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18 agosto 2021

L'ultimo yakuza (Takashi Miike, 2019)

L'ultimo yakuza, aka First love (Hatsukoi)
di Takashi Miike – Giappone 2019
con Masataka Kubota, Sakurako Konishi
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per proteggere Yuri (Sakurako Konishi), una ragazza costretta a prostituirsi per ripagare i debiti del padre, la giovane promessa della boxe Rio (Masataka Kubota) si ritrova coinvolto suo malgrado nella faida fra due gruppi rivali di yakuza: anche perché Kase (Shota Sometani), uno dei criminali, progetta di far ricadere su di lei la colpa del furto di una partita di droga che intende segretamente spartirsi con il poliziotto corrotto Otomo (Nao Omori). Sfaccettato yakuza eiga con un cast corale e molteplici parti in gioco, anche se il centro della vicenda rimane quello legato alla coppia di misfits Leo/Yuri (che impareranno entrambi "a vivere": lei superando la propria tossicodipendenza, lui vincendo l'apatia e la paura di morire, essendogli stato diagnosticato un tumore al cervello). Gli altri personaggi spaziano dal comico/grottesco (la coppia Kase/Otomo, i cui progetti criminali – come in un film dei Coen o di Tarantino – sono continuamente frustrati da incidenti non previsti, ma anche Julie (Becky), la vendicativa compagna dello spacciatore ucciso da Kase) a quelli legati ai più classici temi dell'onore ("L'ultimo yakuza" del titolo italiano è Gondo (Seiyo Uchino), gangster vecchio stile rimasto fedele ai valori di un tempo, a differenza dei suoi più giovani colleghi). Miike dirige con mano solida, concedendosi solo a tratti alcuni dei suoi tocchi irriverenti e visionari (le allucinazioni quasi horror che tormentano Yuri, come l'apparizione del padre sotto forma di fantasma in mutande; la sequenza in animazione che consente di fare a meno degli effetti speciali in una scena ad alta spettacolarità), senza però mai varcare la soglia dell'eccesso o del cattivo gusto, anche se naturalmente i combattimenti sono assai cruenti e violenti. Ottimo anche il montaggio.

5 giugno 2020

L'immortale (Takashi Miike, 2017)

L'immortale (Mugen no junin, aka Blade of the immortal)
di Takashi Miike – Giappone/GB 2017
con Takuya Kimura, Hana Sugisaki
**1/2

Visto in TV (Netflix).

L'ex samurai Manji (Takuya Kimura) è stato reso immortale dalle sanguisughe magiche che una misteriosa monaca viandante ha introdotto nel suo corpo. Assoldato come guardia del corpo dalla giovane Rin (Hana Sugisaki), che assomiglia in modo impressionante alla sorella morta, la aiuterà a vendicare il padre, ucciso dai membri della scuola d'armi Itto-ryu guidata da Anotsu (Sota Fukushi), un guerriero che aspira a dominare tutti i dojo del Giappone. Dall'omonimo fumetto di Hiroaki Samura, di cui adatta i primi due volumi, una pellicola d'azione a base di innumerevoli combattimenti all'arma bianca. La storia, strutturata episodicamente (un evidente calco del manga originale), vede il protagonista affrontare un nemico dietro l'altro, senza una reale progressione (a tratti la trama sembra inventata man mano che si va avanti), anche se l'insieme risulta comunque accattivante nel suo mix di ambientazione storica (siamo durante lo shogunato Tokugawa, nel tardo Settecento) ed esagerazioni pop, con personaggi stravaganti e armi non ortodosse. Per certi versi è una versione giapponese del "300" di Zack Snyder, e come tale deve essere gustato, senza aspettarsi la solennità, l'essenzialità e il rigore dei film di samurai di un tempo. D'altronde si tratta di caratteristiche difficili da trovare in un film di Miike (a proposito: si tratterebbe del centesimo (!) lavoro del prolifico regista), da sempre più a suo agio con gli eccessi che non con la misura. In ogni caso il divertimento non manca, ma attenzione: i combattimenti sono estremamente cruenti, con spargimenti di sangue, arti e membra mozzate. In effetti, pur essendo uno spadaccino eccezionale, spesso Manji non vince perché è più forte del nemico di turno, ma semplicemente perché, essendo immortale, si riprende con regolarità dalle innumerevoli ferite che gli vengono inflitte.

21 aprile 2020

Sukiyaki western Django (T. Miike, 2007)

Sukiyaki Western Django (id.)
di Takashi Miike – Giappone 2007
con Hideaki Ito, Kaori Momoi
*1/2

Visto in TV.

Un misterioso pistolero solitario (Hideaki Ito) giunge in un villaggio conteso fra il clan degli Heike e quello dei Genji (rispettivamente vestiti di rosso e di bianco), in guerra fra loro ed entrambi alla ricerca di un fantomatico tesoro nascosto. Il titolo del film esplicita già tutto: siamo di fronte a una rilettura degli spaghetti western in salsa nipponica ("Sukiyaki" è un tipico piatto giapponese), con la presenza di Quentin Tarantino nel cast (nel ruolo del narratore) a condire il tutto con una pennellata di post-modernismo. E infatti si sguazza nel regno del pop e del citazionismo, spesso fine a sé stesso. La fotografia iperfiltrata, le esplosioni di violenza e di splatter, l'atteggiamento dei personaggi, la mancanza di realismo (con costumi e quinte teatrali) svelano il desiderio del cineasta di esibire soprattutto il proprio stile (anzi, un miscuglio di stili, alla "Kill Bill") e i propri interessi, anziché raccontare una storia. La trama è infatti esile, incoerente, poco originale, e i personaggi hanno una caratterizzazione risibile o inesistente. Nell'azione violenta e ipercinetica e nella confusione narrativa e visiva si mescolano suggestioni storiche e moderne, occidentali e orientali: cowboy armati di pistola (o di mitragliatrici!) si battono con samurai con la spada, case e saloon da villaggio western ospitano paraventi e dipinti orientali, yakuza con i tatuaggi citano Shakespeare (il capo degli Heike si fa chiamare Enrico IV, i genitori del piccolo Heihachi sono di fatto Giulietta e Romeo). Una commistione che all'inizio può divertire, ma a lungo andare stanca. Anche perché la narrazione non offre appigli, gli eventi appaiono quasi random e lo stesso protagonista non fa praticamente nulla prima del finale (quando si batte con l'ultimo nemico rimasto, sotto la neve). Persino i molti rimandi agli spaghetti western (di Leone e Corbucci) sono appunto filtrati da un approccio pop e citazionista, alla Tarantino, che guarda solo in superficie (ed è un peccato: in fondo "Per un pugno di dollari" era già una rilettura de "La sfida del samurai" di Kurosawa, anch'esso qui citato, quindi si sarebbe potuti tornare al punto di partenza). Il tutto resta pertanto un'esperienza vuota, a differenza di altre pellicole di Miike che, pur estreme o bizzarramente "folli" anche più di questa, un sottotesto sociale o psicologico ce l'avevano ("Visitor Q", "Ichi the killer", "Audition"...). Quanto all'esperienza straniante di vedere attori asiatici vestiti da cowboy, non è nulla che non si fosse già fatto (meglio) in passato, per esempio nel thailandese "Le lacrime della tigre nera". Il legame col "Django" di Corbucci viene spiegato sui titoli di coda (cinque anni più tardi, lo stesso Tarantino firmerà una sua rilettura del personaggio, "Django unchained"). I clan Heike e Genji sono esistiti veramente (chiamati anche Taira e Minamoto, si batterono alla fine del dodicesimo secolo), ma quelli che si vedono sullo schermo, a parte i nomi, non hanno alcun legame con la realtà storica (e i loro colori, il bianco e il rosso, non recano nessun riferimento politico, pur essendo gli stessi – per esempio – delle fazioni della guerra civile russa). Nel cast anche Koichi Sato, Yusuke Iseya, Yoshino Kinora e Masanobu Ando. Kaori Momoi è la pistolera Ruriko, detta "Bloody Benten" (dal nome di una dea guerriera). Teruyuki Kagawa è lo sceriffo che parla con sé stesso.

26 marzo 2017

Imprint (Takashi Miike, 2006)

Imprint - Sulle tracce del terrore (Imprint)
di Takashi Miike – Giappone/USA 2006
con Billy Drago, Yuki Kudo
*

Visto in divx.

Alla fine dell'Ottocento, un viaggiatore americano in Giappone (Drago) giunge in un turpe bordello su un'isola, in cerca della donna un tempo amata, che vorrebbe sposare e portare con sé negli Stati Uniti. Gli viene detto che è morta, impiccatasi perché stufa di aspettarlo: ma i dettagli di cui verrà a conoscenza gli sveleranno una serie di verità sempre più angoscianti... Questo mediometraggio (dura circa un'ora) avrebbe dovuto essere trasmesso negli USA all'interno della serie televisiva "Masters of Horror", ma venne giudicato troppo "disturbante" dal produttore Mick Garris e dal canale televisivo Showtime per la sua violenza esplicita e per le immagini inquietanti, e dunque non andò mai in onda (fu inserito però nella raccolta in DVD). E in effetti le scene forti non mancano, su tutte quella della tortura con gli aghi (ma anche le continue immagini dei feti gettati via nel fiume). Anziché essere funzionali alla storia, però, c'è il forte sospetto che siano state inserite da Miike (e mostrate sullo schermo in maniera così esplicita) soltanto per scuotere e sconvolgere lo spettatore, che viene investito peraltro da nuove trovate sempre più inverosimili (la "sorellina"). Personalmente non ho provato che disgusto, e a questo si deve il mio voto minimo. Non aiutano, naturalmente, una recitazione decisamente scadente e un ritmo e un linguaggio più televisivo che cinematografico: si salva giusto la fotografia. Il soggetto è tratto da un racconto di Shimako Iwai, anche se il progressivo venire alla luce di versioni sempre più cupe e sconvolgenti della stessa storia può ricordare in parte il meccanismo di "Rashomon".

1 novembre 2016

The great yokai war (Takashi Miike, 2005)

The great yokai war (Yokai daisenso)
di Takashi Miike – Giappone 2005
con Ryunosuke Kamiki, Mai Takahashi
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Dopo il divorzio dei suoi genitori, il piccolo Tadashi ha lasciato Tokyo e si è trasferito in una cittadina sulla costa. Qui, durante una festa locale, viene scelto come nuovo "cavaliere Kirin", ovvero l'eroe che – secondo la leggenda – è destinato a salvare il mondo da un'oscura minaccia. E in effetti si ritrova a combattere, al fianco di alcuni spiriti benigni (fra cui la bella principessa dell'acqua Kawahime e il buffo animaletto peloso Sunekosuri), contro il malvagio Yasunori Kato e la sua adepta Agi (Chiaki Kuriyama), che intendono seminare il caos sfruttando il "risentimento" degli oggetti usati e abbandonati dagli esseri umani. Ispirato al manga "Kitaro dei cimiteri" di Shigeru Mizuki (citato esplicitamente: l'autore fa anche un cameo) e alla saga fantasy "Teito monogatari" di Hiroshi Aramata (da cui proviene il cattivo), un film d'avventura/horror dichiaratamente per bambini che rilegge una pellicola del 1968 e porta sullo schermo tutta una serie di spiriti, mostri e creature fantastiche del folklore giapponese (goblin, kappa, shōjō, rokurokubi, azukiarai...), i cosiddetti yokai, spesso ritratti in chiave più comica che spaventosa. La pellicola appartiene al filone meno violento e più commerciale della filmografia di Miike, e pur essendo ricco di inventiva soprattutto dal lato visivo (con effetti speciali "artigianali" che si alternano a quelli digitali: alcune creature sono chiaramente pupazzi o attori in costume... ma questa è una caratteristica dei cinema fantastico giapponese sin dai tempi di "Godzilla"), che lo fanno accomunare a una versione nipponica di "Labyrinth", "La storia infinita" o "Il labirinto del fauno", soffre per una caratterizzazione dei personaggi non molto originale e una trama troppo piena dei cliché del genere. Fra le cose più interessanti, comunque, i pochi tocchi di ironia (nel finale il cattivo viene sconfitto da... un fagiolo) e l'aspetto dei mostri che Tadashi deve affrontare, ibridi robotici fra oggetti meccanici e spiriti ultraterreni.

22 maggio 2016

The happiness of the Katakuris (T. Miike, 2001)

The happiness of the Katakuris (Katakuri-ke no kofuku)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Kenji Sawada, Naomi Nishida
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Monica, in originale con sottotitoli.

La famiglia Katakuri si è trasferita in campagna per gestire una piccola pensione in una zona poco frequentata da turisti e campeggiatori. Ma i loro clienti hanno una brutta abitudine: per volontà (suicidio) o per caso (incidente), finiscono tutti col morire mentre sono ospiti dell'albergo. Per evitare che la notizia dei decessi si propaghi e getti una cattiva luce sulla struttura, il capofamiglia Masao convince i parenti a seppellire i cadaveri presso il laghetto adiacente, senza dire nulla alla polizia... Remake della black comedy sudcoreana "The quiet family", che Miike trasforma in un musical demenziale e grottesco, un misto di commedia e horror a briglie sciolte: se la trama segue più o meno fedelmente quella del film originale, lo stile salta di palo in frasca, con sequenze animate a passo uno (sin dai titoli di testa) e inserti musicali che evidenziano con enfasi palesemente esagerata lo stato d'animo dei personaggi. Situazioni farsesche e paradossali, momenti splatter, comici o surreali (il nonno che colpisce al volo i corvi con tronchi di legno!), personaggi sopra le righe (il truffatore che millanta di essere parente dei reali d'Inghilterra) e coreografie trash e kitsch, per una pellicola che non si prende mai sul serio e che, se si riesce a stare al gioco, garantisce un divertimento sfrenato e contagioso, anche quando esalta – mettendoli in fondo alla berlina – i valori dell'unità della famiglia e dell'ottimismo che aiuta a superare ogni ostacolo. Come detto, il regista non si fa scrupolo a ricorrere in certe sezioni a una grottesca animazione in stop motion (nei titoli di testa e in alcune sequenze particolarmente “spettacolari” che, se fossero state girate in live action, avrebbero richiesto costosi effetti speciali) e persino a canzoni particolarmente sdolcinate che invitano il pubblico a cantarle insieme agli interpreti, con tanto di sovrimpressioni per il karaoke. A tratti esilarante, anche se come spesso capita Miike sembra non avere limiti nel buono o nel cattivo gusto. Dieci anni fa mi aveva entusiasmato e sorpreso per la sua anarchica follia nonsense. Devo però confessare che, rivisto una seconda volta, mi è parso un po' meno divertente.

11 dicembre 2013

Yattaman (Takashi Miike, 2009)

Yattaman - Il film (Yattaman)
di Takashi Miike – Giappone 2009
con Sho Sakurai, Kyoko Fukada
**1/2

Visto in divx.

Adattamento di un popolarissimo anime degli anni settanta (il più celebre della serie "Time Bokan" prodotta dalla Tatsunoko), presenta il talentuoso Takashi Miike nella sua vena più comica e meno violenta. Protagonisti sono due gruppi contrapposti che si battono, per mezzo di buffi e scalcinati robot, per la conquista della misteriosa Dokrostone, un antico cimelio a forma di teschio che è stato diviso in quattro parti e che, se riunito, permetterà di infrangere le barriere dello spazio-tempo. I buoni sono due ragazzini, Ganchan e Janet, che si trasformano nei paladini della giustizia Yatta 1 e Yatta 2; i cattivi sono invece i tre malfattori Miss Dronio, Boyakki e Tonzura, in arte il Trio Drombo, che organizzano complicate truffe per ottenere il denaro necessario alla costruzione dei loro robot. I tre sono al servizio del misterioso Dokrobei, "il re dei ladri", che impartisce ordini solo tramite la propria voce e li "punisce" dopo ogni fallimento. L'umorismo demenziale, surreale e infantile, le avventure in giro per il mondo (pur con una geografia comicamente distorta), le assurde e variopinte tecnologie (quasi tutti i robot hanno le sembianze di animali), le impagabili canzoncine sceme con tanto di scenografie e balletti, e soprattutto la personalità dei cattivi (il Trio Drombo è quasi il vero protagonista del film) si sposano con l'inventiva di Miike e con l'ottimo lavoro di adattamento: tanto i personaggi quanto gli scenari e le tecnologie sono stati trasposti con grande cura dal disegno allo schermo cinematografico, il che fa di "Yattaman" uno dei migliori e più fedeli live action tratti da un anime fra tutti quelli visti finora. Poche le modifiche rispetto al materiale di partenza, segnatamente la natura della Dokrostone e l'identità di Dokrobei (forse per lasciare qualche sorpresa agli spettatori che conoscevano già la serie animata), mentre l'accenno di una love story fra buono e cattiva era presente anche nel cartone. Fra gli attori, spiccano la bella Kyoko Fukada (ormai un mito, dopo "Dolls" e "Kamikaze girls") nei panni della seducente Miss Dronio, e Katsuhisa Namase in quelli di Boyakki, il suo buffo spasimante. Nella scena del ristorante c'è un cameo per i tre doppiatori del Trio Drombo della serie originale.

23 settembre 2010

13 assassini (Takashi Miike, 2010)

13 assassini (Jusan-nin no shikaku)
di Takashi Miike – Giappone 2010
con Koji Yakusho, Takayuki Yamada
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Nel 1835 il Giappone è in tempo di pace, e molti samurai si sono ritirati a vita privata o non sono più avvezzi alle armi. Per impedire al crudele e vizioso Naritsugu, fratello minore dello shogun, di assumere il potere e di far precipitare l'intero paese nel caos, il samurai Shinzaemon raduna un gruppo di fedeli guerrieri per tendere un agguato al nobile mentre transiterà fra le montagne con la sua scorta. Il film, remake di una pellicola omonima di Eiichi Kudo del 1963, ricorda un po' "La vendetta dei 47 ronin" (o piuttosto il classico racconto "Chushingura" da cui il film di Mizoguchi era tratto) ma soprattutto "I sette samurai" di Kurosawa: c'è persino lo zotico selvaggio e sbruffone che si unisce al gruppo dei samurai e si dimostra altrettanto coraggioso, al quale sono naturalmente riservati i momenti comici di un film che per il resto si mantiene su toni drammatici ed epici. Gli sberleffi alla Miike, questa volta, sono celati nella filosofia di fondo, che smitizza la figura del guerriero ("Essere samurai è veramente un peso!") ed è perfettamente adeguata al contesto storico della vicenda, che si svolge pochi anni prima della fine dello shogunato: ad Hanbei, il guerriero al servizio di Naritsugu, ancora legato ai valori feudali della fedeltà assoluta di un samurai o di un vassallo al proprio padrone, si contrappone Shinzaemon, che si sente semmai al servizio del popolo e in quanto tale non si fa problemi a ribellarsi contro un daimyo che si è dimostrato indegno di comandare. Lo scontro fra i due tipi di dovere (verso il proprio signore e verso il popolo) è il filo conduttore della pellicola: ma non a caso, a sopravvivere alla carneficina sono i due personaggi per i quali questi valori e i retaggi del passato hanno meno significato. Se la prima metà del film è statica e rigorosamente nello stile degli jidai-geki tradizionali (anche se Miike lo "sporca" con immagini e sequenze-choc, come quella della ragazza cui Naritsugu ha amputato mani, braccia e lingua), la seconda è occupata per intero dalla spettacolare battaglia nel villaggio montuoso di Ochiai, dove i 13 assassini si battono contro 200 avversari. Sono scene di rara potenza: la violenza va di pari passo con l'eleganza, il sangue scorre a fiumi, le spade e le frecce lasciano il posto a trappole ed esplosioni, e immagini come quella dei tori in fiamme sono folgoranti. Impossibile contare i morti: c'è persino il sospetto che siano molti di più dei 200 dichiarati. Insomma, come si legge nella pergamena brandita da Shinzaemon, è un "massacro totale". Miike ha sempre il completo controllo della macchina da presa, che non si muove a casaccio ma lascia allo spettatore la possibilità di seguire ogni mossa e ogni azione dei personaggi. La confusione è solo apparente e, in puro stile giapponese, la quiete e il movimento si compenetrano.

31 maggio 2010

Ichi the killer (Takashi Miike, 2001)

Ichi the killer (Koroshiya 1)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Tadanobu Asano, Nao Omori
***

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Forse è il film più celebre di Takashi Miike, di certo tra i più estremi e ovviamente non per tutti i gusti (come d'altronde gran parte della sua produzione). Tratto da un manga di Hideo Yamamoto, racconta le deliranti vicende di uno yakuza sadomasochista, Kakihara (interpretato da un ottimo Tadanobu Asano dal volto sfregiato), alle prese con un killer psicotico, Ichi, che ha assassinato il suo boss e sta massacrando uno dopo l'altro tutti i suoi uomini. Come Kakihara, anche Ichi ha una personalità assai disturbata, confonde il desiderio sessuale con i suoi impulsi sadici e omicidi, ma soprattutto sembra soltanto un burattino nelle mani del misterioso Jijii (Shinya Tsukamoto), che ne ha manipolato i ricordi e ne controlla la volontà. Fra crudeli torture, assurde mutilazioni e allucinate sequenze splatter, gore o semplicemente grottesche, il film è un'orgia visiva di situazioni forti e sopra le righe, sviluppate sui fili conduttori del sadismo e del masochismo: e poco importa se alla fine non giungono tutte le risposte e lo spettatore è lasciato in preda a una certa confusione: quello che conta non è la trama generale, ma i singoli momenti di folle violenza grafica e psicologica, portati sullo schermo con uno stile registico visionario e debordante, senza dimenticare la grande cura nelle scenografie iperrealistiche. Oltre al pittoresco Kakihara e al timido Ichi, protagonisti inquietanti e malati che si inseguono per tutto il film – quasi come amanti – all'insegna di una viscerale "filosofia del dolore", la pellicola presenta numerosi altri personaggi bizzarri, tutti naturalmente destinati a una brutta fine: Suzuki, gangster rivale di Kakihara (interpretato da Susumu Terajima); Karen, una prostituta del sud-est asiatico (Alien Sun); Kaneko, ex agente di polizia ora al servizio di Kakihara (Hiroyuki Tanaka); e una coppia di fratelli poliziotti corrotti (Matsuo Suzuki).

21 maggio 2010

Visitor Q (Takashi Miike, 2001)

Visitor Q (id.)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Kenichi Endo, Shungiku Uchida
***1/2

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

Di film bizzarri, il prolifico Takashi Miike ne ha girati parecchi: ma questo è senza dubbio uno dei più controversi, benché tutte le trasgressioni e le perversioni mostrate sullo schermo (incesti, stupri, omicidi, violenze domestiche, necrofilia, prostituzione, tossicodipendenza) non siano provocazioni fini a sé stesse o che mirano soltanto a scandalizzare il pubblico, ma si collochino – grazie anche al filtro della farsa e dell'esagerazione – al servizio di un racconto coerente e meditato, simbolico e persino pacificatore, che mescola l'humour nero alla satira sociale. Il soggetto ricorda "Teorema" di Pier Paolo Pasolini (e non è da escludere che ci sia stato qualche tipo di ispirazione): un misterioso individuo si installa a casa di una famiglia "disturbata" e allo sbando, aiutandola – con la sua semplice presenza – a superare dolori e problemi, e riunificandola all'insegna di una nuova armonia. Certo è che la famiglia protagonista è davvero sui generis: il padre Kiyoshi, un giornalista televisivo che tempo prima era stato umiliato (e sodomizzato con un microfono!) in diretta durante un reportage, si ritrova a far sesso a pagamento con la figlia maggiore Miki, che era scappata di casa; la madre Keiko, casalinga frustrata e tossicodipendente, viene regolarmente picchiata dal figlio minore Takuya e ha il corpo ricoperto di ferite e cicatrici; Takuya, a sua volta, è tormentato da un gruppo di bulli della sua classe che lo perseguitano giorno e notte, nell'indifferenza generale degli altri membri della famiglia: anzi, il padre decide addirittura di riprendere con la sua videocamera le angherie subite dal figlio, nella folle speranza di redimersi mostrando a tutto il mondo il proprio disagio e la propria impotenza.

Dopo essere stato colpito in testa con una pietra – e per ben due volte! – da un misterioso giovane riccioluto e barbuto (l'iconografia, ed ecco un altro legame con Pasolini, rimanda a Cristo), il capofamiglia lo accoglie senza spiegazioni nella propria casa. "L'ospite", pur fungendo apparentemente solo da testimone impassibile, restituirà ai suoi abitanti l'autostima e la felicità, aiutandoli a risvegliare sentimenti che erano sopiti. Dopo una serie di sequenze sopra le righe, come lo stupro e l'uccisione di una collega da parte di Kiyoshi – che ne violenta poi anche il cadavere – e la ribellione dell'intera famiglia contro i teppisti che tormentavano Takuya (il tutto immortalato dalla videocamera digitale di Kiyoshi, la stessa che all'inizio del film aveva ripreso l'incesto fra padre e figlia), la ritrovata unità familiare si completa con il ritorno a casa di Miki. E il finale è all'insegna dell'amore, simboleggiato dal latte che fuoriesce copiosamente dalle mammelle di Keiko (Shungiku Uchida – più celebre come autrice di manga che come attrice – venne scelta da Miike perché, avendo dato di recente un figlio alla luce, era in grado di "lattare" in maniera naturale, senza effetti speciali). Lo stesso film di Miike è interamente girato in digitale: era la prima volta che il regista usava questa tecnica, imposta dalla produzione (la pellicola era stata commissionata come ultimo episodio di una serie di sei lungometraggi a basso budget sul tema dell'"amore puro", da distribuire direttamente nel circuito dell'home video) e da lui sfruttata per dare all'intera vicenda una patina di "cinema-verità" che naturalmente contrasta con i comportamenti trasgressivi e surreali dei personaggi. C'è anche chi ha visto nel film una metafora del Giappone moderno, i cui problemi (violenza domestica o scolastica, prostituzione giovanile, mancanza di autostima, difficoltà nei rapporti sociali, insensibilità e disconnessione emotiva) si rispecchiano in quelli dei protagonisti, un nucleo familiare che dunque simboleggia un'intera nazione. Che davvero, come suggerisce il film, sia necessaria una "terapia d'urto" a base di pietre sulla zucca per rimettere le cose in sesto?

16 aprile 2010

Audition (Takashi Miike, 1999)

Audition (id.)
di Takashi Miike – Giappone 1999
con Ryo Ishibashi, Eiki Shiina
***

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Quando il signor Aoyama (rimasto vedovo da sette anni e con un figlio a carico) decide di risposarsi, per trovare l'anima gemella chiede aiuto a un amico, un produttore cinematografico, che organizza a suo beneficio un'audizione per giovani attrici. Grazie a questo stratagemma, Aoyama conosce e si innamora di Asami, una ragazza che sembra fatta apposta per lui: è dolce, colta e sensibile... peccato però che si tratti di una psicopatica dal tragico passato! "Audition", uno dei primi film di Miike che ho visto, è una pellicola geniale e sorprendente, continuamente spiazzante, che parte come un dramma familiare, sfiora l'analisi sociale, sembra trasformarsi in una commedia romantica, si sviluppa attraverso una fase onirica e angosciante e sfocia infine nel più puro ed esplicito torture movie. Ma il bello è che questi continui cambi di genere (comunque preceduti da indizi "disturbanti"), così come la violenza grafica nella seconda parte, non sono gratuiti o fini a sé stessi ma perfettamente al servizio della storia che il regista nipponico vuole narrare (una tragica storia di solitudini e di amori impossibili: se non ci fosse l'horror, sarebbe un melodramma). I personaggi sono ben costruiti e il background dei traumi e delle ossessioni di Asami viene alla luce lentamente, costruendo una tensione che monta poco a poco: il maggior pregio del film è proprio quello di lasciar attendere con molta pazienza il momento finale in cui esplode la violenza, senza sbatterla subito e sin dall'inizio sotto gli occhi dello spettatore, e aumentando così a dismisura il suo coinvolgimento. Memorabile (e almeno tanto divertente quanto terrificante) il "kiri kiri kiri" intonato dalla sadica Asami mentre tortura la sua vittima.

12 febbraio 2010

Agitator (Takashi Miike, 2001)

Agitator (Araburu tamashii-tachi)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Masaya Kato, Naoto Takenaka
**

Visto in DVD.

Fra due clan di yakuza rivali scoppia una guerra che è stata segretamente orchestrata da una terza banda, maggiore di entrambi, con l'intenzione di eliminarne i capi e di sostituirli con marionette sotto il proprio controllo. L'unico a opporsi è il giovane Kenzaki, che si ribella dopo aver visto uccidere il suo superiore. Miike gira (per una volta) in modo assai classico e sobrio una saga quasi noir e vecchio stile, tutta incentrata su giochi di potere, alleanze, tradimenti, vendette e ritorsioni, che però concede poche sorprese allo spettatore e si snoda in maniera assai lineare (se si eccettuano alcune brevi scene con un misterioso personaggio femminile, completamente avulse dal resto della pellicola e forse addirittura immaginarie). Il film cresce e si dipana lentamente: eppure, nonostante la lunghezza (due ore e mezza: ma esiste addirittura una versione da 200 minuti per la televisione), nel finale si interrompe in modo brusco e affrettato, senza nemmeno mostrare la resa dei conti fra il protagonista e il principale antagonista. Quello di "Agitator" è un mondo autoreferenziale, popolato solo da yakuza e regolato dalle loro dinamiche interne, dove sono assenti non solo le forze dell'ordine (non si vede un poliziotto in tutto il film) ma anche le persone comuni. I numerosi personaggi sono anche ben caratterizzati, ma in gran parte vengono poco sfruttati (come il ragazzino appena entrato nel gruppo di Kenzaki o i vari sottoposti): forse la versione televisiva, che non ho visto, potrebbe rivelarsi migliore sotto questo aspetto. La frase simbolo della pellicola è "Siamo yakuza!", pronunciata spesso dai personaggi per giustificare le proprie azioni, come a rivendicare il fatto di non essere tenuti a piegarsi agli obblighi e ai compromessi che regolano l'esistenza degli uomini normali. Miike interpreta la parte del balordo che sodomizza una ragazza al karaoke con un microfono (una scena che ne ricorda una analoga in "Visitor Q").

24 agosto 2009

Zebraman (Takashi Miike, 2004)

Zebraman (id.)
di Takashi Miike – Giappone 2004
con Sho Aikawa, Kyoka Suzuki
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Poco rispettato dai suoi studenti ed emarginato dalla famiglia, un timido insegnante di scuola elementare trova una valvola di sfogo nel cosplay, travestendosi da Zebraman (supereroe protagonista di un oscuro serial televisivo degli anni settanta, cancellato dopo pochi episodi) con un rudimentale costume che si è cucito in segreto con le proprie mani. Ma quando nel quartiere di Yokohama in cui vive cominciano a verificarsi strani incidenti (provocati da una misteriosa forma di vita aliena che si impadronisce del corpo degli esseri umani e li spinge a commettere delitti, aggressioni e vandalismi di ogni tipo), scopre di possedere autentici superpoteri e si trasforma in un vero eroe, salvando la città dalla minaccia extraterrestre. Anche se lo scontro finale è spettacolare, con grande dispiego di effetti digitali, la parte migliore del film è la prima, più low tone, ironica e realistica, quasi una parodia semi-malinconica del filone dei guerrieri mascherati alla Ultraman o Kamen Rider. In mezzo, anche qualche momento di stanca. Non siamo comunque di fronte al Miike più estremo: essenzialmente è una stupidaggine per un pubblico generalista, per quanto godibile. Da cult, comunque, la scena onirica in cui la donna amata dal protagonista compare vestita da infermiera, Zebra Nurse.

Full metal yakuza (T. Miike, 1997)

Full metal yakuza (Full metal gokudo)
di Takashi Miike – Giappone 1997
con Tsuyoshi Ujiki, Yasu Kitamura
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Hagane, gangster imbranato e fallimentare, rimane ucciso in uno scontro a fuoco quando il suo superiore Tosa, al quale è devotissimo, viene tradito dal boss della banda. Ma uno scienziato pazzo e otaku lo riporta in vita, innestando il suo cervello e alcuni organi di Tosa (compreso il pene!) in un corpo d'acciaio e trasformandolo così in un cyborg dalla forza sovrumana, che mangia metallo per accumulare energia e va in tilt se si lascia dominare dalle emozioni. Delirante e sconclusionato incrocio fra "Robocop" e "Tetsuo" (non a caso c'è anche Tomorowo Taguchi, il protagonista del film di Tsukamoto, nel ruolo del creatore dell'uomo-macchina), a opera del folle regista di "Ichi the killer", che alterna momenti brillanti e sopra le righe ad altri decisamente più convenzionali (la sottotrama romantica con l'ex ragazza di Tosa, per esempio, non è forse all'altezza del resto). Naturalmente non mancano combattimenti sanguinosi e splatter. Rudimentali ma efficaci gli effetti speciali, in un ironico pastiche che va dai "Power Rangers" a "Terminator" (oltre a citare, nel titolo, il capolavoro di Kubrick "Full metal jacket"). Nel cast anche Shoko Nakahara, Koji Tsukamoto (il fratello di Shinya) e Ren Osugi.

16 maggio 2008

The Bird People in China (T. Miike, 1998)

The Bird People in China (Chugoku no chojin)
di Takashi Miike – Giappone 1998
con Masahiro Motoki, Renji Ishibashi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un impiegato di un'industria mineraria giapponese, inviato dai suoi capi in Cina per stimare il valore di una cava di giada da aprire in una sperduta regione montuosa del paese, e uno scontroso yakuza, che gli sta alle costole perché l'azienda ha contratto un forte debito con la mafia, percorrono in compagnia e di malavoglia una lunga e difficile strada che li conduce fino a un villaggio isolato dal resto del mondo. Qui, fra miti antichissimi e leggende che parlano di "uomini-uccello", rimangono affascinati in maniera diversa dall'esistenza tranquilla e dall'atmosfera fuori dal tempo che si respira, al punto da non essere più capaci di tornare alla loro vita precedente: l'impiegato perché conquistato da una giovane ragazza che discende da un paracadutista inglese della prima guerra mondiale, lo yakuza perché attratto da uno stile di vita pura e incontaminata. Si tratta dell'ennesimo film insolito per Miike, un regista che evidentemente vuole sorprendere con ogni suo lavoro: il tono da commedia on the road lascia presto il posto a un'ambientazione rarefatta e sospesa fra suggestioni fantastiche e surreali (la scuola di volo) e bucolico-realistiche (il ritorno alla natura). Bello e senza eccessi di poetismo, anche se non tutto è coerente. Fra le fonti di ispirazione, anche se è improbabile, mi piace pensare a "Orizzonte perduto" di Capra e soprattutto alle tante storie disneyane di Rodolfo Cimino su strani popoli che abitano sperdute vallate.

8 marzo 2008

Big bang love, Juvenile A (T. Miike, 2006)

Big bang love, Juvenile A (46-okunen no koi)
di Takashi Miike – Giappone 2006
con Ryuhei Matsuda, Masanobu Ando
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il timido Jun e il violento Shiro, entrambi condannati per omicidio, entrano in carcere lo stesso giorno e sviluppano una strana relazione omoerotica, con il secondo che protegge il primo dalle angherie dei compagni. Quando Shiro viene trovato strangolato, Jun se ne addossa la responsabilità. Ma due detective indagano, sospettando invece del direttore del carcere (Ryo Ishibashi, già protagonista di "Audition" e visto in un paio di film di Kitano), che aveva motivi personali per odiarlo.
Takashi Miike è un regista degli eccessi, mai banale e capace di sorprendere sempre, anche se talvolta la sua "cialtroneria" limita parecchio la qualità delle pellicole che realizza. Questo film è decisamente uno dei suoi lavori recenti più interessanti, soprattutto dal punto di vista estetico, e, pur presentando uno stile estremamente personale (ma meno violento del solito), di volta in volta sembra addirittura rifarsi a Jarman, a Fassbinder, a Ozon (per i temi gay e la teatralità della messa in scena, ma anche – nel caso del francese – per i colori vivaci della fotografia), a von Trier (le celle della prigione dipinte sul pavimento come in "Dogville", un'indagine in un'atmosfera malsana come in "L'elemento del crimine"), o a Godard (titoli e cartelli, il ciak in scena ad aprire la pellicola, la decostruzione narrativa). Come capita spesso in un certo tipo di cinema giapponese, però, si fa un po' fatica a entrare nella mente dei personaggi, che appaiono chiusi e distanti, e il coinvolgimento in parte ne risente. Fra rewind e fast forward temporali, fugaci apparizioni di fantasmi e ambienti essenziali od onirici (sia gli interni, che ricordano la pittura astratta o il teatro filmato, sia gli assurdi esterni, con piramidi egiziane e rampe di lancio per missili), il film affascina in maniera insolita, cresce dentro e forse meriterebbe visioni plurime! Il titolo originale significa "4,6 miliardi di anni d'amore", con riferimento all'età dell'universo.

16 dicembre 2007

Three... extremes (aavv, 2004)

Three... extremes (Saam gaang yi)
di Takashi Miike, Fruit Chan, Park Chan-wook – Giappone/Hong Kong/Corea del Sud 2004
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il secondo capitolo della serie "Three..." è decisamente migliore del primo, grazie alla presenza di tre autentici maestri orientali dell'horror e dell'inquietudine. Tuttavia rimango ancora un po' deluso, ma forse è proprio il genere che non mi appassiona. Il migliore, ancora una volta, mi è sembrato l'episodio hongkonghese, prodotto come il precedente da Peter Chan e splendidamente fotografato da Christopher Doyle.

"Box", di Takashi Miike (Giappone), con Kyoko Asegawa, Atsuro Watabe (**)
Una giovane scrittrice ha un incubo ricorrente, legato a una tragica esperienza della sua infanzia. Da bambina, insieme alla sorella gemella, lavorava infatti come contorsionista in uno spettacolo circense. Gelosa delle attenzioni che la sorella riceveva, la chiuse in una scatola e provocò accidentalmente il rogo nella quale essa scomparve. Magistralmente diretto, e sospeso fra atmosfere reali e oniriche, l'episodio si conclude però in maniera insoddisfacente e punta le sue carte soltanto su un'ambientazione non del tutto accattivante. Il difetto maggiore, però, è l'assenza della vena "folle" e stravagante di Miike, marchio di fabbrica delle sue opere migliori, che qui non offre nessuna sorpresa, né nel bene né nel male.

"Dumplings", di Fruit Chan (Hong Kong), con Miriam Yeung, Bai Ling (***)
Per tornare giovane, una matura attrice si rivolge a una sedicente maga che le propone di mangiare ravioli cinesi ripieni con la carne di feti umani, ogni volta cucinati in modo diverso. Nonostante alcuni spiacevoli effetti collaterali, la donna non riuscirà più a farne a meno. La maga, che si procura la materia prima rivolgendosi agli ospedali cinesi, pratica anche aborti clandestini: ma quando dovrà fuggire da Hong Kong perché le sue attività sono state scoperte dalla polizia, alla sua cliente non resterà che procurare la morte dello stesso figlio che sta crescendole in grembo pur di continuare la sua "dieta". Quasi un piccolo capolavoro, elegante e angosciante, molto più efficace degli altri episodi nell'affiancare l'orrore e la normalità, in un crescendo di dramma e di denuncia sociale (la maga commenta come i feti maschi siano più rari perché in Cina vengono abortite quasi esclusivamente le femmine). Il marito dell'attrice è Tony Leung Ka-fai.

"Cut", di Park Chan-wook (Corea del Sud), con Lee Byung-hun, Lim Won-hie (*1/2)
Un regista ricco e affermato viene sequestrato nella sua stessa casa, insieme alla moglie, da un pazzoide che non può sopportare come una persona che ha avuto così tanto dalla vita sia anche un uomo buono: vuole perciò costringerlo a compiere un atto spregevole, l'uccisione di una bambina innocente. La vera protagonista dell'episodio è però la scenografia: la casa del regista, incredibilmente identica al set dove sta girando un insolito film di vampiri, è infatti kitsch e surreale, con il pavimento a scacchiera, le pareti blu e l'arredamento bizzarro. Ricco di virtuosismi registici e di effetti speciali, il film si barcamena fra realtà e finzione, fra verità ed elaborata messa in scena, anche appoggiandosi a concetti non proprio originali (l'abbinamento fra registi e vampiri, la confusione fra cinema e vita reale), ma la recitazione scadente e la sceneggiatura sopra le righe impediscono ogni coinvolgimento emotivo. E alla fine rimane la stessa sensazione di inconsistenza che avevo provato guardando l'episodio in "Four rooms" di Tarantino, regista con il quale in effetti PCW ha più di un punto di comune.