Visualizzazione post con etichetta Lubitsch. Mostra tutti i post
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16 maggio 2015

Sangue gitano (Ernst Lubitsch, 1918)

Sangue gitano (Carmen)
di Ernst Lubitsch – Germania 1918
con Pola Negri, Harry Liedtke
**

Visto su YouTube.

Se fino al 1918 Lubitsch aveva diretto essenzialmente solo commedie satiriche, da quell'anno – anche su pressione del produttore Paul Davidson dell'UFA – cominciò a realizzare anche ambiziosi drammi in costume, per lo più con protagonista Pola Negri, diva di origine polacca, scoperta a teatro dallo stesso Lubitsch. Dopo il primo film insieme, il thriller "Gli occhi della mummia", fu la volta di questo adattamento della "Carmen" di Prosper Mérimée (anche se, come l'opera di Bizet, ne mette in scena soltanto la terza parte). Il personaggio era già stato portato al cinema, fra gli altri, da Raoul Walsh e Cecil B. DeMille nel 1915: ma la versione di Lubitsch è più imponente e sfarzosa, con numerose comparse e scene di massa (la folla per le strade di Siviglia), e sfocia a tratti nell'epica su grande scala (vedasi lo scontro fra i soldati e i banditi sulle montagne). E questo nonostante la sceneggiatura – che pure si prende il suo tempo per caratterizzare a fondo i personaggi – non sia particolarmente vivace od originale: anche la regia non è troppo ispirata, con Lubitsch che sembra più a suo agio nelle scene minori e da commedia (come i tentativi di Carmen di "intrattenere" il guardiano della prigione in cui è rinchiuso José) che non nei passaggi chiave e melodrammatici. Complessivamente la trama è più fedele al materiale di partenza rispetto alle versioni precedenti: c'è anche una "cornice", all'inizio e alla fine, in cui uno zingaro racconta la vicenda accanto al fuoco di un bivacco (pare che in originale queste scene fossero tinte a mano di rosso). Ma la narrazione non è accattivante, e pare oggi assai datata. Il meglio è dato dalla rappresentazione del rapporto asimmetrico fra José e Carmen (chiamata sempre "La Carmencita" nei cartelli): lui così legato all'onore, alla morale, al ruolo sociale, a una visione idealizzata (e rigida) dell'amore; lei così "libera" e viva, a suo modo molto più franca e onesta, consapevole delle sue azioni e pronta a pagarne le conseguenze.

15 febbraio 2015

L'allegra prigione (Ernst Lubitsch, 1917)

L'allegra prigione (Das fidele Gefängnis)
di Ernst Lubitsch – Germania 1917
con Harry Liedtke, Kitty Dewall
**

Visto su YouTube.

Tornato a casa dopo una notte di bagordi, suscitando l'ira della moglie Alice, il giovane e benestante Alex von Reizenstein scopre che dovrà trascorrere una notte in carcere per ubriachezza molesta. Anziché consegnarsi, tuttavia, preferisce fiondarsi all'ennesima festa. Al suo posto finirà in cella un incauto "corteggiatore" della moglie, Egon Storch, che ha la sfortuna di trovarsi in casa loro quando giunge il direttore della prigione. Nel frattempo Alice, in maschera, raggiunge alla festa il marito, che naturalmente non la riconosce e comincia a farle la corte. A complicare ulteriormente le cose, c'è anche la cameriera della coppia, che si presenta al ballo con i vestiti della sua padrona... Vagamente ispirata all'operetta "Die Fledermaus", una divertente farsa con cui Lubitsch e il suo co-sceneggiatore di fiducia Hanns Kräly proseguono nel prendersi gioco di vizi e virtù della borghesia tedesca dell'epoca, e in particolare dei rapporti coniugali, fra mariti fedifraghi e mogli capricciose. Cinematograficamente è da apprezzare il montaggio parallelo fra le vicende della festa (danze scatenate, bagordi e mangiate) e quelle della prigione (dove Storch gioca a carte con i compagni di cella): in queste ultime spicca in un ruolo comico il grande Emil Jannings nei panni del secondino ubriacone. Ossi Oswalda è invece la cameriera.

7 luglio 2014

Gli occhi della mummia (E. Lubitsch, 1918)

Gli occhi della mummia (Die Augen der Mumie Ma)
di Ernst Lubitsch – Germania 1918
con Pola Negri, Emil Jannings
**1/2

Visto su YouTube.

In Egitto per una breve vacanza, il giovane pittore Wendland (Harry Liedtke) si innamora della bella Ma (Pola Negri) e la salva dalle grinfie del sacerdote Radu (Emil Jannings), che l'aveva rapita e la sfruttava (come "mummia" vivente) per terrorizzare e depredare i turisti che visitavano un'antica tomba nelle vicinanze del Cairo. Wendland sposa la ragazza e la porta con sé in Europa, dove diventa la sua musa e modella, oltre che una celebrità come danzatrice orientale. Ma nella stessa città, al servizio di un principe benestante, è giunto anche Radu, deciso a rintracciare Ma e a vendicarsi del suo tradimento. Non un horror tradizionale, come le premesse (e il titolo) suggerivano, ma un thriller sul tema dello stalking, che può contare su belle atmosfere, un buon cast (Pola Negri era specializzata nel ruolo della bellezza esotica e un po' selvaggia; Jannings stupisce in ogni film in cui appare) e la solida regia di un Lubitsch per la prima volta alle prese con un film drammatico (i lavori precedenti erano tutte commedie). Parecchie le ingenuità nella trama, compensate però da sequenze sottilmente inquietanti (quelle con Jannings, ça va sans dire) e da un finale drammatico e in climax. Interessanti anche le scene in cui Ma, sottoposta a una "educazione europea", si sente a disagio nel contesto sociale in cui il novello marito vorrebbe collocarla, finendo per diventare una danzatrice di varietà. Si tratta della prima collaborazione fra Lubitsch e la Negri, cui seguiranno successi come "Sangue gitano" e "Madame DuBarry".

30 marzo 2014

Pinkus l'emporio della scarpa (E. Lubitsch, 1916)

Pinkus l'emporio della scarpa (Schuhpalast Pinkus)
di Ernst Lubitsch – Germania 1916
con Ernst Lubitsch, Else Kentner
**

Visto su YouTube.

Espulso da scuola per aver copiato durante un esame, il discolo Sally Pinkus trova lavoro come commesso in un negozio di scarpe, ma anche lì resiste ben poco. Su suggerimento di una cliente, però, decide di mettersi in proprio e di aprire un emporio personale: e grazie a trovate pubblicitarie particolarmente aggressive e ingegnose (come l'idea di organizzare una sfilata di modelle nel negozio per presentare scarpe e stivaletti), raggiungerà il successo. Uno dei primi lungometraggi (forse addirittura il primo, dopo diversi corti?) di Lubitsch, che qui è ancora anche l'interprete principale delle proprie pellicole, introduce un personaggio comico che il regista riprenderà anche in seguito, ribattezzandolo Sally Meyer (a partire dal film "Meyer il berlinese") e trasformandolo nella caricatura un po' stereotipata dell'ebreo pigro, imbroglione e donnaiolo. Se nella prima parte (quella ambientata a scuola e dai toni slapstick) il personaggio è una sorta di Pierino ante litteram che fa scherzi ai professori, fa dannare i genitori e corre dietro alle ragazze, nella seconda (decisamente più interessante) la pellicola vira sulla satira sociale e su quella del mondo del lavoro. Stilisticamente, anche se siamo ancora lontani dalle vette successive, sono da apprezzare la cura e la varietà delle inquadrature, dinamiche e cinematografiche. Alla sceneggiatura c'è Hanns Kräly (anche nel ruolo dell'insegnante), che con Lubitsch collaborerà per ben 30 film fino al 1929. Alcuni spunti, come le dinamiche nel negozio di scarpe, sembrano prefigurare, sia pure molto alla lontana, "The shop around the corner" (ossia "Scrivimi fermo posta"). Nel cast si riconosce Ossi Oswalda nei panni della commessa del primo negozio in cui Pinkus lavora.

10 novembre 2010

Angelo (Ernst Lubitsch, 1937)

Angelo (Angel)
di Ernst Lubitsch – USA 1937
con Marlene Dietrich, Herbert Marshall
***

Visto in DVD, con Marisa.

La moglie di un brillante diplomatico inglese, trascurata dal marito, vive un'avventura di una sola sera a Parigi con un affascinante gentiluomo, al quale non rivela il proprio nome (lui la chiama "Angelo") e che non intende rivedere mai più. Ma pochi giorni dopo se lo ritroverà in casa a Londra, invitato dal marito, che naturalmente non è al corrente della loro fugace relazione. Come in molti altri lavori di Lubitsch, i temi sono quelli del desiderio e dei rapporti coniugali, e non manca il solito triangolo amoroso: ma stavolta non si tratta di una commedia, o almeno non soltanto (non mancano comunque infatti dialoghi e situazioni assai comiche, in particolare quelle legate alla servitù che commenta puntigliosamente il comportamento dei padroni, per non parlare dell'understatement britannico: "Com'è il tempo?" "Discreto", mentre diluvia). La pellicola è permeata da un retrogusto malinconico e struggente, quasi disperato, che non si dissipa nemmeno nel finale, anzi si rafforza con l'inquadratura dei coniugi che si prendono sottobraccia, allontanandosi di spalle, senza neanche guardarsi in volto: è il trionfo dell'amore ritrovato o piuttosto quello della rassegnazione? Marlene Dietrich è bellissima, misteriosa ed enigmatica: il suo personaggio ha molte ombre nel proprio passato (è stata un'escort di lusso?), eppure prova più volte a confessare tutto al marito (come nella scena in cui, durante la colazione, gli rivela di avere un amante, anche se sembra solo una provocazione fatta per gioco); Marshall e Douglas (entrambi già attori lubitschiani) sono soltanto satelliti che ruotano attorno a lei, perfetti nelle parti del flemmatico marito inglese che nemmeno si accorge di trascurare la consorte e dell'appassionato amante pronto a tutto pur di rivedere la sua adorata. Per queste caratteristiche ambigue, il film fu un flop ed è considerato uno dei meno popolari di Lubitsch: eppure non mancano i consueti "tocchi" di genio del regista, come nella scena in cui Marlene parla del brano che ha appena suonato al pianoforte alludendo invece alla sua avventura sentimentale ("Quando l'inizio di una cosa è molto bello, mi domando se è bene portarla a termine...") e naturalmente in quella – citatissima, anche da Truffaut nel saggio "I film della mia vita" – in cui la tensione durante la cena viene risolta senza inquadrare la sala da pranzo ma mostrando invece la cucina, attraverso i commenti dei camerieri che osservano i piatti man mano che ritornano: la signora non ha toccato cibo, l'invitato ha tagliato la bistecca in cento pezzettini senza mangiare nulla, e invece il marito – che sollievo! – ha fatto piazza pulita! A parte questi picchi, la pellicola (di cui è evidente l'origine teatrale) ha una consistenza strana e impalpabile, quasi come un sogno a occhi aperti. E il regista si adegua, mostrando personaggi che svaniscono nel nulla (Marlene nel parco di Parigi, quando lascia la fioraia e le violette sole sullo schermo) o risparmiandoci momenti chiave della storia (l'amante che, osservando il ritratto, capisce che "Angelo" è la moglie del suo anfitrione). Pessimo l'audio (non restaurato) del DVD italiano.

4 luglio 2010

Scrivimi fermo posta (E. Lubitsch, 1940)

Scrivimi fermo posta (The shop around the corner)
di Ernst Lubitsch – USA 1940
con James Stewart, Margaret Sullavan
***1/2

Visto in DVD.

Alfred Kralik (James Stewart) e Klara Novak (Margaret Sullavan), due commessi di un negozio di articoli da regalo che nella vita di tutti i giorni litigano in continuazione, intrecciano un'intensa corrispondenza epistolare inviandosi romantiche e appassionate lettere anonime attraverso una casella di posta, naturalmente ignorando le rispettive identità. Nel frattempo il proprietario del negozio, il signor Matuschek (Frank Morgan), scopre che la moglie lo tradisce con uno dei suoi dipendenti e comincia a sospettare proprio di Kralik... Un classico della commedia romantica americana, ispirato a una pièce teatrale dell'ungherese Miklos Laszlo (adattata da Samson Raphaelson, abituale collaboratore di Lubitsch) e ambientato in una Budapest ricostruita evidentemente in studio, dove la commistione fra i sogni romantici e i timori per il futuro (la guerra è già iniziata, anche se nel film non se ne fa menzione) genera un palpabile senso di inquietudine e di amaro pessimismo. Dietro l'ironia e il ritmo brillante, infatti, aleggia continuamente lo spettro della disoccupazione e soprattutto quello della solitudine, con la commedia che a tratti assume i colori del dramma. Il negozio di Matuschek, oltre che una metafora del consumismo (amplificata ancor di più dall'ambientazione natalizia dell'ultima parte della pellicola, con i clienti che lo affollano per acquistare i regali), è un vero e proprio microcosmo, dove ci si sente come in una grande famiglia: sarà per questa atmosfera o per la presenza di James Stewart, ma di tutti i lavori di Lubitsch è forse quello che più assomiglia a un film di Frank Capra. Non mancano comunque tormentoni comici tipicamente lubitschiani (come quello della scatola di sigarette che suona "Oci ciornie" quando viene aperta) e personaggi di contorno simpatici e ben caratterizzati (come il pavido collega Pirovich, interpretato da un Felix Bressart che sembra Groucho Marx, o l'intraprendente fattorino Pepi). Lo stesso soggetto è alla base di due remake: "I fidanzati sconosciuti" (1949), musical con Van Johnson e Judy Garland, e "C'è post@ per te" (1998), con Tom Hanks e Meg Ryan, aggiornato all'epoca delle e-mail.

23 maggio 2010

La valanga (Ernst Lubitsch, 1929)

La valanga (Eternal Love)
di Ernst Lubitsch – USA 1929
con John Barrymore, Camilla Horn
**

Visto in DVD.

La storia si svolge a inizio Ottocento, in un paesino fra le montagne della Svizzera. L'amore fra Marcus, cacciatore rude e solitario, e Ciglia, devota e virtuosa nipote del prete del villaggio, è contrastato dalle ingerenze della spregiudicata Pia, che approfitta dello stato di ubriachezza dell'uomo per sedurlo e passare una notte con lui, mettendolo poi di fronte al fatto compiuto e costringendolo a sposarla. Delusa, Ciglia accetterà senza molta convinzione la corte di un altro spasimante, Lorenz: ma questi, geloso dell'amore che la ragazza continua a nutrire per Marcus, cercherà di ucciderlo mentre è a caccia sui monti, venendone però colpito. Braccati dagli abitanti del villaggio che li accusano di essere amanti e di aver complottato contro Lorenz, Marcus e Ciglia sono costretti a fuggire sulle cime innevate, dove sceglieranno di morire insieme lasciandosi travolgere da una valanga. Ultimo film muto di Lubitsch (anche se fu distribuito con una colonna musicale ed effetti sonori, come i colpi di fucile che riecheggiano fra le montagne), è un cupo melodramma girato con indubbio mestiere ma privo della leggerezza e del garbo delle opere migliori del regista, oltre a risultare un po' ingessato da un eccesso di moralismo che non gli è molto consono. La parte migliore è sicuramente quella iniziale, tutta giocata sul contrasto fra le due ragazze (la scura e disinibita Pia, interpretata da Mona Rico, e la bionda e angelica Ciglia: entrambe bellissime), che culmina con l'ottima scena del ballo in maschera e quella della nottata successiva, dove Lubitsch è abile a lasciar intendere come Marcus e Pia abbiano dormito insieme senza mostrarlo apertamente. Splendida e imponente la rappresentazione delle forze della natura: il film non fu girato sulle Alpi, ma in Canada.

2 aprile 2010

Il cielo può attendere (E. Lubitsch, 1943)

Il cielo può attendere (Heaven can wait)
di Ernst Lubitsch – USA 1943
con Don Ameche, Gene Tierney
**

Visto in DVD.

Alla sua dipartita, l'anziano gentiluomo Henry Van Cleve (Don Ameche, chiamato "Enrico" nella versione doppiata in italiano) si presenta alle porte dell'inferno, convinto di essere destinato lì a causa di tutti gli errori commessi in vita. Dopo aver ascoltato la sua storia, però, il diavolo (Laird Cregar) lo reindirizza al paradiso. L'unico film girato da Lubitsch in technicolor è francamente una delusione: l'intrigante cornice soprannaturale (con il diavolo – "sua eccellenza" – in giacca e cravatta e il suo sontuoso ufficio) è limitata ai primi e agli ultimi minuti, mentre quasi tutto il film racconta invece in flashback la biografia del protagonista (dalla nascita fino alla morte a settant'anni), un donnaiolo scapestrato e impenitente, almeno fino a quando non incontra la bellissima ragazza (Gene Tierney) che diventerà sua moglie e gli farà mettere la testa a posto. Il problema è che, rispetto alle pellicole degli anni venti e trenta, siamo in pieno codice Hays. E le ingerenze della produzione (che imposero a Lubitsch, fra l'altro, un finale diverso, censurando quello in cui veniva giustificato il titolo del film; cito dal Mereghetti: "mentre viene autorizzato dal Diavolo a prendere l'ascensore per il Paradiso, Van Cleve vede passare una bella donna e, strizzando l'occhio allo spettatore, decide di seguirla: come dice il titolo, "il cielo può attendere") ne smorzano tutta l'ironia e l'impertinenza, rendendo la storia un po' scialba e persino vagamente moralista. Peccato. Non male gli attori, soprattutto i tanti comprimari e caratteristi: dal nonno simpatetico (Charles Coburn), al cugino "perbene" Alberto (Allyn Joslyn), dai genitori (Louis Calhern e Spring Byington) ai suoceri (Eugene Pallette e Marjorie Main). E naturalmente la Tierney è splendida come sempre.

9 novembre 2009

Fra le tue braccia (E. Lubitsch, 1946)

Fra le tue braccia (Cluny Brown)
di Ernst Lubitsch – USA 1946
con Jennifer Jones, Charles Boyer
***

Visto in DVD.

Inghilterra, 1938. Alla giovane Cluny Brown è sempre stato insegnato che deve "saper stare al suo posto": già, ma qual è il suo posto? Nipote di uno stagnino, ingenua, allegra ed esuberante, ha un debole per i lavori di idraulica e sogna di viaggiare in luoghi lontani. Viene però assunta come cameriera a servizio in una grande casa di campagna e cerca in tutti i modi di adeguarsi al suo nuovo ruolo, a costo di accettare la corte del farmacista del villaggio e di rassegnarsi a una vita grigia e senza prospettive. A salvarla sarà l'eccentrico professor Belinski, spiantato esule boemo e aspirante scrittore di gialli, l'unico disposto ad assecondare le sue inclinazioni. Il penultimo film di Lubitsch, in realtà l'ultimo che il grande regista ha completato (morì infatti durante le riprese del successivo "La signora in ermellino", nel 1947), è una sarcastica commedia sul tema delle classi sociali. Belinski e Cluny Brown portano una ventata di freschezza e di ribellione in un mondo miope, conservatore e chiuso in sé stesso, dove le divisioni fra l'alta società e i servitori sono ormai irrigidite da regole immutate da secoli: gli ingessati padroni di casa e i domestici snob, infatti, sono talmente calati nelle proprie parti da non riuscire a comprenderne i limiti. Si tratta naturalmente di un mondo destinato a scomparire da lì a poco con lo scoppio della seconda guerra mondiale, continuamente evocato con una certa inquietudine che serpeggia nascosta per tutta la pellicola. Brillanti come sempre i dialoghi e ottime le caratterizzazioni dei personaggi, compresi quelli di contorno: dall'impettito Hilary Ames (Reginald Gardiner), l'organizzatore del party dove i due protagonisti si incontrano per la prima volta, al farmacista piccolo-borghese Wilson (Richard Haydn) con tanto di madre (Una O'Connor) che si esprime soltanto con colpi di tosse; dall'altezzosa baronessina Betty Cream (Helen Walker), il prototipo della ragazza che "se la tira", al suo spasimante Andrew (Peter Lawford), ossessionato dai venti di guerra e convinto a torto che Belinski sia un attivista antinazista e un perseguitato politico. Bravissimi i due interpreti principali e meraviglioso il finale, senza parole, ambientato a New York davanti alla vetrina di una libreria.

17 febbraio 2009

Vogliamo vivere! (Ernst Lubitsch, 1942)

Vogliamo vivere! (To be or not to be)
di Ernst Lubitsch – USA 1942
con Carole Lombard, Jack Benny
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa, in originale con sottotitoli.

A Varsavia, nel 1939, una compagnia teatrale vorrebbe mettere in scena una commedia che si prende gioco di Hitler e dei nazisti (mitico l'incipit, con un bambino interrogato per sondare le opinioni politiche del padre). Quando però i tedeschi invadono la Polonia, la troupe è costretta a ripiegare sul più "innocuo" Amleto. Il primo attore, il vanesio Josef Tura, ignora che l'attacco del suo monologo, "Essere o non essere", funge da parola d'ordine per gli incontri amorosi di sua moglie Maria con un giovane aviatore polacco: ma lo ignorano anche i nazisti, che credono che Maria sia una spia della resistenza, e la coinvolgono così – con tutta la troupe – negli intrighi e nelle vicende della guerra. Per fortuna uno degli attori assomiglia incredibilmente a Hitler, mandando in confusione lo spietato comandante della Gestapo che governa col pugno di ferro la capitale polacca. Come già aveva fatto Chaplin ne "Il grande dittatore", Lubitsch sceglie l'ironia e la satira per affrontare argomenti allora d'attualità, facendosi beffe del nazismo e del Führer (celebre la battuta di un ufficiale tedesco: "Josef Tura? Fa a Shakespeare quello che noi facciamo alla Polonia"). Il pubblico allora non gradì, ma rivisto oggi – nonostante alcuni passaggi un po' propagandistici e la presenza, all'inizio, di un'inutile voce fuori campo – il film si conferma una farsa divertentissima, ricca di equivoci e travestimenti (in fondo i protagonisti sono attori) e con ritmo e dialoghi da antologia, che fonde temi classici per il regista (come l'infedeltà coniugale) con argomenti che in quegli anni non potevano non stargli a cuore (Lubitsch era di origine ebrea ed esule proprio dalla Germania). Mel Brooks ne ha fatto un remake ("Essere o non essere") nel 1983. La bella Carole Lombard scomparve in un incidente aereo poco prima dell'uscita del film.

16 febbraio 2009

Non vorrei essere un uomo (E. Lubitsch, 1918)

Non vorrei essere un uomo (Ich möchte kein Mann sein)
di Ernst Lubitsch – Germania 1918
con Ossi Oswalda, Kurt Götz
**1/2

Visto in divx.

Commedia degli equivoci svagata, audace e impertinente, con la quale Lubitsch – come suo solito – si fa beffe di convenzioni e morale. La scatenata Ossi Oswalda (sempre lei!) è una ragazza di buona famiglia che vorrebbe bere, fumare, giocare a poker con gli amici e uscire la sera a divertirsi, tutte cose che le vengono proibite dalla sua governante e da un severo istitutore. Decide così di travestirsi da uomo per potersi prendere quelle libertà che alle ragazze non sono concesse: si reca in un negozio di abiti e si fa confezionare giacca, pantaloni e cilindro (naturalmente i sarti fanno la fila per prenderle le misure) per poi acconciarsi i capelli come un ragazzo. Ma ben presto scoprirà che anche gli uomini non conducono affatto una vita facile. Nella sala da ballo in cui si è reca, inoltre, incontra proprio il suo istitutore, alle prese con donne, sigari e alcool! Naturalmente ne diventa "amico" e si ubriaca insieme a lui: e i due si concedono persino un bacio en travesti! Se alla fine le cose tornano nell'alveo della normalità (con Ossi che pronuncia la battuta del titolo), il rapporto fra i personaggi è comunque cambiato per sempre. Da vedere: un perfetto esempio di come Lubitsch sapesse essere dirompente sin dai suoi esordi.

Quando ero morto (E. Lubitsch, 1916)

Quando ero morto, aka Un morto ritorna
(Als ich tot war, aka Wo ist mein Schatz?)
di Ernst Lubitsch – Germania 1916
con Ernst Lubitsch, Lanchen Voss
**

Rivisto in VHS, con Marisa.

Maltrattato dalla suocera, che convince addirittura la figlia a chiedere il divorzio, un uomo è costretto ad andare via da casa. Finge allora di suicidarsi e si traveste da domestico, riuscendo a farsi assumere in casa sua per stare vicino alla moglie, scacciarne un pretendente e chiudere infine i conti con la suocera. Se non fosse per il mancato cambio di sesso, sembrerebbe quasi una versione ante litteram di "Mrs. Doubtfire". Non è però fra le cose migliori del regista (che all'epoca recitava ancora in prima persona): le gag sono stiracchiate e poco divertenti, la satira sociale è al livello di una barzelletta. Ritenuto a lungo perduto, il mediometraggio è stato ritrovato solo negli anni novanta, in una copia priva parzialmente del finale.

31 gennaio 2009

Un'ora d'amore (Ernst Lubitsch, 1932)

Un'ora d'amore (One hour with you)
di Ernst Lubitsch – USA 1932
con Maurice Chevalier, Jeanette MacDonald
***1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Remake sonoro del muto "Matrimonio in quattro" (realizzato da lui stesso nel 1924), questa splendida commedia musicale è un esempio perfetto del cosiddetto "tocco di Lubitsch", capace di infondere vivacità e malizia a un soggetto piuttosto semplice (una storia di seduzioni, tentazioni e tradimenti incrociati) senza mai perdere di vista leggerezza e ironia, e dimostrando ancora (come in "Mancia competente") di padroneggiare alla perfezione dialoghi e musica a pochissimi anni di distanza dalla nascita del sonoro. I coniugi parigini Andre e Colette Bertier sono fedeli e innamoratissimi, ma il loro rapporto è messo a dura prova dagli intrighi della rubacuori Mitzi, miglior amica di lei e intenzionata a sedurre lui. In occasione di una sontuosa cena da loro organizzata, entrambi i coniugi cedono alla tentazione della corte di un elemento "perturbatore": ma alla fine il loro idillio ne uscirà più forte che mai. Anziché mettere alla berlina l'istituzione del matrimonio, Lubitsch la esalta preferendo scatenarsi contro l'ingombrante apparato di sentimenti e di consuetudini "morali" che questa si porta appresso, dalla fedeltà alla gelosia. Tutti, in fondo, non vogliono altro che "un'ora d'amore". Chevalier e la MacDonald (la stessa coppia di "Amami stanotte" di Mamoulian e di tanti altri film di Lubitsch di quel periodo) sono perfetti nei rispettivi ruoli: lui si rivolge direttamente al pubblico, guardando in macchina e chiedendo consiglio, conforto o complicità, mentre lei appare radiosa e sexy come non mai. Dai dialoghi pieni di doppi sensi e ammiccamenti (spesso a sfondo sessuale) alle canzoni perfettamente inserite nel contesto (al punto che talvolta non c'è nemmeno bisogno dell'accompagnamento musicale: i personaggi parlano in rima e in metrica anche quando non cantano), dai formidabili "assoli" di Chevalier (su tutti l'incredibile "Ohh... that Mitzi!" con cui rivela di essere affascinato dalla sfrontatezza dell'amica seduttrice) alla gag ripetuta dei bigliettini segnaposto scambiati, dai vivaci confronti fra Andre e il marito di Mitzi (la fiera delle allusioni e degli eufemismi) alla spudorata scena della finta visita medica ("Three times a day"), viene quasi l'impressione che il codice Hays sia stato introdotto (un paio d'anni dopo) come legge ad personam, per mettere un freno alle arditezze di Lubitsch! Inutile dire che oggi tutte queste finezze maliziose nei dialoghi, nelle canzoni, nelle immagini e nelle inquadrature risultano innocue e anzi deliziose, tipiche di un mondo d'altri tempi dove bastava un cravattino slacciato per far sospettare un uomo di adulterio. Molte le battute memorabili ("In Svizzera c'è una legge molto curiosa: se un uomo uccide la propria moglie, finisce in carcere", "Hai il diritto di sbagliare. Sei una donna. E le donne sono nate per sbagliare", "Madame, penserà che sono un vigliacco... ma lo sono!"). Una curiosità: George Cukor è accreditato come assistente alla regia. Sul Mereghetti si legge che inizialmente il film avrebbe dovuto essere diretto interamente dal giovane allievo e che Lubitsch, insoddisfatto del suo lavoro, sia intervenuto prendendo personalmente in mano le redini della pellicola.

20 gennaio 2009

La principessa delle ostriche (E. Lubitsch, 1919)

La principessa delle ostriche (Die Austernprinzessin)
di Ernst Lubitsch – Germania 1919
con Ossi Oswalda, Victor Jansen
***1/2

Visto in DVD, con Marisa, Monica e Roberto.

Dopo aver letto sul giornale che la figlia del "re del lucido da scarpe" ha sposato un conte, anche la capricciosa rampolla di Mister Quaker, ricchissimo magnate americano soprannominato "il re delle ostriche", esige che il padre le procuri un marito di tutto rispetto. E poiché "è ben noto che il lucido da scarpe vale meno delle ostriche", la giovane Ossi non intende accontentarsi di meno che di un principe. Il prescelto, lo spiantato nobile europeo Nucki, preferisce mandare però in avascoperta il suo amico e segretario Josef, che naturalmente viene scambiato per il suo padrone e si gode il lauto banchetto di nozze. Già stufa del suo sposo dopo poche ore di matrimonio, la mattina dopo la bizzosa Ossi si invaghisce del vero Nucki che, ubriaco, è stato portato al circolo delle figlie dei miliardari contro l'alcolismo. Per fortuna i due giovani scopriranno di essere già sposati, visto che Josef aveva contratto il matrimonio usando il nome del padrone. Mediometraggio assurdo e "indiavolato", nello stile di un'operetta, che prende di mira i comportamenti eccentrici ed eccessivi dei ricchi americani, aiutato dalle maestose scenografie e da scene di massa con un numero incredibile di comparse. Come sottolinea Vieri Razzini nel suo commento (presente sul dvd), l'America viene ritratta come il regno dell'abbondanza e del superfluo, dove tutto è in numero straripante e ogni capriccio va esaudito. Il palazzo del re delle ostriche è un vero e proprio labirinto, dove bisogna addentrarsi con tanto di mappa. Durante il pranzo di nozze, camerieri e servi sembrano moltiplicarsi. Josef, lasciato attendere nella sala d'aspetto, non può far altro che seguire con i propri passi i disegni geometrici sul pavimento. Le geometrie ritornano anche all'esterno, come nella bella scena in cui Nucki "deposita" i suoi compagni di bevute sulle panchine del parco. Divertente e satirica anche la sequenza in cui le figlie dei miliardari si giocano, in un incontro collettivo di pugilato, il diritto di occuparsi dell'alcolizzato più bello, ovvero del principe Nucki. Mister Quaker, che – forte della propria ricchezza – per l'intera pellicola resta impassibile di fronte ai capricci della figlia o agli avvenimenti a essi legati, nel finale mostra finalmente la propria soddisfazione di fronte all'amore di Ossi per il principe: segno che, proprio come il barone Chanterelle de "La bambola di carne", quello a cui più tiene è la perpetuazione della propria stirpe.

19 gennaio 2009

La bambola di carne (E. Lubitsch, 1919)

La bambola di carne (Die Puppe)
di Ernst Lubitsch – Germania 1919
con Hermann Thimig, Ossi Oswalda
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Monica e Roberto.

Il vecchio barone Chanterelle vorrebbe che il misogino nipote Lancillotto convolasse a nozze per lasciargli un erede, ma costui fugge dalle quaranta (!) pretendenti che lo inseguono e si rifugia in un monastero. Qui, d'accordo con i frati, decide di sposare per finta una bambola meccanica per accontentare lo zio. Si reca così da Hilarius, geniale costruttore di robot dalle fattezze femminili, ma la bambola prescelta viene danneggiata per errore dal giovane e pestifero assistente dell'inventore, e il suo posto – all'insaputa di tutti – viene preso da Ossi, figlia "in carne e ossa" di Hilarius. La ragazza farà del suo meglio per comportarsi come un automa, ma alla fine l'amore trionferà. Meraviglioso esempio di espressionismo comico, fra suggestioni tardoromantiche (come non riconoscere i riferimenti a "Coppelia" e ovviamente ai racconti di E.T.A. Hoffmann?) e ardite fusioni fra cinema e teatro, dove il regista si presenta all'inizio come un magico burattinaio che tira fuori da una scatola le quinte e i personaggi stessi per disporli davanti allo spettatore. Oltre a rappresentare un esempio di comicità del periodo muto ben diversa da quella delle produzioni americane, la pellicola si svolge in un mondo fittizio dove le scenografie sono dichiaratamente disegnate o dipinte (persino il sole e la luna hanno un volto, come nei film di Georges Méliès), bidimensionali e stilizzate. Non mancano aspetti di satira sociale (i frati gaudenti, gli avidi parenti del barone) e metafore linguistico-narrative che si concretizzano nella finzione scenica (i capelli di Hilarius che diventano bianchi, il cuore di Lancillotto che gli scende nei pantaloni). Fra i momenti di maggior comicità ci sono i numerosi inseguimenti (quello delle ragazze a Lancillotto, quello di Hilarius al suo apprendista) e soprattutto la mimica di Ossi Oswalda nei panni della bambola-burattino, quasi anticipatrice di Totò, capace di improvvise reazioni inaspettate e protagonista di gag (come quella in cui la ragazza, che sta mangiando, torna a "congelarsi" in una posa immobile ogni volta che Lancillotto gira lo sguardo verso di lei) che in seguito, nella storia del cinema, si rivedranno mille altre volte.

7 gennaio 2009

Partita a quattro (E. Lubitsch, 1933)

Partita a quattro (Design for living)
di Ernst Lubitsch – USA 1933
con Miriam Hopkins, Gary Cooper, Fredric March
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Visto in DVD, con Giovanni.

Quando due artisti americani che vivono da bohemien a Parigi (il pittore Gary Cooper e il drammaturgo Fredric March) incontrano in treno la spigliata Gilda (Miriam Hopkins, che per Lubitsch aveva già interpretato "Mancia competente"), se ne innamorano immediatamente. E la gelosia incrociata rischia di mettere a repentaglio la loro lunga amicizia. La ragazza, indecisa su quale dei due uomini scegliere, propone allora un ménage a tre (ma "senza sesso", almeno nelle intenzioni) e si dà anche da fare per lanciarli verso il successo nelle rispettive carriere.
Solo un paio d'anni più tardi, con l'entrata in vigore del codice Hays di autocensura, girare un film così sarebbe stato assolutamente impossibile, tanto è anticonformista, spregiudicato e trasgressivo nel mettere in scena la libertà di amare e l'elogio della convivenza al di fuori delle regole sociali. La scoppiettante sceneggiatura di Ben Hecht contiene alcuni passaggi che persino oggi sembrano al limite della decenza, mentre la regia di Lubitsch è come sempre moderna e al servizio della storia e dei personaggi. La biondissima Hopkins appare radiosa e pimpante, mentre Cooper e March recitano quasi all'unisono i ruoli degli amici innamorati. Il quarto personaggio suggerito dal titolo italiano (che, forse per "ammorbidire" i toni, tradisce un po' lo spirito dell'originale) è il tutore – e poi sposo – di Miriam, l'ottuso pubblicitario Max, interpretato dal solito brillante Edward Everett Horton.

7 dicembre 2008

L'ottava moglie di Barbablù (E. Lubitsch, 1938)

L'ottava moglie di Barbablù (Bluebeard's eighth wife)
di Ernst Lubitsch – USA 1938
con Gary Cooper, Claudette Colbert
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Il ricchissimo magnate americano Brandon incontra a Nizza la graziosa Nicole, figlia di un nobile decaduto, e se ne innamora immediatamente. Ma il giorno stesso delle nozze, la ragazza scopre che lui ha già avuto sette mogli e che ha divorziato da tutte entro pochi mesi. Fa allora inserire nel contratto di nozze una clausola che le farà guadagnare un cospicuo vitalizio in caso di un nuovo divorzio e comincia a rendergli la vita difficile in ogni modo per spingerlo a rompere il matrimonio... Movimentata commedia sulla guerra dei sessi e sul dualismo fra interessi e sentimenti, sceneggiata da Charles Brackett e Billy Wilder con dialoghi veloci e scoppiettanti: in molte cose sembra in effetti una pellicola quasi più wilderiana che lubitschiana (anche se naturalmente proprio Lubitsch è stato il maestro e il faro illuminante di Wilder). Fra gag-tormentoni basate su frasi, oggetti o situazioni che sembrano spuntare da contesti assurdi (come il pigiama a righe che fa incontrare i due protagonisti, la vasca da bagno di Luixi XIV che il padre di Nicole vuol vendere a Brandon, la parola "Cecoslovacchia" da compitare all'indietro per addormentarsi), l'utilizzo della musica come commento sonoro ai movimenti dei personaggi, o il gioco di gelosie e di ripicche che i due coniugi mettono in atto l'uno nei confronti dell'altro, la storia si dipana in maniera a tratti sorprendente. L'unica cosa che non mi ha convinto sono stati i due attori protagonisti: non ho mai trovato Cooper particolarmente adatto ai ruoli comici, mentre la Colbert mi è un po' antipatica. Nel cast ci sono anche Edward Everett Horton (il marchese de Loiselle, padre di Nicole) e un giovane David Niven (amico e spasimante di Nicole, nonché impiegato di Brandon, in un ruolo alla Charles Ruggles). Proprio all'inizio c'è una delle gag migliori: un cartello nella vetrina di un negozio di Nizza recita "Si parla l'inglese, si capisce l'americano".

5 settembre 2007

Se avessi un milione (E. Lubitsch et al., 1932)

Se avessi un milione (If I had a million)
di Ernst Lubitsch, Norman Taurog, Stephen Roberts, Norman McLeod, James Cruze, William A. Seiter, H. Bruce Humberstone – USA 1932
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Visto in DVD, con Albertino.

Nel 1932, lo stesso anno di "Mancia competente", Lubitsch venne incaricato dalla Paramount di scrivere, dirigere e coordinare quello che molti critici ritengono il primo film a episodi della cinematografia americana. Con l'aiuto di altri sceneggiatori (fra cui Joseph L. Mankiewicz) e registi, cui affidò gran parte dei segmenti, nacque così questo divertente e gradevole film che sfrutta molte delle star comiche della casa di produzione. La trama ha come protagonista un miliardario in fin di vita (uno straordinario Richard Bennett) che, per non lasciare la propria fortuna agli odiati parenti, decide di donare un milione di dollari ciascuno a otto persone scelte a caso dell'indirizzario della città. Gli episodi che seguono raccontano le loro reazioni e il modo in cui investono il denaro improvvisamente piovuto dal cielo, spaziando dal comico al grottesco, dal tragico al brillante: un commesso di un negozio di porcellane (Charlie Ruggles) si sfoga distruggendo tutta la merce in esposizione; una prostituta (Wynne Gibson) si concede una notte da sola in un albergo di lusso; un falsario (George Raft) non riesce a riscuotere l'assegno perché tutti credono che sia contraffatto; un'anziana coppia di amanti (Alison Skipworth e W.C. Fields) si dedica a una comica caccia in auto ai pirati della strada; un condannato a morte (Gene Raymond) viene giustiziato pochi secondi dopo aver ricevuto il denaro; un umile impiegato di una grande azienda (Charles Laughton) si reca dal direttore per fargli una pernacchia; un soldato (Gary Cooper) crede che si tratti di uno scherzo e cede l'assegno in cambio di dieci dollari; una vecchietta ospite di una casa di riposo (May Robson) si vendica della tirannica direttrice e trasforma l'ospizio in un club esclusivo per sé e le sue compagne. L'episodio più celebre e memorabile (nonché l'unico sicuramente diretto da Lubitsch) è quello con Laughton, ma fra i più belli c'è anche quello della prostituta (con alcuni tocchi inconfondibilmente lubitschiani, come la scena in cui lei toglie il secondo cuscino dal letto), mentre il meno riuscito è forse quello con Gary Cooper. Alcune gag sono molto raffinate (Ruggles con il coniglio al guinzaglio), altre sembrano anticipare la commedia all'italiana (la pernacchia). In Italia venne eliminata completamente la sequenza più tragica, quella del condannato alla sedia elettrica, e furono tagliati alcuni dialoghi in cui le vecchiette all'ospizio parlavano della morte. In ogni caso, stupefacente la libertà di temi e di stili che Lubitsch e i suoi collaboratori potevano permettersi all'epoca, prima del codice Hays, anche all'interno di un film "leggero". Gli effetti della Grande Depressione erano ancora ben radicati nella società, e il film metteva in scena tutti i sogni e le speranze di riscatto delle persone comuni, così come le beffe del destino. Buffa la traduzione italiana d'epoca, con perle come "apple pie" tradotto con "pizza".

1 febbraio 2007

Ninotchka (Ernst Lubitsch, 1939)

Ninotchka (id.)
di Ernst Lubitsch – USA 1939
con Greta Garbo, Melvyn Douglas
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Ninotchka, austera e severissima ispettrice russa, viene inviata a Parigi per controllare l'operato di tre agenti incaricati di vendere i gioielli confiscati a una contessa. Si innamorerà proprio del frivolo aristocratico che tutela i diritti della nobildonna e si lascerà affascinare dallo stile di vita parigino. Come commedia romantica il film funziona benissimo, e non poteva essere altrimenti visto che il Lubitsch's touch è al servizio di una sceneggiatura realizzata in parte nientemeno che da Billy Wilder. Putroppo la pellicola è un po' appesantita da una satira politica (in chiave antibolscevica) fin troppo facile e superficiale, benché all'acqua di rose. È evidente che agli sceneggiatori (e a Lubitsch stesso) l'aspetto ideologico non stesse tanto a cuore e che badassero più al lato romantico della vicenda, eppure il tema politico non può essere ignorato ed è presente, anzi onnipresente, in tutto il film. Va comunque detto che non tutti gli strali sono scagliati contro la Russia dei soviet: il personaggio della contessa nostalgica, esule russa a Parigi, non è che ne esca nel migliore dei modi. E le simpatie maggiori sono riservate al conte di cui si innamora Ninotchka: ricco, gaudente, nullafacente, ma simpatico e disposto a godersi la vita, l'unico personaggio in tutto il film per il quale la politica non conta nulla e che per amore di Ninotchka sarebbe disposto ad abbracciare (senza la minima convinzione) qualsiasi ideale. Non mancano comunque scene divertenti anche in chiave politica, come quella in cui i tre agenti russi attendono alla stazione l'arrivo del misterioso inviato e credono di averlo individuato in una persona con una folta barba, rimanendo poi di stucco quando questa li saluta con il braccio teso e gridando "Heil Hitler!".

9 ottobre 2006

Mancia competente (E. Lubitsch, 1932)

Mancia competente (Trouble in Paradise)
di Ernst Lubitsch – USA 1932
con Herbert Marshall, Miriam Hopkins, Kay Francis
***1/2

Rivisto in DVD alla Fogona.

Approfittando del DVD Ermitage, l'ho visto per la prima volta in italiano. E per fortuna traduzione e doppiaggio erano piuttosto buoni. Il film, ovviamente, rimane un capolavoro: lo stesso Lubitsch ebbe a dire che, "quanto a stile" non aveva mai fatto di meglio. "Trouble in paradise" è una commedia sofisticata che ancora oggi risulta modernissima, con dialoghi raffinati, inquadrature allusive, ritmo scoppiettante (con la colonna sonora che fa da adeguato contrappunto alle varie situazioni), personaggi simpatici. Stupisce vedere come a pochissimi anni dall'avvento del sonoro fosse già possibile sfruttarne le caratteristiche in maniera così compiuta e matura. Dopo una prima parte praticamente perfetta, quella ambientata a Venezia dove si introducono i due protagonisti, la storia si sposta a Parigi per seguire il loro tentativo di ingannare una ricca signora dell'alta società, facendosi assumere come suoi collaboratori per poi derubarla. Seguono complicazioni sentimentali. In tempi pre-codice Hays, Lubitsch e i suoi sceneggiatori possono permettersi di giocare con allusioni di ogni genere e con inquadrature maliziose. Anche la scelta di due furfanti come protagonisti (tratteggiati con simpatia e senza "punizione finale") testimonia di una libertà che a Hollywood, in epoca successiva, sarebbe stata impossibile. L'inquadratura iniziale del film (un bidone di rifiuti e una chiatta di spazzatura a pochi passi da un raffinato hotel internazionale a Venezia) introduce immediatamente il tema della dissonanza e dell'imperfezione nel paradiso, dove non tutto è come sembra. La frase d'esordio di Gaston che deve scegliere come cominciare la cena ("Gli inizi sono sempre difficili") sembra quasi pronunciata dal regista stesso, alle prese con l'arduo compito di cominciare un nuovo film.