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14 dicembre 2022

L'ultimo valzer (Martin Scorsese, 1978)

L'ultimo valzer (The Last Waltz)
di Martin Scorsese – USA 1978
con The Band
***

Rivisto in DVD.

Probabilmente uno dei film-concerto per eccellenza, uno di quelli che ha definito il genere e ne è diventato un punto di riferimento: mostra l'esibizione finale (al Winterland di San Francisco, il 25 novembre 1976) di The Band, gruppo rock celebre negli anni sessanta e settanta, dapprima come band di supporto per Bob Dylan e poi per la loro commistione fra il rock'n'roll e altri generi musicali americani (blues, jazz, country, bluegrass). Dopo sedici anni insieme, i cinque membri del gruppo – Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel, Levon Helm, Garth Hudson, tutti polistrumentisti: l'unico statunitense era Helm, gli altri erano canadesi – decisero di sciogliersi, e per l'occasione organizzarono questo concerto, una vera e propria celebrazione "in famiglia", cui parteciparono fior di artisti ospiti: dallo stesso Bob Dylan a Ronnie Hawkins, da Neil Diamond a Joni Mitchell, e poi Eric Clapton, Muddy Waters, Neil Young, Paul Butterfield, Van Morrison, Lawrence Ferlinghetti, Dr. John, Ringo Starr e altri ancora. Scorsese riprende il concerto e monta il tutto come se fosse uno dei suoi documentari, alternando le canzoni (con inquadrature ravvicinate e camera mobile, come se si trovasse sul palco insieme ai musicisti) a brevi frammenti di interviste dietro le quinte ai membri del gruppo, che ricordano i loro trascorsi, le tournee, i tempi passati insieme, le persone che hanno conosciuto, le origini stesse del rock. Ne risulta la testimonianza di un momento di passaggio, o forse di declino, nel panorama musicale americano e del rock'n'roll in generale (anche se poi, ironicamente, The Band finirà per riformarsi e tornare in attività nei decenni successivi). La didascalia introduttiva recita "Questo film va visto a tutto volume!".

4 novembre 2022

Total Balalaika Show (Aki Kaurismäki, 1994)

Total Balalaika Show (id.)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1994
con i Leningrad Cowboys
**1/2

Rivisto su YouTube.

Registrazione del concerto tenuto a Helsinki nel 1993 dai Leningrad Cowboys (rock band di cui Kaurismäki aveva già diretto due film di finzione), accompagnati dall'orchestra e dal coro dell'armata russa Alexandrov: il programma è un mix fra classici del rock occidentale (da "Happy Together" a "Knockin' on Heaven's Door") e popolari brani della tradizione russa (da "Kalinka" a "Oci ciornie"), fino al gran finale con "Those Were the Days". I musicisti si esibiscono nella piazza del Senato della capitale finlandese, davanti a un'enorme folla. E la commistione colorata fra i bizzarri rocker finlandesi (con i loro ciuffi spropositati, gli occhiali scuri e le scarpe appuntite) e gli impettiti militari russi (in uniforme) è quantomeno straniante, ma le reciproche interazioni sono gioiose e contagiose: un vero inno all'universalità della musica, che unisce le culture e promuove le amicizie. La regia di Kaurismäki, pur non rinunciando a sottolineare alcuni aspetti autoironici, si mette modestamente al servizio del concerto e della musica, senza vezzi autoriali (giusto l'incipit, in cui si vedono i rispettivi gruppi firmare il contratto di collaborazione a Mosca, e i cartelli muti con i titoli delle varie canzoni, che richiamano i capitoletti dei due precedenti lungometraggi).

20 marzo 2022

Una notte all'opera (Sam Wood, 1935)

Una notte all'opera (A night at the opera)
di Sam Wood – USA 1935
con Groucho, Chico e Harpo Marx
***1/2

Rivisto in DVD.

L'impresario squattrinato Otis B. Driftwood (Groucho), il pianista Fiorello (Chico) e il trovarobe Tommaso (Harpo, "Tomasso" nell'originale inglese) uniscono le forze per aiutare il giovane tenore Riccardo Baroni (Allan Jones) e la ragazza da lui amata, la soprano Rosa (Kitty Carlisle), a trionfare in una recita del "Trovatore" al teatro dell'opera di New York, ai danni dell'antipatico rivale di Riccardo, lo sbruffone Rodolfo Lasparri (Walter Woolf King). Il primo film girato dai fratelli Marx per la Metro-Goldwyn-Mayer, dopo aver lasciato la Paramount, è forse il loro capolavoro insieme al precedente "La guerra lampo". Ma segna anche un certo cambio di registro nella loro cifra comica: l'anarchia folle e assoluta dei film precedenti, rivolta indifferentemente a 360°, lascia il posto a una maggiore organizzazione della materia trattata, dove le gag si appoggiano a una trama ben precisa e più convenzionale. Il produttore Irving Thalberg insistette infatti su una sceneggiatura più organica e calibrata, che rendesse chiaro come i tre fratelli (è il primo film senza il quarto, Zeppo, che peraltro aveva sempre avuto ruoli "minori") fossero i protagonisti positivi della vicenda. Anche se i loro sberleffi, come sempre, si prendono gioco di un ambiente sociale ben codificato (stavolta è il turno del pomposo mondo dell'opera lirica, in cui portano scompiglio e confusione), a farne le spese sono soprattutto un pugno di personaggi "negativi", i cattivi della storia, mentre le battute e gli sketch comici punteggiano una vicenda romantica a lieto fine (a suo modo persino prevedibile e in fondo non così interessante) che vede protagonisti i due giovani cantanti innamorati. Anche gli interludi musicali (Jones e Carlisle cantano "Alone" e "Così-cosà", Chico suona il piano e Harpo l'arpa a bordo del transatlantico che li sta portando dall'Europa in America, in una scena che ricorda quella analoga di "Monkey business") sembrano più integrati nella storia.

Ciò detto, il film può contare su alcune sequenze fra le più divertenti e le meglio costruite di tutta la filmografia dei Marx. Innanzitutto quella – scritta dal gagman Al Boasberg – della minuscola cabina della nave (già praticamente tutta occupata dal letto e da un baule) in cui viene assiepato un numero incredibile di persone: Driftwood, i tre clandestini Fiorello, Tommaso e Riccardo, due cameriere per rifare il letto, l'idraulico, la manicure, l'assistente dell'idraulico, un'altra passeggera che cerca "la zia Minnie" e vuole usare il telefono, la donna delle pulizie, e infine quattro steward con una montagna di cibo ordinato in precedenza ("e due uova molto sode!"), prima che l'arrivo della signora Claypool (Margaret Dumont), la ricca vedova corteggiata come sempre da Groucho, faccia rovesciare fuori tutti in maniera torrenziale. Poi c'è il surreale discorso dei tre finti aviatori barbuti davanti al municipio di New York ("Sentite come siamo arrivati con l'aereo in America: siamo partiti ed eravamo già a metà strada quando ci è finito il carburante e siamo tornati indietro. Abbiamo messo il doppio di carburante e stavolta stavamo per atterrare: mancava sì e no un metro quando ci siamo accorti che eravamo senza carburante, così siamo tornati di nuovo a prenderlo a casa. Poi certo che questa volta abbiamo fatto il pieno... e a metà strada non ci siamo accorti che per la fretta avevamo lasciato a casa l'aeroplano? Allora ci siamo seduti e ne abbiamo parlato un po'..."). E ancora: la lettura e la firma del contratto fra Groucho e Chico, durante la quale stralciano tutte le clausole, compresa la clausola sanitaria ("There ain't no Sanity Clause", commenta un disincantato Chico, contraddicendo il celebre editoriale del New York Sun, "Yes, Virginia, there is a Santa Claus"); la perquisizione del poliziotto Henderson (Robert Emmett O'Connor) in casa di Groucho, durante la quale i fratelli spostano alle sue spalle i mobili da una stanza all'altra; e naturalmente lo scompiglio durante la prima del "Trovatore", ai danni di Lasparri e del direttore del teatro Herman Gottlieb (Sig Ruman): dapprima i Marx sostituiscono lo spartito di Verdi con quello dell'inno del baseball "Take me out to the ball game", poi si introducono nella buca dell'orchestra, quindi sul palco (vestiti da gitani) e infine dietro le quinte, manipolando comicamente i fondali. Un remake (!) nel 1992, "Gli sgangheroni".

23 luglio 2021

Eurovision Song Contest (D. Dobkin, 2020)

Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga
(Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga)
di David Dobkin – USA 2020
con Will Ferrell, Rachel McAdams
**

Visto in TV (Netflix).

Sin da bambino, il sogno dell'islandese Lars (Ferrell) è sempre stato uno solo: partecipare all'Eurovision Song Contest. E nonostante lo scetticismo di tutti gli abitanti del suo villaggio di pescatori, compreso il padre Erick (Pierce Brosnan) con cui non ha un buon rapporto, il sogno si avvera quando – insieme all'amica d'infanzia Sigrit (McAdams), con cui ha dato vita al duo "Fire Saga" e da cui è amato, non ricambiata – viene scelto come rappresentante dell'Islanda. Durante la gara non mancheranno difficoltà e incidenti di vario tipo, compresa l'ingerenza del cantante russo Alexander Lemtov (Dan Stevens), che cerca di separare i due: ma alla fine la passione per la musica e l'amore trionferanno. Che un film di un comico americano (co-autore anche della sceneggiatura) abbia scelto come soggetto il celebre e longevo concorso canoro pan-europeo (celebre più per gli aspetti kitsch che non per le qualità musicali), per di più non facendone una parodia (sarebbe stato difficile, visto che già nella versione originale non è preso seriamente nemmeno dai suoi stessi estimatori) ma un sincero omaggio, sembrava quasi un azzardo. E invece la pellicola, al netto di cliché e prevedibilità, riesce tutto sommato a divertire e intrattenere, e a tratti addirittura a sorprendere (gli "elfi" che aiutano i protagonisti). Persino le canzoni, tutte in puro stile Eurovision, non sono male (gli attori sono doppiati da autentici cantanti). Il punto debole dell'operazione, purtroppo, è proprio Ferrell, comico che non fa mai ridere e attore con evidenti limiti rispetto agli altri interpreti (ottima la McAdams, vera mattatrice, ma carismatici anche Stevens – il cui personaggio da macchiettistico acquisisce profondità quando si adombra la sua impossibilità di dichiararsi gay in Russia – e ovviamente Brosnan). Mikael Persbrandt è il banchiere che non vuole che l'Islanda vinca (perché una vittoria obbligherebbe il paese a organizzare e ospitare l'evento l'anno successivo); Demi Lovato è Katiana, la cantante inizialmente scelta come rappresentante dell'Islanda; Melissanthi Mahut è Mita, la concorrente greca; Ólafur Darri Ólafsson è l'abitante del villaggio che chiede a Lars di suonare sempre l'irriverente "Ja Ja Ding Dong" (curiosità: Ólafsson sarà il giurato islandese nel vero concorso del 2021). Molti celebri artisti, diversi dei quali vincitori dell'Eurovision, appaiono nei panni di sé stessi, specialmente nella scena del "canto collettivo" nella villa di Alexander: fra questi Conchita Wurst, Alexander Rybak, Loreen, Netta e Jamala, più altri riconoscibili solo dai fan incalliti della gara (sì, ce ne sono), che apprezzeranno battute e riferimenti come "Gli inglesi non piacciono a nessuno, quindi zero punti!". Inizialmente il film sarebbe dovuto uscire nelle sale in contemporanea con l'edizione 2020 dell'Eurovision, ma questa è stata annullata a causa del Covid (e nel 2021, come saprete tutti, ha vinto l'Italia con i Måneskin!).

31 maggio 2021

Fantasia (aavv, 1940)

Fantasia (id.)
di Samuel Armstrong, James Algar, Bill Roberts, Hamilton Luske, Norman Ferguson, Wilfred Jackson, et al. – USA 1940
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD.

Sin dall'avvento del sonoro, il legame fra musica classica e cinema d'animazione è sempre stato molto stretto. Proprio Walt Disney si era reso rapidamente conto del grande potenziale artistico insito nell'abbinare perfettamente la musica e i disegni animati (si dice che il grande successo di "Steamboat Willie", il primo cortometraggio di Topolino, fosse dovuto anche a questo aspetto). E contemporaneamente alla serie dedicata al topo, aveva messo in cantiere un ciclo di corti a tema musicale, le "Silly Symphonies" ("Sinfonie allegre" in italiano), dove proprio la colonna sonora (e il suo abbinamento con l'animazione, perfettamente sincronizzato) giocava un ruolo fondamentale, scandendo i tempi dell'azione e accompagnando i movimenti dei personaggi. Apprezzata dal pubblico e dalla critica, la serie non aveva un personaggio o un tema fisso, e spaziava in generi, ambientazioni e stili molto diversi, inaugurando fra l'altro (con "Flowers and trees", nel 1932) l'uso del colore in casa Disney. Anche il primo cortometraggio a colori di Mickey Mouse, "The band concert" ("Fanfara") del 1935, era a tema musicale, con Topolino nei panni del direttore di una banda di paese e Paperino in quelli del disturbatore. Nel 1937, infine, in collaborazione con il direttore d'orchestra Leopold Stokowski fu messo in cantiere "L'apprendista stregone", basato sul poema sinfonico di Paul Dukas (a sua volta ispirato all'omonima ballata di Goethe), che venne realizzato l'anno successivo. Resosi però conto che il cortometraggio era troppo bello (e costoso!) per uscire da solo nelle sale, Disney pensò di costruirvi attorno un intero film. Insieme a Stokowski e al critico musicale Deems Taylor, la cui voce narrante introdurrà i singoli pezzi, selezionò così altri sette brani di musica classica da trasformare in altrettante sequenze animate: nacque così il suo progetto culturalmente più ambizioso, una pellicola con cui avrebbe tentato di coniugare l'arte "popolare" e quella "colta", desiderio che aveva sempre covato nel profondo. E il risultato è effettivamente affascinante, un film bello e multiforme, che per molti bambini può costituire forse il primo incontro con l'incanto della musica classica. A questo proposito è da apprezzare la varietà: si va dal barocco (Bach) al contemporaneo (Stravinsky). Oltre a quelli presenti nel film, fra i brani presi in considerazione c'era inizialmente anche il "Clair de lune" dalla Suite bergamasque di Claude Debussy: ma la sequenza, già completamente animata, venne poi tagliata all'ultimo momento e riutilizzata con una nuova colonna sonora nell'antologia "Musica maestro" del 1946.

Il titolo "Fantasia" (in italiano, in quanto facente parte della terminologia musicale: quello di lavorazione era semplicemente "The concert feature") è programmatico: l'obiettivo era infatti di lasciare che "la fantasia si liberasse (...), che l'azione controllata dalla musica producesse fascino nel reame dell'irrealtà". A questo scopo, la pellicola nei suoi vari segmenti esplora stili molto diversi, passando da sequenze astratte (la "Toccata e fuga") ad altre più espressive ("Lo schiaccianoci", "La sagra della primavera"), da episodi comici e slapstick ("L'apprendista stregone", "La danza delle ore", la "Pastorale") a momenti ad alta intensità drammatica ("Una notte sul Monte Calvo") e persino religiosa (l'"Ave Maria"). In tutto questo, la ricerca sul rapporto fra musica e immagine non viene mai meno, e la grande cura nella sincronizzazione della colonna sonora con i disegni è evidente. Distribuito inizialmente in forma limitata fra il 1940 e il 1942, in una serie di roadshow in giro per l'America (il che ne fa cronologicamente il terzo lungometraggio classico della Disney, dopo "Biancaneve" e "Pinocchio"), il film venne infine distribuito dalla RKO nelle sale di tutta la nazione soltanto nel 1942 ma in una versione tagliata che eliminava la "Toccata e fuga" (troppo sperimentale) e le sequenze di raccordo, che vennero poi reintegrate a partire dal 1946. Nonostante i primi commenti positivi, però, il successo non arrise: i critici musicali lamentarono i rimaneggiamenti nelle partiture, quelli cinematografici l'arbitrarietà di alcune interpretazioni (su tutte la "Pastorale" e "La sagra della primavera"), mentre il pubblico trovò il film troppo lungo e i bambini si annoiarono durante le sequenze meno narrative. Per la delusione (sia per il flop commerciale che per il rifiuto da parte del mondo accademico), Disney accantonò ogni ulteriore proposito di accostarsi al mondo della cultura "alta". Il progetto iniziale era quello di riproporre "Fantasia" al cinema a intervalli regolari, sostituendo di volta in volta alcuni brani con altri nuovi, in modo che il pubblico potesse assistere sempre a qualcosa di diverso. Di fatto, questo avverrà soltanto sessant'anni più tardi, quando uscirà il sequel "Fantasia 2000" con sette nuovi segmenti al fianco dell'"Apprendista stregone". Il film originale, come quasi tutti i lungometraggi disneyani, sarà invece riedito nelle sale a più riprese, nel 1956, 1963, 1969 (quando finalmente rientrò nei costi!), 1977, 1982 (con una nuova colonna sonora diretta da Irwin Kostal al posto di quella di Stokowski, ormai deteriorata), 1985 e 1990 (con la musica originale digitalmente restaurata).

- "Toccata e fuga in re minore" di Johann Sebastian Bach.
Dopo l'introduzione di Taylor nei panni del maestro di cerimonie, e l'ingresso di Stokowski e dell'orchestra che accorda i suoi strumenti, proprio come in un concerto, si comincia con il primo brano. E non poteva trattarsi di un inizio più ardito e ostico. Non tanto per la musica, una versione sinfonica del celebre pezzo per organo di Bach, quanto per l'accompagnamento visivo, forse la sequenza più astratta mai prodotta dalla Disney (secondo alcuni critici, la sua fantasia psichedelica e caleidoscopica di colori e forme geometriche anticiperebbe addirittura il "2001" di Kubrick). La regia è di Samuel Armstrong, mentre l'animatore tedesco Oskar Fischinger è accreditato come responsabile dello sviluppo visivo (anche se le sue idee non piacquero a Disney, che inizialmente pensava addirittura di proiettare la sequenza in 3D, con tanto di occhialini distribuiti al pubblico).

- "Suite dello Schiaccianoci" di Pyotr Ilyich Ciajkovskij.
Il secondo brano è costituito da un pot-pourri di danze tratte dal balletto "Lo schiaccianoci", fra cui il celebre "Valzer dei fiori", interpretate visivamente da varie creature della natura durante l'alternanza delle stagioni (fatine che irrorano di rugiada i fiori, fanno appassire le foglie o pattinano sui ruscelli ghiacciati; funghi dalle fattezze "cinesi", pesci "arabi" dalle pinne seducenti, foglie e semi portati dal vento, fiocchi di neve o i fiori stessi – come campanule e tulipani "cosacchi" – che ballano vorticosamente le differenti danze). Le coreografie, che seguono il ritmo e le note della musica con mirabile sincronizzazione, sono opera di Jules Engel e (nel caso dei funghi) dell'animatore Art Babbitt. Anche questa sequenza, forse la più lodevole tecnicamente ma anche la più "innocua" e meno originale della pellicola, è diretta da Samuel Armstrong, con la direzione artistica di Sylvia Holland.

- "L'apprendista stregone" di Paul Dukas.
Il segmento più famoso, nonché il vero "manifesto" del film. Il brano sinfonico di Dukas, con la sua melodia assai orecchiabile, è ispirato a un poema di Goethe che racconta essenzialmente la stessa storia che possiamo vedere nel cartone animato, in cui Topolino interpreta il giovane apprendista di uno stregone che, approfittando dell'assenza del suo padrone, prova a usare la magia per animare una scopa affinché questa porti l'acqua dal pozzo al suo posto. Seguiranno sogni di gloria, ma anche inevitabili disastri. Comico e con morale annessa, il cortometraggio segna l'esordio del restyling di Mickey Mouse pensato da Fred Moore (movenze più morbide, corpo più flessibile, occhi più espressivi al posto delle enormi iridi precedenti). Per il ruolo del protagonista ingenuo e combinaguai, a dire il vero, in un primo momento si era pensato al Cucciolo (Dopey) di "Biancaneve", che perse così l'occasione di diventare una star autonoma: forse sarebbe stato più adatto, visto che la caratterizzazione di Topolino (anche nei fumetti) aveva ormai preso strade diverse, perdendo la trasgressività giovanile che qui recupera almeno in parte. In ogni caso, visivamente questa è una delle sue raffigurazioni più iconiche. Il nome (non ufficiale) dello stregone è Yen Sid, ovvero Disney letto al contrario: il suo rapporto autoritario e paternalistico con Mickey sarebbe simile a quello di Walt con gli animatori e i disegnatori al suo servizio. Un critico paragonò il segmento, e i suoi temi dell'abuso di potere e del "perverso tradimento delle migliori intenzioni", a una rappresentazione del nazismo che in quegli anni dominava l'Europa. La regia è di James Algar. Al termine del brano, Topolino – smessi i panni di "attore" – raggiunge il palco per stringere la mano a Stokowski (in silhouette).

- "La sagra della primavera" di Igor Stravinsky.
La storia della Terra, dalle origini geologiche alle violente eruzioni vulcaniche con la formazione della crosta, fino alla comparsa delle prime creature viventi, all'epoca dei grandi dinosauri e infine alla loro estinzione. Insieme alla "Pastorale", è l'episodio più controverso: non per la sua qualità (disegni, animazione e atmosfera sono di alto livello), ma per l'interpretazione data da Disney a quello che era un balletto su temi antropologici e tribali (peraltro pesantemente "tagliato" da Stokowski: in un primo momento gli animatori avevano pensato di adattare "L'uccello di fuoco"). Per evitare di indispettire i creazionisti, si preferì evitare di mostrare sullo schermo uomini preistorici, il che non impedì l'insorgere di polemiche legate a una concezione "materialistica" dell'origine della vita. Venne comunque richiesta la consulenza di celebri paleontologi, biologi e astronomi. John Hubley è il direttore artistico, Bill Roberts e Paul Satterfield i registi. È il brano musicalmente più "recente" del film: Stravinsky, unico compositore ancora in vita al momento della sua uscita, non apprezzò l'arrangiamento e la semplificazione della partitura. Bruno Bozzetto, quando realizzerà il suo spoof "Allegro non troppo", si ricorderà forse di questo segmento per il "Bolero".

Segue un breve intermezzo, come a spezzare il concerto in due parti, nel quale i musicisti si dilettano in improvvisazioni di stampo jazzistico. Viene poi introdotta la "colonna sonora", rappresentata in maniera stilizzata, che timidamente emette suoni per dimostrare al pubblico come i diversi strumenti possono apparire visivamente sotto forma di linee e onde sullo schermo.

- "Sinfonia n. 6, Pastorale" di Ludwig van Beethoven.
Un'ambientazione mitologica (il monte Olimpo, residenza degli dèi) fa da sfondo alle vicende quotidiane di unicorni, pegasi, satiri, amorini e centauri (maschi e femmine, che amoreggiano). L'arrivo di Dioniso (o meglio, Bacco) e del suo corteo segna il momento della vendemmia, ma la festa è interrotta dai fulmini di Zeus e dalla tempesta che scuote ogni cosa. Però poi torna il sereno e tutti salutano il carro del sole trainato da Apollo, prima del sopraggiungere della notte. Il mondo del mito greco-romano, rappresentato in modo colorato e simpatico, ha fatto storcere il naso a gran parte dei critici, anche per l'arbitrarietà con cui è stato abbinato a una sinfonia così celebre e importante (per quanto si tratti di una delle composizioni di Beethoven più "descrittive", ovvero che più si presta a essere legata a immagini narrative e di natura bucolica, "pastorale" appunto, come un poema sinfonico). Da notare che nel programma iniziale si pensava a tutt'altro brano, "Cydalise et le Chèvre-pied" di Gabriel Pierné, con la sua marcia di apertura, "L'entrata dei piccoli fauni": ma gli animatori ebbero problemi nello sviluppare la storia e si decise di cambiare la musica. I registi sono Hamilton Luske, Jim Handley e Ford Beebe. Questo segmento è famigerato anche per la presenza delle stereotipate centaurine "nere" al servizio di quelle "bianche": furono rimosse a partire dagli anni sessanta, uno dei più celebri di casi di censura in un lungometraggio della Disney.

- "La danza delle ore" di Amilcare Ponchielli.
Il popolare balletto tratto dall'opera "La gioconda" è interpretato da una serie di animali, scelti fra quelli esteticamente più improbabili e apparentemente meno adatti alla danza classica: struzzi, ippopotami, elefanti (femmine) e alligatori (maschi). È l'episodio più buffo, divertente, comicamente contagioso, e probabilmente quello che meglio interpreta la natura giocosa della musica di partenza. I quattro gruppi di animali rappresentano i quattro momenti della giornata che si succedono (mattina, pomeriggio, sera e notte: le "ore", appunto), prima dello scatenato finale in cui tutti interagiscono fra di loro, fino al rovinoso crollo del palazzo neoclassico che li ospita. L'espressività degli animali antropomorfi è sempre stata uno dei punti di forza dei disegnatori della Disney, e qui dimostrano il perché. La regia è di T. (Thornton) Hee e Norman Ferguson. Gli animatori studiarono i movimenti di veri ballerini per realizzare una danza che, pur caricaturale, apparisse legittima.

- "Una notte sul Monte Calvo" di Modest Mussorgsky.
Si conclude con il botto. Da sempre i "cattivi" sono uno dei segreti del successo dei lungometraggi disneyani, e Chernabog, il gigantesco diavolo che emerge dalla montagna e ricopre di oscurità il sottostante villaggio con il suo sabba infernale di spiriti maligni e anime risvegliate dal cimitero, non fa eccezione. Evidenti le reminiscenze della prima "Silly Simphony", "La danza degli scheletri" del 1929 (a sua volta forse ispirata a un altro celebre brano musicale, la "Danse macabre" di Camille Saint-Saëns). Al culmine del sabba degli spiriti, che danzano e si contorcono, il suono di una campana segna il sopraggiungere dell'alba che li spazza via, mentre il demone ripiega le sue ali e si riaddormenta. Il terribile Chernabog venne animato da Vladimir Tytla ispirandosi a un disegno dell'artista svizzero Albert Hurter e ai bozzetti dell'illustratore Kay Nielsen. Il regista è Wilfred Jackson.

- "Ave Maria" di Franz Schubert.
Senza soluzione di continuità, come se si trattasse di un unico brano, dal pezzo di Mussorsgky si passa a una versione corale dell'Ave Maria di Schubert che accompagna una processione di monaci verso una cattedrale, attraversando un ponte e un bosco, ciascuno recante una fiaccola in mano che si riflette nel fiume sottostante. Evidente il desiderio di Disney di contrapporre subito una forza del bene, religiosa e celeste, alle potenze del male evocate sullo schermo in precedenza (il conflitto fra bene e male è sempre al centro dei suoi lavori), per terminare la pellicola su toni di quiete e speranza. La voce solista è di Julietta Novis, su un testo scritto appositamente da Rachel Field. Quasi statica, la sequenza fa ampio uso della cosiddetta multiplane camera, un dispositivo che permetteva di filmare, animare e fondere insieme diversi livelli di profondità (da quelli in primo piano fino ai fondali). Come nel segmento precedente, la regia è di Wilfred Jackson e i bozzetti di Kay Nielsen.

9 giugno 2020

Goshu il violoncellista (Isao Takahata, 1982)

Goshu il violoncellista (Sero hiki no Goshu)
di Isao Takahata – Giappone 1982
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx.

Goshu è un giovane contadino che suona il violoncello in un'orchestra di campagna, impegnata nelle prove della sesta sinfonia di Beethoven (la "Pastorale") che dovrà portare in scena in città. Il severo direttore d'orchestra lo rimprovera frequentemente, accusandolo di non seguire il tempo degli altri o di uscire di tono. Ogni sera, nella capanna dove vive da solo e dove si esercita senza sosta, il ragazzo riceve la visita di un diverso animale parlante (un gatto, un uccello, un tasso e un topolino) che lo aiuteranno a migliorarsi e a maturare sia dal punto di vista musicale che da quello relazionale e comportamentale: grazie a loro, e alla propria forza di volontà, il concerto sarà un successo, e proprio a Goshu sarà chiesto di esibirsi come solista in un bis altamente virtuosistico ("Caccia alla tigre indiana", scritto appositamente da Michio Mamiya). Mediometraggio (dura un'ora scarsa) tratto da un racconto di Kenji Miyazawa di inizio Novecento, che mescola le suggestioni musicali del brano di Beethoven (un cui ritratto arcigno è appeso sulle pareti spoglie della casa di Goshu, ad osservarlo durante le lunghe ore di esercizio) – già di per sé legate al mondo della campagna (il film si apre con un temporale che va di pari passo con il quarto movimento, esattamente come accadeva in "Fantasia" di Walt Disney) – con temi tipicamente favolistici come gli animali parlanti e il loro intimo legame con la musica (si va da "I musicanti di Brema" alle tante principesse, Biancaneve in primis, che sanno comunicare con tutti gli abitanti della natura). L'animazione morbida, i bei fondali di Mukuo Takamura e i disegni appena abbozzati completano il quadro di un film semplice ma capace di risuonare nel profondo, soprattutto se si ama la musica e si comprende lo sforzo (non certo banale) che sta dietro a una perfetta esecuzione, alla capacità di trovare un proprio stile ma al contempo di rimanere in sintonia con gli altri membri dell'orchestra (il che potrebbe suggerire riferimenti autobiografici al lavoro di animatore dello stesso Takahata).

29 maggio 2020

Il ricatto (Eugenio Mira, 2013)

Il ricatto (Grand Piano)
di Eugenio Mira – Spagna 2013
con Elijah Wood, Kerry Bishé
*1/2

Visto in divx.

Giovane e brillante pianista che soffre di ansia da palcoscenico, Tom Selznick (Elijah Wood) si è ritirato dalle scene dopo essersi "bloccato" durante un concerto. Ma viene convinto dalla moglie Emma (Kerry Bishé), attrice e cantante di successo, a tornare a esibirsi in un'occasione particolare: potrà infatti suonare sul pianoforte appartenuto al suo antico maestro e mentore Patrick Godureaux, scomparso da poco. Durante le prime battute del concerto, però, Tom nota una scritta in inchiostro rosso sullo spartito, che dice: "Sbaglia una nota, e morirai". E scopre di avere addosso il puntatore di un fucile di precisione... Scritto da un Damien Chazelle non ancora regista (avrebbe esordito l'anno successivo con un'altra pellicola a tema musicale, "Whiplash"), un thriller di stampo hitchcockiano potenzialmente intrigante, ma alla resa dei conti poco riuscito. Lo spunto può ricordare quello della cabina telefonica di "In linea con l'assassino", ma la vicenda è davvero troppo inverosimile per poter essere presa sul serio: basti pensare che Tom, pur avendo gli occhi di tutto il pubblico puntati addosso, parla e discute in continuazione con il killer attraverso un auricolare, abbandona lo strumento e torna più volte al suo posto mentre il resto dell'orchestra continua a suonare, e fa persino telefonate o invia messaggi durante la sua esibizione! Per non parlare delle scene d'azione e dei combattimenti dietro le quinte o sopra il teatro, o del fatto che apparentemente l'intero pubblico non si accorge se un pianista sbaglia l'ultima nota – sì, l'ultima! – di un brano. Tutto questo non può che andare a discapito della sospensione dell'incredulità e finisce per ridurre o addirittura azzerare la suspense, nonostante gli sforzi degli interpreti (i "cattivi" sono John Cusack e un redivivo Alex "Bill S. Preston" Winter). Altro punto a demerito, il fatto che i brani suonati (un concerto per pianoforte e orchestra e un pezzo per piano solo) siano originali (di Víctor Reyes), e neanche granché belli: avrebbero potuto usare almeno della vera musica classica!

13 maggio 2020

Florence (Stephen Frears, 2016)

Florence (Florence Foster Jenkins)
di Stephen Frears – GB/Francia 2016
con Meryl Streep, Hugh Grant
**1/2

Visto in TV.

La facoltosa Florence (una strepitosa Meryl Streep), mecenate della vita culturale e musicale nella New York degli anni Quaranta, ama il canto lirico ma è irrimediabilmente stonata. Eppure, complice il fatto che tutti coloro che frequenta (e che "foraggia" generosamente) la assecondano, si convince di essere all'altezza di esibirsi nientemeno che alla Carnegie Hall, il tempio della musica newyorkese. Il concerto sarà un disastro e la renderà a suo modo celebre, ma se non altro metterà in evidenza l'amore per la musica e la forza di volontà di una protagonista verso cui non si può non provare simpatia (celebre la sua frase "Forse possono dire che non so cantare, ma nessuno può dire che non ho cantato"). Ispirata alla storia vera di Florence Foster Jenkins, "la cantante peggiore del mondo", da cui l'anno prima (2015) era già stata tratta una pellicola francese, "Marguerite" (che però cambiava i nomi e spostava l'ambientazione a Parigi), una piacevole commedia biografica che ha sicuramente negli interpreti il suo maggior valore. La Streep è impagabile non solo nel recitare ma anche nel cantare, imitando alla perfezione tutti i punti di forza debolezza della vera Florence, per esempio nella sua interpretazione (chiamiamola così) dell'aria dei campanelli (detta "la canzone delle campane") dalla "Lakmé" di Delibes, o della celebre aria della Regina della Notte dal "Flauto magico" di Mozart (qui la versione completa, non inclusa nel film). Ottimi anche Hugh Grant nei panni del marito di Florence, che pur essendosi legato a lei per interesse le si affeziona sinceramente e fa di tutto per preservare la bolla di illusioni in cui vive; e un fantastico Simon Helberg (Howard di "Big Bang Theory"!) nei panni del pianista che la accompagna, l'omosessuale Cosmé McMoon. Per il resto, il film mi è parso più leggerino di quello francese, che era più complesso e affrontava il tema da più prospettive (le figure che circondavano la protagonista erano molteplici). Qui tutto pare un po' ingessato, il rapporto con la musica è catturato in maniera più superficiale, e l'insieme sembra quasi una barzelletta (comunque divertente) tirata per le lunghe. Nel cast anche Rebecca Ferguson (l'amante di Hugh Grant) e Nina Arianda (la showgirl bionda). John Kavanagh è Arturo Toscanini, Aida Garifullina è Lily Pons, Mark Arnold è Cole Porter.

30 gennaio 2019

Amanti senza amore (Gianni Franciolini, 1948)

Amanti senza amore
di Gianni Franciolini – Italia 1948
con Roldano Lupi, Clara Calamai, Jean Servais
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Quando scopre che il celebre violinista Enrico Miller (Servais) è tornato nella sua città per un concerto, un'insana gelosia spinge il medico Piero Leonardi (Lupi) ad affrontarlo, convinto che si tratti dell'amante di sua moglie Elena (Calamai). In una serie di flashback veniamo a conoscenza degli antefatti: di come il rapporto fra Piero ed Elena si fosse da tempo deteriorato, con i due coniugi uniti più dall'odio o dall'insofferenza che dall'amore, e di come – nonostante questo – l'arrivo di Enrico nella vita di lei avesse suscitato sospetti e rabbia in Piero, incapace di comprenderne l'amicizia (anche perché filtrata da un linguaggio, quello della musica, a lui estraneo). Liberamente tratto dal romanzo breve “La sonata a Kreutzer” di Tolstoj (di cui sposta l'ambientazione sulla riviera ligure, fra Sanremo e Genova), un film su un matrimonio infelice prima ancora che sull'ossessione e sull'ambiguità (come nel racconto originale, non sapremo mai se i due amanti fossero effettivamente tali), con tinte da melodramma e una fotografia espressionista o da noir americano. Alla sceneggiatura hanno collaborato, fra gli altri, Antonio Pietrangeli e Gianna Manzini. La colonna sonora di Nino Rota ingloba temi della “Sonata a Kreutzer” di Beethoven, il brano per pianoforte e violino che Elena ed Enrico suonano insieme.

20 gennaio 2019

Bohemian Rhapsody (Bryan Singer, 2018)

Bohemian Rhapsody (id.)
di Bryan Singer [e Dexter Fletcher] – USA 2018
con Rami Malek, Lucy Boynton
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

La vita e la figura di Freddy Mercury raccontata attraverso la storia dei Queen (dalle origini nel 1970 al concerto Live Aid del 1985), il suo stile eccentrico, le crisi personali, il successo planetario, la scoperta della malattia. Potendo contare (oltre che sull'ottima interpretazione di Rami Malek) su un punto di forza indiscutibile come la stratosferica musica del gruppo, il film sceglie giustamente di lasciare ampio spazio a quest'ultima (in particolare nel finale), a costo di sacrificare il contorno e gli approfondimenti. E dunque, se la sceneggiatura è quella di una biografia convenzionale (in contrasto con le scelte artistiche e di immagine di Mercury), l'energia dei brani musicali e la loro capacità di fondere i generi (il rock, l'opera, la disco) e di risultare anche melodicamente memorabili, bastano e avanzano per coinvolgere lo spettatore e farlo entrare emotivamente in sintonia con il personaggio principale, un artista di enorme talento che vaga alla ricerca dell'amore o anche solo dell'amicizia. Anche la fedeltà nella ricostruzione storica è talvolta sacrificata ad esigenze di semplificazione o di narrazione: ma il risultato è comunque trascinante come se ci si trovasse a un vero concerto (soprattutto se il film viene visto in sala o con un impianto audio all'altezza). Pur essendo la regia accreditata al solo Singer, questi in realtà ha abbandonato la pellicola con qualche polemica durante le riprese, che sono state completate da Dexter Fletcher. Per il ruolo di Freddy Mercury si era pensato a Sacha Baron Cohen e poi a Ben Whishaw. I membri dei Queen (il chitarrista Brian May, il batterista Roger Taylor e il bassista John Deacon) sono interpretati rispettivamente da Gwilym Lee, Ben Hardy e Joseph Mazzello. Lucy Boynton è Mary Austin, l'amica e compagna di Freddy, Allen Leech è Paul Prenter, il suo segretario personale. Cameo per Mike Myers nei panni del produttore (fittizio, ma ispirato al boss della EMI Roy Featherstone) che si fa sfuggire la band perché spaventato dalla durata e dalla novità di "Bohemian Rhapsody". Di quest'ultimo brano, che pure dà il titolo al film, si sentono numerosi passaggi ma non è mai riprodotto per intero. Nella colonna sonora ci sono quasi tutte le canzoni più celebri dei Queen: da "Killer Queen" a "Love of My Life", da "We Will Rock You" ad "Another One Bites the Dust", da "I Want to Break Free" a "Who Wants to Live Forever", da "Radio Ga Ga" a "We Are the Champions", per concludere (sui titoli di coda) con "The Show Must Go On". Nella sua casa, circondato da gatti, Freddy ascolta invece brani d'opera (in particolare Puccini, dalla "Madama Butterfly" alla "Turandot"). Le scene ambientate a Monaco di Baviera sembrano rifarsi alle atmosfere dei film di Fassbinder. Accolta tiepidamente dalla critica (ma premiata ai Golden Globe e agli Oscar), la pellicola ha riscosso un enorme successo di pubblico, restando nelle sale diversi mesi (anche in versione karaoke) e diventando il biopic musicale con il maggior incasso di sempre.

4 dicembre 2018

Whiplash (Damien Chazelle, 2014)

Whiplash (id.)
di Damien Chazelle – USA 2014
con Miles Teller, J. K. Simmons
***

Visto in TV, con Sabrina.

Il diciannovenne Andrew Neiman (Teller), batterista jazz e studente presso il prestigioso conservatorio di musica Shaffer, entra a far parte dell'orchestra diretta dall'esigentissimo insegnante Terence Fletcher (Simmons), la cui fama è pari alla sua severità e al suo carattere intrattabile. Per stimolare gli studenti a dare il meglio di sé, infatti, Fletcher li spinge fino al limite, pretendendo il massimo impegno e non esitando a maltrattarli a parole e nei fatti (anche ricorrendo a feroci insulti, neanche fosse l'istruttore di "Full Metal Jacket"). Quello con Andrew, a sua volta ostinato e ambizioso, diventa così uno scontro di personalità, che il film descrive con intensità e in crescendo. Più che sulla musica in senso stretto, la pellicola affronta il mito (americano) del successo (la storia potrebbe essere ambientata in una palestra di pugilato o in qualsiasi altro ambiente competitivo, e non cambierebbe una virgola). Andrew aspira a diventare il batterista migliore della sua generazione, il numero uno, e per questo è disposto a versare (letteramente) sangue e sudore, sottoponendosi a durissime prove e a tutte le angherie di Fletcher. Che dal suo canto, per quanto collerico e vendicativo (ma in alcune scene suggerisce di avere anche un lato di grande sensibilità), intravede nel ragazzo un grande e potenziale talento, e proprio per questo lo mantiene sempre sul filo, senza dargli tregua o sicurezza. Entrambi i personaggi hanno lati negativi ed esagerati, e pur di raggiungere i rispettivi obiettivi passano sopra i rapporti umani: Andrew rinuncia agli amici o alla fidanzata, e segue la propria strada in maniera egoistica, come se fosse un vistuoso solista (dimenticandosi che fa parte di un ensemble); Fletcher calpesta i sentimenti e i sogni dei suoi studenti, non solo insultandoli e umiliandoli ma mettendoli anche l'uno contro l'altro. Il loro scontro sconfina sul piano fisico (nonostante si parli di musica, vediamo tanto sangue, dolore e sofferenza: forse il paragone con il pugilato o lo sport in generale non è campato per aria). Chazelle ha girato il film in preda alla frustrazione per l'impasse in cui si trovava un altro suo progetto, il musical "La La Land", che riuscirà a realizzare nel 2016 proprio grazie al successo di questo. Ottimo infatti il riscontro critico, con cinque nomination agli Oscar e tre statuette vinte (Simmons come miglior attore non protagonista, oltre a montaggio e sonoro). Il titolo "Whiplash" è quello di uno dei brani jazz (di Hank Levy) che vengono suonati ripetutamente (l'altro è "Caravan" di Duke Ellington).

22 dicembre 2017

Io e Beethoven (A. Holland, 2006)

Io e Beethoven (Copying Beethoven)
di Agnieszka Holland – USA/Germania 2006
con Diane Kruger, Ed Harris
*1/2

Visto in divx.

La ventitreenne Anna Holtz (Kruger), aspirante compositrice, diventa la fedele copista e assistente di Ludwig van Beethoven (Harris) proprio mentre questi sta per completare la stesura della nona sinfonia. Nonostante il carattere rude, scostante e viscerale dell'uomo, i due entreranno in sintonia e in comunione d'intenti. Romanzato biopic sugli ultimi anni di vita del grande compositore (dal 1824 al 1827, anno della morte), quando lavorò a Vienna alla celebre sinfonia corale e poi agli ultimi "rivoluzionari" quartetti d'archi e alla Grande Fuga, visti attraverso gli occhi di un personaggio fittizio (anche se ispirato a figure reali). A parte il tentativo di scimmiottare qua e là atmosfere e momenti di "Amadeus" (come nella scena in cui Beethoven, a letto malato, detta ad Anna una delle sue composizioni) e di rappresentare il contrasto fra le altezze dell'anima (mediante la musica) e le bassezze e le volgarità della vita, il film resta una semplice curiosità senza particolare valore storico o artistico. La sequenza migliore (ma il merito è tutto della musica) è quella della première della nona sinfonia, in cui Anna, suggerendogli il tempo a gesti dal retro del palcoscenico, aiuta il sordo Beethoven a dirigere l'orchestra. Bravi comunque i due interpreti: in parti minori ci sono anche Phyllida Law (la zia suora di Anna) e Joe Anderson (Karl, il nipote di Beethoven). Nel mettere in luce i pregiudizi verso Anna in quanto compositrice donna, la Holland voleva forse accennare agli stessi pregiudizi che esistono contro le registe.

4 novembre 2017

Quartet (Dustin Hoffman, 2012)

Quartet (id.)
di Dustin Hoffman – GB 2012
con Maggie Smith, Tom Courtenay
**

Visto in divx.

Esordio (a 75 anni!) per Dustin Hoffman alla regia, con l'adattamento di una pièce teatrale di Ronald Harwood (anche sceneggiatore). Gli ospiti di una casa di riposo per musicisti in Gran Bretagna (ispirata a quella istituita a Milano da Giuseppe Verdi) stanno preparandosi per il galà annuale, un concerto aperto al pubblico i cui proventi devono finanziare la casa stessa, perennemente sull'orlo della chiusura. Fra i degenti si trovano l'eccentrico baritono Wilf (Billy Connolly), la svampita mezzosoprano Cissy (Pauline Collins) e l'orgoglioso tenore Reginald (Tom Courtenay), protagonisti anni prima di un "Rigoletto" il cui successo ancora non è stato dimenticato. Quando nell'istituto giunge, a sorpresa, anche l'altezzoso soprano Jean (Maggie Smith), ex moglie di Reginald e interprete a sua volta di quell'opera, i quattro decidono di tornare a esibirsi, proponendo al galà una nuova versione del loro pezzo forte, il quartetto "Bella figlia dell'amore" dal "Rigoletto", appunto. Occorrerà superare però incertezze, vecchi rancori, paure e ritrosie, soprattutto per convincere la recalcitrante Jean: nel farlo, lei e Reginald ammetteranno anche a sé stessi di amarsi ancora. Una commedia leggera e garbata, benché semplice e prevedibile: un omaggio al mondo della musica attraverso l'affettuosa lente della vecchiaia, e al suo potere che consente di superare antichi rancori e di riallacciare i rapporti anche ad anni di distanza. A parte i quattro attori principali e il dispotico organizzatore del concerto, Cedric (Michael Gambon), tutti gli ospiti dell'istituto sono veri musicisti britannici in pensione. La scena in cui i quattro cantanti si esibivano nel quartetto del "Rigoletto" è stata girata ma poi tagliata in sede di montaggio: il brano si ode solo sui titoli di coda, anche se la melodia si intreccia nella colonna sonora a numerosi altri brani di musica classica e operistica (Verdi, Rossini, Puccini, Bach).

21 giugno 2017

Patty Cake$ (Geremy Jasper, 2017)

Patty Cake$
di Geremy Jasper – USA 2017
con Danielle Macdonald, Bridget Everett
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Patricia Dumbrowski (Danielle Macdonald), ragazza sovrappeso che lavora part-time in un bar di periferia nel New Jersey, ha un sogno segreto: quello di diventare una ricca e affermata superstar del rap, proprio come il suo idolo OZ (Sahr Ngaujah). Insieme all'amico indiano Jheri (Siddharth Dhananjay), e grazie alle basi musicali dell'outcast satanista Basterd (Mamoudou Athie) e alla complicità dell'amata nonna (Cathy Moriarty), metterà insieme una band e realizzerà un demo. Nonostante il suo talento, dovrà scontrarsi con la dura realtà: ma saprà conquistare l'autostima (al suo lamento "Non sarò mai qualcuno", la nonna le risponde: "Tu sei già qualcuno"), oltre a trovare il coraggio di esprimere sé stessa (anche passando dall'identità "aggressiva" di Killa P. a quella, più in pace con il mondo e le persone che la circondano, di Patty Cake$) e recuperare il rapporto con la madre Barb (Bridget Everett), che in gioventù aveva aspirato a un'analoga carriera di cantante. Su un canovaccio forse poco originale, fra losers e sogni di riscatto, un tipico film da Sundance Festival che ha le sue carte migliori in una protagonista ottimamente caratterizzata (interpretata con energia e passione dalla brillante Macdonald), che si barcamena in un ambiente fatto di irrisioni, frustrazioni, rapporti familiari più o meno solidi e lavori precari. Il regista e sceneggiatore, esordiente, è anche autore della musica e delle canzoni. Mitiche le scene in cui Patty e il suo gruppo (compresa la nonna sulla sedia a rotelle!) attraversano le "porte dell'inferno" per andare ad incidere i loro brani. Pur non amando il rap, i film che ho visto finora sull'argomento (penso anche a "8 mile") mi sono decisamente piaciuti.

8 febbraio 2017

1964 - Allarme a N.Y. arrivano i Beatles (R. Zemeckis, 1978)

1964 - Allarme a N.Y. arrivano i Beatles
(I Wanna Hold Your Hand)
di Robert Zemeckis – USA 1978
con Nancy Allen, Bobby Di Cicco
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel febbraio del 1964 la "Beatlemania" raggiunge New York: i Fab Four sbarcano infatti per la prima volta in America, dove saranno ospiti in tv allo "Ed Sullivan Show". Quattro ragazze del New Jersey, loro fan scatenate, cercano con alterne fortune di intrufolarsi dapprima nell'hotel dove alloggiano e poi negli studi televisivi. Si tratta di Rosie (Wendie Jo Sperber), innamorata alla follia di Paul McCartney; di Grace (Theresa Saldana), aspirante fotoreporter che vorrebbe "rubare" degli scatti esclusivi dei suoi idoli; di Pam (Nancy Allen), che sta per sposarsi e desidera compiere un'ultima trasgressione in compagnia delle amiche; e di Janis (Susan Kendall Newman), l'unica inizialmente ostile al quartetto di Liverpool per via della loro eccessiva commercializzazione. A loro si uniranno gli amici Larry (Marc McClure), innamorato di Grace, e Tony (Bobby Di Cicco), che la pensa come Janis, oltre alle nuove conoscenze Richard (Eddie Deezen), collezionista sfegatato di memorabilia, e il piccolo Peter (Christian Juttner), che contro il volere del padre porta la stessa capigliatura dei quattro. Il film d'esordio di Zemeckis, scritto insieme a Bob Gale (con cui collaborerà per tutti gli anni ottanta) e prodotto da Steven Spielberg (che prenderà il giovane regista sotto la propria ala protettiva), è una commedia corale scatenata e nostalgica che riesce al tempo stesso a divertire (con le peripezie delle protagoniste) e a ricostruire un momento di estasi giovanile e di isteria collettiva: fu un flop al botteghino ma piacque alla critica. Ha il pregio di lavorare bene sulla costruzione dei personaggi e delle loro dinamiche, senza sbracare nella farsa demenziale (e anzi catturando con cura lo sfondo storico-culturale del momento). Dei giovani protagonisti, molti dei quali si ritroveranno l'anno seguente nel film "1941 - Allarme a Hollywood" di Spielberg (scritto ancora da Gale e Zemeckis), soltanto la Allen farà poi carriera. Il titolo originale è naturalmente lo stesso della canzone dei Beatles che si sente sui titoli di testa (e che Tony storpia beffardamente).

30 gennaio 2015

The Blues Brothers (John Landis, 1980)

The Blues Brothers (id.)
di John Landis – USA 1980
con John Belushi, Dan Aykroyd
****

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele ed Alessandro.

I fratelli Elwood e Jake "Joliet" Blues (quest'ultimo appena uscito di prigione dopo tre anni), interpretati rispettivamente da Dan Aykroyd e John Belushi, decidono di rimettere insieme il loro vecchio gruppo musicale ("La bbanda!") per raggranellare il denaro necessario a salvare l'orfanotrofio cattolico in cui sono cresciuti da un forte debito con il fisco ("Siamo in missione per conto di Dio", affermano, riferendosi al fatto che l'ispirazione a buttarsi nell'impresa gli è giunta durante una funzione religiosa, sia pur non del tutto ortodossa). I due dovranno rintracciare gli altri membri del gruppo e convincerli a rimettersi insieme (e non sarà facile, visto che ora "hanno tutti lavori rispettabili"), procurarsi gli strumenti, un contratto e un locale sufficientemente grande, attirare un pubblico cospicuo e infine, dopo il concerto, portare il denaro all'ufficio delle tasse della contea entro la scadenza fissata, evitando al contempo non solo tutta la polizia dell'Illinois che dà loro la caccia (per tutta una serie di infrazioni al codice stradale) ma anche altri ostacoli di varia natura. Uno dei capolavori del cinema comico-musicale di tutti i tempi, con una colonna sonora eccezionale (che può contare su una lista di guest star di prim'ordine) e una sequenza ininterrotta di scene esilaranti, da vedere e rivedere infinite volte con immutato godimento: degno testamento cinematografico di John Belushi, scomparso purtroppo due anni più tardi. E dire che alla sua prima uscita, soprattutto in patria, il film non fu accolto benissimo dalla critica, forse per via della comicità percepita come "bassa" e demenziale (figlia dello show televisivo "Saturday Night Fever", da cui provenivano i due protagonisti nonché diversi comprimari): soltanto con il passare del tempo la pellicola ha acquisito l'attuale status di cult movie, trasformando fra le altre cose i suoi protagonisti (vestiti interamente di nero, con tanto di occhiali scuri che indossano anche di notte e persino quando dormono!) in due delle icone più riconoscibili del cinema.

La band dei Blues Brothers era nata proprio in uno sketch realizzato da Aykroyd e Belushi per lo show televisivo, nel 1978, e da allora si era esibita realmente in diversi occasioni, incidendo anche un album (la vita della band proseguirà poi in seguito, anche senza i due leader, fra concerti, dischi ed esibizioni di vario genere). Alle voci di Belushi e Aykroyd (quest'ultimo anche all'armonica) si aggiungono i vari strumentisti: Matt "Guitar" Murphy, Steve "The Colonel" Cropper, Donald "Duck" Dunn, Murphy "Murph" Dunne, Willie "Too Big" Hall, Tom "Bones" Malone, Lou "Blue" Marini e Alan "Mr. Fabulous" Rubin. Memorabili le sequenze in cui tutti questi vengono "riarruolati" dai due fratelli: Murph e la sezione ritmica mentre si esibiscono in scialbe cover di canzoni italiane ("Quando quando quando"), Fabulous mentre è maître in un sofisticato ristorante francese (in una scena che ricorda quella analoga con Bud Spencer e Terence Hill in "Continuavano a chiamarlo Trinità"), e infine il chitarrista Matt Murphy e il sassofonista Lou Marini nella tavola calda gestita dalla moglie del primo dei due (Aretha Franklin), riluttante a lasciarli andare. A proposito della Franklin: il suo brano "Think!" è solo uno dei tanti momenti in cui grandi nomi della musica soul e rhythm and blues apportano il proprio contributo all'esaltante colonna sonora: ci sono anche Ray Charles (nei panni del venditore di strumenti musicali) con "Shake Your Tailfeather", James Brown (nel ruolo di un insolito reverendo) con "The Old Landmark", John Lee Hooker ("Boom Boom") e Cab Calloway ("Minnie the moocher"). Quanto ai Blues Brothers veri e propri, nel corso del film si esibiscono in classici come "Gimme Some Lovin'", "Everybody Needs Somebody to Love" (la loro canzone più famosa), "Sweet Home Chicago", "Jailhouse Rock" (nel finale, in prigione), nonché – nel locale country – il tema della serie tv "Rawhide" (quella che lanciò un giovane Clint Eastwood) e "Stand by Your Man". Extradiegeticamente parlando, la ricchissima e trascinante colonna sonora è infine completata da canzoni come "She Caught the Katy" (di fatto l'incipit del film) e da brani strumentali come il "Peter Gunn theme" di Henry Mancini o "Can't Turn You Loose".

Se dal lato musicale la pellicola è senza pari, da quello comico e cinematografico non è certo da meno. Landis (che a causa di difficoltà varie superò di parecchio il budget previsto) trasforma la scalcinata vicenda (basata su una sceneggiatura scritta da Aykroyd e rimaneggiata poi dallo stesso regista) in una vera epopea: innanzitutto frapponendo fra i suoi eroi e il loro obiettivo una serie davvero esagerata di ostacoli, in un crescendo irresistibile che nelle scene finali raggiunge vette di tale implausibilità (i due sono inseguiti letteralmente da un esercito di auto della polizia, militari, truppe speciali di ogni genere) da rendere assolutamente indispensabile la sospensione dell'incredulità. Non che nelle scene precedenti ci fosse il rischio di scambiare le loro vicissitudini per "realistiche": che si trattasse di saltare da un estremo all'altro di un ponte mobile mentre è aperto, di sfasciare un centro commerciale durante un inseguimento in macchina, o di sopravvivere ad attentati di varia natura (missili terra-aria che distruggono il loro albergo, lanciafiamme che fanno saltare in aria la cabina telefonica in cui si trovano, e così via). Le leggi della fisica non sembrano avere valore per i due fratelli o per la loro "bluesmobile" (una Dodge Monaco del 1974, truccatissima e usata in precedenza dalla polizia locale), così come per altri personaggi (la "Pinguina", ovvero la suora a capo dell'orfanotrofio, le cui porte si aprono e chiudono magicamente, senza bisogno di toccarle), come se ci trovassimo in un cartone animato (la scena in cui un auto precipita da un'altezza stratosferica, scavando un buco nell'asfalto, sembra provenire direttamente da un cartoon di Wile E. Coyote!). E naturalmente in tutto questo i due protagonisti si pongono poche domande e vanno dritti alla meta, quasi indifferenti a coloro che si frappongono sul loro cammino. Fra questi: i membri del partito nazista dell'Illinois, che vogliono vendicarsi di un'umiliazione ("Io li odio, i nazisti dell'Illinois", commenta Jake); il gruppo country "The Good Ole Boys", ai quali hanno soffiato un contratto; una misteriosa ragazza (interpretata da Carrie Fischer, la principessa Leila di "Guerre Stellari", all'epoca fidanzata con Dan Aykroyd) che organizza attentati su attentati contro di loro, e solo nel finale si scoprirà il perché. A lei è legata la scena forse più celebre e divertente del film (per quanto sia difficile individuarne una sola, in un lungometraggio così ricco di momenti esilaranti), quella in cui Jake si scusa così: "Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione!! Le cavallette!! Non è stata colpa mia!!!".

L'inseguimento finale della polizia alla bluesmobile (nel corso del quale vengono distrutte un numero elevatissimo di vetture: all'epoca il film deteneva il record di "maggior numero di auto distrutte in una sola pellicola", prima di essere superato nel 1998 dal suo stesso sequel, "Blues Brothers 2000") è solo il vertice spettacolare di un lungometraggio di cui non si contano i momenti comici e le battute da citare ma pure le trovate registiche (a partire dall'inquadratura del sole che sorge attraverso il cancello della prigione, quando Jake esce). Dietro le risate, la musica e il divertimento, comunque, si toccano tanti temi sociali e impegnati: l'urbanizzazione con i relativi effetti della crisi economica (la prima inquadratura è quella della zona industriale di Chicago, fra fabbriche, ciminiere e zone disagiate), la religione, la società multirazziale (l'universo dei Blues Brothers – viste anche le loro radici musicali – è abitato in gran parte da neri; e non a caso fra i nemici ci sono nazisti e poliziotti), l'intolleranza (anche culturale: vedi i pregiudizi della comunità country contro il blues e il soul), la prepotenza della legge (che come sempre si scatena contro i più deboli). Nel cast anche John Candy (il paffuto comandante della polizia, da ricordare per battute come "Un'aranciata? Un'aranciata? Tre aranciate!" o "Siamo a cavallo!"), la modella Twiggy (la donna che Elwood corteggia alla pompa di benzina), Charles Napier (il leader dei Good Ole Boys) e Henry Gibson (il capo dei nazisti dell'Illinois). Fra i cameo sono da ricordare quelli dei registi Frank Oz (l'addetto del carcere che restituisce a Jake i suoi effetti personali: "Un profilattico non usato... Uno usato..."), Steven Spielberg (l'impiegato dell'ufficio delle imposte) e lo stesso Landis (il poliziotto che, alla testa dell'esercito, chiede informazioni alla guardia del grattacielo). L'enorme successo arriso alla pellicola nel corso degli anni successivi, anche in seguito alla morte di John Belushi (che durante le riprese, almeno così si dice, nascondeva dietro gli occhiali neri i segni del consumo di droga e di alcol), ha portato quasi vent'anni dopo – come già accennato – alla realizzazione di un sequel, sempre per opera di Landis e Aykroyd e con John Goodman al posto di Belushi: di buona qualità tecnica, certo, ma senza l'anima e lo spirito che fanno di questo film uno dei massimi capolavori del cinema comico americano.

22 gennaio 2015

School of Rock (Richard Linklater, 2003)

School of Rock (id.)
di Richard Linklater – USA 2003
con Jack Black, Joan Cusack
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Dewey (Black), rockettaro fallito, per rimediare qualche soldo si sostituisce all'amico Ned (Mike White, anche sceneggiatore del film) e si fa assumere come supplente di una classe in una prestigiosa scuola elementare privata. Qui, resosi conto del talento dei piccoli alunni, li spinge a creare una rock band – all'insaputa di preside (Cusack), genitori e altri insegnanti – e li iscrive alla "guerra delle bande", competizione cittadina fra gruppi rock con un ricco premio in denaro. Scatenata commedia scritta e costruita su misura per l'estroso Jack Black, affiancato da una serie di sorprendenti piccoli attori (alcuni dei quali, come Miranda Cosgrove, che intepreta la capoclasse – e band manager – Summer, faranno carriera). Per una volta il regista Linklater mette da parte le velleità autoriali e si pone al servizio di una pellicola commerciale sì, ma con un certo appeal underground e fuori dagli schemi. Lasciando da parte la verosimiglianza e il lieto fine, il film funziona come una sorta di "Attimo fuggente" paradossale e ribelle, con un professore egocentrico, imbroglione e monomaniaco che pure riesce a stimolare e a tirar fuori la creatività, l'autostima e lo spirito anticonformista dai propri alunni. Che questi abbiano solo dieci anni, aggiunge divertimento e (stranamente) non appiattisce il target: non siamo dalle parti di pellicole per bambini come quelle con Macaulay Culkin, per fortuna. Innumerevoli i gruppi citati e le canzoni celebri presenti nella colonna sonora, dai Led Zeppelin (è uno dei rari casi in cui hanno concesso il permesso di usare un loro brano in un film) ai Pink Floyd, dagli AC/DC (di cui i bambini interpretano "It's a Long Way to the Top (If You Wanna Rock 'n' Roll)") ai Ramones. Esilarante e indovinata la tagline dei manifesti del film: "We don't need no education". In anni seguenti la pellicola ha dato vita a una serie tv ma soprattutto a un musical teatrale di Andrew Lloyd Webber.

3 gennaio 2015

La sindrome del lago Saimaa (A. e M. Kaurismäki, 1981)

La sindrome del lago Saimaa (Saimaa-ilmiö)
di Aki e Mika Kaurismäki – Finlandia 1981
con attori non professionisti
**

Visto in divx, in lingua originale.

Il film d'esordio dei fratelli Kaurismäki (anche se Mika, il maggiore, aveva già girato l'anno prima un film studentesco, "Il bugiardo") è un documentario che segue il viaggio e le esibizioni di alcuni musicisti rock presso il Saimaa, il più grande lago della Finlandia, nel corso di un tour tenutosi nella prima settimana di giugno di quell'anno. Senza voce narrante, le immagini mostrano i musicisti (appartenenti a tre gruppi diversi: Eppu Normaali, Hassisen Kone e Juice Leskinen Slam) che navigano sul lago a bordo di un battello a vapore, che scherzano e interagiscono fra loro (quasi sempre davanti a una o più bottiglie di birra), che provano le varie canzoni e infine che si esibiscono davanti al pubblico. Look e musica degli interpreti sono indiscutibilmente anni ottanta e tipicamente scandinavi: capelli lunghi, torso nudo, rock duro. La mano dei registi non è invadente, e lascia che i protagonisti siano soltanto i musicisti e il mondo che recano con sé. Il titolo del documentario fa riferimento ironico al thriller "La sindrome cinese" (in finlandese "Kiina-ilmiö"). Aki debutterà nel film di finzione solo due anni dopo, con "Delitto e castigo" (prodotto da Mika), ma non abbandonerà mai l'amore per il rock (come dimostreranno i numerosi video musicali – per non parlare dei due lungometraggi e del film-concerto "Total Balalaika Show" – girati per la band dei Leningrad Cowboys).

21 settembre 2014

Le dernier coup de marteau (A. Delaporte, 2014)

Le dernier coup de marteau
di Alix Delaporte – Francia 2014
con Romain Paul, Clotilde Hesme
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Victor, tredicenne taciturno e arrabbiato con il mondo, vive in una roulotte sulla spiaggia presso Montpellier con la madre, malata terminale di cancro. Il ragazzo divide il suo tempo fra la scuola, gli allenamenti di calcio (il suo allenatore, convinto che abbia talento, vorrebbe che si sottoponesse a un provino) e la compagnia dei vicini di origine spagnola Luna e Miguel. Quando il padre che non ha mai conosciuto, un celebre direttore d'orchestra straniero, fa ritorno in città per dirigere in un concerto la sesta sinfonia di Mahler (la "Tragica"), Victor decide di approcciarlo, andando in segreto ad osservarlo durante le prove... E l'uomo – dopo un iniziale rifiuto – accetta il riavvicinamento; e per superare l'imbarazzo di non avere niente in comune, comincia a sottoporlo a una personale educazione musicale. È inutile negarlo: i francesi ci sanno fare con le storie di bambini e adolescenti. Questo film, pur essendo ad alto rischio (con temi "forti" come la malattia della madre, i rapporti con il padre, la difficoltà di Victor nel relazionarsi con il mondo in un momento in cui sta entrando – forse troppo rapidamente – nell'età adulta), non gioca mai la carta del ricatto, della retorica o della svolta più scontata, ma si rivela intelligente e commovente e scorre via con grande naturalezza, fra brevi e inattesi momenti da ricordare (il tuffo, il taglio di capelli) e una conclusione più che soddisfacente (in cui vediamo per la prima volta il viso di Victor distendersi su un sorriso). Quello di Delaporte (anche co-sceneggiatrice, al suo secondo film) è un cinema che vive, che respira, che ritrae il mondo con sensibilità e gentilezza, e da cui non si vorrebbe mai uscire. La regia è ben servita da una fotografia maturalista ma capace di donare a tratti una luce magica a scenari che altrimenti potrebbero sembrare del tutto ordinari, mentre la sceneggiatura, profonda e mai gridata, può contare su una recitazione intensa e convincente (davvero ottimo il piccolo protagonista) per dare vita una storia intima e personale, carica di speranza anche se calata in una realtà di disagio, dove ogni elemento ha la sua importanza ed è al contempo soltanto un frammento di una immagine più grande, senza prendere il sopravvento sul resto. Persino la metafora musicale, sottilmente diffusa in tutta la pellicola sin dal titolo (che fa riferimento all'ultimo dei tre "colpi di martello" presenti nella sinfonia di Mahler per indicare l'ineluttabilità del destino, che il compositore scelse in un secondo momento di eliminare e che, a discrezione del direttore d'orchestra, può essere inserito oppure omesso dall'esecuzione) non sovrasta la visione d'insieme ma accompagna dolcemente la crescita del protagonista – ottimamente illustrata dalla scena in cui prova a indossare una vecchia maglietta, ormai troppo piccola – durante il suo bello e difficile percorso.

5 novembre 2011

Cronaca di Anna Magdalena Bach (Straub-Huillet, 1968)

Cronaca di Anna Magdalena Bach
(Chronik der Anna Magdalena Bach)
di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet – Germania/Italia 1968
con Gustav Leonhardt, Christiane Lang
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Primo lungometraggio (dopo alcuni corti) della coppia di cineasti Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, che si firmavano sempre "Straub-Huillet" con il trattino. Più che un film di finzione (è assente qualsiasi tipo di drammatizzazione) è praticamente un documentario che racconta la vita di Johann Sebastian Bach attraverso le parole e i ricordi della seconda moglie, Anna Magdalena, quella cui il compositore dedicò il famoso "quaderno". Di fatto la pellicola consiste in una lunga serie di scene statiche, con macchina da presa fissa, in cui vediamo personaggi in parrucca eseguire vari brani di Bach all'interno di chiese o antichi edifici; ogni tanto vengono mostrati a tutto schermo lettere, documenti, stampe o spartiti d'epoca. Mi dispiace, ma per me questo non è cinema: tanto vale ascoltarsi direttamente un disco. Bach è interpretato da un celebre clavicembalista, Gustav Leonhardt, che esegue o conduce personalmente i vari brani musicali.