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9 aprile 2022

Gods of Egypt (Alex Proyas, 2016)

Gods of Egypt (id.)
di Alex Proyas – USA/Australia 2016
con Nikolaj Coster-Waldau, Brenton Thwaites
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In un antico Egitto immaginario e mitologico, uomini e dèi (che sono alti il doppio dei mortali, hanno oro anziché sangue nelle vene, e possono trasformarsi in creature metalliche e ibride uomo-animale) convivono pacificamente e in prosperità, grazie all'illuminata saggezza del re Osiride. Quando il suo malvagio fratello Seth (Gerard Butler) ne usurpa il trono, accecando ed esiliando il legittimo erede Horus (Nikolaj Coster-Waldau), signore dell'aria, il paese piomba in rovina. Ad aiutare Horus a reclamare il trono sarà un mortale, l'orgoglioso e coraggioso ladruncolo Beck (Brenton Thwaites), in cerca di un modo per riportare in vita la ragazza che ama, Zaya. La mitologia egiziana è solo un pretesto per mettere in scena un'avventura fantasy e d'azione, ambientata in un mondo fantastico e soprannaturale, dove l'influenza delle divinità sulla vita degli uomini è quanto mai concreta (il "cattivo" Seth impone ai mortali di dover pagare in denaro o altre ricchezze il passaggio nell'aldilà). Flop al botteghino e stroncato dalla critica, il film in realtà è molto divertente se si sta al gioco: non ci si aspetti una particolare profondità, ma un puro e adrenalinico intrattenimento, senza sovrastrutture o significati retorici al di là dei luoghi comuni del genere (l'amicizia, la vendetta, l'amore). Visivamente straripante, con un'estetica visionaria che fa quasi pensare più a "Scontro tra Titani" o al Tarsem Singh di "Immortals" che non alle cupezze neo-noir di Proyas (ma senza l'inconsistenza "fuffosa" del regista indiano), il lungometraggio reinterpreta a proprio modo temi e spunti derivanti dalla mitologia (Ra, il dio del Sole, che ogni notte si batte contro il demone del caos e dell'oscurità Anofi; la Sfinge, con i suoi misteriosi enigmi; Anubi e il mondo dei morti) ma si concede anche lunghe ed elaborate sequenze d'azione, affogate in un mare di scenari in computer grafica. Eppure, a differenza di altre pellicole del genere, non ci si annoia, almeno non sempre. L'intento di Proyas era quello di realizzare una pellicola ad alto budget che non si fondasse su franchise pre-esistenti, ma il riscontro del pubblico non c'è stato. Geoffrey Rush è Ra, Élodie Yung è la dea dell'amore Hathor, Chadwick Boseman il dio della saggezza Thoth, Courtney Eaton la schiavetta Zaya (difficile non tenere gli occhi puntati sulla sua... scollatura).

20 aprile 2021

Spirits of the air, gremlins of the clouds (A. Proyas, 1989)

Spirits of the air, gremlins of the clouds
di Alex Proyas – Australia 1989
con Michael Lake, Rhys Davis, Norman Boyd
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il misterioso Smith (Norman Boyd), in fuga da qualcuno, attraversa il deserto fino a giungere alla fattoria sperduta dove vivono i fratelli Felix (Michael Lake) e Betty (Rhys Davis). Mentre la donna teme l'arrivo dello straniero che ritiene essere un demone e progetta di mandarlo via, l'uomo, inventore paralitico e ossessionato dal volo, chiede l'aiuto di Smith per costruire una "macchina volante", necessaria per superare l'alta muraglia di montagne invalicabili che circondano il deserto verso nord. L'opera prima (dopo alcuni cortometraggi) di Alex Proyas, per lungo tempo quasi irreperibile (ma è stata restaurata e riproposta in home video nel 2018), è una bizzarra pellicola con soli tre personaggi, visionaria e ricca di suggestioni, a partire dalla fotografia colorata e ipersatura di David Knaus che sembra anticipare certi lavori di Darius Khondji (come i primi film di Jeunet). Lo scenario è quasi un incrocio fra il mondo post-apocalittico di "Mad Max" (sempre di deserto australiano si tratta, in fondo), un western e un manga (vedi anche il trucco e gli abiti eccentrici ma di stampo "nipponico" della sciroccata Betty), con notevoli sottotesti onirici e religiosi (la fattoria dei due fratelli è letteralmente tappezzata di croci), dominato dal tema del volo. Interessante anche la colonna sonora di Peter Miller. Nel complesso è un film originale e fumettoso, interessante anche se dall'andamento lento e statico, che Proyas ha scritto, diretto e prodotto con un budget limitato prima di fare il gran salto a Hollywood dove realizzerà "Il corvo" e "Dark city".

20 novembre 2020

Dark city (Alex Proyas, 1998)

Dark city (id.)
di Alex Proyas – USA/Australia 1998
con Rufus Sewell, William Hurt
***

Rivisto in divx (director's cut).

In una città dove il sole non sembra sorgere mai, John Murdoch (Rufus Sewell) si risveglia in una camera d'albergo senza ricordare alcunché del proprio passato. Inseguito da misteriose creature che somigliano a pallidi Nosferatu vestiti di pelle, si dà alla fuga con l'aiuto di un bizzarro medico (Kiefer Sutherland) che sembra sapere molte cose sulla sua situazione. Nel frattempo sulle sue tracce si lanciano anche l'ispettore di polizia Frank Bumstead (William Hurt), convinto che si tratti di un killer di prostitute, e sua moglie Emma (Jennifer Connelly), cantante in un cabaret. L'ambientazione neo-noir non deve ingannare: si tratta di un singolare e cupo film di fantascienza, nel quale Proyas (autore anche del soggetto) recupera le atmosfere notturne e soprannaturali del precedente "Il corvo", mettendole al servizio di una vicenda avvolgente, metaforica e ricca di colpi di scena. Se le ispirazioni – pur nell'originalità dell'insieme – sono molte ed evidenti ("Metropolis" di Fritz Lang e in generale l'espressionismo tedesco, "Brazil" di Terry Gilliam per la distopia kafkiana e surreal-esistenziale, e l'immancabile "Blade runner" con la sua contaminazione di noir e fantascienza su tutte, ma anche "Dracula", satire come "Il tunnel sotto il mondo" e "Truman show", e persino "Lamù: Beautiful dreamer" di Mamoru Oshii), la pellicola a sua volta rappresenterà un indiscutibile punto di riferimento estetico e contenutistico per il "Matrix" degli allora fratelli Wachowski, che uscirà l'anno successivo, e per "Inception" di Christopher Nolan. Concetti come la volatilità o la relatività delle memorie, temi come l'umanità usata come cavia per esperimenti da misteriosi alieni, e immagini come la città che si modifica ogni giorno (con palazzi che sorgono o cambiano di posto, riplasmando di fatto la realtà a ogni mezzanotte) o che viaggia nello spazio su un disco-astronave (letteralmente una "Flat Earth"!) prendono vita sullo schermo all'interno di un lungometraggio che passa rapidamente dal noir all'horror gotico, dalla fantascienza alla pellicola di supereroi (vedi lo scontro finale a base di superpoteri), con una sceneggiatura ben servita da attori carismatici e in parte. Fra gli "stranieri" ci sono il Richard O'Brien di "Rocky Horror" (Mr. Hand), Ian Richardson (Mr. Book) e Bruce Spence (Mr. Wall). L'ambientazione notturna, urbana e retrò, deve ovviamente molto ai film noir degli anni Quaranta e Cinquanta: la fotografia cupissima è di Dariusz Wolski, mentre le scenografie sono di Patrick Tatopoulos (l'intera città è costruita in studio). Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Lem Dobbs e David S. Goyer (quest'ultimo reclutato da Proyas grazie al suo "Blade"). Consiglio la visione della director's cut uscita nel 2008, che amplia numerose scene (rendendo più toccante la love story e approfondendo i personaggi di contorno) ed elimina la voce fuori campo che all'inizio anticipa un po' troppe cose.

30 settembre 2020

Il corvo (Alex Proyas, 1994)

Il corvo - The crow (The Crow)
di Alex Proyas – USA 1994
con Brandon Lee, Rochelle Davis
***

Visto in TV.

Ucciso durante la "notte del diavolo", alla vigilia di Halloween, insieme alla sua ragazza, il musicista Eric Draven (Brandon Lee) è magicamente riportato in vita un anno dopo per vendicarsi dei suoi assassini. Da un fumetto di James O'Barr, un revenge movie dall'aura maledetta con una storia e un mood anni ottanta ma un'estetica dark che si rifa al cinema di Hong Kong degli anni novanta (evidenti le ispirazioni da John Woo, Ching Siu-tung e Tsui Hark). A tratti semplicistico e imperfetto, ma innegabilmente ricco di fascino, anche grazie alla regia di Proyas (di cui, insieme al successivo "Dark City", è il lavoro più celebre) e alla fotografia di Dariusz Wolski (che trasuda atmosfera e dà vita a una città notturna, perennemente sotto la pioggia, che ricorda la Gotham City di Batman). Molto, in effetti, richiama i comics più cupi dell'epoca (Batman appunto, ma anche Blade o Sandman), forse per l'origine del soggetto: oltre che una creatura soprannaturale e immortale (con alcuni connotati religiosi), Eric è una sorta di vendicatore mascherato, con il volto dipinto di bianco, a metà fra un clown malvagio e un fantasma, sempre accompagnato da un corvo ultraterreno che funge da legame fra il mondo dei vivi e quello dei morti (e attraverso i cui occhi Draven può scrutare i suoi nemici). La fama di cult gli è giunta anche da una tragica circostanza: l'attore protagonista (figlio di Bruce Lee, peraltro) è morto accidentalmente sul set a pochi giorni dalla fine delle riprese, ucciso dal colpo di una pistola che avrebbe dovuto essere caricata a salve ma che per errore conteneva un proiettile difettoso. Il fatto che la trama stessa della pellicola parli di un uomo che torna dalla morte è incredibilmente inquietante. Rochelle Davis è la piccola skater Sarah, Ernie Hudson il poliziotto buono Albrecht, mentre fra i tanti cattivi spiccano Michael Wincott (il boss Top Dollar), Bai Ling (la sua sorella/amante Myca), David Patrick Kelly, Angel David, Michael Massee e Laurence Mason (i quattro balordi responsabili della morte di Eric). Fu proprio Massee, senza volerlo, a sparare il colpo che uccise Lee. La pellicola, dedicata a lui e alla sua fidanzata Eliza Hutton, fu completata ricorrendo a una controfigura (come era capitato anche al padre di Brandon ne "L'ultimo combattimento di Chen") e alla computer grafica. Curiosità: la controfigura in questione era Chad Stahelski, il futuro regista dei film di John Wick. Memorabile la colonna sonora a base di brani rock, punk, metal e gothic di gruppi del calibro dei Cure ("Burn"), Rage Against the Machine ("Darkness"), Helmet, Nine Inch Nails e The Jesus and Mary Chain. Grande successo di pubblico e pure di critica: ne seguirono alcuni sequel e anche una serie tv, accolti però male (anche per via dell'assenza di Lee). Il titolo (da non confondere con l'omonimo noir di Clouzot del 1943) è forse ispirato alla poesia di Edgar Allan Poe (in originale "The Raven").

5 marzo 2013

Segnali dal futuro (Alex Proyas, 2009)

Segnali dal futuro (Knowing)
di Alex Proyas – USA 2009
con Nicolas Cage, Chandler Canterbury
**

Visto in TV, con Sabrina.

Nel 1959, per l’inaugurazione di una scuola elementare, viene seppellita una “capsula del tempo” destinata a essere aperta cinquant’anni dopo. Al suo interno sono collocati alcuni disegni con cui gli studenti immaginano come sarà il futuro. Ma un’alunna, Lucinda, anziché un’immagine realizza un’inquietante lista di numeri. Nel 2009, alla riapertura della capsula, la lista finisce nelle mani di Caleb, figlio di Jonathan (Nicolas Cage), un insegnante di astrofisica al MIT. Questi si rende presto conto che le cifre rivelano le date, le coordinate geografiche e il numero di vittime dei maggiori incidenti avvenuti nel corso degli ultimi anni: e le ultime tre catastrofi indicate dal foglio (l’ultima delle quali di proporzioni globali) devono ancora verificarsi… Un thriller paranormale realizzato dal regista de “Il corvo” e “Dark City” nella vena di M. Night Shyamalan, con annessa catastrofe finale e suggestioni fra il fantascientifico e il soprannaturale (gli esseri che inviano i “segnali” ai bambini sono alieni oppure angeli?). A tratti la tensione è notevole e le suggestioni horror sembrano funzionare, ma in più punti il film perde credibilità per via di una sceneggiatura che pare costruita a tavolino per portare avanti la vicenda e di un finale in cui non tutto torna. Lo scienziato che va in crisi di fronte a eventi che suggeriscono un universo deterministico, con tanto di riavvicinamento alla religione, non può certo suscitare simpatia, e Cage fa poco per renderlo credibile e umano. L’idea della capsula del tempo e delle previsioni che si avverano ricorda il manga “20th Century Boys” di Naoki Urasawa. Solo un vezzo d’autore il sofisticato piano sequenza in cui il protagonista si trova coinvolto in un incidente aereo sull’autostrada. Nella colonna sonora di Marco Beltrami spiccano brani classici (“I pianeti” di Holst, l’Allegretto della settima sinfonia di Beethoven).