn (i due "maghi" da cui Stan apprende i segreti del mestiere), Ron Perlman (il forzuto Bruno), Peter MacNeill, Mary Steenburgen e Holt McCallany. Quattro nomination agli Oscar (per film, fotografia, scenografie e costumi) ma nessuna statuetta vinta. In alcune sale è circolata una versione in bianco e nero che ne accentua le sfumature noir.

19 febbraio 2018

La forma dell'acqua (Guillermo del Toro, 2017)

La forma dell'acqua (The Shape of Water)
di Guillermo del Toro – USA 2017
con Sally Hawkins, Michael Shannon
***

Visto al cinema Colosseo, con Giovanni e Sabrina.

A Baltimora, nei primi anni sessanta, l'umile, muta e sognante Elisa (Sally Hawkins) lavora come addetta alle pulizie nel laboratorio scientifico-militare dove è tenuta prigioniera una stupefacente creatura anfibia, catturata in Sudamerica dove era adorata dagli indios come un dio. Pur essendo entrambi privi della parola, i due entreranno in contatto e si innamoreranno. E la ragazza lo aiuterà a fuggire e a recuperare la libertà. Una fiaba romantica, fantastica e vintage, che illustra come superare le barriere dell'incomunicabilità e della solitudine: attraverso l'empatia e l'amore (anche se i primi approcci avvengono per mezzo del cibo e della musica, e l'acqua rimane un elemento che avvolge tutto e accomuna in più punti di due protagonisti). Con una trama forse non originalissima (chi ha detto "Free Willy"?) ma comunque ricca di spunti, e uno stile che ricorda "Il fantastico mondo di Amelie" e i lavori di Tim Burton (ma superiore a entrambi, visto che riesce ad evitare tutte le trappole della melassa o della retorica), Del Toro realizza una sorta di sequel non ufficiale de "Il mostro della laguna nera", il classico monster movie degli anni cinquanta di cui il regista è un fan sin dall'infanzia (e in effetti, per un breve periodo, è stato in trattativa con la Universal per realizzare proprio un remake di quel titolo), immaginando che la storia d'amore fra la bella e la bestia vada a buon fine. Proprio l'ambientazione temporale – siamo in piena guerra fredda (si citano i missili su Cuba e il primo uomo nello spazio, permettendoci di collocare la vicenda nel 1962 o subito dopo: e in effetti gli scienziati vogliono studiare il mostro nella speranza di scoprire qualcosa che consenta di vincere la corsa allo spazio con i sovietici, fino ad allora in vantaggio; nel cinema sotto la casa di Elisa si proiettano "La storia di Ruth" (1960) e "Martedì grasso" (1958), ma non è detto che siano prime visioni) – viene usata in più modi: come collegamento metafilmico al materiale di ispirazione ("Il mostro della laguna nera", appunto), come ausilio alla caratterizzazione dei personaggi, come sorgente di spunti narrativi, ma anche come elemento estetico e creativo (i colori, la musica, la cultura di quell'epoca, con tutte le sue ingenuità e contraddizioni). Da segnalare anche la sequenza onirica in cui Elisa e il mostro ballano sul set di un musical cinematografico (in bianco e nero), un omaggio a "Seguendo la flotta" con Fred Astaire e Ginger Rogers (la canzone è "You'll Never Know" di Alice Faye). Ma le citazioni cinefile sono numerosissime (oltre a quelle già citate, Giles guarda in televisione film con Shirley Temple, Betty Grable... e Ed il mulo parlante), anche indirette (le scarpette rosse di Elisa) o autoreferenziali (Del Toro aveva già ritratto una creatura anfibia in "Hellboy").

L'amore, l'emarginazione, la solitudine e le apparenze (umane o meno) sono temi che caratterizzano, nel bene o nel male, tutti i personaggi: da Giles (Richard Jenkins), anziano pittore gay e vicino di casa di Elisa, innamorato di un giovane barista e che deve lottare con i pregiudizi (i suoi e degli altri), a Zelda (Octavia Spencer), logorroica collega di Elisa, persona marginalizzata e "invisibile" per eccellenza negli Stati Uniti di quel periodo (donna, nera, povera); dal colonnello Strickland (Michael Shannon), che dirige la base con il pugno di ferro, quanto mai conformista in un periodo in cui ogni devianza era vista con sospetto (e infatti la sua famiglia, la sua casa, la sua automobile sembrano uscite da brochure pubblicitarie di quegli anni), a Bob/Dimitri (Michael Stuhlbarg), la spia russa infiltrata fra gli scienziati, che aiuta Eliza a far fuggire il mostro dal laboratorio. Oltre che romantica, la pellicola è nostalgica, emozionante e coinvolgente, ma mai melensa (anzi, non si tira indietro di fronte ad argomenti come il sesso – uno degli elementi che ci parlano della solitudine di Elisa è il suo rituale di masturbazione mattutino, naturalmente nella vasca piena d'acqua: quella stessa vasca dove farà poi l'amore per la prima volta con la creatura; per il "cattivo" Strickland, invece, il sesso è un atto di dominazione e di controllo, tanto che tappa la bocca alla moglie mentre fanno l'amore, e manifesta interesse anche per Elisa solo perché è muta). E non mancano brevi tocchi di gore (le dita staccate di Strickland, il cui andare in cancrena simboleggia la caduta progressiva dell'uomo verso il baratro; il gatto divorato), per ricordarci che si tratta comunque di un film per adulti. Certo, l'idea che anche un laboratorio segreto come quello in cui è custodito il mostro abbia bisogno di addetti alle pulizie è al tempo stesso realistica e da nerd (ricorda la discussione in "Clerks" sugli operai impiegati nella costruzione della Morte Nera). Nonostante un cast di nomi poco noti (sotto il costume della creatura anfibia si cela Doug Jones, habitué per personaggi simili nei film di Del Toro), il film ha riscosso un enorme successo di critica, vincendo a sorpresa il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia (dove raramente vengono premiati film di genere) e conquistando ben tredici nomination agli Oscar (mi resta il sospetto che, se fosse uscito negli anni ottanta, se le sarebbe sognate): l'unico lavoro di Del Toro ad avere in precedenza ricevuto un tale riscontro critico era stato "Il labirinto del fauno" nel 2007 (che vinse tre Oscar sui sei nomination). Fondamentale la fotografia di Dan Laustsen, che dona una suggestione acquatica a ogni scena (anche nella scelta dei colori, persino per l'automobile di Strickland!), così come la colonna sonora di Alexandre Desplat.

8 luglio 2017

Crimson Peak (Guillermo del Toro, 2015)

Crimson Peak (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2015
con Mia Wasikowska, Tom Hiddleston, Jessica Chastain
**

Visto in TV.

Alla fine dell'ottocento, la giovane americana Edith (Wasikowska), ereditiera e aspirante scrittrice, sposa il baronetto inglese Thomas Sharpe (Hiddleston) e si trasferisce a vivere con lui e con sua sorella Lucille (Chastain) nel decadente castello di famiglia. La ragazza ignora che Thomas l'ha sposata solo per il suo denaro (con il quale intende rimettere in funzione la miniera di argilla rossa che si trova sotto la sua proprietà) e che, con la complicità di Lucille, progetta di avvelenarla, proprio come ha fatto con le sue precedenti spose. Per sua fortuna, Edith può contare sull'aiuto dei fantasmi: quello della madre, che la mette in guardia dai pericoli, e quelli delle donne già uccise dai due fratelli. A metà strada fra la favola di Barbablù e le ghost story ottocentesche sulle case infestate (ma i fantasmi sono usati in maniera decisamente originale: non è da loro che la protagonista deve guardarsi), una fiaba dark e horror condita da misteriose presenze soprannaturali e inquietanti sottotesti incestuosi (il rapporto morboso fra Thomas e la sorella). Come sempre nei lavori di del Toro, però, l'aspetto preponderante è quello visivo: la fotografia ipersatura mette in forte evidenza i colori (quasi come in "Suspiria"), in particolare il rosso dell'argilla che permea il terreno su cui sorge il castello degli Sharpe e che evoca naturalmente il sangue. Ma rispetto a lavori come "Il labirinto del fauno", c'è molta meno fantasia, l'atmosfera si fa subito stantia, e anche il contesto storico ha relativamente poca importanza. Nel cast anche Charlie Hunnam (il medico/investigatore) e Jim Beaver (il padre di Edith).

3 giugno 2016

Blade II (Guillermo del Toro, 2002)

Blade II (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2002
con Wesley Snipes, Kris Kristofferson
**

Rivisto in DVD.

Il secondo film di Blade è sicuramente migliore del primo per regia (Del Toro!), confezione, fotografia ed effetti speciali, e schiaccia maggiormente il pedale dell'azione e dell'horror. Peccato per una trama poco originale e per una sceneggiatura che nel finale, fra sorprese, tradimenti e colpi di scena, si rivela non priva di buchi logici. Questa volta Blade (Snipes) è costretto ad allearsi con i suoi nemici, i vampiri, che gli chiedono una tregua per affrontare insieme una minaccia comune: una nuova specie di succhiasangue, nati da da una variante del virus del vampirismo, dotati di capacità sovrumane, fattezze mostruose (la mandibola che si apre, l'aspetto malaticcio alla Nosferatu) e immuni all'argento e all'aglio (ma non alla luce del sole), che predano non solo gli esseri umani ma anche e soprattutto gli stessi vampiri. Blade si ritrova così a guidare l'Emobranco, unità d'èlite di combattenti fra i quali spiccano la bella Nyssa (Leonor Varela), figlia del capo supremo dei vampiri, e l'infido Reinhardt (Ron Perlman, l'attore feticcio di Del Toro). Oltre al protagonista, l'unico personaggio che ritorna dal film precedente è il vecchio mentore Whistler (Kristofferson), che si scopre non essere morto ma solo tenuto prigioniero dei vampiri per un paio di anni. Nel frattempo Blade si è procurato un nuovo assistente e armaiolo, più giovane: Scud (Norman Reedus). Nella prima parte del film è reso ancora più esplicito il parallelo fra vampiri e tossicodipendenti, che vanno in crisi d'astinenza quando non possono più bere sangue: peccato che la metafora si perda man mano che la pellicola procede e si trasforma in un action movie simile a tanti altri. Come spesso capita con Del Toro, al fascino di forma e immagini corrisponde poca sostanza dal lato dei contenuti. Il terzo e ultimo film della trilogia sarà diretto direttamente dallo sceneggiatore, David S. Goyer.

7 febbraio 2016

Mimic (Guillermo del Toro, 1997)

Mimic (id.)
di Guillermo del Toro – USA 1997
con Mira Sorvino, Jeremy Northam
*1/2

Visto in divx.

Tre anni dopo aver debellato una terribile epidemia portata dagli scarafaggi grazie a una specie di insetto modificata geneticamente e utilizzata come agente biologico, l'immunologo Jeremy Northam e l'entomologa Mira Sorvino scoprono che alcuni individui di quella specie sono sopravvissuti (nonostante fossero stati programmati come sterili) e sono mutati in maniera mostruosa e inquietante. Il metabolismo accelerato degli insetti, infatti, ne ha velocizzato l'evoluzione. E la capacità di "mimare" i loro predatori, in questo caso l'uomo, li ha trasformati in un gigantesco ibrido uomo-insetto che ora infesta i sotterranei e i tunnel in disuso della metropolitana di New York. Il secondo lungometraggio di Guillermo Del Toro, al suo primo lavoro negli Stati Uniti, è un fanta-horror a tinte cronenberghiane e che richiama a tratti il mix fra azione e claustrofobia di "Alien", ma che dopo un promettente inizio non sfugge alle trite logiche del film da totomorti (il gruppo di persone in pericolo in un luogo chiuso: assieme ai due protagonisti ci sono l'immancabile poliziotto nero, due piccoli ladruncoli, e un anziano ciabattino con figlio autistico). Buoni gli spunti di partenza (la passione del regista per gli insetti era evidente sin dal suo film d'esordio, il messicano "Cronos") e il focus sui bambini, per non parlare dell'aspetto visivo, ma per lunghi tratti ci si annoia e di brutto. A onor del vero, Del Toro ha lamentato di non aver potuto gestire il montaggio finale, dichiarandosi insoddisfatto del risultato (nel 2011 è comunque uscita una "Director's Cut"). Nel cast anche Josh Brolin, Giancarlo Giannini e F. Murray Abraham. Con due seguiti direct-to-video (non di Del Toro).

2 gennaio 2016

Cronos (Guillermo del Toro, 1993)

Cronos (id.)
di Guillermo del Toro – Messico 1993
con Federico Luppi, Ron Perlman
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un anziano antiquario (Luppi) trova per caso un misterioso congegno, costruito da un alchimista/orologiaio vissuto nel sedicesimo secolo, che ha il potere di donare la vita eterna: foggiato come un insetto meccanico, trasforma infatti chi "infilza" in una sorta di vampiro (con tanto di sete di sangue e idiosincrasia alla luce), infondendogli vitalità e, naturalmente, immortalità. Sulle tracce dell'apparecchio c'è anche un ricco imprenditore (Claudio Brook), che per motivi di salute non può uscire dalla propria casa e che si serve, come manodopera, del nipote Angel (Perlman). Il lungometraggio d'esordio del regista messicano Guillermo del Toro è una curiosa variazione sul tema dei vampiri, con reminescenze della prima serie de "Le bizzarre avventure di JoJo" (il dispositivo che trasforma il protagonista in non-morto ricorda per molti versi la maschera di pietra del manga di Hirohiko Araki), e presenta già alcune caratteristiche che saranno ricorrenti nel suo cinema, dalla "fissazione" per gli insetti (come confermerà subito il successivo "Mimic") alla fusione di spunti fantastici e orrorifici con la realtà quotidiana, fino all'attenzione per il punto di vista dei bambini (qui c'è la nipotina dell'antiquario, che assiste muta alla sua trasformazione e alle sue peripezie). Lo stile curato e la suggestiva confezione visiva (la fotografia è di Guillermo Navarro) lo rendono degno di nota, nonostante il basso budget e l'esilità della sceneggiatura, che nella seconda parte non riesce a sviluppare in maniera originale gli spunti iniziali. Sia l'attore argentino Federico Luppi che, soprattutto, quello americano Ron Perlman torneranno a collaborare a più riprese con il regista.

26 luglio 2013

Pacific Rim (Guillermo del Toro, 2013)

Pacific Rim (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2013
con Charlie Hunnam, Idris Elba
***

Visto al cinema Plinius, con Monica, Elena e Paolo.

I kaiju, giganteschi mostri che sorgono dalle profondità dell'Oceano Pacifico (attraverso una breccia sul fondo che costituisce un portale verso un'altra dimensione), attaccano le città della Terra. Per difendersi, gli esseri umani costruiscono gli jaeger, enormi robot che a causa della loro complessità devono essere manovrati da coppie di piloti "interconnessi" mentalmente fra di loro. Robottoni contro mostri giganti: così si può riassumere la trama di un film che Del Toro dedica alla memoria di due "creatori di mostri" quali Ishiro Honda e Ray Harryhausen (quest'ultimo recentemente scomparso) e che porta sullo schermo ciò che gli otaku, ovvero gli appassionati di manga, anime e film giapponesi, hanno sempre amato e sognato. Pochi i fronzoli e le concessioni al gusto hollywoodiano: anche se non mancano alcune sottotrame edificanti (per lo più sui rapporti famigliari: fratelli, padri e figli, eccetera), non siamo di fronte a una copia di "Transformers" (nessun improbabile adolescente che si improvvisa eroe, per esempio) né allo sfruttamento puramente commerciale di una franchise del passato per richiamare al cinema eventuali nostalgici, ma a un sincero atto d'amore per due generi dell'intrattenimento ben precisi: l'anime robotico o mecha (da "Mazinga" a "Gundam", da "Gackeen" – visti i due piloti – a "Evangelion") e il kaiju eiga alla "Godzilla". E pur evitando il citazionismo spinto per non cadere nell'effetto pastiche, ne ripropone tutti i cliché (a cominciare dai mostri che attaccano uno alla volta) con passione, entusiasmo e l'esplicito desiderio di divertire il pubblico senza imbrigliarlo in scenari troppo complessi e psicologie ciniche e contorte. Di fronte a certe scene, sembra davvero di tornare bambini: esaltante, per dirne una, il momento in cui il robot del protagonista, Gipsy Danger, estrae la spada. Niente fronzoli, dicevo: il regista (con il co-sceneggiatore Travis Beacham) è abbastanza saggio da dedicarsi solo a mettere in immagini la trama (semplice ma solida, una volta attivata la necessaria sospensione dell'incredulità) e l'azione (fenomenali i combattimenti sotto la pioggia, "sporchi" e confusi quel tanto che basta per dare un'impressione di realismo, ma comunque sempre comprensibili e di un'estrema "fisicità"). A proposito dell'aspetto visivo, pare che Del Toro si sia ispirato al dipinto "Il colosso" di Francisco Goya per evocare nello spettatore le stesse sensazioni di "meraviglia" durante le battaglie. In un film del genere il cast conta poco, ma sono da segnalare il roccioso Idris Elba nei panni del comandante Pentecost e la bella Rinko Kikuchi in quelli di Mako, la co-pilota giapponese del protagonista Raleigh Becket (Charlie Hunnam). Charlie Day e Burn Gorman sono i due scienziati che studiano i mostri, mentre il solito Ron Perlman si (e ci) diverte nel ruolo del gangster hongkonghese (dal bizzarro nome di Hannibal Chau) che rivende al mercato nero i frammenti di kaiju.

28 marzo 2009

Hellboy 2 (Guillermo del Toro, 2008)

Hellboy: The golden army (Hellboy II: The golden army)
di Guillermo del Toro – USA 2008
con Ron Perlman, Selma Blair
**

Visto in DVD, con Hiromi.

Il secondo film di Hellboy (chissà perché nel titolo italiano è stato eliminato il numero e mantenuto il sottotitolo in inglese) è migliore del precedente, ma di poco. Stavolta Del Toro – il cui talento visivo continua a dimostrarsi straordinario ma, ahimè, è anche l'unica cosa che davvero vale la pena di salvare nel film, a parte forse il tono ironico e scanzonato del protagonista – punta maggiormente su un ambientazione da fiaba dark, a lui più congeniale, e si distacca sia dal filone supereroistico sia dalle indagini sul paranormale che caratterizzano il fumetto di Mignola. Hellboy e i suoi compagni (l'anfibio Abe e la pirocinetica Liz – che hanno più spazio e sono approfonditi maggiormente rispetto al primo capitolo – ai quali si aggiunge lo scienziato incorporeo Johann Krauss) sono alle prese con il principe di un regno fatato, popolato da elfi e troll, che intende scatenare un esercito di soldati meccanici e indistruttibili contro la razza umana e tornare così a dominare la Terra come avveniva un tempo. Si vedono molte creature fantastiche che non sfigurano di fronte a quelle de "Il labirinto del fauno" e che fanno ben sperare per l'imminente "Hobbit" (la scelta di Del Toro come sostituito di Peter Jackson mi sembra davvero azzeccata!): particolarmente riuscita è la piccola "fatina dei denti", spaventosa ma kawaii al tempo stesso. Bella anche la lotta contro la pianta gigante, mentre certe sequenze (l'incipit, il mercato dei troll) fanno venire in mente Neil Gaiman o Tim Burton. Ottimi i costumi e le scenografie, apprezzabile il rilevante ricorso a pupazzi e al trucco anziché alla computer grafica. Il punto debole continua a essere la sceneggiatura, non tanto per la caratterizzazione dei personaggi (che stavolta, come detto, è decisamente migliore anche nel caso delle figure minori) quanto per il plot, semplicistico e prevedibile; per la tensione, che non monta mai; e soprattutto per il ritmo, visto che la vicenda ha frequenti cadute di tono: la mia attenzione continuava ad avere alti e bassi e spesso non mi importava granché di quello che capitava sullo schermo. Comunque merita una visione, e per fortuna si può anche fare a meno di guardarsi prima il lungometraggio precedente.

27 marzo 2009

Hellboy (Guillermo del Toro, 2004)

Hellboy (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2004
con Ron Perlman, John Hurt
**

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Hellboy è una creatura infernale (con la pelle rossa, le corna e la coda) uscita da un portale dimensionale creato nel 1944 dai nazisti (e da Rasputin!) per evocare una forza in grado di mutare le sorti della guerra. Adottato da uno scienziato americano, oggi è diventato un agente di una speciale divisione dell'FBI che si occupa di indagini sul paranormale. Al suo fianco combattono altri "freaks" come l'uomo-pesce Abe Sapien (interpretato dal versatile Doug Jones) e la ragazza pirocinetica Liz Sherman, di cui Hellboy è innamorato (una convincente Selma Blair). Il personaggio e le sue storie, ricche di temi alla "Martin Mystére", provengono dai fumetti di Mike Mignola, di cui questo film condivide pregi e difetti: stile grafico accattivante, ambientazione intrigante, narrazione noiosa. Pur lavorando "su commissione", Del Toro sfoggia tutto il suo talento visivo nel creare atmosfere dark e fumettose che rendono la pellicola un film di supereroi del tutto sui generis. I costumi, le scenografie e gli effetti speciali concorrono a dar vita a un mondo che sullo schermo cinematografico non perde nulla del fascino che aveva sulla pagina disegnata. Peccato però che la storia sia poco interessante, che il ritmo sia malamente dosato e che persino le scene d'azione facciano talvolta sbadigliare. Rasputin, come villain principale, convince poco: molto più memorabile è il personaggio minore del nazista Krönen, con il corpo semi-mummificato. A parte Hellboy, ben impersonato da quel Ron Perlman che si era già fatto notare nei film di Jean-Pierre Jeunet (e che con Del Toro stringe un vero e proprio sodalizio), gli altri "buoni" non lasciano un particolare ricordo. Nel complesso il film mi è parso un'occasione sprecata, con l'unico pregio di confermare le grandi capacità visive del regista messicano.

21 luglio 2006

La spina del diavolo (G. del Toro, 2001)

La spina del diavolo (El espinazo del diablo)
di Guillermo del Toro – Spagna/Messico 2001
con Fernando Tielve, Eduardo Noriega
**1/2

Visto ieri al cinema Odeon, con Martin.

Circa un mese fa, in occasione della rassegna di Cannes, avevo visto e apprezzato l'ultimo film di Del Toro, "Il labirinto del fauno". Questa sua pellicola del 2001, che esce soltanto adesso nelle sale italiane, ne condivide molte caratteristiche. Anche in questo caso il regista messicano racconta una storia di bambini alle prese con il violento mondo degli adulti, collocandola nel periodo della guerra civile spagnola e condendola con un tocco di paranormale. L'ambientazione è bella e circoscritta: tutta la vicenda si svolge in un orfanotrofio dove vengono educati clandestinamente i figli dei guerriglieri. Fra le sale e i corridoi dell'edificio, però, sembra aggirarsi un fantasma: quello di un bambino morto in circostanze misteriose. Del Toro mette in mostra il suo notevole talento visivo, aiutato anche dalla fotografia calda e vibrante, ma rispetto al "Labirinto" il risultato è meno originale e i personaggi poco approfonditi. L'inizio è bello, ma poi la vicenda prende strade prevedibili e non si discosta molto da una classica ghost story d'atmosfera. Le minacce per i protagonisti, più che dall'esterno, provengono tutte dall'interno delle loro mura: la guerra rimane sullo sfondo e raramente arriva a lambire la vicenda, se si eccettua la presenza ingombrante e minacciosa di un'enorme bomba lasciata cadere da un aereo e conficcata nel bel mezzo del cortile centrale della scuola. E il finale, con la prevedibile resa dei conti con il cattivo, ricorda quasi un western (l'inquadratura del vecchio dottore alla finestra con il fucile mi è sembrata molto fordiana).

16 giugno 2006

Il labirinto del fauno (G. del Toro, 2006)

Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno)
di Guillermo del Toro – Spagna/Messico 2006
con Ivana Baquero, Sergi López
***1/2

Visto al cinema Odeon, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Cannes).

Nella Spagna del 1944, sconvolta dalla guerra civile, infuria la battaglia fra le truppe di Franco e i ribelli che si nascondono nei boschi. Ofelia (Ivana Baquero), una bambina la cui madre si è appena risposata con un crudele e spietato capitano dell'esercito franchista (Sergi López), entra in contatto con il mondo delle fate: un misterioso fauno le annuncia infatti che dovrà superare tre difficili prove per dimostrare di essere la principessa del magico Regno Sotterraneo e riconquistare così il proprio posto sul trono. Mentre da un lato la guerra prosegue sempre più cruenta, dall'altro la ragazzina si trova ad affrontare orchi e demoni. Un film strano e originale che riesce nell'intento di mescolare alcuni tragici eventi della storia recente (una costante di molti film di questa edizione di Cannes) con un universo fantasy cupo e gotico che sembra uscito dalle fantasie di Tim Burton incrociate con quelle di Peter Jackson. Le due anime del film sono fuse perfettamente fra loro, tanto che nessuna delle due prevale sull'altra e anzi si rinforzano a vicenda: mettere a confronto due mondi entrambi estremamente violenti come quello adulto della guerra e quello infantile delle fiabe (che potrebbe anche essere tutto frutto dell'immaginazione della piccola protagonista, un modo per proteggersi dagli orrori e dai cambiamenti che si dipanano intorno a lei, a partire dallo sconvolgimento della propria famiglia) è stata un'idea geniale. Meriterà una seconda visione. Il regista, messicano, è specializzato nel fantasy con venature horror: questo, come il precedente “La spina del diavolo”, è però molto più personale rispetto ai suoi successi hollywoodiani (“Blade II”, “Hellboy”). Ariadna Gil é Carmen, la madre di Ofelia. Maribel Verdú è Mercedes, la governante segretamente alleata dei ribelli. Doug Jones “interpreta” il fauno e un altro mostro, l'Uomo Pallido (ispirato a un demone del folklore giapponese e al Saturno del dipinto di Goya).