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28 febbraio 2020

Outrage coda (Takeshi Kitano, 2017)

Outrage coda (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2017
con Takeshi Kitano, Toshiyuki Nishida
**

Visto in divx.

Terzo e conclusivo capitolo, dopo "Outrage" (2010) e "Outrage beyond" (2012), della saga yakuza di Kitano. Otomo ("Beat" Takeshi) si è ritirato a vivere in Corea, nell'isola di Jeju, affiliandosi all'organizzazione del potente signor Chang (Tokio Kaneda). Nel frattempo, in Giappone, il clan Hanabishi (che ha assorbito i Sanno) è guidato dall'infido Nomura (Ren Osugi), malvisto dai suoi stessi sottoposti perché è più un impiegato che un vero yakuza ("Non hai neanche un tatuaggio!"), che pianifica di eliminare i suoi scomodi vice, Nishino (Toshiyuki Nishida) e Nakata (Sansei Shiomi), gangster della vecchia guardia. Ma questi si coalizzano contro di lui, sfruttando la ruggine fra Chang e il giovane Hanada (Pierre Taki) per scatenare una guerra fra bande, nella quale sarà coinvolto anche Otomo, che assieme al fido Ishikawa (Nao Omori) tornerà in Giappone per mettere in atto la propria vendetta. Rispetto ai due film precedenti, il ritmo è più disteso e meno frenetico: le scene d'azione e di violenza sono limitate, mentre per gran parte della pellicola assistiamo a lunghi dialoghi o confronti faccia a faccia, attraverso i quali si dipanano in modo freddo e tagliente gli intrighi, i complotti e le lotte clandestine fra i vari membri della yakuza. Pur proseguendo dunque nel raccontare guerre di potere e tradimenti incrociati, il film risulta perciò assai distante come tono dai precedenti: inoltre, complice il ruolo limitato che il regista riserva a sé stesso, solo a tratti si intravedono le caratteristiche anarchiche e poetiche del Kitano di un tempo (per esempio nell'incipit, con gli yakuza intenti a pescare sul molo in immancabile camicia hawaiana; e nelle brevi scene degli scoppi di improvvisa violenza). Mitica la risposta di Otomo quando Hanada gli chiede come si chiami: "Il mio nome è 'levati dai coglioni'. Bel nome vero?". L'ultima inquadratura, riservata alla morte del protagonista, sembra rappresentare un ennesimo e malinconico addio al genere (resuscitato, pare, solo per ragioni di cassetta), una sorta di canto del cigno. Nel complesso, non si può parlare di delusione, ma solo di inevitabilità (e di mancanza di sorprese). Nel vasto cast – è quasi un film corale! – anche Yutaka Matsushige (il poliziotto Shigeta), Tatsuo Nadaka, Ken Mitsuishi e Hakuryu, molti dei quali ritornano dai film precedenti. Musiche di Keiichi Suzuki.

9 aprile 2017

Ryuzo and the seven henchmen (T. Kitano, 2015)

Ryuzo and the Seven Henchmen (Ryuzo to shichinin no kobuntachi)
di Takeshi Kitano – Giappone 2015
con Tatsuya Fuji, Masaomi Kondo
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Forse bisogna accettare finalmente il fatto che il Kitano degli anni novanta, quel cineasta poliedrico, sorprendente e innovatore che sfornava capolavori geniali e inarrivabili uno dopo l'altro, non tornerà più. Eppure il buon Takeshi ha ancora le sue cartucce da sparare, e ogni suo film non è mai da sottovalutare, nemmeno quando sembra soltanto l'ennesima parodia del filone sulla yakuza (la mafia giapponese), una pellicola che molti sarebbero tentati di bollare come un "film minore". Dopo i due capitoli di "Outrage", che affrontavano l'argomento con una certa serietà (per quanto a rischio di monotonia), il regista nipponico mescola le carte con questo "Ryuzo e i sette scagnozzi", passato completamente in sordina in quell'occidente che una volta lo idolatrava (non si è visto né al cinema – ma ormai non è una novità – né nei maggiori festival cinematografici, dove un tempo Beat Takeshi era una presenza obbligata): i paralleli con il suo protagonista, a ben vedere, sono notevoli e inquietanti. Anche il vecchio Ryuzo (Tatsuya Fuji), ex gangster in pensione, è infatti ormai deriso ed emarginato da quella stessa società che un tempo lo rispettava e lo temeva. Sia lui che i suoi sette eccentrici "fratelli" sono a malapena sopportati dai loro stessi figli e nipoti (i pochi che ne hanno: gli altri tirano a campare per la strada o in squallide case di riposo), mentre nuove bande di giovani delinquenti (che naturalmente non si definiscono "yakuza", nonostante siano gangster in tutto e per tutto) spadroneggiano nel loro territorio, prosperando in particolare proprio grazie alle truffe agli anziani (dalla classica telefonata per estorcere denaro fingendosi amici dei figli, alla vendita di futon o di filtri per l'acqua). Con un ultimo scatto di orgoglio, gli anziani banditi decideranno di tornare in campo, formando una nuova "famiglia" e dando battaglia ai giovani irrispettosi e privi di quel codice d'onore che ha sempre guidato le loro azioni. Kitano si ritaglia una parte marginale (il commissario di polizia) e lascia carta bianca a otto interpreti d'antan in un film che mescola comicità surreale a malinconiche riflessioni sul tempo che passa; un film che forse ha il fiato corto e poco da dire al di fuori del suo ristretto argomento, ma che pure a tratti riesce ancora ad attaccare lo spettatore allo schermo e a farlo partecipare al desiderio di riscossa di questi vecchi leoni feriti. Sequenze paradossali e momenti stupidi (le scommesse, i tentativi di riscuotere denaro fingendosi invalidi, la protesta sotto la sede della ditta dove lavora il figlio di Ryuzo) si alternano a scene d'azione (atipiche, trattandosi di Kitano: vedi l'inseguimento con il bus dirottato nel finale), senza mai perdere di vista i personaggi e la loro umanità, mentre brevi flashback delle loro imprese del passato (girate in bianco e nero e con la pellicola rovinata, come se si trattasse di un vecchio film) non sfociano per fortuna in un patetico rimpianto del tempo perduto: i nostri anziani eroi non si piangono addosso ma guardano sempre al futuro, con la schiena diritta e l'orgoglio di chi sa bene di essere migliore di tutti coloro che sono venuti dopo (e che tanto parlano e sentenziano senza rendersi conto di aver smarrito ogni sorta di etica, di poesia e di rispetto). Ryuzo e i suoi sette scagnozzi sono personaggi ai quali è lecito affezionarsi e volere bene, non meno che ai tanti altri "eroi sconfitti" del cinema di Kitano che li hanno preceduti (dai giovani pugili di "Kids return" ai gangster fatalisti di "Sonatine").

23 settembre 2012

Outrage beyond (T. Kitano, 2012)

Outrage beyond (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2012
con Takeshi Kitano, Hideo Nakano
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nel 2010 Kitano aveva realizzato "Outrage" con l'unico scopo di divertirsi e di far divertire lo spettatore. Addirittura, nello scrivere la sceneggiatura, il regista era partito inventandosi i modi più disparati per uccidere i personaggi e soltanto dopo vi aveva "cucito" sopra una storia. Ma il risultato – nonostante il successo di pubblico – lo aveva convinto solo in parte, e per questo motivo ha deciso, per la prima volta nella sua carriera, di realizzare un sequel nel quale riporta in scena quei (pochi) personaggi che erano sopravvissuti alla carneficina del lungometraggio precedente. La storia prende l'avvio cinque anni dopo la conclusione del primo film: il traditore Kano ha sostituito il vecchio capo del clan Sanno, attorniandosi di giovani spregiudicati e insofferenti all'antico stile degli yakuza ("non hanno nemmeno i tatuaggi giusti", commentano alcuni della vecchia guardia). Sotto il suo controllo la banda si è ingrandita a dismisura ed è arrivata persino a infiltrarsi nella vita politica, stringendo affari con vari ministri o – più spesso – ricattandoli. Anche per questo motivo, oltre che per fare carriera, l'infido poliziotto Kataoka complotta affinché scoppi una guerra fra il Sanno e un clan rivale di Osaka, gli Hanabishi. Nel suo progetto di mettere una banda contro l'altra si ritrova coinvolto anche Otomo, yakuza "vecchio stile" interpretato da Kitano stesso, che non era morto alla fine del film precedente come ci era stato lasciato intendere. Appena uscito di prigione, l'ormai vecchio e stanco Otomo non avrebbe intenzione di rituffarsi nel giro: ma il suo antico rivale Kimura, istigato da Kataoka, lo convince ad allearsi con lui e ad entrare in azione per vendicarsi di Kato e degli altri traditori. Rispetto alla pellicola precedente, questo sequel è più equilibrato e lineare, nonché più efficace nel mettere in scena la corruzione e la sete di potere di tutti i vari attori coinvolti nella guerra di bande: yakuza, poliziotti e politici si muovono tutti alla ricerca del proprio tornaconto e tramano l'uno alle spalle dell'altro senza onore e senza rispetto per i valori della lealtà e della "famiglia" (a parte Otomo, Kimura e i loro giovani sottoposti, unici baluardi rimasti di un mondo in cui anche i malviventi erano ancora "rispettabili"). Certo, pur nobilitato dall'ottima regia di Kitano e da alcuni momenti geniali, rimane un puro film di genere, senza la poesia o i guizzi che Beat Takeshi ha dispensato a piene mani nei film del passato. Ma il divertimento non manca, e nel mettere in scena le guerre intestine fra yakuza Kitano è ormai un vero e proprio maestro.

11 settembre 2012

Outrage (Takeshi Kitano, 2010)

Outrage (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2010
con Takeshi Kitano, Kippei Shiina
**

Visto in divx.

Dopo la parentesi della "trilogia artistica", Kitano torna ai film di yakuza con una pellicola che non devia di un millimetro da ciò che si propone di raccontare: sgarbi, vendette, tradimenti e rese dei conti fra famiglie mafiose nello scenario urbano giapponese (Beat Takeshi ha dichiarato di averlo realizzato per puro divertimento, e di aver scritto la sceneggiatura dopo aver immaginato in quali modi diversi far morire i vari personaggi). Se la regia è elegante, la recitazione rigorosa e il controllo sulla materia è serrato, il film complessivamente delude: freddo e monotono, e privo di quella poesia – anche astratta – che in passato aveva sempre fatto capolino nei film più violenti di Kitano ("Brother", "Sonatine"). Beat Takeshi è Otomo, al servizio della famiglia Ikemoto (a sua volta affiliata al clan Sanno), per la quale si occupa dei "lavori sporchi". Quando il subdolo presidente dei Sanno ordina a Ikemoto di rompere i legami con la famiglia Murase, alla quale era legata da un patto di fratellanza ma il cui territorio interessa per lo spaccio di droga, sono proprio gli uomini di Otomo a occuparsene. Episodio dopo episodio, ben presto fra i due gruppi scoppia la guerra: ma oltre che dai nemici, tutti devono guardarsi ancor più dagli amici, visto che tradimenti e complotti sono all'ordine del giorno. Senza offrire possibilità di scampo o redenzione, il film – il più "nero" mai realizzato da Kitano – si conclude anche senza lieto fine: ma Otomo tornerà in scena per vendicarsi nel successivo "Outrage Beyond". Personaggi senza onore (non esistono "buoni", solo "cattivi"), fra capi che tramano alle spalle dei loro sottoposti (e viceversa) e li mettono gli uni contro gli altri, poliziotti corrotti, uomini pronti a cambiare alleanza a seconda delle circostanze, gli yakuza ne escono spogliati di quelle caratteristiche "romantiche" che in passato avevano dato loro un certo fascino cinematografico: anche gli uffici sono bui, spogli e squallidi, e i mafiosi più "vecchio stile", come Otomo, si sentono dire cose tipo "Questa usanza di tagliarsi il mignolo è superata". A parte l'implausibile sottotrama del diplomatico africano (la cui ambasciata – quella di un paese immaginario, il "Gbana" – viene trasformata dai gangster in una bisca clandestina), il film non introduce mai elementi estranei al tema principale e non concede allo spettatore occasioni per rifiatare, infilandoci qua e là anche qualche scena estremamente cruenta. Anche per questo, forse, non decolla mai e fatica a emozionare. Tecnicamente eccelso, questo sì (la regia fredda ed elegante si traduce anche in una fotografia che predilige i toni di blu). Ma che nostalgia per il Kitano degli anni 90... Visto il successo di pubblico (è stato il suo secondo miglior film al botteghino, dopo "Zatoichi") ma essendo rimasto in parte insoddisfatto del risultato e volendo dunque fare di meglio, due anni dopo Kitano ha deciso di realizzare per la prima volta un sequel: "Outrage beyond".

9 settembre 2012

Achille e la tartaruga (T. Kitano, 2008)

Achille e la tartaruga (Akilles to kame)
di Takeshi Kitano – Giappone 2008
con Takeshi Kitano, Kanako Higuchi
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Dopo i surreali "Takeshis'" e "Glory to the filmmaker!" (che avevano fatto precipitare le sue quotazioni presso pubblico e critica), con il terzo film della sua trilogia sull'arte Kitano torna a una pellicola "seria" e a un tipo di narrazione più tradizionale (tanto che, nella prima parte, non sembra nemmeno un film di Beat Takeshi!). Ma la tematica non cambia: come nel lungometraggio precedente siamo ancora una volta di fronte alle vicende di un artista fallito che sperimenta inutilmente le strade più disparate, anche se stavolta i toni comici e disimpegnati lasciano frequentemente spazio all'amarezza e alla crudeltà. Il titolo proviene naturalmente dal celebre paradosso di Zenone (esposto all'inizio del film con una sequenza in animazione), dove l'eterna rincorsa di Achille alla tartaruga è usata come metafora dell'inseguimento di un pittore al successo (o alla felicità, come suggerisce la didascalia finale). Figlio di un ricco industriale della seta, il piccolo Machisu ha ereditato dal padre l'amore per l'arte: cresciuto nella bambagia, gli è permesso di tutto, anche di disegnare durante le lezioni scolastiche. Uno dei pittori di cui il padre è mecenate gli dona il suo basco (che Machisu indosserà per tutta la vita), incoraggiandolo a continuare a inseguire il suo sogno. Ma dopo il fallimento e il suicidio del genitore, il bambino viene adottato da uno zio tirannico che lo costringe a lavorare in campagna, e poi finisce all'orfanotrofio. Durante la difficile adolescenza, fra un lavoretto e l'altro frequenta una scuola d'arte con l'obiettivo di impadronirsi delle basi tecniche e di incanalare la propria creatività, e con un gruppo di compagni si lancia in spericolate provocazioni artistiche di ogni tipo. Sposa una ragazza che comprende la sua arte e che in seguito lo asseconderà in sperimentazioni sempre più azzardate. Ma non riuscirà mai a trovare la propria strada, finendo per copiare quasi tutto quello che è già stato fatto (dal cubismo all'impressionismo, dagli schizzi di vernice su tela ai graffiti, dalle installazioni alle avanguardie: Picasso, Pollock, Warhol, Basquiat, ecc.). Spinto da un gallerista che critica ogni suo lavoro, continuerà a muoversi a casaccio in tutte le direzioni, mettendo anche a repentaglio la propria vita. Ma alla fine, se non il successo, troverà almeno la pace interiore e la felicità. A metà fra l'appassionato affresco storico (con l'inarrestabile anelito verso l'arte come filo conduttore, e la satira verso pittori, commercianti e galleristi che rimane sullo sfondo) e l'amaro ritratto di un fallito, è forse il lavoro più "monumentale" e ad ampio respiro di tutta la filmografia di Kitano (ma i temi di fondo – come detto – rimangono gli stessi dei due film precedenti, personali e intimi: anche se stavolta il protagonista è un personaggio di fantasia, resta comunque evidente il marchio autobiografico). Nel complesso il lungometraggio può essere diviso in tre parti dai toni abbastanza diversi fra loro – si va dal melodrammatico al grottesco – e che seguono la vita di Machisu nell'infanzia, nell'adolescenza e in tarda età (interpretate rispettivamente da Reiko Yoshioka, Yurei Yanagi – già protagonista di "Boiling Point" – e Kitano stesso). Eccezionale la fotografia, i cui colori smorti (soprattutto nelle sequenze dell'infanzia) fanno risaltare per costrasto le vivacissime tinte dei dipinti. Tutti i numerosissimi quadri e opere d'arte che si vedono nel film sono ovviamente opera dello stesso regista: i credits specificano infatti che il film è "scritto, diretto, montato e dipinto da Takeshi Kitano". A un certo punto si rivede un quadro già apparso in "Hana-bi", mentre un altro dipinto mostra il paesaggio che fa da sfondo allo spezzone kitaniano contenuto in "Chacun son cinéma".

8 settembre 2012

Glory to the filmmaker! (T. Kitano, 2007)

Glory to the filmmaker! (Kantoku, banzai!)
di Takeshi Kitano – Giappone 2007
con Takeshi Kitano, Tohru Emori
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Il secondo capitolo della trilogia autobiografica di Kitano sull'arte (o meglio, sul fallimento artistico) comincia con una sorta di autoanalisi (che si tramuta in una riflessione metacinematografica) e prosegue nello stile del blob demenziale, goliardico e grottesco già sperimentato in "Getting any?" e caratteristico anche di parte dei suoi show televisivi. Se in "Takeshis'" aveva "frammentato" la propria personalità, qui procede – con lucida consapevolezza – a distruggerne i frammenti, uno dopo l'altro. L'incipit è indicativo: dopo che il regista si è fatto sostituire a un check-up medico da un pupazzo con le sue sembianze (elemento che continuerà a ricorrere per l'intero film: di fronte a ogni difficoltà, un Kitano senza idee non sa far altro che trasformarsi in un fantoccio), una voce narrante ci introduce alla crisi personale e artistica del nostro eroe, che avendo incautamente dichiarato in un'intervista di non voler più realizzare film sui gangster (nonostante le pellicole sulla yakuza siano le sue preferite e il suo marchio di fabbrica) non sa più in che direzione proseguire la propria carriera ed è alla disperata ricerca di un successo commerciale. Le prova tutte, con risultati disastrosi (stroncature da parte della critica o del pubblico, progetti abbandonati per i motivi più disparati): il film alla Ozu, in bianco e nero, sui problemi della gente comune (girato in modo esilarante: anche le inquadrature e il modo di parlare dei personaggi sono identici alle pellicole del grande maestro!); la love story strappalacrime oppure tragica; il film ambientato nostalgicamente negli anni '50, l'epoca della sua infanzia (uno spezzone mica male, con gli scorci di vita dei bambini nelle periferie disadattate che mi hanno ricordato certe sequenze di "20th Century Boys"!); l'horror orientale (genere che "spesso viene copiato da Hollywood"!); il film in costume, o chambara (il narratore ricorda che dei dodici film girati finora da Kitano uno solo, "Zatoichi", è stato un successo al botteghino in Giappone), nello specifico una fumettosa storia di ninja; e infine la fantascienza. Se inizialmente ci si stanca un po' di fronte al susseguirsi di frammenti, con la storia che ricomincia sempre diversa (e spesso non va a concludersi), l'episodio fantascientifico prende invece corpo e si sviluppa per tutta la seconda metà della pellicola, anche se in un crescendo di nonsense e di situazioni grottesche e surreali, corrispettivo – come ha dichiarato lo stesso Kitano – della comicità manzai dei suoi esordi. Lo pseudo-film di SF comincia con un asteroide che minaccia di schiantarsi contro la Terra, ma poi la sceneggiatura sembra dimenticarsene per seguire le peripezie di una coppia di donne spiantate e truffatrici (la madre è Kayoko Kishimoto, la figlia è Anne Suzuki) che cercano di trarre profitto dalla ricchezza di un bizzarro industriale, la cui formidabile ed eroica guardia del corpo (con tanto di poteri alla "Matrix", oltre che con la capacità di trasformarsi in pupazzo nei momenti di difficoltà) è appunto Beat Takeshi. Molte le gag e le situazioni umoristiche che si succedono e si accavallano senza posa: il ristorante gestito dai due wrestler che scaraventano fuori i clienti che si lamentano, la conferenza del ricco industriale, lo scienziato pazzo che costruisce robot e inventa un modo più semplice per fare le rovesciate calcistiche, la lezione di karate, la gag su Zidane... Se il divertimento – per quanto di bassa lega, sconclusionato e talvolta persino scurrile – non manca, il vero scopo di Kitano è quello di mettere sé stesso sotto l'obiettivo in una sorta di autoanalisi aperta al pubblico, come e più che in "Takeshis'", non senza un pizzico di megalomania ma sempre con sincera onestà. Al termine, al regista che domanda "Com'è il mio cervello?", il dottore non potrà che rispondere "Devastato": l'autodistruzione è completa, rimane solo una tabula rasa su cui provare in futuro a ricostruire qualcosa. Certo è che, dopo aver montato e smontato il cinema (il proprio e quello altrui) in questo modo, sarà difficile per Kitano tornare a girare un film "normale" prendendolo sul serio (o pretendendo che lo facciano gli spettatori).

7 settembre 2012

Takeshis' (Takeshi Kitano, 2005)

Takeshis' (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2005
con Takeshi Kitano, Kotomi Kyono
***

Rivisto in DVD alla Fogona.

Questo film e i due successivi di Kitano ("Glory to the filmmaker!" e "Achille e la tartaruga"), fortemente autobiografici, costituiscono un'ideale trilogia sull'arte, chiamata anche del "suicidio artistico" non solo perché tratta il tema del fallimento ma anche perché è stata caratterizzata da un pessimo riscontro da parte del pubblico e della critica, soprattutto in occidente (fa in parte eccezione la terza pellicola), tanto da aver fatto cadere in disgrazia il regista presso quelle stesse audience che lo avevano amato in precedenza: di fatto, dopo "Takeshis'" i suoi film non hanno più trovato distribuzione in sala nel nostro paese. Eppure si tratta di lavori assai personali e sinceri, in cui Kitano espone tutto sé stesso, comprese quelle contraddizioni e quello spirito (auto)ironico e irriverente che già in passato lo avevano spinto a realizzare film considerati minori – o addirittura "inguardabili" – come "Getting any?". E bisogna rendergliene merito, magari analizzandoli con maggiore attenzione e guardandoli più di una volta: io stesso devo ammettere di aver faticato a comprendere "Takeshis'" alla prima visione, restando confuso e frastornato dalla sua anarchia demenziale e surreale, e di averlo rivalutato solo in seguito, quando sono riuscito a destreggiarmi meglio nella sua struttura complessa, fatta di scatole cinesi, metacinema e riferimenti ironici (e onirici) ai lavori precedenti. Nell’era della multiplicity (“la moltiplicazione delle competenze, la capacità di adattamento, l'abilità di operare contemporaneamente in contesti e su piattaforme diverse”, cito dal bando di un concorso; e chi meglio di Kitano, artista poliedrico che spazia dal teatro alla pittura, dalla tv al cinema, dal comico al drammatico, ne può incarnare il concetto?) il regista sceglie di mettere direttamente in scena la “frammentazione” del proprio io.

Il tema è infatti quello del doppio: Takeshi Kitano, attore e showman di successo, ha un sosia identico a lui (sfoggia persino la medesima tintura di capelli che il "vero" Kitano aveva inaugurato in "Zatoichi") e che porta lo stesso nome. Questi conduce una vita miserabile, lavora come commesso in uno squallido negozio di alimentari e aspira a sua volta a fare l'attore, presentandosi a numerose audizioni dove viene regolarmente scartato o adattandosi a lavoretti degradanti (come quello di impersonare un clown: un riferimento alle origini di Kitano come comico di bassa lega). Quando uno yakuza ferito a morte lascia nel suo negozio una borsa piena di armi, decide di vendicarsi di tutte le umiliazioni subite, in un'escalation di violenza surreale: uccide i suoi persecutori, compie una rapina in banca e fugge su un'isola insieme a una ragazza, dove sarà protagonista di uno scontro a fuoco con la polizia (in una serie di scene che ricordano quelle di "Hana-bi" e "Sonatine"). Il tutto si rivela un sogno, ma di chi? Del sosia (che fantastica di emulare le imprese del divo e di essere protagonista di uno dei suoi film) o del "vero" Beat Takeshi (che, in crisi d'identità artistica, immagina la propria degradazione e autodistruzione – non manca infatti una scena catartica in cui viene pugnalato dal suo doppio)? Il lungometraggio è un pastiche di situazioni grottesche e bizzarre, per alcuni critici addirittura "felliniane" (è stato paragonato a "8½"), con personaggi che ricorrono in continuazione sotto varie forme (praticamente tutti hanno un sosia o più di uno, e ritornano anche dopo la morte), frasi identiche ma ripetute in contesti diversi, sogni contenuti dentro altri sogni, scontri fra yakuza, giocatori di mahjong, producer, cantanti, attori e ballerini di tip tap (la nuova passione di Kitano da "Zatoichi" in poi), tassisti avidi, pagliacci rancorosi, ristoratori sgarbati, fan insistenti, una misteriosa donna che si accanisce contro il protagonista, la metafora del bruco come simbolo di riscatto e di vendetta, le sparatorie nel buio che si trasformano in costellazioni, e mille altre immagini o situazioni che si concatenano in maniera suggestiva fra sogno e fantasia. Il titolo di lavorazione della pellicola era "Fractal", il che può spiegare la sua complessa struttura autoreferenziale. In Giappone è uscito nelle sale con la tagline "500% Kitano – Nothing to Add!". Nel cast sono riconoscibili quasi tutti gli attori che fanno parte del "clan Kitano" (da Ren Osugi a Susumu Terajima, da Kayoko Kishimoto a Tetsu Watanabe), mentre alcuni celebri artisti giapponesi (Taichi Saotome, Akihiro Miwa) interpretano sé stessi.

6 settembre 2012

Zatoichi (Takeshi Kitano, 2003)

Zatoichi (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2003
con Takeshi Kitano, Tadanobu Asano
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Zatoichi, all’apparenza un massaggiatore cieco ma in realtà un provetto e letale spadaccino che agisce come giustiziere nel Giappone feudale, è un personaggio ideato dal romanziere Kan Shimozawa, protagonista di numerosissimi film e sceneggiati televisivi a partire dagli anni sessanta. La serie interpretata da Shintaro Katsu, in particolare, conta ben 26 pellicole (realizzate fra il 1962 e il 1973, più un ultimo episodio nel 1989) e ha radicato indelebilmente il personaggio nell’immaginario collettivo nipponico. Quando Kitano ha annunciato di volerlo riportare sugli schermi in una versione da lui stesso interpretata, non sono mancate sorprese e perplessità: si tratta infatti del primo film del regista ambientato nel passato (e appartenente, nello specifico, al genere chambara, il cinema di spade e samurai), anche se nelle sue precedenti dieci pellicole non mancavano occasionali scene in costume o elementi della cultura “tradizionale” (basti pensare ai burattini di “Dolls” o ai comici riferimenti allo stesso Zatoichi già presenti in “Getting any?” e “L’estate di Kikujiro”). Per di più ci si chiedeva come Beat Takeshi avrebbe approcciato il personaggio: con il dovuto rispetto o con la consueta irriverenza? La risposta non poteva essere che: con tutti e due. Il film – che, per la cronaca, è stato il più grande successo di Kitano al box office in Giappone (cosa che verrà ironicamente sottolineata nel successivo “Glory to the filmmaker!”) – è assai curato nel ricostruire l’ambientazione, le scenografie e i costumi dell’epoca Edo (ci sono persino riferimenti a “La sfida del samurai” di Kurosawa), ma non rinuncia a inserire – a margine della trama principale – scene, personaggi o situazioni comiche, surreali o grottesche. La vicenda non si discosta da quelle delle classiche storie del personaggio, e vede Zatoichi impegnato a sgominare una banda di yakuza che spadroneggia in un povero villaggio di montagna, anche per aiutare due ragazzi (una sorella e un fratello, con quest’ultimo che si veste da donna) a ottenere la loro vendetta sui malviventi che dieci anni prima avevano sterminato la loro famiglia. Dovrà però vedersela con un avversario formidabile, un ronin (interpretato da Tadanobu Asano) che ha venduto al capo della banda i propri servigi come “guardia del corpo” (yojimbo) per guadagnare il denaro necessario a curare la moglie malata.

Registicamente, oltre alla consueta maestria nei movimenti di camera (che qui vanno spesso a ritmo di musica), è da sottolineare l’utilizzo diffuso di flashback che spesso partono all’improvviso, spiazzando un po’ lo spettatore, per ricostruire il passato dei personaggi. Le scene d’azione e gli scontri con la spada sono coreografati in maniera eccellente ed essenziale, e resi spettacolari dalla rapidità dei movimenti e dall’uso – moderato ma comunque sempre in evidenza – di effetti digitali che aggiungono schizzi di sangue come se si trattasse di un videogioco. I momenti comici sono forniti, oltre che occasionalmente dallo stesso Kitano (indimenticabile lo sberleffo finale, che ironizza sulla reale portata della cecità del personaggio) e da brevi scenette con personaggi minori, soprattutto da Shinkichi, inetto nipote di una delle contadine che l’eroe ha deciso di proteggere, appassionato giocatore d’azzardo che tenta invano di replicare le gesta di Zatoichi (interpretato da un comico dall’improbabile nome di Guadalcanal Taka). Per discostarsi maggiormente dai personaggi dei lavori precedenti, Beat Takeshi ha scelto di tingersi i capelli e di presentarsi così con un “nuovo look” alquanto straniante. Ma non è l’unico elemento di rottura con il passato: dal cast sono assenti gran parte dei consueti attori del “clan Kitano” (Susumu Terajima, Ren Osugi, ecc.) e compaiono invece molti volti nuovi (Michiyo Okusu, Yui Natsukawa, Yuko Daike, l’onnagata Daigoro Tachibana). Inoltre, dopo sette film in cui il suo contributo era stato fondamentale, si rompe il sodalizio con il compositore Joe Hisaishi (di suo rimane solo il jingle che accompagna il logo “Office Kitano” all’inizio della pellicola): la colonna sonora, ricca di percussioni e di sonorità che la regia occasionalmente sottolinea (per esempio quando vediamo i contadini zappare a ritmo di musica, ballare sotto la pioggia o martellare mentre costruiscono una casa), è di Keiichi Suzuki. Il film si conclude con un’elaborata danza dei contadini che si trasforma in un’enorme tip-tap cui prendono parte tutti i personaggi (comprese le versioni infantili dei due ragazzi vendicati), in un’esplosione di energia e di gioia. Contagiato dalla passione per il tip-tap, negli anni successivi Kitano si esibirà personalmente in tv in questo tipo di danza e vi farà riferimento nel successivo “Takeshis’”. Visto il successo della pellicola (premiata anche a Venezia con il Leone d’Argento per la miglior regia), i produttori avevano pensato a realizzare un seguito e a dare così l’avvio a una nuova franchise: ma non se n’è fatto nulla, e così il primo sequel ufficiale di un film di Kitano è arrivato solo quest’anno, con “Outrage Beyond”.

27 febbraio 2012

Dolls (Takeshi Kitano, 2002)

Dolls (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2002
con Hidetoshi Nishijima, Miho Kanno
***1/2

Rivisto in DVD.

Kitano ha sempre alternato pellicole ironiche e violente ad altre più intime, poetiche e romantiche, benché non certo meno nichiliste (e curiosamente in quest'ultime sceglie spesso di non recitare e di rimanere dietro la macchina da presa: si pensi a "Il silenzio sul mare" o a "Kids Return"). "Dolls", film di una bellezza struggente, è forse il suo lavoro più lirico e stilizzato, una raccolta di storie disperate – raccontate in chiave astratta e antirealista – sul tema dell'amore perduto. Il titolo, come ci rivela la sequenza introduttiva, fa riferimento al bunraku, il tradizionale teatro giapponese delle marionette, di cui ci viene mostrato un frammento di un'opera del 1711 ("Meido no hikyaku", ovvero "I messi dell'inferno", di Chikamatsu Monzaemon, storia di un doppio suicidio d'amore). Come in un film a episodi, la pellicola racconta tre storie separate (anche se occasionalmente i personaggi si incrociano fra loro). Quella principale riguarda due innamorati, Matsumoto (Hidetoshi Nishijima) e Sawako (Miho Kanno), che vagano per il mondo nei panni dei "vagabondi legati", congiunti l'uno all'altra da un cordone rosso (immagine che richiama un'antica tradizione giapponese, quella che afferma che ogni coppia di innamorati è legata da un invisibile filo rosso). La loro vicenda è narrata in una serie di flashback: quando il primo, pur di fare carriera e per cedere alle insistenze dei genitori, aveva accettato di sposare la figlia del presidente della società in cui lavorava, la seconda aveva tentato il suicidio e aveva perduto la ragione. Da allora Matsumoto ha abbandonato ogni cosa per andarsene con lei in giro per il Giappone, riscoprendo i luoghi della loro vita passata e rivivendone i momenti salienti. Una seconda storia parla di un vecchio capo yakuza (Tatsuya Mihashi) che ritrova la donna che aveva amato e lasciato in gioventù (Chieko Matsubara), la quale non ha mai smesso di recarsi ogni sabato nel parco dove era solita incontrarsi con lui per portargli il pranzo. La terza, infine, racconta dell'idolatria di un ragazzo (Tsutomu Takeshige) per la pop star Haruna (Kyoko Fukada): quando la giovane idol rimane ferita a un'occhio dopo un incidente stradale e decide di ritirarsi dalle scene, anche il fan si acceca volontariamente (dopo aver "memorizzato" per un'ultima volta il suo viso) pur di starle accanto. I protagonisti delle tre storie, tutte inevitabilmente senza lieto fine, non soffrono per il fato avverso o per tragedie causate da fattori esterni ma sempre per azioni e scelte dipendenti dalla propria volontà e dovute all'interesse, alla vanità, all'ambizione o all'egoismo: i personaggi maschili, in particolare, rinunciano all'amore per poi pentirsene e, non potendo recuperare quello che ormai hanno perduto, cercano in qualche modo di redimersi e di rimediare quando è già troppo tardi. Molto bella la fotografia di Katsumi Yanagishima, che inonda lo schermo con i colori delle stagioni (il rosa della primavera, il verde dell'estate, il rosso dell'autunno, il bianco dell'inverno). I costumi sono di Yohji Yamamoto, mentre la colonna sonora di Joe Hisaishi (purtroppo alla sua ultima collaborazione con Kitano) è più sparsa e minimalista – e meno memorabile – del solito: comprende però una canzone (quella cantata da Haruna), che – in puro stile J-Pop – è tanto stupida quanto difficile da togliersi dalla testa (da notare che la melodia è la stessa della suoneria del cellulare di Matsumoto). La Fukada, un'autentica idol, è apparsa anche nel divertente "Kamikaze Girls" di Tetsuya Nakashima e nello "Yattaman" di Takashi Miike.

19 novembre 2011

Brother (Takeshi Kitano, 2000)

Brother (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone/USA 2000
con Takeshi Kitano, Omar Epps
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Per la prima volta Kitano va a girare un film "in trasferta", esportando le sue storie e i suoi personaggi negli Stati Uniti. Il protagonista Yamamoto ("Aniki", il nome con cui tutti lo chiamano nel film, significa in realtà "fratello maggiore" ed è un termine usato spesso dagli yakuza per riferirsi a un collega più anziano), gangster caduto in disgrazia dopo che la sua "famiglia" è stata assorbita da un gruppo rivale, è costretto ad abbandonare il proprio paese e a fuggire in esilio a Los Angeles, dove viene ospitato dal fratello minore Ken (Claude Maki). Questi è un piccolo delinquente che si dedica allo spaccio di droga insieme ad alcuni amici afro-americani. Ma Yamamoto prende in mano le sue attività espandendole a un livello più alto, dichiara guerra alle altre bande del quartiere per conquistarne il territorio, ed esporta così nel nuovo mondo lo stesso stile di vita nichilista che lo caratterizzava in patria. Ne seguirà un'escalation di violenza, che lo condurrà all'inevitabile (auto)distruzione. Il film, come suggerisce il titolo, gira tutto attorno al tema del "fratello": fratelli (o fratellastri) di sangue, come Yamamoto e Ken; fratelli "d'adozione", come il braccio destro di Yamamoto, Kato (interpretato dal solito Susume Terajima), che per lui è pronto a dare anche la vita, o come Danny (Omar Epps), uno degli amici di Ken, quello con cui – nonostante la differenza di lingua, etnia e nazionalità – Yamamoto svilupperà il legame più profondo (cominciato nel peggiore dei modi ma poi proseguito con una complicità persino più stretta di quella che il protagonista ha con lo stesso Ken: più volte li vediamo giocare o scherzare insieme); e, volendo, fratelli come le varie culture che abitano gli Stati Uniti (neri, asiatici, messicani, italo-americani), incapaci di comunicare se non con il linguaggio della violenza (l'unico davvero universale e comune a tutti) e destinate dunque a farsi una guerra eterna e senza via di scampo. Il tema della (mancanza di) comunicazione, fondamentale per la comprensione del film (per una volta persino i tipici "silenzi" di Kitano assumono un nuovo significato: il personaggio è laconico non solo per la propria natura, ma perché si ritrova catapultato in un paese straniero e di cui non conosce la lingua; e di riflesso, dal suo punto di vista a essere silenziosi sono gli americani, che infatti nei suoi flashback mentali non emettono alcun suono dalla bocca), è però neutralizzato dal pessimo adattamento italiano: nella nostra versione, infatti, sono stati doppiati sia i dialoghi in inglese che quelli in giapponese (con l'unica eccezione della breve scena dell'incontro con i gangster messicani), eliminando così tutte le incomprensioni linguistiche e addirittura inventando tante battute che nell'originale non c'erano (vuoi perché i dialoghi erano diversi, vuoi perché erano proprio assenti).

Se il film ha questi e molti altri spunti di interesse (da segnalare, ancora una volta, il grande valore aggiunto della colonna sonora di Joe Hisaishi, con un tema melodico e struggente) e si contraddistingue anche per essere una delle pellicole più violente di Beat Takeshi (si vede molto sangue, fra ferite al volto, tagli di dita e sbudellamenti, benché la violenza sia come sempre antispettacolare e rarefatta), delude però per la sua incapacità di aggiungere granché al discorso già portato avanti da Kitano nei suoi lavori precedenti. Altri grandi registi asiatici o europei, quando hanno avuto la possibilità di andare a girare negli Stati Uniti, ne hanno approfittato per offrire al pubblico la propria visione del mito americano, per confrontarsi con la cultura statunitense, per illustrare a modo loro i temi e le ambientazioni tipiche del cinema made in Usa: ne sono nate pellicole come "Paris, Texas" di Wim Wenders, "Zabriskie Point" di Michelangelo Antonioni, "Arizona Dream" di Emir Kusturica, "Dogville" di Lars von Trier, per non parlare dei lavori di Ang Lee, di Roman Polanski, di Paolo Sorrentino... Kitano, invece, non offre nulla di diverso rispetto ai suoi precedenti film. Che alcuni personaggi parlino inglese o abbiano la pelle nera, in fondo, non cambia quasi nulla: siamo ancora di fronte agli stessi yakuza e agli stessi temi del tradimento, della fuga, dell'ineluttabilità, che avevamo visto nei suoi film passati. Come in "Sonatine", poi, è ancora onnipresente la dimensione ludica del gangster: vediamo i personaggi impegnati in partite a dadi (con Yamamoto che, ovviamente, bara), in lunghi incontri a basket nell'open space che funge da sede al gruppo (con Kato che inutilmente cerca di competere con i neri), a lanciarsi una palla da football sulla spiaggia, a tirare aeroplanini di carta dalla terrazza dell'edificio (che la macchina da presa segue ossessivamente nel loro volo ondivago), a indovinare se il prossimo passante per la strada sarà un uomo o una donna; persino per minacciare il capo mafioso rivale si ricorre a un elaborato gioco con la pistola: ogni valvola di sfogo è buona per rompere la monotonia e la noia di una vita che – nonostante il denaro accumulato – ha poco senso fra un episodio di violenza e un altro. Dunque, la struttura del film è assai simile a quella dei lavori girati in Giappone: l'ambientazione americana è poco sfruttata (solo nel finale si esce dai cupi e claustrofobici palazzi di Los Angeles e ci si addentra nel deserto e negli spazi ariosi: bellissima la sparatoria finale al distributore di benzina!). E per di più, non è accompagnata da un'adeguata intensità emotiva: nella seconda metà del film la vicenda procede in maniera meccanica, quasi monotona, senza consentire allo spettatore un'autentica connessione con i personaggi. Forse il mio amico Martin non ha tutti i torti quando fa notare che al primo decennio di attività registica di Kitano (da "Violent Cop" del 1989 a "L'estate di Kikujiro" del 1999), foriero di capolavori, ne è seguito un secondo di livello decisamente inferiore (pur se ha offerto un altro grandissimo film, "Dolls" nel 2002, e comunque qualcun altro da salvare, come "Zatoichi" e "Achille e la tartaruga").

31 marzo 2010

L'estate di Kikujiro (T. Kitano, 1999)

L'estate di Kikujiro (Kikujiro no natsu)
di Takeshi Kitano – Giappone 1999
con Takeshi Kitano, Yusuke Sekiguchi
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Il piccolo Masao, che dopo la morte del padre vive con la nonna, si ritrova solo e senza amici (partiti tutti per le vacanze) all'inizio dell'estate. Decide così di andare in cerca della madre che lo aveva abbandonato anni prima e della quale ha scoperto per caso il nuovo indirizzo: una cittadina a centinaia di chilometri di distanza da Tokyo. Ad accompagnarlo nel suo viaggio, attraverso scorci di un Giappone di provincia sconosciuto e quasi disabitato, lontano dalle vie più trafficate o dalle zone turistiche, sarà un inaffidabile, strafottente e sbandato (ex?) yakuza, quasi un bullo di periferia poco cresciuto, compagno di un'amica di famiglia. Il suo nome – ma lo scopriremo solo alla fine del film – è quello che figura nel titolo: Kikujiro. Dapprima l'uomo affianca malvolentieri il bambino, avendo ben poche intenzioni di aiutarlo davvero e preferendo spendere alle corse tutto il denaro consegnatogli per il viaggio. Ma poi si prenderà a cuore le sue sorti (forse perché anche lui, come Masao, si sente isolato e incompreso e ha un rapporto forzatamente incompiuto con la propria madre, ricoverata in un istituto). E quando, giunti alla meta, scoprirà che la mamma di Masao si è risposata e ha ormai un'altra famiglia, per tirar su il morale al ragazzino organizzerà un campeggio sul lago coinvolgendo alcuni dei tanti bizzarri personaggi incontrati durante il viaggio: un poeta-filosofo che si sposta per il paese su un furgoncino e una coppia di teneri motociclisti metallari, al più grasso dei quali sottrarrà un pendente, il magico "angelo campanellino", da regalare a Masao come portafortuna. Più che il bambino (nonostante le ali che spuntano dal suo zainetto), gli "angeli" della vicenda sono infatti Kikujiro e gli altri personaggi-clown che gli fanno compagnia durante tutta l'estate.

Nel suo lungometraggio più leggero e accessibile, un piccolo gioiellino di poesia e umorismo nonché uno dei suoi film meno violenti (il che ha sorpreso parecchi critici che evidentemente non avevano visto pellicole precedenti come "Il silenzio sul mare"), Kitano racconta la storia di un'amicizia fra due "esclusi" che da un lato pare in debito verso "Il monello" di Chaplin (a sua volta storia di un'amicizia fra un adulto e un bambino, dove eventi tristi o drammatici venivano raccontati con ironia o spensieratezza) e dall'altra contestualizza quella voglia di giocare e di vivere al di là delle regole della società che era già presente nelle pellicole precedenti (in particolare in "Sonatine", da dove tornano i giochi infantili e fantasiosi sulla spiaggia, benché qui abbiano una valenza meno filosofica e più immediata). Il film è diviso in capitoletti, introdotti da disegni o da fotografie animate, come se si trattasse delle sezioni di un diario delle vacanze tenuto da Masao. Il mood è pertanto svagato e leggero, quasi fiabesco (un altro possibile riferimento è "Il mago di Oz"), e non mancano inserti onirici (i sogni e gli incubi del bambino, il balletto dei demoni al festival notturno) e stralunati (gli effetti digitali). Joe Hisaishi contribuisce all'ottimo risultato finale con una delle sue colonne sonore più riuscite, un vero capolavoro melodico, con un tema principale semplice ed essenziale, modulato e riproposto in mille varianti, che si imprime indelebilmente nella mente dello spettatore ed è impossibile da non fischiettare una volta terminata la visione. In Italia, quando il film uscì al cinema, venne tagliata la scena dell'incontro con il pedofilo (che pure è assai importante per la comprensione della trama: soltanto dopo quell'episodio, infatti, Kikujiro si decide ad accompagnare Masao nel suo viaggio; inoltre il personaggio dell'"uomo cattivo" ritorna in seguito in uno degli incubi del bambino), reintegrata per fortuna nel DVD. Una curiosità: nella realtà Kikujiro è il nome del padre di Kitano.

4 febbraio 2010

Hana-bi (Takeshi Kitano, 1997)

Hana-bi - Fiori di fuoco (Hana-bi)
di Takeshi Kitano – Giappone 1997
con Takeshi Kitano, Kayoko Kishimoto
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra e Sara.

La vita di Nishi, poliziotto duro e taciturno, sembra precipitata in una spirale senza uscita: la figlioletta è morta; la moglie è malata terminale; il suo partner Horibe rimane paralizzato dopo una sparatoria; Tanaka, un altro collega, viene ucciso in uno scontro a fuoco; lui stesso è costretto a lasciare il lavoro; e in più ha contratto un grosso debito con uno strozzino della yakuza. L'uomo decide allora di rapinare una banca, di usare il denaro per estinguere i debiti (oltre che per aiutare economicamente la vedova di Tanaka e l'amico Horibe, delle cui disgrazie si sente responsabile) e di partire con la moglie per un ultimo e disperato viaggio attraverso il Giappone e verso il nulla, inseguito sia dagli yakuza, che vorrebbero tutto il suo denaro, sia dagli ex colleghi della polizia. Con questo straordinario e commovente film, meritatissimo vincitore del Leone d'Oro al Festival di Venezia e capace di fondere mirabilmente due anime apparentemente contrapposte (una più secca e violenta e una più contemplativa e compassionevole, dove le emozioni si nascondono dietro una maschera di lancinante impassibilità), il genio di Kitano si è finalmente fatto conoscere anche dal grande pubblico occidentale: in precedenza i suoi film erano da noi passati soltanto a "Fuori orario"; i lavori successivi, per lo meno fino a "Zatoichi", sono invece usciti anche nelle sale cinematografiche, prima che l'avvento dei multiplex e l'attuale riflusso hollywoodiano gli sbarrasse di nuovo le porte (a lui e al cinema asiatico in generale).

Il tema principale del film, naturalmente, è la malattia: quella di Horibe, il poliziotto rimasto paralizzato e abbandonato dalla propria famiglia (interpretato da un toccante Ren Osugi), e quella di Miyuki, la moglie di Nishi. Rispetto a "Violent cop", dove già l'argomento affiorava, Kitano lo affronta in maniera più diretta e consapevole, anche per averlo vissuto in prima persona con la lunga convalescenza seguita al drammatico incidente in moto di cui era rimasto vittima nel 1994. Proprio nei mesi trascorsi in ospedale Kitano aveva cominciato a dipingere, aggiungendo un'altra capacità alle numerose e versatili doti che testimoniano della sua natura di artista a tutto campo (cabarettista, comico, conduttore televisivo, scrittore, attore, regista, musicista, ballerino...). E i suoi quadri compaiono diffusamente lungo tutta la pellicola: non soltanto appesi sulle pareti dei più svariati ambienti (nel bar, nel ristorante, nell'ospedale, nella banca, persino nell'ufficio degli yakuza) ma anche riprodotti nei disegni e dipinti naif realizzati da Horibe, che presentano una bizzarra commistione fra flora e fauna e che a volte vengono visualizzati come immagini mentali prima ancora di essere effettivamente messi su carta. A differenza di Nishi, che segue fino in fondo la sua strada verso la morte, Horibe – pur paralizzato – riesce lentamente a mettere da parte gli impulsi autodistruttivi e trova proprio nell'arte la pace e un nuovo scopo per vivere: lo dimostra la scena in cui, dopo aver dipinto un paesaggio innevato sui cui spicca l'ideogramma rosso che significa "suicidio", lo cancella con una spruzzata di colore (disorientando peraltro per un attimo lo spettatore con il dubbio che l'uomo si sia invece davvero suicidato). Gli inserti con Horibe, che fanno da continuo contrappunto e scorrono in parallelo con le sequenze legate a Nishi, servono dunque a fornire almeno in parte uno sbocco positivo alla pellicola.

Anche in un film così tragico e disperato, comunque, Kitano trova il modo di scherzare e di inserire – oltre a tocchi di malinconica poesia (Nishi che osserva il triciclo e le ciabattine da bambino nell'androne, oggetti che evocano il ricordo della figlia perduta) – anche momenti di irresistibile umorismo, con personaggi-macchiette (lo sfasciacarrozze e la sua assistente, il tizio con il furgoncino), situazioni buffe (Kitano e la moglie alle prese con l'autoscatto, con la buca nella neve, con il gioco delle carte da indovinare) e sequenze cariche di leggera ironia (Horibe che si prova il basco e poi lo mette da parte, Miyuki che mangia il dolce del marito); persino le scene di violenza assumono talvolta risvolti comici e caricaturali (i due lavoratori al parcheggio che imbrattano la macchina di Nishi, l'uomo sgarbato sulla spiaggia, lo sgherro yakuza colpito dal killer con un vaso), mentre altre brillano naturalmente per l'asciuttezza, il realismo e le folgoranti trovate registiche (la sparatoria in cui muore Tanaka, quella di cui resta vittima Horibe, lo sterminio degli yakuza in macchina). La violenza è spogliata di ogni spettacolarità e mostrata come un atto quasi necessario: scoppia all'improvviso e si conclude altrettanto rapidamente, spesso restando addirittura fuori scena. Molte sequenze riecheggiano, stravolgendole, altre già viste nei film precedenti del regista: la rapina in banca, per esempio, ricorda quelle tentate senza successo dal protagonista di "Getting any?"; la caduta nella neve fa pensare alle buche scavate nella sabbia in "Sonatine"; il viaggio verso la morte richiama quelli di "Violent cop" e dello stesso "Sonatine", ma il suicidio finale appare qui ancor più inevitabile: non una fuga ma quasi un obbligo morale.

A una prima parte incentrata sul ricordo (con continui salti temporali nel montaggio, come nel flashback della sparatoria nel mezzanino della metropolitana) ne segue un'altra che racconta il viaggio intrapreso da Nishi con la moglie attraverso il Giappone. Anche in questo caso, però, lo spostamento non è solo spaziale (i luoghi turistici, le montagne, il mare) ma pure temporale (vengono attraversate tutte le stagioni: la primavera, con i ciliegi in fiore; l'estate, con i fuochi d'artificio; l'autunno, con la spiaggia spazzata dal vento; l'inverno, con il manto di neve). Come spesso capita nel cinema di Kitano, il percorso si conclude davanti al mare. Qui il mutismo quasi insopportabile della coppia, che comunica con gli sguardi e i gesti più che con le parole, si scioglie finalmente nella conclusione più naturale: il ringraziamento da parte della donna per l'amore e la tenerezza che il marito ha saputo donarle nei suoi ultimi giorni di vita, con i due colpi di pistola che bloccano per un attimo la struggente colonna sonora di Joe Hisaishi ma non il rumore delle onde, il tutto di fronte allo squardo stupefatto e innocente della bambina (Shoko Kitano, la figlia di Takeshi) che gioca con l'aquilone. "Io non ce la farei mai a vivere così", commenta, a mo' di epitaffio, il poliziotto giovane (Susumu Terajima). La regia offre spesso soluzioni sorprendenti (la rapina in banca mostrata attraverso la registrazione delle camere di sorveglianza), e non si fa problemi a utilizzare inquadrature "impallate" (la nuca dell'infermiera all'ospedale) o arditi movimenti di macchina (l'auto degli yakuza inquadrata in rotazione dall'alto). Come attore Kitano sarebbe del tutto improponibile secondo gli standard occidentali: non parla, fa continuamente smorfie, ha un tic sul volto, cammina in modo sgraziato; eppure riesce a dar vita a un personaggio carico di un'umanità immensa, violento con i violenti, dolcissimo con la moglie, generoso con gli amici, tormentato dai sensi di colpa. Il titolo originale significa "Fuochi d'artificio", ma il trattino separa le due parti, rispettivamente "fiore" e "fuoco", ovvero la vita (la natura, i dipinti di Horibe) e la morte (la distruzione, le armi da fuoco). In Italia la pellicola uscì con il titolo non tradotto anche per evitare confusione con l'omonimo film di Leonardo Pieraccioni, che allora era nelle sale.

3 febbraio 2010

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Kids return (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 1996
con Masanobu Ando, Ken Kaneko
***

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli.

Nel film che segna il suo ritorno (il titolo è programmatico!) dopo il terribile incidente in moto nel quale aveva rischiato di perdere la vita, Takeshi Kitano si limita a rimanere dietro la macchina da presa e racconta la parabola – prima ascendente e poi discendente – di due ragazzi sbandati e in cerca di riscatto. Masaru e Shinji, studenti dell'ultimo anno di liceo, sono ben poco interessati allo studio e preferiscono bighellonare in bicicletta, fare scherzi ai professori (esilarante il manichino, costruito con una scopa e una torcia elettrica, che rappresenta uno degli insegnanti con il pene eretto) e "taglieggiare" i compagni di classe. Shinji proverà a intraprendere la carriera di pugile, rivelando un discreto talento per la boxe: ma le sue prospettive di diventare un campione si infrangeranno per colpa di una vita sregolata (alcool, fumo, pillole per dimagrire). Masaru entra invece in una gang di yakuza, ma anche a lui andrà male: la sua impulsività e il suo carattere ribelle gli attireranno le antipatie dei "colleghi", che lo puniranno severamente. Alla fine (come già la scena iniziale della pellicola ci aveva anticipato) i due ragazzi si ritroveranno scornati e al punto di partenza, a scorrazzare in bici nel cortile della scuola; eppure, a Shinji che chiede "Siamo finiti, vero?", Masaru risponde con sfrontato ottimismo: "Idiota, non abbiamo neanche cominciato!". A metà fra il film sportivo e il racconto di formazione, "Kids return" è la pellicola più "realistica" di Kitano, non solo per lo stile e la messa in scena quasi mainstream ma anche per la mancanza di quell'astrattezza, di quella poesia e di quella catarsi che caratterizzano le altre sue opere (ed ecco perché il paragone con "Il silenzio sul mare", il titolo kitaniano più affine a questo, regge solo fino a un certo punto). Probabilmente semi-autobiografica, soprattutto per quanto riguarda il personaggio di Shinji, la sceneggiatura segue i suoi protagonisti con affetto, sottolineandone crudelmente gli errori: troppa iniziativa per Masaru (che si "perde" quando vuole strafare), troppo poca per Shinji (che segue ogni consiglio altrui, non importa se buono o cattivo). Il Giappone ritratto da Kitano "non è un paese per giovani", come dimostra l'atteggiamento degli adulti nei loro confronti: dagli insegnanti (che rinunciano già in partenza a educare i due studenti, invitandoli anzi a più riprese a non frequentare nemmeno le lezioni) alle figure che dovrebbero guidarli nelle rispettive "professioni" (i vecchi boss yakuza che preferiscono parlare di golf piuttosto che pensare a vendicare un loro uomo ucciso, il sempai nella palestra che conduce Shinji sulla cattiva strada). Ancora più che i due protagonisti, ne fanno le spese altri personaggi marginali della storia, come il timido compagno di classe che corteggia la cameriera di un bar e che, diventato prima venditore e poi tassista, morirà uscendo di strada con la sua macchina quando sarà costretto a fare troppi straordinari; gli altri tre teppistelli della scuola, destinati a continui fallimenti e umiliazioni; o ancora i due aspiranti cabarettisti, che finiranno a esibirsi in pietosi spettacoli di manzai (il genere comico con il quale lo stesso Kitano si è fatto le ossa). La colonna sonora di Joe Hisaishi è una delle mie preferite.

2 febbraio 2010

Getting any? (Takeshi Kitano, 1994)

Getting any? (Minna yatteruka!)
di Takeshi Kitano – Giappone 1994
con Dankan, Akiji Kobayashi
**

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il sempliciotto Asao ha un solo pensiero in testa: trovare un modo per fare sesso. Convinto che le donne si concedano senza problemi a chi possiede una bella macchina, cerca in tutti i modi di procurarsene una, ma gli rifilano solo catorci. Poi cambia strategia: immaginando che a bordo dei jet di linea le hostess si offrano ai passeggeri in prima classe, decide di compiere una rapina in banca per poter acquistare il biglietto aereo, ma fallisce miseramente. Il piano successivo è quello di diventare un celebre attore per approfittare delle fan, ma anche questo sfocia in un disastro. In seguito, scambiato per un sicario, entra a far parte di una banda di yakuza con esiti infausti. Infine si sottopone agli esperimenti di uno scienziato pazzo che vorrebbe renderlo invisibile. Trasformato in un uomo-mosca, verrà però sconfitto dall'esercito di difesa terrestre che lo attirerà in trappola con una montagna di escrementi. Nonostante Kitano ricordi questo film sgangherato e demenziale con particolare affetto (in un'intervista ha dichiarato che si tratta di uno dei suoi lavori preferiti, e rimpiange soltanto di non aver avuto a disposizione un budget superiore durante le riprese), la pellicola è stata definita da molti critici come un tentativo di suicidio artistico, un modo per distruggere l'immagine di regista "serio" che l'autore si era lentamente conquistato con i lavori precedenti. Se si pensa che nell'agosto del 1994, pochi mesi dopo averlo terminato, Kitano rimase vittima di un grave incidente in moto (di cui porta tuttora i segni in volto), sembra quasi che il film sia lo specchio fedele di una fase autodistruttiva della sua carriera, un attacco contro lo status quo dell'industria nipponica dell'intrattenimento di cui lui stesso faceva parte. "Ho fatto questo film per infangare il cinema giapponese", ha infatti dichiarato. "Avevo voglia di mostrare la realtà di questo cinema. È veramente un pessimo film, che nessuno vuole vedere perché puzza. Il Giappone, che è uno dei paesi economicamente più potenti, rifiuta un film come questo".

Eppure la pellicola non è certo un corpo estraneo alla poetica di Kitano, come potrebbe credere chi non conosce bene la vena paradossale e dissacratoria di "Beat" Takeshi: al contrario, è la summa di tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento, a partire dalle trasmissioni televisive ironiche e demenziali (da noi riprese in "Mai dire Banzai") che lo avevano reso celebre presso il grande pubblico. E dimostra che Kitano, nonostante gli allori e la fama di "autore" impegnato, resta comunque un comico che non si prende sul serio ed è capace di giocare con sé stesso. Al di là del livello non sempre esaltante delle gag (ma alcune invece sono fenomenali: il samurai che taglia a pezzi con la sua spada oggetti sempre più piccoli, fino agli atomi; il pilota d'arero che finge di gettarsi fuori con il paracadute; le parodie dei più popolari generi cinematografici giapponesi, come i film erotici e quelli su yakuza, samurai e mostri di gomma), la struttura è proprio quella del flusso televisivo, con un susseguirsi di sketch senza soluzione di continuità e senza apparente concatenazione logica, in maniera non dissimile da "Ridere per ridere" di John Landis o "E ora qualcosa di completamente diverso" dei Monty Python. L'umorismo è demenziale, sarcastico e spesso volgare, a volte quasi imbarazzante nella sua vacua infantilità e a volte così surreale da rasentare il teatro dell'assurdo, e trova il suo apice nella montagna di escrementi su cui il protagonista termina poco degnamente la sua odissea. D'altronde in Giappone l'humour scatologico ha una tradizione lunga e consolidata (si pensi per esempio al manga "Dottor Slump e Arale" di Akira Toriyama), una cosa normale per un paese – come ha spiegato lo stesso Kitano – che storicamente è sempre stato legato all'agricoltura e che ha dunque fondato le proprie fortune sui... fertilizzanti! Oltre a ridicolizzare le icone del cinema e dell'intrattenimento nipponico, però, il film lancia uno sguardo sarcastico sulla società nel suo insieme, per esempio sulla dipendenza dal sesso e dal consumismo. La satira è dunque a livello globale, e non deve perciò stupire se la parodia colpisce anche il cinema occidentale (da "La mosca" a "Ghostbusters"). Da notare infine l'uso comico della musica ("Così parlo Zarathustra", "Beat it" di Michael Jackson, la colonna sonora de "Lo squalo", ecc.), l'espressività (o – al contrario – la sua totale assenza) nei volti di alcuni caratteristi (Yojin Hino, il venditore d'auto; Tetsuya Yuuki, il boss yakuza effemminato), l'immancabile presenza dei soliti habituè kitaniani (Ren Osugi, il sicario che spara alle monetine; Susumu Terajima, lo yakuza che più volte muore davanti ad Asao lasciandogli armi, auto e droga). Lo stesso "Beat" Takeshi si ritaglia una piccola parte, quella dello scienziato pazzo che vorrebbe rendere invisibile Asao. Il protagonista, Dankan (alias Minoru Iizuka, già visto in "Boiling Point"), era in quegli anni il partner abituale di Kitano negli sketch comici che faceva in televisione.

28 gennaio 2010

Sonatine (Takeshi Kitano, 1993)

Sonatine (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 1993
con Takeshi Kitano, Aya Kokumai
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Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Murakami, yakuza stanco e disilluso che sta meditando di ritirarsi a vita privata, viene inviato a Okinawa con un pugno di uomini per aiutare una gang alleata in difficoltà. Ma in realtà è stato tradito dal suo boss, che intende sbarazzarsi di lui mandandolo incontro a morte certa. Il quarto lungometraggio di Kitano, quello con cui il regista comincia a raccogliere una certa notorietà internazionale, è un titolo fondamentale nella sua filmografia, il primo nel quale coniuga la violenza e il nichilismo già visti nei lavori precedenti con un'estetica e una poesia imprevedibile e astratta, che non può non lasciare disorientato uno spettatore che si attende magari un "normale" film di gangster (per quanto gli elementi classici del genere, come il tradimento e la vendetta, siano rigorosamente presenti). La pellicola è nettamente divisa in tre parti: nella prima, ambientata a Tokyo, facciamo la conoscenza con i personaggi, ritratti come spietati e insensibili (memorabile la frase di Murakami, colma di humour nero e sarcasmo, al suo vice Katagiri: "Siamo cattivi, vero?"); la terza, quella della resa dei conti finale, è secca e folgorante, con la sparatoria conclusiva che viene genialmente mostrata dall'esterno, attraverso il riverbero dei colpi di mitra sui vetri delle finestre, e che riecheggia l'epica disperata di Peckinpah. Ma il vero fulcro del film è la sezione centrale, che ha portato il Mereghetti a definire l'intero film "un beach-movie metafisico", in cui Murakami e i suoi compagni attendono inutilmente sulla spiaggia di ricevere notizie da Tokyo e si rendono conto infine di essere stati traditi. I giochi demenziali, le trappole scavate nella sabbia, la roulette russa, gli incontri di sumo (prima con le sagome di carta e poi con persone in carne e ossa che le imitano), le danze e i canti, le battaglie con i fuochi d'artificio, il frisbee e tutte le altre attività in cui i personaggi indulgono non rappresentano una pura regressione infantile né una semplice "perdita di tempo", ma un recupero del senso del gioco che è strettamente connesso al rischio, alla paura e alla morte, ovvero gli elementi che costituiscono l'essenza stessa di uno yakuza. Lontani dalla città e dai rituali sociali, e di fronte soltanto alla natura, i personaggi recuperano la loro dimensione più intima e personale. Murakami è perfettamente cosciente di questa situazione, e al suo sottoposto che gli domanda "Non è un po' troppo infantile, capo?", risponde "Che altro posso fare?". Anche il rapporto con la ragazza, la prostituta senza nome che si unisce al gruppo, è quasi un gioco di ruolo più che una relazione sessuale o di coppia: la ragazza non vuole essere protetta o "posseduta" da lui (che non l'aveva nemmeno aiutata mentre assisteva al suo stupro), ma lo ammira al punto da volersi identificare con la sua figura (gli chiede di poter sparare con il suo mitra, gli domanda notizie sul suo passato). Anche per questo, forse, si tratta di un rapporto insolitamente dolce e privo dei consueti sberleffi kitaniani.

Tutta la parte centrale del film, sospesa in un limbo magico dove il tempo non sembra mai trascorrere e la luna piena rimane in cielo per giorni e giorni di seguito, non rappresenta comunque un "buco nero" avulso dal resto della pellicola ma prefigura con lucidità ed essenzialità quello che avverrà dopo: si pensi al gioco della roulette russa, che si traduce prima in un sogno e poi nel suicidio del protagonista, ma anche alle continue sparatorie (il tiro al frisbee, la battaglia sulla spiaggia con i razzi), che anticipano lo scontro finale. L'elemento ludico verrà rivisitato altrettanto esplicitamente, è vero, ne "L'estate di Kikujiro", ma qui assume una valenza forse maggiore e più significativa, visto che non ci sono di mezzo bambini e che è dunque intimamente legato alla realtà e alla morte. Il mare, già intravisto in "Boiling point" e protagonista ne "Il silenzio sul mare", diventa in "Sonatine" uno scenario insostituibile, con i suoi rumori (il vento, le onde) e i colori, come sarà in seguito nella maggior parte delle pellicole del regista. La tavolozza cromatica si espande ed esplode: non solo il blu del mare o del cielo, ma anche il verde dei campi, il giallo della sabbia, il rosso del sangue, dei fiori e del frisbee. La grandezza del film è completata dall'umorismo, a volte ironico e a volte cinico (l'affogamento del gestore della sala da mahjong, appeso alla gru; la doccia sotto la pioggia, subito interrotta; l'auto che esce di strada; la gag della camicia floreale), dalla bellezza della messa in scena, spesso sorprendente (nelle riunioni fra i gangster, raramente è inquadrato chi sta parlando; sulla spiaggia invece predominano i campi lunghi che abbracciano tutti i personaggi), dall'asciuttezza della violenza (il pestaggio nel bagno; le sparatorie improvvise; il misterioso killer-pescatore), dall'umanità dei personaggi (l'amicizia che nasce fra Ken e il giovane Ryoji; la confessione a cuore aperto di Murakami quando rivela la sua paura della morte) e naturalmente dalla musica di Joe Hisaishi.

25 luglio 2009

Il silenzio sul mare (T. Kitano, 1991)

Il silenzio sul mare (Ano natsu, ichiban shizukana umi)
di Takeshi Kitano – Giappone 1991
con Claude Maki, Hiroko Oshima
***1/2

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli, con Marisa e Daniela.

Poetico, delicato, minimalista e riflessivo: il terzo film di Kitano – il primo in cui il regista non recita di persona e in cui si distacca dalle consuete e sanguinose vicende a base di yakuza e poliziotti – spiazza ancora una volta gli spettatori raccontando la storia di una coppia di fidanzati sordomuti alle prese con la passione del ragazzo per il surf. Lui, Shigeru, è un netturbino che un giorno trova una tavola buttata via e decide quasi casualmente di provare a praticare quello sport; lei, Takako, assiste amorevolmente ai suoi progressi guardandolo dalla riva, ripiegando con cura gli abiti che lui lascia sulla spiaggia e incitandolo quando decide di iscriversi a una gara impegnativa. Quasi senza trama e senza dialoghi (già normalmente nei lungometraggi di Kitano si parla poco, figuriamoci in questo!), la pellicola scorre lenta e rilassata ed è ravvivata da alcuni momenti romantici e da deliziosi tocchi umoristici (la scena in cui il ciclista cade improvvisamente dal molo, sorprendendo tanto gli spettatori quanto i personaggi sullo schermo, è geniale), in parte incentrati sulle disavventure di alcuni personaggi minori – inconfondibilmente kitaniani – come i due amici di Shigeru che, dopo averlo preso in giro, ne seguono le orme. Nel finale, in maniera inaspettata vista la sostanziale assenza fino ad allora di momenti drammatici, irrompe una misteriosa tragedia che aggiunge un particolare spessore fatalista all'intera vicenda.

Il mare è un tema ricorrente nelle opere di Kitano, che spesso ama mostrare i suoi personaggi sulla spiaggia o di fronte alle onde. Con questo lungometraggio comincia anche la fondamentale collaborazione con il compositore Joe Hisaishi (già noto per le musiche dei film di Hayao Miyazaki), che realizza una bella colonna sonora nella quale spicca il tema principale, "Silent love". Da segnalare il cameo di Susumu Terajima (quasi un attore feticcio di Kitano) nel ruolo del camionista che dà un passaggio a Shigeru e Takako. Il titolo originale si può tradurre con "Quell'estate, il mare era molto calmo". Il film è noto in occidente anche con il titolo inglese "A scene at the sea", mentre quello italiano è identico a quello di una pellicola di Jean-Pierre Melville ("Le silence de la mer").

7 giugno 2009

Boiling point (Takeshi Kitano, 1990)

Boiling point - I nuovi gangster (3-4 x jūgatsu)
di Takeshi Kitano – Giappone 1990
con Masahiko Ono [Yurei Yanagi], Takeshi Kitano
**1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Nella sua seconda pellicola, la prima in cui è accreditato anche come sceneggiatore, Kitano si ritaglia un ruolo marginale (ma indimenticabile: un folle yakuza di Okinawa, gay e vendicativo) e lascia spazio a un gruppo di giovani attori. Come suggerisce il titolo originale (il punteggio di una partita di baseball combattuta colpo su colpo e risoltasi soltanto per un punto), la storia è quella di uno scontro fra un gruppo di ragazzi e una banda di yakuza, condotto a base di vendette e di ripicche, fra aggressività repressa e sopraffazione arrogante. La rivalità nasce da un innocuo incidente presso la stazione di servizio dove lavora Masaki, il protagonista. Quando i gangster se la prendono anche con il suo coach di baseball, Masaki e un amico si recano a Okinawa per procurarsi un'arma da fuoco, ma si riveleranno incapaci di usarla. Il bizzarro finale, dopo un'escalation di violenza, lascia con un dubbio: tutto è realmente accaduto o è stato soltanto immaginato? Pur essendo senza dubbio un film minore, "Boiling point" rappresenta un passo importante nello sviluppo dello stile di Kitano. Nascono qui, più che nel precedente "Violent cop", la sua abitudine di inquadrare a lungo ciò che avviene prima e dopo (ma non durante) gli snodi importanti della trama; l'humor nero e grottesco che uno spettatore disorientato può addirittura faticare a cogliere, visto che i volti dei personaggi restano impassibili anche nelle situazioni più assurde; gli scoppi improvvisi di violenza insensata, dovuti non solo alla personalità schizofrenica dei characters coinvolti ma anche ai rapporti di forza tra loro e ai rispettivi ruoli all'interno delle gerarchie sociali; l'apparente apatia che caratterizza molti personaggi, Masaki in primis, alle prese con gravi problemi di incomunicabilità; i lati ludici e infantili dei gangster e dei malviventi più crudeli; alcune inquadrature pittoriche o poetiche, come il volto di Beat Takeshi incorniciato da una corona di fiori di campo, che fungono da interludio tra un momento di violenza e l'altro. La parte centrale del film, quella ambientata a Okinawa, più che un corpo estraneo sembra quasi una sorta di prova generale per uno dei successivi lungometraggi di Kitano, il magnifico "Sonatine", mentre la relazione fra Masaki e la sua ragazza pare anticipare quella fra i due protagonisti de "Il silenzio sul mare". Curiosamente la pellicola è completamente priva di musica, se si eccettua la scena al karaoke dove uno dei personaggi intona goffamente la bella canzone "Akujo" di Miyuki Nakajima.

6 giugno 2009

Violent cop (Takeshi Kitano, 1989)

Violent cop (Sono otoko, kyōbō ni tsuki)
di Takeshi Kitano – Giappone 1989
con Takeshi Kitano, Maiko Kawakami
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Takeshi Kitano è forse il mio regista vivente preferito. Autore di capolavori come "Hana-bi", "Sonatine", "L'estate di Kikujiro", "Dolls" e "Il silenzio sul mare", ha uno stile elegante e consapevole che mette al servizio di storie caratterizzate da violenza, lirismo e un umorismo grottesco e catartico. È anche un artista variegato e multiforme, che prima di esordire alla regia con questo film è stato – ed è tuttora – comico teatrale e televisivo, presentatore, pittore, poeta e scrittore. In Giappone è noto soprattutto con il nome d'arte "Beat Takeshi" (assunto quando, a inizio carriera, faceva parte di un duo comico manzai chiamato "The Two Beats"), con il quale si firma tuttora quando recita. Più che per i suoi film, presso il grande pubblico nipponico è popolare soprattutto per le numerose apparizioni televisive, le sue opinioni provocatorie e la sua personalità sopra le righe: è la star e il conduttore di programmi come "Oretachi Hyōkin-zoku" e "Takeshi's Castle", alcuni spezzoni del quale sono stati trasmessi da noi in "Mai dire banzai". In Italia, prima di raggiungere il successo grazie al trionfo di "Hana-bi" al festival di Venezia, lo ha fatto conoscere Enrico Ghezzi, che ne ha trasmesso spesso i film a "Fuori Orario". Ricordo che la prima volta che vidi una sua pellicola, proprio "Violent cop", rimasi abbastanza spaesato dal suo stile così insolito e straniante. Mi convinsi persino che non mi fosse piaciuto, ma non era vero: le visioni successive mi fecero capire la sua grandezza e la sua genialità.

Prima di questo poliziesco sui generis, Kitano aveva già recitato in diversi film (il più celebre è "Furyo" di Nagisa Oshima). "Violent cop" avrebbe dovuto essere diretto da Kinji Fukasaku, che però diede forfait all'ultimo momento per problemi di salute. Kitano chiese allora di subentrare come regista, ne riscrisse la sceneggiatura e ne cambiò completamente il tono (inizialmente doveva trattarsi di una commedia!), disorientando non poco gli spettatori che non si aspettavano da lui un film tanto duro e cinico. La storia è quella di Azuma, poliziotto sociopatico dai modi spicci e refrattario alle regole, che indaga sull'apparente suicidio di un collega e amico, sospettato di collusione con una banda di trafficanti di droga. Dopo estenuanti inseguimenti, scazzottate al ralenti e spietate sparatorie, la pellicola termina con un finale nichilista che non risparmia nessuno. Pur con uno stile ancora lontano dai livelli che raggiungerà in seguito, l'idea di cinema del regista è già lucida, coerente e originale: lunghe carrellate – o, più spesso, inquadrature fisse – si soffermano sui personaggi e sulle ambientazioni (per esempio nelle prolungate riprese del protagonista che cammina sul ponte della ferrovia), la musica di Daisaku Kume (non c'è ancora Joe Hisaishi, che dal terzo film diventerà un collaboratore fondamentale), che si ispira a Erik Satie, sottolinea in maniera eterodossa tanto le scene concitate quanto i momenti di riflessione, mentre la sceneggiatura descrive le azioni dei personaggi senza inutili didascalismi. Nessun elemento della pellicola è messo a caso, e si ha sempre l'impressione che il controllo del regista su tutto ciò che si vede sullo schermo sia totale, come in Ozu. Molti dei temi e degli elementi più cari al regista sono già presenti, come l'amicizia, il tradimento, la malattia (con la sorella del protagonista che soffre di disturbi mentali e che viene rapita e ripetutamente violentata da una gang di drogati) e le scelte radicali ma necessarie. Il titolo originale significa "Quest'uomo è pericoloso!"