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6 settembre 2022

La città incantata (Hayao Miyazaki, 2001)

La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2001
animazione tradizionale
****

Rivisto in TV (Netflix).

Impegnata con la famiglia in un trasloco da una città a un'altra, la piccola Chihiro si imbatte in un parco dei divertimenti apparentemente deserto in una località di campagna. In realtà il luogo non è abbandonato, ma semplicemente è riservato non agli esseri umani, bensì agli spiriti e alle divinità della natura, che vi giungono quando cala la notte. Per via della loro ingordigia, i genitori si ritrovano trasformati in... maiali e messi all'ingrasso, mentre la bambina, con l'aiuto di Haku, un misterioso ragazzo che afferma di conoscerla, riesce a farsi assumere come lavorante nel gigantesco edificio che funge da terme e bagni pubblici per gli spiriti, gestito dalla strega Yubaba. Questa, per avere potere su di lei, "ruba" il vero nome della bambina, che viene così ribattezzata Sen. Vivrà numerose avventure, prima di riuscire a riappropriarsi del proprio nome e a ottenere dalla strega il permesso di tornare al mondo degli umani, insieme ai suoi genitori. Difficile dire quale sia il capolavoro di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli (le mie preferenze personali vanno a "Laputa" e "Totoro"), ma questo va senza dubbio collocato nella lista delle sue opere migliori e forse dei film giapponesi animati più belli di sempre. Ricchissimo e affascinante, colmo di momenti, trovate e personaggi visionari, ispirati al vasto universo del folklore nipponico ma anche frutto di una rilettura personale di miti e fiabe occidentali (le "prove" che la piccola protagonista deve superare, il ruolo del cibo degli spiriti, le trasformazioni magiche, il divieto di guardarsi indietro mentre percorre il tunnel d'uscita...), il film offre immagini davvero suggestive, anche per merito della grande qualità di disegni, fondali e animazioni cui lo Studio Ghibli ci ha abituato, ma che in questo caso sembrano addirittura superiori alla media: il treno che corre sul pelo dell'acqua (popolato da spiriti: impossibile non pensare al "gatto-bus" di Totoro); le tante creature e creaturine che popolano questo universo soprannaturale, che ne siano normali abitanti o opera di magia come gli uccelli di carta; e naturalmente il gigantesco e complesso edificio termale, con i suoi interni, i ponti, i corridoi, le camere dove alloggiano i lavoranti e le grandi vasche frequentate dagli ospiti. In Giappone la cultura delle terme (onsen) è antica e radicata, e non stupisce come possa essere associata anche al mondo del mito, del folklore e degli spiriti, i cosiddetti kami: mi sovvengono, per esempio, alcune suggestive e inquietanti puntate di "Lamù" dirette da Mamoru Oshii.

Dietro la superficie e la forma, però, ci sono anche i contenuti: siamo di fronte a una storia di coming-of-age, di crescita, che mostra una ragazzina (presentata nelle prime scene come disinteressata e annoiata, oltre che gracile e sgraziata: il character design è un po' diverso da quello solito di Miyazaki) costretta ad affrontare di colpo le difficoltà della vita, senza l'appoggio dei genitori; a dover imparare cosa sono la responsabilità, l'impegno, il rispetto delle regole (tutto ciò che si collega al lavoro), ma anche l'altruismo, la disponibilità, la bontà, il perdono. E supera tutte le prove grazie alla sua rettitudine, all'intelligenza, alla mancanza di quell'avidità e ingordigia che invece ha tradito i suoi genitori (si pensi, per esempio, a come rifiuti i doni e le pepite d'oro che lo spirito Senza-Volto le offre di continuo). Attorno a lei si muovono numerosi personaggi ben caratterizzati, tanto come personalità quanto dal lato estetico, per quanto (ovviamente) spesso bizzarri: il bello e misterioso Haku, per esempio, ragazzo che assume magicamente anche l'aspetto di un dragone e la cui vera identità – una trovata magnifica! – è svelata solo nel finale; l'inserviente Lin, che prende la piccola Sen sotto la sua ala protettiva; il vecchio e "ragnesco" Kamagi, che gestisce le caldaie dei bagni pubblici con l'aiuto di tante creaturine nere che ricordano gli spiriti della fuliggine di "Totoro"; l'avida strega Yubaba e la sua sorella gemella Zeniba (chi sia la buona e chi la cattiva rimane in bilico per quasi tutto il film); il figlio di Yubaba, il gigantesco "Piccino", trasformato in topo da Zeniba; i tanti lavoranti delle terme e i pittoreschi ospiti, fra i quali spiccano il "dio putrido" (Gualtiero Cannarsi, ma che hai in testa?), che in realtà è lo spirito di un fiume, e, appunto, il timido ma goloso Senza-Volto. A condire il tutto, la splendida colonna sonora firmata da Joe Hisaishi. La versione italiana che circola attualmente (si tratta del secondo doppiaggio del film) è purtroppo mediocre, per via del brutto adattamento dei dialoghi di Cannarsi (e non è nemmeno uno dei suoi lavori peggiori), per non parlare del titolo generico e incongruente che ha ereditato dalla precedente (quale sarebbe questa "città" incantata?). Quello originale può essere tradotto come "Sen e Chihiro rapite dagli spiriti": meglio allora il titolo inglese, "Spirited away".

4 maggio 2022

Luca (Enrico Casarosa, 2021)

Luca (id.)
di Enrico Casarosa – USA 2021
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Il piccolo Luca è un mostro marino (!) che vive con i suoi simili sui fondali del Mar Ligure, e ha la capacità di assumere fattezze umane quando si trova all'asciutto. In compagnia dell'amico Alberto, esplora con curiosità il mondo degli esseri umani, stringendo amicizia con la coetanea Giulia: insieme, i tre parteciperanno a una gara (di "triathlon italiano": nuoto, bicicletta e mangiata di pasta!) nella cittadina di Portorosso. Primo lungometraggio del regista italiano Enrico Casarosa (che per la Pixar dieci anni prima aveva già realizzato il corto "La luna", sempre a tema marino), è una storia di coming-of-age sui temi dell'amicizia, venata di fantastico e con rimandi a classici disneyani come "La sirenetta" (di cui è una versione maschile e più infantile) e "Pinocchio" (di cui capovolge le dinamiche: Luca, qui, desidera andare a scuola). Un film nel complesso gradevole, anche per via dell'estetica miyazakiana, ma essenzialmente innocuo, fatto di buoni sentimenti e poca originalità. Portorosso, come gli scenari circostanti, è ispirata ai paesini delle Cinque Terre, quando erano ancora villaggi di pescatori e non località turistiche: il film si svolge infatti negli anni Cinquanta, come testimoniano anche le locandine di film d'epoca – "La strada", "Vacanze romane" – affisse sui muri (mentre in tv passa "I soliti ignoti" e su una bici campeggia una foto di Marcello Mastroianni). L'Italia che ne risulta è decisamente stereotipata, un paese fuori dal mondo e dal tempo, dove gli uomini (e i gatti!) hanno i baffi, tutti ascoltano o cantano l'opera lirica, fanno gesti con le mani, mangiano pasta (al pesto, visto che siamo in Liguria!) e vanno in Vespa (proprio una Vespa è l'oggetto del desiderio dei protagonisti, che partecipano alla gara nella speranza di potersene comprare una). Anche i temi dell'amicizia e della scoperta del mondo e di sé stessi (attraverso la trasformazione) sono abbastanza inflazionati, tanto che saranno riproposti pari pari nel successivo film Pixar, "Red". Alcuni critici hanno avanzato un (ardito) parallelo con "Chiamami col tuo nome" di Luca Guadagnino, per via dell'ambientazione estiva-vacanziera, nostalgica e italiana. Nella colonna sonora, canzoni di Mina, Gianni Morandi, Rita Pavone ed Edoardo Bennato.

3 aprile 2022

Red (Domee Shi, 2022)

Red (Turning Red)
di Domee Shi – USA 2022
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Quando entra nella pubertà, la tredicenne Mei – ragazzina di origine cinese, ma residente con la famiglia a Toronto – scopre di trasformarsi in un gigantesco panda rosso ogni volta che è in preda a forti emozioni. Si tratta di una "maledizione" che da sempre colpisce le donne della sua famiglia, ma che è possibile eliminare con un complicato rituale: peccato che questo debba essere eseguito nella stessa sera di plenilunio in cui la ragazzina progettava di andare con le amiche (e di nascosto dai genitori) al concerto della loro boy band preferita... I temi della crescita, dell'improvviso e inaspettato ingresso nell'età adulta ("Sono un orribile mostro rosso", esclama Mei dopo la prima trasformazione, con un esplicito riferimento alle prime mestruazioni), della ribellione ai genitori (una sfida mossa dalle difficoltà di essere all'altezza delle aspettative della madre, una tipica e terribile asian mom, ingombrante e protettiva, che controlla ogni aspetto della vita della figlia e si attende da lei l'eccellenza in ogni campo) e del "non nascondere il lato negativo di sé, ma trovargli posto e conviverci" (il messaggio di "non reprimere la bestia, ma darle sfogo" fa inevitabilmente volare il pensiero al "Dottor Jekyll e Mister Hyde" di Stevenson, di cui la pellicola è praticamente una rilettura, magari ispirata anche a "Ranma 1/2" e "Totoro") sono al centro di un film simpatico, benché semplicistico e un po' troppo piacione e giovanilistico. Targato Pixar, sembra quasi strizzare gli occhi più alla televisione che al cinema. In effetti, come i precedenti "Soul" e "Luca", è uscito direttamente sulla piattaforma di streaming Disney+, anziché nelle sale. È il primo lungometraggio diretto dalla sino-canadese Domee Shi (anche sceneggiatrice), dopo il corto "Bao" del 2018.

9 giugno 2021

Dragon (Indar Dzhendubaev, 2015)

Dragon (On – drakón)
di Indar Dzhendubaev – Russia 2015
con Maria Poezzhaeva, Matvey Lykov
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Nel giorno del suo matrimonio, la principessa Miroslava viene rapita da un drago, che la conduce con sé nella sua isola. In attesa dell'arrivo del suo promesso sposo Igor, che dovrebbe salvarla, la ragazza scopre però che il drago può assumere le fattezze di un uomo, da lei ribattezzato Arman, e lentamente se ne innamora... Rilettura in chiave fantasy de "La bella e la bestia" (passando per "Laguna blu"!), questa pellicola è un'interessante variazione del genere romantico per young adult che in tempi recenti (da "Twilight" in poi) ha saccheggiato un po' tutti i luoghi dell'immaginario horror/fantastico. La buona confezione, gli effetti speciali e la rappresentazione del mondo ancestrale russo/scandinavo da cui proviene la protagonista (il villaggio sul mare e immerso nella neve) lo rendono assai gradevole, almeno più degli equivalenti prodotti hollywoodiani, visto che rispetta e non banalizza gli archetipi delle fiabe. Ovviamente la metafora sottostante è quella dell'innamoramento e della scoperta della sessualità ("Hai paura dei draghi, ma vuoi giocarci"). Il produttore è Timur Bekmambetov. Flop al botteghino in patria, il film è stato invece ben accolto all'estero (per esempio in Cina, dove è diventato il film russo con il maggiore incasso).

5 ottobre 2020

Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, 1981)

Un lupo mannaro americano a Londra
(An American Werewolf in London)
di John Landis – USA/GB 1981
con David Naughton, Jenny Agutter
***

Rivisto in TV.

Due giovani americani, in vacanza in Gran Bretagna, vengono aggrediti nella brughiera scozzese da una misteriosa creatura selvaggia: Jack (Griffin Dunne) ci rimette le penne, mentre David (David Naughton), ricoverato a Londra, viene informato dal fantasma dell'amico che al primo plenilunio si trasformerà in un lupo mannaro. Mettiamo subito le cose in chiaro: nonostante il nome del regista/sceneggiatore (e il titolo che richiama "Un americano alla corte di Re Artù" di Mark Twain, libro peraltro citato nei dialoghi), questo film non è una commedia, bensì un horror con tutte le carte in regola e con una notevole dose di gore, che gioca ad attualizzare un classico dei mostri Universal ("L'uomo lupo" del 1941 con Lon Chaney Jr., anch'esso citato dai personaggi), rivisitandolo in chiave moderna, realistica e quotidiana. Landis aveva già realizzato qualcosa del genere con il suo film d'esordio, "Slok", ma quello era a tutti gli effetti una parodia. Qui invece, coadiuvato dagli stupefacenti (per l'epoca) effetti speciali di Rick Baker (che mostrano "in diretta" la trasformazione di David in licantropo, oltre che Jack in vari stati di decomposizione, e che vinsero la prima edizione dell'Oscar per il miglior trucco), confeziona un film che fa davvero paura e che coinvolge anche con la trovata di rendere protagonista della vicenda (suo malgrado) proprio il "mostro", per lunghi tratti inconsapevole di essere tale e convinto che l'amico che gli appare anche dopo la morte sia soltanto uno dei tanti incubi notturni che lo perseguitano. Fra le dichiarate fonti di ispirazione, anche "Il mastino dei Baskerville" e naturalmente "Dracula" (per le scene nel pub). Landis ammise che la sequenza della trasformazione era forse troppo lunga, ma la qualità del lavoro di Rick Baker fu tale che non se la sentì di tagliare alcunché. Fra le scene più memorabili, quella in cui David cerca di farsi arrestare da un bobby insultando gli inglesi ("La regina Elisabetta è un uomo!... Shakespeare è francese!") e quella in cui incontra le proprie vittime in un cinema porno a Piccadilly Circus (il film che si vede sullo schermo, girato appositamente da Landis, è "See You Next Wednesday", pellicola-cameo che ricorre per scherzo in quasi tutti i lavori del regista). Jenny Agutter è l'infermiera Alex, che accudisce David e si innamora di lui. Nel cast anche John Woodvine (il dottor Hirsch), Brian Glover (uno degli avventori del pub "L'agnello maciullato") e Frank Oz (l'ambasciatore americano). La bella colonna sonora comprende molte canzoni e ballate dedicate alla luna, come "Blue Moon" (sui titoli di testa e di coda), "Moondance" e "Bad Moon Rising". Nel 1997 è uscito un sequel ("Un lupo mannaro americano a Parigi").

20 settembre 2017

Madame Hyde (Serge Bozon, 2017)

Madame Hyde
di Serge Bozon – Francia 2017
con Isabelle Huppert, Romain Duris
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

La timida signora Géquil (Huppert), insegnante di fisica dal carattere debole e insicuro, è costantemente derisa e umiliata dagli studenti del suo liceo. Ma un incidente in laboratorio cambierà le cose, rendendola più audace e sicura di sé. In classe saprà farsi rispettare, riuscendo persino a far interessare allo studio e alla sua materia l'alunno più problematico di tutti, Malik (Adda Senani). Di notte, però, andrà in giro per le strade della città trasformata in una vera e propria "donna di fuoco", capace di incenerire chiunque... Strana rilettura de "Il dottor Jekyll e Mister Hyde" al femminile: fra le cose buone c'è la prova della Huppert, eccezionale come al solito; di contro, si fatica un po' a comprendere il senso del film, anche perché il tono semi-comico (con macchiette come Roman Duris nei panni del preside gaffeur) fa a pugni con i temi sociali (le difficoltà degli insegnanti nelle scuole di periferia, l'integrazione, l'importanza dello studio). Per chi già conosce già il testo di Stevenson (già portato più volte e con mille varianti sul grande schermo) ci sono poche sorprese. E l'esposizione (con tanto di soluzione didascalica) di un paio di esercizi di geometria sembra fuori luogo. José Garcia è il marito "casalingo", Guillaume Verdier lo stagista.

3 maggio 2017

Big Man Japan (Hitoshi Matsumoto, 2007)

Big Man Japan (Dai-nipponjin)
di Hitoshi Matsumoto – Giappone 2007
con Hitoshi Matsumoto, UA [Kaori Shima]
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Masaru (Matsumoto) appartiene a una famiglia i cui membri sono in grado di diventare "giganti" alti 30 metri se sottoposti a scariche elettriche ad alto voltaggio, e che da generazioni combattono, come veri e propri supereroi, i malvagi mostri che terrorizzano il Giappone. La popolazione, che è al corrente della loro esistenza, ne segue le imprese in tv come se si trattasse di lottatori di wrestling. Masaru, in particolare, è noto con il nome "Il re del dolore". Opera prima del folle comico Hitoshi Matsumoto (autore poi di "Symbol", uno dei film più assurdi che abbia mai visto), la pellicola è girata in gran parte sotto forma di mockumentary, con un intervistatore (che non vediamo mai in volto) intento a seguire il protagonista nella sua vita di tutti i giorni, indagando i suoi sentimenti e intervistando, oltre a lui, le persone che gli stanno accanto: parenti, vicini di casa, la manager (che gli procura gli sponsor i cui marchi esibisce sul corpo durante i combattimenti), ecc. L'attenzione si sposta così su problemi come il rapporto con la figlia, le questioni economiche legate al suo lavoro, e così via... Ne risulta un bizzarro e originale omaggio al filone dei film sui kaiju (mostri giganti, tipo Godzilla) e ai tokusatsu (le pellicole con effetti speciali, di solito supereroistiche), che però punta le sue carte su un umorismo sottotraccia e minimalista, talmente all'insegna del quotidiano e dell'understatement da risultare a tratti finanche noioso. A parte le occasionali scene in cui Masaru si trasforma (di solito recandosi in una centrale elettrica e sottoponendosi a uno strano rito religioso) per poi combattere mostri dai corpi grotteschi e deformi, sbucati fuori da nulla e "richiamati in cielo" dopo essere stati da lui sconfitti, la pellicola si trascina senza regalare particolari emozioni allo spettatore, anche se questi cerca di stare al gioco (condizione peraltro indispensabile per divertirsi). Fa eccezione l'assurdo e brusco finale, che rinuncia di colpo agli effetti digitali per fare ricorso ai più classici attori in costume (come da lunga tradizione del cinema fantastico giapponese), e nel quale Masaru viene aiutato a sconfiggere il suo nemico più forte da un demenziale gruppo di supereroi americani, la famiglia Justice. E qui il film assume decisamente i toni della parodia, né più né meno del "Getting any?" di Takeshi Kitano.

28 gennaio 2017

Black sheep (Jonathan King, 2006)

Black sheep - Pecore assassine (Black sheep)
di Jonathan King – Nuova Zelanda 2006
con Nathan Meister, Danielle Mason
**

Visto in divx.

Pecore modificate geneticamente seminano il terrore in un allevamento in Nuova Zelanda. Commedia horror che ha il suo punto di forza nell'insita ridicolaggine dell'idea di base: quella di rendere minacciosi (e carnivori!) gli animali miti e innocui per eccellenza, le pecore "fluffose" di una fattoria. Con tutti i crismi di un film sugli zombie o sui vampiri (compresa la "malattia" che si trasmette con un morso, trasformando persino gli esseri umani in pecore cattive), la pellicola si lascia guardare con piacere e garantisce qualche ingenua risata da B-movie (anche la risoluzione finale è all'insegna dello sberleffo: i protagonisti danno fuoco alle... flatulenze degli animali). Peccato che il tutto, al di là del divertimento, abbia poco respiro, anche per via di protagonisti monodimensionali, caratterizzati ciascuno da un unico tratto (Henry ha la fobia delle pecore per via di un trauma infantile, Experience è una sciroccata animalista new age). Belli gli effetti speciali artigianali.

7 agosto 2015

Ondine - Il segreto del mare (Neil Jordan, 2009)

Ondine - Il segreto del mare (Ondine)
di Neil Jordan – Irlanda 2009
con Colin Farrell, Alicja Bachleda
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Sabrina e Marco, in originale con sottotitoli.

Un pescatore irlandese (Farrell), uscito in mare, trova nella sua rete una ragazza: che si tratti di una creatura acquatica, magicamente trasformata in essere umano? Mescolando concretezza e suggestione, Jordan racconta una fiaba moderna con echi delle leggende irlandesi che si sovrappongono alle tragedie e ai problemi quotidiani (il protagonista, Syracuse – che tutti chiamano “Circus” per prendersi gioco di lui – è un ex alcolizzato, la sua bambina è gravemente malata, e sullo sfondo si affrontano questioni come l'immigrazione clandestina, il traffico di droga, le famiglie disfunzionali...). In tutto questo, suggestionati dai magnifici scenari costieri dell'isola (fotografati da Christopher Doyle), si può accettare la spiegazione razionale che giunge nel finale, oppure fingere che tutto sia come nell'immaginazione infantile della figlia del protagonista, ovvero che Ondine, la ragazza pescata dal padre, sia una "selkie", una donna-pesce che ha nascosto la propria “pelle di foca” e si è innamorata di un uomo. Certo, strane cose accadono in sua presenza: con il suo canto magico (in realtà, una canzone dei Sigur Rós) sembra attirare i pesci, consentendo al pescatore di catturare quelle prede che solitamente gli sfuggono; per non parlare dei desideri che, da lei espressi, si avverano nel giro di poco tempo... L'attrice Alicja Bachleda, ai tempi delle riprese, era la compagna di Colin Farrell. Nel cast, nei panni del prete da cui si confessa Syracuse, si riconosce Stephen Rea, il protagonista del maggior successo di Jordan, “La moglie del soldato”.

29 giugno 2014

Il testamento del mostro (Jean Renoir, 1959)

Il testamento del mostro (Le testament du Docteur Cordelier)
di Jean Renoir – Francia 1959
con Jean-Louis Barrault, Teddy Bilis
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Introdotto "hitchcockianamente" dallo stesso Renoir, ospite di uno studio televisivo, come se si trattasse di un episodio di una trasmissione da lui presentata (in effetti la pellicola fu realizzata proprio per la tv francese), il film è un adattamento de "Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mister Hyde", molto più fedele al romanzo di Robert Louis Stevenson – nonostante i nomi cambiati e l'ambientazione in una Parigi contemporanea – di quanto non fossero le versioni hollywoodiane, che tradizionalmente si appoggiano semmai alla versione teatrale di Thomas Russell Sullivan. Qui, invece, oltre a non intromettere elementi spuri (come la fidanzata di Jekyll/Cordelier), viene mantenuta la scansione cronologica dell'originale, con la storia che comincia "in media res" (e solo nel finale viene rivelata l'origine di Hyde/Opale), nonché il punto di vista privilegiato del notaio Utterson/Joly, vero protagonista della pellicola nonché testimone di tutti gli eventi. È da questi che il dottor Cordelier si reca, quando è già solito trasformarsi da tempo in Monsieur Opale per mezzo della pozione da lui inventata, allo scopo di modificare il proprio testamento e di nominare il suo malvagio alter ego come beneficiario (da cui il titolo del film) nel caso sparisse dalla circolazione per sempre. Le indagini di Joly, incuriosito dal testamento e preoccupato per l'amico (ancor più dopo aver assistito con i propri occhi a diversi atti di violenza perpetrati da Opale), lo porteranno nel finale a scoprire tutta la verità. Nelle doppie vesti di Cordelier e Opale c'è Jean-Louis Barrault, il mimo di "Les enfants du paradis", più a suo agio nei panni dinoccolati del mostro, mobile, danzante e saltellante (quando appare in scena è sempre accompagnato da un riconoscibile tema musicale, opera di Joseph Kosma), che non in quelli ingessati dello scienziato. Apprezzabile sul versante tecnico (regia e fotografia sono decisamente cinematografiche e non televisive), il film è invece carente – soprattutto se paragonato a versioni precedenti della stessa storia, come il capolavoro di Mamoulian del 1931 – nella rappresentazione del dilemma morale, della questione etica, della tensione sessuale: tutto assente e sostituito da sterili diatribe psichiatriche fra Cordelier e il collega-rivale Séverin (il sempliciotto Joly, dal canto suo, non si immischia in tali argomenti).

10 giugno 2014

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (V. Fleming, 1941)

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di Victor Fleming – USA 1941
con Spencer Tracy, Ingrid Bergman
**

Visto in divx.

Nella Londra vittoriana, il devoto ma eccentrico medico Henry Jekyll (chiamato "Enrico" nel doppiaggio d'epoca, che italianizza tutti i nomi propri) mette a punto una pozione che permette di separare la parte "malvagia" di un uomo da quella "buona". Frustrato dalla lunga assenza della fidanzata Beatrice, che il padre ha portato con sé in un viaggio in Europa, la sperimenta su sé stesso: e nei panni del deforme Hyde si dedica al vizio e ai bagordi. Ma scoprirà che tenere sotto controllo il proprio lato oscuro non è così facile. Il film è praticamente un remake della precedente versione del 1931 con Fredric March, alla quale non aggiunge nulla e di cui ricalca pari pari non solo la struttura ma anche numerose scene. Nei dieci anni trascorsi da allora, però, a Hollywood era entrato in vigore il codice Hays di autocensura: e dunque la nuova pellicola non può che risultare blanda e annacquata se confrontata con quella di Mamoulian. È inoltre molto più moralista (si apre e si chiude con sermoni e preghiere religiose), assai meno estrema (a parte il finale, nel quale Hyde uccide il padre di Beatrice, tutto quello che il mostro fa è procurarsi un'amante e scatenare risse nei locali: altro che "malvagità assoluta"!) e molto meno efficace nel mettere visivamente in scena gli impulsi animaleschi o sessuali che facevano del personaggio interpretato dieci anni prima da March quel capolavoro di caratterizzazione che era. Qui le uniche sequenze degne di nota sono le brevi visioni che Jekyll sperimenta mentre beve la pozione: deludono, invece, gli effetti ottici della trasformazione, resa tramite una banale serie di dissolvenze. Anche Spencer Tracy, stranamente inadeguato e insicuro nei panni di Jekyll e mai terrorizzante in quelli di Hyde, sfigura rispetto al suo predecessore; tanto che March (che era suo amico) all'uscita del film gli spedì un ironico telegramma in cui lo ringraziava per la forte spinta data alla sua carriera dai paragoni che tutti facevano fra le due prove, invariabilmente a favore del primo. Per evitare troppi confronti scomodi, comunque, i produttori acquistarono i diritti del film precedente e tentarono di farne sparire tutte le copie dalla circolazione (per fortuna qualcuna si è salvata dalla distruzione, altrimenti sarebbe diventato un film perduto). Quanto alle due attrici, è curiosa la scelta di assegnare alla sensuale Lana Turner il ruolo della fidanzata perbene e alla pudica Ingrid Bergman quello della prostituta tentatrice (che qui, a dire il vero, è soltanto una cameriera). Nei progetti iniziali, in effetti, era l'esatto contrario: fu proprio la Bergman, stufa di personaggi "buoni", a chiedere l'inversione. Pare che Tracy avrebbe voluto Katharine Hepburn (con cui all'epoca non aveva ancora mai lavorato!) in entrambi i ruoli, a suggerire uno sdoppiamento anche della figura femminile: sarebbe stato interessante. In ogni caso, la Bergman nei panni di Eva, viziosi prima e spaventati poi, è probabilmente la cosa migliore della pellicola.

31 marzo 2014

Il dottor Jekyll (Rouben Mamoulian, 1931)

Il dottor Jekyll (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di Rouben Mamoulian – USA 1931
con Fredric March, Miriam Hopkins
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Brillante scienziato e medico filantropo, propugnatore di idee audaci sulla possibilità di "separare" le due nature dell'uomo (quella virtuosa e razionale da quella istintiva e animalesca), il dottor Jekyll è impaziente di convolare a nozze con la fidanzata Muriel. Ma il padre di lei, il rigido generale Carew (Halliwell Hobbes), intende farlo aspettare ancora a lungo. E allora, per dare libero sfogo ai propri impulsi, Jekyll si trasforma nello scimmiesco Mr. Hyde. La prima versione sonora del classico racconto di Robert Louis Stevenson (i precedenti adattamenti cinematografici erano tutti muti) è probabilmente la migliore di sempre: merito dell'intensità interpretativa di Fredric March nel duplice ruolo dello scienziato e del suo alter ego (che gli valse l'Oscar come miglior attore); della scoppiettante sceneggiatura che a tratti, soprattutto nella prima parte, non ha nulla da invidiare alle commedie sofisticate dell'epoca; della maestria registica di Mamoulian, che si concede tocchi di gran classe (come i primi cinque minuti, interamente in soggettiva), eleganti movimenti di camera e astuzie di montaggio (con un utilizzo moderato, ma comunque sempre a scopi narrativi, di sovrimpressioni e split screen), per non parlare degli effetti visivi (eccezionali le scene delle trasformazioni, che avvengono in tempo reale davanti ai nostri occhi); ma soprattutto dell'ardito taglio psicologico che vira l'intera vicenda in chiave sessuale, trasformando la dicotomia fra Jekyll e Hyde da una banale lotta fra bene e male nel contrasto fra il desiderio di resistere ai propri impulsi primari e la necessità di soddisfarli. Realizzato prima dell'entrata in vigore del codice Hays (che già pochi anni dopo avrebbe impedito una lettura tanto esplicita), il film esprime questo dualismo attraverso il rapporto di Jekyll con i due personaggi femminili: Muriel, la fidanzata casta e fedele (Rose Hobart), che per volere suo o del padre non può concedersi al fidanzato prima delle nozze, e la provocante prostituta Ivy (Miriam Hopkins, dalla dirompente sensualità, in particolare nella scena dello spogliarello con la gamba nuda che ciondola fuori dal letto), "contraltare peccaminoso" della prima (e in questo modo si introduce il tema del doppio pure nel campo femminile!) ma anche principale vittima del selvaggio Hyde. Costretto a ignorare o a reprimere i propri istinti da una società ipocrita e vittoriana (impersonata dal padre di Muriel), Jekyll è quasi costretto dalle circostanze a lasciar sfogare l'Hyde dentro di sé (che, al suo primo apparire, esclama infatti "Libero, finalmente!"): metaforicamente esemplare, al riguardo, l'immagine della pentola sul fuoco, con la pressione che a un certo punto fa saltare il coperchio. E a questo approccio si deve anche la rappresentazione "scimmiesca" di Hyde, le cui fattezze manifestano il lato animalesco dell'uomo, quello maggiormente "legato alla terra". Non a caso la prima trasformazione spontanea di Jekyll, ovvero senza l'utilizzo della pozione, avviene in un contesto naturale, nel parco cittadino, dopo aver assistito all'agguato di gatto ai danni di un uccellino. La sensazione di libertà di cui Hyde è propugnatore viene amplificata dalla scena in cui questi si bagna sotto la pioggia, bevendola avidamente ("Cosa succede a un uomo assetato se gli tolgono l'acqua?", si era chiesto Jekyll poco prima). Strepitoso successo di pubblico all'epoca, la pellicola è anche passata alla storia per essere stato il primo film vietato in Germania dopo l'avvento di Hitler.

10 marzo 2014

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (J. S. Robertson, 1920)

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di John Stuart Robertson – USA 1920
con John Barrymore, Martha Mansfield
**1/2

Visto su YouTube.

Il dottor Jekyll, medico londinese filantropo e progressista, inventa una pozione che gli permette di trasformarsi nel mostruoso Mister Hyde, dandogli così la possibilità di sfogare i più bassi istinti senza compromettere – o almeno così crede – la propria anima. Trascura così la fidanzata "rispettabile" Millicent e si tuffa in vizi e depravazioni di ogni tipo (di cui ben poco, ovviamente, è mostrato sullo schermo). Ma portare alla luce il proprio lato oscuro si rivelerà una strada senza uscita. Primo lungometraggio (dopo i corti usciti tra il 1908 e il 1913) tratto dal celebre romanzo di Robert Louis Stevenson, il film si rifà – così come gran parte delle versioni precedenti e successive – al testo teatrale di Thomas Russell Sullivan (che, fra le altre cose, introduceva il personaggio della fidanzata) più che al racconto originale. Qui il personaggio di Sir George Carew (Brandon Hurst), padre di Millicent, è il "tentatore" che per primo porta Jekyll nei locali notturni e gli fa assaporare quella vita dissoluta che spingerà lo scienziato a "liberare" il proprio alter ego. In quello stesso 1920 uscirono altre due adattamenti cinematografici del racconto di Stevenson, entrambi con notevoli alterazioni al setting e ai nomi dei personaggi: quello di J. Charles Haydon, ambientato nella New York del ventesimo secolo, e quello tedesco di F. W. Murnau, "Der Januskopf" con Conrad Veidt, andato perduto. Nel 1931, naturalmente, arriverà la versione-capolavoro di Mamoulian con Fredric March. Tecnicamente impeccabile ma registicamente ordinario e privo di particolari effetti visivi (se si eccettua la scena dell'allucinazione con il ragno gigante ai piedi del letto), il film di Robertson brilla comunque per la fedeltà al materiale di partenza, per la generale coerenza dell'adattamento e per l'interpretazione di Barrymore nel doppio ruolo di Jekyll e Hyde. Anzi, è il responsabile dell'ormai classica iconografia di quest'ultimo: grosso e robusto (benché gobbo e deforme), con mantello, bombetta e capelli lunghi e scapigliati (si pensi anche al villain della Marvel). Nita Naldi è la conturbante danzatrice italiana che "tenta" Jekyll e cade poi vittima di Hyde.

2 marzo 2014

Dr. Jekyll and Mr. Hyde (Herbert Brenon, 1913)

Dr. Jekyll and Mr. Hyde
di Herbert Brenon [e Carl Laemmle] – USA 1913
con King Baggot, Jane Gail
**

Visto su YouTube.

Il dottor Jekyll, medico che trascura la fidanzata Alice e la propria vita privata per dedicare gran parte del suo tempo ai pazienti poveri che cura per beneficenza, mette a punto una pozione per "liberare" la propria parte malvagia e trasformarsi, anche fisicamente, nel malvagio Mister Hyde. Prima (e unica sopravvissuta, a quanto pare) di tre – o quattro? – versioni cinematografiche del romanzo di Stevenson apparse nel 1913, è tecnicamente di buona fattura e riesce, nonostante la breve durata (26 minuti, divisi in due rulli), a condensare gran parte degli elementi fondamentali della storia, al punto che rappresenterà un buon punto di partenza per gli adattamenti successivi (a partire da quello del 1920 con John Barrymore). A mancare, anche in questo caso, sono però i dilemmi alla base della decisione di Jekyll di creare la pozione, che sembra avvenire per caso o per semplice curiosità. Una delle didascalie, letteralmente, descrive Jekyll come "un martire della scienza". Pare che il protagonista King Baggot provvedesse di persona al proprio make-up: quando recita nei panni di Hyde, fra l'altro, cammina rannicchiato per sottolineare la sua bassa statura (una caratteristica menzionata nel romanzo, ma che in pochi film viene evidenziata). Non accreditato, il grande Carl Laemmle avrebbe contribuito alla regia al fianco di Brenon (quest'ultimo è per lo più noto per aver ricevuto una nomination come miglior regista nel 1927, alla prima edizione degli Oscar, grazie al film "Sorrell and Son").

Dr. Jekyll and Mr. Hyde (Lucius Henderson, 1912)

Dr. Jekyll and Mr. Hyde
di Lucius Henderson – USA 1912
con James Cruze, Florence La Badie
*1/2

Visto su YouTube.

Il rispettabile dottor Jekyll, fidanzato con la figlia del pastore del villaggio in cui vive (niente Londra vittoriana!), sperimenta su sé stesso un farmaco che separa la sua parte buona da quella malvagia, trasformandosi così nel repellente signor Hyde. Quando si rende conto che non può più tenere la metamorfosi sotto controllo, preferirà avvelenarsi. Non il primo adattamento cinematografico del romanzo di Robert Louis Stevenson, ma il più antico a essere sopravvissuto (quello del 1908 è infatti andato perduto), ne mantiene solo l'ossatura di base: lo sviluppo della vicenda è molto rapido e compresso (d'altronde il film dura soltanto 12 minuti), i personaggi non hanno background né approfondimento (Jekyll non beve la pozione per esigenze particolari, ma solo per mettere alla prova le proprie teorie) e mancano del tutto i dilemmi morali e l'intensità drammatica. Anche Hyde – interpretato in alcune scene da Harry Benham – sembra più un folletto dispettoso (con i canini di fuori e i capelli scuri anziché bianchi come quelli di Jekyll) che non un uomo vizioso e criminale. Interessante solo dal punto di vista storico, per paragonarlo alle versioni successive. Il protagonista James Cruze intraprenderà più tardi la carriera di regista.

18 agosto 2013

Ribelle – The Brave (M. Andrews, B. Chapman, 2012)

Ribelle - The brave (Brave)
di Mark Andrews, Brenda Chapman – USA 2012
animazione digitale
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Nella Scozia medievale, l'irrequieta Merida – ribelle quanto la sua folta chioma rossa – si mostra recalcitrante di fronte ai tentativi della madre di educarla al ruolo di principessa. Insofferente alle formalità di corte e all'irreprensibile comportamento che le viene richiesto, preferisce cavalcare all'aria aperta e tirare con quell'arco che il padre, capo del clan dei Dumbrok, le ha regalato in occasione del suo compleanno. Le cose peggiorano quando i genitori convocano gli altri clan per scegliere chi sarà il suo promesso sposo. Dapprima Merida, che non ha alcuna intenzione di sposarsi, si presenta a sua volta alle gare di abilità per "vincere" lei stessa la propria mano (e naturalmente sbaraglia tutti gli avversari); e poi – dopo una lite furiosa con la madre – fugge nella foresta dove incontra una strega, alla quale chiede un incantesimo per cambiare il proprio destino. Verrà esaudita, ma non come desiderava: la mamma si trasforma in un orso, e Merida avrà il suo gran da fare per metterla in salvo dalla furia del padre, che proprio con gli orsi ha una questione aperta sin da quando uno di loro, anni prima, gli aveva divorato una gamba. A parte la consueta maestria tecnica – l'animazione è eccellente; e salvo i personaggi, assai stilizzati (la strega sembra addirittura una versione femminile del vecchio Geri), scenografie e paesaggi sono incantevolmente realistici – sembra quasi di assistere a un film Disney anziché a uno della Pixar: un plot semplice e schematico, tutto costruito su un tema tipico dell'adolescenza (la ribellione di una figlia alla madre) con morale annessa (a proposito, per una volta il titolo italiano centra il punto più di quello originale, che significa semplicemente "coraggiosa"); un'ambientazione quasi fiabesca, con tanto di "principessa" come protagonista; le inevitabili macchiette comiche (come i tre pestiferi fratellini di Merida); e persino qualche canzone qua e là. La contaminazione fra le due case, che da sempre procedono a braccetto, era inevitabile. Ma una volta la Disney si limitava a distribuire i prodotti Pixar, ora invece sempre più spesso si assiste a ibridazioni fra le diverse filosofie (come dimostra la presenza di John Lasseter come produttore esecutivo sia qui che nel "Rapunzel" disneyano: due pellicole che possono essere paragonate sotto numerosi aspetti, non solo grafici o tecnici ma anche contenutistici). Se si pensa che il più recente cartone Disney sembrava invece un prodotto Pixar (mi riferisco all'ottimo "Ralph Spaccatutto"), ecco che il cerchio si chiude.

23 novembre 2012

Didier (Alain Chabat, 1997)

Dider (id.)
di Alain Chabat – Francia 1997
con Jean-Pierre Bacri, Alain Chabat
**1/2

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

Quando la sorella Annabelle, prima di partire per una vacanza, gli affida per una settimana il proprio labrador Didier, il procuratore calcistico Jean-Pierre (Bacri) pensa che si tratti soltanto dell'ennesima seccatura. Anche perché ha ben altro di cui preoccuparsi: la squadra locale – alla quale ha venduto i suoi migliori giocatori – naviga in cattive acque, fra sconfitte e infortuni, e l'irascibile presidente minaccia di rivalersi su di lui se non troverà una soluzione prima della partita decisiva per salvarsi dalla retrocessione (che verrà giocata contro il PSG al Parco dei Principi!). Una notte, magicamente, Didier da cane si ritrova trasformato in essere umano. Resosi conto dell'accaduto, Jean-Pierre ha il suo ben da fare nell'insegnare al suo ospite come comportarsi da uomo e non da animale (prima regola: non annusare il sedere alle persone!). Ma quando scopre che Didier ha un incredibile talento per il calcio, decide di farlo aggregare alla squadra, spacciandolo per un eccentrico campione lituano... Commedia surreale e quasi-disneyana (il meccanismo, seppur al contrario, è lo stesso di "Geremia, cane e spia") che è valsa a Chabat, geniale comico e uno dei fondatori del gruppo "Le Nuls", il premio César per il miglior debutto cinematografico. La sospensione dell'incredulità è obbligatoria per potersi godere il film (il motivo della misteriosa trasformazione di Didier non viene spiegato), ma il divertimento non manca. Chabat – esilarante nella parte del "cane", del quale imita ogni dettaglio del comportamento (gli istinti, i movimenti, gli sguardi) – tornerà a recitare in compagnia dell'ottimo Bacri anche ne "Il gusto degli altri".

3 novembre 2012

Splash (Ron Howard, 1984)

Splash - Una sirena a Manhattan (Splash)
di Ron Howard – USA 1984
con Tom Hanks, Daryl Hannah
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il primo grande successo di Ron Howard come regista (e di Tom Hanks come attore, mentre Daryl Hannah era già salita alla ribalta per il suo ruolo da androide in "Blade Runner") è una romantica rivisitazione urbana della fiaba della Sirenetta di Andersen (che cinque anni dopo la Disney – forse spinta proprio dalla buona accoglienza di questa pellicola – adatterà anche a cartoni animati). Allen, che insieme al fratello Freddie dirige un'azienda che distribuisce frutta e verdura, aveva incontrato la giovane sirena Madison per la prima volta quando entrambi erano bambini, nelle acque al largo di Cape Cod. Anni dopo ripensa all'accaduto come a un sogno: ed essendo reduce da varie delusioni sentimentali, si convince di non essere in grado di innamorarsi mai più. Ma quando Madison lo rivede per caso, decide di uscire dall'acqua per vivere al suo fianco, mimetizzandosi fra gli esseri umani grazie al fatto che, all'asciutto, le sue pinne si trasformano magicamente in gambe perfette. Ha però a disposizione un tempo limitato, solo sei giorni, prima di dover tornare in mare per sempre. Il ritmo è spigliato, il tono (fortunatamente) mai troppo sdolcinato, e la sceneggiatura aggiorna con intelligenza la fiaba classica ai tempi moderni (la sirena, inizialmente muta, impara la lingua inglese dopo essere stata tutta un pomeriggio a guardare gli apparecchi televisivi esposti in un centro commerciale). Il finale, in particolare, è tutt'altro che scontato. Fra i comprimari spiccano John Candy (il fratello del protagonista) ed Eugene Levy (lo scienziato che vuole dimostrare al mondo che le sirene esistono, e che cerca in ogni modo di "innaffiare" Madison per farle spuntare le pinne). Memorabile l'uscita di Daryl Hannah dall'acqua, completamente nuda, sull'isola della Statua della Libertà. Il film fu la prima pellicola distribuita dalla Disney sotto la nuova etichetta Touchstone Pictures, creata appositamente e riservata a lungometraggi rivolti a un pubblico meno infantile. Una curiosità: Allen dà alla sirena il nome Madison ispirandosi al cartello stradale di Madison Avenue, commentando che non si tratta di un vero nome: eppure, in seguito all'uscita del film, questo divenne talmente popolare che numerose ragazze negli Stati Uniti furono chiamate proprio così, tanto che oggi Madison è un nome femminile piuttosto comune.

8 settembre 2012

Glory to the filmmaker! (T. Kitano, 2007)

Glory to the filmmaker! (Kantoku, banzai!)
di Takeshi Kitano – Giappone 2007
con Takeshi Kitano, Tohru Emori
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Il secondo capitolo della trilogia autobiografica di Kitano sull'arte (o meglio, sul fallimento artistico) comincia con una sorta di autoanalisi (che si tramuta in una riflessione metacinematografica) e prosegue nello stile del blob demenziale, goliardico e grottesco già sperimentato in "Getting any?" e caratteristico anche di parte dei suoi show televisivi. Se in "Takeshis'" aveva "frammentato" la propria personalità, qui procede – con lucida consapevolezza – a distruggerne i frammenti, uno dopo l'altro. L'incipit è indicativo: dopo che il regista si è fatto sostituire a un check-up medico da un pupazzo con le sue sembianze (elemento che continuerà a ricorrere per l'intero film: di fronte a ogni difficoltà, un Kitano senza idee non sa far altro che trasformarsi in un fantoccio), una voce narrante ci introduce alla crisi personale e artistica del nostro eroe, che avendo incautamente dichiarato in un'intervista di non voler più realizzare film sui gangster (nonostante le pellicole sulla yakuza siano le sue preferite e il suo marchio di fabbrica) non sa più in che direzione proseguire la propria carriera ed è alla disperata ricerca di un successo commerciale. Le prova tutte, con risultati disastrosi (stroncature da parte della critica o del pubblico, progetti abbandonati per i motivi più disparati): il film alla Ozu, in bianco e nero, sui problemi della gente comune (girato in modo esilarante: anche le inquadrature e il modo di parlare dei personaggi sono identici alle pellicole del grande maestro!); la love story strappalacrime oppure tragica; il film ambientato nostalgicamente negli anni '50, l'epoca della sua infanzia (uno spezzone mica male, con gli scorci di vita dei bambini nelle periferie disadattate che mi hanno ricordato certe sequenze di "20th Century Boys"!); l'horror orientale (genere che "spesso viene copiato da Hollywood"!); il film in costume, o chambara (il narratore ricorda che dei dodici film girati finora da Kitano uno solo, "Zatoichi", è stato un successo al botteghino in Giappone), nello specifico una fumettosa storia di ninja; e infine la fantascienza. Se inizialmente ci si stanca un po' di fronte al susseguirsi di frammenti, con la storia che ricomincia sempre diversa (e spesso non va a concludersi), l'episodio fantascientifico prende invece corpo e si sviluppa per tutta la seconda metà della pellicola, anche se in un crescendo di nonsense e di situazioni grottesche e surreali, corrispettivo – come ha dichiarato lo stesso Kitano – della comicità manzai dei suoi esordi. Lo pseudo-film di SF comincia con un asteroide che minaccia di schiantarsi contro la Terra, ma poi la sceneggiatura sembra dimenticarsene per seguire le peripezie di una coppia di donne spiantate e truffatrici (la madre è Kayoko Kishimoto, la figlia è Anne Suzuki) che cercano di trarre profitto dalla ricchezza di un bizzarro industriale, la cui formidabile ed eroica guardia del corpo (con tanto di poteri alla "Matrix", oltre che con la capacità di trasformarsi in pupazzo nei momenti di difficoltà) è appunto Beat Takeshi. Molte le gag e le situazioni umoristiche che si succedono e si accavallano senza posa: il ristorante gestito dai due wrestler che scaraventano fuori i clienti che si lamentano, la conferenza del ricco industriale, lo scienziato pazzo che costruisce robot e inventa un modo più semplice per fare le rovesciate calcistiche, la lezione di karate, la gag su Zidane... Se il divertimento – per quanto di bassa lega, sconclusionato e talvolta persino scurrile – non manca, il vero scopo di Kitano è quello di mettere sé stesso sotto l'obiettivo in una sorta di autoanalisi aperta al pubblico, come e più che in "Takeshis'", non senza un pizzico di megalomania ma sempre con sincera onestà. Al termine, al regista che domanda "Com'è il mio cervello?", il dottore non potrà che rispondere "Devastato": l'autodistruzione è completa, rimane solo una tabula rasa su cui provare in futuro a ricostruire qualcosa. Certo è che, dopo aver montato e smontato il cinema (il proprio e quello altrui) in questo modo, sarà difficile per Kitano tornare a girare un film "normale" prendendolo sul serio (o pretendendo che lo facciano gli spettatori).

5 giugno 2012

La bella e la bestia (J. Cocteau, 1946)

La bella e la bestia (La belle et la bête)
di Jean Cocteau – Francia 1946
con Josette Day, Jean Marais
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Visto in divx, con Marisa.

Tratto dalla fiaba resa celebre dalla versione di Jeanne-Marie Leprince di Beaumont, un film romantico, raffinato e sontuoso che negli anni a venire è diventato un importante punto di riferimento per il modo di riprodurre al cinema le suggestioni magiche e favolistiche: evidenti, per esempio, le influenze esercitate sulla versione animata della stessa fiaba prodotta dalla Disney nel 1991 (a livello visivo, ma non solo: si pensi al personaggio di Gaston, modellato sullo Splendore/Avenant del film di Cocteau, o alla scelta di chiamare “Bella” la protagonista). Nel doppio ruolo della “Bestia” (dietro un pesante trucco che gli dona fattezze feline) e appunto di Splendore, lo spasimante umano di Bella, c'è Jean Marais, amante e “musa” di Jean Cocteau: nel finale, quando la maledizione viene spezzata, i due personaggi si scambiano d’aspetto. Meravigliosi i costumi, la fotografia (di Henri Alekan), gli scenari e le location, in particolare il castello del mostro dove braccia e mani spuntano dalle pareti per reggere le lampade, volti umani sono incastonati nei mobili, le porte si aprono da sole: una “umanizzazione” di oggetti e arredi che assume tratti inquietanti ma mai terrificanti. Le scenografie, barocche ed eleganti, sarabbero ispirate – fra le altre cose – alle incisioni di Gustave Dorè e ai dipinti di Jan Vermeer. A differenza della fiaba originale (e della versione Disney), non viene rivelata esplicitamente la natura e l'origine della maledizione del mostro, ma tutti gli altri elementi (il padre di Bella che, rubando una rosa dal giardino del castello, scatena l'ira della Bestia; la ragazza che per salvare il genitore – a differenza delle sue sorelle egoiste – accetta di prendere il suo posto e di trasferirsi a vivere con il mostro; l'amore che nasce lentamente fra i due e che superà la barriera delle apparenze fisiche; lo specchio incantato e altri oggetti magici) sono presenti e concorrono, insieme all'atmosfera onirica e ipnotica, al suggestivo risultato finale. La sottotrama di Splendore e del fratello di Belle che si introducono nel castello con l’intenzione di uccidere la Bestia e sottrargli i suoi tesori è invece un’aggiunta di Cocteau. Nel 1994 Philip Glass ha composto un’opera ispirata direttamente al film, di fatto una colonna sonora alternativa a quella di Georges Auric.