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7 gennaio 2022

Jackie Brown (Quentin Tarantino, 1997)

Jackie Brown (id.)
di Quentin Tarantino – USA 1997
con Pam Grier, Samuel L. Jackson
***

Rivisto in TV (Netflix).

Ordell Robbie (Samuel L. Jackson), piccolo trafficante d'armi, fa uscire di prigione l'hostess Jackie Brown (Pam Grier), che sfrutta per trasferire all'estero il denaro da lui guadagnato, con l'intenzione di eliminarla come ha appena fatto con un altro complice, il sempliciotto Beaumont (Chris Tucker). Ma la donna, fiutata l'antifona, si allea con Max Cherry (Robert Forster), il prestanome che ha pagato la sua cauzione, per mettere lei stessa le mani sul bottino di Ordell. Il terzo lungometraggio di Quentin Tarantino è (almeno apparentemente) un film "minore" rispetto ai due capolavori che l'hanno preceduto (ovvero "Le iene" e "Pulp fiction"), anche se ha diverse cose in comune con quelli, a partire ovviamente dallo stile (i dialoghi sono il punto di forza, ma non mancano piani sequenza, split screen e altri virtuosismi di regia), dal cast corale e da una narrazione in parte decostruita (vedi la scena nel negozio di abbigliamento dove avviene lo scambio di denaro, mostrata più volte dal punto di vista dei diversi personaggi). La trama è tratta da un romanzo di Elmore Leonard, "Punch al rum" (il che ne fa l'unico film di Tarantino basato dichiaratamente su un soggetto non originale), di cui cambia però l'ambientazione (da Miami a Los Angeles) e alcuni dettagli, e l'intera operazione diventa così un omaggio alla blaxploitation, il genere cinematografico degli anni settanta di cui proprio Pam Grier era stata una delle protagoniste (con film come "Coffy" e "Foxy Brown", quest'ultimo citato persino attraverso il medesimo font nel titolo). Alla Grier, tornata così alla ribalta, Quentin affianca come suo solito un nutrito cast di stelle: Robert De Niro (Louis Gara, il complice di Ordell), Bridget Fonda (Melanie, una delle ragazze del gangster), Michael Keaton e Michael Bowen (i due poliziotti). Ogni personaggio o gruppo di personaggi persegue i propri interessi, spesso in contrasto fra di loro, ma alla fine i "buoni" sono quelli interpretati dalla Grier e da Forster. Pur dilungandosi un po', il film risulta più che gradevole, anche perché realizzato quando l'estrema derivatività, il citazionismo e l'incartocciarsi su sé stesso del buon Quentin erano ancora più un pregio che un difetto. Fra le mille citazioni: l'incipit sul rullo trasportatore all'aeroporto ricorda quello de "Il laureato"; Jackson e De Niro parlano di cinema di Hong Kong (ma il doppiaggio italiano traduce maldestramente "The killer" di John Woo come "L'assassino"); e diverse scene (come la visuale dal portabagagli dell'auto) richiamano gli stessi lavori precedenti di Tarantino. La trasmissione televisiva "Chicks who love guns" non esiste in realtà, ed è stata ideata apposta per il film. Nella colonna sonora spiccano i brani dei Delfonics. Curiosità: l'anno seguente Michael Keaton interpreterà lo stesso personaggio (l'agente Ray Nicolette) in un altro film tratto da un romanzo di Leonard, "Out of sight". Anche Ordell e Louis torneranno in un'altra pellicola, prequel di questa, "Scambio a sorpresa" del 2013.

18 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood (Q. Tarantino, 2019)

C'era una volta a... Hollywood (Once upon a time in... Hollywood)
di Quentin Tarantino – USA 2019
con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt
**1/2

Visto al cinema Orfeo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Rick Dalton (DiCaprio) è un ex attore di western televisivi, la cui carriera sta rapidamente calando a picco: dopo una serie di pellicole di serie B, si ritrova a fare piccole parti da cattivo in episodi pilota di nuovi telefilm, mentre il suo agente cerca di convincerlo ad andare a girare spaghetti western in Italia. Cliff Booth (Pitt) è il suo stuntman, nonché miglior amico, autista ed aiutante tuttofare. La loro vicenda, nella Hollywood del 1969, si intreccia con quella di Sharon Tate (Margot Robbie), giovane moglie del regista Roman Polanski. Per una volta Tarantino sforna una pellicola dai toni per lo più compassati, ricolma sì di spunti citazionistici ma anche assai più intima e misurata del suo solito. La violenza estrema e grottesca fa capolino soltanto nel finale, peraltro ampiamente preannunciata, almeno per chi conosce bene i retroscena dei delitti della "famiglia" di Charles Manson. Saranno proprio questi spettatori, dotati delle necessarie "conoscenze enciclopediche" (ovvero al corrente dei dettagli della morte di Sharon Tate, o che capiscono che il "Charlie" citato dagli hippie al ranch è Manson) a rimanere particolarmente colpiti e sorpresi dal finale catartico che gioca a stravolgere la storia. Già, perché come aveva già fatto in "Bastardi senza gloria", Tarantino si diverte a modificare il corso degli eventi reali. La villa di Rick si trova in Cielo Drive, proprio a fianco di quella dei Polanski: ed è da lui, anziché dai vicini di casa, che i membri della Manson Family fanno irruzione, con esiti inaspettati. Il che giustifica anche il titolo "fiabesco", al di là dell'evidente omaggio a Sergio Leone (a proposito: nei manifesti e nel materiale in rete il titolo è scritto con l'ellisse – i tre puntini... – immediatamente prima della parola "Hollywood", ma quando compare sullo schermo, proprio prima dei titoli di coda, i puntini sono anticipati: "C'era una volta... a Hollywood"). Pervaso da un'atmosfera nostalgica, appropriata per quello che è un sincero omaggio alla Hollywood e al mondo dell'intrattenimento di fine anni sessanta (particolarmente curata la ricostruzione storica, dalle scenografie che riportano in vita celebri locali e drive-in, agli spezzoni di pellicole e telefilm di quell'epoca: esilaranti, in particolare, i finti "film italiani" – uno dei quali di Sergio Corbucci! – che Dalton si trova a interpretare), il film è però dispersivo (sembra procedere a casaccio, guidato soltanto dall'evidente finale cui si tende), inutilmente lungo e dilatato (le quasi tre ore di durata non sono giustificate). Se non mancano dialoghi, scene e situazioni memorabili (il confronto fra Rick e la bambina attrice; la Tate che va al cinema a rivedersi in un filmetto da lei interpretato; l'irriverente scontro fra Cliff e Bruce Lee), resta comunque l'impressione che molte parti avrebbero potuto tranquillamente essere sforbiciate: tutto il personaggio di Cliff, per esempio, è in fondo quasi superfluo, nonostante un buon tentativo di caratterizzazione (ma la scena in cui lavora sul tetto a torso nudo è soltanto un fan service), privo com'è di autentico conflitto in relazione al vero protagonista del film, Rick Dalton. Ottimo DiCaprio, che si conferma un grande attore. Nel cast, in ruoli minori, anche Margaret Qualley, Emile Hirsch, Dakota Fanning e Al Pacino. Lorenza Izzo è la moglie italiana di Rick, Rafał Zawierucha è Roman Polanski, Damian Lewis è Steve McQueen, Mike Moh è Bruce Lee. Camei di Bruce Dern, Kurt Russell, Zoë Bell e Michael Madsen. Bravo anche il pitbull Sayuri (Brandy), che a Cannes (dove il film era stato presentato in anteprima) ha vinto la Palm Dog.

10 febbraio 2016

The hateful eight (Quentin Tarantino, 2015)

The Hateful Eight (id.)
di Quentin Tarantino – USA 2015
con Samuel L. Jackson, Kurt Russell
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Paola.

Per sfuggire a una terribile tempesta di neve, otto uomini (e una donna) si rifugiano in un emporio sperduto nel bel mezzo del Wyoming. Siamo qualche anno dopo la conclusione della guerra civile americana (le cui conseguenze si fanno ancora sentire), in una frontiera dove la legge e la giustizia faticano ancora ad arrivare. La donna è Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), condannata a morte per omicidio e prigioniera del cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell), detto "Il boia" perché porta sempre le sue prede vive fino alla forca, che la sta scortando verso la cittadina di Red Rock, dove sarà impiccata. Gli altri uomini sono il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), già soldato yankee e ora a sua volta cacciatore di taglie; Chris Mannix (Walton Goggins), già guerrigliero sudista e ora futuro sceriffo di Red Rock; Osvaldo Mobrey (Tim Roth), eccentrico boia della cittadina; Joe Gage (Michael Madsen), un misterioso mandriano; il generale Sanford Smithers (Bruce Dern), anziano veterano sudista; il messicano Bob (Demián Bichir), gestore della locanda; più il cocchiere O.B. Jackson (James Parks). Costretti a condividere il locale mentre fuori la bufera infuria, ben presto risulta chiaro a tutti che qualcuno fra loro non è chi dice di essere: che si tratti di un complice di Daisy, giunto lì con l'intenzione di uccidere John Ruth e di liberarla? La situazione, poi, è resa ulteriormente tesa dai contrasti fra il nero Warren, che durante la guerra si è stato il responsabile della morte di numerosi soldati confederati, e il rancore o l'odio provato verso di lui da Mannix e soprattutto dal generale Smithers. Le alleanze si formano e si disfano in un attimo, ai seconda dei sospetti e della fiducia, fino a quando le carte non vengono messe in tavola e scoppia la carneficina...

Al suo secondo western di fila dopo "Django Unchained" (ma come al solito la pellicola è in realtà un miscuglio di generi, come testimoniano le fonti di ispirazione: dal giallo alla Agatha Christie di "Dieci piccoli indiani" all'horror fra le nevi de "La cosa" di Carpenter, film che non a caso vedeva proprio Kurt Russell fra i protagonisti), Tarantino realizza un film ambientato (quasi) tutto in una stanza, sfruttando i vasti panorami innevati soltanto come ambiente ostile che circonda i personaggi e li costringe a fare i conti con sé stessi, le loro alleanze e le loro idiosincrasie. I temi della verità, della fiducia e della giustizia nascondono un desiderio di morte e di odio che permea quasi tutti (il titolo della pellicola, oltre a risultare un ironico spoof di celebri western quali "I magnifici sette", potrebbe essere tradotto "Gli odiosi otto" ma anche "Gli otto pieni d'odio"), che per motivi di razza, di denaro, di opportunità o di famiglia sono pronti a mentire o a compiere le maggiori nefandezze. Lungo (quasi tre ore) e a tratti lento (il compiacimento e l'eccessiva verbosità portano il regista a trascinare un po' troppo alcune scene che avrebbero potuto essere raccontate in maniera più secca ed efficace: vedi, per esempio, il flashback sull'arrivo della prima diligenza all'emporio), il film punta quasi tutto sulla caratterizzazione dei personaggi, sostenuta peraltro da ottimi attori, che però per molti di loro non va oltre un certo schematismo quasi caricaturale. Anche i dialoghi risultano molto di maniera, benché sfiorino temi a 360 gradi, di natura politica e sociale: qualche critico ha affermato che è come se nell'emporio del film si fosse rifugiata l'intera nazione americana. Nel complesso, comunque, il personaggio più riuscito mi è parso quello interpretato da Kurt Russell.

La pellicola è divisa in capitoli, con alcune sorprese: nel quarto e nel quinto capitolo (di sei), irrompe una voce narrante (in originale dello stesso Tarantino) che si rivolge allo spettatore ma che in precedenza era assente. Molto bella la colonna sonora di Ennio Morricone (è la prima volta che Tarantino si affida a una soundtrack originale), quasi da thriller psicologico più che da western, che in certi passaggi evoca il cinema di Hitchcock e De Palma. E a proposito di Hitchcock: memorabile la scena in cui si vede una mano in primo piano versare il veleno nel bricco del caffè, azione sottolineata dal narratore e prodromo a una sequenza, questa sì, colma di suspense perché per una volta lo spettatore sa qualcosa che i personaggi ignorano. Nel cast anche Channing Tatum (Jody, il fratello di Daisy Domergue) e la stuntwoman Zoë Bell (la cocchiera Judy). Le scene iniziali, con i paesaggi innevati attraversati dalla carrozza, ricordano "Il grande silenzio" di Corbucci (anche quello musicato da Morricone), mentre un'altra fonte di ispirazione potrebbe essere stata il misconosciuto "La notte senza legge" di André De Toth. Eppure, per una volta, forse il regista americano ha voluto citare soprattutto sé stesso. Il meccanismo di tutta la pellicola è infatti simile a quello del film d'esordio di Tarantino, "Le iene", con cui ha davvero molto in comune: uomini chiusi in un edificio, false identità, una carneficina finale (e anche attori come Tim Roth e Michael Madsen). Ma il gioco non funziona allo stesso modo, e la tensione è sostituita da una violenza sopra le righe e talmente splatter da non poter essere facilmente presa sul serio. Una curiosità: nella scena in cui Kurt Russell distrugge la chitarra di Daisy, per errore è andato in pezzi un preziosissimo strumento del 1800, prestato ai cineasti da un museo: la reazione d'orrore dell'attrice che si vede sullo schermo è del tutto reale!

24 luglio 2013

Le iene (Quentin Tarantino, 1992)

Le iene (Reservoir dogs)
di Quentin Tarantino – USA 1992
con Harvey Keitel, Tim Roth
****

Rivisto in DVD, con Eleonora e Sabrina.

Dopo un furto in una gioielleria finito male, alcuni dei rapinatori sopravvissuti si rifugiano in un magazzino isolato, per raccogliere le idee e capire se fra loro si nasconde un traditore. Fra inattesi colpi di scena e flashback chiarificatori, seguirà una sanguinosa resa dei conti. Fologorante esordio alla regia di Quentin Tarantino, autore-cinefilo con la passione per il cinema di genere (su tutti i B-movies, i film di exploitation e i poliziotteschi italiani degli anni settanta) e già autore di un paio di sceneggiature ad alta tensione che verranno portate sullo schermo negli anni immediatamente successivi ("Una vita al massimo", "Natural Born Killers"), ha il suo punto di forza nella sceneggiatura dello stesso Quentin, che come nel successivo capolavoro "Pulp fiction" è a livello stratosferici, a mio parere mai più raggiunti in seguito dal regista. Pur non descrivendo la rapina, ma solo i suoi preparativi e le conseguenze del suo fallimento, il film è permeato da una forte violenza grafica e da una suspense capace di raggiungere punte assai elevate. La ricchezza dei dialoghi (anche quando l'oggetto della discussione è marginale rispetto alla vicenda principale: vedi il meraviglioso incipit nella caffetteria, dove si discorre sul significato di "Like a Virgin" di Madonna o si filosofeggia sulle mance alle cameriere) e le battute affilate e ciniche al servizio di personaggi ottimamente caratterizzati si sposano con una struttura narrativa non lineare, coadiuvata da un montaggio che porta continuamente avanti e indietro nella vicenda, giocando con le attese degli spettatori e rivelando informazioni e retroscena dei personaggi solo quando è il momento giusto: in questo modo fa montare inesorabilmente la tensione fino a liberarla all'improvviso in scoppi di violenza che giungono inaspettati e come pugni nello stomaco. Come se non bastasse, a questo si aggiunge un fermo controllo sulla materia trattata (che apparentemente ricorre persino all'unità di tempo e di spazio – se si eccettuano per l'appunto i brevi flashback, l'intero film è ambientato in un vasto capannone – e fa quasi pensare di trovarsi di fronte a un testo teatrale), nonché l'eccellente studio dei personaggi (caratterizzati con una forte ambiguità morale) e la straordinaria capacità di dirigere gli attori, un formidabile cast che comprende vecchie glorie (Keitel) e giovani talenti (Roth), nomi allora sconosciuti (Madsen) e habitué del cinema indipendente (Buscemi), tutti messi in condizione di sfornare prove davvero intense.

Dopo aver venduto le sue prime sceneggiature e aver frequentato un workshop al Sundance Film Institute di Robert Redford, Tarantino era stato incoraggiato a mettersi dietro la macchina da presa dal regista Monte Hellman, che lo aveva aiutato anche a trovare finanziamenti. Inizialmente avrebbe dovuto trattarsi di una pellicola a bassissimo budget, senza nomi di rilievo nel cast (gli interpreti, a parte lo stesso Tarantino e l'amico-produttore Lawrence Bender, dovevano essere i colleghi del videonoleggio dove Quentin lavorava): solo con l'ingresso di Harvey Keitel, che volle figurare anche come co-produttore, il progetto salì di livello. Girato in sole cinque settimane, il film si basa su un soggetto che – a detta dello stesso Tarantino – è fortemente debitore a "Rapina a mano armata" di Stanley Kubrick, da cui riprende non solo il tema principale ma anche l'utilizzo di una narrazione decostruita. Altra fonte di ispirazione è il noir hongkonghese "City on fire" di Ringo Lam, la cui seconda metà presenta virtualmente la stessa trama de "Le iene". Ma vista la cinefilia di Tarantino, la sua caratteristica di "rimasticatore" del cinema di genere e la sua passione per citazioni e riferimenti, non deve stupire come in questo film d'esordio abbondino gli omaggi a pellicole del passato. L'iconico abbigliamento dei sei rapinatori (giacca e cravatta con occhiali neri, come veri e propri "men in black" o magari impiegati del crimine) richiama quello dei protagonisti della saga di "A better tomorrow" di John Woo, in particolare il secondo episodio. I nomi in codice basati sui colori – Mister Black, Mister Orange, Mister Pink... – provengono dal thriller "Il colpo della metropolitana" di Joseph Sargent. La violenza iperstilizzata fa pensare alle opere d'esordio di Martin Scorsese ("Mean Streets") e ai western crepuscolari di Sam Peckinpah ("Il mucchio selvaggio"). La sequenza del taglio dell'orecchio potrebbe essere stata ispirata dal western italiano "Django" di Sergio Corbucci così come dal giapponese "The shogun assassin" di Kinji Fukasaki, ma più probabilmente dal film noir "La polizia bussa alla porta" di Joseph H. Lewis (il cui cattivo è un sadico gangster che si chiama, guarda caso, Mr. Brown). E Quentin condisce il tutto con ulteriori riferimenti a film, canzoni, fumetti che ama: da Pam Grier (protagonista di tante pellicole blaxploitation e futura protagonista di "Jackie Brown") ai Fantastici Quattro (si cita la Cosa, si vede un poster di Silver Surfer).

La decisione di non mostrare le sequenze della rapina è stata spiegata dal regista come una scelta voluta e non solo una questione di budget. Il film, di fatto, non è un heist movie: non parla del furto ma "di altre cose". Oltre ai sei rapinatori – Mr. White (Harvey Keitel, il gangster compassionevole), Mr. Orange (Tim Roth, il poliziotto infiltrato), Mr. Pink (Steve Buscemi, la macchietta comica), Mr. Blonde (Michael Madsen, il sadico psicopatico), Mr. Brown (Quentin Tarantino) e Mr. Blue (Edward Bunker), con gli ultimi due che escono di scena quasi subito – il roster comprende di fatto solo altri quattro personaggi: Joe (Lawrence Tierney), l'organizzatore della rapina; Eddie "il bello" (Chris Penn), suo figlio; Holdaway (Randy Brooks), l'agente che istruisce Mr. Orange; e Marvin (Kirk Baltz), il poliziotto catturato e torturato da Mr. Blonde in quella che è forse la scena che più rimane impressa nella memoria dello spettatore. Da notare che il vero nome di Mr. Blonde (uno dei pochi che viene rivelato) è Vic Vega: si tratta infatti del fratello di Vincent Vega, il personaggio interpretato da John Travolta in "Pulp Fiction". Fra i progetti di Tarantino c'era anche un film sui due fratelli Vega ("The Vega Brothers"), ambientato ovviamente prima degli eventi dei suoi due film d'esordio, ma la cosa non si è mai realizzata (e difficilmente lo sarà, vista ormai l'età dei due attori). Fondamentale, come nella pellicola seguente, la colonna sonora, tutta a base di canzoni vintage (prevalentemente degli anni settanta, visto che in gran parte vengono ascoltate alla radio, attraverso la trasmissione "K-Billy's Super Sounds of the Seventies", il cui dj ha nella versione originale la voce di Steven Wright): fra le altre spiccano "Little Green Bag" (The George Baker Selection, sui titoli di testa), "Fool for Love" (Sandy Rogers), "Stuck in the Middle with You" (Stealers Wheel, nella scena della tortura) e "Coconut" (Harry Nilsson, sui titoli di coda). Inizialmente presentato proprio al Sundance Film Festival, il film ottenne un meritato successo di critica ma rimase per lo più sconosciuto al grande pubblico. Dopo il successo di "Pulp fiction", nel 1994, fu rieditato nelle sale, riscuotendo nuovo interesse ma anche correndo il rischio di essere irrimediabilmente "accomunato" al secondo lavoro del regista (ricordo per esempio che gli spettatori esplodevano in risa fragorose anche durante scene, come quella dell'orecchio tagliato, che erano state costruite come disturbanti e in cui francamente non c'era niente da ridere: anche se l'humor nero ne "Le iene" non manca, il livello di ironia fra le due pellicole è infatti ben diverso, ma molti non se ne accorgevano e si lasciavano trascinare dalle loro aspettative). In Italia il film ha ispirato l'omonimo programma televisivo, i cui conduttori e inviati si vestono come i protagonisti della pellicola stessa.

21 gennaio 2013

Django unchained (Q. Tarantino, 2012)

Django Unchained (id.)
di Quentin Tarantino – USA 2012
con Jamie Foxx, Christoph Waltz
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Nel profondo Texas, un paio d’anni prima della guerra civile americana, lo schiavo nero Django (Jamie Foxx) viene liberato dal cacciatore di taglie tedesco King Shultz (Christoph Waltz) e si unisce a lui per vendicarsi degli schiavisti che gli hanno portato via la moglie, ora segregata nella tenuta del negriero Calvin Candie (Leonardo DiCaprio). Per la prima volta nella sua carriera Quentin Tarantino realizza esplicitamente un western (“esplicitamente” perché in passato, per esempio in alcune sequenze di “Kill Bill” e di “Bastardi senza gloria”, si era già ispirato a questo genere cinematografico da lui così amato), facendo riferimento diretto al sottogenere del western all’italiana: il nome del protagonista e l’idea di base provengono infatti dal leggendario “Django” di Sergio Corbucci, mentre spunti, situazioni e persino parte della colonna sonora (da Ennio Morricone al tema di “Trinità”) saccheggiano ampiamente la produzione italiana degli anni sessanta e settanta. Ma come sempre, nei film di Tarantino è difficile contare tutte le citazioni che si accumulano strada facendo, anche perché molte di esse si accatastano in maniera random o addirittura superflua. In ogni caso, il regista ha dichiarato di aver voluto realizzare un film che “affrontasse l’orribile passato degli Stati Uniti riguardo alla schiavitù”, ma di averlo voluto fare come uno spaghetti western e non un film “serio”. Anche Sergio Leone e soci, a dire il vero, usavano i grandi eventi storici e sociali nei loro film: ma questi rimanevano soltanto sullo sfondo e non sovrastavano, con il loro ingrombrante significato, le vicende degli uomini che di quelle pellicole erano i protagonisti. C’è chi ha scritto che dopo “Kill Bill” il buon Quentin ha smesso di essere uno sperimentatore ed è diventato un autore: proprio per questo, nonostante la sua voglia di stupire con esagerazioni sempre maggiori, è diventato in un certo senso prevedibile. Se non mancano scene e sequenze esilaranti o memorabili, soprattutto nella prima parte (la liberazione di Django da parte di Schultz, il loro primo “lavoro” insieme, la divertentissima scena dei vendicatori incappucciati che anticipano il Ku Klux Klan: “La prossima volta faremo maschere migliori”), dall’entrata in scena di DiCaprio la pellicola sembra ingripparsi e comincia ad arrancare, trascinando la parte centrale troppo a lungo, prima di riprendere il suo ritmo nello scontro finale. E rimane sempre la sensazione che il tema della schiavitù – così come era avvenuto per il nazismo e l’olocausto in “Bastardi senza gloria” – siano per Quentin soltanto un pretesto come un altro per dare libero sfogo alla sua vena citazionista, all’esibizione di violenza fumettosa ed estetizzata (notevoli gli schizzi di sangue finto), alla messa in scena di dialoghi e situazioni talmente assurde e paradossali che dopo un po’ cominciano a stancare. Alcune curiosità: Franco Nero, il Django originale del film di Sergio Corbucci, compare in una breve sequenza nella quale, fra l’altro, discute con Jamie Foxx su come si scriva il suo nome (“La ‘D’ è muta” – “Lo so”). La donna con il volto coperto da un fazzoletto che si intravede più volte insieme agli sgherri di Candie, al punto che lo spettatore si attende su di lei chissà quale rivelazione che invece non arriverà mai, è Zoë Bell, già controfigura di Uma Thurman in “Kill Bill” e protagonista di “Grindhouse – A prova di morte”. Lo stesso Tarantino ha un breve cameo nei panni di un uomo che esplode a causa di un candelotto di dinamite. Sempre fra gli sgherri di Candie, infine, si riconoscono Tom Savini e Ted Neeley (il Gesù di “Jesus Christ Superstar”!). Nel cast ci sono anche Kerry Washington (la moglie di Django, dal nome tedesco: Broomhilda von Shaft) e Samuel L. Jackson (Stephen, il servitore di Candie). La multiforme colonna sonora contiene anche brani classici (il “Dies Irae” dal Requiem di Verdi, “Per Elisa” di Beethoven suonata con l’arpa), rap e pop. Polemiche in America (prive di senso, visto il contesto) per la troppa violenza del film e per l’eccessivo uso della parola “nigger”.

4 ottobre 2009

Bastardi senza gloria (Q. Tarantino, 2009)

Bastardi senza gloria (Inglourious basterds)
di Quentin Tarantino – USA/Germania 2009
con Brad Pitt, Mélanie Laurent
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella Francia occupata dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, un manipolo di soldati americani che si fanno chiamare "i bastardi" agisce clandestinamente con azioni di guerriglia, massacrando più soldati tedeschi possibile e spargendo il terrore fra le linee nemiche. Sono guidati dal tenente Aldo Raine (Pitt), detto "l'Apache" per la sua caratteristica di togliere lo scalpo alle sue vittime e l'abitudine di incidere una svastica sulla fronte di coloro che lascia in vita, per non correre il richio che – una volta finita la guerra – possano togliersi l'uniforme e dimenticare di essere stati nazisti. Quando vengono a sapere che l'intero stato maggiore del Reich, compreso Hitler, sarà presente a Parigi alla première di un film di propaganda voluto da Goebbels, i "bastardi" progettano di far saltare in aria il cinema con l'aiuto di un ufficiale inglese e di un'attrice tedesca infiltrata. Ma non sanno che anche la proprietaria del cinema, una ragazza ebrea sfuggita qualche anno prima al massacro della sua famiglia, ha in mente di dar fuoco alla sala...

Dopo il deludente "A prova di morte", Tarantino torna a fare ciò che gli riesce meglio: un pastiche fumettoso, esagerato e sopra le righe, ricolmo di personaggi psicopatici e non certo per tutti i gusti, che alterna momenti e situazioni esaltanti a clamorose cadute di stile, ma purtroppo anche senza i dialoghi brillanti di un tempo e con alcune caratterizzazioni discutibili o semplicemente superficiali (a cominciare dai "bastardi": forse in futuro una versione director's cut dedicherà maggior spazio ai singoli membri del gruppo?). L'intera vicenda è avvolta da un manto di irrealtà, che parte dall'incipit fiabesco ("C'era una volta...", titolo che fa il verso ad alcune delle pellicole più idolatrate dal regista, da Sergio Leone a Tsui Hark) e giunge all'inaspettata conclusione in cui – paradossalmente e catarticamente – l'attentato contro Hitler ha successo e il Führer viene ucciso nel cinema, ponendo fine in anticipo alla guerra. Messa dunque da parte la verosimiglianza storica e ogni parvenza di analisi sociale (i tedeschi, agli occhi dei protagonisti, sono tutti cattivi per definizione, dal primo gerarca all'ultimo soldato semplice), il film si snoda attraverso una serie di vicende – divise in capitoli – che scorrono in parallelo, governate più dal caso che da necessità narrative: fra crudeltà ed efferatezze, tutti uccidono tutti e tutti possono morire, spesso in maniera gratuita e aleatoria (perché viene uccisa l'attrice, per esempio?), sorprendendo lo spettatore in ogni momento con svolte inattese e colpi di scena imprevisti. Non nego di aver provato anche un senso di fastidio per la generalizzata mancanza di umanità, questo insistere sulla vendetta e sulle atrocità, l'impossibilità di stabilire un legame empatico con quelli che dovrebbero essere i "buoni" e che invece sono più crudeli e spietati dei "cattivi" (al punto che, paradossalmente, gli unici a mostrare qualche sentimento positivo e non violento si ritrovano proprio fra i nazisti: dal soldato che vorrebbe riabbracciare la madre a quello che festeggia la nascita del primogenito, oltre ovviamente al giovane attore che si innamora della proprietaria del cinema: desideri che, nel mondo di Tarantino, non hanno la minima speranza di essere ricambiati o esauditi). Fra le scene migliori, sicuramente vanno citate quelle "attorno ai tavoli", costruite per creare tensione: la sequenza iniziale in cui il colonnello Landa irrompe nella casa del contadino francese che nasconde una famiglia di ebrei e quella ambientata nella locanda dove alcuni soldati tedeschi stanno giocando a indovinare i nomi dei personaggi che hanno scritti sulla fronte.

Il titolo originale del film è una versione storpiata di quello americano di "Quel maledetto treno blindato", b-movie bellico di Enzo G. Castellari che ha fornito giusto l'ispirazione e qualche spunto (non siamo certo di fronte a un remake). L'intero lungometraggio, comunque, è un omaggio al cinema di genere italiano degli anni '70, e anche nella colonna sonora non mancano riferimenti a quelle pellicole, con una forte presenza di temi in particolare di Ennio Morricone. La scena d'apertura sembra uscire pari pari da un western (con il capofamiglia che dice alle donne di chiudersi in casa: stanno arrivando gli indiani!). Fra gli interpreti svetta Christoph Waltz (premiato come miglior attore a Cannes) nei panni del colonnello Hans Landa, il personaggio più riuscito del film, ostinato "cacciatore di ebrei" e investigatore abile e poliglotta: il che ci porta al problema del doppiaggio. Nel film si parlano numerose lingue, e la versione italiana ha scelto di doppiare l'inglese (e in parte il francese), lasciando il tedesco (e in parte il francese) in originale con sottotitoli. Ma riesce lo stesso a far danni: innanzitutto per il fastidioso effetto di sentire i personaggi cambiare voce quando passano da un idioma all'altro, e poi rovinando completamente la buffa scena in cui Pitt e compari si fanno passare per siciliani e tentano maldestramente di spiccicare qualche parola in dialetto di fronte al colonnello Landa che, invece, parla benissimo l'italiano...

Notevoli e numerose – come sempre – le citazioni cinematografiche, anche queste spesso gratuite: ma stavolta abbondano anche quelle metacinematografiche. A parte la scelta di ambientare il momento clou in un cinema e di dare ampio spazio all'apparato propagandistico di Goebbels, vengono nominati diffusamente G.W. Pabst e Leni Riefenstahl, si accenna a Henri-Georges Clouzot (il cui "Il corvo" era in programmazione in quegli anni proprio nella Francia occupata) e compare persino Emil Jannings. Senza contare gli innumerevoli riferimenti ad altre pellicole, diretti (da "Il monello" a "King Kong", da "La regina Cristina" al "Sergente York") o indiretti (da "Fight Club", quando Brad Pitt spiega che non ama combattere in uno scantinato, a "Sentieri selvaggi", citato da Tarantino nella scena in cui Shosanna fugge dalla casa dove si nascondeva). Infine, alcune curiosità: Michael Fassbender è il tenente inglese Hicox, appassionato di cinema tedesco. Un ruolo era stato previsto (e le scene già girate) anche per Maggie Cheung, ma nel montaggio finale le sequenze con l'attrice cinese sono state eliminate per motivi di lunghezza: che peccato! Il film si conclude poi con le parole "Credo proprio che questo sarà il mio capolavoro": è il tenente Raine a parlare, o – immodestamente – lo stesso Tarantino? Se fosse così, mi dispiace Quentin, ma hai torto: "Pulp Fiction", "Le iene" e "Kill Bill" restano superiori (e di molto).

7 giugno 2007

Grindhouse - A prova di morte (Q. Tarantino, 2007)

Grindhouse - A prova di morte (Grindhouse - Death Proof)
di Quentin Tarantino – USA 2007
con Kurt Russell, Zoë Bell
*1/2

Visto al cinema Plinius, con Hiromi.

Un gruppo di ragazze si diverte al pub, ignorando di essere state prese di mira da Stuntman Mike, folle pilota che semina il terrore con la sua automobile nera e truccata "a prova di morte". Originariamente questo film doveva essere una delle due parti di un double feature realizzato insieme a Robert Rodriguez. In seguito al fallimento al box office americano, però, è stato separato dal gemello "Planet Terror", allungato con alcune scene extra e distribuito in quasi tutto il resto del mondo in maniera autonoma. Ho letto da qualche parte che negli States alcuni spettatori uscivano addirittura dalla sala al momento dei titoli di coda del film di Rodriguez, ignorando che sarebbe seguito l'episodio di Tarantino. In ogni caso, ancora una volta il regista si rifà al mondo dei B-movie e delle pellicole exploitation, questa volta ancora più smaccatamente (se è possibile) che in passato, citando atmosfere tipiche di Jack Hill e Russ Meyer (il finale ricorda "Faster Pussycat, Kill! Kill!"). Inoltre, più del solito, abbondano le ossessioni "feticiste" (quante inquadrature di piedi!). Ma da un genio come Tarantino mi aspetto di più: il film non mi ha fatto impazzire, anzi a tratti l'ho trovato proprio brutto. Forse avrebbe avuto più senso inserito nel suo contesto originale, ovvero fra i finti trailer e in coda all'episodio di Rodriguez. Così, invece, sembra un gioco inutile e fine a sé stesso, con personaggi superficiali e una trama idiota. Se un po' di divertimento, soprattutto nella prima parte, non manca (ma per la forma, non certo per i contenuti), nella seconda subentrano noia e fastidio per una sceneggiatura implausibile che gira in tondo e intorno a niente. E se quello che faceva Russ Meyer ai suoi tempi, nella società degli anni '60 e '70, aveva un significato ben preciso e una valenza liberatoria, riproporlo oggi è soltanto lo sfizio di un fan. La forma, dicevo, rimane la cosa migliore. Tarantino ha realizzato un film che sembra davvero un grindhouse di trenta o quarant'anni fa: pellicola sporca o graffiata, "cartelli" che coprono i titoli originali, montaggio "sbagliato", colori slavati: dopo qualche minuto di proiezione, Hiromi mi ha chiesto se si trattasse di un film vecchio. Però mancano appunto i contenuti: i dialoghi – piuttosto lunghi – sono privi di battute o frasi memorabili, e la trama è così povera da far pensare che il film avrebbe meritato non di essere ampliato bensì condensato, magari in un cortometraggio. Tutta la prima parte, e il modo in cui si conclude, serve solo come preparazione a quella successiva e a far temere allo spettatore che il secondo gruppo di ragazze, le vere "eroine" del film, possa fare la stessa fine del primo: a quel punto si è già visto di che cosa è capace il "cattivo" Kurt Russell. La neozelandese Zoë, la protagonista della seconda parte, interpreta praticamente sé stessa: si tratta infatti di una vera stunt(wo)man, ed era la controfigura di Uma Thurman in "Kill Bill": l'intero film, in fondo, è un po' un omaggio al mondo degli stuntmen e dei cascatori, a cominciare dal nome dell'antagonista e dal suo panegirico sui film d'azione di un tempo. Numerose anche le autocitazioni: dalla suoneria del cellulare che riprende un tema di "Kill Bill" al Big Kahuna Burger di "Pulp Fiction".

21 dicembre 2006

C.S.I.: Grave danger (Q. Tarantino, 2005)

C.S.I. – Grave danger (CSI, stagione 5, ep. 24/25)
di Quentin Tarantino – USA 2005
con William Petersen, Marg Helgenberger
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Visto in DVD, con Albertino e Giovanni.

Come ho già avuto modo di scrivere, le serie televisive americane non mi interessano e, per il poco che ho visto, non mi piacciono. Finora non avevo mai guardato una puntata di "CSI - Scena del crimine" (o dei suoi spin-off): le rare volte che mi è capitato per caso di gettarci un occhio, facendo zapping, non ho resistito per più di trenta secondi. Mi dà fastidio tutto, dalla recitazione scadente alla fotografia in eterna penombra (ma non le accendono mai le luci, in quegli uffici? O sono sponsorizzati da qualche industria che produce pile e torce elettriche?), per non parlare dei dialoghi scontatissimi e del ritmo monotono della narrazione. Questo doppio episodio l'ho visto soltanto perché è stato scritto e diretto da Tarantino. E visto che non mi ha fatto impazzire (è un eufemismo), potrò mettermi il cuore in pace ed evitare di sorbirmi in futuro altri episodi della serie, con la consapevolezza di averci almeno provato. Costruito su un'unica trovata stiracchiata per un'ora e mezza (un poliziotto della scientifica viene rapito e seppellito vivo, mentre i suoi colleghi devono cercarlo prima che sia troppo tardi), non coinvolge e non trasmette emozioni. Dopo dieci minuti già mi stavo annoiando. A differenza dell'analoga scena della Thurman sepolta in "Kill Bill, vol. 2", non c'è claustrofobia, né tensione, né panico. Due soli sussulti degni di nota ("l'esplosione" del ricattatore, l'allucinazione nella camera mortuaria) non bastano a sostenere il peso della vicenda. E se per una volta la regia di una serie tv non è da buttar via e la sceneggiatura è (appena) sufficiente, la recitazione, la fotografia e il montaggio televisivo continuano a sembrarmi ostacoli insormontabili per farmi piacere questo tipo di prodotto.

Nota: C'è una curiosa comparsata di Tony Curtis nella parte di sé stesso. Lascia un po' il tempo che trova e ci si chiede che senso abbia, ma è divertente sentirlo parlare di vestirsi da donna e dire "Non sono mica Jack Lemmon".