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5 gennaio 2024

Il ragazzo e l'airone (Hayao Miyazaki, 2023)

Il ragazzo e l'airone (Kimitachi wa do ikiru ka)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2023
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Impero, con Sabrina.

Dopo la morte della madre Himiko in un incendio, all'inizio della seconda guerra mondiale, il dodicenne Mahito si trasferisce in campagna con il padre, ingegnere militare, e la nuova compagna di questi, Natsuko, sorella minore della stessa Himiko. Il ragazzo fatica ad adattarsi al nuovo ambiente e soprattutto ad accettare la matrigna e la nuova situazione famigliare. Attirato in una torre diroccata da un misterioso airone cenerino parlante, si ritrova trasportato in un’altra dimensione, un mondo fantastico popolato da uccelli antropomorfi e governato dalla magia, dal soprannaturale e da differenti leggi temporali. Qui, fra le altre cose, ritroverà sua madre da giovane e imparerà ad accettare il proprio destino. Dieci anni dopo "Si alza il vento" (che avrebbe dovuto essere il suo ultimo film, prima di ripensarci), Miyazaki realizza una delle sue pellicole più complesse, allegoriche e filosofiche, su un soggetto originale (e in parte autobiografico) ispirato al romanzo "E voi come vivrete?" di Genzaburo Yoshino (da cui proviene il titolo giapponese). All'apparenza è una rilettura/variazione de "La città incantata", con un protagonista (stavolta maschile) che, come in "Alice nel paese delle meraviglie", si ritrova in un mondo onirico, fantastico e surreale, dominato da regole strane e paradossali e popolato da creature bizzarre. La fantasia e la visionarietà sono però al servizio di temi particolarmente profondi – la morte, la nascita, la guerra, la famiglia – affrontati attraverso simboli e allegorie: l'intero percorso di Mahito è un viaggio dantesco (sulla porta della torre è letteralmente inscritta una citazione di Dante, in italiano: "Fecemi la divina potestate"), dagli inferi al paradiso, fino all'incontro con il creatore. Anche se a tratti si ha l'impressione che la fantasia di Miyazaki scorra un po' troppo a ruota libera, saltando di palo in frasca (e introducendo personaggi, creature o ambienti senza pausa), le suggestioni sanno come colpire nel segno e rimangono impresse nello spettatore perché risuonano di concetti e temi propri dell'essere umano. Certo, un film simile è evidentemente frutto della maturazione e della tarda età del suo autore, che riflette all'indietro sulla propria infanzia, e per questo motivo la pellicola potrebbe risultare meno gradita al pubblico più giovane, che al limite ne apprezzerà soltanto gli aspetti più fantasy, buffi e visionari (gli uccelli parlanti, i "wara-wara", gli echi avventurosi). La bella colonna sonora di Joe Hisaishi è meno sinfonica del solito, e per lo più composta al pianoforte. L'edizione italiana è fortunatamente Cannarsi-free (anche se alcune frasi qua e là tendono a ricordare il suo stile). Disegni, sfondi e animazioni eccellenti, come al solito.

27 marzo 2023

Au hasard Balthazar (R. Bresson, 1966)

Au hasard Balthazar (id.)
di Robert Bresson – Francia/Svezia 1966
con Anne Wiazemsky, François Lafarge
***1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

L'asinello Balthazar, nel corso della sua vita (il film lo segue dalla nascita alla morte) passa di mano in mano, da un padrone all'altro, da chi lo accudisce con cura a chi lo maltratta o lo sfrutta per duri lavori; e nel frattempo è testimone silenzioso e osservatore delle vicende umane, delle peripezie e delle crudeltà che si dipanano intorno a lui. Ispirato (pare) da un passaggio ne "L'idiota" di Dostoevskij, e ambientato nella campagna sui Pirenei francesi, uno dei capolavori di Bresson, sicuramente uno degli esempi migliori del suo cinema puro, minimalista, trasparente ed essenziale, anche se la forma corale e circolare (spesso Balthazar torna a incrociare gli stessi personaggi) può ricordare certe cose di Max Ophüls ("La ronde", "I gioielli di Madame de..."). I protagonisti dei film del regista francese sono spesso silenziosi (si pensi a Mouchette o al Fontaine de "Un condannato a morte è fuggito"), ma mai come in questo caso il mutismo si applica così alla lettera, visto che l'asino, a parte qualche raglio occasionale, si limita a osservare con i suoi occhi profondi le tragedie che si dipanano attorno a lui, quasi cercando di indagare la natura umana, e passando dai giochi con i piccoli Marie e Jacques (lei figlia del fattore che ha in gestione le terre del padre di lui), al duro lavoro nei campi, al servizio come cavalcatura per turisti sulle montagne, alle esibizioni in un circo, al girare la ruota di un mulino, al trasporto di merce di contrabbando. Un'intera vita, quella dell'animale, che ne racchiude mille: quella di Marie (Anne Wiazemsky) che, cresciuta, rifiuta la proposta di matrimonio di Jacques (Walter Green) per mettersi invece con Gérard (François Lafarge), giovane delinquente locale; quella di Arnold (Jean-Claude Guilbert), l'ubriacone del villaggio, che passa da momenti di grande fortuna a inaspettate tragedie; quella del vecchio mugnaio (Pierre Klossowski), cinico e avaro; o del padre di Marie (Philippe Asselin), orgoglioso e ostinato. Il tutto sullo sfondo di una campagna e di una provincia arcaica e arretrata, dove i pochi aspetti di modernità sono collegati alla ribellione adolescenziale dei giovani delinquenti (Gérard e i suoi amici, che indossano giubbotti di pelle e vanno in giro in moto), mentre proprio l'asino è percepito come qualcosa di antiquato e socialmente dequalificante. Ognuno degli episodi in cui si può dividere la storia è associato a uno dei sette peccati capitali (orgoglio, avidità, ira, invidia, lussuria, gola e accidia): Bresson dichiarerà in seguito che Balthazar simboleggia la fede cristiana (in una delle scene iniziali, viene "battezzato" dai due bambini; e più avanti la madre di Marie lo definisce "un santo"), che accetta con passività ogni maltrattamento e martirio, e nel finale muore da solo ma finalmente libero, su una montagna, circondato da un gregge di pecore. Come colonna sonora, per l'intera vicenda, c'è la sonata n. 20 per pianoforte di Schubert.

4 settembre 2022

Fritz il gatto (Ralph Bakshi, 1972)

Fritz il gatto, aka Il ritorno del pornogatto (Fritz the cat)
di Ralph Bakshi – USA 1972
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

Nella New York dei tardi anni sessanta, in preda ai fermenti della contestazione giovanile, lo studente universitario Fritz si mostra più interessato alle ragazze e alle droghe leggere che non alle questioni sociali. Il che non gli impedisce – sotto gli effetti di un allucinogeno – di scatenare una rivolta a Harlem, sobillando la folla a ribellarsi contro le autorità e le classi agiate. Quando la sommossa sarà soffocata nel sangue, Fritz è costretto a fuggire dalla città per recarsi verso la costa ovest, dove finirà comunque nei guai, lasciandosi coinvolgere in un attentato progettato da una cellula di neonazisti... Dal fumetto underground di Robert Crumb, ambientato in un mondo popolato da animali antropomorfi (Fritz ovviamente è un gatto, gli afroamericani sono corvi, i poliziotti sono maiali), il primo lungometraggio di Ralph Bakshi è una feroce satira del movimento della controcultura, degli hippy e dei diritti civili, di cui mette in luce gli aspetti più paradossali e ipocriti, non risparmiando comunque frecciatine a ogni strato della società (dalle forze dell'ordine alle diverse confessioni religiose), e portando per la prima volta ad ampio raggio nel mondo dell'animazione il sesso, la nudità, le droghe, la violenza, i conflitti razziali, e persino la satira politica (le silhouette di Topolino, Paperino e Paperina esultano, sventolando una bandiera americana, al passaggio degli aerei dell'esercito che vanno a bombardare Harlem). Peccato che gran parte di tutto questo si perda nella sconcertante versione italiana, che adatta (o meglio, stravolge) i contenuti ricorrendo a dialoghi in dialetto (tutti i personaggi diventano immigrati italiani, di questa o quella regione) – in maniera simile a "Monty Python e il sacro Graal": d'altronde c'è sempre lo zampino di Oreste Lionello – e soprattutto a un profluvio di battute pecorecce di bassissima qualità. Ogni scena è stravolta in chiave sessuale, con dialoghi o monologhi completamente inventati (presenti anche quando nella versione inglese i protagonisti non parlavano!) che modificano personaggi e situazioni senza alcun rispetto per l'originale. Di Fritz, per dirne una, si dice che è nientemeno che "Romeo, il gatto del Colosseo" (sì, quello degli Aristogatti!, che già di suo era stato trasformato dalla versione italiana di quel film da irlandese in romano) trasferitosi negli Stati Uniti; la rivolta da lui sobillata non è più legata al razzismo negli USA, al socialismo o ai diritti civili, ma è una protesta contro le tariffe troppo alte delle prostitute; e nei dialoghi si citano con nonchalance Mike Bongiorno, Iva Zanicchi, Ornella Vanoni, Sofia Loren (con la tremenda battuta "Carletto, abbiamo rotto i... ponti!", in riferimento a Carlo Ponti), l'IVA (all'epoca appena introdotta, e quindi argomento di attualità) e gli scioperi alla Fiat. La cosa curiosa è che del film, alla sua uscita nelle sale italiane, esisteva anche una versione tradotta in modo fedele all'originale, pare con la voce di Giancarlo Giannini (anziché quella di Lionello) sul protagonista, che però è andata perduta. Ne parla, con dovizia di particolari, il buon Evit in un articolo del suo blog Doppiaggi italioti. La stessa trovata (due doppiaggi, uno serio e uno "cafone") era stata fatta anche per "La pacifista" di Miklós Jancsó. Anche se non è certo un capolavoro (la storia si trascina in maniera noiosa, e l'animazione è di bassa qualità: non mancano però alcune ottime scene, come quella della morte del corvo Duke, con le palle da biliardo che simulano il battito del cuore) e non piacque nemmeno a Crumb, il film ebbe un discreto successo, forse per via dell'effetto shock (si tratta pur sempre di uno dei primi esempi di lungometraggio animato per adulti), tanto che due anni dopo uscì un sequel, "Le nove vite di Fritz il gatto", senza però coinvolgere Bakshi o Crumb.

4 agosto 2022

Rescued from an eagle's nest (J. S. Dawley, 1908)

Rescued from an eagle's nest
di J. Searle Dawley – USA 1908
con Miss Earle, D.W. Griffith
**

Visto su YouTube.

Mentre il padre tagliaboschi è al lavoro e la madre è in casa, un bambino piccolo viene rapito da un'aquila, che lo porta nel suo rifugio fra le montagne. Avvisato dalla madre, il padre si cala con una corda lungo la parete di roccia fino al nido dell'uccello, lo affronta in combattimento (!) e lo uccide, salvando il figlio. Girato negli studi Edison di New York (alternando fondali dipinti, come la capanna fra le montagne e lo spuntone di roccia, con scene in esterni, quelle del bosco in cui i taglialegna abbattono gli alberi), questo corto è degno di nota soprattutto per due elementi: l'aquila meccanica, interessante "effetto speciale artigianale", e la presenza, nei panni del protagonista, di David Wark Griffith, all'esordio come attore cinematografico, sei mesi prima di passare alla regia e di diventare uno degli innovatori più importanti dei primi decenni della settima arte. Griffith, aspirante autore teatrale, venne scritturato quasi per caso, dopo essersi presentato da Edison come sceneggiatore. Il soggetto del film non è particolarmente originale: i rapimenti di bambini erano una costante nel cinema degli esordi (si pensi al britannico "Rescued by Rover"), e lo stesso esordio come regista di Griffith, "The adventures of Dollie", avrà una trama simile. J. Searle Dawley dirige sotto la supervisione di Edwin S. Porter, all'epoca capo di produzione degli studi Edison, talvolta accreditato anche come direttore della fotografia o addirittura come co-regista.

26 marzo 2022

A Bug's Life (John Lasseter, 1998)

A Bug's Life - Megaminimondo (A Bug's Life)
di John Lasseter [e Andrew Stanton] – USA 1998
animazione digitale
**

Rivisto in TV (Disney+).

Per affrontare le terribili cavallette che alla fine della stagione torneranno a reclamare tutto il cibo che la colonia ha faticosamente radunato, la formica Flik assolda una compagnia di insetti circensi, erroneamente convinto che si tratti di guerrieri. Ma grazie alla propria inventiva, all'amicizia e al concetto che l'unione fa la forza (le formiche, anche se più deboli, sono infatti più numerose delle cavallette!), riuscirà a scacciare i nemici e a salvare il formicaio. Il secondo lungometraggio della Pixar (dopo "Toy story") è una rilettura de "I sette samurai" di Kurosawa (mescolata con la fiaba di Esopo sulla cicala e la formica), sufficientemente simpatica, anche se il passo indietro rispetto al film precedente in termini di profondità della trama e caratterizzazione dei personaggi è indubbio. Si tratta infatti del titolo meno memorabile della prima ondata di capolavori animati della Pixar, tanto da sfigurare persino al confronto con "Z la formica", il film con cui la DreamWorks si affacciò, lo stesso anno, al mondo dell'animazione digitale. I personaggi sono piatti e stereotipati, la storia alquanto generica, le svolte prevedibili, e persino il livello tecnico dell'animazione, peraltro assai elevato per l'epoca, non stupisce più di tanto. La scelta di usare gli insetti fu fatta perché si trattava di personaggi alquanto semplici da realizzare a livello di disegno e di movimenti, in un momento in cui l'animazione digitale non consentiva ancora di rappresentare personaggi umani in maniera convincente. Stupidissimo il (sotto)titolo italiano. Nei titoli di coda, per la prima volta in un film Pixar, appaiono i cosiddetti bloopers, ovvero i ciak sbagliati, scene in cui gli "attori" del film sbagliano le loro battute, inciampano o scoppiano a ridere: una trovata che si ripeterà in alcune delle pellicole successive, ispirata a quelle, analoghe, che comparivano nei film di Jackie Chan.

25 marzo 2022

Anch'io posso (Abbas Kiarostami, 1975)

Anch'io posso (Man ham mitounam)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

In questo altro cortometraggio (dura tre minuti e mezzo) realizzato per l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, Kiarostami non sceglie apparentemente un approccio educativo o pedagogico, ma si limita a mostrare ad ampio raggio la forza dell'immaginazione di un piccolo scolaro. Quando la maestra, infatti, gli proietta un cartone animato che mostra il movimento di diversi animali (si comincia con un canguro che procede a balzi; seguono poi un bruco che striscia, un topolino, un cavallo al galoppo, un pesce che nuota, una scimmietta che penzola dai rami di un albero), il bambino risponde dopo ogni scena "Anch'io posso farlo!". E infatti assistiamo al piccolo protagonista che imita i vari animali, riproducendone il comportamento e i movimenti. L'ultimo animale mostrato nel cartone animato, però, è un piccione che vola. E il bambino rimane perplesso, rendendosi conto di non poterlo imitare. La pellicola su conclude mostrando, in dissolvenza incrociata sul suo volto, l'immagine di un aereo in volo. Come detto, stavolta non c'è un messaggio morale esplicito: forse quello di conoscere e comprendere i propri limiti? La cosa, però, non impedisce di sognare, anche perché l'ingegno umano (che ha prodotto appunto gli aeroplani) forse riuscirà sempre in qualche modo ad aiutarci a realizzare i nostri sogni. In fondo il progresso tecnologico può essere visto proprio come il tentativo dell'uomo adulto di rispondere ai desideri e agli impulsi dell'infanzia, e in quanto tale ha una componente ludica che chiunque abbia lavorato in un progetto di ricerca conosce bene. Un bambino, di fronte alla natura e agli animali, mostrerà sempre uno stupore e un desiderio di farne parte, di condividerne le qualità e le caratteristiche: e solo un adulto che non perderà del tutto tale impulso potrà far progredire la specie umana. Da notare le sequenze a cartoni animati, realizzate appositamente: l'istituto Kanun, infatti, aveva al suo interno anche un dipartimento di animazione.

4 gennaio 2022

Un viaggio a quattro zampe (C.M. Smith, 2019)

Un viaggio a quattro zampe (A Dog's Way Home)
di Charles Martin Smith – USA 2019
con Jonah Hauer-King, Ashley Judd
**

Visto in TV (Rai 1), con Sabrina.

Per tornare a casa dal suo padrone Lucas (Hauer-King), che l'ha adottata, la cagnolina randagia Bella affronta da sola un lungo viaggio di 650 chilometri, dal New Mexico al Colorado, attraversando (nel corso di oltre due anni) città e parchi naturali e affrontando i pericoli della natura e dell'uomo. Sulla falsariga di "Torna a casa, Lassie", un film d'avventura con protagonista canino: poco originale e pieno di cliché, ma anche moderatamente realistico, ottimamente realizzato e – quando sono di scena gli animali – avvincente e a tratti commovente. Se non mancano inevitabili tocchi di retorica, la sceneggiatura non è però del tutto superficiale e infantile, visto che non si premura di nascondere o edulcorare aspetti negativi o paurosi, come la morte. Memorabile l'amicizia fra Bella e un cucciolo di puma, da lei soprannominata "Gattina Gigante", fra le montagne del Colorado. La voce narrante della protagonista, che si rivolge agli spettatori, in originale è di Bryce Dallas Howard. Gli altri animali invece non parlano. Nel cast "umano" anche Ashley Judd, Alexandra Shipp, Edward James Olmos, Brian Markinson e Wes Studi.

26 agosto 2021

Tropical malady (A. Weerasethakul, 2004)

Tropical malady (Satpralat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2004
con Banlop Lomnoi, Sakda Kaewbuadee
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il film è diviso in due parti che raccontano storie separate e apparentemente slegate l'una dall'altra: la prima segue la relazione fra il contadino Tong (Kaewbuadee) e il soldato della pattuglia forestale Keng (Lomnoi), ex commilitoni che rimangono amici e infine scoprono di amarsi; la seconda, narrata come se fosse una fiaba e praticamente muta (con tanto di didascalie in sovrimpressione), ci mostra un soldato nella giungla (sempre Lomnoi) alle prese con lo spirito di una tigre (sempre Kaewbuadee) che lo tormenta. Lento, magico, sfuggente, ma anche estremamente noioso, il lungometraggio è a tutti gli effetti un precursore del successivo (e premiato a Cannes) "Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti" (c'è già un accenno a tale zio in una linea di dialogo di Tong, personaggio che tornerà a sua volta nel film seguente). Se la prima parte incuriosisce nel suo mix di modernità e tradizioni e consente di stringere un legame empatico con i suoi personaggi (in maniera non dissimile da altro cinema del sud-est asiatico, per esempio quello taiwanese di Tsai Ming-liang o quello filippino di Lav Diaz, con cui condivide tempi dilatati e sospesi), a tratti fa però già intravedere la deriva "fuffosa" e antinarrativa che prenderà in seguito. E infatti la soporifera seconda parte smarrisce inevitabilmente la presa sullo spettatore, nonostante le suggestioni soprannaturali e oniriche e l'affascinante ambientazione nella giungla notturna; suggestioni che però puntano solo sull'immagine e non si traducono in sostanza né narrativa né emozionale.

9 agosto 2021

Corpo e anima (Ildikó Enyedi, 2017)

Corpo e anima (Testről és lélekről)
di Ildikó Enyedi – Ungheria 2017
con Géza Morcsányi, Alexandra Borbély
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Assunta come addetta al controllo qualità in un mattatoio industriale, Mária (Alexandra Borbély) è precisa, metodica, con una memoria di ferro, ma anche sola e introversa ai limiti del patologico. Quando scopre che lei e il direttore commerciale del mattatoio, Endre (Géza Morcsányi), fanno misteriosamente ogni notte lo stesso sogno, in cui si vedono come due cervi (maschio e femmina) in una foresta ricoperta di neve, la ragazza comincia a pensare di aver trovato l'anima gemella. Ma le differenze fra i due, e in particolare le barriere sociali e protettive di lei (che non sa riconoscere o esprimere le emozioni, non ha mai avuto esperienze romantiche e ha paura di un contatto troppo ravvicinato), renderanno difficile l'avvicinamento... Il titolo “Corpo e anima”, in questa originalissima pellicola romantica, può essere letto in diversi modi, al di là dell'evidente legame fra i due aspetti nell'individuo e nella coppia di innamorati: se Endre è ferito nel corpo (ha un braccio paralizzato), Mária lo è nell'anima (è praticamente autistica, oltre che ancora ferma nello sviluppo infantile, tanto che continua a frequentare lo psichiatra pediatrico da cui andava da bambina). Il sogno in cui si incontrano sotto forma di animali, però, testimonia di un rapporto con la parte naturale, istintiva e selvatica che nessuno dei due ha abbandonato, ancora più preziosa se si considera che lavorano in un mattatoio, dove gli animali vengono uccisi e macellati (ed Endre, nel colloquio con i nuovi assunti, si preoccupa che questi non prendano la cosa con leggerezza e non dichiarino spavaldamente che questo tipo di lavoro non li turbi). Resta da compiere il passo successivo: trasferire l'armonia del sogno, in cui si vive felici e in equilibrio con sé stessi, con il partner e con la natura (anche in contesti difficili, come l'inverno che offre poco cibo agli animali), nel mondo reale, accettando i propri sentimenti e superando le barriere, psichiche o fisiche che siano. Lo stile del racconto, asciutto, rarefatto e minimalista, è sorprendentemente efficace, anche grazie a due interpreti ottimi e anticonvenzionali, entrambi all'esordio come protagonisti in un film. La regista, che non girava un lungometraggio da quasi vent'anni (il precedente, “Simon Magus”, era del 1999), ha dichiarato di aver voluto “raccontare una storia d'amore passionale e travolgente nel modo meno passionale e spettacolare possibile”. Orso d'Oro al festival di Berlino.

2 agosto 2021

Jumanji (Joe Johnston, 1995)

Jumanji (id.)
di Joe Johnston – USA/Canada 1995
con Robin Williams, Bonnie Hunt
**1/2

Rivisto in divx.

"Jumanji" (parola zulu di incerto significato) è un misterioso gioco da tavolo a tema africano, simile al gioco dell'oca, che magicamente materializza nel mondo reale gli animali selvaggi o i pericoli di varia natura (comprese alluvioni e terremoti!) che corrispondono alle varie caselle in cui si fermano le pedine. L'unico modo per far sparire questi effetti è quello di terminare il gioco con la vittoria di uno dei partecipanti. Purtroppo non è quanto accaduto al giovane Alan Parrish (Adam Hann-Byrd), che nel 1969 fu risucchiato "nella giungla" a causa di uno sfortunato tiro di dadi, uscendone fuori soltanto ventisei anni più tardi, e ormai adulto (Robin Williams), grazie all'intervento di Judy (una Kirsten Dunst tredicenne!), ragazzina ricca di immaginazione, e di suo fratello Peter (Bradley Pierce), due orfani giunti ad abitare nella sua vecchia casa e che hanno continuato la partita da lui interrotta. Ispirato a un libro illustrato di Chris Van Allsburg, un film d'avventura ricco di effetti speciali: gli animali selvaggi (leoni, rinoceronti, scimmie...), in particolare, sono tutti realizzati in computer grafica dalla Industrial Light & Magic, in uno dei primi casi di uso estensivo della CGI in un prodotto hollywoodiano: se visto oggi il realismo delle creature lascia un po' a desiderare, all'epoca fu decisamente rivoluzionario. Pur trattandosi di un film per famiglie, non mancano momenti spaventosi (i "pericoli" del gioco fanno a tratti davvero paura, così come l'anarchia e la distruzione che seminano nella cittadina) o più cupi (si parla esplicitamente della morte dei genitori); sul versante prettamente comico vanno invece annoverate le peripezie del poliziotto Carl Bentley (David Alan Grier) con la sua automobile progressivamente danneggiata dai vari animali. Bonnie Hunt è Sarah, l'amica che iniziò il gioco con Alan; Bebe Neuwirth è Nora, la zia dei due bambini; Jonathan Hyde interpreta il doppio ruolo del padre di Alan e del cacciatore di safari Van Pelt. Curiosità: come protagonista Tom Hanks era la prima scelta del regista, che temeva le proverbiali improvvisazioni di Williams. Amato dal pubblico (ma non altrettanto dalla critica), il lungometraggio darà origine a una serie televisiva animata (1996-98) e a una sorta di sequel spirituale ("Zathura" del 2005), prima di essere riletto in chiave moderna (un videogioco anziché un board game) a partire dal 2017 in una serie di nuovi film con Dwayne Johnson e Jack Black.

7 aprile 2021

Amores perros (Alejandro G. Iñárritu, 2000)

Amores perros (id.)
di Alejandro González Iñárritu – Messico 2000
con Gael García Bernal, Emilio Echevarría
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Tre storie di persone e di cani (perros, parola che in spagnolo, come in italiano, può essere usata come aggettivo denigrativo: "amori cattivi") si intrecciano a Città del Messico. Il giovane Octavio (Gael García Bernal), innamorato di Susana (Vanessa Bauche), moglie del suo violento fratello Ramiro (Marco Pérez), sogna di fuggire con lei e a questo scopo comincia a procurarsi il denaro necessario facendo combattere il suo cane Kofi in un ring di combattimenti clandestini. La fotomodella Valeria (Goya Toledo), dopo aver perso l'uso delle gambe in un incidente stradale, vede incrinarsi il rapporto con l'amante Daniel (Álvaro Guerrero) anche per le peripezie del suo cagnolino Richie nel nuovo appartamento della coppia. Il barbone El Chivo (Emilio Echevarría), che si procura da vivere per sé e per i suoi numerosi cani lavorando come sicario per un corrotto agente di polizia (José Sefami), cerca di riallacciare i rapporti con la figlia che aveva abbandonato vent'anni prima per andare a fare il guerrigliero. Pellicola d'esordio per Iñárritu, scritta dall'amico Guillermo Arriaga, con cui collaborerà anche nei due lavori successivi ("21 grammi" e "Babel"). Come quelli, anche questo è un film corale con numerosi personaggi e storie che si intrecciano, al punto da non consentire una semplice divisione in tre parti: situazioni e protagonisti di ciascuna delle vicende appaiono anche nelle altre due, con diversi punti di contatto (in particolare l'incidente stradale che cambia il destino di tutti), in maniera non dissimile da "Prima della pioggia" e "Pulp fiction". Il tema principale è quello della fedeltà e del tradimento, evidente non solo nei rapporti con i cani ma anche fra le persone, spesso imparentate fra loro: da fratelli che si odiano (Octavio e Ramiro, ma anche il mandante e la vittima dell'omicidio che viene commissionato al Chivo) a coniugi che si tradiscono (Susana e Ramiro, Daniel e la moglie). E la violenza fa capolino da ogni parte, mescolata all'amore, spesso trasfigurata nel rapporto con gli animali. E così c'è chi uccide od odia le persone ma ama i cani (El Chivo) e chi li sfrutta soltanto per far soldi (Mauricio (Gerardo Campbell), il "rivale" di Octavio), cani che a loro volta rispecchiano il ventaglio di ruoli e sfumature dei personaggi umani. Esemplare Kofi, il rottweiler di Octavio, che si rivela un killer talmente spietato da innescare un cambiamento nel Chivo e costringerlo a ripensare la propria esistenza. Piuttosto lungo, è un film duro, spietato e intenso, adrenalinico e cruento, capace però di raccontare storie che scuotono nel profondo, senza divisioni nette fra bene e male o fra buoni e cattivi, dove le persone si comportano come cani e viceversa. Da guardare, magari, a fianco del "Dogman" di Garrone. Le sequenze dei combattimenti fra cani sono impressionanti, ma a quanto pare sono simulate: un cartello nel finale sottolinea che a nessun animale è stato recato danno durante le riprese. Grande successo di critica, con premi a numerosi festival e nomination agli Oscar per il miglior film straniero: sia il regista, sia lo sceneggiatore, sia l'attore protagonista (García Bernal) avvieranno da qui una fortunata carriera hollywoodiana.

12 novembre 2020

Atlantis (Luc Besson, 1991)

Atlantis (id.)
di Luc Besson – Francia/Italia 1991
**

Rivisto in DVD.

Accompagnate soltanto dalla musica di Éric Serra, una serie di riprese sottomarine che mostrano le evoluzioni di creature acquatiche (pesci e altri animali): è la prima incursione di Besson nel campo del documentario, girato forse sull'onda de "Le grand bleu", pellicola con la quale il regista francese si era avvicinato per la prima volta all'esplorazione delle profondità marine. "Le creature del mare" è il sottotitolo italiano: in una successione di sequenze precedute da un titoletto indicativo ("Il gioco", "La grazia", "L'amore", ecc.) osserviamo delfini, tartarughe, serpenti, otarie, piovre, mante, lamantini, squali, che si muovono o danzano al ritmo di una colonna sonora che attraversa diversi generi (dalla musica di pura atmosfera a quella lirica o corale). Il tutto è incorniciato da suggestioni arcaiche, come se ci trovassimo di fronte al "mondo originale", prima cioè dell'arrivo dell'uomo. Le riprese, effettuate per lo più nel Pacifico, sono opera di Christian Pétron e dello stesso Besson.

9 novembre 2020

Cats (Tom Hooper, 2019)

Cats (id.)
di Tom Hooper – GB/USA 2019
con Francesca Hayward, Judi Dench
*1/2

Visto in TV (Netflix).

I gatti di Jellicle, magica comunità felina di Londra cui si è appena unita la micia bianca Victoria (Francesca Hayward), si radunano come ogni anno in un vecchio teatro per scegliere chi fra di loro è degno di rinascere a nuova vita. Ma il perfido Macavity (Idris Elba) intende rapire gli altri contendenti per costringere la leader del gruppo, Old Deuteronomy (Judi Dench), a scegliere lui. Adattamento cinematografico del celebre musical di Andrew Lloyd Webber, ispirato alla raccolta di poesie "Old Possum's Book of Practical Cats" (1939) di T.S. Eliot. Ma l'aggiunta di una trama spuria, la non eccezionale qualità degli arrangiamenti delle canzoni, e soprattutto l'inquietante resa in CGI dei personaggi (mezzi gatti e mezzi uomini, ma collocati in un ambiente iperrealistico e "in scala"), ne hanno decretato il completo insuccesso. Di fatto, l'unica cosa da salvare sono le (già note) canzoni, anche se non tutte sono interpretate in modo impeccabile (le migliori sono quella di Skimbleshanks con il tip tap, quella di Macavity – cantata in maniera trascinante da Taylor Swift nel ruolo di Bombalurina – e ovviamente la sempre commovente "Memory", cantata da Jennifer Hudson nel ruolo di Grizabella). Disturbanti e molto kitsch invece le scenografie e le coreografie, fastidiosa la fotografia ipercorretta, stereotipata la trama (spogliata di ogni poesia), infantili le caratterizzazioni dei personaggi, e discutibile – come detto – la resa grafica e visiva, che "appiccica" forzatamente i volti degli attori su ibridi umano-animale disgustosamente inquietanti (l'effetto "uncanny valley" è sempre in agguato). Come se non bastasse, per non "mancare" la data d'uscita della pellicola nelle sale, gli effetti al computer furono realizzati in fretta e furia e il film venne presentato con sequenze incomplete o mancanti, tanto da costringere la casa di distribuzione a rendere disponibile agli esercenti una nuova copia digitale da scaricare pochi giorni dopo, cosa mai accaduta prima per un film di tali proporzioni. Il regista Hooper (al secondo musical dopo "Les Misérables") ha confermato che gli effetti furono completati a sole poche ore dalla prima proiezione. Di fronte a questi problemi, le variazioni apposte al musical originale (la promozione di Victoria a personaggio centrale della storia; l'aggiunta di una nuova canzone a lei riservata, "Beautiful Ghosts"; la trasformazione di Old Deuteronomy da maschio a femmina) contano persino poco. La protagonista Hayward, danzatrice prestata al cinema, mostra sempre la stessa espressione (con occhioni sognanti) per tutto il film. Nel cast anche Laurie Davidson (Mr. Mistoffelees), Robbie Fairchild (Munkustrap), James Corden (Bustopher Jones), Ian McKellen (Gus), Jason Derulo (Rum Tum Tugger) e Rebel Wilson (Jennyanydots). La versione italiana alterna dialoghi doppiati e canzoni lasciate in originale con sottotitoli, risultando fastidiosa nelle transizioni (in "Evita" e in "Jesus Christ Superstar", per fare esempi di altri film tratti da musical di Lloyd Webber, era stato lasciato tutto con i sottotitoli). Colossale flop di pubblico e di critica (una famosa recensione recita: "It's the worst thing to happen to cats since dogs"), secondo alcuni potrebbe conquistarsi con gli anni la fama di cult movie (del genere "So bad it's good"): tutto è possibile, ma se accadrà sarà soltanto grazie al comparto musicale, che invita gli spettatori a cantare insieme agli attori.

30 ottobre 2020

La famosa invasione degli orsi in Sicilia (L. Mattotti, 2019)

La famosa invasione degli orsi in Sicilia
(La fameuse invasion des ours en Sicile)
di Lorenzo Mattotti – Francia/Italia 2019
animazione tradizionale
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Dal romanzo di Dino Buzzati (che ho letto e apprezzato da bambino), affascinante fiaba a sfondo morale ambientata in una Sicilia arcaica, immaginaria e fantastica, quando l'isola era piena di montagne e vi coesistevano uomini e animali parlanti, un film d'animazione diretto e illustrato dal grande disegnatore Lorenzo Mattotti, alla sua prima regia in un lungometraggio (dopo aver collaborato con un segmento nel 2007 al film collettivo "Peur(s) du noir"). La vicenda degli orsi che scendono dalle montagne in cerca di cibo e soprattutto di Tonio, il figlio del re Leonzio che è stato rapito dagli esseri umani per farlo esibire in un circo, comincia come una fiaba classica (ed è narrata infatti da un cantastorie), piena di animali antropomorfi ed elementi fantastici (il mago, i fantasmi, l'orco, il gigantesco gatto mammone...). Ma è la seconda parte, che giunge dopo l'apparente lieto fine, a dare alla vicenda il suo maggior peso, un ammonimento contro il vizio e la corruzione che può fare presa anche sulle creature più innocenti: dopo la vittoria, e vivendo a contatto con gli esseri umani, anche gli orsi si lasciano infatti contaminare dai loro difetti, a partire dalla sete di potere e di ricchezza. Ed ecco che l'utopia di pace e prosperità che sembrava regnare si corrompe attraverso delitti e tradimenti. Il film ha richiesto sei anni di lavoro: l'animazione è morbida, ma sono soprattutto i disegni – che si ispirano peraltro alle illustrazioni dello stesso Buzzati – a colpire per l'eleganza, l'astrattezza, la ricchezza cromatica e l'uso delle ombre, tutte caratteristiche del tratto di Mattotti anche nelle pagine dei suoi libri e fumetti, con alcuni riferimenti pittorici (Paolo Uccello, Giorgio De Chirico...) in aggiunta. Il cast vocale può contare su diverse star (quali Toni Servillo, Andrea Camilleri, Antonio Albanese e Corrado Guzzanti nella versione italiana; Jean-Claude Carrière, Leïla Bekhti e lo stesso Mattotti in quella francese).

11 settembre 2020

Pets 2 (Chris Renaud, 2019)

Pets 2 - Vita da animali (The Secret Life of Pets 2)
di Chris Renaud – USA 2019
animazione digitale
*1/2

Visto in TV.

Katie, la padrona di Max e Duke, si è sposata con un uomo chiamato Chuck e ha avuto un figlio, Liam. Deciso a proteggere il bambino da tutti i pericoli del mondo esterno, il jack russell diventa sempre più ansioso e sviluppa l'abitudine di grattarsi il collo, motivo per il quale Katie lo porta da un veterinario comportamentista che gli prescrive il "cono della vergogna". La storia prosegue dividendosi in tre filoni paralleli, che convergeranno alla fine. Nel primo, Max, Duke e tutta la famiglia si trasferiscono per qualche giorno in campagna, dove Max avrà l'occasione di vincere le proprie paure grazie agli insegnamenti di Galletto, il cane da pastore locale. Nel secondo, la piccola pomerania Gidget, cui Max aveva affidato la propria pallina preferita durante la sua assenza, dovrà introdursi in un appartamento pieno di gatti per recuperarla, "travestendosi" da felino. Nel terzo, il coniglio Nevosetto si improvvisa supereroe (Capitan Nevosetto!) per aiutare la shin tzu Marghi (Daisy nell'originale) a salvare un cucciolo di tigre bianca, Hu, dal circo del crudele Sergei. Alla fine, tutti gli amici si alleeranno per impedire a Sergei, ai suoi lupi e alla sua scimmietta, di riportare Hu in cattività (la tigre troverà infine rifugio insieme ai gatti della vecchia gattara). Il sequel di "Pets" ne ripropone personaggi e dinamiche, svariando fra diverse trame come se non avesse un tema preciso da seguire. Il risultato, grazie alla simpatia dei personaggi, è di certo gradevole, ma anche scontato, basilare e fondamentalmente innocuo (come tutti i prodotti Illumination). Nella versione originale, Harrison Ford fornisce la voce a Galletto, personaggio che ricorda quello interpretato da Jack Palance nel classico "Scappo dalla città – La vita, l'amore e le vacche", che al pari suo addestrava alla vita selvatica un gruppo di inetti abitanti metropolitani.

29 luglio 2020

La course des sergents de ville (F. Zecca, 1907)

La course des sergents de ville
di Ferdinand Zecca – Francia 1907
**1/2

Visto su YouTube.

In questa breve commedia, che ha anticipato un intero genere e ha ispirato le pellicole slapstick di Mack Sennett (in particolare, per sua stessa ammissione, la serie dei “Keystone Cops”), un cane ruba un pezzo di carne dalla bottega di un macellaio e si dà alla fuga: al suo inseguimento parte un plotone di una ventina di comici poliziotti, che lo rincorrono agitando i loro manganelli, scivolando e intralciandosi fra loro. L’inseguimento si protrae per le strade della città, dentro le case e persino in cima a un tetto (che il cane raggiunge arrampicandosi su un palazzo – camminando in verticale lungo il muro! –, seguito dai poliziotti che salgono come uomini ragno: ovviamente la scena è stata girata su una finta facciata disposta in orizzontale). Alla fine gli agenti lo circondano nella sua cuccia, ma il cane sa come difendersi e li mette tutti in fuga. E dopo averli ricacciati fino alla stazione di polizia, l’animale – nell’inquadratura finale a lui dedicata – si gusta finalmente il cosciotto rubato. Se i film di inseguimenti non erano una novità (almeno dai tempi di “Stop thief!” del 1901), la presa in giro delle forze dell’ordine (e dunque dell’autorità) è qui l’elemento più evidente: il gruppo indistinto di poliziotti imbranati, nonostante il vantaggio numerico, non riesce neppure ad avere la meglio su un cane. Il cinema comico americano – non solo Sennett, ma anche Chaplin, Keaton e gli altri – sfrutterà la stessa idea a più riprese, ma gruppi di poliziotti comici appariranno anche nei cartoni animati di Hayao Miyazaki (penso ad alcuni episodi di “Lupin III” o di “Sherlock Holmes”). Oltre alla notevole scena del tetto, sicuramente la più interessante dal punto di vista tecnico, è da ricordare anche quella in cui il cane e i poliziotti passano per la camera da letto di un signore che sta dormendo. Prodotto per la Pathé, il film è stato scritto da André Heuzé, sceneggiatore che continuerà a lavorare per il cinema fino ai tardi anni trenta. Il cane protagonista, di cui si ignora il nome, è stato forse la seconda star canina del cinema dopo il Blair di “Rescued by Rover” del 1905. La Gaumont, rivale della Pathé, realizzò lo stesso anno un film simile a questo, "Course à la saucisse" di Alice Guy, in cui un barboncino ruba una salsiccia (ma non è inseguito da poliziotti, bensì dal negoziante e dai passanti fra i quali semina scompiglio durante la sua fuga).

9 giugno 2020

Goshu il violoncellista (Isao Takahata, 1982)

Goshu il violoncellista (Sero hiki no Goshu)
di Isao Takahata – Giappone 1982
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx.

Goshu è un giovane contadino che suona il violoncello in un'orchestra di campagna, impegnata nelle prove della sesta sinfonia di Beethoven (la "Pastorale") che dovrà portare in scena in città. Il severo direttore d'orchestra lo rimprovera frequentemente, accusandolo di non seguire il tempo degli altri o di uscire di tono. Ogni sera, nella capanna dove vive da solo e dove si esercita senza sosta, il ragazzo riceve la visita di un diverso animale parlante (un gatto, un uccello, un tasso e un topolino) che lo aiuteranno a migliorarsi e a maturare sia dal punto di vista musicale che da quello relazionale e comportamentale: grazie a loro, e alla propria forza di volontà, il concerto sarà un successo, e proprio a Goshu sarà chiesto di esibirsi come solista in un bis altamente virtuosistico ("Caccia alla tigre indiana", scritto appositamente da Michio Mamiya). Mediometraggio (dura un'ora scarsa) tratto da un racconto di Kenji Miyazawa di inizio Novecento, che mescola le suggestioni musicali del brano di Beethoven (un cui ritratto arcigno è appeso sulle pareti spoglie della casa di Goshu, ad osservarlo durante le lunghe ore di esercizio) – già di per sé legate al mondo della campagna (il film si apre con un temporale che va di pari passo con il quarto movimento, esattamente come accadeva in "Fantasia" di Walt Disney) – con temi tipicamente favolistici come gli animali parlanti e il loro intimo legame con la musica (si va da "I musicanti di Brema" alle tante principesse, Biancaneve in primis, che sanno comunicare con tutti gli abitanti della natura). L'animazione morbida, i bei fondali di Mukuo Takamura e i disegni appena abbozzati completano il quadro di un film semplice ma capace di risuonare nel profondo, soprattutto se si ama la musica e si comprende lo sforzo (non certo banale) che sta dietro a una perfetta esecuzione, alla capacità di trovare un proprio stile ma al contempo di rimanere in sintonia con gli altri membri dell'orchestra (il che potrebbe suggerire riferimenti autobiografici al lavoro di animatore dello stesso Takahata).

16 maggio 2020

Fievel conquista il west (Nibbelink, Wells, 1991)

Fievel conquista il west (An American Tail: Fievel Goes West)
di Phil Nibbelink, Simon Wells – USA 1991
animazione tradizionale
*1/2

Rivisto in TV.

In cerca di nuove opportunità, la famiglia Toposkovich si trasferisce ulteriormente, lasciando New York per raggiungere il selvaggio west. Ancora una volta il piccolo Fievel viene separato dai suoi parenti durante il viaggio (stavolta in treno), e ancora una volta salverà tutti dal complotto dei gatti che stanno mettendo a punto una trappola per catturare i topi nella polverosa cittadina di frontiera dove si sono insediati, Green River. Messo in cantiere sull'onda del successo del primo film ("Fievel sbarca in America"), ma senza il coinvolgimento del suo creatore Don Bluth che aveva interrotto la collaborazione con il produttore Steven Spielberg, questo sequel appare semplice e derivativo, e vive di luce riflessa del prototipo, di cui ripropone la struttura senza aggiungervi molto di nuovo (stavolta, anziché di immigrati, si parla di coloni). Dei tanti comprimari che gravitavano attorno a Fievel, a parte la sua famiglia (con un ruolo maggiore per la sorella Tanya, aspirante cantante), ne ritorna solo uno, il gatto "buono" Tigre, spalla comica eletta quasi a co-protagonista. Per il resto, da segnalare il gatto latifondista Mr. Crudelio (che in originale ha la voce di John Cleese), la soubrette Miss Kitty e lo sceriffo canino Wylie Burp (doppiato in inglese da James Stewart, al suo ultimo lavoro per il cinema). La trama, oltre che poco originale, è sfilacciata, non ha senso (perché i gatti non si mangiano subito i topi?), e punta troppo sulla parodia dei luoghi comuni del western. Anche le poche canzoni sono bruttarelle, ma in una sequenza c'è "Rawhide" nella versione dei Blues Brothers. Assai dinamica invece l'animazione, mentre il mood, forse per l'assenza di Bluth, ricorda più i corti della Warner Bros, ricchi di azione e capitomboli, che non i film classici della Disney, caratteristica del lungometraggio originale. D'altronde nel frattempo era esploso il fenomeno "Chi ha incastrato Roger Rabbit", molti dei cui animatori furono messi al lavoro qui (si tratta del primo titolo prodotto dalla spielberghiana Amblimation). Uscita al cinema nello stesso giorno del disneyano "La bella e la bestia", la pellicola ebbe comunque un discreto riscontro, anche se non pari al capitolo precedente: negli anni a venire la franchise genererà una serie tv e altri due film ("Il tesoro dell'isola di Manhattan" e "Il mistero del mostro della notte"), collocati cronologicamente fra il primo e il secondo episodio, e distribuiti direttamente in home video.

Fievel sbarca in America (Don Bluth, 1986)

Fievel sbarca in America (An American Tail)
di Don Bluth – USA/Irlanda 1986
animazione tradizionale
**

Rivisto in TV.

Per sfuggire alle continue persecuzioni da parte dei gatti cosacchi, una famiglia di topolini ebrei (i Toposkovich, Mousekewitz in originale) lascia la natìa Russia per trasferirsi negli Stati Uniti (perché sono convinti che "non ci sono gatti in America"). Durante il viaggio per mare, il piccolo Fievel è separato dal resto della sua famiglia, ma riesce comunque ad approdare a New York. Qui, sempre cercando di ritrovare i propri genitori, contribuirà alla lotta dei topi contro i gatti della città (ebbene sì, ce ne sono anche in America!). Prodotto da Steven Spielberg, il secondo lungometraggio di Don Bluth dopo "Brisby e il segreto di NIMH" è ambientato alla fine dell'Ottocento (si sta completando la costruzione della Statua della Libertà) e affronta il tema dell'immigrazione dal punto di vista di animali antropomorfi. Il parallelo con le vicende degli esseri umani – con i quali vivono fianco a fianco – è evidente, anche se a differenza per esempio del "Maus" di Art Spiegelman gli aspetti storici, sociali e politici tendono a rimanere sullo sfondo, mentre in superficie ci sono le peripezie avventurose e dickensiane del piccolo protagonista, rese più accattivanti al pubblico infantile dal consueto utilizzo di canzoni e spalle comiche. Il dinamismo e lo stile morbido dei disegni, ben diverso da quello più spigoloso e stilizzato in voga negli anni settanta o in televisione, guarda senza farne segreto ai cartoni animati della vecchia scuola: Bluth e Spielberg vollero infatti recuperare l'atmosfera vintage dei film Disney degli anni quaranta, anticipando in questo il rinascimento della casa di Burbank che sarebbe stato avviato a fine decennio. Non a caso proprio Bluth è considerato colui che seppe "riempire" con i suoi lavori il gap lasciato dalla Disney negli anni ottanta, dimostrando che nel settore dell'animazione cinematografica c'era posto anche per altri produttori (la Universal, che distribuì il film al cinema, non si occupava di cartoon da vent'anni!). Il soggetto è di David Kirschner, la sceneggiatura è degli scrittori per bambini Judy Freudberg e Tony Geiss: molte scene furono però eliminate per motivi di budget, rendendo certi passaggi affrettati e togliendo spessore ad alcuni personaggi minori. Musiche e canzoni (fra cui "Somewhere Out There", che vinse il Grammy e fu nominata agli Oscar) sono firmate da James Horner. Il successo del film (all'epoca fu la pellicola a cartoni animati non Disney con il maggior incasso al botteghino) e del successivo "Alla ricerca della Valle Incantata", oltre a dare vita a sequel ("Fievel conquista il west") e serie televisive, senza però la partecipazione di Bluth, spinse lo stesso Spielberg a creare una propria casa di produzione dedicata all'animazione, la Amblimation.

8 aprile 2020

Panda Kopanda (Isao Takahata, 1972)

Panda! Go, Panda! (Panda Kopanda)
Il circo sotto la pioggia (Panda Kopanda - Amefuri sakasu no maki)
di Isao Takahata – Giappone 1972/73
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel 1972 i panda godevano di una particolare popolarità presso il grande pubblico (era il periodo in cui la Cina, per motivi diplomatici, ne regalava o "prestava" degli esemplari agli zoo di tutto il mondo, Giappone compreso). I futuri fondatori dello Studio Ghibli, Isao Takahata (regista) e Hayao Miyazaki (sceneggiatore e fondali), insieme agli animatori Yoichi Kotabe e Yasuo Otsuka (quest'ultimo anche character designer), ne approfittarono per realizzare un cortometraggio (di una trentina di minuti) che anticipa in molte cose i loro lavori successivi, a partire da "Totoro". Pur essendo chiaramente destinato a un pubblico infantile, il corto venne proiettato nelle sale in abbinamento a un film di mostri, "Daigoro contro Goliath" (!). E visto l'ottimo riscontro, l'anno successivo fu prodotto un secondo episodio, "Il circo sotto la pioggia". Le storie sono minime ed episodiche. Mimiko è una bambina orfana che vive in una casa fuori città con la nonna: e quando questa deve assentarsi per un lungo periodo, la piccola si ritrova ad abitare da sola. Non per molto, però, perché in casa sua si presentano due panda, padre (Papanda) e figlio (Kopanda), con cui stringe subito amicizia e forma una sorta di "famiglia". Nel primo dei due film, si scoprirà che sono fuggiti dallo zoo, ma dopo alcune peripezie otterranno di rimanere a casa con la bambina (anche se durante il giorno Papanda si reca allo zoo a "lavorare"). Nel secondo, i nostri amici fanno la conoscenza di un cucciolo di tigre (Tora-chan) e salveranno lui e gli altri animali del circo da un'inondazione che ha ricoperto d'acqua l'intera campagna. Personaggi amichevoli, senso della famiglia e totale assenza di conflitti (ma anche un pizzico di pericolo) sono gli ingredienti di storie che sembrano uscire da un libro illustrato per bambini. A rendere il tutto assai gradevole anche per uno spettatore adulto, però, c'è la maestria tecnica dei suoi realizzatori, il design simpatico dei personaggi e l'animazione morbida e dolce. Oltre, per l'appunto, all'interesse che le due storie rivestono per gli esegeti dello Studio Ghibli. Le maggiori similitudini, come dicevo, sono quelle con "Il mio vicino Totoro": a parte la protagonista (Mimiko è una fusione fra Satsuki e Mei; le sue trecce rosse, invece, sono un omaggio a Pippi Calzelunghe, di cui Takahata e Miyazaki avrebbero voluto realizzare una serie animata) e l'accattivante canzoncina-filastrocca (di Masahiko Sato), Papanda ricorda Totoro in tutto e per tutto, dal nome con la prima sillaba ripetuta alle dimensioni, dal sorriso gigante al carattere. Fra gli altri elementi che torneranno nell'opera di Miyazaki e soci ci sono le capriole sulle mani di Mimiko (le faranno anche Heidi e Conan!) e l'inondazione che sommerge i dintorni della casa (che rivedremo in "Ponyo sulla scogliera"). Condiscono il tutto i rimandi a celebri fiabe (l'incipit del secondo episodio, quando i nostri amici scoprono che il tigrotto si è intrufolato in casa, è uguale a quello della favola di Riccioli d'oro e i tre orsi).