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12 luglio 2023

Io confesso (Alfred Hitchcock, 1953)

Io confesso (I Confess)
di Alfred Hitchcock – USA 1953
con Montgomery Clift, Anne Baxter
**

Visto in TV (Sky Cinema).

Il profugo tedesco Otto Keller (Otto Eduard Hasse) confessa in chiesa a padre Michael Logan (Montgomery Clift), giovane prete cattolico, di aver appena ucciso un uomo in un tentativo di rapina. Non potendo rivelare ciò che gli è stato detto nel segreto del confessionale, Michael non può scagionarsi quando lui stesso viene sospettato dall'ispettore Larrue (Karl Malden) di essere l'autore del delitto... Da un dramma teatrale francese ("Nos deux consciences" di Paul Anthelme), che Hitchcock aveva visto da ragazzo e di cui sposta l'ambientazione a Québec, in Canada, un noir dallo spunto accattivante ma che si dipana poi in maniera schematica. Riguardo agli aspetti gialli o polizieschi, sappiamo già tutto sin dall'inizio: sono i dilemmi morali a far avanzare la storia, e questi si complicano quando l'ispettore si convince che il movente di padre Logan risieda nella sua passata relazione con Ruth (Anne Baxter), moglie di un abbiente avvocato (Roger Dann), che era ricattata dall'uomo ucciso. Buona la costruzione della tensione (anche se il pubblico americano, essendo protestante e non cattolico, fece fatica a comprendere il motivo per cui il protagonista scegliesse volontariamente di non scagionarsi), meno convincente la sceneggiatura, soprattutto nella caratterizzazione un po' ballerina dei personaggi. Deludente anche la risoluzione finale, che giunge in maniera casuale ed è alquanto semplificata e annacquata rispetto al dramma originale. Il cameo di sir Alfred è subito all'inizio, nella prima scena dopo i titoli di testa. Bella la colonna sonora sinfonica di Dimitri Tiomkin, che in certi passaggi ingloba il tema del "Dies irae".

10 giugno 2023

Decision to leave (Park Chan-wook, 2022)

Decision to leave (He-eojil gyeolsim)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2022
con Park Hae-il, Tang Wei
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Il detective Jang Hae-jun (Park Hae-il), tormentato dall'insonnia e costretto a vivere lontano dalla moglie che lavora in un'altra città, indaga sulla morte del sessantenne Ki Do-su, ex funzionario dell'ufficio immigrazione caduto durante una scalata in montagna, sospettando che sia stato ucciso dalla giovane moglie Song Seo-rae, di origine cinese. Quasi subito si innamora della donna, ed è pertanto lieto di scoprire che ha un alibi che la scagiona, e che la morte dell'uomo è probabilmente dovuta a un suicidio. Quando scopre di essere stato ingannato, chiede il trasferimento nella piccola cittadina dove vive la moglie, dove però ritroverà a sorpresa la stessa Seo-rae, giunta lì con un secondo marito che a sua volta verrà trovato ucciso... Noir/thriller a sfondo romantico e, secondo alcuni critici, hitchcockiano (si pensi a "La donna che visse due volte"), con personaggi e situazioni interessanti e una regia piena di inventiva. Ha però il difetto di essere troppo "costruito" e, in un certo senso, troppo sofisticato (e poetico!) in rapporto a quello che racconta. Seo-rae rimane un personaggio enigmatico, dalle molte sfaccettature, che pure la rendono attraente agli occhi di Hae-jun. Lui stesso, invece, si lascia manipolare un po' troppo facilmente, proprio come i personaggi maschili dei noir degli anni quaranta e cinquanta al cospetto di una femme fatale. Registicamente, Park ricorre a soluzioni sempre interessanti (come quando, durante pedinamenti o intercettazioni, uno dei personaggi si materializza simbolicamente nella camera dell'altro) e sfrutta molto bene scenari e ambientazioni, tanto quelli urbani quanto quelli naturali, diversi dalla solita Seul. Nella colonna sonora spicca la quinta sinfonia di Mahler. Premio per la miglior regia a Cannes.

2 giugno 2023

Odio implacabile (Edward Dmytryk, 1947)

Odio implacabile (Crossfire)
di Edward Dmytryk – USA 1947
con Robert Young, Robert Mitchum, Robert Ryan
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

A Washington, subito dopo la guerra, un giovane soldato (George Cooper) viene accusato di aver ucciso un uomo (Sam Levene) che aveva appena conosciuto in un locale. A indagare su di lui, perplesso dall'apparente assenza di un movente, è il capitano di polizia Finlay (Robert Young), mentre il suo commilitone Keeley (Robert Mitchum), convinto della sua innocenza, cerca in ogni modo di proteggerlo. In effetti il vero colpevole è un altro soldato, Montgomery (Robert Ryan), mosso da un odio viscerale e razzista. Da un soggetto del futuro regista Richard Brooks, dove però la vittima era un omosessuale (lo sceneggiatore John Paxton fu costretto a cambiare le caratteristiche del personaggio, trasformandolo in un ebreo, in osservanza al codice Hays, che vietava di rappresentare l'omosessualità sullo schermo), un noir poliziesco "a tema" per stigmatizzare l'intolleranza verso il diverso, che si tratti di omofobia (comunque implicita), antisemitismo o qualsiasi tipo di odio "a priori". Fra le righe, si sfiorano anche temi come il difficile reintegro dei soldati nella società civile dopo la guerra. L'impostazione è corale, dando spazio di volta in volta ai diversi personaggi, buoni o cattivi che siano. Oggi può sembrare un po' schematico, e fin troppo didascalico nel suo messaggio, ma resta di buona fattura a livello di scrittura, recitazione e regia. Piccole parti per Gloria Grahame (la prostituta Jinny), Paul Kelly, Steve Brodie. Ottimo il riscontro critico: cinque candidature agli Oscar – miglior film, regista, sceneggiatura, attore non protagonista (Ryan) e attrice non protagonista (Grahame) – e un premio a Cannes.

20 marzo 2023

Il romanzo di Thelma Jordon (R. Siodmak, 1950)

Il romanzo di Thelma Jordon (The file on Thelma Jordon)
di Robert Siodmak – USA 1950
con Wendell Corey, Barbara Stanwyck
**1/2

Visto in divx.

L'assistente procuratore distrettuale – maldestramente tradotto come "giudice istruttore" nella versione italiana – Cleve Marshall (Corey), insoddisfatto del suo matrimonio, viene sedotto dalla femme fatale Thelma Jordon (Stanwyck), che lo convince di essere innocente dell'accusa di aver ucciso la vecchia zia per ereditarne il patrimonio, lasciando intendere che si sia trattato invece di un furto di gioielli. E così l'uomo, incaricato di rappresentare la pubblica accusa al processo contro di lei, farà di tutto per farla assolvere. Noir giudiziario con tutte le carte in regola, a partire da una protagonista ambigua e malvagia che però, man mano che procede la vicenda, finisce per innamorarsi davvero dell'uomo che avrebbe dovuto soltanto circuire. Lei stessa esplicita questa ambiguità nel finale, quando durante la sua confessione dichiara "Forse io sono due persone". Il personaggio maschile, dal suo canto, è la tipica vittima dei raggiri della donna, un po' come il Walter Neff de "La fiamma del peccato" (altro seminale noir con la Stanwyck), anche se è decisamente più integro (resta convinto fino in fondo che Thelma sia davvero innocente). Peccato però che tutto sia molto prevedibile: anche se non è mostrata esplicitamente sullo schermo, per lo spettatore non c'è mai il minimo dubbio sulla colpevolezza di Thelma. Inadeguato il titolo italiano (che c'entra un "romanzo"?). Paul Kelly è il capo procuratore, Stanley Ridges l'avvocato difensore, Joan Tetzel la moglie di Marshall (chiamata Pamela in originale e Patrizia nella versione italiana).

2 marzo 2023

Paura in palcoscenico (A. Hitchcock, 1950)

Paura in palcoscenico (Stage Fright)
di Alfred Hitchcock – GB 1950
con Jane Wyman, Marlene Dietrich
**1/2

Visto in divx.

Sospettato dalla polizia di avere ucciso il marito di Charlotte Inwood (Marlene Dietrich), la diva teatrale di cui è l'amante, Jonathan Cooper (Richard Todd) si rivolge all'amica Eve Gill (Jane Wyman) affinché lo aiuti a nascondersi. La ragazza, innamorata di lui, decide di fare anche di più: convinta che Charlotte abbia organizzato tutto per far ricadere la colpa su Jonathan, e sfruttando le proprie doti di aspirante attrice (frequenta infatti l'accademia di arte drammatica), Eve avvicina sia la donna (fingendosi la sua nuova cameriera) sia l'ispettore che conduce le indagini sull'omicidio, Wilfred Smith (Michael Wilding). Ma scoprirà che non tutto è come credeva... Girato a Londra (durante una breve "pausa" di Hitchcock da Hollywood) con attori inglesi (le uniche eccezioni sono le due protagoniste femminili, Wyman e Dietrich), un giallo-noir ispirato a un romanzo di Selwyn Jepson, di cui cambia però il finale: è degno di nota soprattutto per il colpo di scena conclusivo, che rivela come alcune delle informazioni mostrate sullo schermo in precedenza fossero un inganno dovuto a un "testimone inattendibile" (anticipando in parte, su scala minore, la trovata de "I soliti sospetti"). Per il resto, il ritmo è compassato e la suspence latita, e anche la caratterizzazione dei personaggi spinge soprattutto sul versante umoristico, in particolare per quanto riguarda i genitori di Eve, il "commodoro" Gill (Alastair Sim) e sua moglie (Sybil Thorndike). Il valore aggiunto è la Dietrich, nel consueto ruolo di femme fatale, che canta anche una canzone originale di Cole Porter ("The Laziest Gal in Town"), oltre a "La vie en rose". Sir Alfred le concesse grande libertà sul set, lasciandole addirittura l'ultima parola sull'illuminazione e le inquadrature. La traduzione italiana del titolo si perde il doppio senso dell'originale, che significa piuttosto "Paura da palcoscenico".

10 maggio 2022

Il caso Paradine (Alfred Hitchcock, 1947)

Il caso Paradine (The Paradine Case)
di Alfred Hitchcock – USA 1947
con Gregory Peck, Alida Valli
**1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e brillante avvocato Anthony Keane (Gregory Peck) viene incaricato di difendere la vedova Maddalena Paradine (Alida Valli) dall'accusa di aver ucciso il marito, un colonnello cieco, avvelenandolo con l'arsenico. Benché gli indizi contro la donna (di modesti natali e dal passato non proprio immacolato) non manchino, pur senza prove reali, Keane si convince sempre più della sua innocenza, e durante il dibattimento cerca di deviare i sospetti verso il cameriere personale – e in precedenza attendente – del colonnello, l'enigmatico André Latour (Louis Jourdan). Anche perché nel frattempo si è innamorato dell'affascinante signora, il che rischia di mettere a repentaglio il suo rapporto con la moglie Gay (Ann Todd). L'ultimo film girato da Hitchcock con il produttore David O. Selznick, colui che lo aveva portato a Hollywood con un contratto di sette anni e con cui aveva lavorato dai tempi di "Rebecca", è un thriller giudiziario ricco di sfumature, tratto da un romanzo di Robert Smythe Hichens, dove l'andamento del processo (e la rivelazione del colpevole) contano quasi meno dei rapporti fra i personaggi. L'attrazione che Keane prova verso la signora Paradine, anche se questa si mostra scostante nei suoi confronti, diventa una vera e propria ossessione che guida tutte le sue azioni, mentre dall'altro lato la moglie Gay, che si rende conto di tutto, non solo accetta che il marito continui a difendere la "rivale" ma spera che la faccia assolvere, "così la lotta sarà ad armi pari". Anche la relazione della donna con l'attendente Latour si ammanta di toni ambigui e ambivalenti (sono stati amanti? complici? nemici? si amano o si odiano?), mentre attorno a loro si muovono figure carismatiche come il laido giudice Horfield (Charles Laughton) e l'avvocato di famiglia sir Simon (Charles Coburn), a loro volta protagonisti di siparietti con la rispettiva moglie (Ethel Barrymore) e figlia (Joan Tetzel). Il rapporto di Hitchcock con l'invadente Selznick, spesso presente sul set con continue modifiche alla sceneggiatura, non fu facile, anche perché il produttore impose il cast al regista (che avrebbe voluto Laurence Olivier e Ingrid Bergman o Greta Garbo come protagonisti). Ma Selznick voleva lanciare Alida Valli (accreditata solo come "Valli" nei titoli di testa) in America: si tratta così di una delle pochissime "brune" in un film di sir Alfred, che notoriamente preferiva le bionde. Anche la scelta di Jourdan fu contestata da Hitchcock, che immaginava il personaggio come un rude stalliere, non come un raffinato domestico. Quello che avrebbe dovuto essere il racconto di una doppia "discesa nell'abisso" (di Keane in primis, sempre più catturato dal fascino proibito della signora Paradine, e della signora stessa, con il suo passato torbido) diventa così "soltanto" un melodramma giudiziario, anche se la fattura – a livello di regia, fotografia, scenografie (l'Inghilterra, e in particolare l'Old Bailey dove si svolge il processo che occupa tutta la seconda parte del film, è stata ricostruita in studio) – è come sempre impeccabile. E il senso di alienazione e di solitudine che affligge man mano i personaggi è degno dei migliori noir. Durante le sequenze del processo, Hitchcock usò quattro diverse macchine da presa in funzione simultaneamente, ciascuna puntata su un differente attore, una tecnica mai usata prima a questi livelli. Costato moltissimo, il film ebbe uno scarso riscontro di pubblico e di critica e fu considerato fra i "passi falsi" del regista: ma naturalmente, avercene di film così oggi!

7 settembre 2021

Lo spione (Jean-Pierre Melville, 1962)

Lo spione (Le doulos)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1962
con Jean-Paul Belmondo, Serge Reggiani
**1/2

Rivisto su YouTube, per ricordare Jean-Paul Belmondo.

Appena uscito di prigione, e dopo aver regolato i conti con un ex complice, lo scassinatore Maurice (Serge Reggiani) tenta un nuovo colpo ma viene sorpreso sul posto dalla polizia, che qualcuno aveva prontamente avvertito. In fuga, e convinto che a tradirlo sia stato l'amico Silien (Jean-Paul Belmondo), medita vendetta: ma è proprio lui l'informatore? Da un romanzo di Pierre Lesou, un noir d'atmosfera con una trama intricata e una ragnatela di misteri e ambiguità. Per gran parte della pellicola, infatti, seguiamo le mosse di Silien – che trama, mente, inganna – senza che sia mai chiaro da che parte stia, se sia effettivamente uno "spione" o se sia rimasto fedele all'amico. Solo alla fine si spiegherà ogni cosa, prima che il destino, in un ulteriore e inevitabile controfinale, concluda a modo suo la vicenda. Un giovane Belmondo è sfacciato, carismatico e sornione, sempre sicuro di sè e capace di muoversi in un sottobosco di criminali legati da forti rapporti di amicizia, che però possono incrinarsi di fronte al minimo sgarbo. E non mancano piccoli e grandi colpi di scena, che talvolta giungono inaspettati come improvvisi scatti di violenza quando meno ce li si aspetta (la didascalia introduttiva recita: "Bisogna scegliere. Morire... o mentire?"). Bella la fotografia in bianco e nero di Nicolas Hayer, che tratteggia una Parigi notturna e piovosa. Belmondo aveva già recitato per Melville l'anno prima in "Léon Morin, prete" (e tornerà l'anno seguente ne "Lo sciacallo"). Nel cast anche Michel Piccoli, Jean Desailly, René Lefèvre, Philippe March, Monique Hennessy e Fabienne Dali. Musiche di Paul Misraki. Volker Schlöndorff è l'aiuto regista, Bertrand Tavernier ha collaborato alla produzione. Il titolo originale, un termine gergale che significa "cappello", indica un informatore della polizia.

29 marzo 2021

Marlowe, il poliziotto privato (D. Richards, 1975)

Marlowe, il poliziotto privato (Farewell, My Lovely)
di Dick Richards – USA 1975
con Robert Mitchum, Charlotte Rampling
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il detective privato Philip Marlowe (Robert Mitchum) viene incaricato dall'energumeno Moose Malloy (Jack O'Halloran), appena uscito di prigione, di rintracciare la sua ragazza di un tempo, Velma Valento, misteriosamente scomparsa. E nel corso delle indagini scoprirà che lo stesso Moose è oggetto di una caccia all'uomo... Secondo adattamento cinematografico (dopo "L'ombra del passato" di Edward Dmytryk) del romanzo "Addio, mia amata" di Raymond Chandler. L'ottimo cast (con Charlotte Rampling, Sylvia Miles, John Ireland, John O'Leary, Harry Dean Stanton, Anthony Zerbe, Walter McGinn e persino un giovane Sylvester Stallone) e una regia anonima ma professionale sono al servizio di una storia apparentemente ingarbugliata, ma in cui alla fine tutti i nodi vengono sciolti. Il valore aggiunto comunque è Mitchum, che dona al personaggio notevoli sfumature (il senso dell'umorismo, con la battuta sempre pronta, ma anche una dose di fatalità e di cinismo amplificata dall'età). La bella atmosfera (la Los Angeles degli anni Quaranta, mentre Joe DiMaggio batte ogni record nel baseball e dall'Europa giungono venti di guerra), i costumi e la musica fanno il resto. Mitchum tornerà nei panni del personaggio anche nel successivo "Marlowe indaga" del 1978, il che lo rende l'unico attore ad aver interpretato il ruolo due volte.

15 dicembre 2020

La farfalla sul mirino (S. Suzuki, 1967)

La farfalla sul mirino (Koroshi no rakuin)
di Seijun Suzuki – Giappone 1967
con Joe Shishido, Koji Nanbara
***

Visto in TV (Prime Video).

Goro Hanada (Shishido), "killer numero 3" al servizio di una potente organizzazione criminale, ama il profumo del riso bollito e non sopporta la solitudine, che dovrebbe essere invece l'unica compagna di un assassino. Per questo sceglie di sposare la folle Manami (Mariko Ogawa), che gira sempre nuda per casa, e si lascia poi attrarre dalla misteriosa Misako (Annu Mari), una ragazza ossessionata dalla morte, che lo contatta per commissionargli un omicidio. Ma una farfalla che si posa per un attimo sul mirino del suo fucile (il caso, il destino?) gli fa mancare il colpo: e per questo motivo viene condannato a morte dalla sua stessa organizzazione, che gli manda contro l'avversario più pericoloso di tutti, il Fantasma, ovvero il "killer numero 1" (Nanbara). La pellicola più famosa (anzi, famigerata) di Seijun Suzuki è un delirante e confuso B-movie anarchico e frammentario, dal ritmo sconnesso e dai contenuti risibili che mescolano thriller ed erotismo, ma dallo stile altamente personale. Girato in un avvolgente bianco e nero espressionista, ricco di suggestioni e di momenti bizzarri, il lungometraggio pare procedere per proprio conto in un mondo astratto e surreale, popolato da killer spietati e da donne folli, che agiscono in preda a pulsioni e feticismi, attraverso situazioni improvvisate e debolmente legate le une alle altre che si dipanano in un'atmosfera torbida e notturna: i fantasiosi omicidi commessi da Hanada, il suo perverso rapporto con la moglie, le farfalle e gli uccellini morti di cui si circonda Misako, e infine lo scontro fra i due killer che si braccano come il gatto con il topo, condividendo lo stesso spazio e la stessa casa, prima di affrontarsi nella penombra di un palazzetto dello sport. A tratti ridicolo e a tratti struggente, il film è sicuramente superiore alla somma delle sue parti. La casa di produzione Nikkatsu aveva chiesto a Suzuki (autore anche della sceneggiatura insieme a un gruppo di collaboratori, accreditati collettivamente con lo pseudonimo Hachiro Guryu, ovvero "Il gruppo degli otto") di realizzare un film di yakuza tradizionale, anche per lanciare definitivamente la carriera dell'attore Joe Shishido (che anni prima si era gonfiato le guance con un'operazione di chirurgia plastica per avere lineamenti più "mascolini" e recitare così parti da cattivo e da duro), e non fu per nulla soddisfatta del confuso risultato finale, licenziando il regista e ritirando la pellicola dalla circolazione. Ne seguì una celebre disputa legale che, se da un lato rese Suzuki un eroe della controcultura e del cinema underground, dall'altro gli fece terra bruciata intorno e gli impedì di dirigere un altro film per dieci anni. Col tempo, la pellicola è stata riscoperta dal pubblico e rivalutata dalla critica, diventando un autentico cult movie. In Italia è uscita anche con il titolo "Il marchio dell'assassino", traduzione letterale dell'originale, mentre in America è nota come "Branded to kill". Ispirata in parte dai film di James Bond e dai noir americani, ma anche dalla pop art e dal teatro kabuki, ha influenzato a sua volta Jim Jarmusch (che ne ha citato una scena in "Ghost dog"), Quentin Tarantino, John Woo, Johnnie To, Takeshi Kitano ("Getting any?"), Wong Kar-wai ("Angeli perduti") e persino la serie di Lupin III (personaggio del quale Suzuki stesso dirigerà un film nel 1985, "La leggenda dell'oro di Babilonia"). Nel 2001 il regista firmerà una sorta di sequel/remake/omaggio con "Pistol opera".

20 novembre 2020

Dark city (Alex Proyas, 1998)

Dark city (id.)
di Alex Proyas – USA/Australia 1998
con Rufus Sewell, William Hurt
***

Rivisto in divx (director's cut).

In una città dove il sole non sembra sorgere mai, John Murdoch (Rufus Sewell) si risveglia in una camera d'albergo senza ricordare alcunché del proprio passato. Inseguito da misteriose creature che somigliano a pallidi Nosferatu vestiti di pelle, si dà alla fuga con l'aiuto di un bizzarro medico (Kiefer Sutherland) che sembra sapere molte cose sulla sua situazione. Nel frattempo sulle sue tracce si lanciano anche l'ispettore di polizia Frank Bumstead (William Hurt), convinto che si tratti di un killer di prostitute, e sua moglie Emma (Jennifer Connelly), cantante in un cabaret. L'ambientazione neo-noir non deve ingannare: si tratta di un singolare e cupo film di fantascienza, nel quale Proyas (autore anche del soggetto) recupera le atmosfere notturne e soprannaturali del precedente "Il corvo", mettendole al servizio di una vicenda avvolgente, metaforica e ricca di colpi di scena. Se le ispirazioni – pur nell'originalità dell'insieme – sono molte ed evidenti ("Metropolis" di Fritz Lang e in generale l'espressionismo tedesco, "Brazil" di Terry Gilliam per la distopia kafkiana e surreal-esistenziale, e l'immancabile "Blade runner" con la sua contaminazione di noir e fantascienza su tutte, ma anche "Dracula", satire come "Il tunnel sotto il mondo" e "Truman show", e persino "Lamù: Beautiful dreamer" di Mamoru Oshii), la pellicola a sua volta rappresenterà un indiscutibile punto di riferimento estetico e contenutistico per il "Matrix" degli allora fratelli Wachowski, che uscirà l'anno successivo, e per "Inception" di Christopher Nolan. Concetti come la volatilità o la relatività delle memorie, temi come l'umanità usata come cavia per esperimenti da misteriosi alieni, e immagini come la città che si modifica ogni giorno (con palazzi che sorgono o cambiano di posto, riplasmando di fatto la realtà a ogni mezzanotte) o che viaggia nello spazio su un disco-astronave (letteralmente una "Flat Earth"!) prendono vita sullo schermo all'interno di un lungometraggio che passa rapidamente dal noir all'horror gotico, dalla fantascienza alla pellicola di supereroi (vedi lo scontro finale a base di superpoteri), con una sceneggiatura ben servita da attori carismatici e in parte. Fra gli "stranieri" ci sono il Richard O'Brien di "Rocky Horror" (Mr. Hand), Ian Richardson (Mr. Book) e Bruce Spence (Mr. Wall). L'ambientazione notturna, urbana e retrò, deve ovviamente molto ai film noir degli anni Quaranta e Cinquanta: la fotografia cupissima è di Dariusz Wolski, mentre le scenografie sono di Patrick Tatopoulos (l'intera città è costruita in studio). Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Lem Dobbs e David S. Goyer (quest'ultimo reclutato da Proyas grazie al suo "Blade"). Consiglio la visione della director's cut uscita nel 2008, che amplia numerose scene (rendendo più toccante la love story e approfondendo i personaggi di contorno) ed elimina la voce fuori campo che all'inizio anticipa un po' troppe cose.

4 agosto 2020

Blood simple (Joel Coen, 1984)

Blood simple - Sangue facile (Blood Simple)
di Joel [ed Ethan] Coen – USA 1984
con John Getz, Frances McDormand
**

Visto in divx.

Scoprendosi tradito dalla moglie Abby (Frances McDormand), che se la intende con il suo dipendente Ray (John Getz), il vendicativo Marty (Dan Hedaya), proprietario di un bar nel Texas, affida al detective privato Visser (M. Emmet Walsh) l'incarico di uccidere i due amanti. Ma Visser preferisce intascare la ricompensa e ammazzare invece Marty, utilizzando la pistola della donna per far ricadere la colpa su di lei. A trovare per primo il cadavere è però Ray, che credendo Abby responsabile decide di nasconderlo nel deserto... Il primo film dei fratelli Coen, Joel (accreditato come regista) ed Ethan (come produttore, nonostante i due rivestissero entrambi i ruoli e anche quelli di sceneggiatori e montatori), è un neo-noir che si rifà a certe atmosfere di classici come "Il postino suona sempre due volte" o "Detour". Sin dal loro primo lavoro, dunque, i due fratelli si dimostrano buoni soprattutto a saccheggiare il cinema del passato, rivestendolo magari di una patina modernista e senza approfondirne il reale contesto o significato. Se infatti lo stile può sembrare nuovo (tanto da ingannare la critica e, un po' meno, il pubblico), personaggi e situazioni brillano per cliché e superficialità (come dice anche la canzone ricorrente, persino sui titoli di coda: "It's the Same Old Song"). E nonostante la regia sia già ottima (grazie anche alla fotografia di Barry Sonnenfeld), la sceneggiatura presenta numerosi punti deboli, a partire dalla caratterizzazione dei due protagonisti, dai toni incoerenti, dal dilatamento delle emozioni (come la paranoia annacquata, quando i due amanti si sospettano a vicenda) e dalla generale stupidità del comportamento di tutti i personaggi (una vera costante del cinema dei due fratelli). Quando a questi ingredienti, nei film successivi, i Coen aggiungeranno anche la parodia, il livello – qui ancora nei limiti del puro intrattenimento – calerà ulteriormente. Elementi del film saranno riproposti in "Fargo" e "L'uomo che non c'era". Frances McDormand, moglie di Joel, al debutto, rimarrà una presenza ricorrente nei lavori dei due fratelli: ma in questo loro primo film i veri interpreti di rilievo sono i comprimari, ovvero Hedaya e Walsh. Nel 2009 uscirà un remake cinese con la regia di Zhang Yimou.

2 aprile 2020

Le jene di Chicago (R. Fleischer, 1952)

Le jene di Chicago (The narrow margin)
di Richard Fleischer – USA 1952
con Charles McGraw, Jacqueline White
***

Visto in divx.

Il tenente di polizia Walter Brown (Charles McGraw) ha il compito di scortare la signora Neal (Marie Windsor), vedova di un gangster ucciso da poco, da Chicago fino a Los Angeles, dove dovrà testimoniare in tribunale. Ma a bordo del treno su cui viaggiano si trovano anche alcuni membri della banda, che pur ignorando il volto della donna sono intenzionati ad eliminarla per non farla parlare. E mentre Brown cerca di tenere nascosta la signora nella propria cabina, deve anche capire di quali degli ambigui e sospetti passeggeri del treno può fidarsi e di quali no. Un piccolo gioiello di B-movie ambientato (quasi) interamente all'interno delle carrozze di un treno, fra cuccette, corridoi e scompartimenti, e capace, pur con pochi mezzi, di tenere sempre alta la tensione e l'attenzione dello spettatore, grazie non solo ai molti colpi di scena (alcuni, a dire il vero, un po' improbabili) ma anche a una regia priva di pretenziosità e alle interpretazioni di attori relativamente sconosciuti nei panni di personaggi che giocano al gatto con il topo. A tratti è anche vagamente hitchcockiano (chi ricorda "La signora scompare"?) nel fondere venature da giallo classico con gli stilemi del poliziesco contemporaneo. Fra i vari passeggeri, molti dei quali nascondono legami fra di loro, ci sono Jacqueline White (la mamma col bambino pestifero), Paul Maxey (il "ciccione"), David Clarke (il gangster baffuto, l'unico che Brown identifica sin dall'inizio), Peter Virgo (il killer con il "bavero di pelo"), Peter Brocco e Harry Harvey. Don Beddoe è Forbes (Smith nell'edizione italiana), il partner di Brown che viene ucciso all'inizio. Curiosità: a parte il brano suonato dal giradischi di Marie Windsor, manca una colonna sonora, sostituita dai rumori del treno. Una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura. Il film piacque talmente al produttore Howard Hughes che volle reclutare il regista e lo sceneggiatore (Earl Felton) per rigirare alcune scene de "Il suo tipo di donna" di John Farrow, una pellicola su cui puntava molto, minacciandoli se avessero rifiutato di non distribuire il loro lavoro (che in effetti uscì nelle sale quasi due anni dopo essere stato completato). Un remake nel 1980, "Rischio totale" con Gene Hackman.

14 marzo 2020

La polizia bussa alla porta (J.H. Lewis, 1955)

La polizia bussa alla porta (The Big Combo)
di Joseph H. Lewis – USA 1955
con Cornel Wilde, Richard Conte
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'ostinato tenente di polizia Leonard Diamond (Cornel Wilde) cerca in ogni modo di incastrare il sardonico Mister Brown (Richard Conte), che dietro l'eleganza e l'aspetto da stimato cittadino è a capo di una spietata organizzazione criminale. La sfida fra i due è quasi personale: e lo diventa ancora di più quando Brown, nel tentativo di eliminare Diamond, fa uccidere dai suoi scagnozzi Rita (Helene Stanton), la donna che questi frequentava. Saranno però proprio le donne a tradire il gangster: la sua tormentata "pupa" Susan (Jean Wallace), ex pianista di cui anche Diamond è ossessivamente innamorato, che pur di sfuggire alle sue grinfie tenta il suicidio; e la sua ex moglie Alicia (Helen Walker), sulla cui scomparsa il tenente si mette a indagare, scoprendo così altri crimini nel turbinoso passato del bandito. Un classico del poliziesco-noir di serie B, vale a dire a basso budget, con una trama contorta e senza nomi di richiamo nel cast (benché i piani iniziali prevedessero Spencer Tracy e Jack Palance nei due ruoli principali): ma il tutto è compensato dall'atmosfera magnetica e conturbante, dai bei dialoghi di Philip Yordan, e soprattutto dalla fotografia low key di John Alton, che avvolge i personaggi nell'oscurità ed esalta il contrasto fra luci e ombre (si pensi, per esempio, all'iconica scena finale all'aeroporto, che peraltro nella sua composizione ricorda "Casablanca"). Ottimi anche gli interpreti, in particolare i "cattivi": Conte è al meglio nel ritrarre un criminale mefistofelico e ambizioso (il suo motto è: "Il primo è il primo, il secondo è nessuno"), sempre sorridente e sicuro di sé, che non si sporca mai le mani di persona ma progetta intrighi di ogni tipo (anche ai danni dei suoi stessi uomini) dietro le quinte. Fra i suoi subalterni spiccano Brian Donlevy nei panni di McClure, bandito della vecchia guardia che Brown ha esautorato di ogni potere e umilia in continuazione (memorabile la scena in cui usa il suo apparecchio acustico per torturare Diamond), e la coppia di sgherri (con sottotesto omoerotico) formata da Lee Van Cleef e da Earl Holliman. Insolita la colonna sonora jazzata (con trombe e sassofoni) di David Raksin. Cornel Wilde e Jean Wallace nella realtà erano marito e moglie.

6 marzo 2020

Sui marciapiedi (Otto Preminger, 1950)

Sui marciapiedi (Where the sidewalk ends)
di Otto Preminger – USA 1950
con Dana Andrews, Gene Tierney
***

Visto in divx.

Mark Dixon (Dana Andrews) – poliziotto rude e dai modi spicci, che già è stato retrocesso di rango per via dei suoi metodi violenti contro i criminali – uccide senza volerlo un sospetto (Craig Stevens) che era andato a interrogare, e si premura di nascondere le prove. Ma quando dell'omicidio verrà accusato un innocente (Tom Tully), padre dell'ex moglie della vittima (Gene Tierney) di cui nel frattempo si è innamorato, roso dai sensi di colpa cercherà dapprima di far cadere la responsabilità su un gangster (Gary Merrill), e poi mediterà di andare incontro alla morte. Da una sceneggiatura di Ben Hecht, un poliziesco cupo e notturno, venato di sfumature ambigue: non c'è divisione netta fra il bene e il male, e il protagonista ha almeno tanti difetti quanti pregi. Man mano che la storia procede, in effetti, veniamo a conoscenza di alcuni retroscenza, come il fatto che sia figlio di un criminale e dunque che è continuamente in lotta fra gli istinti (che lo portano a volersi salvare, anche a costo di agire fuori dalla legge) e un desiderio quasi esistenziale di espiazione (delle proprie colpe, ma anche di quelle degli altri). Forse un po' macchinoso, specialmente nel finale (in parte imposto dal codice Hays), ma comunque ricco di fascino noir e soprattutto con una trama per nulla prevedibile da parte dello spettatore. I due attori protagonisti avevavo già lavorato insieme e con lo stesso regista nel fortunato "Vertigine" ("Laura"). Nel cast anche Bert Freed (Klein, il partner di Dixon), Karl Malden (il tenente Thomas) e Ruth Donnelly (la proprietaria del locale dove Dixon va con Morgan). Nella versione originale il gangster Carter si chiama Scalisi ed è italo-americano.

22 febbraio 2020

L'ombra del dubbio (A. Hitchcock, 1943)

L'ombra del dubbio (Shadow of a doubt)
di Alfred Hitchcock – USA 1943
con Joseph Cotten, Teresa Wright
**1/2

Visto in divx.

Quando lo zio Carlo (Joseph Cotten), l'elusivo fratello minore di sua madre, giunge da New York a casa loro, in California, per visitarli dopo tanto tempo, la giovane Carla (Teresa Wright), che ne condivide il nome (in originale si chiamano entrambi Charlie), è particolarmente contenta, essendo sempre stata affezionata a questo zio così misterioso, bello, benestante e con la fama di avventuriero. Ma ben presto le risulta evidente che Carlo sta scappando da qualcosa: e quando la ragazza scopre che la polizia è in cerca di un "killer di vedove" che si è dato alla fuga, si convince che proprio lo zio sia il responsabile dei delitti... Un insolito thriller di ambientazione familiare che lo stesso Hitchcock considerava fra i suoi lavori preferiti, dove la tensione del noir e il cinismo del mondo esterno fanno capolino nella quotidianità, nella routine e nelle convenzioni sociali di una famiglia del tutto normale e serena. Il mistero relativo allo zio e alle ragioni della sua fuga è prolungato per tutta la pellicola, con l'amata nipote che lentamente passa dall'iniziale fiducia verso di lui (il rapporto fra i due è talmente stretto da sfiorare la telepatia) alla paura e alla repulsione, senza che il resto della famiglia sospetti minimamente qualcosa: e la realtà si ritrova trasfigurata non solo dai sospetti (l'ombra del dubbio, come recita il titolo) ma anche dall'immaginazione, dalla fantasia e dai sogni, oltre che dalla fascinazione per la letteratura e i romanzi polizieschi che contagia anche altri membri della famiglia, come la piccola Anna (Edna May Wonacott), accanita lettrice, e il padre Joe (Henry Travers), che "gioca" con l'amico Herbie (Hume Cronyn) a inventare i modi più fantasiosi per uccidersi a vicenda. Se Carlo vive alla giornata (li suo motto è "non pensare al passato né al futuro, solo l'oggi esiste") e dietro l'apparenza affabile disprezza il mondo intero, per Carla l'intera vicenda rappresenta l'ingresso nell'età adulta, attraverso le fasi della disillusione verso lo zio e dell'innamoramento per il giovane poliziotto (Macdonald Carey) che dà la caccia all'assassino. Forse a uno spettatore moderno, che si aspetta sempre il twist finale, la conclusione può risultare deludente: ma ai tempi di Hitchcock l'attrattiva nasceva proprio dalla suspense in sé, dalla rappresentazione del crimine e delle devianze sullo schermo in un contesto apparentemente a loro estraneo, quello appunto della normalità e della quotidianità. Nel cast anche Patricia Collinge (la madre) e Wallace Ford (il poliziotto anziano). Sir Alfred fa un cameo nei panni dell'uomo che, giocando a carte, ha una scala completa di picche. Memorabile la preghiera serale della piccola Anna: "Signore, benedici la mamma, papà, Capitan Midnight, Veronica Lake e il presidente degli Stati Uniti". Alla sceneggiatura, ispirata forse dai delitti di Earle Nelson negli anni venti, ha lavorato anche lo scrittore Thornton Wilder. La colonna sonora di Dimitri Tiomkin, alla prima collaborazione con Hitchcock, cita ripetutamente il valzer "La vedova allegra" di Franz Lehár, che allude – insieme alle immagini di coppie che ballano – ai delitti del killer. Il doppiaggio italiano dell'epoca, oltre ad "italianizzare" i nomi dei personaggi, presenta una strana inflessione in alcune voci che lo rende particolarmente bizzarro: questo perché fu doppiato a Madrid, in attesa che la guerra finisse, ad opera di attori italiani che si trovavano momentaneamente nel paese iberico.

30 luglio 2019

Stasera ho vinto anch'io (R. Wise, 1949)

Stasera ho vinto anch'io (The Set-Up)
di Robert Wise – USA 1949
con Robert Ryan, Audrey Totter
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Rivisto in TV.

Stoker Thompson (Robert Ryan), anziano pugile la cui carriera non è mai decollata e che da tempo è sulla via del tramonto, attende di salire sul ring di Paradise City per battersi da sfavorito con il più giovane "Tiger" Nelson. A sua insaputa, il suo manager Tiny (George Tobias) si è accordato con il gangster Sullivan affinché perda dopo la seconda ripresa: e convinto che il vecchio atleta non abbia alcuna possibilità di vittoria (e per tenere per sé il denaro ricevuto), non si è nemmeno premurato di dirglielo. Contemporaneamente la moglie Julia (Audrey Totter), disillusa e stufa di vederlo perdere sul ring, medita di lasciarlo. Ma contro ogni pronostico, il veterano Stoker saprà ritrovare dentro di sé la forza e l'orgoglio per dare sfogo al proprio desiderio di rivalsa, a costo di pagarne le conseguenze. Assai conciso (dura poco più di un'ora) e girato interamente in tempo reale (i minuti che scorrono per lo spettatore sono gli stessi che scorrono per i personaggi, come sottolineato dai numerosi orologi che vengono inquadrati durante la vicenda), un piccolo gioiellino che va annoverato fra le migliori pellicole sul tema del pugilato, "sport cinematografico" per eccellenza, di cui mostra tutto il sordido sottobosco che lo circonda e che ne determina il fascino: ring e stadi di periferia, scommettitori incalliti o semplici appassionati, pugili professionisti e dilettanti allo sbaraglio, campioni e falliti, vecchie volpi e giovani novellini con la paura del primo incontro, abitudini e scaramanzie, le chiacchiere e i riti nello spogliatoio mentre si attende che giunga il proprio turno di salire sul ring. Grazie alla trovata del tempo reale abbiamo la possibilità di prepararci e trepidare insieme al protagonista prima dell'incontro, di assistere agli sguardi degli spettatori (molti dei quali ben caratterizzati con pochi tratti) durante il combattimento, di vivere quest'ultimo round dopo round e colpo dopo colpo, mentre all'esterno Julia cammina per le strade della città e del parco dei divertimenti adiacenti, chiusa nei suoi pensieri, fino alla stazione degli autobus da cui vorrebbe partire. E per questi motivi la semplicità dell'intreccio non va a detrimento della tensione, anzi contribuisce ad accrescerne l'intensità e il coinvolgimento emotivo. La sceneggiatura di Art Cohn è ispirata a un poema narrativo di Joseph Moncure March del 1928 (dove però il pugile protagonista era nero e appena uscito di prigione: l'elemento razziale viene qui a mancare). Ryan venne scelto perché prima di diventare attore era stato campione dei pesi massimi al college. Il titolo italiano si riferisce all'ultima frase pronunciata dalla moglie Julia.

14 luglio 2019

Le forze del male (Abraham Polonsky, 1948)

Le forze del male (Force of Evil)
di Abraham Polonsky – USA 1948
con John Garfield, Beatrice Pearson
**1/2

Visto in divx.

Joe Morse (John Garfield), avvocato senza troppi scrupoli, è complice del gangster Ben Tucker (Roy Roberts) nel tentativo di impadronirsi di un lucroso giro di scommesse legate a una popolare lotteria clandestina (la "truffa dei numeri") associata alle corse dei cavalli. A questo scopo, i due complottano per far fallire tutte le ricevitorie indipendenti, per poi rilevarle a poco prezzo: fra queste c'è anche quella gestita dal fratello di Joe, Leo (Thomas Gomez), che dunque si adopera affinché venga risparmiato dal fallimento e inserito nell'organizzazione. Le sue manovre al di là della legalità, però, metteranno a repentaglio non solo il rapporto con il fratello ma anche quello con Doris, graziosa ragazza che lavora per Leo e di cui Joe si innamora... Un originale gangster movie che racconta le dinamiche dietro le quinte del mondo delle ricevitorie clandestine (chiamate "banche dei numeri"), dove si muovono personaggi poco raccomandabili, ovvero gangster che cercano di ricostruirsi una reputazione come uomini d'affari (Tucker opera per far legalizzare le scommesse, naturalmente dopo che si sarà impadronito di tutta l'attività) ma non rinunciano ai propri metodi sporchi. Da notare che il gangster rivale di Tucker, chiamato in italiano Garcia, nella versione originale era italo-americano (Bill Ficco). Howland Chamberlain è il contabile pentito Bauer, Marie Windsor è la conturbante moglie di Tucker. Lo sceneggiatore Polonsky, all'esordio come regista, era di idee comuniste (qui è chiaro l'attacco al capitalismo) e sarà a breve inserito nella lista nera del Maccartismo: di conseguenza vedrà compromessa la sua carriera e tornerà a dirigere un paio di film soltanto vent'anni più tardi.

29 giugno 2019

La città si difende (Pietro Germi, 1951)

La città si difende
di Pietro Germi – Italia 1951
con Renato Baldini, Paul Müller
**

Visto in TV.

Quattro uomini – il pittore Guido (Paul Müller), l'ex calciatore Paolo (Renato Baldini), il disoccupato Luigi (Fausto Tozzi) e il giovane studente Alberto (Enzo Maggio jr.) – rapinano l'incasso di una partita di calcio allo stadio: non si tratta di delinquenti di professione, ma di disperati che, in una città che mostra ancora le ferite aperte della guerra, sperano in questo modo di rifarsi una vita. Il destino, però, vorrà diversamente. Con un titolo che sembra anticipare la stagione dei poliziotteschi, Germi filma una storia che ricorda invece capisaldi come "Giungla d'asfalto" di Huston o "Rapina a mano armata" di Kubrick, ovvero quella di una rapina portata a termine con successo, ma i cui autori non riescono a goderne i frutti per una serie di circostanze avverse. Quasi diviso in episodi, il film segue le vicende dei quattro protagonisti separatamente: Paolo, che era stato costretto ad abbandonare la carriera agonistica per un infortunio, sarà tradito proprio dall'amante (Gina Lollobrigida) che sperava di riconquistare con il denaro; Luigi, pentito delle sue azioni, cercherà di lasciare la città insieme alla moglie (Cosetta Greco) e alla figlioletta, ma finirà col cedere alla pressione; Guido, braccato dalla polizia, contatterà una banda di contrabbandieri per farsi portare fuori dal paese, ma ci lascerà la pelle; e infine Alberto minaccerà il suicidio saltando giù da un cornicione ma sarà convinto a costituirsi da un accorato discorso della madre (Emma Baron). La sceneggiatura (di Federico Fellini, Tullio Pinelli e Luigi Comencini) risulta purtroppo di maniera, schematica e a tratti anche retorica (vedi il discorso finale della madre di Alberto), più sbilanciata sul versante del neorealismo che del noir, in particolare nell'episodio di Luigi, dai toni fin troppo melodrammatici. La parte migliore è invece quella relativa a Guido, il pittore che insegue un amore impossibile per una donna vista una volta sola (Tamara Lees). Premiato come miglior film italiano alla Mostra di Venezia.

25 giugno 2019

Il lago delle oche selvatiche (Diao Yinan, 2019)

The wild goose lake (Nan fang che zhan de ju hui)
di Diao Yinan – Cina 2019
con Hu Ge, Gwei Lun Mei
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In fuga dopo aver ucciso un poliziotto durante uno scontro con una banda rivale, il gangster Zhou Zenong (Hu Ge) attende alla stazione della città la propria moglie Yang Shujun (Wan Qian), che non vede da cinque anni. La sua intenzione è quella di chiedere alla donna di denunciarlo, in modo che possa riscuotere la ricompensa per la sua cattura. Ma al suo posto si presenta una ragazza sconosciuta, la prostituta Liu Aiai (Gwei Lun-mei)... Basato su una struttura contorta (si parte con due lunghi flashback che svelano il motivo per cui i due personaggi si trovano all'appuntamento della stazione) che non lesina colpi di scena, un neo-noir dalle atmosfere sospese, caotico e (ahimè) compiaciuto, ma soprattutto con il grave difetto di perdere ogni presa sullo spettatore a metà strada, fra false direzioni e personaggi dalla caratterizzazione impalpabile. A salvarlo, almeno in parte, è lo stile: la buona regia è coadiuvata da una fotografia notturna vibrante e ricca di sfumature, e non mancano momenti interessanti o scene occasionali che rimangono impresse nella memoria (la polizia che cerca un malvivente nello zoo di notte, sotto gli sguardi curiosi degli animali), anche piuttosto splatter (il motociclista decapitato, il gangster rivale ucciso con l'ombrello). Ma l'atmosfera e la grande cura nel setting (si pensi ai tanti ristorantini e ai locali di quart'ordine nei quali si rifugia Zhou, o alle riunioni dei criminali negli scantinati degli alberghi per spartirsi le zone della città, con evidente parallelo con quelle dei poliziotti che si dividono i quartieri da setacciare), dove il realismo va a braccetto con una forma stilizzata, non bastano per compensare una sceneggiatura carente nella costruzione della storia e dei personaggi. Liao Fan è il capitano della polizia. Il titolo originale significa "Appuntamento a una stazione ferroviaria nel sud", quello internazionale fa riferimento al lago sulle cui rive si svolge parte della vicenda e dove Liu Aiai lavora come "bagnante".

21 giugno 2019

La donna del bandito (Nicholas Ray, 1948)

La donna del bandito (They live by night)
di Nicholas Ray – USA 1948
con Farley Granger, Cathy O'Donnell
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Rivisto in TV.

Evaso di prigione insieme a due complici, il giovane Arthur Bowers (Farley Granger) si innamora di Katherine (Cathy O'Donnell), nipote di uno dei suoi compagni di fuga. E pur braccato dalla polizia per una serie di rapine, decide di sposarla e di fuggire con lei... Un classico del cinema noir ambientato nel Sud degli Stati Uniti durante la Grande Depressione, il film d'esordio di Nicholas Ray è tratto dal romanzo "Thieves Like Us" di Edward Anderson ed è ispirato alla vicenda reale di Bonnie e Clyde (ad essa alludono le scritte in sovrimpressione sullo schermo prima dei titoli di testa: "Di questo ragazzo... di questa ragazza... nessuno ci ha mai raccontato la vera storia"). Assai curata la caratterizzazione dei due giovani protagonisti, in particolare il ragazzo che all'inizio aspira soltanto a dimostrare la propria innocenza, ma che poi – a causa delle circostanze che congiurano contro di lui, dei complici che non permettono che si rifaccia una vita normale, e dei giornali che lo accusano di essere il capo della banda di rapinatori, trasformandolo in un efferato "pericolo pubblico numero uno" – è quasi costretto a diventare un gangster. Essendo stato realizzato in un'epoca in cui imperava il codice Hays (una delle cui regole richiedeva che lo stile di vita criminale venisse scoraggiato il più possibile), il film sottolinea in continuazione come la fuga di "Bowie" e "Keechie" sia senza speranza: ma questo, anziché essere un limite, rende la pellicola ancor più fatalista, nonché quasi struggente in scene come quella del matrimonio (celebrato rapidamente presso una squallida area di sosta). Ray, alla prima regia (spalleggiato dal produttore John Houseman), mostra già tutto il suo talento con alcune soluzioni innovative (fu il primo, per esempio, a utilizzare riprese aeree – per la precisione in elicottero – per girare scene d'azione come quella dei tre evasi in fuga che apre il film). Bella la fotografia notturna di George E. Diskant, e ottimi i comprimari: da segnalare Jay C. Flippen (T-Dub), Howard Da Silva (Chickamaw), Helen Craig (Mattie, la donna che li tradisce) e Will Wright (il padre di Keechie). Pur completato nel 1947 e presentato l'anno dopo a Londra, il film uscirà nelle sale americane soltanto alla fine del 1949. Robert Altman ne girerà un remake nel 1974, "Gang", con Keith Carradine e Shelley Duvall.