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26 giugno 2021

Andremo in città (Nelo Risi, 1966)

Andremo in città
di Nelo Risi – Italia/Jugoslavia 1966
con Geraldine Chaplin, Nino Castelnuovo
***

Visto in divx, alla Fogona.

Durante la seconda guerra mondiale, la giovane Lenka (Geraldine Chaplin) vive con il fratellino cieco Mischa (Federico Scrobogna) nella campagna serba. Il padre, insegnante, è partito in guerra e poi, in quanto ebreo, è stato rinchiuso in un campo di concentramento. E nell'attesa del suo ritorno, la ragazza – innamorata di Ivan (Nino Castelnuovo), un partigiano che si rifugia con i suoi compagni nel bosco circostante – cerca di badare al fratello, promettendogli che prima o poi prenderanno uno dei treni che attraversano la regione per "andare in città" in cerca di una vita migliore. Ma ciò che il bambino cieco ignora è che quei treni trasportano i deportati verso i campi di sterminio: dapprima gli ebrei, poi gli zingari (portati via fra l'indifferenza o la rassegnazione del resto della popolazione, il che ricorda il famoso discorso di Martin Niemöller, talvolta attribuito a Bertolt Brecht: "Prima vennero..."), e infine anche i loro congiunti, come Lenka e lo stesso Mischa. Tratto dal romanzo omonimo di Edith Bruck (moglie del regista, e a sua volta sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti), adattato fra gli altri da Vasco Pratolini e sceneggiato da Cesare Zavattini una potente e crudele testimonianza della difficoltà della vita dei civili durante l'occupazione nazista. Il film si svolge in Jugoslavia, ma potrebbe ambientarsi benissimo anche in Italia. In certe cose (il modo in cui Lenka cerca di "proteggere" il fratellino dalle crudeltà del mondo che li circonda) sembra anticipare "La vita è bella" di Benigni, anche se in questo caso siamo più dalle parti del neorealismo che della commedia. Ottima la prova della giovane Chaplin (a inizio carriera e al primo ruolo da protagonista assoluta: era reduce dal "Dottor Zivago") e bella la fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli. Un po' invadente invece la colonna sonora di Ivan Vandor. Aleksandar Gavric è Ratko Vitas, il padre di Lenka e Mischa. Slavko Simić è il medico.

17 maggio 2021

Un pilota ritorna (R. Rossellini, 1942)

Un pilota ritorna
di Roberto Rossellini – Italia 1942
con Massimo Girotti, Michela Belmonte
*1/2

Visto in divx.

Il tenente Gino Rossati (Girotti), aggregato a una squadriglia dell'aviazione italiana incaricata di effettuare bombardamenti in Grecia e in Jugoslavia, viene abbattuto e fatto prigioniero dagli inglesi. Ma riuscirà a fuggire e a fare ritorno in patria. Da un soggetto di Tito Silvio Mursino (ovvero Vittorio Mussolini, figlio del duce e grande appassionato di cinema, che si firma con uno pseudonimo che è l'anagramma del suo nome), sceneggiato fra gli altri da Michelangelo Antonioni, è il secondo dei tre film di "propaganda" diretti da Rossellini a inizio carriera (la cosiddetta "trilogia della guerra fascista": gli altri due sono "La nave bianca" e "L'uomo dalla croce"). Come il lavoro precedente, intende celebrare l'eroismo dei militari italiani, enfatizzandone al tempo stesso il lato umano. Se la prima parte, quella ambientata all'aeroporto militare, che stempera l'inevitabile retorica patriottico-guerresca con momenti di quotidianità, cameratismo e scherzi e mostra le missioni degli aviatori in Grecia con belle riprese all'alto e dall'interno dei velivoli, è apprezzabile, la seconda, dedicata alla prigionia e poi alla ritirata degli inglesi che fanno terra bruciata portandosi dietro prigionieri e ostaggi civili – fra cui l'infermiera Anna (Belmonte), che si prende cura di un soldato amputato – è più convenzionale e meno interessante. L'energetica colonna sonora è di Renzo Rossellini, fratello di Roberto. Michela Belmonte, al debutto (ma reciterà in soli tre film), era la sorella minore della popolare attrice degli anni trenta e quaranta María Denis. Il film è dedicato "ai piloti che dai cieli di Grecia non hanno fatto ritorno".

7 gennaio 2021

Prima della pioggia (M. Manchevski, 1994)

Prima della pioggia (Pred doždot, aka Before the rain)
di Milcho Manchevski – Macedonia 1994
con Rade Serbedzija, Katrin Cartlidge
***1/2

Rivisto in TV.

Bellissima pellicola divisa in tre episodi concatenati in maniera circolare: nel primo ("Parole"), un giovane monaco che si è votato al silenzio (Gregoire Colin) accoglie nel proprio monastero, fra i monti della Macedonia, una ragazzina albanese (Labina Mitevska) in fuga da un gruppo di uomini che la vogliono uccidere; nel secondo ("Volti"), a Londra, una giornalista (Katrin Cartlidge) rifiuta la proposta del fotografo di cui è innamorata (Rade Serbedzija) di trasferirsi con lui in Macedonia, anche perché è incinta dell'ex marito (Jay Villiers): ma la guerra di cui aveva tanto paura farà capolino anche nella capitale inglese; nel terzo ("Immagini"), il fotografo di cui sopra, Alex, torna nel proprio villaggio natale, dove si ritrova in mezzo a una faida fra i propri parenti e la famiglia albanese cui appartengono sia la sua amata di un tempo, Hana (Silvija Stojanovska), che la figlia di quest'ultima (e forse sua), Zamira. E proprio Zamira è la ragazza che fuggirà nel primo episodio. Come il contemporaneo "Pulp fiction" di Tarantino, infatti, il film d'esordio di Manchevski ha una struttura cronologica "sfasata": ogni episodio potrebbe essere quello iniziale, come suggerisce anche l'aforisma "Il tempo non aspetta, il cerchio non è rotondo", ripetuto in ciascuno dei tre segmenti (nel primo e nel terzo pronunciato da un monaco anziano, nel secondo sotto forma di graffito su un muro). Il cerchio è anche quello dell'odio e della vendetta, delle faide etniche e della guerra civile, che pare impossibile da spezzare. Sia la fuga (Zamira), sia il mantenimento di una distanza apparente (Anne), sia il ritorno a casa (Alex) si rivelano inutili per sfuggire alla cattiveria e all'odio che insanguinano la terra e calpestano i sentimenti più puri. Nel passare da un episodio all'altro, anche lo stile filmico muta: si comincia con toni e atmosfere da world cinema, con scenari idilliaci e un (neo)realismo da festival, per passare progressivamente al dramma intenso e al grido di dolore per una terra martoriata e funestata da arretratezza e conflitti: il tutto un po' ricorda le pellicole iraniane (alcuni paesaggi sembrano uscire dai lavori di Kiarostami) e un po' anticipa quelle del primo Kim Ki-duk (il monaco muto, l'isolamento e la violenza). E sopra le follie degli uomini, il destino incombe sotto forma di grigi nuvoloni che rombano e minacciano pioggia in continuazione (ma le prime gocce cominceranno a cadere quando ormai la tragedia si è conclusa). Lo stile di Manchevski, regista/sceneggiatore che nel prosieguo della sua carriera uscirà un po' dai riflettori, è ricco e complesso (e cita, fra le altre cose, il John Ford di "Sentieri selvaggi" e, per restare in tema di pioggia, "Raindrops keep fallin' on my head" dal film "Butch Cassidy": si vede che al regista piace il western, e infatti il suo lavoro successivo, "Dust", apparterrà proprio a questo genere). Leone d'oro alla mostra di Venezia, ex aequo con "Vive l'amour" di Tsai Ming-liang.

16 settembre 2020

The whistleblower (Larysa Kondracki, 2010)

The whistleblower (id.)
di Larysa Kondracki – Canada/Germania 2010
con Rachel Weisz, David Strathairn
**

Visto in TV, con Sabrina.

Primo (e al momento unico) lungometraggio diretto dalla regista televisiva canadese Larysa Kondracki, ispirato alla storia vera di Kathryn Bolkovac (Rachel Weisz), poliziotta americana che ha lavorato come membro della forza di pace delle Nazioni Unite in Bosnia alla fine degli anni novanta, subito dopo la fine della guerra nei Balcani. Sotto contratto con l'agenzia privata DynCorp (che nel film è chiamata DemoCra), scoprì che membri dell'agenzia stessa, nonché alti ufficiali delle forze dell'ONU e agenti corrotti della polizia locale, erano implicati in un traffico di prostitute minorili ridotte in schiavitù. Non creduta, anzi ostacolata dai suoi stessi superiori, venne rimossa dall'incarico ma denunciò pubblicamente l'accaduto, portando alla luce lo scandalo. Importante (anche se sgradevole) per il tema trattato, il film lo affronta senza alcuna levità, anzi calcando la mano ogni volta che può. E l'ambientazione, cupa e senza speranza, tutto sommato rimane dentro all'animo dello spettatore. Ma la realizzazione e la regia sono rivedibili: i personaggi sono tagliati con l'accetta, senza particolare approfondimento, indagine psicologica o dubbio morale. Nel vasto cast attorno alla Weisz si riconoscono Vanessa Redgrave (Madeleine Rees, l'avvocato a capo della commissione per i diritti umani), Benedict Cumberbatch (il comandante delle forze ONU), David Hewlett (l'agente corrotto Murray), David Strathairn (lo specialista degli affari interni) e la solita pessima Monica Bellucci (la funzionaria che si occupa dei rifugiati) che si doppia da sola. Roxana Condurache, Paula Schramm e Rayisa Kondracki sono alcune delle ragazze costrette a prostituirsi, Nikolaj Lie Kaas è il soldato olandese con cui Kathryn ha una relazione.

26 settembre 2016

Un re allo sbando (Brosens, Woodworth, 2016)

Un re allo sbando (King of the Belgians)
di Peter Brosens, Jessica Woodworth – Belgio 2016
con Peter Van den Begin, Lucie Debay
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Mentre si trova a Istanbul in visita ufficiale, il re del Belgio Nicolas III (Van den Begin) viene a sapere che la Vallonia ha dichiarato indipendenza dalle Fiandre, dividendo il paese in due. Un'inopportuna tempesta solare mette fuori uso le comunicazioni e i voli: e al sovrano, accompagnato dal suo entourage (il valletto Carlos, il direttore del protocollo Ludovic e la responsabile delle pr Louise), non resta che tentare un avventuroso ritorno in patria via terra, attraverso i Balcani, per di più sotto falso nome per sfuggire ai servizi segreti turchi che non intendono fargli lasciare il paese e causare così un incidente diplomatico. Il tutto viene ripreso dalla videocamera di un documentarista, che intende mostrare il lato umano del re. Simpatico e stralunato road movie che parte da uno spunto di fantapolitica per riflettere sul futuro dell'Europa, sul ruolo della monarchia, sull'autodeterminazione dei popoli, sul distacco fra la gente e le istituzioni, ma anche sulla scoperta di sé stessi. Ma se le peripezie del sovrano sono divertenti, e lui stesso si ritrova cambiato grazie al contatto con la gente comune mentre attraversa la Bulgaria, la Serbia e l'Albania, alla resa dei conti il film non riesce a graffiare in profondità, con una satira all'acqua di rose che ben si sposa con la comicità "sospesa" tipica del Nord Europa. Al terzo loro film che vedo, non riesco ancora a farmi un'idea chiara del cinema della coppia Brosens-Woodworth: di pellicola in pellicola (e a volte anche all'interno di uno stesso film) i registri cambiano in continuazione, passando dal realismo al surreale, dal comico al drammatico, dal simbolico al documentario. Qui, complice anche un attore che fisicamente gli assomiglia, mi è venuto da pensare a Pif e ai suoi viaggi (nel programma "Il testimone") alla scoperta di mondi e persone lontane.

13 giugno 2015

Perfect day (Fernando León de Aranoa, 2015)

Perfect day (A perfect day)
di Fernando León de Aranoa – Spagna 2015
con Benicio del Toro, Tim Robbins
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Siamo in Bosnia nel 1995, verso la fine della guerra nei balcani. Alcuni membri di un'organizzazione umanitaria sono impegnati nella bonifica di un pozzo, dentro il quale è stato gettato il cadavere di un ciccione: se non verrà rimosso al più presto, le acque si contamineranno irrimediabilmente. Ma fra la ricerca di una corda (l'unica disponibile si è spezzata), le infinite pastoie della burocrazia delle Nazioni Unite, il boicottaggio da parte degli stessi abitanti del luogo, e difficoltà logistiche di ogni tipo – dalle mucche minate (!) ai bisticci personali o sentimentali fra i membri del gruppo – si scoprirà che in tempo di guerra anche i piccoli problemi possono diventare insormontabili. Diretta da un regista spagnolo (e girata in Spagna, nonostante il setting balcanico) e con un cast internazionale (Benicio del Toro, Tim Robbins, Mélanie Thierry, Olga Kurylenko), una black comedy grottesca e surreale nella vena di "No man's land" (anche se decisamente meno autentica e più radical chic), che ironizza sulla futilità e l'impotenza dei volontari delle ONG, senza trascurare di mostrare gli orrori della guerra, davanti ai quali a volte si perde un po' il senso delle cose. Buon ritmo, battute e dialoghi: a tratti ci si diverte, e gli interpreti sono convincenti. Ma nel complesso il film gira in tondo come i suoi personaggi, fallisce nel voler ergere il conflitto in Bosnia a scenario universale, e in fondo dice cose ovvie per non dire niente di nuovo.

20 settembre 2014

Figlio di nessuno (Vuk Ršumovic, 2014)

Figlio di nessuno (Ničije dete)
di Vuk Ršumovic – Serbia 2014
con Denis Murić, Pavle Čemerikić
***

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nella primavera del 1988, fra le montagne della Bosnia, alcuni cacciatori trovano un bambino abbandonato e cresciuto allo stato selvaggio insieme ai lupi. Portato in città e registrato col nome di Haris Pućurica, il ragazzo viene trasferito in un istituto per minori di Belgrado per tentarne un difficile reinserimento nella società. E in effetti, nel corso degli anni, impara con fatica a camminare, a parlare, a "socializzare" (almeno fino a un certo punto) con altri suoi coetanei. Ma nel 1992 la dissoluzione della Yugoslavia lo riporterà in Bosnia, dove finirà a combattere fra i boschi durante la guerra. E come in un cerchio che si chiude, dopo aver assistito alla follia e alla distruzione perpetrata dall'uomo, tornerà fra le sue montagne e con i suoi lupi. Film dalla una struttura episodica e ricco di silenzi (il protagonista praticamente non parla mai: anche quando impara a dire qualche parola, le spende con assoluta parsimonia), i cui toni sobri e (neo)realisti nascondono metafore e significati, soprattutto in relazione al conflitto balcanico, all'insensatezza della guerra e all'impotenza dell'uomo rispetto alle ineluttabili correnti del mondo esterno. Haris – chiamato da tutti con il nomignolo di "Pućke" – attraversa quasi con inerzia ogni fase della crescita e della vita sociale: l'apprendimento, la crescita, le amicizie (con Žika, ragazzo di poco più grande di lui, il primo che gli manifesta un po' di attenzione e di affetto), il desiderio sessuale e l'amore (per Alisa, ragazza cresciuta nell'istituto e poi ballerina in un night club), il lavoro, la discriminazione (quando scoppia la guerra nei Balcani, il suo nome musulmano ne fa immediatamente un "nemico"), l'emigrazione forzata, la guerriglia; è trascinato da una parte all'altra da vicende più grandi di lui, si attacca disperatamente al poco che ha (che si tratti di una biglia o di un singolo amico), assiste a grandi e piccole tragedie, vede morire amici e conoscenti, e alla fine è ricondotto dal destino nel luogo a lui più consono, in mezzo alla natura e lontano dal caos e dalla follia dell'uomo. Se lo spunto di partenza è dunque lo stesso del "Ragazzo selvaggio" di Truffaut o del "Kaspar Hauser" di Herzog, lo sviluppo va oltre: ma nel procedere, con una narrazione priva di retorica e di accondiscendenza, il protagonista – interpretato da un eccezionale Denis Murić, che dona al personaggio uno sguardo "selvaggio" sì ma anche tenero e impaurito, e soprattutto riesce a "trattenere" dentro di sé più emozioni di quelle che esprime – manifesta un'evoluzione tanto più notevole perché in fondo, pur dipendendo dagli altri, non perde mai di vista sé stesso. La trasformazione sociale di Pućke passa anche dal suo rapporto con un particolare capo di vestiario, ossia le scarpe: all'inizio vi è ovviamente refrattario (l'istruttore Ilke fatica non poco a fargliene indossare per la prima volta un paio); un importante traguardo è raggiunto quando impara a mettersele e ad allacciarsele da solo; il suo primo lavoro fuori dall'istituto è come apprendista da un ciabattino; un altro momento di passaggio è quello in cui indossa gli stivali che gli regala il soldato bosniaco che lo prende con sé nella sua pattuglia; e infine, nel momento del ritorno alla natura, sfilarsi quegli stivali è la prima cosa che fa. Il regista, esordiente, fa un lavoro impeccabile e si mette umilmente al servizio della storia e degli attori. Ottimi anche gli altri interpreti: Pavle Čemerikić è Žika, Isidora Janković è Alisa, Miloš Timotijević è Ilke.

17 marzo 2012

No man's land (Danis Tanović, 2001)

No Man's Land (Ničija zemlja)
di Danis Tanović – Bosnia/Slovenia/Fra/Ita/Bel/GB 2001
con Branko Đurić, Rene Bitorajac
***

Rivisto in DVD, con Rachele, Ilaria, Paola, Costanza, Eleonora, Ginevra.

Durante la guerra nei Balcani, un soldato bosniaco e uno serbo si ritrovano intrappolati insieme in una trincea abbandonata e situata in mezzo alle rispettive linee nemiche. Con loro c’è un terzo soldato, sdraiato su una mina che esploderà non appena dovesse alzarsi. La situazione è tesa, e per risolverla viene richiesto l’intervento dei “caschi blu” dell’ONU, che però si riveleranno del tutto impotenti. Illustrando la follia del conflitto fratricida che ha insanguinato l’ex Yugoslavia negli anni novanta attraverso l’interazione di due uomini che avrebbero anche potuto essere amici (hanno pure conoscenti in comune) ma che si odiano fino alla morte, la brillante e pluripremiata – anche con l’Oscar per il miglior film straniero, oltre che con la palma per la miglior sceneggiatura a Cannes – pellicola d’esordio del bosniaco Tanović affronta un argomento serio con toni leggeri e a tratti grotteschi e surreali (molti gli sberleffi: i militari dell’ONU ribattezzati ridicolmente “i Puffi” per via dei loro caschi blu; il soldato bosniaco che, leggendo un giornale, esclama un “Che casino in Ruanda!”). Frutto di una coproduzione internazionale, il film non entra nel merito delle ragioni politiche o etniche del conflitto (i due soldati si accusano a vicenda di aver iniziato la guerra), non prende posizioni a favore o contro una delle parti e si limita a mostrare una situazione che col tempo si fa sempre più assurda e senza via d’uscita. Chi ne esce peggio, forse, sono proprio le forze neutrali, come gli “operatori di pace” delle Nazioni Unite, di cui viene mostrata tutta l'inutilità, e i giornalisti internazionali, sempre a caccia di scoop. E la mina pronta a esplodere (nonché “impossibile da disinnescare”) non è che una metafora dell’intero paese, in bilico sull’orlo della distruzione. Nel cast internazionale, anche Georges Siatidis (il sergente francese) e Katrin Cartlidge (la reporter inglese).

11 settembre 2011

11 settembre 2001 (aavv, 2002)

11 settembre 2001 (11'09"01 - September 11)
di registi vari – Francia 2002
film a episodi
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Sono passati esattamente dieci anni dall'attentato alle Torri Gemelle di New York. Per ricordarlo, ho rivisto bel questo film a episodi nel quale undici registi di diverse nazionalità (uno solo, Sean Penn, è americano) affrontano l'argomento da molteplici punti di vista e in piena libertà creativa. Ciascuno dei segmenti in cui è divisa la pellicola dura esattamente 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma: ovvero, come recita il titolo originale, 11'09"01. La presenza di filmmaker arabi (l'egiziano Chahine) e del medio oriente (l'israeliano Gitai, l'iraniana Makhmalbaf), oltre che di autori notoriamente critici verso la politica degli Stati Uniti (come il britannico Ken Loach), garantisce una prospettiva globale, rassicurando coloro che temevano un'operazione puramente celebrativa o conciliatoria. Non siamo di fronte né a un instant-movie né a una semplice cronaca dell'evento: molti registi (come Tanovic, Loach o Imamura) hanno anzi sfruttato l'occasione per parlare di altre tragedie che hanno coinvolto vittime innocenti e che rispetto all'attentato dell'11 settembre hanno magari ricevuto una copertura "mediatica" minore; altri (come Lelouch, Penn o Nair) hanno invece raccontato la tragedia da un punto di vista personale o individuale. Anche dal lato tecnico il film offre una grande varietà di stili, con alcuni episodi che spiccano per la sperimentazione formale (su tutti quello di Iñárritu).

1) "Iran", di Samira Makhmalbaf (***), con Maryam Karimi
Un gruppo di bambini afgani, rifugiati in Iran, discutono del crollo delle Torri Gemelle (e della volontà di Dio) mentre la loro maestra cerca inutilmente di far loro osservare un minuto di silenzio in memoria delle vittime. La figlia di Mohsen Makhmalbaf (che qui fa il montatore) sceglie – come è consuetudine del cinema iraniano – di osservare la realtà attraverso lo sguardo innocente dei bambini, apparentemente incapaci di cogliere la reale portata di quello che è accaduto in una città così distante da loro, e realizza un episodio semplice ma commovente.

2) "Francia", di Claude Lelouch (***1/2), con Emmanuelle Laborit e Jérome Horry
Una fotografa sordomuta è giunta alla fine della sua relazione sentimentale con un uomo che fa la guida turistica a New York. Ma il crollo delle torri, di cui lei non si accorge per via della sua sordità, saprà riunire la coppia. Girato tutto dal punto di vista della donna, l'episodio fa a meno dell'audio (è praticamente muto, con sottotitoli) e restituisce il senso di percezione mutilata della realtà da parte di chi soffre di un handicap fisico. Insieme a quello messicano (che invece, in maniera speculare, è quasi tutto incentrato sul sonoro) è uno dei segmenti migliori del film.

3) "Egitto", di Youssef Chahine (*1/2), con Nour El-Sherif e Ahmed Haroun
Rientrato in patria da New York subito dopo l'11 settembre, il regista Chahine incontra il fantasma di un giovane marine americano, morto anni prima in un attentato in Libano. Insieme a lui, riflette insieme sulla spirale di odio, violenza e vendetta che insanguina il mondo. L'episodio meno convincente del lotto: per il regista l'attacco dell'11 settembre è solo un pretesto per parlare delle tensioni in Medio Oriente. Peccato che lo faccia in maniera banale, demagogica e didascalica.

4) "Bosnia-Erzegovina", di Danis Tanović (**), con Dzana Pinjo e Aleksandar Seksan
Come ogni undici del mese, un gruppo di donne bosniache si prepara a scendere in piazza per ricordare i caduti del massacro di Srebrenica (avvenuto l'11 luglio del 1995). La notizia del crollo delle torri a New York non impedirà loro di manifestare lo stesso. Un buono studio dei personaggi e il merito di ricordare una tragedia dimenticata sono i pregi di un episodio che però non rimane particolarmente impresso. A distanza di qualche anno dalla prima visione, lo avevo completamente rimosso.

5) "Burkina Faso", di Idrissa Ouedraogo (**1/2), con Lionel Zizréel Guire
Un gruppo di bambini ritiene di aver avvistato Osama Bin Laden per le strade del mercato di Ouagadougou, e pianifica di catturarlo con armi di fortuna per riscuotere la taglia da 25 milioni di dollari messa su di lui dagli Stati Uniti. Come la Makhmalbaf, anche il regista africano sceglie di guardare l'attualità attraverso gli occhi ingenui e innocenti dei bambini, e realizza l'episodio più leggero e divertente del film, ritraendo al contempo la povera realtà dei paesi dell'Africa occidentale.

6) "Regno Unito", di Ken Loach (***), con Vladimir Vega
Il musicista Vega, esule cileno che ora vive a Londra, scrive una lettera ai genitori e ai parenti dei morti delle Torri Gemelle, partecipando al loro dolore ma ricordando come anche il Cile abbia avuto il suo 11 settembre: nello stesso giorno del 1973, infatti, il colpo di stato del generale Pinochet abbatteva il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Attraverso una voce narrante e l'utilizzo di immagini di repertorio, Loach coglie l'occasione per denunciare la complicità degli Stati Uniti nell'accaduto. Un po' fuori tema, ma d'impatto.

7) "Messico", di Alejandro González Iñárritu (***1/2)
Mentre il nero dello schermo è interrotto da flash luminosi che illustrano i momenti più tragici del giorno dell'attentato (le persone che si gettano dalle torri, il crollo degli edifici), l'audio fonde insieme le voci dei testimoni e dei sopravvissuti, i rumori ambientali, i notiziari televisivi e radiofonici di tutto il mondo, i messaggi inviati via cellulare ai propri cari da coloro che erano rimasti intrappolati nelle torri o dagli aerei dirottati, e così via, in una cacofonia di suoni, rumori e musica che rendono questo video-messaggio l'episodio artisticamente più significativo. Al termine, una domanda: la luce di Dio ci guida o ci acceca?

8) "Israele", di Amos Gitaï (**), con Keren Mor e Liron Levo
Una giornalista televisiva sta tentando di fare un servizio in diretta da una strada di Tel Aviv dove si è appena verificato un attentato, intralciando anche il lavoro dei soccorritori. Ma scopre di non essere in onda perché contemporaneamente c'è stato il disastro delle Torri Gemelle. Girato in un unico piano sequenza (ma senza particolare maestria tecnica), si tratta di un episodio caotico e confuso che sembra trascinarsi troppo a lungo, non aiutato dalla scarsa simpatia di personaggi petulanti, isterici, esageratamente macchiettistici.

9) "India", di Mira Nair (**), con Tanvi Azmi e Kapil Bawa
Una donna pakistana, immigrata da tempo con la famiglia a New York, piange il figlio, musulmano ma nato negli Usa, scomparso da casa dal giorno dell'attentato delle Torri. Inizialmente il ragazzo è addirittura accusato di essere un complice dei terroristi: ma sei mesi più tardi, quando il suo corpo viene ritrovato, si scoprirà che invece aveva eroicamente tentato di salvare altre vite. Ispirato a una storia vera, è un episodio che si focalizza sul sentimenti anti-islamici nell'America del post-11 settembre. Peccato però che sia raccontato in maniera non troppo brillante.

10) "Stati Uniti d'America", di Sean Penn (***), con Ernest Borgnine
Un anziano vedovo trascorre le giornate da solo nel suo appartamento, imprigionato insieme ai ricordi della moglie scomparsa. Sul davanzale c'è un vaso di fiori avvizziti, che sbocceranno nuovamente soltanto quando il crollo delle torri permetterà ai raggi del sole, che in precedenza era sempre oscurato dal WTC, di raggiungere la finestra. Episodio malinconico e bizzarro, dal finale un po' surreale e al limite dello sberleffo (anche se c'è chi ha parlato di "poesia del dolore"), girato in maniera assai curata e con grande attenzione ai dettagli. Strepitoso l'interprete, l'ottantacinquenne Borgnine.

11) "Giappone", di Shohei Imamura (**1/2), con Tomorowo Taguchi, Kumiko Aso
Siamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Disgustato dall'umanità dopo aver assistito agli orrori del conflitto, un soldato giapponese torna a casa convinto di essere un serpente, strisciando per terra per la disperazione della sua famiglia. Girato da Imamura con la consueta commistione fra stile realistico e contenuto allegorico, il segmento che conclude il film è anche l'unico a non fare un riferimento diretto alla tragedia dell'11 settembre. Ma la scritta finale in sovrimpressione ("Non esistono guerre sante") lascia ben pochi margini all'interpretazione.

2 giugno 2011

Cirkus Columbia (D. Tanović, 2010)

Cirkus Columbia (id.)
di Danis Tanović – Bosnia-Erzegovina 2010
con Miki Manojlović, Jelena Stupljanin
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi.

Dopo vent'anni trascorsi in Germania, dove si è arricchito, Divko approfitta della caduta del comunismo (siamo nel 1991) per tornare nel suo villaggio natale in Bosnia-Erzegovina a sfoggiare soldi, automobile e giovane amante, e a sfrattare di casa la moglie e il figlio (con cui non ha rapporti da anni) per insediarvicisi con la sua nuova donna e il suo amatissimo gatto nero portafortuna. Ma ignora che i delicati equilibri su cui si regge la nuova situazione politica stanno per saltare, e che siamo alla vigilia della sanguinosa guerra di dissoluzione della Jugoslavia. A fianco delle tensioni famigliari (l'odio/amore fra Divko e le sue due donne; il rapporto con il figlio Martin, giovane radioamatore) ci sono quelle ben più delicate, e che dividono l'intero paese, fra serbi e bosniaci. Tanović, che già aveva affrontato il tema della guerra nei balcani con sensibilità e umorismo nel suo film d'esordio "No Man's Land", ritorna sull'argomento mantenendo i toni – almeno in superficie – della commedia e guardando in parte a Kusturica (gatti compresi). Il protagonista Miki Manojlović (già visto proprio in molti film del regista serbo, compreso "Underground") assomiglia sempre di più a Walther Matthau. Bravi gli attori, sceneggiatura un po' sfilacciata, ma il finale (con le bombe che esplodono mentre i due innamorati fanno un ultimo giro sulle giostre del "Cirkus Columbia", appunto) commuove e scuote.

21 settembre 2009

Honeymoons (G. Paskaljevic, 2009)

Honeymoons (Medeni mesec)
di Goran Paskaljevic – Serbia/Albania 2009
con Nebojsa Milovanovic, Jelena Trkulja
**

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Due fastosi matrimoni vengono celebrati lo stesso giorno, uno in Albania e uno in Serbia: fra gli invitati, in entrambi i casi, c'è una giovane coppia che ha deciso di abbandonare il proprio paese in cerca di una vita migliore in Europa. L'albanese Nick vuole portare in Italia Maylinda, la fidanzata di suo fratello, disperso da tre anni e probabilmente morto in mare; il serbo Marko ha sposato Vera contro il volere di suo padre e ora progetta di trasferirsi in Austria per suonare nella Filarmonica di Vienna. I loro sogni, però, cozzeranno contro la burocrazia e i pregiudizi dei sorveglianti di frontiera. Un film incisivo dal regista de "La polveriera", con due storie che corrono in parallelo senza incrociarsi mai e diviso nettamente in tre parti. Le prime due, quelle dedicate ai matrimoni, mostrano difficili rapporti familiari, il contrasto fra l'arretratezza delle campagne e la ricchezza delle città, l'incomunicabilità generazionale, e tutto l'odio che scorre fra i vari popoli della penisola balcanica (esemplificato dalla faida tra i fratelli protagonisti dell'episodio serbo). La terza parte, invece, racconta i "viaggi di nozze" delle due coppie verso l'Europa e il loro precipitare in una sorta di limbo dettato dai regolamenti e dalle autorità. Lascia rabbia e amaro in bocca, ma è questo il suo scopo.

16 settembre 2009

Akadimia Platonos (F. Tsitos, 2009)

Akadimia Platonos (De tha gineis ellinas pote)
di Fillipos Tsitos – Grecia 2009
con Antonis Kafetzopoulos, Anastasis Kozdine
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Il titolo del film è il nome del quartiere di Atene che nell'antichità ospitava l'accademia di Platone e dove ora vive Stavros, negoziante che trascorre le giornate a oziare davanti alla porta della propria scalcinata bottega in compagnia di tre amici, chiacchierando di calcio e lamentandosi dell'invasione degli albanesi che immigrano in Grecia in cerca di lavoro. Uno dei suoi compagni ha addirittura addestrato il proprio cagnolino, "Patriota", ad abbaiare solo agli stranieri. Ma la vita di Stavros, che si trascina stancamente ascoltando musica rock e accudendo l'anziana madre, cambia completamente il giorno in cui scopre di avere un fratello albanese, anzi di essere forse albanese lui stesso. E persino i suoi amici cominciano a tenerlo a distanza, prendendo alla lettera il coro da stadio che tutti insieme intonavano contro gli immigrati: "Albanese, non sarai mai un greco". Una magnifica pellicola dolce-amara sul tema del razzismo e della multiculturalità, dai toni ironici e leggeri e popolata da personaggi ottimamente caratterizzati (e interpretati da attori dai volti buffi e pittoreschi). Gran parte dell'azione si svolge nel piccolo e poco frequentato incrocio di fronte al negozio e alla casa di Stavros, teatro di confuse partite a pallone, dove il comune vorrebbe costruire un monumento alla solidarietà culturale e dove un numeroso gruppo di cinesi ("è impossibile contarli!") sta aprendo una bottega di moda italiana (!). Le piccole meschinità, i valori dell'amicizia e i paradossi linguistici e filosofici espongono efficacemente sullo schermo, senza alcuna retorica, tutte le contraddizioni e la relatività dei nazionalismi di ogni tipo, anche quelli su scala piccola e familiare. E in cima a tutto, ecco il tema dell'identità personale: quella che Stavros, in piena crisi (anche per via dell'insonnia e del rapporto irrisolto con l'ex moglie), rischia di perdere e finisce col ritrovare nel momento e nell'occasione più impensata.

13 giugno 2009

Amore & altri crimini (S. Arsenijevic, 2008)

Amore & altri crimini (Ljubav i drugi zlocini)
di Stefan Arsenijevic – Serbia/Germania 2008
con Anica Dobra, Vuk Kostic
**1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Il giovane Stanislav, timido gangster e aspirante prestigiatore, lavora per Milutin, un criminale di basso cabotaggio di Belgrado che taglieggia (ma con moderazione) i piccoli commercianti del quartiere. È innamorato da sempre di Anica, la donna del capo, e per confessarglielo sceglie proprio il giorno in cui lei ha progettato di fuggire per rifarsi una vita altrove. Permeato da un umorismo sottile e stralunato, il film – bello e minimalista – si svolge tutto nell'arco di una sola giornata e tratteggia con simpatia e calore, fra contraddizioni e malinconia, rimpianto per le scelte passate e incertezza per il futuro, tutta una serie di personaggi che vivono ai margini della legalità in una città di cui intravediamo soltanto grigie e disagiate periferie, immensi casermoni, chioschi senza clienti e strade spazzate dal vento e dalla neve. Restano impressi, per esempio, figure come Ivana, la figlia quattordicenne e introversa di Milutin, che passa le giornate a mangiare arance e a guardare soap operas in spagnolo quando non minaccia di suicidarsi buttandosi dalla terrazza del palazzo; o la madre di Stanislav, una vecchia cantante che si esibisce in un ristorante solo perché il figlio paga il proprietario. Tormentone della pellicola è la canzone "Besame mucho", sentita da Milutin fino allo sfinimento.

16 settembre 2007

The hunting party (R. Shepard, 2007)

The hunting party - I cacciatori (The hunting party)
di Richard Shepard – USA 2007
con Richard Gere, Terrence Howard
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Un corrispondente di guerra, caduto in disgrazia per aver insultato in diretta tv il proprio anchorman, si mette sulle tracce di un criminale bosniaco responsabile di un genocidio e già ricercato inutilmente dall'ONU e dalla CIA. Con l'aiuto del suo fedele cameraman e di un collega novellino riuscirà a individuarne il nascondiglio, ma solo per scoprire che a nessuno interessa veramente catturarlo. Un avvincente film bellico-avventuroso, ambientato prima dell'11 settembre, che stempera temi e situazioni tuttora di attualità con una buona dose di umorismo. "Solo le parti più ridicole di questa storia sono vere" indica un disclaimer posto all'inizio della pellicola, e nei titoli di coda ci viene infatti rivelato con molta ironia quali elementi sono frutto della fantasia dello sceneggiatore e quali no. Non mancano critiche e dubbi sugli sforzi effettivamente compiuti dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale per trovare i responsabili di genocidi e attentati terroristici. Ottimo Gere, così come il resto del cast.

7 novembre 2006

All the invisible children (aavv, 2005)

All the invisible children
di Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Katia Lund, Jordan e Ridley Scott, Stefano Veneruso, John Woo – Italia 2005
**

Visto in DVD, con Albertino.

Film a episodi concepito da produttori italiani (fra cui Maria Grazia Cucinotta) sul tema dei "bambini invisibili" e delle loro condizioni disagiate in diverse parti del mondo: all'operazione, patrocinata dall'Unicef, si sono prestati alcuni grandi registi con cortometraggi di 15-20 minuti. Il risultato non è male, anche se lo stile tende troppo al leccato e alcuni episodi mancano di mordente. Il migliore mi è parso il segmento di Kusturica, ma anche quello di Spike Lee è molto bello. Interessanti, a modo loro, quelli di Ridley Scott (in compagnia della figlia Jordan, che ne ha anche scritto la sceneggiatura) e di John Woo. Gli altri tre sono assolutamente dimenticabili. Scendendo nei dettagli:

"Tanza" di Mehdi Charef, con Adama Bila (**). Girato in Burkina Faso ma ambientato in un paese africano imprecisato, racconta di un bambino guerrigliero incaricato di far saltare in aria la scuola di un villaggio. Interessante ma esile e dalla confezione forse fin troppo pulitina.

"Blue Gypsy" di Emir Kusturica, con Uroš Milovanović e Goran R. Vračar (***). Un giovane zingaro, terminato il suo periodo di detenzione in un centro per il recupero minorile, ne esce soltanto per farci ritorno volontariamente quasi subito. Il solito scoppiettante Kusturica, con il suo humour, la musica, la simpatia contagiosa per i propri personaggi.

"Jesus Children of America" di Spike Lee, con Hannah Hodson, Andre Royo (***). Una bambina di Brooklyn viene emarginata dalle compagne di scuola perché i suoi genitori sono tossici e sieropositivi. L'episodio più triste e intenso del film. Ottimi gli attori.

"Bilu & João" di Katia Lund, con Francisco Awanake e Vera Fernandez (*1/2). Due ragazzini di una favela brasiliana vagabondano per le strade di São Paolo in cerca di rifiuti, lattine e cartoni da rivendere. Assieme a quello italiano (vedi poi), è l'episodio che mi ha detto di meno: anche lo spaccato di vita che presenta mi è sembrato un po' troppo idealizzato.

"Jonathan" di Jordan Scott e Ridley Scott, con David Thewlis e Kelly MacDonald (**). Un fotografo di guerra fa ritorno alla propria infanzia e attraversa un mondo violento pieno di orfani che vivono in gruppo. Un episodio onirico, strano e surreale, con la solita fotografia luminosa dei film di Scott. Non del tutto convincente, comunque.

"Ciro" di Stefano Veneruso, con Daniele Vicorito ed Ernesto Mahieux (*1/2). Ambientato in una Napoli piena di musicisti e saltimbanchi, presenta un ragazzino che vive rubando i rolex agli automobilisti ma che in fondo, come i suoi compagni, sogna ancora di andare sulle giostre. Piatto e stereotipato, con una confezione forse troppo lussuosa per l'argomento (la fotografia è di Storaro). Veneruso è un produttore che ha lavorato come aiuto regista sui set de "La passione di Cristo" e "Gangs of New York".

"Song Song & Little Cat" di John Woo, con Zhao Zhicun, Qi Ruyi (**1/2). È la storia di due bambine unite da una bambola che passa di mano dall'una all'altra. Song Song è ricca ma soffre per la separazione dei genitori, Little Cat è una trovatella allevata da un vecchio senzatetto. Un racconto strappalacrime, forse non del tutto nelle corde di John Woo, che comunque fa un buon lavoro grazie anche alle due ottime attrici in erba (quella che interpreta Song Song sarebbe adatta per un film dell'orrore, tanto ha un volto inquietante!).