Visualizzazione post con etichetta Newman. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Newman. Mostra tutti i post

27 giugno 2022

La stangata (George Roy Hill, 1973)

La stangata (The sting)
di George Roy Hill – USA 1973
con Robert Redford, Paul Newman
***

Rivisto in TV (Now Tv).

Nella Chicago del 1936, fra crimine, gioco d'azzardo e l'onda lunga della Grande Depressione, due "artisti della truffa" – il giovane Johnny Hooker (Robert Redford) e il più esperto Henry Gondorff (Paul Newman) – organizzano una complessa "stangata" ai danni del gangster Doyle Lonnegan (Robert Shaw), anche per vendicare un amico comune (Robert Earl Jones) che questi ha fatto ammazzare. Da una sceneggiatura quasi perfetta di David S. Ward, ispirata fra l'altro alle imprese dei "veri" fratelli Fred e Charley Gondorff, forse il più celebrato caper movie (film di truffe) di tutti i tempi, vincitore di sette premi Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, scenografie, costumi, montaggio e colonna sonora, più altre tre nomination). La complessità dell' "imbroglio del telegrafo" che Johnny e Henry mettono in scena (allestendo una finta sala scommesse per le corse dei cavalli, con decine di comparse e di complici, fra i quali quelli interpretati da Ray Walston, Harold Gould, Jack Kehoe) va di pari passo con altri colpi di scena, anche ai danni dello spettatore (vedi il twist sull'identità del misterioso killer che Lonnegan ha sguinzagliato sulle tracce di Johnny, o quello – indimenticabile – nel finale, che conclude degnamente la "stangata"). Da ricordare inoltre la partita a poker sul treno. Le ottime interpretazioni (nel cast anche Eileen Brennan, Dimitra Arliss, Charles Dierkop e Charles Durning nei panni del poliziotto corrotto Snyder) e tanti piccoli dettagli (come l'iconico cenno di complicità, con le dita lungo il naso, che i truffatori si scambiano a distanza) favoriscono la caratterizzazione dei personaggi. Bella anche la ricostruzione d'epoca, accompagnata peraltro da una memorabile colonna sonora (seppur leggermente anacronistica) a base di ragtime di Scott Joplin, fra cui il celeberrimo "The entertainer" che ritrovò così una nuova e inattesa popolarità. Efficaci ma anacronistici anche i tanti rimandi al cinema muto, come i cartelli dipinti che intervallano le varie sezioni della pellicola, e le iridi circolari usate nelle transizioni da scena a scena, o per sottolineare determinati particolari dell'inquadratura. A ben pensarci, anche la colonna sonora richiama la spigliatezza e la leggerezza di certe comiche del periodo muto: in altri momenti, comunque, il film non si risparmia una certa tensione, che sfocia in autentica suspense. Alcune critiche che lo accusano di essere un po' monotono e meccanico, comunque, non sono del tutto campate in aria. George Roy Hill aveva già diretto la coppia Redford/Newman quattro anni prima nel western "Butch Cassidy".

17 aprile 2019

Buffalo Bill e gli indiani (R. Altman, 1976)

Buffalo Bill e gli indiani, ovvero: La lezione di storia di Toro Seduto (Buffalo Bill and the Indians, or Sitting Bull's History Lesson)
di Robert Altman – USA 1976
con Paul Newman, Geraldine Chaplin
***

Visto in TV.

Buffalo Bill, al secolo William F. Cody (Paul Newman), il cui mito di eroe della frontiera americana è dovuto ai romanzi d'avventura dello scrittore Ned Buntline (Burt Lancaster), ingaggia come guest star per gli spettacoli del suo circo itinerante nientemeno che il feroce capo indiano Toro Seduto (Frank Kaquitts), da poco sconfitto. Questi accetta di prestarsi a tali pagliacciate – che ricostruiscono le guerre indiane, fra comparse acrobatiche e bande musicali, a beneficio di un pubblico pagante – soltanto per raccontare i massacri perpetrati dai bianchi e per guadagnare migliori condizioni di vita per il suo popolo rinchiuso nelle riserve. L'incontro con la silenziosa dignità del pellerossa porterà Cody a confrontarsi con sé stesso, con la propria immagine di eroe fasulla e creata a beneficio dello show business (come la falsa capigliatura che sfoggia in testa: significativa la frase di Buntline al momento di accomiatarsi da lui: "Buffalo Bill, lieto di averti inventato") e con i propri fantasmi. Ispirandosi alla commedia teatrale "Indians" di Arthur Kopit (riscritta dal regista insieme ad Alan Rudolph), Altman demistifica e smaschera il mito dell'eroismo e del selvaggio west attraverso la figura della "stella" vanitosa di uno spettacolo fatto soltanto di finzione e pantomime. Non contento, il regista destruttura la narrazione (come aveva già fatto con "MASH") per dare vita a un film corale dalla struttura episodica e caotica, dove le tante figure storiche (tutte realmente esistite) appaiono nella loro completa e umana fragilità, rendendo ancora più netto il contrasto con l'orgoglio e la dirittura morale dei pellerossa sconfitti ma non piegati (ben diversi dai selvaggi sanguinosi raccontati dalla mitologia del tempo). Geraldine Chaplin è una Annie Oakley nevrotica, John Considine un pavido Frank Butler, Harvey Keitel è il nipote di Buffalo Bill che vive nel mito dello zio, Will Sampson il gigantesco interprete di Toro Seduto. Nel cast anche Joel Grey, Kevin McCarthy, Pat McCormick e Shelley Duvall. Il film vinse l'Orso d'Oro a Berlino ma fu male accolto dal pubblico americano in un anno in cui gli Stati Uniti festeggiavano il loro bicentenario e non erano pronti a mettere in discussione alcuni dei loro miti fondanti. I titoli di testa non presentano i nomi dei personaggi, ma il loro ruolo nella storia ("L'impresario", "La stella", ecc.). L'edizione italiana dura quasi mezz'ora in meno rispetto a quella originale.

7 novembre 2018

Era mio padre (Sam Mendes, 2002)

Era mio padre (Road to Perdition)
di Sam Mendes – USA 2002
con Tom Hanks, Paul Newman
**1/2

Rivisto in TV.

Il dodicenne Michael (Tyler Hoechlin) scopre l'esistenza del male la notte in cui vede suo padre Mike (Tom Hanks) uccidere qualcuno per conto del vecchio boss della "mala" irlandese John Rooney (Paul Newman). Scaricato da questi (di cui era il braccio destro) a causa degli intrighi del suo rampollo Connor (Daniel Craig), Mike è costretto a darsi alla fuga insieme al figlio, cercando al contempo di trovare un modo per vendicare il resto della propria famiglia (la moglie Annie e l'altro figlio Peter), sterminata dallo stesso Connor. Da un romanzo a fumetti di Max Allan Collins (ispirato a sua volta al manga "Lone Wolf and Cub"), un thriller gangsteristico on the road ambientato all'epoca del proibizionismo (siamo nel 1931) che riflette sul tema della violenza e, soprattutto, sul rapporto fra padri e figli (cosa che il titolo italiano si premura di portare in primo piano: quello originale era un gioco di parole sul nome della cittadina – fittizia – che i due fuggitivi cercano di raggiungere). Oltre al rapporto fra Mike e il figlio Michael, che fa da guida e collante all'intera vicenda (narrata in prima persona proprio dal bambino, che cerca di comprendere la vera natura di un padre che ha sempre idealizzato), ci sono infatti quelli di Rooney rispettivamente con Mike, il figlio adottivo ma fedele, e Connor, il figlio vero ma sleale. Il progetto del film era inizialmente di Steven Spielberg, il che spiega come la storia sia stata in parte annacquata rispetto al fumetto originale, soprattutto nella rappresentazione delle scene di violenza, quasi sempre tenute fuori campo (Collins aveva invece immaginato una pellicola in stile John Woo). La regia di Mendes, al secondo lavoro dopo "American beauty", è elegante e patinata (molto bella, per esempio, la silenziosa resa dei conti finale sotto la pioggia), e può contare sulla fotografia d'atmosfera di Conrad L. Hall, ma appare a tratti un po' scolastica e didascalica. Proprio come la sceneggiatura, che semplifica le emozioni più del dovuto: a rimetterci è la tensione, mai oltre il livello di guardia. Il personaggio del vecchio Rooney è ispirato a un vero gangster degli anni '20, John Looney. Gli ottimi Hanks e Newman guidano un ricco cast in cui figurano anche Jude Law (il sicario che è anche fotografo di scene di omicidio), Stanley Tucci (Nitti, l'uomo di Al Capone) e Jennifer Jason Leigh (la moglie di Mike). Cameo per Mendes come uno dei "gorilla" di Rooney.

6 aprile 2017

L'uomo dai 7 capestri (John Huston, 1972)

L'uomo dai 7 capestri (The life and times of Judge Roy Bean)
di John Huston – USA 1972
con Paul Newman, Jacqueline Bisset
**1/2

Visto in TV.

Insieme a "L'uomo del west" (1940) di William Wyler, è il film più famoso sulla figura del giudice Roy Bean, ex bandito autoproclamatosi difensore della legge "a ovest del Pecos" (ovvero nelle terre del Texas dove la civiltà non era ancora arrivata). Bean amministrava la giustizia con il pugno di ferro, a proprio arbitrio e in totale autonomia, dal suo saloon "La bella Lily" (così chiamato in onore di Lily Langtry, attrice di teatro di cui era un fervente ammiratore). Uomo dai modi burberi e spicci (e dall'impiccagione facile), di lui si dice che "strappò la terra al demonio civilizzandola con una corda e una pistola". A differenza del film di Wyler, però, qui i toni sono del tutto fantasiosi, scanzonati e ironici. E a dire il vero, da questo punto di vista la pellicola è un po' un pastrocchio, sempre indecisa sul registro da prendere (lo sceneggiatore John Milius, che l'aveva pensata come un omaggio epico a una figura leggendaria del west, ossessionato dalla giustizia e dal progresso ma a suo modo visionario e incorruttibile, si lamentò per come il regista l'avesse "rovinata", trasformando il personaggio in una macchietta comica e svagata e il film stesso in un cartoon): si passa da sequenze violente e polverose (la sparatoria nell'incipit, in cui Bean esce dal deserto e giunge nel bordello di Vinegaroon, i cui abitanti cercano di rapinarlo e faranno una brutta fine) ad altre che rompono il "quarto muro" (diversi personaggi si rivolgono direttamente allo spettatore, anche subito prima di sparire dalla storia), da sezioni grottesche o surreali (il duello con Bad Bob l'albino, tutte le scene con "l'orso da guardia") all'elogio della convivialità (le partite a poker e le bevute sono per Roy e i suoi uomini dei riti da prendere assolutamente sul serio). E si conclude su toni crepuscolari e malinconici, quando Bean, dopo essersi inoltrato nel deserto ed essere così sparito dalla storia del west, vi fa ritorno nel 1919 sotto forma di leggenda (nella realtà il giudice morì nel 1903) per aiutare la figlia Rose (Bisset) a scacciare coloro che vorrebbero toglierle il saloon in cerca di petrolio (dimostrando così che i moderni farabutti, pur spalleggiati dalla legge, sono infinitamente peggiori dei banditi di un tempo). Un controfinale, ambientato dopo la morte del giudice, mostra finalmente l'attrice Lily (interpretata da Ava Gardner) giungere a visitare il saloon a lei dedicato, trasformato ormai in un museo. Anche se a tratti ci si diverte (l'approccio leggero ricorda "La ballata di Cable Hogue"), il film soffre alquanto per via della mancanza di focus e per un'ambientazione storica del tutto vaga. Ottimo Newman. Victoria Principal, al debutto sullo schermo, è Maria Elena, la donna di Roy. Anthony Perkins è il reverendo LaSalle, Ned Beatty il barista Tector. Huston in persona fa un cameo nei panni del trapper di montagna John "Grizzly" Adams, anche lui un personaggio realmente esistito.

20 febbraio 2016

Quintet (Robert Altman, 1979)

Quintet (id.)
di Robert Altman – USA 1979
con Paul Newman, Vittorio Gassman
**1/2

Rivisto in divx.

In un lontano futuro, con la Terra ricoperta dai ghiacci e la popolazione ormai sterile e ridotta ai minimi termini, un cacciatore di foche, Essex (Paul Newman), torna nella città che aveva abbandonato dodici anni prima. Qui trova uno scenario desolante, con i cani che divorano i cadaveri nelle strade, le vestigia della civiltà imprigionate fra i ghiacci e le strade decorate da sbiadite gigantografie del passato. L'unica attività rimasta è il Quintet, una sorta di gioco da tavolo che, con le sue cinque fasi, simboleggia la vita stessa, e le cui regole all'interno della pellicola sono appena accennate: a una prima parte ad "eliminazione" fra cinque giocatori, ne segue una seconda dove un sesto è pronto a sfidare il superstite. Quando suo fratello rimane ucciso in un'esplosione, a causa della quale muore anche la sua giovane compagna (incinta!), Essex scopre che in città è in corso un torneo "clandestino" di Quintet dove i giocatori, per primeggiare, devono realmente uccidersi fra loro. Per indagare si sostituisce a uno di essi, assumendone l'identità ed entrando a far parte di un meccanismo pericoloso, costeggiato di alleanze, tradimenti, spietatezze e paranoie... Insolita pellicola di fantascienza post-apocalittica, vagamente ispirata a "La settima vittima" di Sheckley, un unicum nella carriera di Robert Altman che non ebbe alcun successo al botteghino o presso la critica ma che meriterebbe almeno in parte di essere rivalutato – nonostante caratteristiche indubbiamente poco accattivanti (il ritmo quasi soporifero, un messaggio cinico e pessimista) – se non altro per l'aspetto estetico e formale e per il notevole cast internazionale, che oltre a Newman comprende Vittorio Gassman (il giocatore/predicatore Saint Christopher), la bergmaniana Bibi Andersson, il buñueliano Fernando Rey (l'arbitro del gioco), la francese Brigitte Fossey e la danese Nina van Pallandt. Evidente l'intento di ammiccare ai fan del cinema d'autore, come testimonia, oltre al cast, anche il sottotesto filosofico o allegorico della vicenda: si potrebbe paragonare a "Il settimo sigillo", con il Quintet che sostituisce gli scacchi e il giudice-demiurgo interpretato da Rey al posto della Morte. Purtroppo la pellicola soffre anche per una certa pretenziosità (vedi anche la bislacca idea di sfumare i bordi dell'inquadatura, come se sulla macchina da presa fosse applicata una lente o un filtro, per contribuire al senso di torpore e di disperazione che avvolge gli abitanti di un mondo che sta per morire) e per una narrazione un po' prevedibile (che sia in atto una partita di Quintet "dal vivo" è evidente allo spettatore quasi da subito, mentre Essex lo scopre solo alla fine). Interessanti i costumi, che nella loro pesantezza mostrano foggie medievali o rinascimentali, come a sottolineare la regressione della civiltà in seguito all'era glaciale (testimoniata anche dal poco che resta, spesso travisato, del mondo precedente: dai sistemi computerizzati ai riti religiosi). La colonna sonora, ricca di percussioni e di sonorità aspre, è di Tom Pierson.

24 marzo 2011

La gatta sul tetto che scotta (R. Brooks, 1958)

La gatta sul tetto che scotta (Cat on a hot tin roof)
di Richard Brooks – USA 1958
con Elizabeth Taylor, Paul Newman
***

Rivisto in DVD.

Per ricordare Liz Taylor, scomparsa ieri all'età di 79 anni, ho rivisto uno dei suoi film più famosi, tratto da un dramma teatrale di Tennessee Williams (un autore al quale l'attrice è particolarmente legata, avendo recitato in altri adattamenti cinematografici di suoi lavori: "Improvvisamente l'estate scorsa", "La scogliera dei desideri" e un tv movie da "La dolce ala della giovinezza"). In una ricca tenuta del profondo Sud, l'intera famiglia si raduna per celebrare il compleanno del vecchio patriarca (Burl Ives), appena uscito da una clinica e condannato – a sua insaputa – da un male incurabile. Mentre il figlio maggiore Gooper (Jack Carson), con l'intrigante moglie Mae (Madeleine Sherwood) e cinque insopportabili bambini, si preoccupa soltanto dell'eredità, il figlio minore Brick (Paul Newman), ex campione di football, si dedica all'alcolismo, sconvolto dai sensi di colpa per la tragica morte dell'amico Skipper, di cui attribuisce la responsabilità un po' a sé stesso e un po' alla moglie Maggie (Liz Taylor). La tensione fra i due coniugi, che dopo tre anni di matrimonio non hanno ancora avuto figli, è palpabile ("Io non vivo con te, condivido solo la stessa cella!", grida Maggie al marito), così come quella fra gli altri membri della famiglia. In un clima di avidità, menzogne, solitudini e ipocrisie, tutti i nodi verranno a galla nel giro di poche ore e nel corso di una "catarsi collettiva", dopo un temporale notturno e una discussione in una cantina ricolma di inutili oggetti acquistati nel corso degli anni come surrogati d'amore (e che ricorda il vasto magazzino di Kane in "Quarto potere"). Evidente l'origine teatrale: la pellicola è dominata da lunghe scene di dialogo fra i personaggi (notevoli gli "scontri" fra Brick e Maggie e fra Brick e il padre), figure aspre e antipatiche che solo nel finale troveranno un nuovo equilibrio dopo aver finalmente accettato verità e responsabilità. Lo scostante Brick, in fuga dalla vita, cerca nell'alcool quel sostegno che rifiuta dalla moglie: si tratta di una stampella virtuale, ad affiancare quella reale che lo sorregge dopo essersi rotto la caviglia. Maggie, indurita (ma solo fino a un certo punto) dalle difficoltà della vita, si sente "come un gatto su un tetto di lamiera rovente" ma cerca comunque di riconquistare in ogni modo l'amore del marito. La presenza ingombrante di Skipper, personaggio che ritorna spesso nei dialoghi e che, nonostante sia morto, si frappone fra i due, ricorda quella del figlio/marito in "Improvvisamente l'estate scorsa". Rispetto al dramma originale, nel film è stato eliminato ogni riferimento a una possibile relazione omosessuale fra Brick e l'amico (e l'annacquamento non fece piacere né a Tennessee Williams né a George Cukor, che avrebbe dovuto inizialmente dirigere la pellicola e che si tirò indietro proprio per questo motivo), mentre rimangono quelli all'impotenza del ragazzo. Nel cast, una menzione particolare per la prova di Burl Ives nei panni del dispotico padre-padrone.

8 ottobre 2008

Il colore dei soldi (M. Scorsese, 1986)

Il colore dei soldi (The color of money)
di Martin Scorsese – USA 1986
con Paul Newman, Tom Cruise
***

Rivisto in VHS.

Dopo non aver più toccato una stecca da anni, nel corso dei quali si è arricchito con la gestione di un locale e scommettendo sulle giocate degli altri (perché "il denaro vinto dà più soddisfazione di quello guadagnato"), Eddie Felson "lo svelto" torna ad entusiasmarsi per il biliardo grazie al talento di un giovane giocatore, Vincent, che diventa il suo protetto. Ma l'impetuosità del ragazzo, incapace di "saper perdere" al momento giusto, spingerà Eddie a iscriversi personalmente a un torneo per sfidare il suo nuovo pupillo. Chi vincerà, il giovane emergente o la vecchia gloria? Sequel de "Lo spaccone", ambientato in tempo reale 25 anni dopo la pellicola precedente, ne è quasi un remake con Paul Newman nel ruolo del manager che era di George C. Scott e un Tom Cruise tutto sommato non inadeguato nei panni del giovane sbruffone che rischia di rimanere schiacciato dal mondo delle scommesse, ma che alla fine saprà cavarsela molto meglio di quanto non avesse fatto Eddie a suo tempo. La fotografia scura e colorata di Michael Ballhaus, la buona regia (con quei movimenti di macchina attorno al tavolo dal gioco), le atmosfere retrò, la malinconia di un mondo che cambia (vedi i videogiochi che si fanno largo nelle sale un tempo dedicate solo al biliardo), la bella colonna sonora, le interpretazioni dei protagonisti (c'è anche una brava Mary Elizabeth Mastrantonio, ragazza di Vincent e complice di Eddie), e una sceneggiatura scoppiettante ("Sei stato fortunato" - "Sì, a incontrare te.") lo rendono un titolo tutt'altro che minore nella filmografia di Scorsese, anche se il regista ha dichiarato di averlo girato soltanto per racimolare i fondi necessari a produrre "L'ultima tentazione di Cristo". Newman, comunque, ci guadagnò il suo unico Oscar come miglior attore. Brevi comparsate per John Turturro e Forest Whitaker.

27 settembre 2008

Lo spaccone (Robert Rossen, 1961)

Lo spaccone (The hustler)
di Robert Rossen – USA 1961
con Paul Newman, Piper Laurie
***1/2

Rivisto in DVD.

La scomparsa di Paul Newman, annunciata oggi, priva Hollywood di un altro pezzo della sua storia. Per ricordare il grande attore mi sono rivisto uno dei suoi film più belli, quello "Spaccone" il cui sequel "Il colore dei soldi", girato 25 anni dopo da Martin Scorsese, gli sarebbe anche valso l'Oscar.

Eddie Felson, detto "lo svelto", è un abile giocatore di biliardo che bazzica le sale da gioco in compagnia del socio Charlie, fingendosi inesperto e spennando i "polli" che hanno la sventura di sfidarlo. Ma il suo sogno è quello di battere con la stecca il campionissimo Minnesota Fats (Jackie Gleason). Purtroppo per lui, Eddie ha la stoffa ma non il temperamento adatto: incapace di fermarsi al momento giusto e di dosare le proprie energie, viene surclassato dal rivale. Per rifarsi, accetterà di mettersi al servizio dello spregiudicato manager Bert Gordon (un grande George C. Scott), ma nella sua foga di raggiungere il successo non si accorgerà di aver sacrificato l'amore della fragile e alcolizzata Sarah fino a quando non sarà troppo tardi. La regia solida di Rossen, la fotografia da film noir del veterano Eugen Schüfftan, la musica di Kenyon Hopkins, l'ambientazione iperrealista (a base di oscure bettole oscure, squallide stanze d'albergo, desolate stazioni dei pullman, e naturalmente ampie sale da biliardo come la celebre Ames di New York dove si svolge l'incontro fra Eddie e Minnesota) rendono imprescindibile questa amara parabola sul gioco e sul successo: un tema, quest'ultimo, che dà sempre attraversa la cultura americana ma del quale raramente è stato mostrato in maniera così lucida e pessimista il rovescio della medaglia. Newman, al culmine della sua prestanza fisica, dà vita a un personaggio "ribelle e maledetto", che – come gli dice lo "sfruttatore" Bert – nella vita vuole perdere perché ha paura di vincere.