Visualizzazione post con etichetta Ospedale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ospedale. Mostra tutti i post

13 aprile 2023

La clessidra (Wojciech Jerzy Has, 1973)

La clessidra (Sanatorium pod klepsydrą)
di Wojciech Jerzy Has – Polonia 1973
con Jan Nowicki, Tadeusz Kondrat
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo, Józef (Jan Nowicki), arriva in treno in una remota clinica dove è ricoverato il padre morente, Jakub (Tadeusz Kondrat). L'edificio è cadente e sembra abbandonato. Un medico gli spiega che in quel luogo il tempo scorre in modo diverso e si comporta in maniera imprevedibile, a volte "in ritardo", a volte all'incontrario. Per questo motivo il padre, che sarebbe già morto, in realtà è ancora in vita. E lo stesso Józef incomincia a rivivere momenti ed episodi della sua esistenza passata, dall'infanzia all'adolescenza (quando il padre gestiva il negozio di tessuti di famiglia nel ghetto ebraico), oltre a sogni e visioni popolate da personaggi bizzarri ed esotici e da complesse e artificiali ricostruzioni del passato (che a volte coinvolgono manichini di cera di personaggi famosi)... Da un romanzo di Bruno Schulz (in realtà una raccolta di racconti, integrati qui da spunti provenienti da altre opere dell'autore), un film stranissimo e visionario, a suo modo affascinante, anche se a tratti davvero troppo surreale: come in una sorta di "Alice nel paese delle meraviglie", nel vagabondare di Józef nella clinica si succedono scenari, personaggi e discorsi in cui si fatica a trovare un filo logico, se non quello del tempo, dei ricordi e del passato (che sia il passato intimo e personale, quello famigliare, o quello legato alla storia delle nazioni europee e colonialiste: e non mancano ovviamente accenni all'Olocausto, essendo il protagonista ebreo e lo stesso Schulz ucciso dalla Gestapo). L'atmosfera si fa spesso metafisica, e il tutto ricorda alcune cose che faranno Tarkovskij e Gilliam. Regia (con molti piani sequenza), fotografia e scenografie hanno una qualità pittorica e teatrale, con echi delle fantasmagorie. Premio della giuria al festival di Cannes.

20 febbraio 2023

È andato tutto bene (François Ozon, 2021)

È andato tutto bene (Tout s'est bien passé)
di François Ozon – Francia 2021
con Sophie Marceau, André Dussollier
***

Visto in TV (Now Tv).

L'ottantenne André Bernheim (André Dussollier), collezionista d'arte, viene colpito da un ictus ed è ricoverato in ospedale. Rimasto semi-paralizzato, chiede alla figlia Emmanuèle (Sophie Marceau) di aiutarlo a "farla finita". Ogni tentativo da parte della donna, e della sorella Pascale (Géraldine Pailhas), di fargli cambiare idea si rivela inutile: l'uomo è irremovibile e ostinato, e nonostante la sua salute lentamente migliori, soltanto l'idea della morte sembra recargli conforto. Alla fine Emmanuèle si rivolge a un'associazione svizzera che promuove il suicidio assistito. E pur sapendo di contravvenire alla legge francese, nonché combattuta fra la scelta di impedirgli di morire o quella di consentirgli di farlo (entrambe per amore), farà partire il padre per il suo ultimo viaggio. Tratto dal romanzo autobiografico di Emmanuèle Bernheim, già sceneggiatrice per Ozon di "Sotto la sabbia", "Swimming pool" e "CinquePerDue" (significativa la scena in cui André dice che la storia sarebbe un soggetto perfetto per uno dei suoi libri), un film delicato ed elegante che affronta il tema dell'eutanasia con grande misura e sensibilità, senza mai risultare retorico né ricattatorio. Il rapporto del padre con la figlia (ma anche con l'ex moglie) non è certo idilliaco, come confermano i brevi flashback o le relazioni con gli altri membri della famiglia (per non parlare di quella con "l'amico" gay), eppure tutto il dilemma – venato di sofferenza ed esitazione – di una scelta così radicale viene perfettamente alla luce. Il punto di vista è sempre quello della figlia, mai del padre, descritto come determinato, testardo e irremovibile in una scelta che ad altri può apparire assurda o insensata. E la pellicola arricchisce la vicenda con una grande attenzione al vissuto quotidiano attraverso tanti piccoli dettagli (le lenti a contatto, il panino al salmone, la musica di Brahms, gli "sfoghi" di Emmanuèle con il pugilato o i film horror). Eccellente il cast (straordinario, in particolare, Dussollier), con piccoli ruoli per Charlotte Rampling (la madre), Hanna Schygulla (la signora svizzera) e Nathalie Richard (la commissaria di polizia). Il sempre ottimo Ozon aveva già affrontato il tema della malattia e della morte, ma da tutt'altra prospettiva, ne "Il tempo che resta".

26 dicembre 2022

Un amore tutto suo (Jon Turteltaub, 1995)

Un amore tutto suo (While you were sleeping)
di Jon Turteltaub – USA 1995
con Sandra Bullock, Bill Pullman
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina, Eva e Alberto.

Dopo aver salvato la vita a Peter (Peter Gallagher), un uomo caduto sulle rotaie della metropolitana e finito in coma, per un equivoco la solitaria addetta alla biglietteria Lucy viene creduta la sua fidanzata, e come tale accolta con grande calore dalla famiglia di lui. Peccato che nel frattempo si innamori di Jack (Bill Pullman), il sospettoso fratello di Peter... Gradevole commedia romantica di ambientazione natalizia, che riesce a raccontare una storia dal finale scontato ma che, per arrivarci, deve percorrere un tragitto alquanto tortuoso. Bugie ed equivoci infatti si sprecano, tanto da parte di Lucy (che mantiene la finzione per non perdere l'affetto di una famiglia che non ha mai avuto) quanto da parte di Jack (che, pur innamoratosi a sua volta della ragazza, non intende tradire il fratello o mettere a repentaglio la sua felicità), e naturalmente le cose si complicano quando Peter, una volta uscito dal coma, si convince di essersi dimenticato di Lucy per via di un'amnesia e si dichiara deciso a sposarla comunque. Il mix di buoni sentimenti, patemi sentimentali e cliché festivi/natalizi è svolto con afflato e competenza, senza contare gli indovinati momenti umoristici. Il ruolo di protagonista era stato pensato inizialmente per Demi Moore o Julia Roberts. Nel cast anche Peter Boyle, Jack Warden, Glynis Johns e Michael Rispoli. La storia si svolge a Chicago.

31 ottobre 2020

MASH (Robert Altman, 1970)

MASH (id.), aka M*A*S*H
di Robert Altman – USA 1970
con Donald Sutherland, Elliott Gould
***1/2

Rivisto in DVD.

Le avventure, irriverenti e scanzonate, di un gruppo di indisciplinati medici e chirurghi dell'esercito americano presso un ospedale da campo a pochi chilometri dalle linee nemiche durante la guerra in Corea (l'acronimo MASH significa infatti "Mobile Army Surgical Hospital"). Il primo grande successo nella carriera di Robert Altman, tratto da un romanzo (semi-autobiografico) di Richard Hooker (sceneggiato da Ring Lardner Jr.: ma il copione venne pesantemente stravolto dal regista) è una delle pellicole più importanti nella storia del cinema e della cultura americana di quegli anni, una pietra miliare farsesca e dissacratoria che fece una forte presa sul pubblico in tempi di contestazione contro la guerra del Vietnam. Anche se il film si svolge in Corea, con tanto di citazioni del generale MacArthur e del presidente Eisenhower sui titoli di testa, in realtà il bersaglio è infatti proprio quello: "Per me, quello era il Vietnam [...] Tutti i riferimenti politici nel film erano a Nixon e alla guerra del Vietnam", dichiarerà lo stesso Altman. Naturalmente c'erano già stati precedenti di pellicole che demistificavano o ironizzavano sul tema della guerra, in aperta opposizione alla retorica dell'eroismo bellico: da "Operazione sottoveste" di Blake Edwards (per molti versi un precursore di "MASH") al "Dottor Stranamore" di Stanley Kubrick. Pochi mesi più tardi sarebbe giunto nelle sale anche "Comma 22" di Mike Nichols, tratto peraltro da un libro che precedeva di qualche anno quello di Hooker. Ma il divertimento contagioso che si prova assistendo alle vicissitudini sfrontate e goliardiche di questi personaggi rimarrà a lungo ineguagliato. E l'impostazione corale ed episodica della pellicola, nonché la sua narrazione confusa, anarchica e destrutturata, resteranno marchi di fabbrica di gran parte del cinema di Altman (si pensi a titoli come "Nashville", "I protagonisti" o "America oggi"). Da sottolineare anche il sonoro, con le voci che si sovrappongono, si interrompono, o tentennano in maniera naturalistica (a proposito: memorabile anche il cast dei doppiatori italiani, che comprendono Sergio Graziani, Pino Locchi, Massimo Turci, Rita Savagnone, Oreste Lionello e Ferruccio Amendola), contribuendo ad altri due segreti del successo del film, vale a dire "la sintassi liberissima e il ritmo stralunato".

Fra i personaggi, uniti dal cameratismo, dall'ironia goliardica, dall'amore per l'alcol, le donne e il gioco e dall'insofferenza verso l'autorità (specie se bigotta o repressiva), spiccano i chirurghi "Occhio di Falco" ("Hawkeye") Pierce (Donald Sutherland), "Razzo" ("Trapper") John McIntyre (Elliott Gould) e "Duke" Forrest (Tom Skerritt), arrivati da poco nell'ospedale da campo comandato dal serafico colonnello Blake (Roger Bowen), che tutti chiamano semplicemente Henry, abituato a lasciar fare e a chiudere un occhio sulle frequenti infrazioni alle regole dei suoi sottoposti purché portino a compimento il proprio lavoro, che è quello di salvare vite. E i nostri eroi lo fanno, alternandosi fra lunghe e difficili operazioni chirurgiche (con profluvio di sangue mostrato sullo schermo, un modo – come le frequenti battute, elargite con nonchalance – per esorcizzare paure e tensioni: "se questo sapesse da che pagliacci è operato avrebbe un collasso") e periodi più tranquilli di svago o di scherzo, in cui giocano a golf o a football, amoreggiano con le infermiere, prendono il sole degustando un Martini con l'oliva (che il giovane attendente del campo è stato addestrato a preparare) e architettano crudeli burle ai danni di chi non sta al gioco o pretende un troppo severo rispetto delle regole. Fra questi ci sono il maggiore Burns (Robert Duvall), fanatico religioso e intransigente, e la capo infermiera Houlihan (Sally Kellerman), militarista interessata alla morale e al decoro e ribattezzata da tutti "Bollore" ("Hot Lips") dopo una memorabile beffa notturna in cui è sorpresa ad amoreggiare proprio con l'inflessibile Burns (e l'audio del loro incontro è trasmesso in diretta attraverso gli altoparlanti del campo). Da ricordare anche il cappellano "Vinsanto" (René Auberjonois), l'infermiera "Brioche" (Jo Ann Pflug), il caporale tuttofare "Radar" (Gary Burghoff) e il dentista iperdotato "Cassiodoro" (John Schuck), protagonista di uno degli episodi più elaborati, quello in cui intende suicidarsi perché convinto di essere diventato impotente e omosessuale, e gli amici lo "aiutano" a modo loro (l'inquadratura che fa il verso all'ultima cena leonardesca rimane uno dei momenti più impagabili e satirici del cinema di Altman). Nel cast anche Carl Gottlieb, David Arkin, Danny Golman, Corey Fischer, Dawne Damon, Tamara Horrocks e, non accreditati, il campione di football Ben Davidson (uno degli avversari) e un giovane Sylvester Stallone.

Altri episodi esilaranti sono quelli legati alla breve trasferta in Giappone di Pierce e McIntyre, che approfittano dell'invito a operare il figlio di un deputato per godersi qualche giorno di vacanza e sbeffeggiare un colonnello, e la partita finale a football americano (anche se il doppiaggio italiano parla di rugby) contro la squadra di altro reparto, che i nostri eroi vinceranno grazie all'arrivo di un "neurochirurgo" ex giocatore professionista, "Catapulta" Jones (Fred Williamson), e naturalmente al gioco sporco (come le iniezioni di calmante ai giocatori avversari). Le riprese della partita, con la macchina da presa che si getta in campo e in mezzo alle mischie, fanno sembrare questo sport peggio della guerra! Ma è in generale tutta la forma filmica, per esempio la fotografia "grezza" e poco luminosa di Harold E. Stine, a rendere reale l'atmosfera di un film che si distanzia come non mai dallo stile pulito con cui Hollywood aveva sempre rappresentato la guerra e l'ambiente dell'esercito. Non a caso Altman dovette lottare con i produttori per mantenere nel montaggio alcune scene (quelle girate ai tavoli operatori) e un linguaggio pieno di parolacce e di battute sessiste o volgari. La colonna sonora comprende la bella canzone "Suicide is painless" di Johnny Mandel (il cui testo fu scritto da Mike Altman, figlio – allora quattordicenne! – del regista), nonchè diverse canzoni d'epoca (come "Tokyo Shoe Shine Boy", "My Blue Heaven" o "Chattanooga Choo Choo") cantate in giapponese e trasmesse attraverso gli altoparlanti del campo. E proprio questi sono un continuo spunto di gag, filo conduttore dell'intera pellicola con fior di comunicati sconclusionati, che talvolta comprendono l'annuncio dei film di guerra proiettati nel cinema del campo (l'ultimo dei quali è proprio "MASH", del quale lo speaker elenca i principali interpreti, sostituendosi ai titoli di coda). Il successo del film, sia di pubblico che di critica (vinse la Palma d'Oro a Cannes e il premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, oltre ad altre quattro nomination fra cui quelle per il miglior film e la migliore regia), darà vita a una serie tv che proseguirà per undici stagioni (senza il coinvolgimento di Altman o dei principali attori originali). In quest'ultima, così come nelle locandine del film, l'acronimo del titolo è scritto con tre asterischi che separano le lettere (M*A*S*H), anche se sullo schermo appare senza di essi.

11 aprile 2020

Parla con lei (Pedro Almodóvar, 2002)

Parla con lei (Hable con ella)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2002
con Darío Grandinetti, Javier Cámara
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore e giornalista Marco (Darío Grandinetti) si innamora della torera Lydia (Rosario Flores), che però finisce in coma dopo una corrida. Nella clinica in cui è ricoverata, Marco stringe amicizia con l'infermiere Benigno (Javier Cámara), che accudisce amorevolmente la giovane ballerina Alicia (Leonor Watling), anch'essa in stato vegetativo, e che gli insegna come prendersi cura di una donna in coma (prima regola: "Parla con lei"). Colmo di riferimenti e rimandi artistici (gli spettacoli di danza di Pina Bausch: è a uno di questi, "Café Müller", che Benigno e Marco, seduti a fianco, si incontrano per la prima volta, con il primo che rimane colpito dalla risposta emotiva del secondo; il cameo di Caetano Veloso che canta una versione particolarmente struggente di "Cucurrucucú paloma"; il cinema muto, grande passione di Alicia, che Almodóvar omaggia nella sequenza surreale in cui un uomo miniaturizzato va all'esplorazione del corpo gigantesco della sua amata (Paz Vega), forse ispirata a "Storie di ordinaria follia" di Charles Bukowski), è uno dei film più stimolanti del regista spagnolo, che nonostante i temi scabrosi si rivela anche commovente e delicato nel portare sullo schermo molteplici storie d'amore. Un amore spesso a senso unico (Marco ama Lydia, che però pensa solo al proprio ex; Benigno ama Alicia, che essendo in coma non può certo ricambiarlo) ma non per questo meno sincero e sofferto, che si manifesta in forma sia astratta che concreta, con tanto di invasione (anche non autorizzata) della sfera più intima di una persona, fino a perdersi in essa (lo spezzone del film muto, ancora una volta, ne è una perfetta rappresentazione). E che investe sia il lato mentale/intellettuale che quello fisico e corporeo (i corpi, specialmente quelli femminili, guidano tutta la storia: non a caso sia Lydia che Alicia sono legate ad attività che richiedono proprio un uso forte e consapevole del proprio corpo, la corrida e la danza classica). La sceneggiatura, che vinse l'Oscar, è strutturata con flashback e inserti che aiutano a vivacizzare la storia, ricostruendo il passato dei personaggi e in particolare di Benigno, raccontando l'origine della sua ossessione per Alicia. Proprio Benigno, nel suo misto di fragilità e ingenuità, di innocenza e "saggezza", resta un personaggio indimenticabile: le scene in cui parla delle proprie inclinazioni (omo)sessuali o dei crimini pedofili dei preti rimanda forse a esperienze autobiografiche del regista che ispireranno poi il successivo "La mala educación". Geraldine Chaplin è l'insegnante di danza di Alicia. La sequenza con Veloso è stata girata nella villa privata dello stesso Almodóvar. La colonna sonora, di Alberto Iglesias, comprende anche "Por toda minha vida" di Antônio Carlos Jobim e un brano di Henry Purcell da "The Fairy Queen".

1 aprile 2020

The kingdom 2 (Lars von Trier, 1997)

The Kingdom 2 (Riget II)
di Lars von Trier – Danimarca 1997
con Ernst-Hugo Järegård, Kirsten Rolffes
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

La seconda stagione della serie horror-ospedaliera "Il regno" riprende le vicende dei numerosi personaggi dove erano state lasciate al termine della prima parte e le porta avanti per altri 4 episodi (diventati, chissà perché, 6 – ma di durata più breve – nel DVD italiano), senza però giungere a una conclusione: Lars von Trier e il suo co-sceneggiatore Niels Vørsel avevano infatti in programma una terza stagione, che purtroppo non è stata realizzata, nonostante la sceneggiatura degli episodi finali fosse già pronta [aggiornamento: è uscita nel 2022!]. A differenza della prima serie, in questa le diverse vicende sembrano dipanarsi parallelamente: e gli elementi horror (legati essenzialmente alla signora Drusse (Rolffes) che, sempre in compagnia del figlio Bulder, indaga questa volta sui riti satanici che qualcuno sta praticando all'interno dell'ospedale) lasciano spesso spazio a quelli più comici o grotteschi relativi agli altri personaggi. Se pure non mancano i momenti inquietanti, l'insieme risulta meno coeso rispetto alla stagione precedente, con molte gag e trovate che appaiono estemporanee. L'impressione è di assistere più a una soap opera che a un lungo film cinematografico. Il chirurgo Stig Helmer (Järegård), trasformato in un personaggio sempre più parodistico, è tornato da Haiti con una boccetta di veleno per trasformare in zombie il suo nemico Krogshøj, ma ottiene soltanto di farlo precipitare in uno stato di morte apparente dal quale si risveglierà con una personalità più fredda e cinica. E nel frattempo parla con le proprie feci (!), deve difendersi dal rancore di Rigmor e dal rischio di un procedimento giudiziario legato all'operazione di Mona. L'ingenuo primario Moesgaard cade in preda a una crisi personale e si affida a un eccentrico psicoterapeuta, Ole, dai metodi assai discutibili. Lo studente Mogge, mentre cerca un modo non ortodosso per superare il suo esame e al contempo tenere a bada gli slanci amorosi di Camilla, scopre che nell'ospedale è attivo un giro di scommesse clandestine sulle corse di un'ambulanza nel traffico contromano. Ma la sottotrama più grottesca e inquietante è senza dubbio quella legata a Judith, che accudisce il bambino mostruoso che ha dato alla luce alla fine della prima serie e che cresce a velocità rapidissima, anche perché si tratta del figlio di un demone. Chiamato "Fratellino" e interpretato da Udo Kier (in un secondo ruolo oltre a quello di Aage Krüger), è uno dei nuovi personaggi introdotti in questa seconda serie, oltre a Ole (Erik Wedersøe), alla segretaria di Helmer, la signora Svendsen (Birthe Neumann), al direttore generale dell'ospedale, Bob (Henning Jensen), e al suo assistente Nivesen (John Hahn-Petersen). Maggiore spazio nella storia hanno anche personaggi minori già visti in precedenza, come Christian (Ole Boisen), amico di Mogge che per conquistare l'amore di Sanne (Louise Fribo) sostituisce il pilota dell'ambulanza pirata. Pur ricca di bizzarrie, e a tratti sinceramente divertente, questa seconda tranche di episodi risulta dunque meno riuscita della prima, forse perché il gioco di LVT comincia a farsi scoperto e le situazioni appaiono più artificiali e scollegate, dunque meno facili da prendere sul serio. In ogni caso rimane una delle serie televisive più interessanti degli anni novanta.

30 marzo 2020

The kingdom (Lars von Trier, 1994)

The Kingdom - Il regno (Riget)
di Lars von Trier – Danimarca 1994
con Ernst-Hugo Järegård, Kirsten Rolffes
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

"Il suolo sotto l'ospedale del Regno anticamente era una palude, dove i tintori venivano a inumidire i loro grandi teli, che poi stendevano per la sbiancatura. In seguito qui fu costruito il grande ospedale, e gli sbiancatori furono sostituiti da medici e ricercatori, geni della scienza e della tecnologia, che per coronare i loro lavoro chiamarono questo luogo "il Regno". Essi erano i padroni della vita: ignoranza e superstizione non avrebbero più potuto scuotere i bastioni della scienza. Forse fu la loro spiccata arroganza che li portò a negare la spiritualità. E adesso è come se il freddo e l'umidita fossero tornati. Si cominciano a vedere piccole tracce di stanchezza negli edifici, non più così solidi e moderni. Nessun essere vivente ancora lo sa, ma la porta del Regno sta per aprirsi."

Miniserie televisiva in quattro episodi (divenuti cinque nell'edizione italiana, con un montaggio differente), ambientata nel Rigshospitalet di Copenhaghen, grande e antico complesso ospedaliero soprannominato Riget ("il Regno"), dove si verificano strani fenomeni paranormali che turbano le già complicate dinamiche interne fra i vari medici e i loro pazienti. Una geniale commistione fra horror e medical fiction, con ampie pennellate di humour nero e inquietudini sparse a piene mani da un Lars von Trier in stato di grazia, che si presenta poi di persona sui titoli di coda di ogni episodio (indossando lo smoking che appartenne a Carl Theodor Dreyer, suo mentore spirituale) per commentare ironicamente l'accaduto e salutare gli spettatori. L'ambientazione claustrofobica e circoscritta, i misteri che si dipanano, i tormentoni, le storie incrociate dei numerosi personaggi (tutte caratteristiche adattissime a una serie tv) lo distinguono nettamente da una pellicola cinematografica, ma il ritmo serrato, la regia mai banale, la fotografia sgranata e virata sul color seppia gli donano comunque una qualità superiore a a un prodotto televisivo medio. Per non parlare dell'atmosfera malsana e onirica. In ogni caso, la miniserie è stata distribuita nei paesi di lingua inglese sotto forma di un unico film (di oltre quattro ore), mentre il DVD italiano la presenta solo divisa in capitoli, nelle due versioni italiana (in 5 episodi) e danese (in 4). In un intreccio di sottotrame che pian piano convergono verso uno sconvolgente finale di stagione, assistiamo a misteriose apparizioni soprannaturali che coinvolgono, in maniera diversa, un nutrito gruppo di personaggi, tutti ottimamente caratterizzati. Nel 1997 è stata prodotta una seconda stagione, "Kingdom 2". Era in programma anche una terza, che Lars von Trier aveva già scritto e pianificato (avrebbe dovuto essere l'ultima), ma la morte di alcuni degli interpreti ha reso impossibile la sua realizzazione. Nel 2004 è stato comunque realizzato una sorta di remake in lingua inglese, la serie americana "Kingdom Hospital" sviluppata da Stephen King. Quanto alle ispirazioni, più che a serie ospedaliere quali "E.R.", LVT ha dichiarato di essersi rifatto alle atmosfere di "Twin Peaks" e della serie francese "Belfagor" degli anni sessanta (oltre che a un cult della tv danese come "Matador", serie del 1978 da cui provengono alcuni degli attori, come Hansen e Nørby).

Fra i protagonisti spicca l'arrogante Stig Helmer (Ernst-Hugo Järegård), nuovo neurochirurgo giunto dalla Svezia: scostante ed egocentrico, mal sopporta chi gli sta intorno, a partire dal primario Moesgaard (Holger Juul Hansen), che con le sue ingenuità e bizzarrie (come la ridicola operazione "Aria del mattino", un insieme di trovate e iniziative infantili per migliorare l'atmosfera e i rapporti all'interno dello staff) gli rende la vita difficile, al punto che periodicamente deve recarsi sul tetto dell'edificio per gridare al cielo la sua rabbia e la sua frustrazione, urlando a squarciagola "Maledetti danesi!" ("Danskjävlar!") e rimpiangendo la sua amata Svezia (le cui coste può osservare con un binocolo). Se l'unica che gli si mostra comprensiva è la dottoressa Rigmor (Ghita Nørby), altri crucci gli provengono dall'aiuto medico Krogshøj, detto Krogen/"Hook" (Søren Pilmark), con cui ha un rapporto fortemente antagonistico, e soprattutto dalla signora Drusse (Kirsten Rolffes), anziana paziente ipocondriaca che si ritrova sempre fra i piedi e che in realtà è una sensitiva (qui lo scontro è anche sul piano filosofico: la razionalità di Helmer contro l'apertura al soprannaturale della Drusse). È proprio lei, per prima, a rendersi conto che nell'ospedale si celano strane presenze, entrando in contatto con il fantasma di una ragazzina, Mary, morta nella clinica quasi cento anni prima. Mentre la signora Drusse, con l'aiuto del figlio Bulder (Jens Okking), che lavora al Regno come inserviente, cerca in vari modi di "esorcizzare" Mary e di farle abbandonare il modo dei vivi, e mentre Helmer è alle prese con il tentativo di nascondere le prove di un grave errore che ha commesso durante un'operazione chirurgica, si dipanano le storie anche di altri personaggi. Hook, che abita in segreto nei labirintici sotterranei dell'ospedale, da dove gestisce una sorta di mercato nero, si innamora della ricercatrice Judith (Birgitte Raaberg), la cui misteriosa gravidanza sembra procedere a velocità innaturale. Il patologo Bondo (Baard Owe), per amore della scienza, si fa trapiantare su sé stesso un fegato affetto da sarcoma. Mogge (Peter Mygind), studente di medicina poco serio, si offre come cavia nel "laboratorio del sonno" perché innamorato di Camilla (Solbjørg Højfeldt), la dottoressa che conduce gli esperimenti. E un'ambulanza fantasma si presenta ogni sera alle porte dell'edificio. Tutto culmina in un finale di stagione al cardiopalma, quando gli eventi soprannaturali precipitano proprio mentre nell'ospedale è in atto una (comicamente disastrosa) visita a sorpresa da parte del ministro della sanità. Cameo per Udo Kier nei panni del professor Aage Krüger, il malvagio padre di Mary. E da non dimenticare i due inquientanti inservienti con sindrome di Down, che lavorano nelle cucine come lavapiatti e commentano fra loro gli eventi come se fossero al corrente di tutto quello che accade, soprattutto sul piano soprannaturale.

14 dicembre 2019

Magnifica ossessione (Douglas Sirk, 1954)

Magnifica ossessione (Magnificent Obsession)
di Douglas Sirk – USA 1954
con Rock Hudson, Jane Wyman
***

Visto in divx.

Bob Merrick (Rock Hudson, in uno dei suoi primi ruoli importanti da protagonista), giovane milionario viziato e scapestrato, è vittima di un incidente in motoscafo: e per salvarlo perde la vita il dottor Phillips, brillante medico e filantropo amato da tutti, che lascia una moglie e una figlia. Scosso dai sensi di colpa, Bob prova ad avvicinarsi alla vedova dell'uomo, Helen (Jane Wyman), causandone senza volerlo la cecità. Per rimediare, completerà gli studi di medicina che aveva abbandonato, e sarà proprio lui ad operarla e a restituirle la vista. "Una volta presa quella strada non si torna indietro. Sarà un'ossessione, una magnifica ossessione", spiega al protagonista l'anziano pittore Randolph (Otto Kruger), illustrando la filosofia del dottor Phillips di fare del bene al prossimo senza pretendere nulla in cambio. Il primo dei celebrati melodrammoni hollywoodiani di Douglas Sirk è un remake del precedente "Al di là delle tenebre" del 1935 di John M. Stahl (o meglio, entrambe le pellicole sono adattamenti dal romanzo "Magnificent Obsession" di Lloyd C. Douglas), irreale ed esagerato sotto ogni suo aspetto, e intriso di un idealismo e un romanticismo esasperati, ma proprio per questo sublime e struggente. Come tutto il cinema anni '50 di Sirk, il film ha influenzato profondamente cineasti come Rainer Werner Fassbinder, Martin Scorsese e Pedro Almodóvar, contribuendo a rivalutare un regista che durante la sua carriera era sempre stato snobbato dalla critica. Nel cast anche Barbara Rush (Joyce, la figliastra di Helen) e Agnes Moorehead (Nancy, l'infermiera e amica). Notevole e caratterizzante la fotografia in Technicolor di Russell Metty, abituale collaboratore di Sirk in tutti i suoi film più famosi. La colonna sonora ingloba temi di Chopin e Beethoven. La pellicola è stata girata in parte sul lago Tahoe.

5 dicembre 2019

Hard boiled (John Woo, 1992)

Hard boiled (Lashou shentan)
di John Woo – Hong Kong 1992
con Chow Yun-fat, Tony Leung Chiu-wai
***

Rivisto in DVD.

L'agente speciale Yuen (Chow), detto "Tequila", e il poliziotto infiltrato Alan (Leung) collaborano per sgominare una banda di trafficanti d'armi capeggiata dall'ambizioso Johnny Wong (Anthony Wong), il cui arsenale segreto è nascosto nei sotterranei di un grande ospedale. L'ultimo film di John Woo a Hong Kong prima del grande salto verso Hollywood è quasi la summa di tutti i suoi action movie, fra personaggi che combattono sul confine fra il bene e il male (Alan, come infiltrato nella triade, lamenta: "Quando sono un gangster, mi sparano i poliziotti; quando sono un poliziotto, mi sparano tutti") e scontri a fuoco talmente complessi, lunghi ed esagerati – con centinaia di proiettili che volano da tutte le parti, esplosioni, acrobazie, riprese al ralenti di oggetti che volano e corpi che saltano – da oltrepassare il senso del ridicolo, fare un giro a 360 gradi e raggiungere il sublime. Esemplare la "battaglia" finale, se così possiamo definire qualcosa che occupa praticamente tutta la seconda ora del film, vale a dire lo scontro con i gangster all'interno dell'ospedale dove i "cattivi" hanno preso pazienti e infermieri in ostaggio, senza farsi scrupolo a sparare su di loro, e persino mettendo in pericolo i neonati della nursery. Proprio l'immagine di Tequila che salta dalla finestra tenendo in braccio l'ultimo neonato da portare in salvo, dopo aver schivato esplosioni e pallottole di ogni tipo, sintetizza l'adrenalina che scorre in una pellicola per certi versi ingenua e manieristica ma decisamente ad effetto, un picco dopo il quale Woo non aveva altra scelta che cambiare strada, trasferendosi negli Stati Uniti per mettersi alla prova in un ambiente completamente diverso e senza i suoi attori feticcio. A proposito dei quali, Chow Yun-Fat interpreta qui un personaggio che per i modi e le fattezze ricorda i protagonisti delle precedenti pellicole, in particolare nella prima sequenza (quella nella casa da tè) quando lo vediamo con lo stecchino in bocca e due pistole in pugno come il Mark Gor di "A better tomorrow". Certo, stavolta si tratta di un poliziotto e non di un gangster (l'intento della pellicola era proprio celebrare l'eroismo della polizia, dopo aver romanticizzato le figure dei criminali nei lavori precedenti). Tony Leung recita in maniera più sottile e ambigua, costruendo alla perfezione un personaggio solitario e a disagio nel proprio ruolo di infiltrato, tanto da affezionarsi sinceramente allo "zio Hoi" (Kwan Hoi-shan), il gangster "all'antica" che è poi costretto a tradire. Memorabile anche Philip Kwok nei panni di Mad Dog, il braccio destro del cattivo, killer spietato e infallibile con la benda sull'occhio ma anche con un senso dell'onore che invece è del tutto assente nel suo boss. Completano il cast Teresa Mo (la fidanzata di Yuen), Tung Wei (l'informatore Foxy) e Philip Chan (il capo della polizia), mentre Woo stesso si ritaglia il ruolo del proprietario del jazz club dove Yuen si rifugia a chiedere consiglio nei rari momenti di quiete: un riparo che ha il suo equivalente per Alan nella barca a vela ormeggiata al porto dove realizza una gru di carta per ogni uomo che ha ucciso.

22 ottobre 2019

The elephant man (David Lynch, 1980)

The Elephant Man (id.)
di David Lynch – USA/GB 1980
con John Hurt, Anthony Hopkins
***1/2

Visto in DVD.

La vera storia di John Merrick (Hurt, che recita sotto un pesante make up curato da Christopher Tucker), "l'uomo elefante", così chiamato per via della deformazione congenita di cui soffriva al volto e su gran parte del corpo. Esibito come fenomeno da baraccone nella Londra di fine ottocento, fu notato dal dottor Frederick Treves (Hopkins), medico chirurgo presso il London Hospital, che se ne prese cura e divenne suo amico, salvandolo da violenze e umiliazioni. Il secondo lungometraggio di David Lynch, dopo lo sperimentale "Eraserhead", è quello che lo ha reso noto anche presso il pubblico generalista. Ispirato alle memorie di Treves, si rifà forse nell'impostazione al classico di François Truffaut "Il ragazzo selvaggio", con cui condivide il tema, l'ambientazione ottocentesca e la fotografia in bianco e nero. Merrick (il cui vero nome era Joseph, non John), una volta ripulito e "reintrodotto" in società, dimostra di non essere affatto quel mostro che il suo aspetto lasciava credere: gentile e sensibile, conquista tutti con la sua anima nobile, la passione per l'arte e i suoi modi affabili, e finisce per dare una lezione di umanità a coloro che lo circondano, mostrando di non provare mai odio, rancore o sentimenti negativi, né verso i suoi aguzzini né per la propria condizione. Celebre il suo unico grido di disperazione, verso il finale: "Io... non sono un elefante! Io non sono un animale, sono un essere umano!". In un certo senso il film capovolge le regole dell'horror: qui è il "mostro" ad avere paura delle persone normali, essendo soggetto in continuazione agli sguardi degli altri, che abbiano fini voyeuristici oppure scientifici. A parte alcune sporadiche sequenze surrealiste (l'incipit e la conclusione, in cui si vede la madre di John spaventata da un branco di elefanti), Lynch dirige con stile sorprendentemente sobrio e classico, coadiuvato dalla bella fotografia di Freddie Francis e dalle ottime prove degli attori: nel cast ci sono anche John Gielgud (il direttore dell'ospedale), Anne Bancroft (Madge Kendal, celebre attrice di teatro che si prende a cuore le sorti di John), Wendy Hiller (la capo infermiera), Freddie Jones (l'imbonitore Bytes, che cerca in ogni modo di riprendersi il suo "tesoro") e Michael Elphick (il portiere notturno, che si fa pagare per mostrarlo ai curiosi). Suggestiva anche la colonna sonora di John Morris, integrata dall'Adagio per archi di Samuel Barber. Co-prodotto da Mel Brooks (che non volle essere accreditato, nel timore che il pubblico pensasse che si trattasse di un film comico), il lungometraggio riscosse un grande successo di critica: venne nominato a otto premi Oscar, anche se non se ne aggiudicò nessuno, e fu responsabile diretto dell'introduzione, a partire dall'edizione successiva, della statuetta per il miglior trucco.

6 aprile 2019

Dallas buyers club (J. M. Vallée, 2013)

Dallas Buyers Club (id.)
di Jean-Marc Vallée – USA 2013
con Matthew McConaughey, Jared Leto
***

Visto in TV.

Nel 1985, il rude texano Ron Woodroof (uno straordinario Matthew McConaughey), elettricista e cowboy dalla vita sregolata, scopre di essere positivo all'HIV. Siamo in un epoca in cui la malattia è ancora associata esclusivamente all'omosessualità (tanto che Woodroof, pur non essendo gay, viene subito etichettato come tale dai suoi amici omofobi), e in cui la ricerca di una cura è appena allo stadio embrionale. Disperato, con una prognosi di soli 30 giorni di vita, Woodroof comincia a procurarsi farmaci illegali o non ancora approvati, molti dei quali (ottenuti dal Messico o da altri paesi stranieri) sembrano funzionare meglio di quelli che vengono sperimentati negli Stati Uniti. Insieme al travestito Rayon (Jared Leto), che diventa suo socio, organizza così un "club di compratori" per acquistare i medicinali e distribuirli fra i vari membri, nonostante le pressioni e le intimidazioni della comunità scientifica e delle autorità federali... Da una storia vera (Craig Borten, autore della sceneggiatura insieme a Melisa Wallack, aveva intervistato il vero Ron Woodroof nel 1992, un mese prima della sua morte), un'eccellente pellicola ambientata negli anni in cui l'AIDS cominciava a diventare una malattia globale e in cui ancora era circondato da ignoranza e pregiudizi. L'ottima sceneggiatura, spigliata e vivace, ha forse il solo difetto di appoggiarsi alle teorie di complotto sulle case farmaceutiche (che per i propri interessi promuoverebbero farmaci dannosi, mettendo i bastoni fra le ruote al diritto di curarsi come ciascuno crede), ma sa costruire mirabilmente il contesto e i personaggi, grazie anche ad attori capaci di un vero tour de force (McConaughey e Leto hanno perso parecchi chili fino ad acquisire un aspetto quasi scheletrico). Avvincente e appassionante, il film racconta senza retorica e in modo naturale la sofferenza della malattia e il percorso del protagonista verso il superamento dei propri limiti. Sei nomination e tre premi Oscar (ai due attori e al trucco). Nel cast anche Jennifer Garner (la dottoressa), Steve Zahn e Griffin Dunne.

28 marzo 2019

Baby (Liu Jie, 2018)

Baby (Bao bei er)
di Liu Jie – Cina 2018
con Yang Mi, Guo Jingfei
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente il regista.

Ogni anno, in Cina, moltissimi bambini nascono con disabilità o malformazioni più o meno gravi, e gran parte di questi vengono abbandonati dai loro genitori: se sopravvivono, finiscono in famiglie in affido fino al compimento dei 18 anni. È quello che è capitato alla giovane Jiang Meng (un'ottima Yang Mi) che, giunta all'età adulta, è costretta ad abbandonare la sua "madre" affidataria e a cercare lavoro in ospedale come donna delle pulizie. Qui è testimone di un caso simile al proprio: una bambina appena nata, il cui padre (Guo Jingfei) assume la sofferta decisione di rifiutare le cure per farla morire rapidamente anziché costringerla a condurre una vita da disabile. Prendendosi a cuore il destino della piccola, nella quale rivede evidentemente sé stessa, l'ostinata Jiang fa di tutto per convincere l'uomo a sottoporre la figlia alle operazioni necessarie, convinta che saprà sopravvivere e guarire. E arriverà fino al punto di organizzare il rapimento della piccola dall'istituto in cui è ricoverata... Liu Jie, già autore in passato del bel "Courthouse on the horseback", costruisce un melodramma a sfondo sociale a partire da uno scenario cupo e disperato (ispirato a diversi casi reali). La struttura narrativa, con la testardaggine della giovane protagonista che si batte contro tutto e tutti, fra l'indifferenza degli operatori sanitari e l'impotenza della polizia, può ricordare pellicole (neo)realiste cinesi come "Non uno di meno" di Zhang Yimou, anche se qui i toni sono decisamente meno poetici e più drammatici, e il coinvolgimento emotivo dello spettatore non manca di certo, nonostante il film si dilunghi un po' troppo nel finale.

24 gennaio 2019

The fall (Tarsem Singh, 2006)

The Fall (id.)
di Tarsem Singh – USA/India 2006
con Lee Pace, Catinca Untaru
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Monica e Roberto.

All'inizio del novecento, in un ospedale di Los Angeles, lo stuntman del cinema muto Roy Walker (Lee Pace), ferito alle gambe dopo un “salto” sul set, fa amicizia con la piccola rumena Alessandria (Catinca Untaru). Per ingraziarsi la bambina (e spingerla a procurargli le medicine con cui vorrebbe tentare il suicidio), l'uomo le racconta una storia inventata sul momento, che la fantasia della piccola trasfigura in un'avventura epica e colorata, con loro stessi come protagonisti. Assistiamo così alle vicende del “Bandito mascherato” e dei suoi variopinti compagni (un principe indiano, uno schiavo africano, un bombarolo italiano, un selvaggio mistico e il naturalista Charles Darwin) nella lotta contro il perfido governatore spagnolo Odious, collocate in scenari suggestivi in giro per il mondo (il film è stato girato in India, ma anche in Namibia, Bolivia, Indonesia, Sudafrica, Italia – a Roma e Tivoli – e a Praga). Il tutto mentre, nella “realtà”, l'affetto di Alessandria per Roy riuscirà a scuoterlo e a farlo desistere dai suoi propositi autodistruttivi. Remake di un film bulgaro del 1981, “Yo ho ho” di Zako Heskiya, è forse il miglior film di Tarsem, quello in cui il suo curatissimo talento visivo è anche al servizio di una storia compiuta e non banale. Una struttura che ricorda “Il labirinto del fauno” di Del Toro, con la commistione fra fiaba e dura realtà fitrata dagli occhi di una bambina, e un'estetica (costumi e architetture compresi) che rievoca a tratti Paradžanov (oltre che i colori di Bollywood) si mescolano attraverso le suggestioni storiche, la mescolanza di razze e di culture e la potenza dell'affabulazione (unita al fascino per gli albori del cinema, che ai tempi era assai “fisico”: nel finale si mostrano spezzoni di pellicole di Buster Keaton, Charlie Chaplin e altri “acrobati” del muto). Da notare come ci sia spesso uno scarto fra le parole del racconto di Roy (che si ispira a persone realmente esistite: non solo Darwin ma anche lo schiavo Ota Benga) e le immagini nella mente della bambina (per dirne una, quando l'uomo parla di indiani si riferisce probabilmente ai pellerossa dei film western in cui lavora, mentre Alessandria dà loro le fattezze degli indù che ha visto nella piantagione di arance: allo stesso modo la bambina si immagina gli abiti stravaganti dei personaggi e dona loro i volti e le fattezze delle persone attorno a lei). I costumi sono di Eiko Ishioka. La lavorazione è stata assai lunga, anche perché Tarsem ha voluto limitare al minimo l'uso di effetti speciali (e girare in location reali). Nella colonna sonora spicca l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven.

2 luglio 2018

Il sacrificio del cervo sacro (Y. Lanthimos, 2017)

Il sacrificio del cervo sacro (The killing of a sacred deer)
di Yorgos Lanthimos – Irlanda/GB/USA 2017
con Colin Farrell, Nicole Kidman
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella vita del cardiochirurgo Steven Murphy (Colin Farrell, al secondo film con Lanthimos dopo "The lobster"), felicemente sposato con Anna (Nicole Kidman) e padre di due figli (Raffey Cassidy e Sunny Suljic), entra prepotentemente il sedicenne Martin (Barry Keoghan), figlio di un paziente morto due anni prima durante un'operazione per una sua negligenza. Il ragazzo, come scopriremo, è in cerca non tanto di vendetta quanto di giustizia: e spiega a Steven che se non ucciderà uno dei suoi familiari per "compensare" la sua colpa, tutti e tre si ammaleranno e moriranno (in maniera inspiegabile alla scienza: siamo di fronte a una giustizia quasi "divina"). Dopo "Dogtooth", il regista greco continua ad affidarsi ai miti classici per raccontare drammi familiari e sociali con un taglio simbolico e surreale. Questa volta l'ispirazione è data dalla tragedia di Ifigenia (citata anche nei dialoghi): e se i rimandi alle metafore e alla mitologia (la catarsi, il sacrificio...) sono forse sin troppo espliciti (sin dal titolo!), ciò non toglie che resta un film assai intrigante, originale e disturbante (comincia con le immagini di un intervento a cuore aperto!), con ottime interpretazioni di attori che hanno dovuto "trattenere" (ma non reprimere) le proprie emozioni. Il modo di rapportarsi e di relazionarsi dei personaggi, infatti, avviene con un linguaggio asettico (anestetizzato?) e formale, a tratti persino ieratico, che rende naturale parlare in maniera diretta anche di argomenti delicati e privati (come le mestruazioni della figlia, la masturbazione o i peli corporei) ed evita scene madri nei momenti più tragici (quando ci si aspetterebbero scenate o scoppi di pianto), forse proprio perché emozioni così forti, anche nel teatro greco, dovevano essere necessariamente stemperate (per spersonalizzarle e renderle così universali). L'analisi dei rapporti familiari va comunque in profondità, mostrando per esempio come anche i legami più sinceri e affezionati siano soggetti a istanze di egoismo o a tentativi di compiacere il prossimo con la logica o l'adulazione pur di ottenere un vantaggio (i vari familiari di Steven tentano a turno di accattivarselo). Notevole anche la colonna sonora, con le sonorità inquietanti di Ligeti e i canti sacri di Schubert e Bach. Alicia Silverstone è la madre di Martin. Il film che Steven guarda a casa del ragazzo è "Ricomincio da capo" con Bill Murray (altra pellicola dove accade qualcosa di misterioso e "karmico"). Premio a Cannes per la migliore sceneggiatura.

24 marzo 2018

The seen and unseen (Kamila Andini, 2017)

The Seen and Unseen (Sekala Niskala)
di Kamila Andini – Indonesia 2017
con Ni Kadek Thaly Titi Kasih, Ida Bagus Putu Radithya Mahijasena
***1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente la regista.

Tantri (Ni Kadek Thaly Titi Kasih) e Tantra (Ida Bagus Putu Radithya Mahijasena) sono due gemelli di dieci anni che vivono sull'isola di Bali. Quando il bambino, caduto in coma, viene ricoverato in ospedale con una malattia terminale, la sorella continua a trascorrere il tempo con lui all'interno di un vissuto onirico e immaginario, fatto di giochi, di storie, di danze e di canti. Un film altamente simbolico ed estremamente suggestivo, che affronta i temi della sofferenza della separazione e del mistero della morte con il linguaggio del realismo magico e il copioso utilizzo di simboli e riferimenti al folklore balinese (come i bambini fantasma che rotolano fra i campi, spiritelli "compagni di gioco" ed amici immaginari di ogni bambino sin dalla sua nascita). Ripetuti, per esempio, i riferimenti alla luna, il cui ciclo indica la morte e la rinascita (quasi tutti gli incontri fra i due bambini avvengono di notte, illuminati dalla luce del satellite), oppure quelli alle uova, simbolo dell'unione e della complementarietà dei due gemelli (quando mangiano, si prendono l'uno il tuorlo e l'altra l'albume: e non appena sono stati separati, a Tantri capita un uovo sodo che manca totalmente della parte gialla). A Bali il ciclo della vita comprende tutto, unendo insieme gli aspetti duplici dell'esistenza: il maschile e il femminile, il giorno e la notte, il reale e il surreale, il visibile e l'invisibile (da cui il titolo del film). Questa duplicità è, naturalmente, particolarmente percepita nel fenomeno di due gemelli, uno maschio e uno femmina. E i giochi, i sogni e i canti fanno parte di un linguaggio comune e universale, soprattutto nel momento dell'infanzia. Fra le scene più belle, quelle in cui i bambini imitano gli animali, girati dalla regista giavanese con lunghi piani sequenza: la lotta fra i galli e, nel finale, la curiosità e l'esplorazione della scimmia.

24 settembre 2017

Disappearance (Ali Asgari, 2017)

Disappearance (Napadid shodan)
di Ali Asgari – Iran/Qatar 2017
con Sadaf Asgari, Amir Reza Ranjbaran
**1/2

Visto al cinema Centrale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Una giovane coppia di fidanzati, Hamed e Sara, vaga tutta la notte per le strade della città, fra ospedali, pronto soccorsi e cliniche private, con un "problema" da risolvere, conseguente della loro prima esperienza sessuale. Il guaio è che i due non sono sposati, e per sottoporre la diciannovenne Sara a un'operazione servirebbe l'autorizzazione del marito o del padre. E naturalmente la ragazza non vuol far sapere nulla alla famiglia... Un piccolo film focalizzato su un tema decisamente delicato (in Iran, come in molti paesi islamici, arrivare vergini al matrimonio è una questione d'onore: non a caso sono assai frequenti gli interventi di ricostruzione dell'imene). I ragazzi (ai due protagonisti, nella loro odissea notturna, si aggiungono alcuni amici che cercano di aiutarli) si ritrovano sperduti in un mondo che li respinge, vittime di un sistema sanitario che dà un lato sembra efficiente, moderno e organizzato, ma dall'altro segue ancora regole vecchie e conservatrici, che non prendono in considerazione le esigenze delle giovani coppie e le lasciano in balia delle loro insicurezze e paure. E nel frattempo, mentre le strutture ufficiali compiono questo tipo di interventi solo a fronte di fior di documenti, i medici illegali li praticano clandestinamente dietro lauto compenso. La scena finale giustifica l'enigmatico titolo.

22 gennaio 2014

Al di là della vita (M. Scorsese, 1999)

Al di là della vita (Bringing out the dead)
di Martin Scorsese – USA 1999
con Nicolas Cage, Patricia Arquette
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Costanza, Francesca, Ginevra ed Eleonora.

Tre notti all'inferno (e ritorno) del paramedico Frank (Nicolas Cage), che gira in ambulanza per le strade di New York in compagnia di tre diversi colleghi (John Goodman, Ving Rhames, Tom Sizemore). Tormentato dai fantasmi delle persone di cui ha assistito al decesso, e in particolare dal volto di una ragazzina che mesi prima non era riuscito a salvare (e della cui morte si sente responsabile), Frank viaggia attraverso un caos confuso e allucinato di una città popolata da tossici, prostitute, pazzi, violenti ed eccentrici. Soltanto alla fine di un lungo percorso di colpa e di redenzione, riuscirà a ritrovare la pace e la serenità fra le braccia di una donna di nome Mary: la luminosa inquadratura finale, che riecheggia la "Pietà", è soltanto uno dei tanti rimandi religiosi-spirituali di un'opera complessa e dalla struttura a mosaico, tripartita (le tre notti corrispondono ad altrettanti gironi infernali) e stratificata. Quella di Frank è di fatto una storia di morte e resurrezione, mentre le sue vicissitudini a fianco dei tre colleghi illustrano differenti modi di rapportarsi alla professione medica ma soprattutto alla morte stessa (un concetto con il quale chi lavora come paramedico ha continuamente a che fare), di volta in volta con cinismo e rassegnazione, con ironia e sarcasmo, oppure con furia e follia. Se la presenza di Paul Schrader alla sceneggiatura (ma il soggetto è tratto da un libro di Joe Connelly), le atmosfere urbane notturne e il protagonista "on the road" per le strade di New York possono far pensare a una nuova versione di "Taxi Driver" (impressione fortificata anche dall'impressionistica fotografia notturna di Robert Richardson), in realtà i temi trattati sono alquanto diversi: sensi di colpa, espiazione, salvezza e redenzione. Memorabili le sequenze onirico-intimiste, tappe di un percorso (quello di Frank) sempre meno lucido perché sempre più alterato da stanchezza, alcool, droghe e allucinazioni. Ottimo Cage, che quando vuole dimostra di saper sfornare prove attoriali di grande livello. Ma bravi anche i comprimari, fra i quali Patricia Arquette (Mary, figlia di un uomo in coma, uno dei primi pazienti che Frank assiste nel film e che "salverà" in seguito donandogli l'eutanasia), Marc Anthony (il folle Noel, che il protagonista incrocia a più riprese), Cliff Curtis (il pusher che vende "sonno" e riposo), Afemo Omilani (la guardia di sicurezza dell'ospedale, un ambiente ritratto come non meno caotico delle strade all'esterno). In originale le voci della radio con cui comunicano gli autisti delle ambulanze sono di Queen Latifah e di Scorsese stesso. Nella colonna sonora, canzoni dei REM, dei Clash, di Van Morrison e di Janis Joplin.

28 luglio 2012

Barbarossa (Akira Kurosawa, 1965)

Barbarossa (Akahige)
di Akira Kurosawa – Giappone 1965
con Yuzo Kayama, Toshiro Mifune
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Siamo ai primi dell'ottocento: l'orgoglioso e giovane medico Yasumoto, che ha appena completato gli studi e ambisce a diventare un importante dottore alla corte imperiale, deve trascorrere controvoglia un periodo di tirocinio in un ospedale pubblico di Edo. La struttura, quasi un lazzaretto riservato ai malati più poveri o considerati incurabili, è gestita con il pugno di ferro e metodi fuori dall'ordinario dal primario Kyojo Niide, chiamato da tutti "Barbarossa" per via della folta barba rossiccia (lui stesso si presenta con questo nome). Inizialmente ostile al superiore e deciso a non sottomettersi alle sue "bizzarrie", col tempo Yasumoto si rende conto che dietro l'apparente arroganza di questi si cela un uomo che opera con disinteresse, abnegazione e sensibilità, le cui azioni sono tutte indirizzate verso l'obiettivo ultimo di aiutare la gente (anche e soprattutto i disperati o quelli che non possono pagare le cure), e che le regole da lui imposte nella struttura (come l'obbligo per i medici di indossare un'umile e ruvida divisa) sono basate sul puro buon senso. Convinto che "la medicina non appartiene a nessuno: è del popolo" (Yasumoto gli è prezioso anche perché a Nagasaki ha avuto accesso ai trattati dei dottori olandesi: all'epoca la conoscenza della medicina occidentale non era liberamente diffusa), e che "dietro le malattie c'è la povertà, l'ignoranza e l'infelicità", Barbarossa – che spesso si comporta più da psicologo che da medico: "visita i corpi degli ammalati ma al contempo si avvicina alla loro anima" – diventa per il giovane apprendista un vero e proprio maestro di vita, aiutandolo a entrare in contatto con gli aspetti fondamentali del suo mestiere (compresa la morte, quando gli impone di assistere un paziente nei suoi ultimi istanti di vita) e a riscoprire l'umiltà e la profonda umanità che alberga in sé stesso, il che gli consentirà di risolvere anche i suoi conflitti personali e di rappacificarsi con la sua famiglia.

Oltre alla vicenda principale, il film (che dura ben tre ore) dedica ampio spazio alle storie collaterali di numerosi pazienti, vittime di terribili esperienze dalle quali non sempre escono vincitori: notevoli, in particolare, gli episodi della "donna mantide", una ragazza fatta segregare dal proprio padre per le sue tendenze omicide, conseguenza dei traumi subiti in passato; dell'anziano Tokusuke, che muore senza poter riabbracciare la figlia e i tre nipotini, vittime a loro volta di una triste vicenda familiare; e del carpentiere Sahachi, che prima di morire racconta l'emozionante storia del suicidio della propria moglie. Ma lo spazio maggiore, quasi l'intera seconda metà del film, è dedicato alla giovane Otoyo (Terumi Niki), una ragazzina schizofrenica che Barbarossa e Yasumoto salvano dal bordello dove veniva sfruttata e maltrattata e accolgono nella clinica, riuscendo faticosamente a ottenere la sua fiducia e a restituirle la speranza e la gioia di vivere. Otoyo stessa (personaggio probabilmente ispirato alla Nelly del romanzo di Dostoevsky "Umiliati e offesi") stringerà poi amicizia con il piccolo Chobo, "il topino", un ladruncolo che ruba cibo dalla cucina dell'ospedale e che per sfuggire alla miseria tenterà il suicidio con la sua intera famiglia. In mezzo a tante storie tragiche, per fortuna non tutte senza lieto fine, risaltano ancora di più gli sforzi di Barbarossa e del suo staff per aiutare gli ammalati e le persone in maggior difficoltà (e, in contrasto, la rudezza con cui il medico tratta i suoi pazienti più ricchi e crapuloni, come il principe Matsudaira). Ultimo film di Kurosawa in bianco e nero, la pellicola – tratta in parte da un romanzo di Shugoro Yamamoto – è parente de "I bassifondi" nel ritrarre gli emarginati e gli strati più poveri della società, all'insegna di un umanesimo che nei lavori del regista nipponico si sposa sempre con l'esistenzialismo. Il lungometraggio segna anche l'ultima collaborazione di Kurosawa con Toshiro Mifune (mettendo fine a un sodalizio che proseguiva ininterrottamente dal 1948, anno de "L'angelo ubriaco", per un totale di 16 film). Il regista non approvò l'interpretazione troppo granitica e solenne data da Mifune al personaggio di Barbarossa, che avrebbe voluto più misurato e "umano", dotato di quell'umiltà e quella modestia tipica di altri "maestri" kurosawiani (dal Kambei de "I sette samurai" a Dersu Uzala): forse ci sarebbe voluto un attore come Takashi Shimura. Mifune, invece, dà vita a un personaggio eroico e sempre sicuro di sé (anche quando si autocritica, sembra che non parli sul serio), che in una sequenza fa persino a pugni e usa le arti marziali contro un gruppo di malviventi. In ogni caso, un character vivace e indimenticabile. I genitori di Yasumoto sono invece interpretati da due classici attori di Ozu e di Mizoguchi: Chishu Ryu e Kinuyo Tanaka.

30 luglio 2010

Il bacio nudo (Samuel Fuller, 1964)

Il bacio nudo (The naked kiss)
di Samuel Fuller – USA 1964
con Constance Towers, Anthony Eisley
**1/2

Visto in DVD.

La prostituta Kelly, che due anni prima si era ribellata al suo protettore (memorabile e di grande effetto la sequenza d'apertura, vista in doppia soggettiva, in cui la donna – calva e senza parrucca – infierisce sull'uomo sulle note del jazz di Charlie Parker), giunge a Grantville, una tranquilla cittadina di provincia. Dapprima intenzionata a vendere la propria "mercanzia" (il suo primo cliente è il "duro" Griff, il capo della polizia), decide in seguito di cambiare vita: comincia a lavorare come infermiera in un ospedale pediatrico per bambini e riesce anche a conquistare l'amore del giovane magnate e filantropo locale, Grant (Michael Dante), che le chiede di sposarlo. Anche questi, però, ha un lato oscuro e perverso: è infatti un pedofilo, che spera di trovare complicità e comprensione in una donna dal torbido passato. Kelly invece lo uccide: ma saprà spiegare le proprie ragioni agli occhi della comunità? Innestando sul classico canovaccio della donna perduta e in cerca di redenzione un plot twist dai risvolti socio-psicologici e anticonformisti, Fuller realizza un melodramma noir che, per l'epoca e per il codice Hays allora in vigore, non va certo per il sottile. Pur trattandosi essenzialmente di un film a basso budget e senza nomi di richiamo (la Towers, che domina la pellicola, era più nota per la sua carriera teatrale e televisiva che per quella cinematografica), è efficace nel mettere in scena le dinamiche del peccato e della redenzione, grazie anche a una buona fotografia in bianco e nero e a un montaggio disinvolto. Nel cinema di Grantville si proietta "Il corridoio della paura" dello stesso Fuller, mentre tanto Kelly quanto Grant sembrano avere una passione per l'Europa (la musica di Beethoven, la poesia di Goethe, i canali di Venezia). Un po' stucchevole, invece, la lunga sequenza con il canto dei bambini, benché funzionale allo sviluppo della storia. In Italia il film è noto anche con il titolo "Il bacio perverso".

27 febbraio 2009

Il corvo (Henri-Georges Clouzot, 1943)

Il corvo (Le corbeau)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1943
con Pierre Fresnay, Ginette Leclerc
***1/2

Visto in divx.

La relativa quiete di un paesino di provincia viene scossa da una lunga serie di infamanti lettere anonime, recapitate un po' a tutti gli abitanti ma soprattutto ai notabili e ai cittadini più in vista. Oltre a svelare segreti, suscitare scandali e portare alla luce scheletri nell'armadio, le missive – misteriosamente firmate "Il corvo" – se la prendono soprattutto con il cupo e riservato dottor Germain, un medico che lavora come ginecologo nell'ospedale della cittadina e che viene accusato – fra le altre cose – di praticare aborti clandestini. I sospetti di essere l'autrice delle lettere cadono inizialmente su un'infermiera zitella, cognata dell'anziano caporeparto di psichiatria, che ha in antipatia Germain perché ritiene che abbia una relazione con la giovane sorella. Ma tutti, chi più chi meno, potrebbero essere i responsabili... Un piccolo capolavoro di mistero e di tensione, cinico, paranoico e spietato, costruito come un sofisticato giallo dove il colpevole non viene rivelato che nell'ultima scena, ma capace anche di scrutare nei recessi più ambigui e oscuri della natura umana. Dopo la Liberazione venne proibito in patria, non soltanto per i temi controversi (si parla, più o meno scopertamente, di aborto, adulterio, suicidio, pedofilia, ateismo) ma soprattutto perché – prodotto durante l'occupazione nazista – fu accusato di fornire un'immagine meschina dei francesi, mettendo sotto i riflettori maldicenze e ipocrisie e affrontando il delicato argomento delle delazioni anonime. Memorabile la scena in cui lo psichiatra, facendo dondolare una lampada, illustra la sua teoria sulla relatività del bene e del male; impressionante il tentato suicidio di una bambina; curatissima la descrizione dei personaggi minori, come la ninfomane zoppa Denise o la piccola Rolande. Ma è soprattutto il personaggio anticonformista di Germain, ateo e libero pensatore, a intrigare ancora oggi. Il soggetto è ispirato a un fatto di cronaca veramente accaduto negli anni Venti, nel paesino di Tulle. Otto Preminger, nel 1951, ne realizzò un remake, "La penna rossa", che è passato alla storia come il primo film hollywoodiano girato tutto in esterni (in Canada).